07 maggio 2014

Dak’Art, la biennale africana inaugura oggi

La Biennale Dak’Art, il principale evento di arte contemporanea in Africa, si svolgerà dal 9 maggio all’8 giugno 2014 a Dakar, in Senegal. L’evento riunirà molti artisti e professionisti dell’arte visiva provenienti dall’Africa e dal resto del mondo. Elise Atangana, Abdelkader Damani e Smooth Ugochukwu Nzewi sono i curatori di questa edizione il cui filo conduttore è “produrre il comune”, ossia collegare la politica e l’estetica in un approccio attivo e impegnato. La concezione di arte che scaturisce da questa edizione è quella legata a una vocazione pubblica, a una “condivisione del sensibile” in grado di tener conto delle aspirazioni comuni, delle paure, delle speranze e dei lutti quotidiani con la massima sincerità.

Il programma di questa manifestazione che da più di 20 anni è un appuntamento fisso per l’arte e la cultura africane è molto ricco e oltre a Dakar coinvolge numerose altre città del Senegal con incontri sui mestieri dell’arte, l’esposizione internazionale degli artisti africani e della diaspora, i tributi a Dimé, Diop e Diakhaté, la mostra di scultura africana, la Green Art nel Campus e 200 mostre off. Inoltre la città di Dakar sarà animata da concerti, sfilate di moda e proiezioni cinematografiche. Gli eventi sono visibili sulla pagina twitter www.twitter.com/DakArtBiennale e sul sito www.biennaledakar.org.

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16 ottobre 2013

Un secolo di immigrazione a fumetti: a Parigi la mostra “Albums”

Al Musée de l’histoire de l’immigration di Parigi è stata appena inaugurata la mostra Albums – Bande dessinée et immigration. 1913-2013, che sarà aperta al pubblico fino al 27 aprile 2014.

Con più di cinquecento opere in esposizione tra carte e documenti originali, tavole, bozzetti, film di animazione, interviste video e  fotografie, la mostra prende in considerazione il fenomeno migratorio visto attraverso l’arte di 117 fumettisti.

Il percorso comincia da Goscinny e Uderzo, padri dell’eroe nazionale Asterix, che hanno avuto entrambi una storia di migrazione e finisce con gli autori africani residenti in Francia come rifugiati politici.

Anche un po’ di Africa e Mediterraneo sarà a Parigi, tra le opere esposte infatti vi segnaliamo:

  • alcune tavole originali di Une éternité à Tanger di Eyoum Ngangué e Fustin Titi (Africa e Mediterraneo, 2004);
  • la proiezione su schermo della storia Le voyage di Paul Assako Assako, tra i vincitori del premio Africa e Mediterraneo 2007/2008.

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20 settembre 2012

I musei africani protagonisti nella 3a conferenza su Musei e diritti umani

Il prossimo 9 e 10 ottobre l’International Slavery Museum, inaugurato cinque anni fa a Liverpool, in Gran Bretagna, ospiterà la terza conferenza organizzata dalla Federazione internazionale Diritti umani e musei.

Questa conferenza vuole discutere i progressi fatti dalle diverse istituzioni museali nell’ambito della difesa e promozione dei diritti umani. È sempre più diffusa, infatti, l’idea che i musei possano ricoprire un ruolo attivo nel sostegno dei diritti fondamentali.

Con il patrocinio dell’UNESCO, questo convegno vuole quindi affrontare argomenti quali: la schiavitù, la lotta contro le discriminazioni e le disegualianze di genere ed etniche, tradizione, religione e memoria.

Come parte della conferenza vi sarà anche la possibilità di partecipare al workshop Anniversary — an act of memory sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Diretto da Monica Ross, questa serie di performances in 60 atti, vedrà svolgersi il suo 46esimo atto proprio alla fine delle due giornate di discussione quando una recitazione collettiva porrà l’accento sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. L’adesione a questo laboratorio è gratuita e aperta a tutti i partecipanti alla conferenza.

Per maggiori informazioni vai al sito ufficiale della Conferenza sui diritti umani organizzata dalla Federation of International Human Rights

Segnaliamo infine due numeri della rivista Africa e Mediterraneo dedicati interamente a musei africani, 4/07 L’Africa nei musei e nelle collezioni occidentali e 2-3/07 “Oggetti d’arte” nei musei e nelle collezioni nell’Africa contemporanea: le poste in gioco.

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27 luglio 2012

Una petizione per salvaguardare il patrimonio del Mali

L’Ecole du Patrimoine Africain – EPA, istituzione con sede in Bénin attiva sin dal 1998 nella promozione del patrimonio culturale africano, ha lanciato una petizione per la salvaguardia del patrimonio culturale del Mali, bene dell’Africa e del mondo intero, attualmente messo in pericolo a causa della crisi politica.

Le recenti profanazioni dei due mausolei di Saints e Timbuctù, perpetrate dai gruppi fondamentalisti di Ansar Ad-Din, hanno suscitato forti preoccupazioni tra le istituzioni specializzate e i professionisti del settore, che si sono mobilitati per denunciare il fatto e per segnalare all’opinione pubblica nazionale ed internazionale le continue minacce verso i beni situati nel nord del territorio maliano.

Numerosi sono infatti i musei, monumenti, memoriali, conservatori e centri culturali che oggi sono in pericolo a causa dell’intolleranza e dei traffici illeciti, aspetti che hanno contribuito anche alla crescenti migrazioni delle popolazioni, soprattutto quelle del nord, verso l’interno e i paesi limitrofi. Secondo un’indagine condotta dall’Ufficio degli affari umanitari delle Nazioni Unite, al 5 aprile di quest’anno il numero di emigrati maliani, con maggioranza di donne, bambini e giovani, era di 235000 persone; un numero sconcertante, se si pensa alla densità di popolazione delle città maggiormente colpite dagli spostamenti di massa.

In questo scenario, l’appello dell’EPA invita tutti i protagonisti sul campo a dare il loro contributo per la conservazione, l’integrità e la sicurezza dei beni culturali e delle persone in tutte le loro componenti e dimensioni, in particolare nelle zone maggiormente colpite dalla crisi, quali Timbuctù, Gao e Kidal, ed esorta i paesi vicini al senso di responsabilità e solidarietà nei confronti del popolo maliano.

http://www.petitions24.net/sauvons_le_patrimoine_du_mali__save_malis_heritage_eng_bellow

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02 luglio 2012

Il IV premio ARCA per la Difesa dell’Arte

L’associazione ARCA (Association for Research into Crimes against Art) ha da poco annunciato l’ultimo vincitore del quarto premio annuale alla carriera per la Difesa dell’Arte 2012.

Con l’alto riconoscimento per l’impegno nella salvaguardia del patrimonio culturale del Kenya e di altri paesi africani, il keniano George H. O. Abungu è stato premiato durante la Conferenza interdisciplinare sul patrimonio culturale collettivo, svoltasi ad Amelia tra il 23 e il 24 giugno.

Abungu, che dal 1999 è Presidente del Comitato Permanente Internazionale sul traffico delle Antichità illegali e che, tra il 1999 e il 2002, è stato Direttore Generale dei Musei nazionali del Kenya, ha realizzato oltre 60 pubblicazioni nelle discipline di archeologia, gestione del patrimonio, museologia, cultura e sviluppo, sostenendo il ruolo, il rispetto e la protezione delle arti come studioso, esperto museale e amministratore.

Nel corso della sua carriera, Abungu è stato consulente per il progetto Aluka della Fondazione Mellon, del Global Heritage Fund, ed è Vice Presidente dell’International Council of Museums (ICOM). E’ stato un membro della Giuria Internazionale del Premio Internazionale UNESCO “Melina Mecouri” per la Salvaguardia e Gestione dei Paesaggi Culturali e, tra gli altri, Membro del Consiglio TARA per l’Arte Rupestre Africana. Si è seduto al World Monuments Watch panel ed è stato Rappresentante del Kenya al Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, e Vice-Presidente dell’Ufficio di Presidenza (2004-2009).

Per il quarto anno consecutivo, l’organizzazione di beneficenza ARCA ha confermato il suo impegno nella promozione della ricerca sulla criminalità nell’arte e nella protezione del patrimonio culturale, grazie all’approccio interdisciplinare che coniuga il sapere archeologico e storico dell’arte con quello giuridico, criminologico e ambientalista.

Sul patrimonio e i musei in Africa, Africa e Mediterraneo ha pubblicato due numeri della rivista.

http://www.africaemediterraneo.it/rivista/sommari_08.shtm#Turismoepatrimonio

http://www.africaemediterraneo.it/rivista/sommari_07.shtm#Musei_africa

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09 maggio 2012

L’Open City Museum: momenti di vita fra Cina e Alto Adige.

Il Comune di Bressanone, con la Provincia Autonoma di Bolzano e il Museo Diocesano di Bressanone, hanno organizzato una mostra di fotografia e video proiezione con l’obiettivo di condurre il pubblico in un singolare viaggio fra Cina e Alto Adige, dove un cosmo di relazioni si incontrano e si arricchiscono reciprocamente.

L’iniziativa, organizzata nell’ambito del progetto interculturale d’arte Open City Museum e curata dalla promotrice culturale Martha Jiménez Rosano, avrà luogo il 18 maggio, alle ore 18, presso il Cortile del Museo Diocesano di Bressanone, e presenterà opere del fotografo brissinese Giovanni Melillo Kostner, dell’artista cinese Lei Lei e del collezionista francese Thomas Sauvin.

Giovanni Melillo Kostner dal 2007 porta avanti un’interessante ricerca sui fenomeni migratori e sulla costruzione dell’identità culturale nell’ambito della rassegna “Verso nuove culture”, all’interno della quale si inserisce anche il lavoro “Fortuna, vieni da me!”, che sarà presentato alla mostra e che contiene momenti di vita quotidiana di persone d’origine cinese residenti in Alto Adige.

Grazie al lavoro di reperimento e restauro di Thomas Sauvin, la mostra costituirà un’occasione unica per vedere in anteprima il progetto d’archivio della memoria cinese “Beijing Silvermine”, con una selezione di immagini della capitale cinese e della vita dei suoi abitanti negli ultimi trant’anni e la proiezione di una video-animazione realizzata in collaborazione con l’artista cinese Lei Lei. Il lavoro completo sarà presentato nel mese di ottobre presso il Festival Internazionale di Fotografia di Singapore.

Giovanni Melillo Kostner ha pubblicato alcune foto nel dossier 72-73 di Africa e Mediterraneo sulle “Sfide della mediazione interculturale“  e ha contribuito, tra gli altri, alla produzione del materiale fotografico contenuto nell’handbook “Comunicare l’immigrazione”, curato da Lai-momo e Idos.

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01 aprile 2011

Nell’Egitto post-regime si discute il futuro dei musei

Riportiamo e traduciamo un’interessante articolo del quotidiano egiziano Ahram online, che aiuta a comprendere le dinamiche e i problemi che sta affrontando il nuovo Egitto.

Quando ieri il governatorato del Cairo ha annunciato che era stata predisposta una commissione per studiare la possibilità di demolire l’edificio del Partito Nazionale Democratico (PND) per trasformarne il terreno in un parco, archeologi e museologi hanno reagito in modo furioso.

Sebbene il terreno fosse originariamente di proprietà del museo egizio, nessuno di loro è stato interpellato per la creazione di questa commissione.

“É ora che questo terreno, che prima apparteneva al museo egizio, sia restituito”, così dichiara Tarek El- Awadi, direttore del museo egiziano, ad Ahram Online.

Racconta che dopo la rivoluzione del 1952 quel terreno fu preso dall’Egyptian Antiquites Authority e da allora è stato sempre utilizzato dai vari partiti di governo stabiliti dal regime, l’ultimo dei quali è stato il PND, che aveva condiviso lo stabile sulle rive dei Nilo con il Consiglio Nazionale per le Donne, guidato dalla moglie del Presidente Suzanne Mubarak, e con la Arab Bank.

L’edificio è stato distrutto la sera del 28 gennaio, nel mezzo dei violenti attacchi da parte dei mercenari pro-regime e delle forze di sicurezza contro i dimostranti in piazza Tahrir.

El- Awadi ha affermato che gli archeologi e i curatori del museo sono stati profondamente infastiditi dal non essere stati invitati alla discussione sul futuro di quel pezzo di terra, e ha detto che si stanno appellando al Primo Ministro Ahmed Sharaf e al Consiglio dell’Armata Suprema per far sì che questa terra torni nelle mani dei suoi proprietari originari, il Ministero per i Beni Culturali.

Egli ha negato che la terra appartenga al governatorato del Cairo, ma essa, sin da quando il museo è stato costruito, nel 1901, era parte della zona edificabile e costituiva la zona portuale del museo del Nilo in cui le navi trasportavano i monumenti dalla loro collocazione originaria a Luxor ed Aswan lì nell’Alto Egitto per esporle nel museo. Le cerimonie ufficiali di inaugurazione dell’esposizione delle mummie reali egiziani furono anch’esse organizzate lì.

El- Awadi ha proposto che dopo la demolizione dell’edificio distrutto del PND il terreno venga trasformato in un museo a cielo aperto, dove esporre alcuni pezzi della collezione del museo, le cui vetrine sono al momento stracolme. Potrebbe addirittura diventare un edificio gemello al museo, collegato da un ponte, e potrebbe diventare, sempre secondo El- Awadi, la location ideale per esporre la collezione d’oro del diciannovesimo re della dinastia, Tutankhamun.

Fonte: Ahram online, 14 marzo 2011

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25 giugno 2010

Appropriazione e “appropriatezza” in architettura: “skin” come un “corpo per viverci”

Presentazione dell’articolo “Appropriazione e appropriatezza in architettura: skin come un corpo per viverci”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Suzette Grace, lectures presso l’Università di Johannesburg e laureata in cinque discipline tra cui Architettura, Filosofia e Belle arti.

L’architettura sudafricana esplora le mode alla ricerca di un’identità stilistica che sia adatta al tempo e ai luoghi che gli sono propri. Allo stesso tempo, s’appropria del substrato storico rielaborandolo in modo eclettico. L’oggetto di queste sperimentazioni è la skin (lett. “pelle”, ma qui anche “involucro”, “abito”) che viene “abbigliata (a festa)”, truccata, secondo la tendenza internazionale di rinnovare fortemente la superficie degli edifici. Fuor di metafora, architettura e moda hanno diversi punti in comune in quanto condividono le caratteristiche vitruviane di funzione, struttura ed estetica e all’equilibrio di questi elementi sono legati i dilemmi dell’estetica architettonica.
L’architettura non è una forma d’arte autonoma e la sperimentazione creativa dello skin building necessita di patrocinio. Le risorse economiche, così come la legislazione (si pensi ad esempio le misure relative alla sostenibilità degli edifici) hanno costituito in passato una limitazione alla creatività e alla libertà d’espressione. Oggi, però, una nuova risposta estetica comincia a emergere.
Tre casi di studio illustreranno la questione. Il primo esempio è il Maropeng Visitor Centre, collocato nel sito detto “la Culla dell’Umanità”, presso Johannesburg. La forma dell’edificio rappresenterebbe un’antica collinetta per la sepoltura, ma è stata interpretata anche in altri modi, ad es. come la maschera dei due volti di Giove. L’edificio sembra un’estensione del paesaggio circostante, e trasmette un senso di varietà rappresentativo della complessità culturale del paese.
Il secondo esempio è l’Hector Pieterson Museum, che commemora la rivolta degli studenti di Soweto nel 1976. Il sito è diventato un simbolo nazionale d’importanza socio-politica. L’ideazione del museo, la cui forma ricorda una fortezza, si è dovuta confrontare con l’area periferica circostante caratterizzata dalla presenza di abitazioni low-cost: il risultato è stato l’inserimento “neutro” del museo nel paesaggio.
L’ultimo esempio è quello del Mapungubwe Interpretation Centre, museo del vicino sito archeologico. È collocato in un’area rocciosa e prende diretta ispirazione dal paesaggio circostante in termini di materiale, forme e tecnologia: la sua struttura richiama, infatti, le forme del paesaggio circostante.
Questi edifici s’appropriano, anche se in modi differenti, del contesto naturale e delle origini storico-architettoniche allo scopo d’esser rilevanti nel lungo periodo. D’altra parte, giocando con le tendenze attuali, cercano d’esser appropriati al particolare momento della loro ideazione.

Per aquistare on line il N. 69-70 di Africa e Mediterraneo, conoscere o acquistare i numeri precedenti, sottoscrivere un abbonamento vai al sito di Lai-momo, l’editore.

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22 gennaio 2010

L’Africa in Israele, quando la cooperazione culturale funziona (quella francese)

MoshekwaLangaNonostante i tagli di Sarkozy la diplomazia culturale francese continua ad essere molto forte e visibile. Il museo Herzliya Museum of Contemporary Art (città che fa parte del distretto di Tel Aviv) sta ospitando in questi giorni una mostra che si fa notare:

Herzliya Museum of Contemporary Art is please to announce the opening of the exhibition A Collective Diary, a Contemporary African Journey. The exhibition, which opens on 9 January 2010, will encompass the entire museum, featuring photographs, video works, sculptures, collages, installations and paintings by twelve contemporary African artists, from the region stretching south of the Sahara.  

In A Collective Diary, a Contemporary African Journey the curators present the results of a thoughtful exploration into contemporary African art, an almost completely obscured art in our area. This is a golden opportunity for the Israeli audience to be acquainted with art works that draw on different cultural experiences, while they address the human condition shared by all of us.

A Collective Diary, a Contemporary African Journey is a journey to the depths of the African “self” within the contemporary globalism. Each and every artist in the exhibition deals in his or hers own way with questions of identity and belonging, and in particular with national, familial, personal and individual identity, within the world of contemporary art and media.

Questi gli artisti coinvolti: El Anatsui, William Adjété Wilson, Samuel Fosso, Myriam Mihindou, Moshekwa Langa, Michèle Magema, Bili Bidjocka, Zwelethu Mthethwa, Aimé Ntakiyica, Dilomprizulike, IngridMwangiRobertHutter, Joël Andrianomearisoa

La mostra è curata dal franco-camerunese Simon Njami e dalla curatrice franco-israeliana Mikaela Zyss, qui trovate le schede di tutti gli artisti presenti alla mostra e una descrizione delle opere presentate.

L’iniziativa è promossa da diversi sponsor, tra i quali Culturefrance, il settore culturale del Ministero degli Esteri francese. Questo dipartimento ha a disposizione finanziamenti che non sono eccessivi se paragonati ad altri settori della cooperazione ma sono abbondanti per il settore culturale, che non ha bisogno di grandi cifre per fare eventi di grande immagine e concreto aiuto agli operatori culturali. Questo contribuisce a mantenere alta l’immagine del settore culturale francese e a fornire aiuto concreto agli artisti africani. Il Ministero degli Esteri italiano non è mai stato così lungimirante…

immagine | opera di Moshekwa Langa

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17 novembre 2009

Immaginando l’inimmaginabile: arte visuale e memoria a Ouidah

Presentazione dell’articolo “Immaginando l’inimmaginabile: arte visuale e memoria a Ouidah”, pubblicato sul numero 67 di Africa e Mediterraneo a firma di Toni Pressley-Sanon, dottorando presso il dipartimento di Lingue e Letteratura africane dell’Università del Wisconsin-Madison.

fig. 1 Door of No ReturnLa Porta del Non Ritorno, disegnata e decorata da Fortuna Bandiera, può essere considerata il simbolo dell’iniziativa Slave route project che l’UNESCO ha promosso in Bénin. In tale progetto la spiaggia è emblema del luogo da cui migliaia di persone furono imbarcate, durante il periodo della schiavitù, verso il nuovo mondo.

Tra le raffigurazioni presenti sulla Porta del Non Ritorno, collocata su una larga piattaforma circolare, ci sono quattro bassorilievi che riproducono un litigio tra alcuni schiavi incatenati che aspettano la nave che li porterà dall’altra parte dell’Atlantico. Figure maschili e femminili inginocchiate sono ripetute fino alla cima di entrambe le colonne della Porta. Nel lato in cui la piattaforma affaccia sull’oceano sono collocate due statue di Kulito (parola fon che indica o gli antenati o “coloro che stanno per intraprendere il cammino della morte”) le quali simboleggiano gli spiriti di coloro che torneranno attraverso la Porta. Anche gli spiriti dei soggetti della diaspora, facendo parte del pantheon vodun, ritorneranno nella terra dei loro antenati.

Gli artisti incaricati dall’UNESCO di disegnare la Porta dovevano creare una struttura, mai realmente esistita, che fosse capace di evocare e rappresentare la continuità storica tra l’oggi e il passato – sia a livello nazionale che internazionale – senza, tuttavia, occultare l’assenza di materiale documentario per la storia della schiavitù beninese. L’intero complesso creato da Bandeira non solo rende tangibile la continuità col passato, ma evoca l’intensificarsi dell’alienazione e della dislocazione degli schiavi dalla loro terra materna.

I monumenti e i musei di Ouidah sono veri e propri siti della memoria. Essi, tracciando un resoconto della diaspora africana iniziata con la tratta transatlantica degli schiavi, non solo rafforzano la coscienza e la continuità storica nel presente dei beninesi ma, soprattutto, personificando la memoria come qualcosa “che si radica nel concreto, negli spazi, nei gesti, nelle immagini e negli oggetti”, strutturano il presente e modellano il futuro. In altri termini, questi siti “concretizzano” e rendono tangibile la storia della tratta degli schiavi che, prima di tale progetto, rischiava di cadere nell’oblio. Tali luoghi della memoria possono essere considerati, inoltre, siti di contestazione perché, rendendo pubblicamente accessibile il passato, ne fanno, al contempo, l’elemento a partire da cui strutturare “criticamente” presente e futuro.

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