01 dicembre 2017

“Nel nome di Abramo”: l’edizione 2017 della rassegna letteraria Città del libro

Africa e Mediterraneo ha partecipato quest’anno alla storica rassegna culturale Città del libro, a Campi Salentina, in provincia di Lecce. Novità di questa XXII edizione (23-26 novembre 2017), la direzione artistica di Alessandro Valenti, regista e sceneggiatore, che ha impostato il programma su un tema preciso: Nel nome di Abramo. Il «padre di molti popoli» è stato preso come ispirazione in quanto «riferimento culturale fondamentale e unificante per una moltitudine di popoli praticanti le principali religioni monoteiste». E sull’incontro di scrittori e studiosi rappresentanti le diverse e difficili situazioni del mondo globalizzato si è costruito un programma ricchissimo di incontri, svoltisi secondo un programma “diffuso” nelle più belle chiese del paese. Costruiti in una pietra salentina che risplende al sole con una calda sfumatura di giallo, questi edifici hanno offerto il sontuoso barocco leccese dei loro interni come scenario un po’ straniante dei vari incontri.

Tahar Ben Jelloun, Jeannette Bougrab e Pap Khouma si scambiano libri tra un incontro e l’altro

Tahar Ben Jelloun, Jeannette Bougrab e Pap Khouma si scambiano libri tra un incontro e l’altro

Ne ricordiamo solo qualcuno, tra i numerosissimi. La fumettista e blogger italo-tunisina Takoua Ben Mohamed ha incontrato gli studenti delle scuole per parlare del suo libro a fumetti Sotto il velo, pubblicato da Becco Giallo, dove è disegnata ironicamente la sua vita di ragazza che ha scelto di indossare il velo in Italia. Esperto di mondo islamico contemporaneo, Lorenzo Declich ha presentato il suo libro Giulio Regeni, le verità ignorate. La dittatura di al-Sisi e i rapporti tra Italia ed Egitto (Alegre Edizioni, 2016). Noo Saro Wiwa, figlia del poeta e scrittore Ken giustiziato per la sua attività in difesa del Popolo Ogoni, ha partecipato a un incontro animato anche da richiedenti asilo africani ospiti nel territorio, parlando del suo rapporto con il padre e con il suo Paese di origine, nel quale è tornata dopo molti anni. Presentato come un diario di viaggio, In cerca di Transwonderland (pubblicato in Italia nel 2015 da 66th and 2nd) è stato nominato libro dell’anno dal Sunday Times nel 2012 e inserito dal Guardian tra i dieci migliori libri sull’Africa. Jeannette Bougrab, Segretario di Stato per la Gioventù nel terzo governo presieduto da François Fillon, ha delineato un quadro molto critico dell’integrazione in Europa e in Italia dove spesso, nel timore di essere definiti razzisti o politicamente scorretti, si giustificano comportamenti che vanno contro i diritti umani fondamentali, mentre i politici, in nome della pace sociale, soprattutto nelle periferie, finiscono per tollerare comportamenti delle comunità e di capi religiosi che vanno contro i principi della democrazia e i diritti delle donne.

Pap Khouma intervistato dagli studenti che hanno letto i suoi libri

Pap Khouma intervistato dagli studenti che hanno letto i suoi libri

L’autore iracheno trasferitosi a Bruxelles Ali Bader ha presentato con l’arabista Monica Ruocco Il suonatore di nuvole (Argo, 2017), il suo primo romanzo tradotto in italiano (appunto da Ruocco). Autore di libri molto critici nei confronti dell’uso politico dell’Islam e per questo proibiti in diversi stati, Bader si sta imponendo anche come commentatore politico in un Paese, il Belgio, che ha recentemente vissuto momenti difficili in relazione alla coesistenza di cittadini di origini culturali differenti. Marco d’Eramo, giornalista di grande esperienza e sociologo formatosi con Pierre Bourdieu all’École des Hautes Études di Parigi, ha conversato con il pubblico attorno al suo documentatissimo libro Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo.

Sandra Federici, direttrice di Africa e Mediterraneo, ha presentato la rivista nel panel conclusivo e dialogato con diversi ospiti: Brigitte Adès, direttrice della rivista Politique Internationale; Boualem Sansal, scrittore algerino attivo nella condanna del fondamentalismo islamico e per questo soggetto a persecuzioni (col suo romanzo 2084 ha ripreso i temi di George Orwell, immaginando un mondo futuro governato dalla sharia); Pap Khouma, scrittore italo-senegalese autore del primo romanzo della letteratura migrante in Italia; Francesca Romana Paci, docente di Letteratura inglese all’Università del Piemonte orientale ed esperta di Letterature postcoloniali, e Nafissatou Dia Diouf, autrice militante e pluripremiata della nuova generazione di scrittori senegalesi.

Francesca Romana Paci, Sandra Federici e Brigitte Adès nel panel finale

Francesca Romana Paci, Sandra Federici e Brigitte Adès nel panel finale

Si è così conclusa questa rassegna ricchissima, che ha riunito nel Salento tanti autrici e autori di terre lontane, creando nuove relazioni e idee.
Il lunedì mattina, è piombata sui partecipanti e sugli organizzatori la bruttissima notizia della prematura morte di Alessandro Leogrande, avvenuta nella sua casa di Roma. Giornalista e scrittore molto attento al Sud del mondo, era stato protagonista, il giovedì 23, del dialogo con l’invitato più celebre del festival, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun.

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17 maggio 2016

La frontiera. Migranti e rifugiati all’assalto della fortezza Europa

La Fontiera, di Alessandro Leogrande

Venerdì 27 maggio l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna organizza un incontro attorno al libro La Frontiera di Alessandro Leogrande, vice-direttore della rivista Lo Straniero. L’incontro propone una riflessione sulle frontiere nel contesto attuale, con un’Europa che si chiude di fronte a flussi migratori di importanza storica.

Sarà condotto da Pier Giorgio Ardeni, professore di economia politica e dello sviluppo nonché presidente dell’istituto Cattaneo. Saranno inoltre presenti Sandra Federici, direttrice della rivista Africa e Mediterraneo, Loretta Michelini, presidente dell’associazione Mondo Donna e Barbara Spinelli, avvocata e attivista per i diritti umani che dialogheranno con l’autore.

L’incontro è aperto al pubblico e si terrà dalle ore 16:30 alle 18:00 presso il Palazzo Hercolani, Aula dei Poeti in Strada Maggiore 45, Bologna.
Per informazioni, si può contattare l’Istituto Cattaneo via email o al telefono al 051235599 / 051239766.

Locandina incontro “La Frontiera. Migranti e rifugiati all’assalto della fortezza Europa.”

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17 dicembre 2015

Salviamo Samandal dalla censura

Samandal1

L’organizzazione non-profit libanese Samandal chiede aiuto alla comunità di lettori e del web per combattere la censura. Samandal pubblica dal 2007 antologie di fumetti, e ospita eventi legati al mondo del fumetto.

Nel 2009, tre dei quattro editori sono stati accusati dallo Stato libanese di incitare al conflitto settario, di denigrare la religione, di pubblicare false notizie, e di diffamare “personalità cristiane”, in riferimento a pannelli pubblicati nel numero 7, intitolato “Revenge”.

Samandal ricorda però che i pannelli sono stati letti fuori dal loro contesto, e interpretati attraverso il filtro di una lettura strettamente settaria. Dopo cinque anni di causa, Samandal è stato condannato a pagare 30 milioni di Lire libanesi.

Questa somma rappresenta una dura prova per l’ONG, che ha annunciato che il numero “Geography”, pubblicato recentemente, potrebbe essere l’ultimo.

Per saperne di più, guardate il video realizzato da Samandal per la campagna di crowdfunding e visitate la loro pagina su Indiegogo!

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18 maggio 2015

Ed ecco a voi i vincitori di Africa Comics!

Come è noto, sono le donne che lavorano per mandare avanti la famiglia nell’Africa rurale. Ma ogni tanto si arrabbiano e pretendono un po’ di iniziativa da parte dei loro “meditativi” mariti… e allora succede che questi, puntando più sull’ingegno che sul lavoro concreto, riescono occasionalmente a portare a casa qualcosa. E’ la filosofia di base del fumetto Pour une histoire de plantain, di Ngande Djialeu Martial, fumettista camerunese che ha vinto la categoria Cibo e sovranità alimentare del premio Africa e Mediterraneo per il migliore fumetto inedito di autore africano. Con amaro sarcasmo ci vengono presentate miseria, cattiveria (evidenziata dal tratto caricaturale del disegno) e capacità di “se débrouiller” in un processo che non apre nessuna speranza per uno sviluppo concreto.

Pour une histoire de plantain

 

Un’ironia leggera dà il tono giusto alla storia vincitrice della categoria Internet e social network in Africa, Rentrer chez moi di Anthony Kokouvi Dodjivi, fumettista togolese. L’irresponsabile e ambizioso Kokou ogni giorno affronta in bicicletta i 47 chilometri che lo separano dal cybercafé in città, dove naviga ore cercando di “accalappiare” una “bianca” per una relazione che può risolvere tutti i suoi problemi. Un bel giorno una “abbocca”, ma quando si presenta al villaggio di persona si rivela essere una futura sposina non proprio giovane e fresca…

Rentrer chez moi

Per la categoria Soggetto Libero, la giuria ha eletto vincitore il fumetto Soulèvement di Rais Brahim, fumettista e insegnante d’arte marocchino, narrazione costruita senza parole ma con immagini evocative e fortemente simboliche, delineate con tratto leggero e frammentato, in cui si può riconoscere l’origine della primavera araba, con il sacrificio dell’ambulante Mohammad Bouazizi a Sidi Bouziz.

Soulèvement

Una giuria internazionale, composta da Sandra Federici di Africa e Mediterraneo, Christophe Ngalle Edimo, Adjim Danngar, Al’Mata dell’associazione L’Afrique Dessinée, Andrea Artusi della Sergio Bonelli Editore, e Alessandro Girola del United Nations Alliance of Civilisations, ha valutato e selezionato i 3 vincitori di questa edizione del concorso Africa Comics, iniziato nel 2002 e che ha ricevuto più di 600 storie da 25 Paesi Africani nel corso degli anni. Il premio ha monitorato e fatto venire alla luce talenti più o meno giovani, consegnando al pubblico ogni due anni una antologia in cui emergono nuovi stili, storie, tecniche, ma soprattutto le personalità degli autori, alcuni dei quali hanno confermato le scelte delle giurie affermandosi in seguito nel fumetto internazionale.

Comunicato stampa

Communiqué de presse

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10 aprile 2015

Editori e ministeri africani alla Children’s bookfair: tra impegno e desolazione

Ziguidi

Anche quest’anno c’è stata la Children’s Bookfair a Bologna, la più importante al mondo nel settore. E’ sempre un’esperienza percorrere i padiglioni affollatissimi, per la quantità di case editrici, libri, autori, per il “muro” degli illustratori esordienti che appendono le loro brochure per proporsi a potenziali editori: ogni proposta ha una propria personalità e contiene almeno una piccola innovazione. Tutta questa abbondanza di idee, contenuti, capacità tecnica fa quasi venire l’ansia.
Non è così per lo “spazio Africa”, purtroppo, dove sono riuniti grazie a una sovvenzione alcuni piccoli editori dell’Africa subsahariana, mentre Sudafrica e Nordafrica si procurano stand autonomi. Sono andata a vederlo, al padiglione 26, ma sapevo già esattamente cosa avrei trovato. Il solito grande stand semivuoto, con gli stessi 4-5 editori e qualche agenzia ministeriale (come la Direction du Livre del Ministero della cultura del Camerun: ma infilare qualche libro in più in valigia non si poteva?)
Anche i titoli pubblicati sono spesso sempre gli stessi, posizionati in maniera distanziata per cercare di riempire gli scaffali, mentre in tutti gli altri stand traboccano le proposte, e gara sta nel farne emergere qualcuna dall’abbondanza. Gli editori o i funzionari di ministero stanno lì, ad aspettare qualche visitatore volenteroso, che sfoglia questi tristi fascicoli male stampati su carta di bassa qualità, alcuni dei quali hanno data di edizione di 20 anni prima!
Gli editori africani – Bakame, Nouvelles éditions africaines, Ago Media, Kiko productions… – sono effettivamente degli eroi a portare avanti un’attività così difficile: essere editori in Africa, “dove l’editoria dalle Indipendenze fatica a prendere un proprio slancio” e dove nel 1990 così come nel 1960 si pubblicavano secondo l’UNESCO l’1,4% dei titoli pubblicati nel mondo (Luc Pinhas, Editer dans l’espace francophone, Alliance des éditeurs indépendants, 2005).
Però, nelle conversazioni fatte in questi anni con i rappresentanti di questa piccole aziende culturali o dei ministeri nazionali, mi sembra di avere notato poca spinta a confrontarsi con gli altri agenti del settore. Qui alla fiera tutti stanno a guardare cosa fanno gli altri, nell’ansia di copiare idee per conquistare mercato, di farsi concorrenza con prodotti sempre migliori. Dagli editori africani, se devo essere sincera, ho spesso sentito lamentele per la loro situazione effettivamente difficile (mercato debole, distribuzione difficile, stampa di bassa qualità e gravata dalle tasse sulle materie prime…), ma poco interesse verso quello che fanno gli altri. Due anni fa l’Alliance des éditeurs indépendants ha organizzato un utile workshop di scambio e formazione per questi editori, ma è stato un caso. Di solito, appunto, non mancano l’appuntamento, ma questo non sembra portare sviluppi, nuove produzioni, o acquisti di diritti da editori europei.
Quest’anno come l’hanno scorso ho incontrato Koffivi Assem, che conduce eroicamente la sua casa editrice Ago in Togo lavorando anche come autore. Mi ha dato una copia dell’ultimo libretto del suo simpatico personaggio per bambini, il piccolo Ziguidi. “Però – ho detto un po’ sorpresa – è stampato bene!”
“A dire la verità, mi ha spiegato, questo lo abbiamo stampato in Belgio…”
“Ah, … volevo ben dire”.

Sandra Federici

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08 aprile 2015

Se ti chiami Mohmamed…

 

Se ti chiami Mohamed - copertina

“Quando entri alla Renault, guardano come ti chiami. Se ti chiami Mohamed, ti mandano in catena di montaggio. Mohamed o Khémais, eh, è la stessa cosa!”

Così inizia il graphic novel di Jérome Ruillier Se ti chiami Mohamed, tradotto dal francese da Ilaria Vitali e uscito in Italia dall’editrice Il Sirente nel 2015 nella collana Altriarabi. Jérôme Ruillier è nato nel 1966 a Fort-Dauphin (Madagascar). Ha studiato presso la scuola degli ‘Arts Décoratifs’ di Strasburgo nell’atelier di illustrazione. Più appassionato dalle montagne e dall’alpinismo che dal disegno, è espulso in primo anno, per poi ricominciare l’anno seguente.

Siamo andati alla presentazione del libro presso l’Alliance Française di Bologna, ed abbiamo scoperto così un libro di grande forza che racconta le vite dei tanti “Mohamed” maghrebini immigrati in Francia. Liberamente ispirato al best-seller “Mémoires d’immigrés” di Yamina Benguigui, Se ti chiami Mohamed propone una serie di ritratti divisi in tre categorie: i padri, le madri, i figli. Si chiamano Abdel, Farid, Fatma, Wahib o Naima e vengono dall’Algeria o del Marrocco; qualcuno ci ha vissuto, altri sono nati in Francia e conoscono il paese d’origine dei genitori grazie ai due mesi passati al “bled”, il paese, durante le vacanze estive. Ogni ritratto è unico, perché rispecchia vite e personalità che, anche se talvolta si somigliano, sono comunque estremamente diverse.

Ahmed rivede il suo arrivo nel ’57 a Lione con la sua famiglia; aveva 11 anni. E’ cresciuto con il sogno di tornare a vivere in Algeria, un sogno che non l’ha mai abbandonato e che ha cercato a tutti i costi di trasmettere ai propri figli che, però, si sentono a casa in Francia. Ahmed accetta le scelte dei figli, pur essendo cosciente delle discriminazioni che dovranno subire: “A Djamel, gliel’ho sempre ripetuto: “Attento, devi fare meglio degli altri, perché in caso di parità non passerai tu.”” Djamel l’ha preso alla lettera ed ha vinto la medaglia d’oro di judo ai giochi olimpici!

E’ totalmente diversa invece la storia di Yamina, che racconta il matrimonio forzato al quale ha tentato invano di sottrarsi, la sua vita da donna sposata reclusa in casa prima del suo divorzio a quarant’anni, quando scopre con Paul Eluard il vero senso della parola “libertà”.

Naima, nata in Francia da genitori algerini, parla della sua scelta di portare il velo, alla differenza di sua madre e contro il parere di suo padre. Fin dai primi giorni che indossa l’hijab, si scontra con reazioni di odio e di intolleranza da tutte le parti, dagli insulti di una signora sul metrò al rifiuto del dentista di curarla se non se lo toglie. Naima tiene duro, e non rinuncerà alla sua scelta.

E così prendono forma, in bianco e nero, i destini ordinari o straordinari di queste donne e uomini che spesso affrontano discriminazioni, umiliazioni e ingiustizie. Sotto la matita di Jerome Ruillier, i personaggi prendono tutti l’apparenza di gatti, in modo che il lettore non focalizzi l’attenzione sulle differenze di colore di pelle. Dando un corpo a questi immigrati, dando loro delle forme universali, volutamente semplici, che si avvicinano agli archetipi di libi per bambini, Ruillier consente al lettore di proiettarsi nelle storie, di mettersi letteralmente al posto dei lavoratori che hanno lasciato la propria terra per venire a lavorare in un paese che accetta di loro solo le braccia. Una cosa è sicura, è che le loro storie li rendono infinitamente umani, e raccontano una parte di storia troppo spesso dimenticata ma che riguarda ognuno di noi. Da leggere assolutamente!

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24 dicembre 2014

La “maledizione” dell’albero di acacia

Foto di Angela Sevin

Foto di Angela Sevin

Mancano poche ore a Natale e forse alcuni di voi sono alla ricerca di un regalo all’ultimo minuto. Perché non entrate il libreria e invogliate amici e parenti alle lettura comprando loro un bel libro? Magari potreste scegliere un romanzo sull’Africa, identificarlo in mezzo agli altri è semplice: sulla copertina ha la foto di un albero di acacia. Questo sostiene Simon Stevens, un lettore che ha notato come da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad a La mia Africa di Karen Blixen, fino a Metà di un sole giallo di Chimamanda Ngozi Adichie i romanzi che parlano dell’Africa sono destinati ad avere in copertina l’albero di acacia.

Gli editori optano spesso per quest’immagine alla luce arancione del tramonto, perpetrando nell’immaginario collettivo l’idea dell’Africa come continente selvaggio e incontaminato, così lontana dalla realtà attuale da essere fastidiosa. Africa is a Country, il blog fondato da Sean Jacobs per sbarazzarsi della narrativa sull’Africa dominante nei media occidentali, ritiene che l’albero di acacia sia il simbolo scelto da qualcuno la cui idea del continente africano è la stessa di quella che un bambino può farsi guardando il Re Leone.

Buone feste e buone letture!

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12 novembre 2014

La guerra e il suo diritto nel fumetto africano: Pat Masioni a Bookcity

©DC Comics - Urban Comics - Pat Masioni - Joshua Dysart

©DC Comics – Urban Comics – Pat Masioni – Joshua Dysart

Il disegnatore e fumettista congolese Pat Masioni, vincitore della prima edizione del premio Africa e Mediterraneo per il miglior fumetto inedito di autore africano (2002), sarà presente a Milano nell’ambito della rassegna organizzata dal Dipartimento di Lingue e Letterature straniere dell’Università statale in occasione della fiera del libro Bookcity.

Droni, soldati robot e armi non letali. La guerra e il suo diritto nel fumetto africano è il titolo dell’incontro. Il grande fumettista (nato nella Repubblica Democratica del Congo nel 1961 e dal 2002 residente a Parigi) presenta il suo lavoro attorno al tema delle guerre: il conflitto in Uganda in Soldat Inconnu, il genocidio rwandese in Rwanda 94 e la recente storia a puntate commissionato dalla Croce Rosa Internazionale per riflettere sul presente e sul futuro delle azioni umanitarie all’epoca delle guerre tecnologiche “intelligenti”. Quest’ultimo album, intitolato Humanitarian Action 2064, immagina infatti l’esistenza di ‘robot umanitari’ nel 2064, a duecento anni dalla firma della prima Convenzione di Ginevra. La presenza a Bookcity di questo fumettista pluripremiato anche in Italia è volta a testimoniare la vitalità e la ricchezza del genere del fumetto in Africa e la sua capacità di farsi interprete dei temi più scottanti e attuali, non soltanto per il continente nero, con realismo e incisività.

Con: Silvia Riva, Pat Masioni, Sandra Federici (direttrice della rivista Africa e Mediterraneo)

Dove e quando: Spazio espositivo Show-room Stone Italiana, Via degli Arcimboldi 5 (ang. Via Lupetta), sabato 15 novembre ore 19-21

Seguirà un “Aperitivo tra nuvole africane” aperto al pubblico presente.

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08 ottobre 2014

Asilo in Europa e Rwanda: il N. 80 di Africa e Mediterraneo

Bruce Clarke, Exhibition of Upright Men at Rwanda National Library, Kigali. April 4th to July 4 2014 as part of the official commemoration in Rwanda

E’ uscito il nuovo numero di Africa e Mediterraneo, che contiene due dossier, uno dedicato al Sistema europeo comune di asilo, il secondo dedicato al ventennale del genocidio del Rwanda, in cui morirono tra 800.000 e un milione di persone. Oltre a un’ampia rassegna introduttiva di Marie José Hoyet – che ricostruisce criticamente il lavoro di memoria che è stato fatto dagli scrittori, artisti e operatori culturali, rwandesi e non, per ricordare e cercare di spiegare questo evento che ha colpito per la sua unicità, dimensione e velocità – il dossier coinvolge due scrittori africani. Dorcy Rugamba, Rwandese sopravvissuto allo sterminio completo della sua famiglia avvenuto la prima mattina del genocidio (“sono bastati tre quarti d’ora”), esplora le origini di questo “crimine industriale”, spiegando il ruolo cruciale giocato dal colonialismo e dall’imperialismo, le cui pratiche violente hanno rotto gli equilibri precedenti e sono rimaste come ferite, come ideologie e come habitus delle persone, e non potevano essere cancellate in pochi decenni di indipendenza. Il Burundese Roland Rugero mette a confronto il diverso modo di vivere il rapporto con il passato in Rwanda, dove è proibito palare pubblicamente della questione Hutu/Tutsi, e in Burundi dove se ne parla liberamente anche facendo dell’ironia. Infine, Marcel Kabanda, in un’intervista, spiega i contenuti dell’ultimo importante libro scritto con Jean-Pierre Chrétien dal titolo Rwanda, razzismo e genocidio: l’ideologia hamitica. Vi presentiamo un breve estratto dell’articolo “Raccontare la memoria: Rwanda (1994-2014). Una rassegna”, scritto da Marie-José Hoyet.

Il genocidio del Rwanda (7 aprile-4 luglio 1994), in cui morirono tra 800.000 e un milione di persone, ha avuto caratteri specifici: lunga pianificazione e velocità nell’esecuzione, sterminio di massa operato dalla massa e crimini di prossimità nel quadro istituzionale dello Stato, perpetrati con complicità internazionali in un “silenzio assordante” del mondo. In cento giorni, il genocidio più veloce e più denso della storia scatena una furia distruttrice concepita come un lavoro da compiere e devasta il Paese eliminando sistematicamente Tutsi, Hutu moderati e Twa: una parte di loro tenta di scappare sprofondando nelle paludi e solo una piccola frazione ci riuscirà. Fra i carnefici hutu in fuga nella foresta equatoriale o nei campi profughi (circa due milioni), un certo numero saranno uccisi e gli altri dovranno tornare per essere imprigionati e giudicati dai tribunali tradizionali. Fatto sconvolgente: pochi intellettuali africani denunciarono subito l’accaduto, a parte Mandela e Soyinka o chi era direttamente coinvolto sul posto, ci fu silenzio davanti a un evento che andava oltre l’umana comprensione, un silenzio che, con poche eccezioni, è proseguito troppo a lungo. Solo alla fine degli anni Novanta sono nate iniziative dovute a una presa di coscienza tardiva (domanda ricorrente: “Ma cosa stavamo facendo quando succedeva tutto questo?”), mentre il periodo successivo ha visto un fiorire di pubblicazioni, in particolare in lingua francese (convegni, incontri, mostre, proiezioni di film e documentari) che ha raggiunto l’apice in Francia nella primavera del 2014: siamo oggi di fronte alla produzione di un corpus infinito, che non accenna a diminuire, segno che l’argomento lungi dall’essere esaurito richiede sempre maggiori approfondimenti e si avvale di sempre più diversificate fonti e modalità.

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16 ottobre 2013

Un secolo di immigrazione a fumetti: a Parigi la mostra “Albums”

Al Musée de l’histoire de l’immigration di Parigi è stata appena inaugurata la mostra Albums – Bande dessinée et immigration. 1913-2013, che sarà aperta al pubblico fino al 27 aprile 2014.

Con più di cinquecento opere in esposizione tra carte e documenti originali, tavole, bozzetti, film di animazione, interviste video e  fotografie, la mostra prende in considerazione il fenomeno migratorio visto attraverso l’arte di 117 fumettisti.

Il percorso comincia da Goscinny e Uderzo, padri dell’eroe nazionale Asterix, che hanno avuto entrambi una storia di migrazione e finisce con gli autori africani residenti in Francia come rifugiati politici.

Anche un po’ di Africa e Mediterraneo sarà a Parigi, tra le opere esposte infatti vi segnaliamo:

  • alcune tavole originali di Une éternité à Tanger di Eyoum Ngangué e Fustin Titi (Africa e Mediterraneo, 2004);
  • la proiezione su schermo della storia Le voyage di Paul Assako Assako, tra i vincitori del premio Africa e Mediterraneo 2007/2008.

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