01 settembre 2021

Territori di confine e migrazione: 8 residenze artistiche per esplorarne i legami

Sono territori di confine, toccati dai flussi migratori che confluiscono verso l’Europa. È da questo particolare aspetto che partono 16 artisti in residenza selezionati per lavorare in 8 comuni sui temi della migrazione e dell’integrazione in Bulgaria, Slovenia, Austria, a Cipro, in Ungheria, Romania, Grecia e Italia. Tra la primavera e l’autunno del 2021, si stanno svolgendo queste residenze artistiche negli otto territori coinvolti nel progetto Clarinet.

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Residenza artistica a Črnomelj, Slovenia

Il progetto Clarinet è infatti entrata nella sua fase finale: è arrivato il momento di mettere in pratica le buone pratiche scambiate e condivise dall’inizio del progetto, in particolare attraverso il Premio Clarinet rivolto agli Enti Locali Europei per Campagne Di Comunicazione su Migrazione e Integrazione e il Manuale di Storytelling positivo sulla migrazione per enti locali. Dopo aver concluso percorsi di formazione specifici sulla comunicazione della migrazione, gli enti locali partner, in collaborazione con organizzazioni della società civile locali, hanno identificato le problematiche prioritarie e sviluppato un piano di azione su questi temi. La prima tappa di questo piano consiste nella realizzazione di una residenza artistica in loco, a partire dalla quale si costruirà una campagna di comunicazione locale.

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L’artista Ifigenia Papageorgiou in residenza a Limassol, Cipro

Le residenze artistiche sono coordinate da BJCEM – Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée che, grazie alla sua expertise nel settore, guida i partner attraverso le diverse tappe del processo, dalla scelta degli artisti alla realizzazione di eventi con la comunità. I progetti artistici sono tanto diversi quanto lo sono i territori europei coinvolti, e le discipline spaziano dalla scultura alla pittura, dalla fotografia al film-making, dal graffito al ricamo.

IphigeniaP_2Molti hanno scelto di occupare fisicamente lo spazio pubblico con opere d’arte che lasceranno una traccia permanente. Per esempio, sia la città di Burgas in Bulgaria che il comune di Črnomelj in Slovenia hanno sviluppato un concetto di panchina pubblica capace di accogliere chi passa e raccontandogli qualcosa sui migranti che vivono, hanno vissuto o attraversato il loro luogo di vita. Nel comune di Limassol a Cipro è stato realizzato un murales usando tecniche miste su un muro del paese. Al centro del progetto artistico c’è sempre un legame forte e concreto con la storia del territorio. Così a Burgas, le opere testimoniano della presenza di stranieri lungo i secoli nella città in quanto porto commerciale. Nella provincia di Baranya in Ungheria, la residenza si articola attorno alla presenza di un’importante comunità Rom, parte integrante della popolazione. A Traiskirchen in Austria, hanno collaborato un artista afghano, rifugiato nel paese, e un artista austriaco, lavorando insieme sulla storia personale del primo. In Romania, i due artisti si sono interfacciati con mediatori interculturali e migranti provenienti dalla Siria per sviluppare opere visive che li rappresentino appieno. A Lampedusa invece, lo scultore Guglielmo Vecchietti Massacci realizzerà una scultura dedicata a tutti i migranti che attraversano il Mediterraneo per trovare la libertà.

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Nemat e suo figlio Hikmat nel progetto “Blackbox inverted” con Victor Jaschke in residenza a Traiskirchen, Austria

Si possono trovare informazioni dettagliate su ogni residenza artistica sulla pagina dedicata del sito di Clarinet, aggiornata regolarmente.

Nei prossimi mesi, saranno realizzate campagne di comunicazione locali su migrazione e integrazione in ognuno di questi territori, basate sulle riflessioni aperte nell’ambito delle residenze artistiche e utilizzando le opere d’arte prodotte.

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Victoria Ghilas e Constantin Rusu in residenza a Constanta, Romania

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17 giugno 2021

Richard Mosse, fotografo dell’invisibile

Di Sandra Federici

Sono ricominciati gli eventi al MAST, museo privato diventato ormai fondamentale per la vita culturale della città di Bologna.
L’occasione è la mostra Displaced di Richard Mosse, autore irlandese già presente nella collezione del museo con alcune foto, intorno alle quali la Fondazione MAST ha costruito, con una grande intuizione, la prima mostra antologica mai dedicata a questo autore, affidandola alla curatela di Urs Stahel.

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Fotografo quarantenne formatosi con studi in Letteratura inglese e Cultural studies, ha iniziato la sua attività di fotografo in Palestina, Iraq e al confine tra Messico e USA (e anche questi Early works sono presentati in mostra). La sua notorietà è cresciuta notevolmente con il lavoro svolto fra il 2010 e il 2015 durante le guerre nella Repubblica Democratica del Congo, da cui deriva la serie Infra, già presentata alla Biennale di Venezia del 2013 e di cui come Africa e Mediterraneo abbiamo parlato (n.78, anno 2013), tanto che il giovane fotografo ci regalò una iconica foto per la copertina.

aem_78Anche la videoinstallazione The Enclave racconta queste zone del Congo, mostrando su diversi schermi non sincronizzati persone in festa, bambini curiosi e giovani armati fino ai denti filmati durante un momento di festa comunitaria.

Fin dal principio della sua ricerca, l’artista ha lavorato sul tema della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare e intendere la realtà. I luoghi devastati dalla guerra sono fotografati e filmati con l’utilizzo di tecnologie di derivazione militare, che stravolgono la rappresentazione fotografica, creando immagini che colpiscono per la loro estetica, ma al contempo suscitano una riflessione. Con l’utilizzo della pellicola Kodak Aerochrome, che registra la clorofilla presente nella vegetazione, si crea una colorazione rosa-fucsia con effetto surreale e che ha reso da subito estremamente riconoscibile il lavoro di Mosse.

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L’esposizione, visitabile gratuitamente su prenotazione fino al 19 settembre 2021, è arricchita da alcune conferenze sui temi trattati: “migrazione, conflitto e cambiamento climatico”. Stefano Allovio, docente di Antropologia culturale all’Università Statale di Milano, nel suo talk del 27 maggio, con il quale il MAST ha ricominciato gli eventi in presenza, ha ripercorso la storia del Congo-Zaire. Si è soffermato in particolare sulla disgregazione socio-politico-amministrativa degli anni Novanta, in cui si possono individuare le principali cause dei conflitti su cui ha lavorato Mosse, ora divenuti endemici. Attraverso il racconto di alcune esperienze vissute personalmente durante i suoi “terreni di ricerca” in questi difficili luoghi, ha completato il discorso sottolineando la capacità di resilienza della popolazione congolese, la creatività sociale ed economica da lui sempre osservata nella sua ricerca.

Nella mostra, il cui allestimento è stato seguito dall’autore, le fotografie di grande formato e i video generano un percorso unico in termini di impatto visivo e sonoro, capace di rovesciare il modo in cui rappresentiamo e percepiamo la realtà. In particolare, i 16 video dell’installazione Moria (Grid), girati con termografia ad infrarosso, rivelano i particolari della vita nel tristemente famoso campo profughi sull’isola greca di Lesbo.

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Notevole anche la videoinstallazione Incoming, realizzata con l’uso della termocamera, che dà un segno scuro tanto più l’oggetto filmato emette calore. Anche quest’opera è incentrata sulla questione migratoria, presentandoci da una parte le meticolose operazioni di partenza di un aereo caccia militare in Siria, in cui la perfetta organizzazione, la tecnologia e la collaborazione tra gli uomini sono messi in campo per fare partire uno strumento di morte, e dall’altra le “consuete” immagini degli sbarchi di migranti. Queste scene viste decine di volte, rappresentate con questo accostamento e con questa tecnica diventano sorprendentemente inedite ed emozionanti, quasi ipnotiche.

Si vede qui un’immagine che a mio parere è il cuore della mostra. Scorrono le immagini lente delle varie operazioni di sbarco e accoglienza di naufraghi. Una persona è sdraiata, immobile, evidentemente stremata. Un’altra persona, forse un soccorritore, le friziona la schiena coperta da un lenzuolo, per scaldarla: la telecamera registra il calore della mano, scuro, sul lenzuolo bianco. Ecco, Mosse filma e ci presenta l’invisibile, quello che non potremmo vedere a occhio nudo o con strumenti normali: l’universale e il concreto del calore di una mano che sta dando aiuto.

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25 maggio 2021

Kubuni, l’Africa a fumetti a Angoulême

Dopo le grandi mostre panafricane À l’ombre du Baobab (Angoulême 2001), Matite Africane (Bologna, Accademia di Belle arti 2002), Bulles d’Afriques (Bruxelles, Centre Belge de la Bande dessinée 2003) e Africacomics (New York, The Studio Museum in Harlem 2006), che hanno necessariamente “costruito” un canone del fumetto africano che allora era ancora molto poco conosciuto, si sentiva evidentemente il bisogno di inserire questa forma espressiva nella stagione Africa 2020 del Governo francese ancora attraverso una mostra “panafricanista”. Kubuni, organizzata con la collaborazione del BililiBD Festival di Brazzaville (Congo), coinvolge oltre 50 artiste e artisti chiamati a rappresentare il fumetto storico e contemporaneo dell’Africa subsahariana ed è in corso fino al 26 settembre 2021 alla Cité Internationale de la Bande Dessiné et de l’Image di Angoulême.

KubuniKubuni significa “creazione immaginaria” in swahili. La mostra ha l’ambizione di offrire un riassunto della storia del fumetto nell’Africa nera dalle origini, partendo da precursori dell’inizio del XX secolo, passando all’influenza della colonizzazione, fino all’attuale creazione di fumetti sempre più diversi e stilisticamente sfaccettati.

“Entrando nel 21° secolo, il fumetto africano si sta diversificando e stanno emergendo molti generi e talenti, in Congo, Costa d’Avorio, Camerun e Benin. C’è un interesse crescente, sia da parte del mondo del fumetto in Occidente, ma anche dei lettori che sono sempre più interessati a queste produzioni che purtroppo non sono ancora sufficientemente diffuse”, dice Jean-Philippe Martin, uno dei curatori della mostra, già curatore dell’esposizione Afropolitan Comics.

Le opere esposte provengono da quasi cinquanta Paesi dell’Africa subsahariana, con una forte prevalenza del Camerun e molte assenze eccellenti (Masioni, Pahé, TT Fons), un po’ inspiegabili vista l’ambizione curatoriale dichiarata nella comunicazione. Sono state concepite e realizzate da più di cinquanta autori e autrici residenti o della diaspora e distribuite in Occidente e nel continente africano, attraverso album, giornali e applicazioni per smartphone.

Attraverso una molteplicità di realizzazioni che riflettono diversi volti dell’Africa, la mostra vuole mostrare una visione plurale del continente, come evidenziato dalla “s” apposta su “Afrique.s”, dove le influenze della “Linea chiara”, dei fumetti supereroistici e dei manga, con le quali il fumetto è entrato nel continente, danno luogo a creazioni totalmente originali, come l’Afrofuturismo, un’estetica che mescola la fantascienza e la rivendicazione del patrimonio nero.

99145214414c597e5d84ff97f18ea3d0Ritroviamo alcuni dei collaboratori al progetto europeo RIME (a cui partecipa coop. Lai-momo), lo sceneggiatore Christophe Ngalle Edimo e i fumettisti Hamed Prislay Koutawa (KHP), Adjim Danngar, Al’Mata Mamengi, Roger N’Guessan Koffi

Artisti in mostra:

Marguerite Abouet (Côte d’Ivoire), Barly Baruti (République Démocratique du Congo), Serge Diantantu (République Démocratique du Congo), Reine Dibussi (Cameroun), Tayo Fatunla (Nigeria), Christophe Ngalle Edimo (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Didier Kassaï (Centrafrique), Adjim Danngar (Tchad), Koffi R. N’Guessan (Côte d’Ivoire), Liyoso Mkize (Afrique du Sud), Bill Masuku (Zimbabwe), Karamba Dramé (Sénégal), Zineb Benjelloun (Maroc), Sultan Ibrahim Njoya (Cameroun), Bernard Dufossé (France), Tche Gourgel (Angola), Constantin Adja (Bénin),Damien Hertor Sonon (Bénin), Chemola (Cameroun), Gaspard Njock (Cameroun), Joelle Esso (Cameroun / Bénin), Simon Pierre Mbumbo (Cameroun / France), Massengo Rhys (Congo Brazzaville), KHP – Koutawa Hamed Prislay (Congo / Brazzaville), Jussie Nsana (Congo Brazzaville), Valery Badik’art (Congo Brazzaville), Ramon Essono (Guinée équatoriale) POV-William Rasoanaivo (Madagascar), Idah Razafindrakoto (Madagascar), Dwa (Madagascar), MADA – DIDIER Randriamanantena (Madagascar), Massire Tounkara (Mali), Alix Fuilu (République Démocratique du Congo), Yann Kumbozi (République démocratique du Congo), Jérémie Nsingi (République Démocratique du Congo), AL’MATA- Alain Mata Mamengi (République Démocratique du Congo / France), Mawuto Assem Paulin (Togo), Adrien K (Togo), Daniel et James Clarke (Afrique du Sud), Hugues Bertrand Biboum (Cameroun), Elyon’s (Cameroun), Olivier Madiba (Cameroun), Otili Bengol (Cameroun), Pam Chan (Cameroun), Cédric Minlo (Cameroun), Maître Show (Cameroun), Nathanael Ejob (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Christian N’zellat (Congo Brazzaville), Kiyindou Yamakasi (Congo Brazzaville / Nigéria), Eyram (Ghana), Comfort Arthur (Ghana), Salim Busur (Kenya), Issaka Galadima (Niger / France), Jide Martins (Nigeria), Ziki Nelson (Nigéria / UK), Juni BA (Sénégal), Tinodiwa Zambe Makoni (Zimbabwe)

http://www.citebd.org/spip.php?article10732

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05 maggio 2021

Black to the Future. Arte contemporanea e pratiche creative dell’abbigliamento in Africa e nella Diaspora. È aperta la nuova call for papers di Africa e Mediterraneo

Africa e Mediterraneo lancia la call for papers per il secondo dossier dell’anno, il n. 95/2021, che sarà curato da Paul-Henri S. Assako Assako, Ivan Bargna, Giovanna Parodi da Passano, Gabi Scardi e partirà dalla constatazione che gli artisti e le artiste che lavorano sulle trasformazioni materiali e simboliche del corpo che passano dalle pratiche dell’abbigliamento possono offrire uno sguardo significativo sulle mutazioni in atto in Africa e nella Diaspora. L’abbigliamento, attraverso il gioco delle composizioni e delle scomposizioni, degli accostamenti e dei contrasti, delle novità e dei ritorni, consente di prefigurare e sperimentare nuovi e diversi stili di vita in un contesto di crescente mobilità e precarietà. Gli artisti e le artiste possono quindi essere visti/e come dei “mediatori culturali” che condensano nelle loro opere, in modo immaginativo e critico, modi di vita e sensibilità culturali più diffuse. L’abito è spesso proiezione del desiderio, sperimentazione di sé possibili e impossibili, parte di una sceneggiatura di vita: travestimenti e mascheramenti che seguono la temporalità effimera della moda o che cercano di immaginarsi un futuro, tagliando con il passato o riprendendolo sotto altre vesti.

Defustel Ndjoko, photo: Africa e Mediterraneo

Le pratiche dell’abbigliamento nell’arte contemporanea, nelle mode e nelle estetiche del quotidiano sono spazi in cui si acquisisce visibilità, si negozia e ci si impone, rimodellando le forme del proprio corpo e del proprio campo d’azione. Rivendicato o subito, l’abbigliamento è luogo e strumento di orgoglio identitario, di discriminazione ed esclusione sociale, di scambi, appropriazioni e attraversamenti di confini.
Gli artisti contemporanei sono attivamente impegnati su questo terreno sperimentando nuovi modi di “performare” corpi individuali e collettivi e modelli di relazione alternativi.

A partire da queste premesse invitiamo artisti/e, fotografi/e, designer, stilisti/e, creatori/rici di moda, attivisti/e e studiosi/e a partecipare con testi e contributi visuali che raccontino le proprie esperienze, attività professionali e ricerche.

Tra i temi di riflessione che suggeriamo:

  • Estetiche quotidiane dell’abbigliamento in Africa e nella diaspora.
  • Abbigliamento come luogo e strumento di trasformazione del corpo, come luogo della memoria, del desiderio, della sperimentazione e invenzione di sé.
  • Abbigliamento come luogo di costruzione e decostruzione di identità individuali, culturali, “razziali” e di genere.
  • Africa contemporanea e guardaroba coloniale: artisti/e, stilisti/e e che scavano e attingono a storie famigliari, comunitarie e nazionali le cui immagini raccontano di pratiche del corpo e dell’abbigliamento che sono il segno della subordinazione, dell’assimilazione, ma anche del dissenso e dell’emancipazione delle generazioni precedenti.
  • Abbigliamento come presa di posizione politica.
  • Abbigliamento come violenza subita e come pratica di resistenza.
  • I modi attraverso i quali il movimento Black Lives Matter ha riportato i corpi razzializzati sulla scena pubblica agendo anche sulle pratiche di abbigliamento.
  • Reinvenzione della tradizione nel rimodellamento delle eredità culturali locali e dentro i flussi della globalizzazione, fra nostalgia, usi ironici e disincantati del passato e proiezioni nel futuro.
  • Arte e moda come campo di incontri e scontri, scambi e appropriazioni.

I/le curatori/rici

Paul-Henri Souvenir Assako Assako – Ph.D, docente senior, capo della sezione di storia dell’arte e belle arti presso l’Università di Yaoundé I in Camerun e direttore della Libre Academie des Beaux-arts (LABA) di Douala, lavora con esperti di Monaco dal 2010 per esplorare le possibilità di attività culturali e cooperazione artistica, grazie al sostegno del Goethe-Institut di Yaoundé, dal Ministero degli Esteri italiano e dall’olandese Mondriaan Stichting. La sua ricerca accademica è focalizzata sulla trasformazione dell’arte visiva nel XX secolo in Africa. Le sue ricerche prendono la forma di scrittura, curatela di esposizioni e incontri organizzati con diversi partner tra cui l’ONG italiana COE, the Goethe-Institut, Doual’art, Enough Room for Space.

Ivan Bargna – È professore ordinario all’università di Milano-Bicocca dove insegna Antropologia estetica e Antropologia de media. È presidente del corso di laurea in Scienze antropologiche ed Etnologiche, direttore del corso di perfezionamento in Antropologia museale e dell’arte e docente di Antropologia culturale all’università Bocconi. Dal 2001 conduce le sue ricerche etnografiche in Camerun dove si occupa di pratiche artistiche e cultura visuale. Collabora con artisti e curatori d’arte contemporanea nella realizzazione di progetti interdisciplinari basati sulla pratica etnografica. È membro del comitato scientifico del Museo delle Culture di Milano e curatore di mostre.

Giovanna Parodi da Passano – È docente di Antropologia africanista nel corso di laurea magistrale in “Scienze Storiche” del DAFIST, Università di Genova. Africanista di formazione, ha condotto le sue ricerche etnografiche prevalentemente in Africa occidentale, nelle aree culturali akan e yoruba. La sua attuale ricerca si concentra sulle pratiche creative dell’abbigliamento e sugli artisti contemporanei in Africa e nelle diaspore africane che utilizzano i tessuti e la costruzione e decostruzione del corpo vestito. Su questi temi ha curato mostre, partecipato a convegni internazionali e pubblicato studi, tra cui African Power Dressing (2015, a cura di).

Gabi Scardi – È storica dell’arte, curatrice di arte contemporanea e docente.
La sua ricerca si focalizza sulle ultime tendenze artistiche e sulle relazioni tra arte e ambiti limitrofi legati all’abitare e al coabitare, alle dinamiche urbane e interculturali. Si interessa di politiche culturali. Ha curato, tra l’altro, numerosi progetti pubblici. Ha lavorato con musei e istituzioni in Italia e all’estero. Tra le mostre sulla relazione tra arte e abito: miAbito (Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita Morgantin, Wurmkos), Milano 2018-19; Emilio Fantin, Ultrapelle, Farmacia Wurmkos, Milano 2018; Fashion as Social Energy, Palazzo Morando, Milano 2015; Aware: Art Fashion Identity, GSK Contemporary, Royal Academy, Londra 2010.

Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **15 luglio 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dai/le curatori/rici. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **15 ottobre 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer review anonima. Gli articoli e le proposte potranno essere nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese, ma avranno la priorità quelli in inglese e francese.

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:

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15 marzo 2021

Patrick-Joël Tatcheda Yonkeu – Le temps de la mue

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Dal 20 febbraio al 30 aprile 2021 presso gli spazi della OH Gallery, a Dakar, sarà esposta Le temps de la mue, prima mostra personale dell’artista camerunense Patrick-Joël Tatcheda Yonkeu.

 

Yonkeu nasce a Douala nel 1985 e resta in Camerun fino a che, dopo una formazione scientifica al college e un paio di esperienze all’università, decide di dedicarsi all’arte e si trasferisce a Bologna. Qui si iscrive all’Accademia di Belle Arti, si laurea in pittura e infine ottiene un master’s degree in Arti Visive con una tesi sullo Zen nell’arte. Dopo aver completato gli studi comincia la sua esperienza artistica tra l’Africa e l’Italia, collaborando con numerose associazioni e scuole e partecipando a diverse mostre ed esperienze collettive. È l’iniziatore e animatore del Black History Month-Bologna, quest’anno alla sua seconda edizione, in collegamento con il più “antico” BHM-Firenze, fondato dall’artista e insegnante afroamericano Justin Randolph Thompson.

OHGALLERY_LeTempsDeLaMue_6Le temps de la mue, letteramente “Il tempo della muta”, è composto da opere realizzate principalmente su carta nel corso degli ultimi dieci anni. Arriva quindi alla fine di un percorso personale dell’artista camerunense, che si chiude lasciando spazio a una nuova forma e a un nuovo capitolo, come quando gli animali mutano pelle per evolversi e passare allo stadio successivo della propria esistenza.

Al livello personale, però, Yonkeu lega anche una riflessione più collettiva, un pensiero sul posto dell’essere umano nella storia e nel mondo, in relazione ai suoi simili ma anche al pianeta sul quale cammina. La muta è infatti un momento di ripensamento complessivo, di riflessione sul tempo che passa e sui cambiamenti ancora da venire. E il lavoro di Yonkeu è fortemente influenzato dalle sue ricerche e dal suo interesse nella mitologia, nella storia e nelle modalità con le quali l’essere umano si è percepito durante il suo viaggio, modalità che fondano la nostra consapevolezza attuale: nelle sue stesse parole, quella “conoscenza essenziale che ancora oggi permea il mondo”. Le opere di Le temps de la mue vogliono essere un processo di riscoperta di un senso morale più giusto e più adatto ai nostri tempi, che ci consenta di interagire con gli altri esseri umani imparando dagli errori del passato. Come recita un proverbio africano citato dallo stesso autore, “Se, passeggiando nella foresta, ripassi sempre intorno allo stesso albero diverse volte, qualcosa è andato storto, ti sarai perso”.

OHGALLERY_LeTempsDeLaMue_7L’abbandono di una prospettiva monocentrica in favore di una multilaterale è fondamentale in questo percorso di rifondazione etica. Per questo la creazione delle opere di Yonkeu è fortemente ritualizzata: l’artista non presta attenzione tanto al risultato finale quanto al processo necessario per raggiungerlo, performando un rito che lo porta ad abbandonare la consapevolezza di sé, alla dissoluzione dell’ego nell’atto creativo. Al tempo stesso, però, l’utilizzo della carta come superficie e di pigmenti e olii naturali, in richiamo alle tradizioni del proprio Paese natìo, impongono a Yonkeu dei tempi di asciugatura e di completamento dell’opera estremamente lunghi, che rendono le tele di Le temps de la mue sono così vive e vibranti.

E proprio la scelta di tecniche e materiali evidenzia un altro aspetto della produzione dell’artista. Le tradizioni espressive camerunensi e africane in genere si radicano nella consapevolezza animista, condivisa in questo con il Buddhismo asiatico, che l’essere umano sia calato al pari delle altre creature in un mondo che non è sfondo passivo delle sue azioni, ma coprotagonista attivo di tutto quanto succede sulla Terra. Le filosofie occidentali e monoteiste, invece, che sia per conquista o per diritto divino, vedono l’uomo come fulcro del creato e sua espressione apicale. È un altro risvolto dell’abbandono della prospettiva unica in favore di una più sfaccettata, che comprenda la complessità dei sistemi in cui ci muoviamo, siano essi antropici e sociali oppure naturali.

 

Per informazioni:

https://www.ohgallery.net/

https://bhmbo.it/home 

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05 agosto 2020

L’arte digitalizzata. I fumetti africani in una mostra virtuale

Realizzare una mostra virtuale non è un processo semplice: le scelte progettuali devono scaturire da un’analisi attenta delle modalità espressive, dell’architettura e dei linguaggi in modo da creare percorsi narrativi accessibili ai diversi gruppi di utenti. Una mostra virtuale consiste in un ipertesto multimediale pubblicato sul web, in cui gli oggetti digitali sono collegati fra loro da nessi evidenti e resi fruibili attraverso le potenzialità offerte dalla tecnologia. Sempre più frequentemente i soggetti culturali ricorrono a questo tipo di forme espositive, che escono dai parametri spazio/temporali reali per collocarsi all’interno di piattaforme web. È il caso della Afropolitan Comics, una mostra virtuale che presenta caratteristiche originali ed inedite, e che fa parte del programma del National Arts Festival che si è svolto online dal 25 giugno al 5 luglio. La mostra, ancora visitabile sul sito, presenta il lavoro dei principali artisti di tutto il continente africano, e ruota intorno a tre temi principali: “Autobiografia”, “Eroi e storia” e “Folklore e il futuro”; e conterrà le opere dei maggiori artisti di fumetto, tra i quali gli artisti sudafricani Loyiso Mkize (che ha disegnato il poster della mostra) e Luke Molver, l’artista nigeriano Tayo Fatunla e l’artista camerunese Rene Dibussi.

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Concepita all’interno dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, quest’esperienza multimediale innovativa è stata realizzata dal The French Institute of South Africa (IFAS) in partneriato con Cité internationale de la Bande Dessinée et de l’image. La parte relativa ai fumetti sudafricani è stata curata da Tara Weber, curatrice della Johannesburg Art Gallery e dal fumettista Raymond Whitcher, mentre la parte dedicata ai fumetti degli altri paesi del continente è stata gestita dal consulente scientifico della Cité Jean-Philippe Martin e dalla fumettista e regista Joelle Epèe Mandengue. Il progetto creativo e digitale è stato sviluppato dallo studio Cher Ami.

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L’insieme delle percezioni sensoriali ed emotive provocate dalla partecipazione a una mostra “fisica” non potrà mai essere sostituito da un’alternativa sul web, tuttavia l’esperienza virtuale può essere un’opportunità di apprendimento e arricchimento della conoscenza, in particolare se si è fruitori attivi della proposta espositiva. Queste esperienze realizzate con linguaggi informatici stanno assumendo sempre più una rilevanza istituzionale: musei, archivi, biblioteche e istituzioni culturali vi fanno ricorso. Anche Africa e Mediterraneo in collaborazione con Lai-momo ha realizzato una grande collezione di fumetti, disegni e illustrazioni di autori africani che, dopo un lungo e scrupoloso lavoro di catalogazione, è stata digitalizzata e resa disponibile online per appassionati e addetti ai lavori sul sito http://www.africacomics.net/.
Queste esperienze vanno considerate perciò come un’importante attività creativa da sostenere per la crescita futura: le opere digitalizzate possono diventare protagoniste del discorso culturale.

Per maggiori informazioni sulla mostra: http://www.ifas.org.za/

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06 giugno 2019

La 58esima Biennale di Venezia 2019: May You Live in Interesting Times. Anche quest’anno l’Africa segna la sua presenza

Di Mary Angela Schroth

È stata inaugurata l’11 maggio la più importante manifestazione d’arte contemporanea al mondo: la Biennale, con un’esposizione internazionale di oltre 70 artisti curata da Ralph Rugoff, e con 87 padiglioni nazionali che vedono per la prima volta la partecipazione di Paesi come la Repubblica Dominicana, il Ghana, il Madagascar e la Malesia.

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(Biennale Arte 2019 – Ghana)

Il nuovo direttore del LACMA (Los Angeles County Museum of Art) Hamza Walker è il presidente della giuria. Come negli anni precedenti, la diaspora africana (che include anche gli afroamericani) è presente in diversi progetti, ed è incoraggiante vedere il ritorno di padiglioni nazionali di Egitto, Zimbabwe, Sudafrica, Costa D’Avorio, Mozambico. Jimmie Durham ha vinto il Leone d’oro alla carriera, mentre Arthur Jafa ha vinto come miglior artista e Haris Epaminonda come migliore giovane artista, invece la Lituania ha vinto come migliore padiglione nazionale.

Alcuni miei preferiti:

> USA: Liberty / Libertà con lo scultore afroamericano Martin Puryear, uno degli artisti più importanti degli Stati Uniti, estremamente significativo per un’interpretazione personale di oggetti monumentali che collegano la storia con la contemporaneità.

> France: Deep See Blue Surrounding You di Laure Prouvost, che ha realizzato un interessante progetto cinematografico e un’installazione, rappresentando un mondo sotterraneo fluido e globalizzato.

Laure Prouvost, Pavilion of France
(Laure Prouvost, Biennale Arte 2019 – France)

> Ghana: Ghana Freedom mostra alcune delle migliori opere d’arte attuali, in particolare il regista John Akomfrah, lo scultore El Anatsui, e la pittrica Lynette Yiadom-Boakye in uno splendido padiglione progettato da Sir David Adjaye. Questa opera non riguarda solo il Ghana come Paese, ma offre un messaggio artistico universale.

> Filippine: la scultura interattiva Island Weather di Mark Justiniani, che consente al pubblico di sperimentare il clima, la geografia (con le sue migliaia di isole!), la storia sociale e coloniale.

> Madagascar: l’artista Joël Andrianomearisoa infonde la modernità del quadrato nero con una sconfinata nostalgia nell’opera I have forgotten the night.

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(Martin Puryear, Biennale Arte 2019 – USA)

L’esposizione internazionale May You Live in Interesting Times, curata da Rugoff, “include opere d’arte che riflettono sugli aspetti precari della nostra esistenza attuale, fra i quali le molte minacce alle tradizioni fondanti, alle istituzioni e alle relazioni dell’“ordine postbellico”. Riconosciamo però fin da subito che l’arte non esercita le sue forze nell’ambito della politica. Per esempio, l’arte non può fermare l’avanzata dei movimenti nazionalisti e dei governi autoritari, né può alleviare il tragico destino dei migranti forzati in tutto il pianeta (il cui numero ora corrisponde a quasi l’un percento dell’intera popolazione mondiale). In modo indiretto, tuttavia, forse l’arte può offrire una guida che ci aiuti a vivere e pensare in questi ‘tempi interessanti’.” (R. Rugoff, comunicato stampa)

Le sue scelte che riguardano l’Africa e la sua diaspora, e che comprendono alcuni degli artisti più importanti sulla scena mondiale, che espongono per la prima volta alla Biennale: Michael Armitrage (Kenya), Frida Arupabo (Norvegia), Njideka Akunyili Crosby (Nigeria), Julie Mehretu (Etiopia), Zanele Muholi (Sudafrica), Nkanga Otobong (Nigeria), Henry Taylor (Los Angeles), Stan Douglas (Vancouver), Kemang Wa Lehulere (Sudafrica), Arthur Jafa (Los Angeles), Anthea Hamilton (UK).

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(Biennale Arte 2019 – Egitto)

Sono 20 anni di presidenza per Paolo Baratta, che ha saputo trasformare la Biennale di Venezia in un’organizzazione internazionale autonoma (rara in Italia), che include non solamente l’arte visiva, ma anche le biennali dedicate all’architettura, alla danza, al cinema, al teatro, alla musica. E’ stata visitata da oltre 600.000 visitatori e 6.000 giornalisti. È difficile integrare le scelte internazionali dei diversi curatori del progetto centrale (quest’anno è Ralph Rugoff, americano che dirige la Hayward Gallery di Londra) con i diversi contenuti dei vari padiglioni nazionali e le innumerevoli mostre parallele. Ma Baratta ha portato progressi significativi nel corso degli anni (è stato nominato direttore nel 1998 da Walter Veltroni), dall’iniziale mostra “Aperto” fuori dai Giardini allo sviluppo dell’”Arsenale”, che accoglie anche la Biennale di Architettura, offrendo spazi a quei Paesi che hanno portato alle 90 partecipazioni. Una sorta di “Olimpiadi d’arte, Venezia è diventata il fulcro universale della cultura, e questo è dovuto soprattutto a Paolo Baratta.

Biennale Arte 2019
May You Live In Interesting Times
Dal 11 maggio > 24 novembre 2019
Chiuso di lunedì (eccetto 13 maggio, 2 settembre, 18 novembre)

Giardini: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: giovedì e domenica fino al 5 ottobre, aperto dalle 10 alle 20

Per maggiori informazioni: www.labiennale.org

 

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20 marzo 2019

Fra gli ultimi del mondo. La migrazione vista attraverso l’arte

Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole […]

(Eugenio Montale, da Mediterraneo, 1924)

I minori stranieri non accompagnati (MSNA) costituiscono una parte sempre più importante dei movimenti migratori, e la loro presenza sul nostro territorio nazionale ha preso consistenza a partire dagli anni Novanta. Tale fenomeno non è nuovo, ma sta assumendo dimensioni e caratteristiche rilevanti: si tratta di bambini e adolescenti che, nel tentativo di ricongiungersi ai propri famigliari o conoscenti in altri Paesi europei, privati della possibilità di percorrere vie sicure e legali, sono fortemente esposti a gravissimi rischi di abusi e sfruttamento a fini sessuali e lavorativi.
Per questo motivo, al Parlamento Europeo di Bruxelles è stata ospitata dal 25 febbraio al 1 marzo 2019 la mostra Fra gli ultimi del mondo, dove sono stati esposti otto racconti grafici su questo tema. Le opere sono state realizzate da giovani artisti con meno di 25 anni, e sono le finaliste del concorso letterario Fra gli ultimi del mondo 2018, spin-off della Sezione Mediterraneo del Premio Montale Fuori di Casa; le otto tavole sono state raccolte in un graphic novel pubblicato dalla casa editrice Töpffer.

ffL’europarlamentare ligure Brando Benifei ha dichiarato di aver voluto «con forza che queste opere fossero esposte all’Europarlamento per accendere una luce su un dramma su cui è fondamentale agire a livello europeo (…) Parliamo di bambine e bambini esposti al reclutamento della criminalità e oggetti di traffici di ogni genere. Mantenere vive l’attenzione e la pressione sul problema, anche con iniziative di carattere artistico come questa, è assolutamente necessario». Nell’ambito di questa iniziativa, martedì 26 febbraio, si è tenuta, nella sede della mostra a Bruxelles, una conferenza sulle politiche europee che affrontano queste tematiche, alla quale hanno partecipato le eurodeputate Silvia Costa e Caterina Chinnici, Francesca Lazzaroni dell’UNICEF, l’artista ideatore e curatore della mostra Beppe Mecconi, e infine il presidente della giuria del concorso Paolo Stefanini.
L’arte, nelle sue forme differenti e plurali, ha un ruolo significativo dal punto di vista sociale e culturale, e diventa un mezzo per raccontare eventi storici fondamentali come le migrazioni. L’intento della mostra Fra gli ultimi del mondo è, infatti, quello di accompagnare lo spettatore a conoscere e a riflettere su problematiche attuali, come, appunto, la situazione dei minori stranieri non accompagnati facilmente esposti a traumi e violenze.

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17 gennaio 2019

I proverbi africani. Un viaggio tra antropologia e fotografia

I proverbi appartengono a tutti i continenti e a tutte le culture, e possono essere utilizzati per diversi motivi sociali, culturali, etici: ad esempio, possono essere formule verbali per risolvere discussioni collettive, moniti che richiamano alla consuetudine, oppure possono avere una semplice valenza narrativa. I proverbi sono, infatti, strutture del linguaggio che hanno una potente forza oratoria e arricchiscono il discorso, introducendo immagini dalla forte carica espressiva e metaforica. Le fotografie di Marco Aime, uno dei maggiori e più influenti antropologi italiani e docente all’Università di Genova, sono accompagnate, infatti, da queste brevi forme linguistiche appartenenti alle culture africane, e sono raccolte nel libro Il soffio degli antenati. Immagini e proverbi africani (Einaudi, Torino 2017).

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Durante i suoi viaggi in Mali, Ghana, Benin, Malawi, Tanzania, Congo e Algeria, Aime ha realizzato una serie di immagini che evocano alcuni aspetti fondamentali del mondo africano: la vecchiaia, la solidarietà, la famiglia, l’amicizia. Il titolo del libro, ispirato ai versi di Birago Diop, poeta senegalese che aderì al movimento della negritudine, indica la volontà di catturare e reinterpretare una tradizione antica attraverso l’icastica saggezza dei proverbi. Al Museo Africano di Verona è ospitata invece una sua mostra fotografica (27 dicembre 2018 – 31 gennaio 2019, organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova) intitolata Afriche: volti e proverbi, che racconta gli incontri del fotografo con i luoghi e le persone che rimangono ancorati a simboli, leggende e storie che scandiscono le loro esistenze da millenni.

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Aime fa compiere al visitatore un viaggio nella complessità e diversità del continente attraverso settantasette scatti in bianco e nero, tentando di restituirne la vitale bellezza attraverso il patrimonio culturale orale delle tradizioni africane. Si sviluppa così poeticamente una narrazione di microstorie, spesso riassunte nel volto di un bambino o in un luogo carico di mistero, dove i proverbi, come spiega l’antropologo, «vengono dal passato e forse rappresentano l’ultimo soffio di una storia che finisce, ma la cui forza evocativa sopravvivrà ancora, se sapremo ascoltarli».

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04 dicembre 2018

Senegal. L’inaugurazione del museo panafricano

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Il ministro della cultura del Senegal Abdou Latif Coulibaly ha dichiarato, durante la conferenza stampa di presentazione del Musée des civilisations noires a Dakar, che il Paese chiederà alla Francia la restituzione «di tutte le opere d’arte identificate come appartenenti al Senegal». Anche altri Paesi africani, come il Benin e la Costa D’Avorio, hanno richiesto la restituzione di opere d’arte portate in Francia a fine Ottocento, in piena epoca coloniale. Si sta infatti discutendo di un processo di decolonizzazione culturale all’interno delle società africane contemporanee: lo scorso 23 novembre Felwine Sarr – economista e scrittore senegalese – e Bénédicte Savoy – storica dell’arte francese – hanno presentato al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron un rapporto sul patrimonio africano conservato in Francia, con lo scopo di chiedere la restituzione di beni culturali al proprio contesto di origine. Il nuovo museo senegalese, costruito grazie a una donazione dalla Cina e che sarà inaugurato il 6 dicembre 2018, vuole aprire la strada, infatti, alla più grande collezione di arte africana raccolta in un unico luogo. Questo edificio circolare, la cui idea era stata lanciata per la prima volta nel 1966 proprio dal padre dell’indipendenza senegalese, il poeta-presidente Léopold Sédar Senghor, fa parte del parco culturale conosciuto con il nome di Parco delle sette meraviglie di Dakar, dove hanno attualmente sede il Gran Teatro, il Museo d’Arte contemporanea, la Biblioteca nazionale, gli Archivi nazionali, l’Accademia delle Belle Arti, la Scuola di Architettura e il Palazzo della Musica.
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(Abdoulaye Konaté / Photo: Peter Mallet)

L’obiettivo principale di questo museo, secondo il suo direttore, non è quello di diventare un monumento statico, ma di aprire uno spazio in costante movimento, dove sia possibile un incontro di civiltà e un dialogo tra culture differenti. Il tema della mostra inaugurale Civilisations africaines: création continue de l’humanité celebra il valore e l’opera umana dell’uomo africano nella storia: in uno spazio su due livelli, i visitatori viaggeranno dal Neolitico all’Età del Ferro fino a scenografie più moderne e contemporanee, che vantano anche dell’uso delle ultime tecnologie. Si scopriranno così manufatti, dipinti, sculture, maschere e capolavori di artisti africani affermati come Abdoulaye Konaté, tra i maggiori rappresentanti delle arti plastiche del Mali, che espone sculture tessili che racchiudono i simboli segreti delle società maliane, e lo scultore haitiano Edouard Duval-Carrié, che ha realizzato un baobab in argilla di 20 tonnellate e alto 12 metri. Questo museo è, dunque, un progetto definito «panafricano», che si propone di valorizzare il ruolo determinante delle civiltà africane nella storia mondiale.

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