06 febbraio 2018

Fumetto africano ad Angoulême

È dal 1974 che ogni anno la città francese di Angoulême ospita il Festival International de la Bande Dessinée, uno dei maggiori eventi mondiali dedicato alla Nona arte. In programma mostre, proiezioni, dibattiti, conferenze, incontri, concerti e diversi premi tra cui il noto Fauve d’Or, ovvero il premio al migliore fumetto dell’anno, senza distinzione di genere, stile e provenienza geografica.
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Quest’anno hanno partecipato anche l’associazione Africa e Mediterraneo e la cooperativa sociale Lai-momo, per presentare il lavoro di studio e promozione del fumetto africano iniziato sin dal 1999, con uno stand e due tavole rotonde. Assieme a Simon Mbumbo, autore camerunense attivo in Francia, e ad altri dinamici editori e promotori culturali della diaspora e non, Africa e Mediterraneo e Lai-momo hanno organizzato lo stand AfricaBD, e animato una tavola rotonda presso l’espace Nouveau Monde con la moderazione di Sandra Federici. La prima parte della tavola rotonda ha visto un dialogo tra vari importanti autori: il decano pluripremiato congolese Barly Baruti, che ad Angoulême presentava il terzo romanzo grafico pubblicato presso Glénat, Singe Jaune, e il connazionale Al’Mata, autore riconosciuto per il successo dei suoi ironici racconti delle peripezie migratorie di Alphonse Madiba dit Daudet. Tra la “penne” presenti, la camerunese Elyon’s rappresenta un caso unico per l’Africa, per il grande successo ottenuto presso un pubblico geograficamente molto vario con la serie La vie d’Ebène Duta, autopubblicata grazie al crowdfounding; Adjim Danngar, autore ciadiano rifugiato in Francia, ha saputo – grazie ad un’interessante evoluzione stilistica e alla collaborazione con lo sceneggiatore franco-camerunese Christophe Edimo – pubblicare un libro originale come Mamie Denis evadée de la maison de retraite; Fati Kabuika, giovane congolese già pubblicato da Les enfants rouges e Toom comics, è ora in Francia per produrre il secondo volume de La vie d’Andolo. La seconda parte della tavola rotonda ha messo invece a confronto editori e associazioni che stanno lavorando nell’ambito del fumetto africano: Simon Mbumbo, di Toom Éditions; Christophe Edimo, presidente della storica Associazione L’Afrique dessinée; Paulin Assem, editore togolese (Ago Média); Raphaël Thierry, studioso del mercato del libro africano; Dalila Nadjem delle edizioni algerine Dalimen. Andrea Marchesini Reggiani ha parlato dell’archivio Africacomics, conservato a Sasso Marconi (Bo), che riunisce più di 2500 tra tavole e pubblicazioni di autori africani di fumetto, raccolte da Lai-momo e dall’associazione Africa e Mediterraneo nel corso di diversi progetti a partire dal 1999. Un lungo lavoro di ricerca e archiviazione che è stato infine messo online, disponibile gratuitamente per appassionati e addetti ai lavori.

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Il Festival è stato anche l’occasione anche per rilanciare la petizione che chiede la liberazione dell’artista, fumettista e attivista per i diritti umani Ramón Esono Ebalé, in arte Jamón y Queso, che dal 16 settembre 2017 è rinchiuso nel carcere di Black Beach in Guinea Equatoriale, suo Paese d’origine. Vincitore del premio 2005-2006 Africa Comics, Ramón è accusato di diffamazione e calunnia nei confronti del presidente Teodoro Obiang Nguema, la cui famiglia domina il paese dal 1979. Ai fumettisti, direttori di festival ed editori presenti è stato chiesto di posare con l’hashtag #freenseremon, e in tanti hanno risposto.
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Francis Groux per esempio, uno dei fondatori del festival di Angoulême, o artisti del calibro di Barly Baruti, Marguerite Abouet, Edmond Baudouin. Altri invece, come Gianluca Costantini hanno contribuito con un disegno o un’illustrazione: immagini che hanno fatto il giro del mondo, fino a raggiungere lo stesso Nsè, che proprio in questi giorni ha lanciato dal carcere un messaggio di resistenza e di speranza:

“Ciao a tutti, a nome mio e di tutta la mia famiglia voglio ringraziare tutti coloro che continuano a lottare, nella speranza di farmi uscire da questa situazione a cui non appartengo. Non appartengo a nessun luogo, eccetto quelli in cui le persone possono essere libere e responsabili delle proprie azioni. Tuttavia chi sta al potere ha deciso di non ammettere la ragione della mia detenzione, laddove ragionare significherebbe un progresso verso lo sviluppo generale. […] Non mi arrenderò, non sono nato con il mondo ai miei piedi, sono nato dalla felicità di mia madre. E oggi vivo per rappresentare il mio popolo attraverso i miei disegni.”

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29 dicembre 2017

Liberia: la democrazia mette radici

Fa notizia sui media nazionali un risultato elettorale in un Paese africano. Ovvio, il vincitore è un ex calciatore del Milan, laureato con il Pallone d’Oro: George Weah.
Ma la vera buona notizia è che in Liberia, Paese tormentato da colpi di stato e guerre civili, sembra si stia affermando la normalità della democrazia.liberia
Dopo due mandati della presidente Ellen Johnson Sirleaf, economista e vincitrice del Nobel per la Pace nel 2011, Weah ha vinto al ballottaggio le elezioni presidenziali. Non si tratta di un novizio della politica: già nel 2004 aveva fondato un partito e nel 2005 si era presentato alle elezioni, ma era stato sconfitto dalla Johnson. Nuovamente battuto nel 2011, quando era candidato come vicepresidente, in questi anni ha fatto il capo dell’opposizione, oltre a riprendere gli studi interrotti. Poi si è ripresentato e ha vinto.
E la presidente, prima donna eletta Capo di Stato in Africa, dopo due mandati non aveva cercato di cambiare la costituzione per averne un terzo e non si era attaccata alla poltrona costringendo le istituzioni ad umilianti trattative, come si è visto fare in tanti Paesi africani.  Ha normalmente fatto campagna elettorale sul fronte opposto, quello di Joseph Boakai, spendendosi in particolare per le candidate.
La prima repubblica d’Africa, fondata nel 1847 da schiavi liberati provenienti dall’America, è tormentata da gravissimi problemi sanitari (Ebola) ed economici (226° posto per PIL pro capite su 230 Paesi). Intanto, però, si è regalata una transizione democratica normale.

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01 dicembre 2017

“Nel nome di Abramo”: l’edizione 2017 della rassegna letteraria Città del libro

Africa e Mediterraneo ha partecipato quest’anno alla storica rassegna culturale Città del libro, a Campi Salentina, in provincia di Lecce. Novità di questa XXII edizione (23-26 novembre 2017), la direzione artistica di Alessandro Valenti, regista e sceneggiatore, che ha impostato il programma su un tema preciso: Nel nome di Abramo. Il «padre di molti popoli» è stato preso come ispirazione in quanto «riferimento culturale fondamentale e unificante per una moltitudine di popoli praticanti le principali religioni monoteiste». E sull’incontro di scrittori e studiosi rappresentanti le diverse e difficili situazioni del mondo globalizzato si è costruito un programma ricchissimo di incontri, svoltisi secondo un programma “diffuso” nelle più belle chiese del paese. Costruiti in una pietra salentina che risplende al sole con una calda sfumatura di giallo, questi edifici hanno offerto il sontuoso barocco leccese dei loro interni come scenario un po’ straniante dei vari incontri.

Tahar Ben Jelloun, Jeannette Bougrab e Pap Khouma si scambiano libri tra un incontro e l’altro

Tahar Ben Jelloun, Jeannette Bougrab e Pap Khouma si scambiano libri tra un incontro e l’altro

Ne ricordiamo solo qualcuno, tra i numerosissimi. La fumettista e blogger italo-tunisina Takoua Ben Mohamed ha incontrato gli studenti delle scuole per parlare del suo libro a fumetti Sotto il velo, pubblicato da Becco Giallo, dove è disegnata ironicamente la sua vita di ragazza che ha scelto di indossare il velo in Italia. Esperto di mondo islamico contemporaneo, Lorenzo Declich ha presentato il suo libro Giulio Regeni, le verità ignorate. La dittatura di al-Sisi e i rapporti tra Italia ed Egitto (Alegre Edizioni, 2016). Noo Saro Wiwa, figlia del poeta e scrittore Ken giustiziato per la sua attività in difesa del Popolo Ogoni, ha partecipato a un incontro animato anche da richiedenti asilo africani ospiti nel territorio, parlando del suo rapporto con il padre e con il suo Paese di origine, nel quale è tornata dopo molti anni. Presentato come un diario di viaggio, In cerca di Transwonderland (pubblicato in Italia nel 2015 da 66th and 2nd) è stato nominato libro dell’anno dal Sunday Times nel 2012 e inserito dal Guardian tra i dieci migliori libri sull’Africa. Jeannette Bougrab, Segretario di Stato per la Gioventù nel terzo governo presieduto da François Fillon, ha delineato un quadro molto critico dell’integrazione in Europa e in Italia dove spesso, nel timore di essere definiti razzisti o politicamente scorretti, si giustificano comportamenti che vanno contro i diritti umani fondamentali, mentre i politici, in nome della pace sociale, soprattutto nelle periferie, finiscono per tollerare comportamenti delle comunità e di capi religiosi che vanno contro i principi della democrazia e i diritti delle donne.

Pap Khouma intervistato dagli studenti che hanno letto i suoi libri

Pap Khouma intervistato dagli studenti che hanno letto i suoi libri

L’autore iracheno trasferitosi a Bruxelles Ali Bader ha presentato con l’arabista Monica Ruocco Il suonatore di nuvole (Argo, 2017), il suo primo romanzo tradotto in italiano (appunto da Ruocco). Autore di libri molto critici nei confronti dell’uso politico dell’Islam e per questo proibiti in diversi stati, Bader si sta imponendo anche come commentatore politico in un Paese, il Belgio, che ha recentemente vissuto momenti difficili in relazione alla coesistenza di cittadini di origini culturali differenti. Marco d’Eramo, giornalista di grande esperienza e sociologo formatosi con Pierre Bourdieu all’École des Hautes Études di Parigi, ha conversato con il pubblico attorno al suo documentatissimo libro Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo.

Sandra Federici, direttrice di Africa e Mediterraneo, ha presentato la rivista nel panel conclusivo e dialogato con diversi ospiti: Brigitte Adès, direttrice della rivista Politique Internationale; Boualem Sansal, scrittore algerino attivo nella condanna del fondamentalismo islamico e per questo soggetto a persecuzioni (col suo romanzo 2084 ha ripreso i temi di George Orwell, immaginando un mondo futuro governato dalla sharia); Pap Khouma, scrittore italo-senegalese autore del primo romanzo della letteratura migrante in Italia; Francesca Romana Paci, docente di Letteratura inglese all’Università del Piemonte orientale ed esperta di Letterature postcoloniali, e Nafissatou Dia Diouf, autrice militante e pluripremiata della nuova generazione di scrittori senegalesi.

Francesca Romana Paci, Sandra Federici e Brigitte Adès nel panel finale

Francesca Romana Paci, Sandra Federici e Brigitte Adès nel panel finale

Si è così conclusa questa rassegna ricchissima, che ha riunito nel Salento tanti autrici e autori di terre lontane, creando nuove relazioni e idee.
Il lunedì mattina, è piombata sui partecipanti e sugli organizzatori la bruttissima notizia della prematura morte di Alessandro Leogrande, avvenuta nella sua casa di Roma. Giornalista e scrittore molto attento al Sud del mondo, era stato protagonista, il giovedì 23, del dialogo con l’invitato più celebre del festival, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun.

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27 novembre 2017

Afrotopia. La biennale di Bamako

Nelle costruzione delle società cosiddette post-coloniali sono state applicate delle soluzioni prêt-à-porter, ovvero dei modelli che poco avevano e hanno a che fare con la loro storia. Questi modelli sono così radicati che difficilmente vengono messi in discussione o interrogati, mentre una società si dovrebbe chiedere sempre: “qual è il progetto di vita insieme che vogliamo costruire?”. Su questi temi ruota il neologismo afrotopia, creato dall’economista Felwine Sarr, uno dei pensatori più originali del continente africano. Dunque, afrotopia: «une utopie active qui se donne pour tâche de débusquer dans le réel africain les vastes espaces du possible et les féconder», afferma l’intellettuale senegalese.
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(Anarchie productive, 2017. Fototala King Massassy)

In relazione all’Africa si parla sempre di sottosviluppo e di inefficienza, mentre l’Africa è un continente promettente e pieno di ricchezza. Per questo nell’immaginario dell’”essere africano” occorre una decolonizzazione delle menti e una riappropriazione della storia del continente.
Da questa parola intrisa di significato prende il titolo la 11° edizione dei Recontres de Bamako. Biennale africaine de la photographie, il maggiore evento dedicato alla fotografia africana che si terrà dal 2 dicembre 2017 al 31 gennaio 2018 nella capitale del Mali. L’intento di questa Biennale di Bamako è creare le basi di una comunità artistica capace di riflettere sul continente e sul mondo, cercando di superare la crisi di rappresentazione che la riguarda.
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(Afroeucentric Face On, 2016. Lola Keyezua)

Infatti, tra le 300 candidature di qualità ricevute, il comitato di selezione ha scelto 40 proposte di artisti e collettivi residenti in Africa o nelle diaspore, che utilizzano linguaggi visivi di grande impatto, capaci di volgere lo sguardo al futuro e al rinnovamento. Un esempio di sfida alle norme istituzionali può essere dato dalla serie di Anarchie Productive di Fotolala King Massassy, un artista del Mali, che vuole restituire al pubblico una realtà africana vibrante, giocosa e affermativa. Veri e propri paesaggi emotivi sono costantemente interrogati nel lavoro della fotografa nigeriana Zina Saro-Wiwa, mentre i corpi sono visti da Lola Keyezua in una prospettiva pittorica visionaria che vacilla tra la crudezza e la resa. Questa mostra vede la presenza anche di diversi curatori ospiti che approfondiscono i temi e le domande degli artisti, in particolare quelli che riguardano le identità marginali con Clémentine de la Ferronière e Nathalie Gonthier.
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(The Invisible Man, 2015. Zina Saro-Wiwa)

L’indagine sulla musica africana sin dall’epoca dell’indipendenza è affidata a Justin Davy, mentre il progetto sul tema dell’Afrofuturismo è curato da Azu Nwagbogu. Come in risonanza alle domande aperte dalle proposte artistiche, si attivano anche gli spazi per la riflessione collettiva e la condivisione delle conoscenze, attraverso forme libere e plurali con relatori provenienti da tutti i campi del pensiero – filosofi, poeti, musicisti, storici, sociologi, scrittori. Particolare attenzione è dedicata anche all’apertura e al coinvolgimento con il pubblico maliano. I protagonisti di questa esibizione pongono, dunque, le basi per una visione ampia e viva del continente, ricco di spiritualità e culture, che sono tutte componenti dell’economia relazionale di cui parla Felwine Sarr. Un’economia, quindi, non basata sui criteri logico-valutativi dello sviluppo/sottosviluppo ma sulla storia e sulle voci di comunità capaci di creare e inventare.
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(Nothing, 2017. Lola Keyezua)

Per maggiori informazioni: www.rencontres-bamako.com

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27 ottobre 2017

Immigrazione, parlano i dati: la presentazione del Dossier Statistico 2017 a Bologna

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

Nel dibattito sul tema dell’immigrazione spesso a prevalere sono opinioni o considerazioni (politiche o semplicemente personali) che non sempre sono uno specchio oggettivo della realtà.

Esiste, tuttavia, uno strumento che ne fornisce un quadro il più possibile completo, fondato su dati concreti, e fotografa ogni anno la situazione sia a livello nazionale che per ogni regione. È il Dossier Statistico Immigrazione, curato dal Centro Studi e ricerche IDOS insieme al Centro Studi Confronti, con il sostegno dei fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese e la collaborazione di UNAR.
Il 26 ottobre si è tenuta, in contemporanea in tutte le Regioni e Province Autonome d’Italia, la presentazione dell’edizione 2017. A Bologna l’evento è stato organizzato dall’associazione Africa e Mediterraneo, e ha visto un’ampia partecipazione da parte di giornalisti, operatori del settore sociale, esponenti di sindacati e di fondazioni bancarie, rappresentanti dell’associazionismo culturale e religioso.

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

Pietro Pinto, membro del Comitato Scientifico del Dossier, ha introdotto l’obiettivo principale dell’opera: restituire un’immagine corretta del fenomeno migratorio, nonostante esso sia estremamente vasto e complesso. Inoltre ha sottolineato come il Dossier intenda far prevalere l’oggettività dei dati rispetto alle percezioni, superando la retorica dell’invasione, che ciclicamente domina il dibattito politico e mediatico.
Considerato che l’evoluzione demografica e i problemi climatici determineranno un ulteriore aumento della popolazione mondiale – impossibile da arrestare – secondo Pinto “importante è piuttosto capire le cause, programmare e gestire i flussi”.
L’intervento si è concluso con una citazione di Monsignor Di Liegro, ispiratore del Dossier: “non ci sono invasori, non siamo vittime, non incombe una condanna alla catastrofe: il futuro dipende da noi e dal nostro spirito di collaborazione con i paesi in via di sviluppo”.
Andrea Facchini, del Servizio Politiche per l’integrazione sociale, il contrasto alla povertà e terzo settore della Regione Emilia Romagna, ha illustrato i dati regionali ed evidenziato come il fenomeno vada verso la stabilizzazione e il radicamento. I cittadini stranieri residenti in Emilia-Romagna al 1° gennaio 2017 sono 531.028, pari all’11,9% della popolazione complessiva. “Nel 2016 circa 25.000 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza in Emilia-Romagna: è un dato positivo e straordinario”, ha sottolineato Facchini. La nostra regione si conferma la prima in Italia per incidenza di residenti stranieri sul totale della popolazione residente. Fanno riflettere i dati sui minori: nel 2016 sono nati in Emilia-Romagna 8.357 bambini stranieri, quasi un quinto (24,2%) del totale dei nati nell’anno.
Andrea Stuppini, redattore del Dossier, si è focalizzato sull’impatto economico e fiscale dell’immigrazione e sulla crescente imprenditoria straniera che dà lavoro anche a cittadini italiani. Per quanto riguarda i costi dell’immigrazione in Italia, il saldo tra le entrate e le uscite è in positivo e si attesta sui 2,1 miliardi di euro.

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

Il tema economico e lavorativo ha quindi un ruolo rilevante: i cittadini stranieri, che costituiscono l’8,3% dei residenti in Italia, rappresentano il 10% degli occupati e producono l’8,8% del Pil. Inoltre un terzo dei nuovi assunti è di origine straniera.
Alcuni spunti di riflessione sul tema del dialogo interreligioso in rapporto alle migrazioni sono stati quindi offerti da Alessia Passarelli, del Centro Studi Confronti, che ha evidenziato come il pluralismo possa costituire una ricchezza per la società. Secondo la ricercatrice, intorno a un centro religioso normalmente si genera una rete sociale di grande importanza, che offre numerosi servizi: dai corsi di lingua a servizi di assistenza di vario genere, da momenti di scambio e confronto ad altri di condivisione.
Infine Ferdous Rehana, operatrice sociale di Lai-momo, soc. coop. soc., ha raccontato la sua testimonianza di donna e di professionista, rispetto ai cambiamenti storici del fenomeno migratorio. Rehana ha condiviso con il pubblico il percorso che ha affrontato e l’esperienza che ha avuto, iniziata con il suo arrivo in Italia come straniera e rifugiata.

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

©Lai-momo/Vincenzo Valentino Ventura

I vari interventi – moderati da Sandra Federici, direttrice di Africa e Mediterraneo – hanno quindi messo in luce alcuni aspetti fondamentali del fenomeno, evidenziando un rovesciamento di prospettive rispetto al sentire comune sul “problema” immigrazione e rimarcando come numerose possono essere le ricadute positive e di sviluppo quando vengono intrapresi percorsi di integrazione nel tessuto sociale.
In chiusura, dopo un momento dedicato alle domande del pubblico, è stato dato spazio alle vignette satiriche dell’illustratore Mauro Biani del gruppo Altrinformazione, che hanno raccontato l’immigrazione con amara ironia e straordinaria efficacia.

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26 ottobre 2017

Una mostra afghana a Parigi

Afghanistan belongs to the history of the world
(Historian Micheal Barry)

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Quando si parla di Afghanistan in Europa, difficilmente si evoca un immaginario che sia esente da guerre, instabilità politica, intolleranza e integralismi religiosi. Dunque, perché non raccontare una storia diversa che metta in scena la prosperità di un paese in cui una generazione più giovane di donne e uomini si sta impegnando nell’imprenditoria responsabile nei settori dell’arte, della musica, della moda e della produzione video? L’Afghanistan vive una creatività straordinaria fondata su un patrimonio culturale millenario aperto alle contaminazioni. Infatti, la mostra Afghanistan Art of Fiber & the Silk Road, organizzata da Zarif Designs e Ethical Fashion Initiative, inaugurata il 24 ottobre 2017 all’Espace Cinko di Parigi, vuole dare visibilità alle diverse pratiche culturali, creative e artigianali di questo paese. Un paese che, per decenni, è stato luogo di scambio e tolleranza tra Occidente e Oriente grazie, in particolare, alla via della seta che ha permesso a popoli differenti di condividere i tessuti, le arti, le tecniche stilistiche e artigianali.

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L’eterogeneità vitale della cultura, della storia e della tradizione dell’Afghanistan, perciò, sono riproposte in Europa in una mostra che vede la presenza dell’artista francese Olga Boldyreff, la cui pratica artistica è incentrata nell’esplorazione delle relazioni interspaziali attraverso lavorazioni di maglieria, stampe e litografie cucite che ricercano punti di incontro e punti di fuga. A mostrare il prezioso lavoro di filo e tessitura c’è Rahim Walizada, rinomato artigiano afghano di tappeti, mentre il ritmo dell’evento è dato dalla poesia mistica persiana letta da Leili Anvar. È presente anche Simone Cipriani, responsabile del progetto Ethical Fashion Initiative (ITC) che promuove la moda etica e sostenibile a livello internazionale. Musiche, sapori e cocktail dalla terra afghana arricchiscono una mostra eclettica e polimorfa, che non racconta solo dell’Afghanistan, ma mette in risalto identità dell’arte e dell’imprenditoria che si fanno sempre più plurali e trasversali.

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(Olga Boldyreff)

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09 ottobre 2017

L’Africa si racconta: la nuova call di Africa e Mediterraneo!

È uscita la nuova call for papers della rivista Africa e Mediterraneo. Tema del dossier sarà il racconto che l’Africa fa a se stessa, in particolare tramite le forme espressive dei nuovi media.

Profili Facebook e Instagram, canali YouTube, blog, veicolano oggi un flusso costante di informazioni, condividendo video, immagini, contenuti, creando reti e incentivando altre condivisioni, in un codice linguistico in continua evoluzione. Influencer, blogger e figure social, originari del continente, hanno pagine seguite e commentate da numerosi utenti, con l’immediatezza e la velocità proprie della comunicazione 2.0.
Resta grande il seguito del mezzo televisivo: programmi come reality show e soap opera hanno un vasto riscontro di pubblico e propri codici linguistici e comunicativi.
Inoltre, da non trascurare, è l’impatto del racconto dei media africani sulla comunità della diaspora, in un linguaggio transnazionale che passa anche per la musica e la danza, nella condivisione di un’identità e di un’appartenenza comune.

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I mass media contemporanei fanno sì, quindi, che oggi più che mai le popolazioni dei Paesi africani siano al tempo stesso produttrici e fruitrici autonome di un discorso – tramite canali in parte tradizionali in parte innovativi – sulla vita in Africa e sull’identità delle comunità africane, con una narrazione che travalica i confini dei singoli Paesi e del continente stesso.

A partire da queste premesse il numero 87 di Africa e Mediterraneo intende riflettere su forme e contenuti del racconto che l’Africa fa a se stessa, in particolare, ma non esclusivamente, nelle nuove dinamiche interattive del web 2.0.

Le proposte potranno trattare i seguenti temi, secondo vari approcci disciplinari:
– chi sono i maggiori influencer africani
– forme, diffusione e fruizione dei media tradizionali in Africa
– forme, diffusione e fruizione dei nuovi media in Africa
– tipologia dei contenuti e delle immagini veicolate
– impatto che hanno sulle comunità della diaspora
– modalità di ingresso di comunicatori africani nel campo mediatico europeo
– impatto sulla percezione dell’Africa e dei Paesi africani su altre culture

Scadenze per l’invio:
Invio delle proposte (400 parole al massimo): 25 ottobre 2017
Invio del contributo (in caso di accettazione): 30 novembre 2017
Le proposte dovranno pervenire agli indirizzi:
s.federici@africaemediterraneo.it e m.scrivo@africaemediterraneo.it.
Gli articoli e le proposte potranno essere inviate in italiano, inglese e francese.

Qui di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers.

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06 ottobre 2017

Il fumettista Ramón Nsé Esono Ebalé arrestato a Malabo

La repressione e la censura colpiscono ancora una volta chi usa la propria arte e creatività per denunciare ingiustizie e disuguaglianze.

Ramón Nsé Esono Ebalé, conosciuto come Jamón y Queso, è stato arrestato a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, suo Paese d’origine, nel quale era di ritorno per il rinnovo del passaporto. Attualmente infatti vive a El Salvador, dopo anni di permanenza in Paraguay. Le autorità nazionali lo hanno prelevato in un ristorante la sera del 16 settembre, e da allora Ramón è rinchiuso nel tristemente noto carcere di Black Beach.

Artista, fumettista e attivista per i diritti umani, coraggioso nel denunciare i crimini del regime guineiano, le opere di Esono sono state esposte in vari Paesi africani e non.

Bersaglio principale della sua satira pungente è Teodoro Obiang Nguema, il presidente più longevo di tutta l’Africa, che dal colpo di stato del 1979 esercita un dominio dittatoriale in Guinea Equatoriale. Corruzione, povertà e ingiustizia sociale dominano nel piccolo Paese, mentre i membri del governo hanno accumulato fortune personali sui giacimenti minerari e di petrolio di cui il territorio è ricco.

L’ultima opera di Ramón, La Pesadilla de Obi (“L’incubo di Obi”), è una graphic novel incentrata su un personaggio ispirato a Nguema. Proprio quest’opera sarebbe stata oggetto di accusa durante l’interrogatorio seguito all’arresto del fumettista, “colpevole” di diffamazione e calunnia nei confronti del presidente.

Votez… encore et encore in Africa Comics 2005-2006, Lai-momo, Sasso Marconi 2006

Votez… encore et encore in Africa Comics 2005-2006, Lai-momo, Sasso Marconi 2006

 

Noi di Africa e Mediterraneo abbiamo conosciuto di persona Ramón, in occasione della premiazione di Africa Comics 2005-2006, per il quale è stato vincitore del Primo premio ex aequo, con il fumetto Votez… encore et encore, che si concludeva con un’amara constatazione: “Es difícil ser demócrata en un país dictatorial”. Con orgoglio possiamo annoverare la sua opera nel nostro catalogo, e denunciamo con forza l’ingiustizia di cui è vittima, a causa del coraggio del suo impegno di artista e di uomo.

Tutu Alicante, presidente di EG Justice, ONG che monitora la situazione dei diritti umani in Guinea Equatoriale, ha dichiarato a tal proposito che “il governo della Guinea Equatoriale ha ancora una volta dimostrato la sua ostilità verso ogni forma di espressione critica che sfugga alla sua censura opprimente”.

Africa e Mediterraneo e Lai-momo esprimono vicinanza agli amici e alla famiglia di Ramón e aderiscono alla petizione che ne chiede a gran voce la liberazione.

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21 settembre 2017

L’Africa e l’arte contemporanea

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(Zemba Luzamba, Paparazzi, 2016)

Si intitola Éblouissements la quinta edizione della Biennale d’Arte di Lubumbashi che si terrà nella Repubblica Democratica del Congo dal 7 ottobre al 12 novembre 2017: bagliori, quindi, nella traduzione italiana del titolo, a indicare le brillantezze di cui è capace la creatività artistica africana. Si tratta di un titolo ricco di significato e intriso di storia, come ci dimostra uno dei pensatori più originali del continente africano, Joseph Tonda, che nel suo libro L’impérialisme postcolonial (2015) indica con éblouissements i giochi di luce e d’ombra che hanno stordito l’immaginario violento postcoloniale. L’Africa contemporanea si presta, così, a un bagliore artistico attraverso un ricco programma di mostre, spettacoli, conferenze, workshop e attività di apprendimento e sensibilizzazione che fanno di Lumbubashi una delle città africane più in movimento dal punto di vista culturale. Una vasta gamma di luoghi, tra cui il Museo Nazionale di Lubumbashi, l’Istituto di Belle Arti, la Halle de l’Etoile, Hangar Picha, sarà investita da talenti nazionali e internazionali che nutrono uno spazio ricco di connessioni e scambi proficui.

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(Tracey Rose, MAQUEII, 2002)

Le tematiche affrontate sono differenti e molteplici, vanno dalle immagini provocatorie che insistono sulle politiche identitarie e di genere dell’artista sudafricana Tracey Rose ai dipinti chimici del franco-marocchino Hicham Berrada che unisce l’arte alla ricerca scientifica, e al realismo fantastico di un artista congolese come Zemba Luzamba. I processi disordinati ed eterogenei che occupano lo spazio urbano di Lumbubashi sono un’occasione per comprendere dal punto di vista critico le dinamiche sociali, economiche, culturali che agiscono nell’inconscio collettivo, e sono anche un modo per osservare le trasformazioni del continente nel sistema mondiale attuale.

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(Hicham Berrada, Présage, 2007-2013, Vidéo HD issue de performance)

Per maggiori informazioni: www.biennaledelubumbashi.org

 

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01 settembre 2017

La World Press Photo in Sudafrica

Per la prima volta in oltre venti anni la provincia del Sudafrica KwaZulu-Natal ha il privilegio di vedere la World Press Photo (WPPh), il più grande concorso di fotogiornalismo professionale al mondo. Le fotografie vincitrici del concorso sono esposte in una mostra itinerante, la World Press Photo Exhibition che viaggia in 100 città in 45 paesi e viene visitata da un pubblico di più quattro milioni di persone.

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Questa mostra sarà ospitata presso l’Hilton Arts Festival, l’evento artistico più importante della provincia sudafricana, che si svolgerà in parallelo al DocuFest Afric, il festival della narrazione visiva dal 15 al 17 settembre 2017. Questa mescolanza di eventi artistici, che portano il meglio della fotografia e del racconto visivo sudafricano sotto la direttiva di Africa Media Online, sono un’opportunità per far conoscere a livello internazionale la storia del continente. Al Docufest Africa, ad esempio, verrà presentato il lavoro di Jodi Bieber, l’unica fotografa sudafricana che ha vinto il premio World Press Photo dell’anno e che ha illustrato tramite la fotografia “Bibi Aisha” la situazione tragica di una giovane donna afgana con il naso e le orecchie tagliate dalla famiglia del marito. Narrazioni, come queste, servono a offrire immagini ad alto impatto emotivo e conoscitivo per agire di conseguenza nel presente su ogni piano sociale, politico ed etico. Così anche la mostra World Press Photo Exhibition 2017 promuoverà un’alfabetizzazione visiva più urgente che mai per aiutare i giornalisti, i narratori africani e il loro pubblico a capire e a rispondere alle trasformazioni del continente nel rispetto della creatività e della libera espressione.

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Per maggiori informazioni: http://bit.ly/2xq0mWB

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