14 settembre 2021

Prendersi cura dei fragili per curare il pianeta: il primo giorno della International School on Migration affronta il tema della giustizia sociale

Venerdì 10 settembre si è tenuto il modulo inaugurale della International School on Migration 2021 dedicata agli aspetti sociali della transizione ecologica. L’evento, aperto da Andrea Marchesini Reggiani – direttore del comitato organizzativo, esperto di sostenibilità e presidente della cooperativa Lai-momo – ha visto la partecipazione di Elly Schlein, Vice Presidente della Regione Emilia-Romagna, un punto di riferimento per chi si occupa di diritti umani e della migrazione.

imm_ART_14_09

Quattro ospiti hanno partecipato a questa prima giornata, finalizzata a introdurre i temi della Scuola, con particolare attenzione ai rapporti Europa-Africa. La sessione mattutina dei lavori è stata moderata da Sören Bauer, direttore del think tank Revolve Circular, un’associazione austriaca che promuove l’economia circolare, con particolare attenzione all’Africa. Bauer ha presentato Grammenos Mastrojeni, Vicesegretario dell’Unione per il Mediterraneo, che ha parlato di migrazione e cambiamento climatico. Mastrojeni ha discusso soprattutto dei rapporti causali che collegano migrazioni umane e stress ambientale, spiegando che le crisi hanno impatti più violenti sulle zone socialmente fragili dove la sopravvivenza dipende in modo diretto dal mantenimento degli equilibri ambientali. Ha dunque enfatizzato la necessità di immaginare la transizione ecologica come un’operazione sistemica in cui la difesa dei diritti umani è una componente imprescindibile dei programma di sviluppo sostenibile. Il principio che “i muri non funzionano” – per citare Mastrojeni – è stato ripreso da Marta Foresti, direttrice del think tank ODI Human Mobility Initiative Europe e seconda ospite della mattinata. Foresti ha spiegato che bisogna integrare sviluppo e migrazione attraverso policy di gestione adeguate alla situazione eccezionale in cui flussi consistenti di persone si muovono sulla spinta di fenomeni ambientali catastrofici. In particolare, Foresti ha portato l’esempio di alcune iniziative transcontinentali e pratiche di comunità lanciate da attori non governativi e da sindaci di singole città che sviluppano sul campo misure di resilienza e adattamento urbano. Interdipendenza, cooperazione, solidarietà e diritto a un’esistenza dignitosa sono state anche le parole chiave della sessione pomeridiana, moderata da Giovanni Bettini, docente del centro per le “International Development and Climate Politics” dell’Università di Lancaster. Gli speaker sono stati François Gemenne, direttore dell’Osservatorio Hugo sul Cambiamento Climatico e la Migrazione presso l’Università di Liegi, e Nisreen Elsaim, Coordinatrice del Gruppo di giovani consiglieri attivisti per il cambiamento climatico delle Nazioni Unite. Gemenne ed Elsaim hanno posto l’accento sull’impatto negativo delle narrazioni mainstream sui legami tra cambiamento climatico e migrazione sulla percezione della portata sistemica e globale del fenomeno. Ancora una volta, i loro interventi hanno fatto emergere l’importanza di pensare la transizione come ambientale e sociale allo stesso tempo, un impegno da attuare nel presente per garantire a tutti un domani più giusto, prospero e inclusivo.
Ogni intervento è stato seguito da un lungo dibattito che ha coinvolto la platea di partecipanti provenienti da diversi paesi europei e africani che si sono poi incontrati in forma virtuale anche sabato 11 settembre per partecipare alla prima sessione del programma di formazione sulla Valutazione di Impatto Sociale condotto da Ashoka Italia.

———————————————————————————————————————————————

Taking care of the vulnerable to take care of the planet: the first day of the International School on Migration tackles social justice

The opening day of the International School on Migration 2021 took place last Friday, 10 September. The event, which looks into the social dimension of the environmental transition, was opened by Andrea Marchesini Reggiani – head of the organizing committee, sustainability expert, and president of Lai-momo cooperative – and Elly Schlein, Vice President of Emilia-Romagna region and an advocate of human rights.
Four speakers took the floor during the engaging first module on Europe-Africa relations that laid down the foundational notions of the four-module educational initiative. The morning session was moderated by Sören Bauer, head of Revolve Circular, the Austrian not-for-profit media think tank that creates knowledge on the circular economy with a focus on Africa. Bauer introduced Grammenos Mastrojeni, Deputy Secretary of the Union for the Mediterranean, who talked about migration in the context of our ongoing environmental disruption. Mastrojeni pointed to the causal and reciprocal relationship between increased human mobility –  what he says is wrongly labeled “climate migration” – and environmental stress, explaining that crisis hits harder in socially-fragile areas where survival is directly dependent on ecosystem balance. He thus stressed the need to address the green transition as a systemic operation rooted in the knowledge that human rights are at the heart of sustainable development. Mastrojeni’s uncompromising statement that “walls do not work” was taken up by Marta Foresti, director of ODI Human Mobility Initiative Europe. Foresti talked about the need to integrate development and migration in the framework of inadequate European management policies, focussing on the positive example of non-state actors and the mayors of individual cities developing resilient strategies to adapt to fast urban changes. Interdependence, cooperation,  solidarity, and the right to a dignified existence were also the keywords of the afternoon session moderated by Dr. Giovanni Bettini, who teaches at the International Development and Climate Politics center at Lancaster University. The speakers were François Gemenne, director of the Hugo Observatory on Climate Change and Migration at Liège University, and Nisreen Elsaim, Chair of the United Nations’ Youth Advisory Group on Climate Change. Gemenne and Elsaim highlighted the need to change the narrative on climate change and migration in favor of a clear claim that environmental justice is social justice and that achieving social justice in the presence is an insurance for a more inclusive, prosperous, and equitable tomorrow.
The presentations generated a lively debate involving participants from several African and European countries, who convened again on Saturday 11 September to attend Session 1 of our training programme on Social Impact Assessment led by Ashoka Italia.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/prendersi-cura-dei-fragili-per-curare-il-pianeta-il-primo-giorno-della-international-school-on-migration-affronta-il-tema-della-giustizia-sociale/trackback/

.

01 settembre 2021

Territori di confine e migrazione: 8 residenze artistiche per esplorarne i legami

Sono territori di confine, toccati dai flussi migratori che confluiscono verso l’Europa. È da questo particolare aspetto che partono 16 artisti in residenza selezionati per lavorare in 8 comuni sui temi della migrazione e dell’integrazione in Bulgaria, Slovenia, Austria, a Cipro, in Ungheria, Romania, Grecia e Italia. Tra la primavera e l’autunno del 2021, si stanno svolgendo queste residenze artistiche negli otto territori coinvolti nel progetto Clarinet.

SLO_MG_20210629_110154-mala

Residenza artistica a Črnomelj, Slovenia

Il progetto Clarinet è infatti entrata nella sua fase finale: è arrivato il momento di mettere in pratica le buone pratiche scambiate e condivise dall’inizio del progetto, in particolare attraverso il Premio Clarinet rivolto agli Enti Locali Europei per Campagne Di Comunicazione su Migrazione e Integrazione e il Manuale di Storytelling positivo sulla migrazione per enti locali. Dopo aver concluso percorsi di formazione specifici sulla comunicazione della migrazione, gli enti locali partner, in collaborazione con organizzazioni della società civile locali, hanno identificato le problematiche prioritarie e sviluppato un piano di azione su questi temi. La prima tappa di questo piano consiste nella realizzazione di una residenza artistica in loco, a partire dalla quale si costruirà una campagna di comunicazione locale.

IphigeniaP_1

L’artista Ifigenia Papageorgiou in residenza a Limassol, Cipro

Le residenze artistiche sono coordinate da BJCEM – Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée che, grazie alla sua expertise nel settore, guida i partner attraverso le diverse tappe del processo, dalla scelta degli artisti alla realizzazione di eventi con la comunità. I progetti artistici sono tanto diversi quanto lo sono i territori europei coinvolti, e le discipline spaziano dalla scultura alla pittura, dalla fotografia al film-making, dal graffito al ricamo.

IphigeniaP_2Molti hanno scelto di occupare fisicamente lo spazio pubblico con opere d’arte che lasceranno una traccia permanente. Per esempio, sia la città di Burgas in Bulgaria che il comune di Črnomelj in Slovenia hanno sviluppato un concetto di panchina pubblica capace di accogliere chi passa e raccontandogli qualcosa sui migranti che vivono, hanno vissuto o attraversato il loro luogo di vita. Nel comune di Limassol a Cipro è stato realizzato un murales usando tecniche miste su un muro del paese. Al centro del progetto artistico c’è sempre un legame forte e concreto con la storia del territorio. Così a Burgas, le opere testimoniano della presenza di stranieri lungo i secoli nella città in quanto porto commerciale. Nella provincia di Baranya in Ungheria, la residenza si articola attorno alla presenza di un’importante comunità Rom, parte integrante della popolazione. A Traiskirchen in Austria, hanno collaborato un artista afghano, rifugiato nel paese, e un artista austriaco, lavorando insieme sulla storia personale del primo. In Romania, i due artisti si sono interfacciati con mediatori interculturali e migranti provenienti dalla Siria per sviluppare opere visive che li rappresentino appieno. A Lampedusa invece, lo scultore Guglielmo Vecchietti Massacci realizzerà una scultura dedicata a tutti i migranti che attraversano il Mediterraneo per trovare la libertà.

Austria3

Nemat e suo figlio Hikmat nel progetto “Blackbox inverted” con Victor Jaschke in residenza a Traiskirchen, Austria

Si possono trovare informazioni dettagliate su ogni residenza artistica sulla pagina dedicata del sito di Clarinet, aggiornata regolarmente.

Nei prossimi mesi, saranno realizzate campagne di comunicazione locali su migrazione e integrazione in ognuno di questi territori, basate sulle riflessioni aperte nell’ambito delle residenze artistiche e utilizzando le opere d’arte prodotte.

Intercultural mediator & tour

Victoria Ghilas e Constantin Rusu in residenza a Constanta, Romania

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/territori-di-confine-e-migrazione-8-residenze-artistiche-per-esplorarne-i-legami/trackback/

.

31 agosto 2021

I partner della School

L’International School on Migration 2021 vanta una solida rete di partner che sostengono e diffondono il messaggio di sviluppo socialmente sostenibile di cui si fa portavoce. Ogni partner promuove il principio della creazione di lavoro condiviso e crescita orizzontale in ambito locale, nazionale e internazionale, portando avanti le tematiche sociali dell’Agenda 2030 nel mondo dell’imprenditoria e della formazione.

imm_articolo_31_08

Global Compact Italia è la fondazione delle Nazioni Unite che diffonde in Italia la cultura della cittadinanza d’impresa e della sostenibilità espresse nel Global Compact internazionale. GCI tutela l’ambiente e i diritti umani e dei lavoratori, supportando gli Obiettivi Globali di sviluppo sostenibile grazie al contributo di una rete di oltre 400 di sostenitori e volontari che nel 2020 hanno incluso, tra gli altri, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare e UN Women.

Associazione Coordinamento Agende 21 Locali Italiane promuove lo sviluppo equo e durevole tramite azioni di informazione, sostegno e lobbying che sensibilizzano gli stakeholder del territorio sull’importanza di conciliare crescita economica e tutela della natura e della cittadinanza.   

Kyoto Club è un’associazione romana no-profit che crea conoscenza e promuove interventi per il consolidamento di una cultura d’impresa e sociale ambientalista, valorizzando le buone pratiche di contrasto ai cambiamenti climatici.

Mercato Circolare è una start-up torinese innovativa a vocazione sociale che crea connessioni tra imprese e società civile, promuovendo l’economia circolare e lo sviluppo sostenibile tramite eventi formativi, divulgativi, workshop e sperimentazioni artistiche. 

Ashoka, nata nel 1980 in India e poi diffusasi in 89 paesi del mondo, è la rete che diffonde il messaggio di sostenibilità e innovazione della migliore imprenditoria sociale internazionale. Ashoka accompagna questi “agenti del cambiamento” visionari in un percorso di divulgazione finalizzato a generare sviluppo sociale positivo e diffuso, con una grande attenzione alla misurazione d’impatto. Ashoka Italia, partner ufficiale della Scuola, gestirà il lavoro di gruppo sulle metodologie di valutazione.

B&W: Black and White – The Migrant Trend è un’associazione di promozione sociale con sede a Roma che collabora con la rete nazionale di sartorie sociali, brand e stilisti di origine migrante, creando occasioni di formazione, divulgazione, integrazione e networking tra queste realtà e il mondo del Made in Italy.

BJCEM – Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée è una rete di 47 partner che diffonde il messaggio di solidarietà, rispetto per la differenza e integrazione socio-culturale attraverso l’arte. Ogni anno BJCEM organizza un festival multidisciplinare che propone laboratori, attività formative e performance per giovani artisti da tutte le sponde del Mediterraneo.

NATION 25 è un collettivo artistico italiano e piattaforma artistica che affronta le tematiche della migrazione  in modo critico e creativo, concentrandosi, nello specifico sulle esperienze degli oltre 50 milioni di rifugiati che oggi popolano il pianeta.

CEMORE è il centro di ricerca sulla mobilità fondato nel 2003 all’Università di Lancaster per mappare e analizzare gli aspetti socio-culturali dei fenomeni migratori planetari. Il modello di ‘qualità della vita’ sviluppato dal CEMORE mette al centro della discussione i temi della sostenibilità, dell’uguaglianza, della giustizia e della responsabilità sociale che, dal 2020, confluiscono in una ricerca approfondita sui cambiamenti climatici.

La Scuola di Alta Formazione sulla sostenibilità ed economia circolare di “Unitelma Sapienza” è un’istituzione leader europea che promuove la ricerca e la formazione sui modelli di produzione e consumo non-lineare nella cornice degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. 

Abantu è una cooperativa sociale che dal 2013 porta avanti azioni di sostenibilità sociale, promuovendo lo sviluppo umano e misure di inclusione e democrazia sociale attraverso iniziative di inserimento lavorativo dei migranti orientate a contrastare il disagio e all’emarginazione. Da anni, Abantu porta avanti il laboratorio di moda etica Cartiera che produce accessori in pelle e altri materiali destinati allo smaltimento impiegando lavoratori e lavoratrici in condizione di svantaggio.

*

The School’s partners

The International School on Migration 2021 relies on a network of partners that share and support the idea of socially sustainable development. Each partner promotes the goal of creating shared value and fostering horizontal growth in the fields of business and education, at the local, national, and international level and in the framework of Agenda 2030.

Global Compact Italia is the United Nations foundation that endorses the culture of business citizenship and sustainability in Italy, according to the principles of the international Global Compact. GCI safeguards the environment and human and workers’ rights, supporting the Sustainable Development Goals with the help of more than 400 partners, supporters and volunteers, which in 2020 included the Italian Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation, the Italian Ministry of Environment, Land and Sea, and UN Women.

Associazione Coordinamento Agende 21 Locali Italiane encourages equitable and long-lasting development through educational and lobbying actions that raise awareness among Italian stakeholders on the need to combine economic growth with environmental and human safety.   

Kyoto Club is a Rome-based not-for-profit association that creates knowledge and promotes actions to strengthen a socially and environmentally-oriented business culture, promoting good practices that combat climate change.

Mercato Circolare is an innovative start-up from Turin with a social vocation that fosters connections between businesses and the civil society, endorsing the circular economy and sustainable development models with educational events, workshops, and art performances. 

Ashoka is a global network launched in 1980 in India and now active in 89 countries that advocates for sustainability and innovation. Ashoka supports visionary “agents of change,” who are on a mission to generate a widespread and positive social development in the business world, focusing specifically on social impact assessment. As the official partner of the school, Ashoka Italia will lead the participants in the analysis and evaluation of submitted projects.

B&W: Black and White – The Migrant Trend is a Rome-based social promotion association that collaborates with the Italian network of tailoring workshops, brands, and designers with a migrant background, creating training and fostering connections between these realities and those of Made in Italy.

BJCEM – Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée is a network of 47 partners that promotes solidarity, respect for difference and social integration through art. BJCEM organizes an annual multidisciplinary festival featuring workshops, educational activities, and performances involving young artists from all the countries of the Mediterranean.

NATION 25 is an Italian art collective and art platform that critically examines the phenomenon of international migration, focusing specifically on the experiences of more than 50 million refugees around the world.

CEMORE is the research center on mobility founded in 2003 at Lancaster University. CEMORE maps and analyzes the sociocultural aspects of planetary migrations. Its ‘good life’ model promotes sustainability, equality, justice, and social responsibility. Since 2020, CEMORE has focused on the links between climate change and migration.

The Advanced Professional Training School for Sustainability and the Circular Economy at “Unitelma Sapienza” is a leading European institution that promotes research and training on non-linear production and consumption models in the framework of the UN Sustainable Development Goals. 

Abantu is an Italian social cooperative that, since 2013, has endorsed social sustainability, supporting human development and an inclusive and democratic society by creating employment opportunities for migrants. For several years, Abantu has managed the Cartiera ethical social enterprise, where disadvantaged workers create accessories with cast-off leather and fabrics.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/i-partner-della-school/trackback/

.

27 agosto 2021

Il futuro incerto dell’imprenditoria sociale in Afghanistan: ne discuteremo nell’International School a Lampedusa

Le drammatiche vicende afgane di cui riceviamo notizia in questi giorni ci riempiono di dolore. Un paese segnato da una lunga crisi e da una difficile rinascita si trova ora ad affrontare un’emergenza di cui nessuno sa anticipare la portata, ma che, sappiamo, lascerà poco spazio all’innovazione e alla sperimentazione che hanno ispirato numerose iniziative in tempi recenti. Molte di queste sono state promosse e/o gestite da donne. Alcune, importanti, hanno interessato il settore della moda [https://www.google.com/amp/s/www.nytimes.com/2021/08/25/style/afghanistan-women-craft.amp.html] e dato vita a iniziative di collaborazione internazionale nel segno dell’emancipazione e della sostenibilità sociale.

imm_ARTCOLO_27-08

© Ethical Fashion Initiative

In questo contesto, come altrove nel Sud del mondo, la moda ha coagulato le energie progressiste di singoli e comunità svantaggiate, veicolando un messaggio di pari opportunità e libertà di scelta. Il design e la produzione di capi hanno permesso a una ristretta, ma ugualmente significativa comunità di creative e artigiane di conquistare una propria indipendenza non solo economica, ma simbolica e comunicativa. Ovunque la moda è una vetrina, un canale per accedere e preservare visibilità ed esercitare il diritto a un’esistenza dignitosa. In Afghanistan, è stata uno strumento di riscatto di genere e di identificazione con un’idea di identità religiosa aperta e tollerante della differenza.

Rivisitando la tradizione dell’artigianato tessile afgano, della coltivazione e della lavorazione della seta, del ricamo, imprenditrici e collaboratrici hanno tracciato un percorso di avanzamento sociale che mette in comunicazione passato, presente e futuro. Simone Cipriani, fondatore di Ethical Fashion Initiative [https://ethicalfashioninitiative.org/], incubatore di progetti di moda nato in seno alle Nazioni Unite e attivo anche in Afghanistan da oltre un decennio, identifica proprio in questa acquisizione di consapevolezza il valore più importante che la recente svolta reazionaria rischia di sopprimere. In questo articolo appena pubblicato [https://antinomie.it/index.php/2021/08/22/elicitation/], Cipriani descrive il fermento creativo ed espressivo di queste imprese con donne protagoniste, la cui sostenibilità il progetto ha rafforzato negli anni, ma anche la situazione attuale di grande incertezza e lo sconforto degli operatori e operatrici.

Ci chiediamo con angoscia cosa rimarrà di questi progetti e quale futuro si apre ora per le donne vigili, indipendenti e consapevoli dell’Afghanistan. Ne discuteremo con Cipriani nel corso del quarto modulo della International School on Migration [https://www.migrationschool.eu/programme/] dedicato alla responsabilità sociale d’impresa che si terrà a Lampedusa il 4 ottobre prossimo venturo.

 *

The uncertain future of social entrepreneurship in Afghanistan : we will talk about it at the International School on Migration 2021 

The tragic news from Afghanistan fill us with sorrow. A country that went through a long crisis and a difficult rebirth is now facing an emergency of unknown proportions that will leave little room to the innovation and experimentation that characterized a number of initiatives in the recent past. Many of them were launched and/or managed by women. Some important ones were in the fashion industry [https://www.google.com/amp/s/www.nytimes.com/2021/08/25/style/afghanistan-women-craft.amp.html] and sparked international networking efforts inspired by the values of emancipation and social sustainability. 

In this context, like elsewhere in the South of the world, fashion attracted the progressive energies of disadvantaged individuals and communities, channeling a message of equality and freedom of choice. Designing and making garments allowed a small but significant groups of creatives and artisans to gain financial and symbolic autonomy. Everywhere fashion is a window and a channel to access and preserve visibility and exercise the right to a dignified existence. In Afghanistan, it was a means of social advancement for women who believe in an open-minded and tolerant idea of religious identity.

Revisiting the tradition of Afghan textile craftsmanship, of silk production and manufacturing, and of embroidery, female entrepreneurs and their collaborators charted a course of social advancement that put the past in communication with the present and the future. Simone Cipriani, head of Ethical Fashion Initiative [https://ethicalfashioninitiative.org/], an incubator and accelerator of social fashion enterprises in emerging economies promoted by the United Nations and active in Afghanistan for more than a decade, identifies this practice of awareness building as the most valuable outcome that risks being wiped away by the recent reactionary turn in the country. In this article [https://antinomie.it/index.php/2021/08/22/elicitation/], Cipriani describes the creative impulse behind these women-led businesses, whose sustainable outputs Ethical Fashion Initiative has supported through the years, and the great uncertainty and despair of the workers for the recent turn of events.

We wonder what will remain of these projects and what future lies ahead for Aghanistan’s vigilant, independent and conscious women. Cipriani will discuss in Lampedusa on 4 October, when he will join the fourth module of the International School on Migration [https://www.migrationschool.eu/programme/] focusing on corporate social responsibility. 

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-futuro-incerto-dellimprenditoria-sociale-in-afghanistan-ne-discuteremo-nellinternational-school-a-lampedusa/trackback/

.

26 agosto 2021

Le raccomandazioni europee sulla responsabilità sociale d’impresa per migranti e rifugiati

Negli ultimi vent’anni la responsabilità sociale d’impresa (RSI) – o corporate social responsibility (CSR) – è stata al centro di importanti trasformazioni dei processi di gestione del mondo del lavoro. Il Libro Verde della Comissione Europea la descrive come “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali e ambientali delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate”
[https://www.europarl.europa.eu/meetdocs/committees/deve/20020122/com(2001)366_it.pdf].

Questo si traduce in un insieme di comportamenti e buone pratiche di sostenibilità indirizzate ad ottimizzare le relazioni tra le parti e i loro effetti sul mondo circostante. Le imprese si impegnano ad attuare norme e condotte collegate al dialogo e allo sviluppo sociale e al rispetto dei diritti fondamentali con l’obiettivo, sancito ancora dal Consiglio Europeo di Lisbona già nel 2000, di rafforzare la coesione a livello continentale e la competitività dell’industria. 

imm_articolo_25_08

La sostenibilità passa dunque per politiche aziendali che riconoscono la complementarietà tra obiettivi economici e sociali, facendosi carico degli effetti delle proprie attività sul mondo. La RSI si presenta dunque come uno strumento fondamentale di tutela delle soggettività vulnerabili nel quadro di una transizione ecologica giusta e inclusiva. Le imprese possono intervenire positivamente sulle condizioni di vulnerabilità di questi soggetti, fornendo protezione sociale, occupazione durevole e un ambiente di lavoro dignitoso che produca indipendenza economica e integrazione del lavoratore nel tessuto della comunità di accoglienza. Ugualmente, possono integrare  norme di ospitalità e accoglienza nelle proprie pratiche di assunzione, partecipando così direttamente alla gestione dei fenomeni migratori.

Il sotto-gruppo per la RSI alla Commissione Europea ha prodotto una serie di raccomandazioni [https://ec.europa.eu/info/sites/default/files/recommendations-subgroup-corporate-social-responsibility_en.pdf] su questo punto, identificando l’assunzione di migranti e rifugiati come uno strumento strategico per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). In particolare, il gruppo sollecita l’adozione e l’ampliamento di iniziative imprenditoriali e multi-imprenditoriali nazionali, regionali e locali che facilitino l’integrazione di queste soggettività nella forza lavoro. Tra le proposte elencate ci sono attività di valutazione delle competenze, con la possibilità di fornire strumenti di upskilling ai migranti, rafforzamento degli strumenti di gestione e sviluppo delle risorse umane associati al coinvolgimento dei migranti nella forza lavoro e formazione aziendale per i nuovi assunti. Il quarto modulo della International School on Migration 2021 si concentrerà proprio su questi aspetti, lasciando la parola ad alcune aziende che presenteranno i propri modelli di inclusione e sostenibilità sociale alla tavola rotonda del 4 ottobre.

 

*

The European recommendations on corporate social responspibility for migrants and refugees

 

In the last twenty years Corporate Social Responsibility (CSR) has been at the core of important changes in business management. The Green Paper of the European Commission describes CSR as  “a concept whereby companies decide voluntarily to contribute to a better society and a cleaner environment.” [https://www.europarl.europa.eu/meetdocs/committees/deve/20020122/com(2001)366_it.pdf]

This translates in good practices of sustainability aimed at streamlining relationships among partners and  their effects on the outside world. Companies commit to implement norms in favour of social developmoent and respect of human rights with the goal, voiced by the European Council of Lisbon 2000, of enhancing social cohesion at continental level and competitiveness. 

Sustainability is therefore also linked to company policies that acknowledge the complementary nature of economic and social objectives, taking responsibility for the impact of their activities on the surrounding world. CSR is thus a crucial tool of protection of fragile subjects in the framework of a just and inclusive green transition. Companies can improve their status, offering social protection, a stable job and dignified working conditions that yield economic independence and the integration of labourers in the local community. They can also adopt codes of hospitality and reception in their hiring practices, taking an active role in the management of migration.

The sub-group on CSR at the European Commission published a number of recommendations  [https://ec.europa.eu/info/sites/default/files/recommendations-subgroup-corporate-social-responsibility_en.pdf] on this, identifying the employment of migrants and refugees as a strategic tool to reach some sustainable development goals. In particular, the sub-groups supports the adoption and/or expansion of business or multi-stakeholder initiatives at regional, local, or national levels that facilitate integration of these subjects in the labour force. The topics include skills assessment to identify the upskilling needs of migrants and refugees; capacity building for employers and workers on employing and working with migrants and refugees, and joint mentoring for migrants and refugees within companies. The fourth module of the International School on Migration 2021 will focus on this aspect with a round table on 4 October, where companies will present their models of social inclusion and sustainability.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/le-raccomandazioni-europee-sulla-responsabilita-sociale-dimpresa-per-migranti-e-rifugiati/trackback/

.

24 agosto 2021

Raccontare può salvare la vita

di Roberta Sireno

Le narrazioni delle minoranze sono spesso distorte e semplificate, rischiano di diventare una storia unica e definitiva, che priva le persone della loro individualità. A ricordarlo è la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie in una conferenza per il TED Talk 2009 dal titolo The danger of a single story (‘I pericoli di una storia unica’), ora raccolta in un volume pubblicato da Einaudi.

Ci sono tante storie che formano un racconto inclusivo delle realtà complesse: come questa, che è la prima autobiografia pubblicata in Italia di un migrante somalo sopravvissuto ai viaggi della morte.

Schermata 2021-08-24 alle 10.24.04

È il racconto del suo tahriib: una parola araba che designa una forma di emigrazione sregolata praticata da migliaia di ragazzi e ragazze somali, i quali partono alla volta dell’Europa attraversando l’Etiopia, il Sudan e la Libia, e infine il Mar Mediterraneo. Raccontare può salvare la vita, e Geeldoon lo testimonia nel libro Baciammo la terra. L’odissea di un migrante dal Somaliland al Mar Mediterraneo uscito nel 2020 per Gaspari Editore.

«Volevamo realizzare il nostro sogno di andare in Europa», racconta Geeldoon durante l’intervista sulla quale è basato il libro, e che è stata condotta nel gennaio 2014 nel corso di un programma di ricerca sull’impatto della guerra sugli uomini somali condotto dal Rift Valley Institute (RVI). Tradotta in inglese mantenendo la veridicità e l’anonimato della storia, la traduzione italiana è stata voluta dallo scrittore, ricercatore e poeta italiano Raphael d’Abdon, che vive dal 2008 a Pretoria in Sudafrica. Al centro di questa testimonianza c’è «una malattia chiamata buufis»: si tratta di un termine somalo che indica un desiderio smanioso di partire alla ricerca di nuove possibilità.

Il punto di partenza e di ritorno della storia è il Corno d’Africa, una regione attraversata da continue evoluzioni e instabilità sociali (per un approfondimento, si veda dossier 92-93 della rivista Africa e Mediterraneo): nato nella zona oggi denominata Somaliland (Nord della Somalia), Geeldoon si trasferì nel 1989 con la famiglia in Mogadiscio per fuggire dalla guerra civile.

Schermata 2021-08-24 alle 10.26.16Dopo un breve periodo in Kenya, ritornarono in Somalia dove Geeldoon riuscì a finire le scuole superiori, e nel 2006 il suo desiderio era iscriversi all’università.

Purtroppo in quegli anni le università somale erano pochissime, così Geeldoon progettò di studiare all’estero. Dopo diversi tentativi falliti di emigrare per motivi di studio, l’autore racconta che «le due decisioni di studiare ed emigrare erano diventate incompatibili», così si dedicò alla ricerca del lavoro, e in quel periodo venne a conoscenza del tahriib o cosiddetto viaggio della morte: raggiungere l’Europa per cercare nuove opportunità di vita passando dalla Libia. È a questo punto che iniziò la sua tragica odissea attraverso il confine sudanese, l’incontro con i trafficanti libici e l’attraversata a piedi del Sahara insieme a un gruppo di giovani migranti, che durò diverse settimane senza cibo e senza acqua.

«Continuammo a camminare per altri due giorni. A questo punto, quando uno cadeva a terra, non ci fermavamo più per soccorrerlo. Li lasciavamo dov’erano, senza mostrare alcuna pietà. […] La verità è che non provavamo più alcuna pietà, anche perché otto di noi erano già morti. Morirono uno dopo l’altro e nessuno se ne era occupato. La solidarietà se ne era andata da un pezzo.» (p.51)

Dopo un mese di cammino, in cui ormai «avevamo gli occhi incavati e sembravamo degli scheletri», Geeldoon e i suoi restanti compagni di viaggio arrivarono a Tripoli, furono catturati e finirono nelle prigioni libiche dove vengono compiute alcune tra le più disumanizzanti violazioni dei diritti umani: torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, e la liberazione può avvenire solo in cambio di quote di denaro corrisposte dalle famiglie dei prigionieri.

viaggioDopo un lungo periodo di prigionia, Geeldoon riuscì a uscire grazie all’aiuto della sua famiglia e iniziò a lavorare a Tripoli, sperando di ricavare il guadagno necessario per partire alla volta dell’Europa. Si unì a un gruppo di trecento persone che partì su una barca per raggiungere le coste europee, ma il motore si ruppe in mezzo al mare.

«Fummo avvicinati da un’imbarcazione battente bandiera italiana che ci lanciò cibo, acqua e altre bevande. Mangiammo e bevemmo, convinti che saremmo stati portati in Sicilia, quando all’improvviso apparve una barca ancora più grande che ci agganciò e ci riportò a Tripoli. Fummo riportati nella stessa prigione […] e fummo di nuovo sottoposti ad abusi e torture.» (p.80)

Geeldoon riuscì a scappare. Il suo tahriib era durato sei mesi ed era arrivato a un tale esaurimento nervoso che decise di abbandonare il suo piano di emigrazione in Europa. Era la fine del 2011 quando decise di tornare con un suo amico nel Somaliland attraverso un volo aereo.

«Quando arrivammo a casa baciammo la terra.» (p.81)

Il racconto autobiografico si chiude con una celebrazione delle proprie origini, e quindi della terra in cui si è nati. Dopo essere sopravvissuto nel tentativo di raggiungere l’Occidente, Geeldoon ha fondato in Somaliland un’associazione locale per incoraggiare i giovani ad abbandonare il tahriib e a costruirsi un futuro a casa propria.

Questo racconto fa riflettere su come sia necessario un nuovo approccio nei confronti della mobilità internazionale: le regole che determinano oggi la mobilità di persone che provengono da alcuni Paesi si basano, infatti, su profonde disparità e diseguaglianze che obbligano molti a dover affrontare viaggi durante i quali mettono a repentaglio le loro vite per poter arrivare in Europa. Lo sostiene la stessa scrittrice Oiza Q.D. Obasuyi nel suo recente libro Corpi estranei (People Editore, 2020), dove mette a confronto i giovani italiani che migrano all’estero per cercare migliori opportunità e le persone – in questo caso i cosiddetti migranti economici – che affrontano un viaggio rischioso, nelle mani di trafficanti e spesso in condizioni disumane per raggiungere l’Europa.

La differenza sta nella la possibilità di poter ottenere i documenti che consentono di intraprendere un viaggio sicuro e legale.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/raccontare-puo-salvare-la-vita/trackback/

.

12 agosto 2021

Le misure europee di sostegno alla migrazione professionale

Si stima che nei prossimi anni diseguaglianze socio-economiche, cambiamento climatico e conflitti provocheranno un aumento significativo dei flussi migratori in diverse aree del pianeta, Europa inclusa. Mentre il nostro continente si prepara alla transizione ecologica, l’impatto della migrazione sullo sviluppo sostenibile non va sottostimato. I migranti rappresentano già una porzione significativa del tessuto sociale europeo, a cui contribuiscono come lavoratori, cittadini e consumatori, eppure la prospettiva dominante sulla migrazione è quella di un fenomeno da contenere e sottoporre a misure di sicurezza.

L’emergenza sanitaria del 2020 ha dato risalto al ruolo fondamentale dei migranti nell’assicurare servizi essenziali, come quelli legati alla salute e al cibo, che spesso diamo per scontati. La pandemia ha fatto emergere le inter-dipendenze planetarie che rendono il benessere una merce di immenso valore, ma altrettanto rara. Questi stessi lavoratori essenziali sono infatti anche i più vulnerabili perché sono tra le categorie maggiormente a rischio di trovare occupazioni formali e precarie che non concedono un reddito stabile e sicuro, né forme di protezione sociale.

imm_articolo_12_08

Dato il declino demografico pressoché inarrestabile, l’Europa è destinata a diventare sempre più dipendente dai lavoratori stranieri per colmare le mancanze del mercato del lavoro e preservare la propria competitività. L’Africa, in particolare, è stata identifica come fornitrice principale di manodopera. Il Patto Europeo sulla Migrazione [https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_1706], pubblicato alla fine del 2020, pur se criticato dalle organizzazioni della società civile per la scelta di continuare a dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei ritorni e respingimenti, include alcune revisioni ai programmi di migrazione per lavoratori qualificati e tratteggia (seppur in modo ancora vago) la creazione di Talent Pool e Talent Partnership per attrarre questo tipo di manodopera. Queste iniziative sembrerebbero proseguire nel solco della Mobility Partnership Facility [https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/policies/international-affairs/global-approach-to-migration/mobility-partnership-facility_en] con cui singoli paesi europei possono creare accordi bilaterali di cooperazione con paesi esteri e acquisire professionisti di medio livello [https://www.cgdev.org/blog/eu-migration-pact-putting-talent-partnerships-practice]. Ulteriori passi in questa direzione sono previsti anche dall’Agenda 2030. Diversi obiettivi di sviluppo sostenibile [https://sdgs.un.org/goals] – i cosiddetti SDG (sustainable development goals) – fanno riferimento alla migrazione, prevedendo misure per facilitare la mobilità umana regolare (10), ridurre il lavoro precario e porre fine allo sfruttamento (8), e incrementare il sostegno ai paesi in via di sviluppo che vogliano avviare azioni di capacity building (17). 

Tuttavia, queste proposte hanno scopi limitati e non sembrano concentrarsi sull’impatto della migrazione su settori quali la sanità, la convivenza urbana, la protezione sociale, la cittadinanza, il genere, né tengono conto delle enormi differenze in termini demografici, di competenze professionali, di accoglienza etc, tra paesi di origine e paesi di destinazione della migrazione. Per ultimo, le iniziative menzionate sembrano riguardare solo persone qualificate, e non i lavoratori privi di qualifiche e conoscenze. Quale sarà il posto di questi ultimi nel nuovo framework europeo sulla migrazione che cerca un nuovo equilibrio tra responsabilità e solidarietà? La prossima edizione della International School on Migration [https://www.migrationschool.eu/] affronterà questi interrogativi, esplorando possibili soluzioni per fare in modo che la transizione ecologica non lasci nessuno indietro.

 

*

European labour migration policies 

 

In the next decades climate emergencies, conflict, and socio-economic inequalities will trigger massive migration flows across the planet, including towards Europe. As the continent works to achieve its green goal, the impact of migration on sustainable development cannot be underestimated. Migrants already make up a significant portion of Europe’s population, contributing to its growth as workers, citizens, and consumers. And yet, the general perspective on migration presents it almost only through the lens of containment and security.  

The crucial role of migrant workers came to the fore during the COVID pandemic of 2020, when their efforts in essential sectors, like health care and the food industry, put a face on some of the taken-for-granted services we are so dependent on. The emergency spotlighted the invisible planetary interdependencies that make well-being a valuable, but also rare commodity. These same crucial workers are however also extremely vulnerable in that, as a category, they are most at risk to work informally and precariously, without the security of a stable and decent income and no access to social protection.

As Europe’s demographic decline continues, the continent will become increasingly dependent on foreign labor to fill its market gaps and preserve competitiveness. Africa, in particular, has been singled out as a key supplier of skills. The EU Migration Pact [https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_20_1706], released in 2020, although criticised by civil society organizations for the choice of prioritizing preventing arrivals and organizing returns and deportations, includes revisions to skilled migration schemes and outlines (only vaguely, so far) the establishment of a Talent Pool and Talent Partnerships to attract skilled professionals. The latter seem to follow in the footsteps of the Mobility Partnerships Facility [https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/policies/international-affairs/global-approach-to-migration/mobility-partnership-facility_en], which sets up bilateral cooperation projects between individual European and non-European countries focusing on mid-level professions [https://www.cgdev.org/blog/eu-migration-pact-putting-talent-partnerships-practice]. Another step in this direction is envisioned in Agenda 2030. Several SDGs mention migration, setting out to facilitate regular human mobility (10), curb precarious employment, end exploitation and child labor (8), and enhance capacity building support in developing countries (17). 

However, these proposals have a limited scope that does not address the impact of migration on sectors like health, urbanisation, social protection, citizenship, and gender, nor does it take into account the huge differences between origin countries and countries of destination in terms of demographic trends, skills, hospitality, etc. Finally, migration seems to be restricted to skilled and educated individuals, but what about unskilled or semi-skilled workers? How will they fit into the development framework of a continent seeking a new balance between responsibility and solidarity? The forthcoming edition of the International School on Migration [https://www.migrationschool.eu/] will address these questions and explore solutions to ensure that the green transition leaves no one behind.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/le-misure-europee-di-sostegno-alla-migrazione-professionale/trackback/

.

21 luglio 2021

Oltre il take-make-waste: la moda ha bisogno di una rivoluzione sociale

Che ruolo ha il settore privato nella transizione ecologica? E, in particolare, come si posiziona la moda in questo contesto? Si parlerà di questo il 4 ottobre a Lampedusa, alla giornata conclusiva della International School on Migration. 

imm_articolo_21_07

È diventato ormai un luogo comune associare moda e cambiamento climatico. I dati del suo impatto ambientale sono impietosi e sono la prima ragione per invocare una vera e propria rivoluzione del nostro stile di vita. Il modello lineare di produzione e consumo dei capi – il cosiddetto take–make–waste –  assorbe risorse immense, restituendo al pianeta tipologie molteplici di rifiuti che compromettono i già instabili meccanismi rigenerativi del nostro sistema antropocentrico. Il fast fashion, la moda usa e getta, alimenta comportamenti iper-consumistici che giustificano l’acquisto compulsivo di capi – e l’altrettanto compulsiva eliminazione degli stessi che avviene entro una finestra d’uso sempre più ridotta – come una risposta al susseguirsi acceleratissimo dei trend, una strategia commerciale minuziosa che arriva a immettere sul mercato – fisico e digitale – anche due collezioni in un mese. I report pubblicati da organizzazioni internazionali come la Ellen McArthur Foundation [https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/A-New-Textiles-Economy_Summary-of-Findings_Updated_1-12-17.pdf] restituiscono la fotografia di un’industria che fa ancora troppo poco per interrompere la catena dello sfruttamento. 

La pandemia ha anzi esacerbato questo modello commerciale, rendendo ancora più marcati i suoi effetti sui lavoratori e le loro geografie sociali di appartenenza. Il Sud e le periferie del mondo, che sono la fucina della moda usa e getta, hanno subito il contraccolpo dell’atrofizzazione dei consumi scatenata dal lockdown [https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/15487733.2020.1829848?needAccess=true]. La contrazione dei consumi nel Nord ha accresciuto la vulnerabilità sociale nel Sud e messo a nudo la natura sistemica dello sfruttamento in cui produttori e consumatori condividono la responsabilità del cambiamento. Inoltre, alcuni paesi del Sud fungono da discarica dell’enorme quantità di abiti gettati al sistema di consumo del fast fashion [https://www.afrosartorialism.net/2021/02/26/sustainability-files-managing-fashion-waste-in-ghana/] Come risponde il made in Italy a questo stato delle cose? In che modo l’industria leader che alimenta e confeziona da decenni il sogno di fare la differenza affronta la sfida di lasciare spazio alla differenza? Il quarto modulo della School approfondirà le pratiche di transizione sostenibile nell’industria della moda italiana, analizzando in che modo le aziende assicurano il rispetto dei diritti umani e attuano i principi etici di responsabilità verso la collettività, ricerca del benessere, giustizia e uguaglianza.  


*

Beyond take-make-waste: fashion needs a social revolution

 

What is the role of the private sector in the green transition? And where does fashion stand in this context? The final session of the International School on Migration happening in Lampedusa on 4 October will address these questions. 

It is well known that fashion has a huge impact on climate change. The figures on its environmental impact are staggering, giving cause for us to call for a revolution of our ways of life. The  take – make – waste linear model of production and consumption of clothes requires immense resources, yields such quantities of material and immaterial waste that compromise the ability of our Anthropocentric planet to regenerate itself.  Fast fashion triggers hyper-consumeristic behaviours of compulsive shopping and disposing of new clothes in short spans of time, taking place in a scenario of hyper-accelerated seasonal change that sees mega retailers producing up to two new collections every month. The reports published by international bodies like the Ellen McArthur Foundation [https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/A-New-Textiles-Economy_Summary-of-Findings_Updated_1-12-17.pdf] present the picture of an industry that has not step up yet to ending exploitation. 

The pandemic has instead exacerbated this commercial model, accentuating its negative effects on workers and their social geographies. The peripheries and South of the world, where fast fashion factories are located,  have suffered the consequences of the decline of consumption that followed the lockdown of 2020[https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/15487733.2020.1829848?needAccess=true].  Moreover, a number of countries in the South of the world operate as actual landfills of the huge amount of textile waste generated by the fast fashion system [https://www.afrosartorialism.net/2021/02/26/sustainability-files-managing-fashion-waste-in-ghana/]This phenomenon originating in the richer North increased social vulnerability in the South, unveiling the systemic nature of exploitation and the shared responsibility of producers and consumers to enact change. How has made in Italy reacted to this state of affairs? How is the industry that for decades has nurtured and manufactured the dream of distinction making a difference? The fourth session of the School will examine good practices of sustainable transition in Italian fashion with respect to human rights protection, equality, workers prosperity, and social justice.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/oltre-il-take-make-waste-la-moda-ha-bisogno-di-una-rivoluzione-sociale/trackback/

.

07 luglio 2021

La responsabilità sociale di città e territori per l’inclusione

La prossima edizione della International School on Migration si concentrerà sulle sfide sociali della transizione ecologica per ripensare l’inclusione in chiave sostenibile. Il piano verde dell’Unione Europea pone infatti la coesione sociale come punto di partenza del passaggio al modello circolare. Per raggiungere questo obiettivo, l’Unione ha predisposto un piano di interventi che garantiranno lavoro dignitoso e integrazione economica ai più vulnerabili.

laimomo-7-luglio

La nuova policy della prosperità mette insieme crescita, inclusione e benessere. I confini europei e le aree ultraperiferiche dove la migrazione viene vissuta direttamente sono interessati in maniera massiccia dalle criticità dell’accoglienza e dell’integrazione, rappresentando un interlocutore imprescindibile per affrontare l’impatto economico e sociale della transizione. Qui, infatti,  già si sperimentano modelli di sostenibilità sociale che coniugano sviluppo, accoglienza e diritti umani, modelli che rendono questi luoghi laboratori di innovazione e riflessione collettiva sulle prospettive di crescita orizzontale e democratica. Il progetto “Snapshots from the Borders” [http://www.snapshotsfromtheborders.eu/], nell’ambito del quale è organizzata la Scuola, porta avanti la comprensione e attuazione degli obiettivi della crescita sostenibile SDG partendo appunto dalle esperienze delle aree di frontiera interessate dai flussi migratori e dai loro effetti socio-economici. In concerto con altre realtà europee, il progetto promuove il coinvolgimento diretto degli attori del territorio nei processi decisionali, di gestione e attuazione delle policy europee di transizione giusta.

La seconda parte della School guarderà a questi territori, analizzando il ruolo delle autorità locali e dei protagonisti dell’accoglienza nell’attuazione degli obiettivi sociali del Patto Verde europeo, con particolare attenzione alla protezione dalla povertà e dall’esclusione. Il terzo modulo, che si svolgerà in modalità online, approfondirà la conoscenza delle strategie locali di sostenibilità inclusiva, le pratiche di tutela dei lavoratori fragili – persone sottoqualificate o scarsamente qualificate – e le iniziative di responsabilità sociale attuate sul territorio. L’ultima sessione della School avrà invece luogo a Lampedusa, in presenza. Questo luogo simbolo delle complessità del progetto europeo di sostenibilità sociale è il contesto migliore per tirare le conclusioni della School e progettare insieme proposte, etiche e sostenibili, che riflettano le esigenze e le specificità dei territori e delle comunità vulnerabili che li abitano.

 

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/la-responsabilita-sociale-di-citta-e-territori-per-linclusione/trackback/

.

06 luglio 2021

Il Report 2021 dell’Ufficio Europeo per l’Asilo (EASO): con la pandemia le domande di asilo sono calate di più del 30%

Il 29 giugno è stato presentato il nuovo Report annuale 2021 dell’Ufficio Europeo per l’Asilo (EASO) (https://www.easo.europa.eu/asylum-report).  L’analisi 2021 presentata da EASO si riferisce alle principali evoluzioni e trend in materia di politiche per l’asilo, sistemi di accoglienza e accesso alle procedure avvenute nell’annualità 2020.

Pr4

Il report è strutturato in 4 grandi aree tematiche. La prima sezione riporta una panoramica generale della situazione a livello globale in termini di migrazioni forzate, sfollati interni e rifugiati.

A giugno 2020, infatti, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) segnalava che vi erano circa 80 milioni di persone a rischio di migrazioni forzate, di cui la maggioranza proveniente da soli cinque paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. La prima sezione, inoltre, pone particolare accento anche su due settori specifici quali la digitalizzazione delle procedure e il reinsediamento.

La seconda sezione del report si concentra sul Sistema Comune Europeo per l’Asilo (CEAS) presentando una panoramica della sua evoluzione e concentrandosi sulla principale novità avvenuta a settembre 2020: la presentazione da parte della Commissione europea del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo.

Già nel 2016 e nel 2018 erano state presentate proposte di riforme dell’ambito normativo in materia di immigrazione, asilo e controllo delle frontiere nell’ottica di riformulare le rispettive Direttive (“Qualifiche”, “Procedure”, “Accoglienza”, ecc.) e il regolamento c.d. “Dublino III”, tuttavia non si era trovato un accordo comune tra i vari capi di Stato e di governo per concretizzare questo ambizioso piano di riforme.

In quest’ottica, spiega il report, a settembre 2020, è stato presentato il nuovo impianto normativo che si prefigge di partire dalle proposte già negoziate negli anni precedenti, salvo per quanto riguardo il regolamento Dublino, per cui la Commissione ha ritirato la proposta precedente sostituendola con quella di un nuovo regolamento per la gestione dell’asilo e dell’immigrazione, aggiungendo a esso nove strumenti supplementari (per maggiori dettagli vedi https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/promoting-our-european-way-life/new-pact-migration-and-asylum_it).

Questa sezione fornisce infine anche una panoramica degli indirizzi giurisprudenziali in materia di protezione internazionale, presentando le sentenze emanate dalla Corte di Giustizia Europea (CJEU), organo garante per un’applicazione della normativa sull’asilo quanto più uniforme all’interno dell’UE.

La terza sezione è dedicata all’azione svolta nel 2020 da EASO nello specifico in merito al suo ruolo di sostegno ai paesi UE nella gestione e implementazione del CEAS.

Negli ultimi dieci anni di lavoro di EASO, è stato fornito un sostegno operativo a vari Stati dell’Unione, in primis la Grecia, con la quale è stato firmato il primo accordo nell’aprile 2011. Il supporto di EASO è stato fornito a Svezia, Lussemburgo, Bulgaria, Italia, Cipro, Malta e infine, nel 2020, anche in Spagna. Il 2020 è stato un anno particolarmente complesso per gli Stati UE a fronte della situazione pandemica da Covid-19, mettendo a dura prova sia i sistemi di asilo nazionali che il CEAS nel suo complesso.

Si sottolinea che proprio il giorno di presentazione del rapporto annuale 2021 di EASO, è stato raggiunto l’accordo politico tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione europea su un nuovo, e ampliato, mandato che istituisce l’Agenzia Europea per l’Asilo (EUAA), che andrà a sostituire e ad ampliare i piani operativi di EASO.

La quarta sezione rappresenta il cuore del rapporto andando ad analizzare sia in termini qualitativi sia quantitativi tutti gli aspetti del CEAS. Di particolare interesse l’impatto della pandemia da Covid-19 sulle domande di asilo e sull’accesso alle procedure.

Nel 2020 sono state presentate circa 485.000 prime domande di protezione internazionale all’interno della zona UE+ (Paesi dell’UE con l’aggiunta di Norvegia e Svizzera). Tali numeri, se confrontati con l’anno precedente, mostrano come ci sia stato un calo del 32% in termini di domande di asilo, il numero più basso dal 2013.

Il dato è ovviamente da mettere in prospettiva con le restrizioni di movimento che hanno caratterizzato l’annualità 2020 a livello mondiale, dovute alla pandemia da Covid-19: sintomatico osservare come i dati delle domande presentate a gennaio e febbraio 2020 in realtà fossero superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2019, tuttavia il peggioramento della situazione sanitaria ha provocato un brusco calo a partire da marzo 2020. Il Paese maggiormente colpito dal calo delle domande è stata la Grecia (-37.000, -48%), mentre alcuni Paesi della fascia est-europea, quali la Romania (+3.565, +138%) hanno invece testimoniato un aumento delle stesse.

Il 63% delle domande di protezione internazionale sono state presentate in soli tre paesi: Germania (122.000), Francia (93.000) e Spagna (89.000) seguite a distanza dalla Grecia (41.000) e dall’Italia (27.000). Si può quindi affermare che solo cinque paesi dell’area EU+ hanno ricevuto più del 76% di tutte le domande presentate nel 2020.

Photo ©: Martin Leveneur

Photo ©: Martin Leveneur

Le principali nazionalità di provenienza delle persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale nel 2020 sono rimaste pressoché immutate rispetto al 2019, con al primo posto persone provenienti da Siria (70.000), Afghanistan (50.000), Venezuela (31.000), Colombia (30.000) e Iraq (20.000).

Nel 2020, anche il tasso di riconoscimento in prima istanza rimane più o meno stabile, intorno al 42% se comprensivo anche delle diverse forme integrative di protezione nazionali. Tale tasso di riconoscimento si riduce al 31% se si analizzano invece i dati relativi esclusivamente alla protezione internazionale (status di rifugiato e protezione sussidiaria).

Per quanto riguarda i gruppi con esigenze specifiche è importante sottolineare che i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) hanno rappresentato il 3% (14.200) delle domande presentate. Si tratta principalmente di ragazzini maschi (90%) provenienti dall’Afghanistan (40%).

Infine, per quanto riguarda il numero di domande di protezione internazionale ancora pendenti si è visto un calo, ma non così significativo: sono infatti ancora 773.600 le domande di asilo a cui non è stata data ancora risposta, con una diminuzione del 18 % rispetto al 2019 a fronte di un calo generale delle domande del 32%.

AR-PR-2021

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/report-2021-ufficio-europeo-per-asilo-easo/trackback/

.