11 ottobre 2018

Libri d’Africa, libri in Africa. È aperta la nuova call for papers della rivista Africa e Mediterraneo

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Il ricco programma di Lettres d’Afrique: changing the narrative, padiglione interamente dedicato all’editoria e ai mercati librari africani presso la Fiera del libro di Francoforte, ispirerà il prossimo numero della rivista Africa e Mediterraneo. Infatti, tema del dossier n. 89 sarà editoria e mercato del libro in Africa.

Un tema che merita uno spazio di riflessione approfondita, se consideriamo che l’immagine di un continente che produce pochi o nessun libro si è gradualmente sviluppata negli ultimi anni, in confronto a un’editoria del Nord più competitiva e innovativa, che domina il mercato mondiale.

Eppure, dagli anni ’60, l’Africa ha sviluppato un mercato del libro eterogeneo e multilingue, la cui diversità è basata su spazi nazionali, regionali e persino continentali, e che rende inadeguata qualsiasi visione semplificatrice. Infatti, mentre la realtà del dominio economico continua ad essere spesso indiscutibile, quella della diversità editoriale è, invece, soggetta a diverse interpretazioni, data l’incompletezza delle informazioni a disposizione sulle diverse regioni e aree linguistiche africane.
Se le realtà del libro in Africa sono ancora poco conosciute e rari sono i contributi, specializzati e non, che ne trattano, negli anni ’90 sono aumentati gli studi a esse dedicati, sia nel mondo accademico sia nei media mainstream e negli specifici ambiti professionali.
Partendo da questo contesto di riferimento, quindi, il dossier del numero 89 di Africa e Mediterraneo si propone di esaminare la reale situazione dell’editoria africana nel contesto della globalizzazione e il suo impatto sulla diversità dell’offerta editoriale locale e internazionale.

Il dossier sarà arricchito da contributi provenienti da diversi ambiti di studio: storia dell’editoria, antropologia, linguistica, economia, scienze della comunicazione, sociologia della cultura, ecc.
I contributi potranno affrontare (tra gli altri) i seguenti argomenti:

• la visibilità internazionale del libro africano;
• l’editoria africana nel mercato globale;
• l’editoria africana nei percorsi degli scrittori;
• le donazioni dei libri nella catena del libro africano;
• i media digitali nella diffusione editoriale;
• casi studio su un contesto nazionale o regionale di produzione di libri;
• l’editoria e il mercato del libro nelle lingue africane

Il dossier sarà coordinato da Raphaël Thierry, esperto del mercato del libro in Africa, e Sandra Federici, direttrice della rivista.

Scadenze per l’invio

Invio delle proposte (400 parole al massimo): 31 ottobre 2018.
Invio del contributo (in caso di accettazione): 3 dicembre 2018.

Le proposte – composte da titolo, abstract, nome e bionota dell’autore – dovranno pervenire agli indirizzi: s.federici@africaemediterraneo.it; m.scrivo@africaemediterraneo.it.

Africa e Mediterraneo è una rivista che si avvale di peer reviewers.

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers (in italiano, inglese e francese):

 

English version

 

Version française

 

 

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09 ottobre 2018

Alla Buchmesse si riscopre l’editoria africana

Si rinnova uno degli appuntamenti più attesi nel mondo dell’editoria: dal 10 al 14 ottobre 2018 a Francoforte si terrà la Fiera del Libro, internazionalmente nota con il nome tedesco di Buchmesse. Sessantanove anni di storia (la prima fiera si tenne nel 1949), oltre 300mila visitatori ogni anno e ben 9mila espositori da oltre cento paesi diversi, che propongono le più significative novità editoriali, rendendola una tappa obbligata per appassionati e addetti al settore. Suddivisa in padiglioni e aree tematiche, per provenienza geografica o genere letterario, la Fiera del Libro di Francoforte quest’anno vedrà la presenza anche del padiglione 5.1 interamente dedicato all’editoria e alla letteratura africana: il ricchissimo programma “Lettres d’Afrique: changing the narrative”, di cui Africa e Mediterraneo è media partner, è organizzato sotto la supervisione del ricercatore Raphaël Thierry per conto dell’associazione Agence Culturelle Africaine (ACA), e animerà le quattro giornate con dibattiti, incontri e seminari con editori ed esperti delle varie aree dell’Africa presenti in Fiera.

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L’intento di questa iniziativa non è soltanto focalizzarsi su un continente la cui produzione editoriale prova faticosamente ad emergere, ma portare avanti una volontà di interconnessione e collaborazione a livello internazionale, e quindi un «connective space», come sottolinea Raphaël Thierry, che sia motore di nuove prospettive interculturali. La sfida è andare in direzione di una bibliodiversità, che privilegi la pluralità delle forme letterarie ed editoriali, grazie in particolare agli editori indipendenti. Saranno presenti, infatti, organizzazioni internazionali come African Books Collective, Afrilivres e African Publishers Network, che rappresentano a loro volta altre differenti case editrici in movimento. I temi di discussione proposti da questo programma sono svariati e spaziano da argomenti di interesse storico e sociale a questioni economiche di e-commerce, modelli di business e industria editoriale, e a riflessioni sul fumetto africano (sarà presentato anche il nostro archivio digitale www.africacomics.net), sull’editoria per i bambini e su significativi premi e riconoscimenti letterari africani.

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Saranno inoltre esposti libri originali e di grande valore culturale per dare maggiore visibilità al lavoro degli editori africani e per trovare nuove opportunità d’investimento nel mercato editoriale mondiale.
Al di là della funzione di networking tra operatori culturali delle diverse aree dell’Africa e il mercato editoriale internazionale, il significato profondo di Lettres d’Afrique, risiede nel tentativo di creare una narrativa nuova della produzione libraria del continente o, meglio, una pluralità delle forme narrative che non sono mai complete in se stesse, ma in continua evoluzione verso orizzonti interculturali aperti, che mutano continuamente in direzione della contaminazione e dell’arricchimento delle conoscenze.

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13 settembre 2018

La scuola multiculturale: alcuni dati

I Centri Studi IDOS e Confronti mettono a disposizione un’anticipazione sull’importante tema dell’educazione interculturale, che verrà trattato nel Dossier Statistico Immigrazione 2018, la cui presentazione è prevista per il prossimo 25 ottobre in tutte le Regioni e Province Autonome italiane, e di cui Africa e Mediterraneo è focal point regionale. Si riporta in questa sede il comunicato stampa.

“Straniero 1 studente su 10, ma in 3 casi su 5 è nato in Italia: nuove priorità per la scuola multiculturale”
Nell’imminenza della riapertura delle scuole, in Italia le classi saranno ancora spiccatamente multiculturali. Secondo i dati raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2018, che il Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato col Centro Studi Confronti, presenterà il prossimo 25 ottobre, sono 826.000 gli iscritti di cittadinanza straniera nell’a.s. 2016/2017, circa un decimo (9,4%) della popolazione scolastica complessiva.
Una incidenza in continua crescita, visto che gli alunni figli di italiani vanno sempre più diminuendo (-96.300 in un anno, -1,2%) per il costante calo delle nascite, mentre quelli nati da genitori stranieri vengono gradualmente aumentando (+11.200 e +1,4%), grazie alla maggiore giovinezza e fecondità della popolazione di origine immigrata. Basti osservare che tra gli italiani gli ultra65enni sono ormai 1 ogni 4 residenti (24,3%), tra gli stranieri invece, che per il 37,6% hanno meno di 30 anni, sono solo 1 ogni 25 (4,0%).
Tuttavia, anche tra gli stranieri le nascite sono in progressivo calo e, se fino ad oggi la presenza di figli di immigrati aveva compensato la decrescita della popolazione scolastica nazionale, attualmente gli alunni stranieri non bilanciano più la perdita in atto e il numero complessivo di iscritti è calato in un solo anno di 85.000 unità (-1,0%).
Più della metà degli alunni stranieri (56,6%) frequenta la scuola dell’infanzia (20,0%) e quella primaria (36,6%), dove sono quasi l’11% di tutti gli scolari, mentre meno di un quarto (23,2%) le scuole superiori, dove rappresentano solo il 7,1% di tutti gli studenti e, anche per le maggiori difficoltà di inserimento e rendimento scolastico, scelgono con più frequenza istituti professionali (orientandosi così a un immediato inserimento nel lavoro piuttosto che alla prosecuzione degli studi, a scapito della futura mobilità).
Sebbene tra loro siano rappresentate 190 nazionalità, si tratta, per oltre la metà dei casi, di giovani romeni (158.000), albanesi (112.000), marocchini (102.000) e cinesi (49.500). D’altra parte, le regioni in cui è più alta la loro incidenza nelle scuole sono nell’ordine: Emilia Romagna (15,8%), Lombardia (14,7%), Umbria (13,8%), Toscana (13,4%) e Piemonte (13,0%).
Ma il dato più importante è la quota sempre più ampia di alunni stranieri che sono nati in Italia, le cosiddette “seconde generazioni”, che spesso riconoscono l’italiano come propria lingua madre, vivono con e come i coetanei italiani e si sentono tali a tutti gli effetti, condividendo con loro ogni cosa eccetto la cittadinanza (e ciò che essa comporta, in termini di riconoscimento giuridico e di diritti). Se nell’a.s. 2007/2008 erano appena un terzo (34,7%) di tutti gli alunni stranieri, nell’a.s. 2016/2017 sono più di mezzo milione (503.000), i tre quinti (60,9%) del totale. Rispetto all’a.s. precedente, costoro sono aumentati di ben il 12,9% (+57.600).
Si tratta – osserva Luca Di Sciullo, presidente di IDOS – di identità non riconosciute dalla legge e spesso scisse tra due mondi culturali di riferimento, ora in conflitto con le famiglie immigrate d’origine, quando ne rifiutano il modello identitario per abbracciare quello italiano, ora con la società italiana, quando accade il contrario”. “Con l’aggravante – continua il presidente di IDOS – che nel primo caso essi rischiano un doppio conflitto: oltre che con la famiglia d’origine, perché si sentono italiani, anche con la società ospitante, se, al momento di inserirsi nel mondo del lavoro o nei contesti di partecipazione sociale, verranno comunque discriminati perché formalmente stranieri”.
Se fino a diversi anni fa – dice Di Sciullo – la priorità della scuola in Italia era di mandare a regime una didattica meno incentrata sulla sola storia, geografia e cultura italiana e più aperta alla conoscenza dei paesi e delle tradizioni del resto del mondo, in considerazione delle provenienze e dei portati culturali degli studenti stranieri, oggi che i tre quinti di essi sono nati e cresciuti in Italia senza esserne cittadini, la priorità è diventata la necessità di affrontare e gestire il loro conflitto d’identità, perché esso non finisca per esplodere, quando, usciti dalle aule, questi giovani si inseriranno nella società”.
Un compito – conclude – in cui la scuola non può essere lasciata da sola, ma che richiede la collaborazione di tutte le altre agenzie formative (famiglie, associazioni, gruppi sportivi ecc.) che una volta formavano la cosiddetta comunità educante”.

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 Per maggiori informazioni: www.dossierimmigrazione.it

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06 settembre 2018

Atlantico Festival: dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo

Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo: così Plinio il Vecchio già nel I secolo dopo Cristo diceva di quell’immenso continente che si staglia dal Mediterraneo all’Oceano Antartico, e che, attraversato dall’equatore e dai Tropici del Cancro e del Capricorno, conserva al suo interno una varietà di climi, ambienti, genti, storie e Paesi spesso troppo banalizzati dall’aggettivo generalizzante “africani”.

flyera5_02Oggi in Italia arrivano molte persone da questi Paesi, di cui spesso ignoriamo numerosi aspetti del contesto socio-politico e culturale attuale e passato, non avendo mai avuto modo di studiarli in maniera approfondita a scuola e non avendo nella quotidianità accesso a informazioni dettagliate attraverso i media più comuni.
Ed ecco che la musica e il cinema possono darci una mano proprio nel colmare queste lacune e aiutarci a capire meglio chi ci troviamo di fronte nelle strade, nei locali, sugli autobus. Attraverso i suoni le distanze si fanno più corte, grazie alle parole e alle immagini le idee si fanno più chiare e la conoscenza sazia gli appetiti della curiosità, facendo crollare poco a poco i limiti e le paure dettati dall’ignoranza.
Con questi nobili obiettivi, il 22 e il 23 settembre getta l’ancora in quel del TPO – a Bologna – ATLANTICO Festival.
Progetto culturale autoprodotto, nasce dall’incontro delle teste pensanti del dj e giornalista musicale Federico de Felice, del dj e promoter Cristian Adamo e della ricercatrice Katia Golovko con l’obiettivo di celebrare l’arte e le culture dei Paesi africani e le influenze che hanno avuto nel resto del mondo, attraverso concerti, dj set, proiezioni e presentazioni di libri.
La musica di questi Paesi non è solo tamburi: i concerti e i dj set proposti durante il festival porteranno alle nostre orecchie una grande varietà di sonorità. Protagonisti saranno suoni di Paesi lontani che oggi, grazie alla rete, sono diventati più vicini e in molti casi si sono contaminati con i suoni a noi più familiari e stanno creando nuovi ibridi che molto raccontano della società fluida in costante evoluzione.
Si spazierà dalla musica Gnawa dei Fawda, dove elettronica, jazz e sonorità quasi psichedeliche valicano i limiti tra sacro e profano, all’afro-jazz ipnotico, sensuale e trascinante del Kalifa Kone Ensemble.
Ci penserà poi Biga il Climatico a stupirci nel suo dj set con ibridazioni tra antico e contemporaneo, tra vintage e futurista, per non parlare di Dig This Way Records aka Carlotta e Jacopo, due cercatori d’oro, ovvero di vinili di musiche rare degli anni ‘60, ‘70 ‘80 e ‘90 che hanno collezionato nel corso di numerosi viaggi in Africa con lo scopo di salvaguardare dall’estinzione un patrimonio unico.

KALIFA KONE
(Kalifa Kone)

Sul fronte cinematografico ATLANTICO propone sguardi differenti da altrettanto differenti punti di vista. Uno è l’incontro tra cinema e musica che emerge nell’intensa energia sprigionata da “Rage”, una pellicola di Netwon I. Aduaka, risultato di una ricerca di due anni sulla scena hip hop e world jazz nel contesto urbano londinese degli anni ‘90.
La rappresentazione della condizione femminile nell’Africa odierna ci viene invece raccontata da Alain Gomis in “Felicité”, un film che racconta la storia di una madre e cantante nei bar di Kinshasa, e dal documentario “Ouaga Girls” in cui la regista Theresa Traoré Dahlberg ritrae alcune giovani donne apprendiste meccaniche in una scuola del Burkina Faso.
Anche l’editoria trova il suo spazio nel festival: il giornalista Claudio Sessa e Dudù Kouate, membro degli Art Ensemble of Chicago, presenteranno l’edizione italiana de “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”. Il libro racconta le avventurose vicende di una delle formazioni più famose e più longeve di tutta la storia del jazz (l’Art Ensemble of Chicago), in un eccellente spaccato di storia sociale, in cui i ritratti dei protagonisti vengono dipinti sullo scenario della comunità afroamericana di Chicago fra gli anni ‘20 e ‘60.

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(Felicité, 2017)

Ecco quindi in breve come il cuore pulsante di ATLANTICO intenda far circolare fino al nostro cervello il sangue vitale della riflessione sulla storia, la cultura, la società, la politica, l’attualità dei Paesi africani.
Se come diceva il poeta martinicano Edouard Glissant “ogni identità esiste nel rapporto con l’Altro”, all’interno del festival sonorità e immagini diventano strumenti in grado di favorire l’incontro, di decostruire gli stereotipi, di fare emergere le storie che compongono la Storia.

Per maggiori informazioni:
Atlantico Festival su FB e su Instagram (@atlantico_festival)

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01 agosto 2018

Si chiama linciaggio

DU07-tav_1Sabato notte ad Aprilia è successo un fatto gravissimo: un cittadino marocchino di 43 anni è stato inseguito in auto da alcune persone che lo ritenevano un ladro. Uscito violentemente di strada con l’auto sulla quale fuggiva, è stato da queste non soccorso ma ancora rincorso e picchiato ed è morto (non si sa ancora se per l’incidente o per le percosse). I carabinieri stanno ancora indagando, ma da video di sorveglianza e testimonianze – e, sembra, anche ammissioni – sembra si sia trattato proprio di un linciaggio.
Ritroviamo qui, nell’Italia di oggi, una situazione che abbiamo visto narrare tante volte nel fumetto d’autore africano. Nel nostro concorso Africa Comics avevamo inserito una sezione tematica dedicata ai diritti umani. Tra le numerose storie arrivate dagli autori africani di fumetto, ricorreva spesso il racconto dell’uccisione di un ladro da parte della folla, sentito evidentemente come problema fondamentale di violazione dei diritti umani nei diversi paesi del continente. Gli inseguitori che gridano “ladro, ladro” in un mercato di città, la paura, il terrore della persona che fugge, la fine violenta senza che nessuno la difenda, la soddisfazione della folla che pensa di avere agito secondo giustizia.

Pubblichiamo qui una di queste storie, del camerunese Georges Pondy, autore di grande talento:
http://www.africacomics.net/comics/au-voleur-au-voleur/

 

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18 luglio 2018

Integrazione lavorativa di migranti e rifugiati: la Summer School di Africa e Mediterraneo a Bologna

Si è conclusa l’edizione 2018 della Summer School on Migration and Asylum, organizzata dall’associazione Africa e Mediterraneo, in collaborazione con Lai-momo cooperativa sociale. Per il terzo anno, la scuola ha confermato il co-finanziamento da parte della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e il sostegno di BMW Italia e ha nuovamente ricevuto i patrocini della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna. Inoltre, quest’anno la Summer School è stata realizzata nell’ambito del progetto italiano “Voci di Confine”, co-finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo.

Summer School

Le lezioni e i laboratori con esperti del settore e docenti provenienti da diversi stati europei si sono svolti a Bologna dal 9 al 14 luglio, per affrontare il tema concreto e attualissimo dell’integrazione dei migranti e dei rifugiati nel mercato del lavoro in Europa e le pratiche discriminatorie in ambito professionale.
La Summer School ha avuto l’obiettivo di offrire approfondimenti e migliorare l’efficacia di chi lavora, o chi intende lavorare, nell’ambito professionale dell’integrazione dei migranti, così come nella comunicazione e nella ricerca accademica relative a questo argomento.

Il primo giorno è stato dedicato all’integrazione lavorativa dei migranti nell’Unione Europea, con gli interventi di Alessio J. G. Brown (Professore onorario all’United Nations University – MERIT) e di Chiara Monti (Commissione Europa DG Employment), e il saluto di Marco Di Gregorio, Corporate Communications Manager di BMW Italia.
Per Brown, in contrasto con i pregiudizi populistici, gli effetti a lungo termine dell’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro sono di sicuro vantaggio non solo per i migranti, ma anche per la forza lavoro e l’economia locali europee. La lezione ha analizzato fatti, dati scientifici e studi selezionati dalla ricerca economica sugli effetti dell’immigrazione sul mercato del lavoro, da cui derivano implicazioni politiche per un’integrazione di successo.
Chiara Monti ha invece fornito una panoramica del quadro legislativo e politico pertinente a livello dell’UE, analizzando le principali sfide affrontate dai richiedenti asilo e dai rifugiati quando si integrano nel mercato del lavoro, e i recenti sviluppi nelle politiche di integrazione innescati dagli ultimi arrivi di richiedenti asilo e rifugiati. Alla luce delle esigenze del mercato del lavoro, l’incapacità di liberare il potenziale dei rifugiati nell’UE è, secondo Monti, un notevole spreco di risorse: per le persone interessate e per l’economia e la società nel suo complesso. Tuttavia, i rifugiati incontrano ancora ostacoli significativi all’accesso all’occupazione e sono uno dei gruppi più vulnerabili di cittadini non UE nel mercato del lavoro.
Nel pomeriggio di lunedì si è svolta la Lectio Magistralis sugli sviluppi e le sfide del diritto di asilo a livello europeo e internazionale, aperta a tutta la cittadinanza e tenuta da Patrick Weil, storico e ricercatore francese specializzato sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della legge costituzionale, attualmente professore presso la Yale University School of Law. La lezione, che ha avuto luogo presso la Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio, è stata introdotta da Marco Lombardo, assessore alle Relazioni Europee e Internazionali e al Lavoro del Comune di Bologna, e ha sollevato un ricco dibattito fra gli intervenuti.

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Il secondo giorno di lezioni si è focalizzato sui casi di studio e sulle politiche d’accoglienza in Italia e in Svezia. Dopo un excursus storico sulle migrazioni nel Paese, Caroline Tovatt (Delegazione svedese studi sulla migrazione) ha elencato le principali caratteristiche del mercato del lavoro svedese: complesso e fortemente regolato, ma basato sul consenso e sulla concertazione tra le parti sociali, i sindacati, le associazioni e le organizzazioni rappresentanti gli imprenditori e i datori di lavoro. Nello scenario migratorio, la Svezia non fa eccezione e, come ha spiegato la docente, “anche nel Paese scandinavo l’organizzazione e l’integrazione di migranti e richiedenti asilo nel mercato del lavoro sono terreno di aspre contese politiche, poiché il grande afflusso ha imposto cambiamenti nelle istituzioni svedesi: dall’accoglienza all’integrazione lavorativa”. Scendendo nel dettaglio, la ricerca sul mercato del lavoro in Svezia ha evidenziato alcune criticità, tra cui: i tempi di attesa per la richiesta d’asilo; la mancanza di reti sociali e informali che agevolano la ricerca del lavoro; le alte soglie d’ingresso nel mercato del lavoro; le discriminazioni diffuse.

Nella stessa giornata si è analizzato il caso dell’Italia grazie alla lezione di Pierre Georges Van Wolleghem e Annavittoria Sarli della Fondazione ISMU. “L’Italia è stata da sempre una Paese di migrazioni. Basti pensare che dal 1876 al 1976 sono stati 24 milioni gli italiani emigrati verso tutto il mondo”, hanno ricordato gli studiosi. La loro analisi ha individuato 4 modelli principali di “lavoro migrante” in Italia: quello che include gli operai delle fabbriche, soprattutto in Lombardia e nel nord-est dell’Italia; il modello metropolitano, che riguarda città come Roma, Milano e Torino; il modello sud-Italia, caratterizzato da lavori legati in primo luogo all’agricoltura, spesso stagionali e irregolari; il modello nord-Italia, che vede come settori principali agricoltura e turismo. La seconda parte della lezione è stata dedicata al sistema d’accoglienza, in relazione al lavoro: “i servizi per l’impiego in Italia sono universali, non ci sono norme ad hoc per i migranti-lavoratori”, hanno dichiarato Sarli-Van Wolleghem. Con il risultato che, per esempio, “per i beneficiari di protezione internazionale, le possibilità di trovare lavoro sono direttamente proporzionali alla qualità del centro che li accoglie” e, di conseguenza, “l’assenza di politiche del lavoro orientate verso i migranti è una problematica importante del sistema italiano: le ONG svolgono un ruolo fondamentale in questo sistema”.

Il terzo giorno ha visto l’intervento di Alessia Lefebure della French School for Public Health, che ha affrontato la complessa questione del riconoscimento delle competenze e qualifiche.
La questione del riconoscimento delle competenze “non riguarda soltanto i richiedenti asilo, ma è ben più ampia e riguarda ognuno di noi; è un tema generale” ha affermato la docente, aggiungendo che “è necessario avere uno sguardo di insieme, andando oltre la propria esperienza particolare, adottando un approccio sistematico”. Gestire il fenomeno migratorio attraverso un approccio esclusivamente umanitario, infatti, non basta: la chiave per un’integrazione di successo sta nell’educazione, ed è necessario investire per creare un sistema di accesso al lavoro. “Non c’è comprensione del fenomeno migratorio, manca la consapevolezza della complessità di questa dinamica, a tutti i livelli: globale, nazionale e locale”, ha concluso Lefebure.

L’intervento di Monia Dardi (Adecco) ha posto l’accento sulle best practice per l’inclusione, trattando della responsabilità sociale d’impresa e delle partnership pubblico-privato. Il programma Diversity & Inclusion della Fondazione Adecco per le Pari opportunità è finalizzato proprio alla creazione di un ambiente lavorativo inclusivo che incoraggi l’espressione del potenziale individuale e lo utilizzi come livello strategico per raggiungere gli obiettivi organizzativi. L’approccio sistemico coinvolge più attori provenienti da settori pubblici e privati e azioni integrate multilivello.

Massimo D’Angelillo, presidente di Genesis srl, si è focalizzato sull’imprenditoria migrante in Italia e Germania, due Paesi in cui il numero di imprenditori stranieri è aumentato notevolmente nel corso degli ultimi due decenni. L’imprenditorialità degli immigrati ha dimostrato di essere un mezzo efficace per la creazione di posti di lavoro, l’integrazione socioeconomica e l’innovazione delle economie locali.

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La quarta giornata, il 12 luglio, è stata dedicata alla migrazione circolare e al nesso migrazione-sviluppo.
Molto in voga fino a poco tempo fa, l’espressione circular migration ha bisogno anzitutto di una definizione operativa. È questo il concetto al cuore dell’intervento di Bernd Parusel della Swedish Migration Agency, che ha posto l’accento sul fatto che una politica sulla migrazione circolare può servire a ridurre l’immigrazione irregolare, da un lato, e a cooperare con i Paesi di origine, dall’altro, in maniera che entrambe le parti ne beneficino. “Rigettare le domande di asilo a persone che non possono tornare non è realistico”, ha dichiarato Parusel, “introdurre programmi di migrazione circolare assistita per specifici Paesi d’origine e per migranti con specifiche caratteristiche può essere una soluzione”.

“In questa fase storica le migrazioni appaiono come terremoti. Ma i terremoti non sono prevedibili, le migrazioni sì, e dunque sono, o meglio sarebbero, governabili”. È cominciato così l’intervento di Michele Bruni, già docente di Economia del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, un intervento che ha proposto un ribaltamento di prospettiva: “Non guardiamo alle ragioni di chi parte, guardiamo alle ragioni dei Paesi di arrivo, al perché un migrante arriva in un Paese e non in un altro”. Al centro dell’analisi del Prof. Bruni c’è l’analisi delle transizioni demografiche, tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli in via di sviluppo. In sintesi: è vero che l’immigrazione non può essere evitata per ragioni economiche, ma la vera, rilevante, ragione economica risiede nel fatto che in Europa l’offerta di lavoratori non soddisfa la domanda. “Le politiche migratorie sono insufficienti perché basate su una teoria economica che indaga il movente del migrante che lascia il suo Paese e non considera i bisogni del Paese d’arrivo, la sua domanda di lavoro”, ha concluso Bruni, ricordando che per rendere sostenibile nel medio periodo il sistema pensionistico italiano l’Italia avrebbe bisogno sin da ora di 250.000 nuovi immigrati all’anno.

Nel pomeriggio, un incontro con operatori sociali, rifugiati e imprenditori ha permesso agli studenti della Summer School di vedere da vicino casi concreti di integrazione lavorativa, nello specifico della Città metropolitana di Bologna.

L’ultimo giorno di lezioni è stato dedicato al tema delle discriminazioni nel modo del lavoro, con gli interventi di Ojeaku Nwabuzo (European Network Against Racism) e di Beatrice Spallaccia, docente all’Università di Bologna.
Nwabuzo ha offerto una panoramica dei dati raccolti per gli ultimi due rapporti ombra dell’ENAR, “Razzismo e discriminazione nel contesto della migrazione in Europa 2015-2016” e “Razzismo e discriminazione nell’occupazione in Europa 2013-2017”. ENAR è in prima linea nella raccolta di dati sulla discriminazione delle minoranze etniche nel mercato del lavoro e nell’esplorazione degli ostacoli che impediscono la loro integrazione
Per Spallaccia, gestire la diversità sul posto di lavoro non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche sinonimo di responsabilità sociale aziendale e di conformità normativa. Per questo motivo, un numero crescente di organizzazioni di diversi settori ha iniziato a implementare strategie ispirate ai principi del Diversity Management (DM), un processo di gestione di gruppi e organizzazioni con un approccio inclusivo per riconoscere e valutare le differenze tra gli individui.

La giornata conclusiva della Summer School, appuntamento finale di restituzione e di condivisione dei risultati, si è tenuta sabato 14 luglio presso il Polo formativo, produttivo e di accoglienza di Lama di Reno a Marzabotto (BO).
Contestualmente alla consegna degli attesti agli studenti della Scuola, sono intervenuti Andrea Marchesini Reggiani, presidente di coop. Lai-momo, Rudi Anschober, Ministro regionale per la migrazione e l’integrazione dell’Alta Austria, e Luca Ultori, Ikea Store Sustainability Specialist. Presso il giardino del Polo, è stato inoltre allestito un Refugee Housing Unit (RHU) Better Shelter, un modello innovativo di modulo abitativo, realizzato e promosso da Ikea Foundation in collaborazione con UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).
Varia la provenienza dei partecipanti alla Summer School, dall’Italia alla Finlandia, dal Brasile alla Turchia, passando per Belgio, Spagna, Grecia, Olanda e Croazia: tutti e tutte estremamente motivati e formati in differenti aspetti connessi al complesso tema delle migrazioni. Un gruppo variegato che ha trovato nella Scuola un’occasione di approfondimento e confronto, nella condivisione di esperienze e competenze reciproche.

Partecipanti

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09 luglio 2018

Esiste ancora il diritto di asilo europeo e internazionale? La lectio magistralis di Patrick Weil a Bologna

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Mentre il tema dell’immigrazione continua a essere al centro delle agende politiche e del dibattito pubblico, il sistema europeo di asilo sembra essere sul punto di implodere.
È noto che quello che emerge è solo la punta di un iceberg di una complessità che coinvolge questioni geopolitiche, economiche, ambientali e storiche e che soluzioni immediate e semplici non esistono. Tuttavia, il fenomeno della mediatizzazione a cui stiamo assistendo nell’era dei social e del “rancore” ci porta a essere immersi in una deriva informativa fatta di affermazioni forti, spesso superficiali, di prese di posizioni nette in cui ogni fatto diventa una questione politica e di conseguenza viene trattato come un’emergenza da comprendere nel qui ed ora.
Nonostante tutto questo, c’è chi non rinuncia ad approfondire e a cercare di capire, chiamando in causa esperti che forniscano piste di riflessioni competenti e basate su una analisi approfondita del fenomeno migratorio, nei suoi aspetti sociali, economici, giuridici.
Per tale ragione all’interno della terza edizione della Summer School on Migration and Asylum di Bologna, organizzata da Africa e Mediterraneo, in collaborazione con Lai-momo cooperativa sociale nell’ambito del progetto italiano “Voci di Confine” co-finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo, è stato invitato Patrick Weil, docente alla Yale Law School, a tenere una lectio magistralis sugli sviluppi e le sfide del diritto di asilo a livello europeo e internazionale.
Gli organizzatori e i partner accademici e istituzionali che li appoggiano hanno deciso di non riservare la lezione agli iscritti alla Scuola estiva, provenienti da diversi paesi del mondo, ma di aprire a tutta la cittadinanza quest’occasione unica di conoscenza e approfondimento. La lezione si svolgerà oggi lunedì 9 luglio alle ore 14.30 presso la Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio e sarà introdotta da Marco Lombardo, assessore alle Relazioni Europee e Internazionali e al Lavoro del Comune di Bologna.

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Patrick Weil
, storico e ricercatore francese specializzato sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della legge costituzionale, ha all’attivo un’importante carriera politica e diplomatica, che prende avvio nel 1994 quando diventa Direttore di Ricerca all’Istituto CNRS presso il Centro per la storia sociale del XX secolo dell’Università di Parigi. Dal 1996 al 2002 è stato membro dell’Alto Consiglio per l’integrazione ed è presidente dell’ONG Libraries Without Borders, un’importante organizzazione di sviluppo attraverso la cultura e la conoscenza a livello internazionale. Attualmente è professore presso la Yale University School of Law del Connecticut (USA). Il professore terrà la sua lezione in inglese e sarà distribuito un abstract in italiano.

L’edizione 2018 della Summer School on Migration and Asylum, che avrà luogo a Bologna dal 9 al 14 luglio, è stata progettata per affrontare il tema concreto e attualissimo dell’integrazione dei migranti e dei rifugiati nel mercato del lavoro in Europa e le pratiche discriminatorie in ambito professionale.
Le lezioni e i laboratori con esperti del settore e docenti provenienti da diversi stati europei vogliono offrire approfondimenti e migliorare l’efficacia di chi lavora, o chi intende lavorare, nell’ambito professionale dell’integrazione dei migranti, così come nella comunicazione e nella ricerca accademica relative a questo argomento. Con la terza edizione della Summer School Bologna si conferma come punto d’incontro di una rete sempre più ampia di operatori, esperti e professionisti che continuano lo sforzo di affrontare e comprendere il fenomeno migratorio nelle sue diverse fasi e di gestire in modo arricchente e positivo per tutti le diverse relazioni che esso genera.

Per maggiori informazioni: www.migrationschool.eu
L’evento è su facebook: https://bit.ly/2tZJhSp

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05 luglio 2018

“Rompiamo il silenzio sull’Africa”: l’appello di padre Alex Zanotelli

Si riporta l’appello di Padre Alex Zanotelli, missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace, che si è rivolto ai giornalisti italiani per diffondere la verità sulle situazioni vissute dalle popolazioni africane.

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«Rompiamo il silenzio sull’Africa. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo.

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.

So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti, e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

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È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia dell’”invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

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E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.

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21 giugno 2018

A scuola di legalità per favorire l’integrazione

Integrazione significa prendere consapevolezza dei propri doveri nel Paese ospitante, ma anche dei propri diritti per non divenire vittima di racket, tratta o sfruttamento lavorativo. Per questo, nell’ambito del progetto “Welcoming Bologna”, è stato portato avanti un innovativo percorso denominato Scuola di legalità, in collaborazione con il Distretto socio-sanitario di Pianura Ovest dell’area metropolitana bolognese e con la fattiva partecipazione del Comando Provinciale dei Carabinieri, in cui i richiedenti asilo accolti nei CAS in gestione a coop. Lai-momo e dislocati nel distretto hanno potuto approcciare in maniera diversa le forze di polizia rendendosi conto che esse non rappresentano per gli stranieri soltanto un elemento di controllo ma anche una tutela dai pericoli e un aiuto nell’espletamento delle pratiche amministrative e lavorative.

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Gli ospiti richiedenti asilo sono stati divisi in due gruppi per omogeneità linguistica, un gruppo costituito principalmente da pakistani e bengalesi (con mediazioni in lingua urdu e bengalese) e un gruppo costituito da ospiti originari di diversi Paesi africani, a maggioranza francofoni e anglofoni. Gli incontri con i rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri e dell’Ispettorato del Lavoro, svoltisi nel mese di maggio, sono stati due per ciascun gruppo e hanno riguardato l’uno il contrasto al lavoro sommerso e irregolare, con un focus sui diritti e i doveri dei lavoratori, l’altro i reati relazionali e la violenza nelle relazioni di genere. Due tematiche, scelte in accordo con le forze dell’ordine, di grande importanza perché toccano da vicino la vita dei richiedenti asilo, possibili vittime di sfruttamento e mancate tutele lavorative, ma anche non sempre a conoscenza della cultura italiana nei rapporti interpersonali, del rispetto della parità dei generi e delle tutele per i minori.Gli incontri, che si sono svolti nella sala riunioni dell’Ospedale San Salvatore a San Giovanni in Persiceto, messa a disposizione dal Distretto Pianura Ovest, hanno ottenuto un riscontro positivo sia da parte dei relatori sia dei corsisti, che al termine hanno ricevuto un attestato di partecipazione.
Venire a conoscenza dei propri diritti e di quanto prevede l’ordinamento legislativo italiano permette ai richiedenti asilo di non finire vittime di sfruttamento e di non farsi trascinare in situazioni che potrebbero danneggiarne il percorso di inclusione.

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Lo ha sottolineato lo stesso Comando Provinciale dell’Arma sostenendo anche che, se i benefici si potranno vedere solo nel lungo periodo, il contributo all’integrazione è già evidente a tutti. Gli effetti sono stati positivi da entrambe le parti: per le forze dell’ordine perché hanno avuto modo di conoscere meglio gli ambienti d’origine di riferimento degli ospiti e i potenziali rischi a cui sono esposti gli immigrati, per i richiedenti asilo perché hanno potuto modificare posizioni preconcette nei confronti delle forze di pubblica sicurezza in Italia.
Le reazioni dei richiedenti asilo sono risultate diversificate per gruppi: più entusiaste quelle di pachistani e bengalesi, più reticenti quelle dei ragazzi africani. Gli asiatici si sono detti interessati alle tematiche trattate, in particolare quelle concernenti le tutele sul lavoro, forse perché appartengono a comunità già meglio inserite nel tessuto produttivo e desiderose di apprendere le leggi del Paese ospitante. Un ragazzo pachistano ha proposto di attivare iniziative di questo tipo fin dall’inizio del percorso di accoglienza, in modo che possano essere più consapevoli delle leggi del paese che li accoglie e delle conseguenze. Altri, soprattutto tra gli ospiti originari dei diversi paesi africani, hanno superato il timore iniziale legato alla divisa e iniziato a percepire le forze dell’ordine con uno sguardo differente, a tutela di tutti, così come più volte è stato detto durante gli incontri. Infatti, nei loro contesti d’origine non sempre la divisa è simbolo della tutela della legalità.
La Scuola di Legalità di “Welcoming Bologna” rappresenta un progetto pilota che, secondo il Comando dell’Arma, dovrebbe diventare un percorso strutturale: “Il nostro intervento istituzionale in tale contesto può essere fondamentale per sottolineare il rapporto tra il cittadino e le forze di polizia che esiste nel nostro Paese e per chiarire i meccanismi di diritti e doveri del singolo”. Uno sforzo particolare, sottolineano i Carabinieri, dovrebbe essere fatto nel campo del diritto di famiglia, delle tutele di genere e del diritto del lavoro, senza creare false aspettative ma fornendo gli elementi fondamentali delle differenze rispetto ai Paesi d’origine. Inoltre, particolare attenzione viene posta al contrasto all’insorgere di circuiti di criminalità organizzata di origine etnica pronti a sfruttare i connazionali di recente immigrazione, sessualmente o sul lavoro.
Quali ricadute positive sul territorio può avere un’iniziativa come questa? La risposta del Comando Provinciale dei Carabinieri è di disarmante semplicità: “Non notare effetti sul territorio è da considerare la prima ricaduta positiva”.

Per maggiori informazioni: www.welcomingbologna.eu/it/

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13 giugno 2018

“Racconti di passaggio. Appunti, storie e immagini”. Il laboratorio di libera espressione artistica di Riola

Incontrarsi, raccontare e creare per ripensare la vita di comunità attraverso l’arte. Con questi propositi Juliane Wedell, operatrice dell’accoglienza e esperta di arte sociale, ha condotto il laboratorio “Racconti di passaggio. Appunti, storie e immagini”. Il laboratorio è stato inaugurato il 9 marzo 2018: il programma prevedeva un incontro a settimana, nella sede della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riola, frazione di Grizzana Morandi (Bo).

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Partendo dalla positiva esperienza del laboratorio artistico Closlieu, conclusosi l’anno passato a Riola, anche quest’anno, Lai-momo soc. coop., in collaborazione con Africa e Mediterraneo, ha dato vita alla seconda edizione del laboratorio, che in questo caso era rivolto non solo ai richiedenti asilo ma anche ai cittadini del territorio. La Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riola si è proposta di offrire gli spazi per la realizzazione degli incontri, con la speranza che il laboratorio possa diventare uno spazio permanente di interazione tra i cittadini e gli ospiti richiedenti asilo accolti nei centri situati nei Comuni dell’Unione dei Comuni dell’ Appennino Bolognese.
L’attività che si è svolta a Riola nasce soprattutto con l’obiettivo di creare legami e incentivare il dialogo e l’ascolto tra i partecipanti, in un percorso di conoscenza reciproca e di condivisione libero da giudizi e da preoccupazioni interiori, almeno per qualche ora.

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I partecipanti, immergendosi nella dimensione positiva del laboratorio, guidati dall’animatrice, hanno provato a raccontarsi e ad ascoltare, per poi reinterpretare le proprie emozioni attraverso la libera espressione artistica. Il laboratorio è stato seguito da un gruppo di circa dieci partecipanti, ospiti provenienti dal Pakistan e da altri Paesi africani, non solo del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) di Riola, ma anche provenienti da altre strutture di accoglienza dislocate nei Comuni del Distretto Unione Comuni Appennino Bolognese (nello specifico: Vergato, Castel d’Aiano, Granaglione, Lizzano) e da alcuni cittadini dei Comuni limitrofi. La sfida iniziale di aprire il laboratorio anche ai cittadini di Riola è stata accolta positivamente, nonostante le difficoltà legate al coinvolgimento dei cittadini del territorio: dagli impegni di ognuno dei partecipanti, alla difficoltà di pensare a un laboratorio artistico come ad una tra le priorità.

Le attività si sono svolte principalmente all’aperto, proprio nella piazza della Parrocchia di Riola, attirando così la curiosità dei passanti. Al centro della piazza Juliane ha posto un tavolo lungo e stretto intorno al quale i partecipanti sono stati chiamati a condividere le proprie esperienze. Al centro del tavolo i colori, i fogli, i pennarelli e i libri illustrati dai quali trarre ispirazione. Tra questi, il capolavoro dell’illustratore australiano Shaun Tan, lungo racconto senza parole di una storia di migrazione, di un’umanità senza tempo. Dopo le riflessioni ognuno si è concentrato sul disegno: in totale libertà si poteva pensare al soggetto da rappresentare, ascoltando i propri tempi, utilizzando un colore per volta e dipingendo liberi da ogni pensiero, ma con impegno e coscienza di sé.
L’ultimo incontro è stato incentrato sulla scoperta di alcuni dei luoghi più affascinanti offerti dal territorio ospitante, così i partecipanti hanno visitato le cascate di Labante. A conclusione dell’escursione c’è stato un momento di incontro e dialogo con alcuni abitanti del luogo che hanno condiviso con i partecipanti la loro passione per la montagna per poi dedicarsi insieme alla reinterpretazione artistica.Per quest’anno il percorso si è concluso, speriamo di poter continuare questa esperienza così arricchente per tutte le parti in gioco e poter consolidare il laboratorio nel tempo.

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