20 gennaio 2014
Donne nella migrazione: il nuovo numero di Africa e Mediterraneo
È uscito il numero 79 di Africa e Mediterraneo con un dossier dedicato alle donne migranti. Pubblichiamo qui un estratto dell’editoriale “La pietra d’angolo”, scritto dalla Direttrice Sandra Federici.

Una donna con i propri figli all'interno di una tenda comune in un campo profughi Saharawi. Foto di Paolo Brutti.
La questione migratoria in Italia e in Europa è stata, in passato, letta principalmente attraverso una lente maschile, trascurando la dimensione femminile o relegandola a un ruolo passivo e subalterno: le donne migranti entravano nella discussione accademica in quanto mogli, madri, figlie di uomini migranti. Ora, negli studi sull’immigrazione, grazie anche all’apporto di altre discipline, in particolare dei gender studies, il genere è arrivato a occupare un rilievo non secondario. Sono numerose le ricerche che applicano questo approccio ai vari aspetti della migrazione, mettendo in luce il fatto che sempre più le donne si spostano indipendentemente dal proprio nucleo familiare, che nel percorso migratorio le donne risultano capaci di costruire difficili relazioni transnazionali e mantenere i piedi in due mondi, che è con le donne che è opportuno lavorare per ricostruire le relazioni e mettere in moto il processo circolare e reciproco della convivenza.
E’ stato rilevato che questa attenzione al genere potrebbe essere dovuta anche alla presenza negli studi sull’immigrazione di un grande numero di studiose; in ogni caso, rileviamo che al lancio del nostro appello a ricevere proposte per il dossier hanno risposto quasi esclusivamente donne, alcune ricercatrici, altre, la maggior parte, operatrici attive in progetti sociali, culturali, sanitari indirizzati a donne migranti, che hanno colto l’occasione di condividere con gli altri una riflessione sulla loro esperienza.
In Italia nel 2012 le donne erano il 53,1% del totale degli stranieri regolarmente residenti in Italia (Immigrazione Dossier Statistico IDOS/UNAR, 2013) e a livello europeo esse rappresentavano il 48,71% (Eurostat) del totale dei flussi migratori del 2011. Queste donne sono lavoratrici, studentesse, professioniste, madri di famiglia che fruiscono di servizi, intessono relazioni e negoziano quotidianamente il loro ruolo di genere in bilico tra vecchie e nuove identità. A volte sono persone in difficoltà che stanno vivendo percorsi di isolamento, sfruttamento, esclusione, violenza. […]
In questo dossier sono consegnate, da parte di chi pratica e studia il lavoro sociale partendo dalla prospettiva di genere, numerose testimonianze dirette delle donne immigrate. L’ascolto dell’altra in un rapporto paritetico è possibile se viviamo la consapevolezza della “parzialità” del nostro punto di vista, della necessità di comprendere ogni percorso individuale nella sua specificità e senza imprigionarlo in categorie universali, del fatto che il concetto-prigione dell’identità non è applicabile a soggetti che sono il risultato di un insieme di esperienze, saperi e poteri. Le donne sono la pietra d’angolo su cui si costruisce la convivenza: la loro forza e autonomia è la variabile che determina l’integrazione dell’intero nucleo familiare. E anche quando sono sole, separate dalle famiglie, esse si mostrano maestre della transnazionalità delle famiglie, del welfare, del lavoro. La dimensione della relazione è vitale, e se le difficoltà degli spostamenti e degli incontri portano a vivere una chiusura, uno scacco, essa va ricostruita, segnalando la possibilità di una relazione nuova, da vivere nella consapevolezza del proprio valore, della propria capacità di essere ponte tra culture, dell’efficacia potente dell’aiuto reciproco tra donne.
Sandra Federici
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Parole chiave : Donne Migranti, Eurostat, gender studies, Immigrazione Dossier Statistico IDOS/UNAR 2013
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20 dicembre 2013
La moda in Africa: la bellezza come strategia di riscatto sociale
La moda africana è un fenomeno complesso che andrebbe analizzato attraverso una prospettiva antropologica in modo da cogliere il significato degli usi sociali del corpo e degli ornamenti. Il progetto Ethical Fashion Initiative (EFI) dell’International Trade Centre sembra muoversi proprio in quest’ottica portando case di moda o di distribuzione europee a produrre in Africa presso comunità svantaggiate per favorire l’empowerment femminile e dare maggiori opportunità all’artigianato africano. Per saperne di più vi presentiamo qui un estratto dell’articolo L’Ethical Fashion Initiative (EFI): conversazione con Simone Cipriani a cura di Giovanna Parodi da Passano pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo.
Che il futuro della couture sia in Africa è opinione condivisibile senza esitazioni da chi, come me, ha una qualche esperienza di ricerca sul terreno in Africa occidentale. Vale a dire in società dove nel gioco delle apparenze – molto presente nelle culture locali come del resto, più in generale, nella maggior parte delle culture dell’Africa subsahariana – la performance del corpo vestito tradizionalmente assume forme di assoluta rilevanza e significatività. Con una tale enfasi sull’abito e sull’ornamento da far ritenere che il primato nel culto della bellezza e dell’eleganza appartenga già alle civiltà africane.
Se è vero infatti che le società mirano tutte alla gestione ottimale del corpo sul mercato dei segni, è in special modo nei mondi africani che vestiti, tessuti, monili, acconciature e marchi servono a mettere il corpo in posizione di centralità e a iscrivere l’individuo nel discorso sociale. In effetti risultano sorprendenti, perlomeno al nostro sguardo di occidentali, le tante e inventive modalità, dal forte radicamento sociale, di abitare il proprio corpo abitando i propri vestiti che animano i teatri della quotidianità africana.
Il fatto è che in Africa l’eleganza esibita è vissuta come esigenza e come forza: l’abito elegante reinstalla i corpi in se stessi, dona loro pienezza e coerenza, li reinveste del loro potere d’azione e d’emozione. In altre parole, il corpo potenziato in bellezza non solo è fonte di soddisfacimento estetico, e in qualche modo etico, ma si configura come un vero e proprio traguardo di vita, come strategia di rafforzamento e di sopravvivenza in contesti di competizione o ancora, specie in situazioni di marginalità, come riscatto esistenziale. […]
Nell’odierna ossessione per la moda che trionfa sul continente traspare senza dubbio un magmatico immaginario collettivo asservito a logiche di ostentazione. Il peso del fashion nell’arena sociale (e anche in quella politica) implica questo orientamento esasperato allo sfoggio vestimentario, senza tuttavia spiegare del tutto la dimensione del fenomeno. Non di rado infatti il bisogno di apparire eleganti, di vestirsi all’ultima moda, viene declinato in comportamenti talmente estremi da portare ancora una volta a chiedersi da quale concezione del potere attribuito alla spettacolare messa in scena di un corpo addobbato (per essenza quindi culturale) emerga il loro prodursi, indipendentemente dai modelli culturali di cui sono veicolo.
In conclusione, per dirla alla maniera antropologica, la moda in Africa si presenta quale “fatto sociale totale”, ossia è una materia da affrontare come qualcosa di estremamente complesso, imbrigliato nei processi storici locali, legato agli usi sociali del corpo e calato nella contemporaneità.
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Parole chiave : African fashion, artigianato africano, Ethical Fashion Initiative (EFI), Giovanna Parodi da Passano, International Trade Centre, moda africana, Simone Cipriani
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Nell’immaginario collettivo gli immigrati sono lavoratori subalterni che svolgono mansioni poco qualificate, i cosiddetti “lavori che gli italiani non vogliono più fare”. In realtà però, sono in aumento gli imprenditori stranieri nel nostro paese e nella nostra regione, l’Emilia Romagna. Un recente studio realizzato dal Dipartimento di economia e dal Centro universitario per la cooperazione internazionale dell’Università degli Studi di Parma ha analizzato il fenomeno. Qui vi proponiamo un estratto dell’articolo, pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo, “Non solo etnico: un nuovo sguardo all’imprenditoria degli immigrati in Italia” in cui Alessandro Arrighetti, Daniela Bolzani e Andrea Lasagni sintetizzano i risultati dello studio svolto.
A fronte di un netto calo del tasso di natalità delle imprese fondate da italiani, il numero di nuove imprese gestite da immigrati in Italia è in costante crescita. Oggi le imprese cosiddette “etniche” sono in grado di fornire nuove tipologie di servizi e di estendere la varietà dei prodotti disponibili, anche sui mercati a cui accedono gli autoctoni.[…]
I dati contenuti nel nostro lavoro sull’imprenditoria immigrata in Emilia Romagna mostrano che, all’aumento della complessità organizzativa e alla varietà delle strategie adottate, cresce anche l’apertura dell’impresa a soggetti (clienti, fornitori, soci, dipendenti), provenienti da comunità diverse da quelle di origine dell’imprenditore. Si è scelto di utilizzare il concetto di “ibridismo culturale” per descrivere le imprese gestite da soci di diverse nazionalità o in cui lavorano dipendenti provenienti da paesi differenti. Il risultato è che le imprese connotate da ibridismo culturale non sembrano mostrare strategie e comportamenti riconducibili alla fragilità e alla marginalità.
Le imprese con connotazioni “ibride” risultano caratterizzate da un orientamento molto marcato verso il consumatore italiano e da una offerta di prodotti e servizi non-etnici ad una popolazione di clienti in prevalenza non co-etnica. Tali imprese, inoltre, dopo la fase di start up, hanno ricevuto un supporto esplicito da amici e conoscenti, da consulenti e professionisti italiani. Si tratta, quindi, di figure esterne alla comunità di origine e derivanti da legami sociali e contatti sviluppati in Italia nel corso del tempo. Infine, le interviste presso le imprese “ibride” hanno permesso di evidenziare una migliore conoscenza della lingua italiana rispetto alle altre imprese gestite da immigrati.[…]
In conclusione, possiamo affermare che l’impresa etnica sta diventando non soltanto un’importante realtà economica, ma anche un nuovo fulcro di scambio e di integrazione tra individui appartenenti a diverse comunità e depositari di relazioni e conoscenze molteplici e stratificate. In questo senso, l’impresa etnica deve essere considerata un fattore importante per la coesione sociale nel nostro paese.
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Parole chiave : Alessandro Arrighetti, Andrea Lasagni, Centro universitario per la cooperazione internazionale dell’Università degli Studi di Parma, Daniela Bolzani, Dipartimento di economia dell’Università degli Studi di Parma, imprese etniche, imprese ibride
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06 dicembre 2013
Per ricordare Nelson Mandela

Maseru (Lesotho) Summit della Southern African Development Community, 1996. Foto di Andrea Marchesini Reggiani.
Mandela is saying goodbye…
Per ricordare Nelson Mandela sono andata a ricuperare questo testo che avevo messo da parte tempo fa, nel 2011, quando Madiba era stato ricoverato di nuovo e i Sudafricani e il mondo intero avevano cominciato a prepararsi alla sua perdita. Si tratta del brano di una recensione, pubblicata su The Nation dallo scrittore cileno Ariel Dorfman, del libro di Mandela Conversations With Myself.
Perché si possono ricordare tante cose: la sua lotta, il fatto che abbia cambiato il mondo, la geniale scelta della riconciliazione, ma quello che abbiamo sentito tutti più forte in questo lungo addio – dall’ultima apparizione ufficiale durante i mondiali in Sudafrica nel 2010 – era l’importanza della sua figura morale, e il fatto che il mondo l’avrebbe persa, ed è proprio a questo che Dorfman si riferisce quando parla delle lettere scritte da Mandela dalla prigione di Robben Island.
“… Leggendole ci accorgiamo che Mandela tiene conto dei suoi censori. Lui sta anche scrivendo a loro, attraverso di loro, vuole entrargli dentro, si può percepire la loro presenza nella sua mente, la sua certezza che le sue parole sulla loro crudeltà e mancanza di decenza avrebbero fatto vergognare questi custodi. Si capisce come stia mettendo in scena una teoria della liberazione appositamente per questa audience di secondini; si coglie tra le righe come stia educando i suoi carcerieri malgrado i loro pregiudizi. E si vede, allo stesso modo, come sta educando se stesso, preparandosi al compito di ricomporre la divisione razziale e di classe che minacciava di distruggere il Sudafrica. Come stia diventando Nelson Mandela.
Forse per questo è così contrariato dalla sua trasformazione in un santo. Non è perché è stato lontano dagli altri, dal male, dalla debolezza di un’umanità fragile, che ha vinto. È stato perché è sprofondato dentro ciò che c’era di negativo in lui e nel doloroso mondo attorno a lui che è stato capace di sviluppare “tutto quanto ci fosse di buono”, come scrive nel suo libro. Come farlo? Una parola affiora continuamente: integrità. La sua integrità e la fiducia nel fatto che essa esiste in ogni persona del pianeta, non importa quanto duramente nascosta dalla paura e dall’intolleranza, e che se tu ti appelli a quanto di meglio c’è negli altri loro, alla fine, risponderanno. Ma lo faranno solo se sentiranno che tu sei fedele a te stesso e ai tuoi principi, al tuo desiderio di un mondo più giusto e umano, che tu sei pronto a tracciare una linea sulla polvere della storia.
È un messaggio che il suo paese deve ascoltare ancora una volta. Il suo meraviglioso Sudafrica, che è ancora in pericolo di smarrire la sua strada. La sua terra, che presto dovrà affrontare un lungo secolo di rinnovata lotta per la solidarietà e la verità e la pace senza la guida di Madiba. La necessità di affrontare questa imminente assenza ci fa arrivare al cuore non detto e nascosto di questo libro: Mandela sta dicendo addio.”
Il brano si trova sul bellissimo blog dell’intellettuale sudafricano Sean Jacobs Africa is a Country. Sul blog hanno pubblicato una compilation di canzoni sudafricane dedicate a Mandela.
Parole chiave : Ariel Dorfman, Nelson Mandela, Robben Island, Sean Jacobs, Sudafrica
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05 dicembre 2013
Fundraising senza pietismo: Rusty Radiator Award
Il fondo Norwegian Students’ and Academics’ International Assistance ha istituito un concorso per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle campagne di fundraising. Spesso infatti queste fanno un uso smodato di stereotipi che le rendono patetiche e offensive nei confronti delle stesse persone che intendono aiutare. “Stereotypes harm dignity” è il grido di battaglia di questa iniziativa che il 10 dicembre assegnerà due premi: il Rusty Radiator Award alla campagna più stereotipata e il Golden Radiator Award alla campagna più creativa. Potete esprimere il vostro parere votando gli otto video finalisti e contribuire così a dire no al pietismo delle celebrities coinvolte e alla retorica della povertà e della fame che nuoce più di quanto non ottenga.
Divertente il video di presentazione, dove un simpaticissimo ragazzino africano spiega di essere il tipico “protagonista di video con star impegnate nell’aiuto umanitario”, grazie alla sua faccia particolarmente triste, e si mostra con gag esilaranti nelle varie situazioni in cui deve sopportare con pazienza la commozione e i pietosi regali delle star.
Parole chiave : fundraising, Golden Radiator Award, Norwegian Students' and Academics' International Assistance, Rusty Radiator Award
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02 dicembre 2013
La zakāt: l’importanza del dono nella cultura islamica
E’ noto che l’elemosina, il dono ai poveri, è uno dei 5 pilastri dell’Islam, di conseguenza riguarda tanti cittadini di fede musulmana che abitano nelle nostre città e con cui conviviamo quotidianamente. Ma cosa ne sappiamo veramente? I fondamenti teologici e gli sviluppi sociali di questa pratica sono analizzati nell’articolo “La zakāt: una tradizionale forma di donazione islamica”, pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo a firma di Omar Bortolazzi, ricercatore del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna e coordinatore del PHaSI – Philanthropy and Social Innovation Research Centre – dello stesso Dipartimento.
La zakāt è una delle varie forme di donazione riconducibile alla tradizione islamica. Le donazioni sono fortemente incoraggiate nell’Islām come forma di purificazione della propria ricchezza e con lo scopo di migliorare le condizioni dei sofferenti e dei poveri. Ci sono due categorie di istituzioni che si occupano della raccolta e distribuzione delle donazioni: la prima si occupa delle risorse donate da un singolo individuo o una famiglia, dette waqf, la seconda categoria invece racchiude istituzioni che raccolgono la zakāt con l’obiettivo di creare un fondo per motivi caritatevoli. La zakāt è una quantità di denaro che ogni musulmano/a deve pagare per aiutare alcune categorie svantaggiate, se la sua ricchezza supera una certa soglia (niṣāb); essa si fonda sull’idea che ogni cosa appartiene ad Allah e che quindi la ricchezza è data solo in prestito agli esseri umani.
La zakāt è uno dei cinque pilastri dell’Islām e consiste in una tassa annuale il cui scopo è da una parte purificare la ricchezza di chi la offre e dall’altra purificare dall’invidia chi la riceve. In paesi come l’Arabia Saudita, la Malesia o il Sudan, il governo, o le sue agenzie, sono responsabili della raccolta della zakāt, in altri come il Bahrein ci sono invece delle istituzioni specializzate, infine in paesi non islamici ogni buon musulmano deve pagare la sua zakāt attraverso organizzazioni caritatevoli, centri islamici o moschee.
Vi è una soglia minima, chiamata niṣāb, al di sotto della quale non vige più l’obbligatorietà della donazione, la šarī‘ah ne specifica i livelli per ogni categoria di ricchezza o possedimento. Nella letteratura islamica classica sono indicate otto tipologie di persone che possono ricevere la zakāt: i poveri, i bisognosi, gli amministratori della zakāt, i pellegrini, i debitori, coloro i cui cuori devono essere riconciliati, i musulmani che devono liberarsi da “schiavitù” e coloro i quali lavorano alla causa di Allah. I poveri e i bisognosi sono considerate due categorie distinte. Secondo le principali interpretazioni giuridiche, i poveri sono coloro che non hanno alcun bene o mezzo di sostentamento, mentre i bisognosi sono coloro i cui guadagni non sono sufficienti per soddisfare le necessità di base. Fino ad oggi i singoli individui, insieme alle organizzazioni religiose e di volontariato, sono stati i principali fruitori della filantropia islamica, ma il dibattito contemporaneo si sta orientando verso la possibilità di allargare queste categorie per affrontare nuovi bisogni: utilizzare quindi la zakāt per progetti di sviluppo e di infrastrutture finanziando istituzioni caritatevoli, organizzazioni ambientaliste od ONG.
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Parole chiave : islam, Omar Bortolazzi, zakat
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Oggi Laurent Fabius, ministro degli esteri francesi, ha confermato che la Francia interverrà in Repubblica Centrafricana, dove dal marzo scorso il governo di Bozizé è stato rovesciato dalla Séléka, coalizione di forze ribelli di ispirazione musulmana, capeggiata da Michel Djotodia. Le forme dell’intervento non sono ancora chiare, la Francia ha comunque sollecitato l’ONU a muoversi, trasformando la MISCA, forza armata panafricana ora presente nel Paese, in forza dell’ONU di peace keeping, con l’invio di caschi blu che ristabiliscano le condizioni di sicurezza e proteggano i civili.
Human Rights Watch ha accusato i ribelli della Seleka di uccisioni di civili e gravi devastazioni e incendi. Anche se secondo gli osservatori internazionali questa guerra civile non è cominciata come un conflitto religioso, i recenti attacchi a moschee e chiese fanno temere scenari come quelli passati, in cui l’ONU non si è mosso in tempo per evitare il genocidio. Man mano che la guerra prosegue, sempre più i giovani centroafricani sono spinti a entrare nella guerra. L’UNICEF ha stimato che ci sono attualmente 6.000 bambini soldato che stanno combattendo nel paese.
Il fumettista Didier Kassaï (D’Dikass), vincitore della edizione 2005-2006 del Premio Africa e Mediterraneo per il migliore fumetto inedito di autore africano con la storia Azinda et l’horreur d’un mariage forcé, tiene sul suo profilo Facebook una cronaca della vita quotidiana a Bangui, capitale del Centrafrica. E’ interessante leggere commenti come questo “Da quando la Séléka è al potere ci vienne proibito tutti: viaggiare con sale e zucchero in grande quantité è proibito, la vendida di machette e girare in moto anche… presto ci proibiranno di andare a letto con le nostre mogli”, oppure “Presto il coprifuoco. Ci chiudiamo in casa e finiamo le ultime bottiglie di vino rosso (adulterato o no)”.
Parole chiave : Bozizé, D'Dikass, Didier Kassaï, Francia, Human Rights Watch, Laurent Fabius, Michel Djotodia, ONU, Repubblica Centrafricana, Séléka, UNICEF
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Il premio Sakharov per la libertà di pensiero quest’anno è andato a Malala Yousafzai. La sedicenne pachistana, che lotta per il diritto all’istruzione delle donne e che già a tredici anni documentava il regime dei talebani pakistani sul blog curato da lei per la BBC, è stata insignita del prestigioso premio il 20 novembre.
Poco più di un anno fa Malala è sopravvissuta a un attentato rivendicato dai talebani, un commando di uomini armati ha assalito l’autobus sul quale stava tornando a casa da scuola e ha aperto il fuoco ferendola alla testa e al collo. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, la considera “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”. Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo, l’ha definita “una sopravvissuta, un’eroina, una donna straordinaria”, “icona globale” e “simbolo della lotta al fanatismo”.
Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ci pare opportuno ricordare l’esempio di questa ragazza tenace e coraggiosa che ha detto “I don’t mind if I have to sit on the floor at school. All I want is education. And I am afraid of no one”. Parafrasando Malala possiamo dire che “non ci importa ricevere regali. Tutto quello che vogliamo è rispetto. E non abbiamo paura di nessuno. O meglio, non vogliamo averla. Mai più”.
Parole chiave : giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Malala Yousafzai, Martin Schulz, Parlamento Europeo, premio Sakharov
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15 novembre 2013
Immigrazione Dossier Statistico tra continuità e innovazione
Anche quest’anno è stato presentato il Dossier Statistico Immigrazione che IDOS produce dal 1991. A ogni presentazione si è detto che questa ricerca, sostenuta da enti del privato sociale, sopperiva a una carenza del pubblico. Quest’anno invece il rapporto è stato sostenuto da UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha organizzato la presentazione in tutte le regioni italiane. E con l’introduzione di un componente del governo italiano: la Ministra per l’Integrazione Cécile Kyenge.
Cosa esce da questo rapporto? Innanzitutto, nonostante la crisi, la popolazione immigrata è ancora aumentata: si stima una presenza regolare di 5.186.000 stranieri, 175mila in più rispetto all’anno precedente. Questo aumento è avvenuto in prevalenza per “forza interna”: quasi 80.000 nuovi nati da genitori entrambi stranieri e 81.300 visti per ricongiungimenti famigliari.
Questa cifra, assieme alla crescente prevalenza dei titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo, e quindi a tempo indeterminato, assieme all’accresciuta popolazione scolastica e all’aumento, nonostante la crisi, delle imprese con titolare nato all’estero o con più della metà di soci e amministratori nati all’estero (477mila), sono forti segni di stabilità.
I redattori del Dossier Statistico Immigrazione affermano che nel futuro continuerà ad esserci un aumento degli immigrati, anche se contenuto rispetto ai grandi numeri degli anni passati, per vari motivi: la dinamica evolutiva delle famiglie, il bisogno di manodopera, qualificata e non, l’afflusso di persone in fuga da situazioni di instabilità e guerra, il continuo invecchiamento della popolazione, che alimenterà il bisogno di persone addette al lavoro di cura.
Anche quest’anno, come succede da almeno 10 anni, IDOS ha monitorato il rapporto tra entrate pubbliche da tasse e imposte pagate dagli stranieri e la spesa pubblica per l’immigrazione. E anche quest’anno, il saldo è positivo: lo stato incassa dagli immigrati 1,4 miliardi in più di quanto spende per loro.
Pietro Pinto, che ha presentato il Dossier nella sala stampa della Regione Emilia Romagna, ha sottolineato fortemente il tema della stabilità e della presenza di più di un milione di minori stranieri. Sono persone non italiane che tra pochi anni entreranno nel mondo del lavoro, ma sono già qui: una risorsa da considerate con un po’ di anticipo e con politiche intelligenti e fruttuose, invece di concentrarsi sulle frontiere e sul controllo. Il fatto che si sia istituito e mantenuto un Ministero per l’Integrazione fa pensare in positivo.
Tanti sono i temi affrontati dal Dossier, che si conferma strumento fondamentale per chi si occupa di immigrazione e welfare. Maggiori informazioni si trovano su: http://www.dossierimmigrazione.it/
Parole chiave : AIDOS, Cecile Kyenge, Dossier statistico immigrazione, Immigrazione, Pietro Pinto, UNAR
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11 novembre 2013
Tontine e harambee, esempi di filantropia orizzontale in Africa
L’Africa non è solo un continente che riceve aiuto, ma un laboratorio dove si sperimentano forme di solidarietà “tra pari” che si distinguono per i risultati ottenuti. Queste forme di “filantropia orizzontale” da sempre praticate in diversi Paesi africani sono approfondite nell’articolo “La nuova sfida della filantropia orizzontale in Africa”, pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo a firma di Giuliana Gemelli, Professoressa di Storia Contemporanea e Storia della Filantropia all’Università di Bologna e direttrice del PHaSI – Philanthropy and Social Innovation Research Centre – del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna.
[…] Le forme più durevoli e antiche di filantropia orizzontale si ritrovano in Africa, anche se ve n’è qualche traccia anche in Europa, come per esempio la tradizione della mutualité. La filantropia orizzontale valorizza sia le donazioni in beni materiali sia quelle in beni immateriali, dando più importanza al gesto in sé che non alla quantità della donazione. Mentre le elargizioni nella filantropia verticale sono viste come atti di altruismo caritatevoli, in quella orizzontale si fondano sulla necessità di reciprocità e sul senso di mutua sopravvivenza e queste azioni rappresentano più un dovere sociale che un atto di generosità. In questo tipo di filantropia l’aiuto è una combinazione di prossimità e richiesta: come prossimità viene inteso sia il senso di vicinanza fisica sia quello di affinità. […]
Due esempi di filantropia africana sono la pratica delle tontine e dell’harambee. La prima è una pratica gestita principalmente dalle donne della comunità che, raccogliendo denaro, creano un fondo monetario comune. Questo fondo serve a finanziare una serie di prestiti a rotazione. L’obiettivo è di sponsorizzare diversi tipi di attività ed è regolamentato da regole precise per la restituzione del prestito. L’harambee invece è una pratica di mutuo aiuto caratteristica del Kenya. L’origine del termine è controversa, vi sono studiosi che ritengono che sia legato al termine di lingua bantu halambee, “mettiamoci insieme”. Altri osteggiano questo termine perché credono che abbia un’origine induista e non cristiana. A ogni modo, esso rappresenta un sistema di messa in comune delle risorse in cui i cittadini lavorano insieme per raccogliere fondi allo scopo di sviluppare progetti utili per la comunità. Si tratta quindi sia di un’attività filantropica che di un meccanismo di ridistribuzione delle risorse grazie al quale le comunità più povere riescono a ottenere servizi. Generalmente questo meccanismo inizia con l’individuazione di un bisogno e successivamente si indicano le persone che possono soddisfarlo.
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