11 aprile 2014

Donne migranti di ritorno dall’Europa al Marocco

Nell’incontro “Marocco, la nostra prima Africa”, tenutosi lunedì 7 aprile presso il Centro Interculturale Massimo Zonarelli (Bologna), alcune rappresentanti di associazioni hanno sottolineato l’importanza di parlare dell’integrazione della comunità marocchina anche in una prospettiva di genere. Vi proponiamo qui un estratto dell’articolo Aicha è tornata: making of di un documentario sulle donne migranti di ritorno dall’Europa al Marocco, scritto da Gaia Vianello e pubblicato sul numero 79 di Africa e Mediterraneo.

Fermo immagine tratto da Aicha è tornata di Juan Martin Baigorria, 2011

L’articolo si propone di riassumere il percorso di ricerca sul campo – svolta in Marocco tra il 2007 e il 2009 – che ha portato alla realizzazione del documentario Aicha è tornata, prodotto nel 2011, focalizzato sulla questione dei ritorni femminili dall’Europa verso il Marocco.[…] I risultati di questa ricerca qualitativa, condotta per due anni nelle provincie di Khouribga e Beni Mellal su un campione eterogeneo di settanta donne selezionate sulla base di variabili quali l’età, che varia dai sedici ai cinquanta anni, lo stato civile, il livello d’istruzione, la condizione legale, il tempo di permanenza in Europa, hanno fatto emergere tre tipologie di donne migranti di ritorno. […]

La prima e più consistente è la tipologia che comprende le donne che partono con ricongiungimento familiare, attraverso matrimoni, nella maggior parte dei casi, combinati. I cosiddetti “matrimoni d’estate”, per il fatto che vengono celebrati durante il mese di vacanza dei migranti uomini che già si trovano in Europa e che, non avendo tempo per trovare moglie, chiedono alle famiglie di combinare il matrimonio in Marocco con una loro connazionale. Molto spesso questi matrimoni finiscono con i cosiddetti “divorzi d’inverno”: le giovani spose si ritrovano catapultate dall’oggi al domani in una realtà a loro del tutto estranea, di cui non condividono né la lingua né la cultura, isolate dal resto del mondo e dipendenti da un marito che a malapena conoscono e che, oberato dal lavoro e reso fragile dai disagi connessi alla migrazione, non riesce a comprendere le esigenze della moglie. Nascono così incomprensioni coniugali che si risolvono spesso attraverso il ritorno al paese d’origine di queste donne: in molti casi gli uomini, incapaci di gestire le difficoltà matrimoniali, riportano le mogli in Marocco e ripartono in Europa dopo aver sottratto loro i documenti necessari all’espatrio.[…]

Il secondo gruppo di donne comprende giovani ragazze nate in Europa o emigrate con i genitori quando erano ancora molto piccole e poi tornate in Marocco ancora in età scolare. L’impatto del ritorno su queste giovani è spaesante, soprattutto per quelle rientrate dopo aver già cominciato un percorso scolastico in Europa. Il problema che si pone per queste ragazze è l’impossibilità di proseguire nei propri studi, poiché, parlando l’arabo, ma non sapendolo scrivere, fanno fatica ad essere reintegrate nel sistema scolastico locale e si trovano quindi costrette a rimanere a casa, aiutando la propria famiglia nelle faccende domestiche e sposandosi molto giovani. Diventa inoltre estremamente complessa la ricerca della propria identità, in quanto si tratta di giovani donne cresciute e formate all’interno della società europea, che hanno frequentato scuole e coltivato amicizie in Europa, e che quindi hanno goduto per molti anni di grande libertà.[…]

Vi sono infine donne sole che decidono di migrare per ragioni economiche, e che lo fanno spesso clandestinamente. Si tratta di donne nubili o divorziate, quindi senza obblighi coniugali e, nella grande maggioranza, provenienti dalle campagne attorno a Khouribga, dove le condizioni di vita sono estremamente dure e dove vi è un alto livello di povertà. Spesso queste donne vengono inviate in Europa dalle famiglie, le quali si privano di tutti i loro averi per poterne finanziare il viaggio, che avviene illegalmente attraverso il pagamento di un passeur. I percorsi intrapresi per raggiungere le coste europee sono lunghi e pericolosi, soprattutto per una donna sola, e nella metà dei casi non vengono portati a termine, o perché gli intermediari si danno alla macchia dopo aver riscosso la somma o perché le migranti, una volta sbarcate in Europa, vengono subito intercettate dalla polizia.[…] La condizione di clandestinità impedisce loro di integrarsi nel paese di accoglienza, costringendole ad accettare lavori malpagati al nero, spesso come badanti, in qualche caso come cameriere; ed è proprio questa situazione di precarietà che favorisce un ritorno al Paese d’origine, vuoi per espulsione o volontariamente, perché incapaci di reggere tali condizioni di stress.

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09 aprile 2014

Marocco, la nostra prima Africa. Il Ministero del Lavoro ha incontrato a Bologna la comunità marocchina

Lunedì 7 aprile si è tenuto l’incontro Marocco, la nostra prima Africa, presso il Centro Interculturale Massimo Zonarelli (Bologna). L’evento è parte del progetto che vede il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali incontrare 15 collettività di immigrati in Italia nell’ambito di 15 eventi. A Bologna si è scelto di incontrare la comunità marocchina perché particolarmente forte e presente sul territorio.

Africa e Mediterraneo ha affiancato il centro studi IDOS nell’organizzazione dell’incontro che ha visto la partecipazione dei rappresentanti di associazioni marocchine di Bologna e di altre parti d’Italia tra cui Adil Lasry, dell’Associazione Lavoratori Marocchini in Italia, Bouchaib Khaline dell’Associazione Immigrati Appennino Bolognese e Naima Daoudagh dell’associazione Insieme di Brescia. Durante l’evento è stato presentato il Portale Integrazione Migranti.

La tavola rotonda è stata particolarmente animata, ma l’atmosfera si è sciolta grazie al Moroccan’Roll dei Jedbalak, gruppo musicale italo-marocchino a cui si è unito Reda Zine, il musicista che aveva aperto l’incontro, in una performance che ha coinvolto tutti.

Qualcuno ha girato un piccolo video con il telefonino…

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04 aprile 2014

Donne nigeriane e sfruttamento sessuale: la strutturale produzione di vulnerabilità

Chi sono le donne che offrono il proprio corpo in cambio di denaro sulle nostre strade? Molte di loro sono migranti e nella stragrande maggioranza provengono dalla Nigeria. Come funziona il sistema della tratta? Che cos’è il madamato? Le ragazze sono complici o sono vittime? Per riflettere su queste tematiche vi proponiamo l’estratto in italiano dell’articolo Migrant Nigerian Women in Bonded Sexual Labour: The Subjective Effects of Criminalisation and Structural Suspicion, beyond the Trafficking Paradigm, scritto da Irene Peano e pubblicato sul numero 79 di Africa e Mediterraneo.

AP File Photo

Dalla metà degli anni ’80 l’Italia è meta di un significativo traffico di prostituzione  che coinvolge in buona parte le donne nigeriane. Si stima infatti che tra il 1990 e il 2010 le prostitute provenienti dalla Nigeria siano state circa la metà del totale delle prostitute migranti. La maggior parte delle donne nigeriane che finisce sulle nostre strade stipula un contratto con uno “sponsor”, accumulando nei suoi confronti un grosso debito con alti tassi di interesse. Gli sponsor molto spesso sono le madams, ovvero donne che hanno già vissuto sulla loro pelle lo sfruttamento sessuale e sono riuscite a fare il salto di potere diventando loro stesse delle sfruttatrici; si accollano le spese di viaggio, di vitto e di alloggio e pagano il dazio per la postazione che le loro ragazze occuperanno sulla strada. Il debito contratto dalle donne che stipulano l’accordo con le madams può raggiungere i 70.000 euro e viene suggellato in Nigeria presso i santuari delle divinità juju oppure in Italia, dove una volta arrivate le ragazze sono costrette con minacce e abusi. Alcune donne affermano di sapere quello a cui vanno incontro, altre si dichiarano completamente ignare al momento della stipula.

Negli ultimi anni, in Italia, soprattutto attraverso il Pacchetto Sicurezza del 2009, sono stati dati maggiori poteri alle amministrazioni locali, le quali hanno preso di mira la prostituzione in quanto comportamento immorale che lede l’immagine pubblica. Il risultato è stato quello di decentrare le aree adibite all’adescamento dei clienti spostandole in luoghi periferici e isolati, aumentando così il rischio sia per le donne, sia per i loro clienti. Le prostitute nigeriane sono particolarmente esposte alla criminalizzazione dell’immigrazione, di cui il Pacchetto Sicurezza rappresenta il climax. Basti dire che nelle sezioni femminili dei CIE, ovvero i Centri di Identificazione e di Espulsione per gli immigrati, ci sono in maggioranza donne nigeriane. Il cosiddetto articolo 18, offrendo percorsi di protezione e legalizzazione solo a fronte di una denuncia per tratta, si rivela inadeguato nel combattere la strutturale produzione di vulnerabilità.

In Nigeria, per secoli la violenza si è accompagnata a pratiche segrete e il valore della verità è collassato. Le narrazioni da parte delle donne sul loro reclutamento possono cambiare a seconda delle situazioni e  delle opportunità. Il destino delle ragazze che partono verso l’Italia è conosciuto in Nigeria attraverso il passaparola e le campagne di sensibilizzazione, ma molte si illudono che per loro sarà diverso. Inoltre esse provano rispetto e timore verso le madams, che percepiscono come autorevoli e potenti.

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25 marzo 2014

Richiedenti asilo, quale accoglienza in Europa? Un incontro a Bruxelles per parlarne

42.618 arrivi irregolari di migranti nel Mediterraneo centrale e 97.207 domande di protezione internazionale in Europa tra luglio e settembre 2013 (Frontex)

484.600 richieste di asilo in Europa nel 2013 (UNHCR)

4.000 persone salvate nel Mediterraneo nella scorsa settimana e 10.000 dall’inizio del 2014 (CIR)

Nel 2014 gli arrivi di migranti via mare e le richieste di asilo sono destinati ad aumentare rispetto all’anno passato. Una delle ragioni principali è il numero immenso di rifugiati siriani che si trovano in Nord Africa e nei campi realizzati lungo la frontiera turco-siriana.

L’accoglienza dei richiedenti asilo e la necessità di programmi strutturali per far fronte a questi arrivi costituiscono un tema chiave per tutta l’Europa: occorre rafforzare il dialogo, informarsi e confrontarsi non solo a livello istituzionale, ma anche tra cittadini.

Africa e Mediterraneo discuterà di tutto questo a Bruxelles il 28 marzo durante una tavola rotonda che vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni europee, di alcuni Stati membri e di operatori impegnati nell’accoglienza dei richiedenti asilo.

Scarica il programma dell’evento

Vai all’evento su Facebook

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21 marzo 2014

Celebriamo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali

Da tempo il termine razza è praticamente scomparso dalla terminologia scientifica perché non è applicabile a una specie geneticamente omogenea come quella umana. Gli studi genetici hanno infatti dimostrato l’assenza di veri e propri confini biologici tra le diverse popolazioni, ma eliminare il fondamento scientifico del concetto di razza non è stato sufficiente a sbaragliare il razzismo che dal piano biologico si è spostato a quello culturale. La supposta superiorità dell’uomo bianco, non più dimostrabile a livello genetico, è stata quindi sbandierata in nome del differente grado di sviluppo a cui la “civiltà bianca” sarebbe arrivata rispetto alla “civiltà nera”. Ma la storia ha già insegnato che percepirsi superiori genera mostri.

foto di Maurizio Mori

Oggi, 21 marzo, si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali, indetta dall’ONU in ricordo del massacro di Sharpeville del 1960, la giornata più sanguinosa dell’apartheid in Sudafrica: durante una pacifica manifestazione di protesta contro l’introduzione dell’Urban Areas Act, il provvedimento che imponeva ai cittadini neri di esibire uno speciale permesso nelle aree riservate ai bianchi, la polizia sudafricana aprì il fuoco sulla folla dei dimostranti, uccidendo 69 persone. Il comportamento della polizia venne denunciato da una speciale commissione d’inchiesta come eccessivo impiego della forza contro una folla disarmata e I’operato del Governo sudafricano venne ufficialmente condannato dalle Nazioni Unite.

In occasione di questa ricorrenza l’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità, organizza eventi in tutta Italia e a Torino si svolge il convegno centrale dell’intera Settimana d’Azione contro il Razzismo ovvero la Presentazione nazionale dello Shadow Report 2012-2013 della Rete Europea contro il razzismo (ENAR), a cura del CIE, Centro d’Iniziativa per l’Europa del Piemonte, che vedrà la partecipazione del Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz.

Buona giornata a tutti, all’insegna del colore arancione!

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14 marzo 2014

Indossa qualcosa di arancione: inizia la settimana d’azione europea contro il razzismo

In occasione della giornata mondiale contro il razzismo che si celebra il 21 marzo in ricordo del massacro di Sharpeville (Sudafrica, 1960), da domani inizia la Settimana di azione europea contro il razzismo che durerà fino a domenica 23 marzo. L’evento è coordinato da UNITED network che raggruppa più di 550 organizzazioni appartenenti a 48 paesi europei al fine di combattere i nazionalismi, il razzismo, il fascismo e supportare i migranti e i rifugiati per favorire l’interculturalità. In Italia è l’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità, a organizzare la Settimana di azione contro il razzismo, che quest’anno è alla sua X edizione. Lo slogan scelto è “Se chiudi con il razzismo ti si apre un mondo” ed è volto a promuovere la ricchezza di una società multietnica e multiculturale. Durante la settimana sono previste iniziative nel mondo della scuola, dell’università, dello sport e della cultura con l’obiettivo di coinvolgere I’intera opinione pubblica.

Come segno di adesione alla campagna l’UNAR chiede di esibire il colore arancione (colore dell’UNAR). Chi lo vorrà potrà indossare un capo di abbigliamento o appendere un lenzuolo alla finestra di colore arancione. I Comuni, ad esempio, potranno utilizzare lampadine arancioni per i lampioni delle piazze principali delle città, illuminare così i monumenti più importanti, esporre una bandiera sul Palazzo comunale o portare avanti qualsiasi altra iniziativa, sempre all’insegna del colore arancione. Inoltre è già attiva la campagna Colora di arancione il tuo Instagram, in collaborazione con Instagramers Italia. Per partecipare è sufficiente avere un account attivo su Instagram e scattare una foto che contenga un elemento arancione e in grado di veicolare un messaggio di integrazione, utilizzando gli hashtag #coloradiarancione, #igersitalia e #unar.

Segnaliamo infine due iniziative promosse dal Distretto Pianura Est  in collaborazione con la Coop. Lai-momo: sabato 15 marzo, alle ore 14:30, il laboratorio “Antidiscriminazione: sguardi a confronto in cerca di azioni” a Castel Maggiore presso la Sala Polivalente Pier Paolo Pasolini in Piazza Amendola 1 e domenica 23 marzo, alle ore 15:00, “Biblioteca Vivente” a Pieve di Cento presso l’Androne del Palazzo Comunale in Piazza Andrea Costa 17. Questi incontri sono organizzati nell’ambito della quarta edizione della “Comunità che cambia”, rassegna di incontri pubblici dedicata al fenomeno migratorio nel Distretto Pianura Est.

Potete scaricare il pdf al seguente link:

http://bit.ly/1kLNtwi

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07 marzo 2014

Nass Belgica: la mostra dedicata alla comunità marocchina in Belgio, fino al 27 aprile a Bruxelles

Su iniziativa dell’Università libera di Bruxelles è stata inaugurata il 21 febbraio Nass Belgica, la mostra itinerante dedicata alla comunità marocchina in Belgio, in partenariato con Le Botanique e l’Università di Liegi. L’espressione Nass Belgica significa letteralmente “la gente del Belgio” in dialetto marocchino e dà il nome a questa mostra che celebra l’anniversario della firma dell’accordo belga – marocchino del 17 febbraio 1964 relativo all’occupazione di lavoratori marocchini in Belgio. L’obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza del contributo che gli immigrati marocchini e i loro discendenti hanno dato alla storia del Belgio, al suo sviluppo economico e sociale e alla sua vita culturale.

La mostra è arricchita da testimonianze pubbliche e archivi familiari, fotografie, disegni e altri documenti e incorpora frammenti di vita, immagini di ieri e di oggi, testi, spezzoni di film, mappe, manifesti, manufatti e dispositivi interattivi. Ragione ed emozione sono i due poli attorno ai quali si articola l’esposizione che fa appello allo humor attraverso brevi video comici, sketch e spezzoni di spettacoli. L’intento è quello di essere uno strumento per decostruire gli stereotipi da entrambe le parti, sia quelli della società d’accoglienza, sia quelli della comunità marocchina, così da promuovere il valore e la ricchezza del vivere insieme.

La mostra è aperta fino al 27 aprile presso Le Botanique, rue Royale 236, Bruxelles.

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28 febbraio 2014

Quando l’immigrazione diventa schiavitù. Le lavoratrici domestiche in Libano

Siamo abituati a pensare al lavoro di cura come appannaggio di donne provenienti dall’est Europa che in Italia cercano il modo per guadagnare denaro e inviare rimesse a casa. Ma ci sono ben altre realtà da tenere in considerazione. Il Libano, per esempio, è meta di tante lavoratrici domestiche provenienti da Sri Lanka, Etiopia, Bangladesh e Filippine. Come vivono queste donne? Quali sono le loro condizioni lavorative? Che diritti vengono loro riconosciuti? A questi interrogativi dà risposta l’articolo When Immigration Becomes Slavery. Migrant Housemaids in Lebanon, the Normalization of the Unusual, scritto da Omar Bortolazzi e pubblicato sul numero 79 di Africa e Mediterraneo, di cui qui vi proponiamo l’abstract in italiano.

Beirut 2010. Foto di Michela Bignami

Quella libanese è una società ossessionata dalla logica di classe e le lavoratrici domestiche migranti sono spesso usate come strumento per ostentare benessere da parte di coloro che non potrebbero mai permettersi il lusso di una cameriera autoctona. Le domestiche immigrate costano meno e soprattutto non hanno diritti, il razzismo e l’estrema severità nei loro confronti sono giustificati a livello sociale, e questo le pone in una condizione di completa sudditanza nei confronti dei loro datori di lavoro. Secondo le statistiche ufficiali 120.000 donne straniere lavorano come domestiche in Libano, alle quali si devono aggiungere le migranti irregolari. Provengono soprattutto da Sri Lanka, Etiopia, Bangladesh, Filippine. La predominanza dello Sri Lanka come Paese di origine ha reso il termine “srilankese” sinonimo di “lavoratrice domestica” nell’arabo libanese colloquiale.

Vige il sistema della kafala, ovvero della sponsorizzazione, in base al quale la regolarità della posizione delle lavoratrici dipende completamente dalla famiglia nella quale sono impiegate; perdere il lavoro o scappare significa diventare illegali. Le donne che abbandonano la casa nella quale lavorano molto spesso sono costrette a pagare per la restituzione del passaporto. Infatti, nel 99% dei casi, il documento viene loro confiscato della famiglia che le assume. Secondo testimonianze raccolte da Human Rights Watch, molto spesso le lavoratrici vengono confinate in casa e i loro contatti con l’esterno sono ridotti al minimo, non viene dato loro il giorno libero per paura che possano rimanere incinte e che si coalizzino con altre domestiche per pretendere salari più alti e condizioni di lavoro migliori.

Tanti sono i casi di donne che subiscono violenze e abusi perché è pratica diffusa maltrattare le domestiche nella convinzione che così facendo diventino più obbedienti e servili. Questa è la condizione della maggioranza delle donne che vivono con la famiglia per la quale lavorano, migliore è la condizione di quelle che finita la giornata lavorativa tornano alle loro case. Inutile denunciare le aggressioni, la polizia non fa altro che aggiungere ulteriori violenze a quelle già subite e molto spesso forza le donne a confessare reati non commessi come il furto, in modo da incarcerarle. Tutti gli sforzi per introdurre una nuova legge che regolamenti la presenza e il lavoro delle lavoratrici domestiche sono falliti e al momento non ci sono le condizioni per cui la loro situazione possa migliorare nonostante l’impegno di tante NGO.

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20 febbraio 2014

I nuovi italiani sono già qui: diamo loro una voce

Lunedì 17 febbraio Africa e Mediterraneo ha firmato il protocollo per la comunicazione interculturale della regione Emilia Romagna. Iniziative di media education, ricerche specifiche e un coordinamento tra media ed enti pubblici e privati impegnati nella comunicazione relativa all’immigrazione saranno i principali risultati portati dal protocollo. L’imminente campagna elettorale per le europee probabilmente sarà condotta anche facendo leva sui peggiori sentimenti di paura del diverso, chiusura all’Europa delle culture, razzismo…

E’ meglio lavorare già fin d’ora in senso contrario, ed essere comunque legati da relazioni e conoscenza reciproca.

Ecco un articolo dell’assessora regionale Marzocchi sul protocollo regionale.

I NUOVI ITALIANI SONO GIÀ QUI: DIAMO LORO UNA VOCE

Ormai non possiamo più aspettare per fare rete. Sono quasi 550 mila i residenti di origine straniera nella nostra regione, il 12,3% della popolazione totale. Una media in linea con quella europea e superiore di 4 punti a quella nazionale. Arrivano da Romania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Nigeria, Albania, solo per citare alcuni Paesi. Ma tutti hanno scelto l’Emilia-Romagna per lavorare, vivere, studiare, mettere su famiglia. Molti sono nati qui. Li incontriamo tutti i giorni sull’autobus, per la strada, al bar o a fare la spesa, a scuola o al cinema.

Continuiamo a vederli poco, invece, sui mezzi di informazione locale. Quando si parla di immigrazione o di diritto d’asilo in tv, alla radio, sui giornali o in Rete, difficilmente capita di ascoltare i diretti interessati. Quando si parla di loro o di fatti che li riguardano, viene spesso usato un linguaggio che contribuisce a diffondere pregiudizi, stereotipi e false rappresentazioni.

Per questo non possiamo più aspettare a dar loro una voce. E fare rete, intrecciare storie e competenze, è la nostra unica e grande risorsa.

Usare parole come “clandestino” o “vu’ cumprà”, ricorrere a termini che richiamano catastrofi naturali come “tsunami umano” quando si parla di sbarchi sulle nostre coste, far riferimento alla provenienza degli autori di fatti di cronaca anche quando non è indispensabile ai fini della notizia sono tutte azioni che contribuiscono a far apparire queste persone come una minaccia.

Il linguaggio ha un significato, un peso. E la comunicazione ha un ruolo fondamentale nell’accompagnarci verso un modello culturale e sociale rinnovato, aperto e coeso in cui anche chi è arrivato da lontano possa sentirsi a casa.

È partendo da questi presupposti che nasce il nuovo Protocollo di intesa regionale sulla comunicazione interculturale sottoscritto nei giorni scorsi in Regione da una trentina di firmatari tra istituzioni, agenzie di stampa, onlus, ong, centri interculturali e altri soggetti pubblici e privati.

L’abbiamo chiamato Ad altra voce perché gli obiettivi che ci siamo posti come Regione sono quelli di migliorare la qualità dell’informazione, stimolare la comprensione delle dinamiche interculturali nella società dell’informazione e promuovere il protagonismo dei nostri concittadini di origine straniera. Perché l’espressione “nuovi italiani” acquisti finalmente un significato reale.

Teresa Marzocchi – assessore politiche sociali – Regione Emilia-Romagna

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14 febbraio 2014

Richiedenti asilo e rifugiati in Italia. Rilfessioni sulle politiche di accoglienza

In un momento di flussi migratori via mare così intensi – ricordiamo che tra il 5 e 6 febbraio al largo di Lampedusa la marina militare ha soccorso 1.123 migranti provenienti dal nord Africa – è utile riflettere sulle politiche d’accoglienza italiane. A questo proposito vi proponiamo un estratto dell’articolo Riflessioni sull’integrazione. Italia Terra d’asilo, Parma 30 novembre, scritto da Michela Bignami e pubblicato sul numero 79 di Africa e Mediterraneo, in cui l’autrice rilegge quant’è emerso dal dibattito del convegno nazionale “Italia terra d’asilo. Accoglienza, assistenza, integrazione dei rifugiati: norme europee, pratiche territoriali innovative e proposte per un nuovo sistema nazionale condiviso”, che si è svolto a Parma il 30 novembre 2013.

Foto di Owanto. Où Allons-Nous? (Where are we going?), 2009

In Italia il dibattito sui rifugiati si limita, spesso, a un’analisi dei sistemi di ricezione e di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale o del loro percorso giuridico, ma non si occupa della fase successiva all’ottenimento dello status. Tuttavia, una volta ottenuta una forma di protezione, che sia lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria o il permesso umanitario, queste persone si ritrovano in un limbo amministrativo e sociale. Benché titolari a tutti gli effetti di diritti specifici, non riescono a esigerli trovandosi dispersi in un contesto a loro ancora estraneo. Stime di uno studio condotto dall’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) nel 2011 mostrano come sia esigua la percentuale di titolari di protezione, 32,4%, che dopo essere passati per un percorso di prima accoglienza abbiano poi avuto la possibilità di usufruire di percorsi di seconda accoglienza. Occorre sottolineare che non tutti i richiedenti asilo hanno accesso a posti nel sistema di prima accoglienza, SPRAR – CARA – CDA. Se si considera che i posti disponibili nello SPRAR per il 2013 erano 3.000, ai quali vanno sommati i posti nei CARA e nei CDA, 4.880, si arriva a un totale di 9.880 posti disponibili a fronte di 39.798 persone arrivate in Italia al 30 novembre 2013, e di 10.905 domande di asilo solo nei primi sei mesi del 2013.

È proprio sull’integrazione e la seconda accoglienza che si è concentrato il dibatto del convegno nazionale “Italia terra d’asilo. Accoglienza, assistenza, integrazione dei rifugiati: norme europee, pratiche territoriali innovative e proposte per un nuovo sistema nazionale condiviso”, svoltosi a Parma il 30 novembre 2013. La necessità di un dibattito approfondito e strutturato sull’integrazione dei rifugiati e titolari di protezione sussidiaria è nata dal recente recepimento della direttiva europea 2011/95/UE sull’integrazione attraverso la legge 96/2013. Questo ha permesso agli interlocutori della società civile e delle organizzazioni internazionali di proporre al governo pareri per un’attuazione della direttiva che garantisca ai rifugiati e titolari di altre forme di protezione l’accoglienza in quanto diritto.

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