24 October 2013

CinemAfrica 2013, la rassegna di film dall’Africa e sull’Africa

Dal 25 al 27 ottobre si svolgerà presso il Cinema Perla di Bologna l’ottava edizione di CinemAfrica, la rassegna cinematografica a cura del Centro Studi “Donati”.

Eritrea, Mali, Senegal, Somalia, Kenya, Algeria sono i paesi protagonisti di questa edizione: 6 proiezioni di grandissima qualità, 6 racconti che spaziano attraverso storia, immigrazione, guerra, economia, 6 momenti per raccontare l’Africa e attraverso queste storie decifrare la realtà.

I film in programma (clicca sul titolo per vedere il trailer):

Scarica il comunicato stampa

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16 October 2013

Un secolo di immigrazione a fumetti: a Parigi la mostra “Albums”

Al Musée de l’histoire de l’immigration di Parigi è stata appena inaugurata la mostra Albums – Bande dessinée et immigration. 1913-2013, che sarà aperta al pubblico fino al 27 aprile 2014.

Con più di cinquecento opere in esposizione tra carte e documenti originali, tavole, bozzetti, film di animazione, interviste video e  fotografie, la mostra prende in considerazione il fenomeno migratorio visto attraverso l’arte di 117 fumettisti.

Il percorso comincia da Goscinny e Uderzo, padri dell’eroe nazionale Asterix, che hanno avuto entrambi una storia di migrazione e finisce con gli autori africani residenti in Francia come rifugiati politici.

Anche un po’ di Africa e Mediterraneo sarà a Parigi, tra le opere esposte infatti vi segnaliamo:

  • alcune tavole originali di Une éternité à Tanger di Eyoum Ngangué e Fustin Titi (Africa e Mediterraneo, 2004);
  • la proiezione su schermo della storia Le voyage di Paul Assako Assako, tra i vincitori del premio Africa e Mediterraneo 2007/2008.

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08 October 2013

Inizia oggi il Festival Internazionale del Fumetto di Algeri

Il fumetto africano, o meglio l’identità africana dei fumetti ha una storia relativamente recente. Fino all’Ottocento i fumetti che si ritrovavano nelle colonie in Africa provenivano prevalentemente dai paesi colonizzatori, come la Francia. Ciò nonostante, il fumetto africano oggi non può essere ridotto alla semplice colonizzazione culturale da parte di paesi occidentali, nonostante ci sia come dappertutto uno scambio e un interesse per il fumetto europeo (Gulp!… un fumetto africano? di Massimo Repetti).

A dimostrazione di una sempre maggiore vitalità nella scena del fumetto africano, segnaliamo il Festival International de la Bande Dessinée d’Alger, giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Il festival è aperto ad artisti di tutto il mondo ma costituisce attualmente una vetrina molto importante per gli autori africani. Tra gli artisti selezionati per il concorso legato al festival troviamo 13 autori che in passato hanno partecipato ad Africa Comics, il progetto di Africa e Mediterraneo per la promozione e la diffusione del lavoro dei fumettisti africani in Europa.

Congratulazioni a:

Benjamin Kouadio

Ndrematoa

Japhet Miagotar

Albert Tshisuaka

Al’Mata

Aimé Guigma

Kaboré Timpousga

Landry Kamdem

Jérémie Nsingi

Joshua Okoromodeke

Didier Viodé

Kokouvi D. Anthony

Asimba Bathy

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19 June 2012

“Destini incrociati”. La prima rassegna di teatro in carcere

Dal 20 al 23 giugno, in Toscana, si terrà la prima rassegna di teatro in carcere dal titolo “Destini incrociati”, sotto la direzione artistica di Gianfranco Capitta, Sergio Givone, Vito Minoia e Valeria Ottolenghi.

L’iniziativa, realizzata dal Coordinamento Nazionale teatro in carcere e dal Teatro Popolare d’Arte in collaborazione con la Regione Toscana e la Fondazione Sistema Toscana e con il patrocinio del Ministero della Giustizia e del Ministero dei Beni Culturali, intende creare occasioni di confronto e qualificazione del movimento teatrale sorto all’interno delle carceri.

Nel corso della rassegna, sarà possibile assistere a spettacoli, conferenze, mostre e convegni che daranno risonanza alla funzione riabilitativa del carcere, con l’obiettivo di valorizzare l’originalità e l’importanza sociale che il teatro può avere soprattutto in un momento in cui le crescenti difficoltà economiche rischiano di aggravare i problemi degli istituti di pena.

Sulla scia dei movimenti culturali degli anni Sessanta, che hanno contribuito a portare fuori la rappresentazione teatrale dagli spazi canonici, l’iniziativa intende fornire un’occasione per riflettere sulla detenzione attraverso l’occhio critico dell’attore e dello spettatore, restituendo al teatro la sua dimensione sociale.

Gli spettacoli, frutto dei laboratori realizzati con i detenuti, andranno in scena nelle carceri di Sollicciano di Firenze e La Dogaia di Prato. I convegni, le conferenze e le mostre saranno invece ospitati al Teatro delle Arti di Lastra a Signa e a Montelupo.

Al festival sarà possibile acquistare l’ultimo numero di Africa e Mediterraneo, in cui è contenuto un articolo di Vito Minoia su un’esperienza di teatro in carcere, a cui è dedicata anche la foto di copertina: Marco Cavallo, la scultura realizzata dai pazienti di Franco Basaglia e portata in corteo nella città di Trieste entra nel carcere di Pesaro accompagnata dai ragazzi delle scuole medie.

Scarica il programma completo

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07 April 2011

Ucciso Juliano Mer Khamis, fondatore del Freedom Theatre a Jenin

Probabilmente, al di fuori dei confini mediorientali, il nome di Juliano Mer Khamis sarà familiare a pochi. Eppure la sua attività e il suo impegno lo hanno reso uno di quei personaggi importanti, di quelli che si sono sempre battuti per rendere la società palestinese meno conflittuale.

Attore di teatro e di cinema, nato dall’unione di un’israeliana, Arna Mer, e di un palestinese cristiano, Saliba Khamis, è stato ucciso tre giorni fa con cinque colpi d’arma da fuoco, sparati da un uomo a volto coperto. Si trovava proprio fuori dal suo Freedom Theatre, la scuola di teatro che aveva fondato nel 2006 nel campo profughi di Jenin, e che poi sarebbe diventata uno dei più importanti luoghi di produzione artistica e culturale indipendente nei Territori Occupati.

Il suo teatro, rivolto ai bambini del campo profughi di Jenin, era diventato già un importante centro culturale negli anni Ottanta, grazie all’attività della madre Arna, a cui aveva dedicato proprio il documentario che lo aveva reso famoso Arna’s Children. Juliano aveva aiutato la madre a realizzare il suo sogno di creare una giovane compagnia di ragazzi, lo Stone Theatre, seguendone il percorso formativo attraverso la macchina da presa. L’intenzione del teatro era di rappresentare per questi ragazzi una via di fuga, aiutandoli ad esprimere le loro rabbie quotidiane, le frustrazioni, l’amarezza e la paura. Ma il sogno di progettare una vita alternativa alla violenza per questi ragazzi si è scontrato con la realtà della seconda intifada e dell’occupazione, e così anche i piccoli bambini di Arna hanno preso parte alla lotta per la resistenza contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano, alcuni di loro rimanendovi uccisi.

Fondare nel 2006 il Freedom Theatre all’interno del campo è stato per lui un gesto d’arte, d’amore ma anche di rivoluzione. Aprire uno spazio artistico in un luogo di estrema chiusura e marginalizzazione come un campo profughi non poteva essere un’impresa semplice. Il primo passo era quello di ribaltare l’idea che nei campi si aveva del teatro, cercando di costruirne un’idea differente nella mente degli abitanti, e renderli predisposti all’accoglienza. E poi, con le sue parole: “Il teatro è solo una scusa, noi facciamo arte in genere: scrittura creativa, photoshop, computer, fotografia, psicodramma, realizzazione di film, terapia teatrale. Non siamo il teatro nel senso tradizionale, usiamo tutti i mezzi dell’arte prima per comunicare con il mondo, poi per ricostruire l’identità perduta. Chi siamo? Dove stiamo andando? Cosa pensiamo? Perché siamo in questa situazione? Quale tipo di indipendenza vogliamo e come possiamo costruire identità senza cultura? Altrimenti si creano tanti soldatini. La ricerca dell’identità può avvenire solo tramite l’attività culturale. C’è bisogno di un riflesso di se stessi. È così che si costruisce il sé: riflettendo se stessi su uno schermo, nelle pagine di un libro, creando un dibattito, un dialogo. Combattere la tradizione è combattere l’occupazione.” *

Insegnare la creatività e l’indipendenza ai più piccoli, alle nuove generazioni, svincolarle dai legami tradizionali che agiscono come scudo rispetto alla situazione di marginalità e occupazione. “Questa è la vera lotta contro l’occupazione. Perché, ciò che l’occupazione sta facendo è distruggere la società. Costruire sulla base non della tradizione e della religione, ma della libertà, di strutture democratiche, di un alto livello educazione e della libera opinione, della cultura. Questa è la forza.

Già negli ultimi due anni il suo teatro e lui stesso erano stato ripetutamente minacciati e attaccati, soprattutto dopo la scelta di portare in scena un testo difficile come La fattoria degli animali di Orwell. Non solo l’offensiva israeliana nella West Bank è stata sempre più forte, ma il teatro, rappresentando una realtà di rottura con alcune tradizioni locali non poteva certo essere di gradimento ai più conservatori di Jenin.

Ma queste minacce non avevano scalfito la sua attività, e aveva continuato ad usare la forza pacifica del suo teatro, anche se di rottura ed opposizione, per creare percorsi di resistenza e liberazione. Embletica fu la frase che pronunciò durante l’accoglienza alla Carovana di Sport sotto l’Assedio del 2009: “We’re going to start a new intifada by poetry, theater, art, humans rights, pacific demonstrations against the wall. Questo vogliamo costruire. Questo è quello che Israele non può uccidere.

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04 September 2009

Il pazzo nell’immaginario teatrale congolese post-coloniale

fuePresentazione dell’articolo “Il pazzo nell’immaginario teatrale congolese post-coloniale” pubblicato sul numero 58 di Africa e Mediterraneo a firma Gaia Puliero.

Negli anni Settanta, in pieno periodo post-coloniale, il teatro africano, e specificamente quello congolese, porta in scena un personaggio che l’Europa aveva accolto nel suo immaginario sin dal Medioevo: il pazzo (fou). Il fou diventa il tema ricorrente e strutturante della letteratura africana degli anni 1930-50.

Dall’analisi di alcune opere teatrali della tradizione post-coloniale africana, tra cui  Tarentelle noire et  diable blanc di Sylvain Bemba e Le diable àla longue queue di Maxime N’debeka, emergono alcuni tratti che, secondo l’autrice, rendono la figura del pazzo del teatro africano peculiare rispetto a quella europea.

Lo scarto fondamentale tra il pazzo rappresentato dalla tradizione teatrale occidentale e quello africano risiede soprattutto nel diverso ruolo riconosciuto alla follia. Nel teatro post-coloniale africano la follia non è una tappa del percorso formativo dell’eroe, come in Occidente, né uno stato passeggero e funzionale alla sua realizzazione personale; non interviene come fenomeno esteriore ma si incarna nel personaggio come condizione permanente e tipizzante.
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