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L'ULTIMO NUMERO:

Lewis Nkosi: Sudafrica, esilio, scrittura

(Dall'introduzione di Itala Vivan)
Africa e Mediterraneo vuole qui ricordare e commemorare lo scrittore sudafricano Lewis Nkosi che se n’è andato il 5 settembre 2010 a Johannesburg al termine di una lunga malattia. Era nato nel 1936 a Durban, nel Natal, da una famiglia zulu. Rimasto orfano a sette anni, fu allevato da una nonna che, lavorando come lavandaia, lo fece studiare prima in Natal, poi in una scuola luterana nell’area allora chiamata Zululand e quindi eretta in homeland durante l’apartheid.

Crebbe così fra il ghetto urbano della metropoli subtropicale e l’ambiente rurale poverissimo che riaffiora come memoria infantile di Sibiya, protagonista del romanzo Sabbie nere. La sua fu l’ultima generazione educata nelle scuole missionarie, dato che nei primi anni Cinquanta il Bantu Education Act dell’apartheid affidò l’istruzione degli africani allo Stato e chiuse quelle scuole, per lo più disseminate in remote zone rurali, che avevano offerto una solida istruzione di marca cristiana e occidentale a quanti non si sarebbero mai potuti permettere di andare in istituti privati. Tutti gli scrittori africani dell’epoca uscivano proprio da queste scuole, a partire da Solomon Plaatje e Thomas Mofolo e sino a Peter Abrahams e Alex La Guma, e quindi alla generazione di Nkosi, Ezekiel Mphahlele e Can Themba.

Dopo un periodo di lavori saltuari ed eterogenei, Lewis prese a scrivere per il giornale Ilanga lase Natal (Il sole del Natal) che usciva in inglese e zulu. Da qui, il primo grande balzo che gli cambiò la vita: nel 1956, a soli vent’anni, fu assunto da Drum, la celebre rivista di Johannesburg nata nel 1951, la cui redazione era tutta composta di africani neri, meticci e indiani e di cui era direttore il giovanissimo Anthony Sampson (degli anni di Drum e della collocazione in essi di Lewis Nkosi si parla in altre pagine di questo numero di Africa e Mediterraneo). Così, dalla sonnolenta e provinciale città sull’Oceano Indiano, Lewis fu proiettato nella più attiva e dinamica metropoli del Sudafrica, dove il boom economico del secondo dopoguerra creava un continuo afflusso di lavoratori neri dalle aree rurali, dando origine alla nuova cultura della township, straordinaria miscela di lingue, tradizioni e musiche.

Lewis Nkosi diventò un ottimo reporter e poi un narratore promettente, rivelando una personalità estroversa e brillante, una intelligenza acuta e ironica, un occhio critico già molto attento alla letteratura e uno sguardo sarcastico e disinibito sulla realtà del suo tempo. Data anche da quegli anni la sua incoercibile passione per l’alcool, nata nelle lunghe serate e nelle interminabili discussioni con gli amici di Drum con i quali si era creata una comunanza anche di vita oltre che di lavoro. Quello scivolare verso l’eccitazione e poi la stupefazione etilica che a lungo andare tanto pesò sull’esistenza stessa di Lewis, pur senza mai offuscare la luce della sua eccezionale intelligenza, era condivisa da molti dei suoi compagni di lavoro e di vita, alcuni dei quali come lui si portarono anche nell’esilio l’abitudine al bere eccessivo: si pensi a Bloke Modisane, Nat Nakasa e Todd Matshikiza, tanto per ricordare quelli più vicini a Lewis, tutti scomparsi da molti anni. Contribuiva a tutto ciò anche la passione per il jazz e la frequentazione degli ambienti in cui essa nasceva, come pure la consuetudine creata dal magnetico Can Themba nella House of Truth di Sophiatown che ospitava gruppi di amici in lunghissime sedute di discussioni, chiacchiere e allegre bevute in compagnia.

Fu proprio in questo ambiente intellettualmente vivace e di bruciante drammaticità esistenziale – mentre nel paese si consolidava l’orrore dell’apartheid avviata nel 1948 dal governo di Malan, e ogni speranza di cambiamento svaniva a poco a poco dall’orizzonte – che si formò il giovane Lewis, emergendo per le sue spiccate qualità umane e intellettuali. Specchio di quest’epoca è il film Come Back, Africa presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1960 di cui Lewis fu co-sceneggiatore con Bloke Modisane e del quale scrive Annalisa Oboe nelle pagine di questa stessa rivista.

Da Drum, Lewis Nkosi era intanto passato al Golden City Post, che comunque faceva parte dello stesso gruppo editoriale. Il secondo balzo in avanti giunse nel 1960, quando ottenne una borsa di studio per specializzarsi in giornalismo a Harvard: era l’anno del massacro di Sharpeville, pietra miliare nella storia sudafricana e avvio di una sempre più pesante e repressiva imposizione dell’apartheid. Il regime di Pretoria rifiutò il passaporto al giovane scrittore, e sembrò che il progetto di espatrio andasse in fumo: alla fine, però, grazie all’intercessione di un amico egli poté partire per gli Stati Uniti nel 1961, firmando una dichiarazione con cui si impegnava a non rientrare mai più in Sudafrica. Un biglietto di sola andata, che per Lewis Nkosi – come già prima di lui per Peter Abrahams e Alex La Guma e poi per Nat Nakasa, Bloke Modisane, Casey Motsitsi e Todd Matshikiza – significò lunghi decenni o anche un’intera vita di ritorno impossibile.

Così la via dell’esilio, imboccata con spensierata allegria nella prima giovinezza, si rivelò irreversibile e ebbe termine solo dopo il 1991, con la fine dell’apartheid. Lewis Nkosi, e con lui tanti altri intellettuali, artisti e militanti politici sudafricani, lasciarono un paese che li amputava da sé stesso, marcando una crudele soluzione di continuità nelle generazioni che crescevano troncate e avulse dal passato e private di ogni naturale evoluzione delle idee e dei progetti di vita, come pure del necessario feedback della propria cultura d’origine.

Dopo Harvard e gli Stati Uniti vennero gli anni di Londra, le collaborazioni al Guardian, all’Observer (di cui era diventato direttore il vecchio amico Sampson), al New Statesman, allo Spectator, al Times Literary Supplement e anche al New Yorker e al Black Orpheus, e infine la direzione della sezione letteraria del New African. Quegli anni fecero di Lewis Nkosi un intellettuale lucido e maturo, irrobustendo le sue spiccate doti di critico e affinando sempre più quella sua penna agile ed elegante che si era messa in luce nelle pagine di Drum.

Nel 1964 pubblicò i saggi critici di Home and Exile (Patria ed esilio), premiati al primo, celebre Festival delle Arti Negre di Dakar; nel 1965 il testo teatrale The Rhythm of Violence (Il ritmo della violenza), ambientato a Johannesburg. Seguirono altri due volumi di saggistica letteraria, The Transplanted Heart (Il cuore trapiantato), del 1975, e l’importante Tasks and Masks (Maschere e ruoli), del 1981, oltre a una nutrita serie di racconti e scritti per il teatro.

Intanto era passato all’insegnamento universitario, aveva conseguito quel Ph.D. mai completato ad Harvard, ed era stato assunto all’Università di Lusaka, nello Zambia il paese più prossimo al suo Sudafrica, ove stazionava il grosso della leadership in esilio dell’ANC. Nkosi, però, si tenne sempre lontano da qualsiasi esplicita militanza politica, per una scelta ideologica ma anche a causa del suo temperamento irrequieto e insofferente dei vincoli, come pure per quella sua peculiare intelligenza ipercritica e anarchica. Va qui detto che in quegli anni di stretta militanza politica molti critici tendevano a sopravvalutare i meriti civili e ideologici di una certa letteratura, come si diceva allora, “di protesta”, a scapito di una valutazione strettamente letteraria. Ebbene, Lewis non fu mai fra costoro, anche quando sottolineava (come fece in Tasks and Masks) come il problema della letteratura sudafricana consistesse nella impossibilità per gli scrittori neri di attingere alle tradizioni indigene. Va tenuto conto che una simile posizione poteva apparire controrivoluzionaria nel contesto dell’epoca, mentre lo sguardo da lontano di Lewis vedeva chiaramente aldilà dell’immediato e mirava a bilanciare il contesto postcoloniale in modo equilibrato. Allo stesso tempo, in questo stesso libro ma anche altrove, egli ricordava costantemente il ruolo dell’oralità e dell’elemento musicale nella tradizione nera, tracciando utili confronti con la letteratura afroamericana e il jazz.

Nel 1986 Lewis Nkosi pubblicò il suo primo romanzo, Mating Birds, che fu tradotto in italiano nel 1988 con il titolo Sabbie nere nella collana da me diretta “Il lato dell’ombra” delle Edizioni Lavoro di Roma. Fu proprio in occasione delle trattative per l’acquisto del copyright di quest’opera che diventammo amici, complice quella bottiglia di whisky che era immancabile compagna degli incontri di Lewis.

Il romanzo mi era assai piaciuto, per l’originalità del tema e la scrittura elegantissima, ma anche per il modo sapiente in cui era strutturato, e trovò poi un ottimo traduttore in Carlo Corsi, lui stesso scrittore, che si appassionò all’opera. Trattava di un caso di stupro per il quale un giovane nero di nome Sibiya era stato condannato a morte dal tribunale di Durban. La vicenda, interamente immaginaria, era tuttavia tale da costituire un caso tipico del mondo coloniale e postcoloniale, esemplare nel panorama dell’apartheid; tuttavia Lewis aveva deciso di presentarlo con un taglio nuovo, come se fosse il racconto del condannato che si trova a riandare al passato mentre sta nella cella della morte e viene visitato da uno psichiatra svizzero (presumibilmente junghiano) che lo intervista per tracciare uno studio della mentalità africana. I colloqui a due suscitano ricordi e riflessioni che si configurano in un assai ben orchestrato dialogo interno al protagonista. Ne esce un ritratto a tutto tondo delle condizioni di vita di un giovane sudafricano e una analisi durissima della realtà ambigua in cui egli viene a collocarsi, incorniciata da condizioni che fanno di lui un uomo senza scelte e tuttavia un paladino di libertà che si muove sulle nere sabbie del desiderio, consentendo una favola di sarcastica analisi di sé nell’intervallo estremo della coscienza.

La lunga marcia di avvicinamento al teatro del crimine (l’incontro con la donna bianca) è un magistrale raccourci della vita in Sudafrica vista dalla parte del nero, mentre le indimenticabili sequenze del corteggiamento e infine del supposto stupro sono colme di tensione e di eccitazione che si sciolgono in un finale inevitabile, senza che tuttavia si giunga mai a una risoluzione dell’interrogativo: si trattò di stupro, o non fu forse un incontro sessuale in cui i due partner erano entrambi consenzienti? L’interrogativo risulta infine irrilevante, poiché Lewis Nkosi dipinge una condizione umana in cui la violenza appare inevitabile e la realtà dei fatti allucinatoria e ingarbugliata, ambigua, indefinibile, pur mentre il condannato a morte appare lucidissimo nel suo resoconto fattuale. Il romanzo è una grande narrazione sudafricana nutrita dei dibattiti degli anni incandescenti della prima postcolonia, con memorie di analisi fanoniane mescolate e ricollocate all’interno di una tragica ironia esistenziale. Il giovane sarà giustiziato per aver commesso un fatto di cui non ha colpa né responsabilità, pur essendo nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Il rapporto sessuale c’è stato, ma viene presentato in modo diverso e opposto a seconda di chi lo descrive: come un desiderato incontro di due giovani consenzienti, oppure come una violenza nefanda del maschio nero sulla donna bianca e bionda. Sibiya viene infine immolato perché non si vuole affrontare la realtà che egli rappresenta, ossia l’enigma e l’irruenza del desiderio.

Si è ritenuto utile indugiare su questo romanzo perché esso è evidentemente collegato al testo teatrale tradotto per la prima volta in italiano da Antonio Dalla Libera per le pagine di questa rivista, The Black Psychiatrist (trad. it. Lo psichiatra nero). Quest’ultima opera, datata 2001, è stata scritta vent’anni dopo Sabbie nere e dieci anni dopo l’inizio dello smantellamento dell’apartheid nel cui quadro si sviluppava la vicenda del romanzo. Nkosi presenta ancora un dialogo a due interlocutori, uno dei quali è uno psichiatra: però qui lo psichiatra è nero e sudafricano, ed è lui stesso il protagonista del fatto intorno a cui si annoda la trama: ossia il rapporto sessuale fra un uomo nero e una donna bianca. Solo che qui la donna impersona il tribunale, per così dire, e si presenta nello studio dello psichiatra in Harley Street a Londra (quartiere dove i medici di alto livello ricevono i pazienti) sbattendogli in faccia una serie di accuse e rimproverandogli una sua supposta “cattiva” condotta passata. Lo psichiatra inizialmente tiene testa all’attacco e pretende di non sapere nulla di ciò che gli viene imputato, poi a poco a poco crolla e ammette di essere andato a letto con una ragazza bianca e di averla abbandonata per paura del padre di lei. Inoltre, riconosce di essere responsabile di cattiva condotta durante dei viaggi all’estero in qualità di militante ANC.

Qui il nero viene ancora una volta posto sul banco degli accusati, mentre l’asse portante dell’operazione discriminatoria nei suoi confronti sono pur sempre la razza e il sesso calati in un contesto coloniale/postcoloniale. Nkosi, insomma, insiste su un medesimo tema, anche se sposta gli elementi come in una partita a scacchi dove lo scopo rimane sempre lo scacco al re. Se ne deduce che per lo scrittore la psiche nera permane sotto accusa e sotto assedio, nonostante la fine apparente dei colonialismi e anche dell’apartheid. Come direbbe Frantz Fanon, il gioco della pelle nera e delle maschere bianche è ancora aperto, e il tema della follia sta in agguato alla soglia dell’esperienza, perché la realtà è ambigua e allucinatoria e la psiche del colonizzato vacilla tuttora sotto i colpi miranti a distruggere la sessualità del nero.

Lewis Nkosi è stato più volte accusato di essere un maschilista, e certe sue posizioni sembrerebbero convalidare tale ipotesi. Bisogna tuttavia tenere presente che Nkosi aveva l’abitudine di adottare la modalità del paradosso per affrontare le questioni che gli interessavano, e i suoi personaggi non vanno necessariamente identificati con le sue posizioni personali. Nkosi usava il paradosso per far esplodere le contraddizioni. Ricordo che una volta, nel corso di un convegno di studi postcoloniali in cui scoppiò un furioso diverbio intorno alla lingua – Ngugi wa Thiong’o aveva asserito che gli africani dovevano usare le proprie lingue africane anziché quelle coloniali, mentre Soyinka affermava di avere il diritto di usare la lingua che voleva lui, fosse pure l’inglese –, Lewis Nkosi si impossessò del microfono e prese la parola esprimendosi in un idioma che lasciò stupefatti, perché nessuno capiva cosa stesse dicendo. A un certo punto serpeggiò la spiegazione, e scoppiò una risata irrefrenabile che servì anche a scaricare le tensioni, ma soprattutto a illustrare il paradosso celato dietro la discussione: se ognuno dei presenti avesse parlato la propria lingua africana, non ci sarebbe stato verso di comprendersi. Infatti Lewis aveva parlato in zulu.

Quando Lewis Nkosi si stancò di vivere a Lusaka, decise di ritornare in Europa e si stabilì a Varsavia, da dove infine si trasferì a Basilea e qui visse per molti anni con Astrid Starck-Adler, che lo ricorda insieme a noi in queste pagine. Ma non rimase mai stabile in nessuno di questi luoghi, e neppure riuscì più a ritrovare un ubi consistam in Sudafrica anche se comunque dopo il 1991 vi ritornava per lunghi periodi. Ormai era troppo sradicato e giramondo per rimanere in un solo luogo, e il suo treno di vita era inevitabilmente quello di un inveterato bohémien.

Va ricordato che Lewis Nkosi produsse anche un buon numero di racconti brevi, seguendo così la scia degli autori di Drum che prediligevano questa forma narrativa e ne fecero la bandiera della rivista. Scrisse anche della poesia, ma saltuariamente e quasi per inciso. Una scelta delle sue composizioni compare in queste pagine di Africa e Mediterraneo, ancora nella traduzione di Antonio Dalla Libera.

Negli anni più recenti riprese a scrivere romanzi. Nel 2002 pubblicò Underground People (In clandestinità), una sorta di thriller sullo sfondo della guerriglia; nel 2006, Mandela’s Ego (L’ego di Mandela), che narra la vicenda di un sudafricano nero che si scoprì improvvisamente impotente quando Mandela fu arrestato, riacquistando la gioia dell’erezione ventisette anni più tardi, quando il medesimo Mandela uscì dal carcere. Nessuno dei due libri si avvicina neppure lontanamente a Sabbie nere per ricchezza di riflessione e capacità evocativa, anche se l’ultimo di essi può vantare di aver affrontato l’icona dell’eroe con un’ironia corrosiva e quasi grottesca. La risposta del pubblico, del resto, conferma questa valutazione, anche se Lewis Nkosi ha sempre saputo attirare l’attenzione dei lettori per l’intelligenza dei suoi assunti e le alte qualità stilistiche.

Con lui scompare una delle figure più importanti e significative della storia letteraria sudafricana, una personalità originalissima e attraente, un uomo di grandi talenti e sensibilità critica ed artistica che risolse sempre con la battuta pungente e l’ironia sprezzante la pena e la sofferenza del suo vivere negli interstizi di un mondo che si ostinava a volerlo espellere da sé. Che la terra ti sia leggera, Lewis, la tua terra sudafricana ove ti sei infine fermato.

a f r i c a e m e d i t e r r a n e o . i t
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