06 dicembre 2016

Ousmane Sow. Tra corpo e scultura.

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Il corpo umano è sempre stato al centro delle sculture di Ousmane Sow, lo scultore senegalese dello spirito e della materia, morto giovedì 1 dicembre all’età di 81 anni. Considerato uno dei maggiori artisti dell’Africa francofona novecentesca, Ousmane aveva lasciato il Senegal da giovane per studiare in Francia, diventando infermiere e poi fisioterapista. Grazie alla sua professione e a un’intima conoscenza del corpo umano, riusciva a plasmare e a scolpire  le sue opere in modo straordinario: dalle prime sculture che si ispirano ai corpi dei popoli africani (I Nuba, i Masai, i  Peul e gli Zulu), alle sculture in bronzo dedicate a soggetti storici, fino a rappresentare temi di grande attualità come la scultura realizzata a Ginevra nel 2008 in omaggio alla dignità degli immigrati sans-papier. Traendo ispirazione dalla fotografia, dal cinema, dalla storia e dall’etnologia, le sue creazioni si caratterizzano per un realismo anatomico e materico che si fonde con vibranti visioni poetiche, date ad esempio dal colore energico intorno allo sguardo oppure  sul volto intero. Di qui un’arte che è profonda e comunicativa: unendo il razionalismo tipico della cultura classica occidentale con la vivacità e la ricchezza africana, Ousmane Sow riesce a mostrarci un paesaggio contemporaneo che è sempre più multiculturale, interetnico ed ibrido.

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30 novembre 2016

Rajkamal Kahlon. Tra antropologia e violenza politica.

 

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Vetruvian Man, or how I learned
to love the bomb (2013)

Il 23 novembre la Fondazione Boghossian, in collaborazione con il Goethe-Institut Brüssel, ha svolto una conferenza a Villa Empain, Centre of art and dialogue between the culture of the East and the West a Bruxelles, e si è intitolata When you’re the Indian in a country of John Waynes’. Si è approfondito il tema della criminalizzazione e della violenza sulle alterità, ed era presente l’artista americana Rajkamal Kahlon con i suoi lavori artistici, tra cui il ritratto, riportato sopra, de “Vetruvian Man, or how I learned to love the bomb”, che muove tra antropologia e violenza politica propria del terrorismo. Basandosi su un continuo lavoro di studio e ricerca negli archivi coloniali istituzionali, Kahlon riflette sulle attuali forme di rappresentazione, e ci offre corpi di nativi moderni, soggetti quindi non europei, primitivi e barbari, armati di bombe ed ordigni esplosivi letali. Attraverso l’umorismo ed un’estetica critica, Kahlon racconta il razzismo intrinseco a queste immagini, che sono proprie dei regimi del potere, che seminano la violenza politica e sociale con rappresentazioni distorte dell’alterità. L’atto della visione cambia, però, a livello concettuale quando le icone di questi soggetti muti e passivi sono estrapolati e liberati dal racconto terroristico: ne deriva un processo di resistenza poetica a una storia di discriminazione e repressione.

 

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24 novembre 2016

L’Africa del fumetto. Tra il Mboa Comic Festival e il TogoBD Festival.

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Gli autori africani producono fumetti dall’epoca delle Indipendenze. I festival, pur nelle difficoltà organizzative, sono un momento importante per il confronto tra gli autori e per la promozione presso il pubblico locale e non solo. Sono ora in corso due eventi importanti: il Mboa Comic Festival che si tiene nelle due capitali del Camerun, a Douala (23-26 novembre) e a Yaoundé (30 novembre- 3 dicembre); e il TogoBD Festival (21-24 novembre). Si tratta di due realtà artistiche dinamiche, che presentano un variegato programma di mostre, conferenze, progetti fieristici, concerti, spettacoli, seminari e workshop per la divulgazione dei linguaggi e delle tematiche proprie dell’Africa contemporanea e multiculturale. Concepiti non come semplici “eventi”, ma come vere e proprie fabbriche d’idee e di pratiche per ripensare il presente, i due festival sono caratterizzati da alti livelli di interazione e apprendimento. Un’arte, dunque, quella del fumetto africano, che cresce e matura nella sua forma contaminata, deterritorializzata e immersa in una fluidità transnazionale, e che permette ai talenti africani di rivelarsi in modo originale.

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09 novembre 2016

Culture: Urban Future. Il report dell’UNESCO.

Beauty has to do with the desire to know, to think, to understand…
The periphery of cities is where our energy is, where culture and beauty
fertilize the transformation.

 (Renzo Piano, Architect, Pritzker Priza 1998)

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I processi di rapida urbanizzazione e metropolizzazione a livello internazionale costituiscono un argomento e una sfida importante per l’UNESCO, che il 18 ottobre, durante la terza conferenza delle Nazioni Unite (Habitat III) a Quito in Ecuador, ha lanciato il primo report globale Culture: Urban Future. Questo report è innovativo perché presenta una serie di analisi e di raccomandazioni per promuovere il ruolo fondamentale della cultura per lo sviluppo urbano sostenibile. A causa di un aumento dei flussi migratori, la diversità culturale è diventata una componente primaria per la maggior parte delle città, producendo nuove opportunità e modalità di convivenza sociale. Valorizzare la componente culturale di una città, dunque, significa valorizzare il tessuto urbano, garantendo un futuro sostenibile per tutti. Le attività culturali, infatti, possono favorire l’inclusione sociale, il dialogo, la partecipazione civica, il senso di appartenenza e la coesione tra le diverse comunità. Questa riflessione è stata al centro del lavoro dell’UNESCO nel corso degli ultimi decenni, che invita ad adottare nuove misure e strategie politiche perché la cultura sia pienamente integrata nei piani urbani. Il report è stato incluso tra gli obiettivi comuni del programma 2030 Agenda for Sustainable Urban Development e della New Urban Agenda, un documento fondamentale steso durante la conferenza Habitat III, che guiderà gli sforzi da parte di una vasta gamma di attori nazionali ed internazionali impegnati a gettare le basi di un’urbanizzazione democratica globale.

 

Per maggiori informazioni e per visualizzare il report:
www.unesco.org/new/en/culture/themes/culture-and-development/culture-for-sustainable-urban-development/coming-soon-unescos-new-global-report-culture-urban-future-read-more

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28 ottobre 2016

AFRICAN PHOTO – MAMA CASSET

mamacasset

Sabato 5 novembre, presso il Cinema Beltrade di Milano, alle ore 18.30 sarà proiettato in anteprima italiana il film documentario “African Photo – Mama Casset”, prodotto da Wendigo Films (Francia) in collaborazione con Ethnos, Associazione Fototracce e la famiglia Casset, dedicato alla figura e all’opera di Mama Casset. Considerato uno dei padri della fotografia senegalese, Mama Casset (Saint Louis 1908 – Dakar 1992) appartiene alla generazione che ha dato vita negli anni ’50 alla grande stagione del ritratto fotografico in Africa Occidentale. Nel 1943 apre il suo studio African Photo nella Medina di Dakar, che in breve tempo diventa uno degli studi più alla moda della città. Interprete del suo tempo, Mama Casset restituisce con le sue immagini la società di un’epoca, la moda, le acconciature, la vita e l’atmosfera della Dakar tra gli anni ’50 e ’70. La storia di uno dei primi fotografi senegalesi si intreccia così alle grandi trasformazioni politiche, sociali e culturali che portarono nel 1960 all’indipendenza del Senegal. Il film si articola in un dialogo collettivo, in un tessuto di molteplici testimonianze di amici e conoscenti di Mama Casset, la cui opera è ampiamente riconosciuta a livello internazionale e le cui fotografie sono state esposte in tutto il mondo. Alla proiezione interverranno l’Ambasciatore del Senegal in Italia Mamadou Saliou Diouf, la figlia del fotografo Fatou Casset, il presidente dell’Associazione Senegalesi della provincia di Lecco Ass Casset, Giulia Paoletti esperta di fotografia africana e curatrice al Metropolitan Museum of Art di New York, Stefania Ragusa giornalista e scrittrice, Idriss Sanneh giornalista. Saranno presenti in sala la regista Elisa Mereghetti e le autrici Giovanna Burinato, Maddalena Cerletti e Melissa Nicolini.

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26 ottobre 2016

LagosPhoto Festival 2016

Emmanuel. Beautiful stranger at the side of the road, we prayed and he came with us.
We washed his feet and cut his hair. Baptized and cleansed, we crowned him.

 (TY Bello)

ty-bello

Anche quest’anno è ritornato il LagosPhoto Festival, il primo ed unico festival internazionale dedicato alle arti visuali e alla fotografia in Nigeria, che sabato 22 ottobre ha inaugurato la settima edizione. Ogni anno l’attività espositiva è incentrata intorno a un tema che affronta le complesse problematiche culturali, politiche ed economiche che definiscono il continente africano: una narrativa, dunque, che si arricchisce di sfumature in opposizione all’immagine stereotipata del paese che emerge dai media. La manifestazione ospita le opere di trenta fotografi da tutto il mondo; il tema centrale di quest’anno si intitola “Rituals and performance: inherent risk”, e vuole esplorare i ruoli e gli atti che modellano l’identità individuale e collettiva, il potere e i costrutti sociali. Tra le opere spiccano quelle di TY Bello, uno dei più riconosciuti artisti nigeriani, di cui riportiamo una fotografia significativa intitolata “Emmanuel”, fortemente evocativa, che sembra rimandare ad alcune questioni sociali ed interculturali, come ad esempio la discriminazione, il razzismo, il tentativo di superare il confine delle differenze. Tra gli artisti locali ed internazionali è presente anche l’italiano Lorenzo Vitturi con le sue visioni urbane e le sue esperienze a Lagos Island al Balogun Market, il più grande mercato dell’Africa occidentale. LagosPhoto è, quindi, una piattaforma di esplorazione delle diversità culturali, che propone nell’arco di un mese un programma intenso di mostre fotografiche, workshops, dibattiti, incontri con gli artisti, presentazioni di libri, proiezioni e programmi socio-educativi; e l’obiettivo del festival è fornire al mondo uno sguardo personale su storie ed esperienze che mostrano una profonda comprensione del continente.

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21 ottobre 2016

Sport e immigrazione: tra razzismo e convivenza.

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare.
Esso ha il potere di unire le persone in un modo
in cui poche altre cose lo fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono.
Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione.

(Nelson Mandela, 1st President of democratic South Africa)

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Il 14 ottobre a Bologna si è tenuta la presentazione del nuovo dossier di Africa e Mediterraneo “Sport e immigrazione”, realizzato all’interno di Bologna cares!, la campagna di comunicazione del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR). L’evento, che si è svolto presso gli spazi di Dynamo – La velostazione di Bologna e in collaborazione con il Terra di Tutti Film Festival, è stato condotto da Vittorio Martone e, dopo un’introduzione di Luca Rizzo Nervo, assessore alle Politiche sociali del Comune di Bologna, si è articolato intorno al tema dello sport come strumento efficace d’integrazione ed inclusione sociale per gli immigrati. Durante la presentazione sono intervenuti sociologi, giornalisti e rappresentanti dell’associazionismo sportivo, e sono stati proiettati due video che hanno raccontato alcune esperienze di richiedenti asilo impegnati in attività sportive: il pugilato e la thai boxe praticati da Ahmed e Camara, e il calcio della squadra del Papa Giovanni Footbal Club di Crespellano. Riflettendo in modo specifico sul ruolo delle pratiche socio-culturali che caratterizzano il quotidiano dei migranti, la sfida del nuovo dossier è focalizzata su uno spazio sociale innovativo, come lo sport, che offre straordinarie possibilità di apertura, di dialogo, di partecipazione civile e di socializzazione positiva tra i migranti e i membri della società che li accolgono. I luoghi di pratica sportiva possono diventare anche ambiti di discriminazione, dove possono avvenire episodi di razzismo: lo sport è, infatti, un campo in cui agiscono persone che sono alla ricerca di una propria identità culturale in una data realtà sociale, e la difficoltà sta nel tentare di superare il confine delle differenze, cercando di trasformare la pratica sportiva in un «luogo generativo di intercultura».

Per maggiori informazioni:
www.bolognacares.it/2016-africa-e-mediterraneo-n-84-116-sport-e-immigrazione
www.facebook.com/Bolognacares/?fref=ts

Per la visione dei video proiettati durante l’evento:
www.youtube.com/watch?v=Npc0Qt0Ki1k
www.youtube.com/watch?v=-CbCdRy3TZc

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14 ottobre 2016

Summer School on Forced Migration and Asylum: a Multidisciplinary Approach

Dall’11 al 16 Luglio abbiamo realizzato a Bologna presso il Centro Interculturale Zonarelli la Summer School on Forced Migration and Asylum in collaborazione con la società cooperativa Lai-momo, il sostegno di Fondazione del Monte e Gruppo BMW Italia e con il patrocinio di Comune di Bologna e Regione Emilia Romagna. È stata un’esperienza interessante e coinvolgente, che ha coinvolto 52 partecipanti, che lavorano nel campo della migrazione e della comunicazione, selezionati tra 126 domande pervenute da più di 20 paesi in tutto il mondo, in un percorso formativo sui temi della migrazione e accoglienza diretto da 20 esperti e professori internazionali. Durante le giornate di formazione sono state approfondite particolari tematiche legate alle migrazioni forzate e all’asilo attraverso un metodo multidisciplinare e trasversale. La finalità è stata di comprendere il processo migratorio in tutte le sue varie fasi, dalla partenza al viaggio, dall’accoglienza all’integrazione dei richiedenti asilo, e si è cercato di migliorare l’approccio e l’efficacia di chi lavora, o che sono disposti a lavorare, nel settore professionale di ricezione dei migranti, così come nella comunicazione sociale e nella ricerca accademica relativa a questo argomento. Si sono svolte, inoltre, delle visite di studio presso i centri di accoglienza, offrendo una formazione pratica e concreta su come l’accoglienza e l’integrazione operano nel campo. Si è creato, dunque, un networking proficuo e condiviso, che ha saputo gestire in modo arricchente le diverse relazioni di scambio ed interazione a livello locale ed internazionale. A conclusione del percorso, abbiamo realizzato un video promozionale che riassume quanto svolto durante i giorni.

Stiamo ora lavorando per la seconda edizione della Summer School per il 2017, continuate a seguirci!

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27 settembre 2016

Africalia. Cultura e sviluppo sostenibile.

Il 15 e il 16 Giugno al Tour&Taxis nella capitale belga l’associazione Africalia è stata tra i protagonisti delle Giornate europee dello sviluppo (European Development Days), il più importante forum europeo sulla cooperazione internazionale e allo sviluppo. Il video Africalia at the European Development Days (EDD16), pubblicato in data 20 Settembre 2016 dalla stessa associazione, inizia con una frase significativa: «Culture, where art thou?». In questo appuntamento internazionale che si tiene ormai dal 2006, infatti, la cultura ha svolto un ruolo importante offrendo un programma di ampio respiro: da mostre, spettacoli, installazioni alla presenza di attività culturali e di industrie creative in un’ottica di responsabilizzazione e di partecipazione degli individui e gruppi alla vita artistica e culturale africana. Si è creato uno spazio piuttosto ricco e fertile con l’obiettivo di risaltare le diversità culturali, mettendo in evidenza la rilevanza strategica della cultura come motore della crescita e di un progresso non soltanto economico e tecnologico, ma anche sociale e umano. Si è posta l’attenzione sull’urgenza di una cultura dell’innovazione, e quindi, di un’etica della condivisione e dell’inclusione che costruiscano un nuovo tessuto sociale internazionale.

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22 settembre 2016

The National Museum of African American History and Culture. Un nuovo museo sulla storia afroamericana a Washington.

Change will not come if we wait for some other
person or some other  time.
We are the ones we’ve been waiting for.
We are the change that we seek.

(Barak Obama, 44th President of the United States)

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Sabato 24 settembre a Washington ci sarà la cerimonia di apertura del National Museum of African American History and Culture e sarà presente il presidente Barak Obama. Costruito lungo il National Mall, il viale monumentale dove in un giorno del 1963 si affollarono duecentomila persone per ascoltare Martin Luther King nel celebre discorso “I have a dream”, il museo è un’imponente struttura che si erge su cinque piani, di cui tre interrati. La storia e la cultura afroamericane sono raccontate cronologicamente tramite l’esposizione di oggetti storici: alcuni sono emotivamente forti, ad esempio nei piani sotterranei si trova un collare da schiavo di dimensioni talmente piccole da essere utilizzato da un bambino. Il racconto parte, dunque, dalla lunga e dolorosa epoca della schiavitù dall’Africa alle piantagioni di cotone e di tabacco nel “nuovo mondo”; si prosegue con la stagione delle lotte contro la segregazione razziale considerando il 1968 come anno di svolta. Ai piani superiori sono esposti oggetti di culto di alcuni personaggi pubblici che sono diventati simboli di riscatto, ad esempio il cappello di Michael Jackson o la Cadillac rosso ciliegia di Chuck Berry. L’esposizione prosegue il suo racconto fino alla rivoluzionaria presidenza di Barack Obama e ai recenti movimenti di protesta contro la violenza sui neri.

La creazione di un museo, che scava nelle fondamenta della storia americana, è stata una scelta di grande importanza, che vuole mostrare le verità sulle discriminazioni pratiche e culturali degli afroamericani nel passato e nel presente. Si è cercato, infatti, un difficile equilibrio tra un pezzo di storia degli Stati Uniti che è stata persecutoria e l’incompleta storia dell’integrazione. È un museo, dunque, come dichiara lo stesso Barack Obama, diverso dagli altri perché mette a nudo le sofferenze di una singola comunità, quella afroamericana, in un lungo percorso verso l’uguaglianza razziale, il cambiamento sociale e l’affermazione dei diritti civili.

 

Per maggiori informazioni sul museo e sugli eventi:
https://nmaahc.si.edu/

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