18 agosto 2016

Call for papers on “Fashion and Development in Africa” – Africa e Mediterraneo no. 85/2016

Vivienne-Westwood-X-Ethical-Fashion-Initiative-Celebrate-10th-Anniversary-of-Africa-Bags-BellaNaija-June2015009 The Western fashion industry’s interest in the new African fashion production and creativity is on the rise. Over the last few years, the fashion world has welcomed many new talented African fashion designers who arrived on the international stage with their own interpretation of contemporary African creativity. To get recognition in the international fashion «field» (P. Bourdieu, Le champ littéraire, «Actes de la recherche en sciences sociales», No. 89/1991), these new fashion designers make smart moves in a contexts that gets more and more competitive and globalised, where the access of new creators is facilitated by digital and social media, places where ideas-hunters are constantly searching for innovation.

As the anthropologist Giovanna Parodi da Passano claims, a dress is, in Africa, «an area of moving creativity, that maintains a lot of historical continuity and open spaces to the News showing a extraordinary dynamism» (G. Parodi, African Power Dressing, Genova 2015). The «sensorial pleasure and the creative use (including recycling practices) of decoration, clothing and textiles» of the «social and esthetical African worlds» represent a mix of ideas, images and meanings that Western creators are more and more attracted to. The combination of trends and modernity with «cultural or traditional clothing (that mostly relate to clothes used during family ceremonies)» and the so called «African code, that refers to clothes manufactured with African textiles and patterns or other garments that express the African cultural identity» (L. Cassina, Scelte creative: abbigliamento e agency nel Buganda contemporaneo, in African Power Dressing, cit.) produces a style that attracts the interest of many.

Craftsmanship is another important aspect when dealing with African fashion, since handcraft is recognized worldwide for its authenticity and uniqueness.

Some international organizations and foundations work to connect the fashion mainstream private sector with creators and artisans from Africa and other marginalised parts of the World, aiming to empower people and involve them in the fashion production cycle. Sometimes, the outcome is a unique, innovative connection between two very distant «fields»: the field of development and the fashion world as, for example, in the Ethical Fashion Initiative of International Trade Centre. The principles of ethical enterprise, ethical trade, socially-responsible business development, lay at the core of such synergy, especially since the grim events of the Rana Plaza tragedy in 2013 and what happens every day in Africa, where Transparency International has repeatedly ranked some of the continent’s countries as the most corrupt in the world.

Moreover, the African intellectual and business diaspora networks support the innovative practices of ethical fashion production, promoting this new cooperation between development and fashion. On the other side, the fashion world is highly fascinated by these experiences, because, as claims the famous head-hunter Floriane de Saint-Pierre: «innovation and sustainability shall and will become key, so talent with such skills will be needed». At the same time, ethical production agencies provide experiences and contents that big brands need more and more to «interact with the audience in a seamless manner, with empathy and individuality» (Conversation with Simone Cipriani, in «The Hand of Fashion», n. 2).

The issue 85 of the journal Africa e Mediterraneo aims to tackle from a critical angle the challenge represented by the entrance of new African fashion talents in the fashion world and by the introduction of concepts of equity, dignity and sustainability in a system that has only recently opened its doors to such values. In line with the multidisciplinary tradition of the journal, the contributions drawn on anthropology, linguistics, economy, cultural studies, etc., aims to offer a detailed analysis of the methods and experiences of “ethical fashion” implemented in Africa, as well as their theoretical and practical position in the global market, which grows more and more competitive by the day. The dossier will also account for the way such new business strategies impact on the diverse cultural practices of the African continent and on the development patterns that have been implemented for decades.

Deadline for submission:
The proposals (max. 400 words) will have to be submitted not later than September 30th 2016 at the email addresses s.federici@africaemediterraneo.it and c.mara@africaemediterraneo.it

The editorial staff will examine the proposals. In case the proposal will be accepted, the complete article with the related abstract (abstract max. 100 words) and a short biography of the author should be submitted by November 20th 2016.

Africa e Mediterraneo is a peer reviewed journal.

The articles and the proposals can be submitted in the following languages: Italian, English, and French.

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01 marzo 2016

Armory Focus: prospettive africane sull’arte contemporanea

 

Julia Grosse and Yvette Mutumba. Photo: Benjamin Renter.

Dal 3 al 6 marzo si svolgerà la settima edizione di Armory Focus, che ogni anno presenta una panoramica artistica su una regione del mondo presso lo spazio Pier 94 a Manhattan.

Dopo una mostra dedicata al Medioriente l’anno scorso, Armory Show presenta quest’anno un’esposizione intitolata “Focus: African Perspectives – Spotlighting Artistic Practices of Global Contemporaries”, dedicata all’arte africana e della diaspora.

Le due curatrici, Julia Grosse e Yvette Mutumba, sono le fondatrici di “Contemporary And”, una piattaforma online per l’arte internazionale da un punto di vista africano. La mostra propone un percorso attraverso la produzione artistica contemporanea da Lagos a Londra passando da Luanda e da Parigi. Armory Focus riunisce in un unico luogo curatori, artisti, gallerie e spazi artistici emergenti che collegano le scene e i mercati attraverso reti mondiali, offrendo loro un’occasione unica di fare vedere il proprio lavoro a un pubblico internazionale.

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10 aprile 2015

Editori e ministeri africani alla Children’s bookfair: tra impegno e desolazione

Ziguidi

Anche quest’anno c’è stata la Children’s Bookfair a Bologna, la più importante al mondo nel settore. E’ sempre un’esperienza percorrere i padiglioni affollatissimi, per la quantità di case editrici, libri, autori, per il “muro” degli illustratori esordienti che appendono le loro brochure per proporsi a potenziali editori: ogni proposta ha una propria personalità e contiene almeno una piccola innovazione. Tutta questa abbondanza di idee, contenuti, capacità tecnica fa quasi venire l’ansia.
Non è così per lo “spazio Africa”, purtroppo, dove sono riuniti grazie a una sovvenzione alcuni piccoli editori dell’Africa subsahariana, mentre Sudafrica e Nordafrica si procurano stand autonomi. Sono andata a vederlo, al padiglione 26, ma sapevo già esattamente cosa avrei trovato. Il solito grande stand semivuoto, con gli stessi 4-5 editori e qualche agenzia ministeriale (come la Direction du Livre del Ministero della cultura del Camerun: ma infilare qualche libro in più in valigia non si poteva?)
Anche i titoli pubblicati sono spesso sempre gli stessi, posizionati in maniera distanziata per cercare di riempire gli scaffali, mentre in tutti gli altri stand traboccano le proposte, e gara sta nel farne emergere qualcuna dall’abbondanza. Gli editori o i funzionari di ministero stanno lì, ad aspettare qualche visitatore volenteroso, che sfoglia questi tristi fascicoli male stampati su carta di bassa qualità, alcuni dei quali hanno data di edizione di 20 anni prima!
Gli editori africani – Bakame, Nouvelles éditions africaines, Ago Media, Kiko productions… – sono effettivamente degli eroi a portare avanti un’attività così difficile: essere editori in Africa, “dove l’editoria dalle Indipendenze fatica a prendere un proprio slancio” e dove nel 1990 così come nel 1960 si pubblicavano secondo l’UNESCO l’1,4% dei titoli pubblicati nel mondo (Luc Pinhas, Editer dans l’espace francophone, Alliance des éditeurs indépendants, 2005).
Però, nelle conversazioni fatte in questi anni con i rappresentanti di questa piccole aziende culturali o dei ministeri nazionali, mi sembra di avere notato poca spinta a confrontarsi con gli altri agenti del settore. Qui alla fiera tutti stanno a guardare cosa fanno gli altri, nell’ansia di copiare idee per conquistare mercato, di farsi concorrenza con prodotti sempre migliori. Dagli editori africani, se devo essere sincera, ho spesso sentito lamentele per la loro situazione effettivamente difficile (mercato debole, distribuzione difficile, stampa di bassa qualità e gravata dalle tasse sulle materie prime…), ma poco interesse verso quello che fanno gli altri. Due anni fa l’Alliance des éditeurs indépendants ha organizzato un utile workshop di scambio e formazione per questi editori, ma è stato un caso. Di solito, appunto, non mancano l’appuntamento, ma questo non sembra portare sviluppi, nuove produzioni, o acquisti di diritti da editori europei.
Quest’anno come l’hanno scorso ho incontrato Koffivi Assem, che conduce eroicamente la sua casa editrice Ago in Togo lavorando anche come autore. Mi ha dato una copia dell’ultimo libretto del suo simpatico personaggio per bambini, il piccolo Ziguidi. “Però – ho detto un po’ sorpresa – è stampato bene!”
“A dire la verità, mi ha spiegato, questo lo abbiamo stampato in Belgio…”
“Ah, … volevo ben dire”.

Sandra Federici

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25 febbraio 2015

L’abito non fa il monaco. E la barba non fa l’Imam

via Combo Facebook page

via Combo Facebook page

Combo è un artista di strada, di padre cristiano libanese e madre musulmana marocchina, che “remixa” cultura combinando scritte e immagini. Ha iniziato esponendo per le strade di Parigi stampe del simbolo Coexist formato da una croce cristiana, la mezzaluna araba e la stella di David; il tutto corredato dall’immagine di se stesso vestito in abiti musulmani. L’esperimento sembra essersi concluso male. Il giovane artista ha scritto sulla sua pagina FB di essere stato picchiato e minacciato di ulteriori ripercussioni nel caso intenda continuare a esporre i suoi lavori.

Combo è un provocatore che nel corso di un soggiorno a Bayreuth (città della Baviera settentrionale), si è fatto crescere la barba e ha iniziato a indossare il tradizionale abito musulmano, non perché colto dal sacro fuoco della fede, ma per mettere in discussione i codici prestabiliti. Il suo ultimo lavoro comprende immagini di se stesso nei dintorni di Parigi con indosso l’abito musulmano e i commenti in vernice spray: “Lo sapevate che i musulmani concludono le loro preghiere con la parola ‘amen’ come i cristiani e gli ebrei?”, “Ci sono 50.000 soldati musulmani in Francia”, “L’abito non fa il monaco. E la barba non fa l’imam” e “Lo sapevate che il velo non è un obbligo religioso?”.

Riguardo all’identità dei suoi aggressori l’artista ha rilasciato un unico commento sulla sua pagina Facebook: “Vorrei rimanere vago sulla descrizione dei vigliacchi e il luogo esatto in cui è avvenuta l’aggressione perché per me non importa da dove vengono, il colore della loro pelle, la loro fede religiosa o le loro idee politiche. In questo frangente hanno rappresentato solamente la stupidità e l’ignoranza.”

via Combo Facebook page

via Combo Facebook page

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19 agosto 2014

I AM TUNISIA, lo spot di sensibilizzazione sull’uguaglianza di genere

I AM TUNISIA è uno spot di sensibilizzazione sull’uguaglianza di genere realizzato e concepito da un gruppo di ragazze attiviste del Media Center di Regueb (Sidi Bouzid, Tunisia), durante una formazione in video making. Il Media Center, la formazione e lo spot video sono stati creati nell’ambito del progetto Périphérie Active, gestito da GVC (Gruppo di Volontariato Civile) e dai suoi partners in Tunisia e finanziato dall’Unione europea e dalla Regione Emilia Romagna. Il progetto agisce sulla promozione dei diritti umani e della libertà d’espressione nella regione centrale e marginalizzata di Sidi Bouzid. E’ proprio da qui che il 17 dicembre 2010 è partita la prima delle tante proteste che hanno portato un mese dopo alla fuga del presidente-dittatore Ben Ali e che hanno al contempo generato un’ondata d’insurrezioni nel mondo arabo.

L’obiettivo del progetto è dare voce ai giovani, uomini e donne, che proprio in quelle proteste hanno riversato il loro desiderio di partecipazione, di maggiore giustizia sociale e di democrazia. Durante questo primo anno, il GVC di Bologna ha aperto tre Media Center in diverse località del Governatorato di Sidi Bouzid. Queste strutture, equipaggiate con Tecnologie dell’informazione e comunicazione (TIC), sono spazi aperti ai giovani, alle neonate associazioni locali e in generale alla cittadinanza. All’interno dei tre Media Center le attività sono molteplici e sono decise con i giovani attivisti: riunioni delle associazioni, proiezioni e dibattiti, formazioni su TIC, diritti umani e cittadinanza attiva, produzione di informazione indipendente e locale, realizzazione di video di sensibilizzazione, atelier informativi, ecc.

In uno dei Media Center è nata anche una radio associativa e comunitaria FM, Radio Menzel Bouzayenne, che attualmente è gestita in modo congiunto da cinque associazioni locali. I Media Center sono frequentati principalmente da giovani laureati disoccupati, che possono così rinforzare le loro competenze e soprattutto metterle a disposizione di altri più vulnerabili, come bambini o adulti analfabeti. E’ all’interno del Media Center di Regueb che si è svolta la formazione in video making realizzata dalle professioniste Carlotta Piccinini e Alessandra Cesari della Elenfant Film di Bologna. Questa formazione di cinque giorni ha avuto l’obiettivo di formare un gruppo di giovani attiviste donne sulle tecniche di realizzazione video. Hanno scelto di realizzare I AM TUNISIA, uno spot di sensibilizzazione che parlasse dei problemi delle giovani donne nella regione, in particolare la distanza generazionale tra madre e figlia e il desiderio di partecipazione e di realizzazione delle donne in quanto membri attivi della società.

Realizzato dalle ragazze attiviste del Media Center di Regueb: Hedia BOUZAYANI, Takwa AKROUT, Mahdia SLIMI, Sonia CHEBBI, Nadia ABIDI, Fatma JABALLI, Maissa SGAHEIR, Hanen SAYAHI, Imen KARMI, Amal BACCARI, Jannet KADDACHI, Olfa HAJJI, Hanen OHICHI; le ragazze e i ragazzi del campo di interscambio Tunisia-Italia organizzato da Yoda e GVC: Serena Sgura, Ivana Tisci, Luigi Giorgi, Teresa Rubino, Lorenzo Salucci.

Coordinatrice del Progetto: Liù Fornara

Trainers: Alessandra Cesari, Carlotta Piccinini

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17 agosto 2012

Conferenza sull’economia creativa africana: call for papers

Dal 14 al 16 novembre 2012 Arterial Network ospiterà in Senegal la seconda conferenza annuale sull’economia creativa africana. Lo scopo dell’incontro è quello di fornire una panoramica e un’analisi pratica sullo status attuale della “creative economy” africana, al fine di consolidare la competenza nel settore e fornire un pensiero critico necessario per destreggiarsi tra le varie realtà di un settore che sta nascendo.

L’invito a presentare manifestazioni di interesse è rivolto a tutti, ma preferenza sarà data ad autori africani che vivono nel continente e che hanno esperienza o potenziale in questo campo.

Le proposte vanno inviate a Espera Donouvossi (espera@arterialnetwork.org) entro il 25 agosto 2012.

Per maggiori informazioni

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22 febbraio 2011

Il sangue non è acqua: a proposito di Saif el-Islam Gheddafi

E’ stato impressionante vedere in televisione il figlio di Gheddafi, Saif el-Islam, dire con aria serissima che è in atto un «complotto» contro la nazione da parte di un non meglio precisato «movimento separatista», e che «questi scontri possono portare alla guerra civile», che i libici combatteranno fino all’ultimo uomo.

Impressionante perché 8 anni fa abbiamo pubblicato sulla nostra rivista Africa e Mediterraneo (n. 43-44, Arte contemporanea del Nord Africa, vedi http://laimomo.it/front-end/detail_new.php?p=94&c=5&a=0&pd=N) delle opere d’arte contemporanea realizzate da lui, e una scheda su Saif el-Islam Gaddafi come artista.

Avevamo fatto un numero sull’arte dei cinque paesi del Nord Africa e tra questi erano incluse anche le poche informazioni che eravamo riusciti ad avere dalla Libia. La fonte principale era stato il materiale della mostra “Il deserto non è silente”, ospitata nel 2002 a Castel Sant’Angelo Roma e in seguito a Milano al Palazzo della Ragione, e promossa proprio dalla , di cui Saif el-Islam è presidente.

E pensare che alcune opere non erano neanche male. Lui è un architetto, ed è stato sempre visto a livello internazionale come la speranza della modernizzazione e del buon governo in Libia, interessato a puntare sui rapporti euro-mediterranei, sulla cultura e il turismo. Ad esempio ultimamente aveva presentato un bel progetto per la creazione di un parco naturalistico ed archeologico presso Cirene.

Insomma, sembrava una persona normale. Invece, si vede che il sangue non è acqua, e di fronte al pericolo di perdere il potere si è fatto sentire.

Comunque… questa è una foto di quando inaugurava la mostra a Roma, a fianco di Massimo D’Alema. Forse si divertiva di più che a guidare la repressione del suo popolo in rivolta. Chissà.

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14 luglio 2010

Il lupo perde il pelo… Waka Waka copiata da una canzone africana

Ho letto un articolo interessante, sul blog Scribbles from the den del giornalista camerunese Dibussi Tande, che racconta le varie ruberie perpetrate da cantanti occidentali nei confronti di autori africani.

La copertina del disco tratta dal blog di Dibussi Tamba

La copertina del disco tratta dal blog di Dibussi Tamba

Parte fondamentale dell’articolo, il racconto della “presa in prestito” fatta proprio in relazione all’inno dei mondiali Waka Waka, diffuso e universalmente conosciuto come opera di Shakira.

Invece il ritornello è stato completamente copiato dall’interpretazione della canzone militare camerunese “Zangaléwa” (“Zamina mina”) fatta dal gruppo “Golden Sounds”, che dopo il successo della canzone cambiò il proprio nome in “Zangaléwa”. Un brano conosciuto da generazioni di camerunensi e tranquillamente copiato dalla cantante e dalla sua casa di produzione senza nessuna citazione, credendo chissà come che nessuno se ne accorgesse. Subito la rete si è ribellata, in particolare i camerunesi che conoscevano benissimo il pezzo, inondando i blog di proteste e di riferimenti al brano disponibile su internet.

La Sony ha poi accettato, si dice anche su pressione della FIFA che voleva evitare ogni pubblicità negativa al Mondiale, di riconoscere che “The song was written by Shakira, the world-famous singer from Latin America…The chorus is similar to that of a popular Cameroon song made famous by Golden Voices in particular” ma soprattutto di negoziare un riconoscimento economico ai membri del gruppo ormai sciolto.

Guardate il video qui sotto e arrivate al minuto 7,30. Lì comincia il ritornello ed è uguale all’inno dei mondiali. Anzi, è più bello.

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20 aprile 2010

14/05/2010- Presentazione del romanzo “Il libro dei fiumi” a Torino

Evento: Presentazione del romanzo “Il libro dei fiumi” di José Luandino Vieira. Il-libro-dei-fiumi

Dove: Torino, Caffè letterario del Lingotto.

Quando: 14 maggio 2010, ore 10,30.

Informazioni: Segnaliamo la presentazione del romanzo Il libro dei fiumi, di José Luandino Vieira, rappresentante della letteratura angolana, oltre che uno dei fautori dell’indipendenza del suo Paese. La presenza di questo intellettuale in Italia è un’occasione per conoscere e approfondire la peculiarità di una cultura ancestrale. L’Opera, dedicata alla letteratura di espressione portoghese, sarà introdotta dal professor Roberto Francavilla, docente di Letteratura Portoghese presso l’Università di Siena, e dal traduttore del romanzo, il dottor Daniele Petruccioli. L’evento avrà luogo venerdì 14 maggio alle ore 10:30 presso il Caffè Letterario del Lingotto.

Inoltre, il giorno successivo, presso il Centro Piemontese di Studi Africani si terrà una conferenza dal titolo La Letteratura Angolana, alla quale oltre a Luandino Vieira parteciperà anche un altro grande scrittore angolano, Pepetela.

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24 marzo 2010

L’aumento delle azioni di mecenatismo e creatività artistica in Africa

Presentazione dell’articolo “L’aumento delle azioni di mecenatismo e creatività artistica in Africa”, pubblicato su Africa e Mediterraneo n.68 a firma di Simão Souindoula, storico, consigliere presso il Ministero della Cultura a Luanda (Angola) ed expert presso l’UNESCO.

Ana Silva, Amor, 2005, Photo of Antonio Pinto

Ana Silva, Amor, 2005, Photo of Antonio Pinto

Nonostante l’affermazione e lo sviluppo dell’identità culturale costituiscano una dimensione essenziale della costruzione degli Stati africani, i finanziamenti messi a disposizione per il settore culturale sono spesso insufficienti. Ciò spinge gli attori del settore culturale a ricorrere a finanziamenti esterni o a forme di mecenatismo, nazionale o internazionale, rivolto a istituzioni politiche, società parastatali o private. Oggi, questo tipo di finanziamenti al settore culturale è in continuo aumento perché costituisce un potente mezzo di incremento del mercato. Generalmente, l’appoggio finanziario è compreso tra 10.000 e 100.000 US$ a seconda del tipo di collaborazione. Ad esempio, il progetto BICIG, Amici delle arti e della cultura, finanziato dalla Banca Internazionale per il commercio e l’industria del Gabon, ha beneficiato di un contributo
di 100.000 $US.

Yonamine, Jah love, technique mixte, Photo of Antonio Pinto

Yonamine, Jah love, technique mixte, Photo of Antonio Pinto

Molto spesso, la ricerca di mecenati o di collaboratori porta al conseguimento di finanziamenti incrociati; è questo il caso del programma Coopearte della galleria Celamar sull’isola di Luanda, che è stato sovvenzionato dalla fondazione privata Art et Culture, dalla banca Sviluppo dell’Angola e dalla società petrolifera Total. Si nota una tendenza all’esclusività su certi programmi artistici e culturali da parte delle società di telefonia, banche, compagnie di assicurazione, ecc.
La biennale Ensarte è un programma iniziato venti anni fa con la collaborazione della società nazionale d’assicurazione dell’Angola per la promozione di un settore trascurato come quello delle arti plastiche. Il budget è aumentato progressivamente fino a raggiungere l’anno scorso mezzo milione di dollari. Il concorso è stato interamente organizzato, dalla campagna d’apertura fino alla promozione dei cataloghi, dalla compagnia d’assicurazione.
Un altro esempio è quello della Biennale dell’arte contemporanea Bantu, lanciata nel 1985, che riceve quasi 100.000 US$ di finanziamenti esterni per ogni edizione.

Questi esempi di mecenatismo mettono in luce una situazione globalmente incoraggiante, in quanto queste collaborazioni permettono alla produzione di beni e di attività culturali – come la pubblicazione di opere letterarie, la realizzazione di film, l’organizzazione di mostre d’arte, concerti, spettacoli, l’edizione di CD e DVD, ecc. – di crescere in diversi Stati africani.

Per aquistare online la rivista vai sul sito dell’editore.

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