01 agosto 2018

Si chiama linciaggio

DU07-tav_1Sabato notte ad Aprilia è successo un fatto gravissimo: un cittadino marocchino di 43 anni è stato inseguito in auto da alcune persone che lo ritenevano un ladro. Uscito violentemente di strada con l’auto sulla quale fuggiva, è stato da queste non soccorso ma ancora rincorso e picchiato ed è morto (non si sa ancora se per l’incidente o per le percosse). I carabinieri stanno ancora indagando, ma da video di sorveglianza e testimonianze – e, sembra, anche ammissioni – sembra si sia trattato proprio di un linciaggio.
Ritroviamo qui, nell’Italia di oggi, una situazione che abbiamo visto narrare tante volte nel fumetto d’autore africano. Nel nostro concorso Africa Comics avevamo inserito una sezione tematica dedicata ai diritti umani. Tra le numerose storie arrivate dagli autori africani di fumetto, ricorreva spesso il racconto dell’uccisione di un ladro da parte della folla, sentito evidentemente come problema fondamentale di violazione dei diritti umani nei diversi paesi del continente. Gli inseguitori che gridano “ladro, ladro” in un mercato di città, la paura, il terrore della persona che fugge, la fine violenta senza che nessuno la difenda, la soddisfazione della folla che pensa di avere agito secondo giustizia.

Pubblichiamo qui una di queste storie, del camerunese Georges Pondy, autore di grande talento:
http://www.africacomics.net/comics/au-voleur-au-voleur/

 

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18 luglio 2018

Integrazione lavorativa di migranti e rifugiati: la Summer School di Africa e Mediterraneo a Bologna

Si è conclusa l’edizione 2018 della Summer School on Migration and Asylum, organizzata dall’associazione Africa e Mediterraneo, in collaborazione con Lai-momo cooperativa sociale. Per il terzo anno, la scuola ha confermato il co-finanziamento da parte della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e il sostegno di BMW Italia e ha nuovamente ricevuto i patrocini della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna. Inoltre, quest’anno la Summer School è stata realizzata nell’ambito del progetto italiano “Voci di Confine”, co-finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo.

Summer School

Le lezioni e i laboratori con esperti del settore e docenti provenienti da diversi stati europei si sono svolti a Bologna dal 9 al 14 luglio, per affrontare il tema concreto e attualissimo dell’integrazione dei migranti e dei rifugiati nel mercato del lavoro in Europa e le pratiche discriminatorie in ambito professionale.
La Summer School ha avuto l’obiettivo di offrire approfondimenti e migliorare l’efficacia di chi lavora, o chi intende lavorare, nell’ambito professionale dell’integrazione dei migranti, così come nella comunicazione e nella ricerca accademica relative a questo argomento.

Il primo giorno è stato dedicato all’integrazione lavorativa dei migranti nell’Unione Europea, con gli interventi di Alessio J. G. Brown (Professore onorario all’United Nations University – MERIT) e di Chiara Monti (Commissione Europa DG Employment), e il saluto di Marco Di Gregorio, Corporate Communications Manager di BMW Italia.
Per Brown, in contrasto con i pregiudizi populistici, gli effetti a lungo termine dell’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro sono di sicuro vantaggio non solo per i migranti, ma anche per la forza lavoro e l’economia locali europee. La lezione ha analizzato fatti, dati scientifici e studi selezionati dalla ricerca economica sugli effetti dell’immigrazione sul mercato del lavoro, da cui derivano implicazioni politiche per un’integrazione di successo.
Chiara Monti ha invece fornito una panoramica del quadro legislativo e politico pertinente a livello dell’UE, analizzando le principali sfide affrontate dai richiedenti asilo e dai rifugiati quando si integrano nel mercato del lavoro, e i recenti sviluppi nelle politiche di integrazione innescati dagli ultimi arrivi di richiedenti asilo e rifugiati. Alla luce delle esigenze del mercato del lavoro, l’incapacità di liberare il potenziale dei rifugiati nell’UE è, secondo Monti, un notevole spreco di risorse: per le persone interessate e per l’economia e la società nel suo complesso. Tuttavia, i rifugiati incontrano ancora ostacoli significativi all’accesso all’occupazione e sono uno dei gruppi più vulnerabili di cittadini non UE nel mercato del lavoro.
Nel pomeriggio di lunedì si è svolta la Lectio Magistralis sugli sviluppi e le sfide del diritto di asilo a livello europeo e internazionale, aperta a tutta la cittadinanza e tenuta da Patrick Weil, storico e ricercatore francese specializzato sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della legge costituzionale, attualmente professore presso la Yale University School of Law. La lezione, che ha avuto luogo presso la Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio, è stata introdotta da Marco Lombardo, assessore alle Relazioni Europee e Internazionali e al Lavoro del Comune di Bologna, e ha sollevato un ricco dibattito fra gli intervenuti.

Weil_Cappella_farnese

Il secondo giorno di lezioni si è focalizzato sui casi di studio e sulle politiche d’accoglienza in Italia e in Svezia. Dopo un excursus storico sulle migrazioni nel Paese, Caroline Tovatt (Delegazione svedese studi sulla migrazione) ha elencato le principali caratteristiche del mercato del lavoro svedese: complesso e fortemente regolato, ma basato sul consenso e sulla concertazione tra le parti sociali, i sindacati, le associazioni e le organizzazioni rappresentanti gli imprenditori e i datori di lavoro. Nello scenario migratorio, la Svezia non fa eccezione e, come ha spiegato la docente, “anche nel Paese scandinavo l’organizzazione e l’integrazione di migranti e richiedenti asilo nel mercato del lavoro sono terreno di aspre contese politiche, poiché il grande afflusso ha imposto cambiamenti nelle istituzioni svedesi: dall’accoglienza all’integrazione lavorativa”. Scendendo nel dettaglio, la ricerca sul mercato del lavoro in Svezia ha evidenziato alcune criticità, tra cui: i tempi di attesa per la richiesta d’asilo; la mancanza di reti sociali e informali che agevolano la ricerca del lavoro; le alte soglie d’ingresso nel mercato del lavoro; le discriminazioni diffuse.

Nella stessa giornata si è analizzato il caso dell’Italia grazie alla lezione di Pierre Georges Van Wolleghem e Annavittoria Sarli della Fondazione ISMU. “L’Italia è stata da sempre una Paese di migrazioni. Basti pensare che dal 1876 al 1976 sono stati 24 milioni gli italiani emigrati verso tutto il mondo”, hanno ricordato gli studiosi. La loro analisi ha individuato 4 modelli principali di “lavoro migrante” in Italia: quello che include gli operai delle fabbriche, soprattutto in Lombardia e nel nord-est dell’Italia; il modello metropolitano, che riguarda città come Roma, Milano e Torino; il modello sud-Italia, caratterizzato da lavori legati in primo luogo all’agricoltura, spesso stagionali e irregolari; il modello nord-Italia, che vede come settori principali agricoltura e turismo. La seconda parte della lezione è stata dedicata al sistema d’accoglienza, in relazione al lavoro: “i servizi per l’impiego in Italia sono universali, non ci sono norme ad hoc per i migranti-lavoratori”, hanno dichiarato Sarli-Van Wolleghem. Con il risultato che, per esempio, “per i beneficiari di protezione internazionale, le possibilità di trovare lavoro sono direttamente proporzionali alla qualità del centro che li accoglie” e, di conseguenza, “l’assenza di politiche del lavoro orientate verso i migranti è una problematica importante del sistema italiano: le ONG svolgono un ruolo fondamentale in questo sistema”.

Il terzo giorno ha visto l’intervento di Alessia Lefebure della French School for Public Health, che ha affrontato la complessa questione del riconoscimento delle competenze e qualifiche.
La questione del riconoscimento delle competenze “non riguarda soltanto i richiedenti asilo, ma è ben più ampia e riguarda ognuno di noi; è un tema generale” ha affermato la docente, aggiungendo che “è necessario avere uno sguardo di insieme, andando oltre la propria esperienza particolare, adottando un approccio sistematico”. Gestire il fenomeno migratorio attraverso un approccio esclusivamente umanitario, infatti, non basta: la chiave per un’integrazione di successo sta nell’educazione, ed è necessario investire per creare un sistema di accesso al lavoro. “Non c’è comprensione del fenomeno migratorio, manca la consapevolezza della complessità di questa dinamica, a tutti i livelli: globale, nazionale e locale”, ha concluso Lefebure.

L’intervento di Monia Dardi (Adecco) ha posto l’accento sulle best practice per l’inclusione, trattando della responsabilità sociale d’impresa e delle partnership pubblico-privato. Il programma Diversity & Inclusion della Fondazione Adecco per le Pari opportunità è finalizzato proprio alla creazione di un ambiente lavorativo inclusivo che incoraggi l’espressione del potenziale individuale e lo utilizzi come livello strategico per raggiungere gli obiettivi organizzativi. L’approccio sistemico coinvolge più attori provenienti da settori pubblici e privati e azioni integrate multilivello.

Massimo D’Angelillo, presidente di Genesis srl, si è focalizzato sull’imprenditoria migrante in Italia e Germania, due Paesi in cui il numero di imprenditori stranieri è aumentato notevolmente nel corso degli ultimi due decenni. L’imprenditorialità degli immigrati ha dimostrato di essere un mezzo efficace per la creazione di posti di lavoro, l’integrazione socioeconomica e l’innovazione delle economie locali.

Rifugiati_imprenditori

La quarta giornata, il 12 luglio, è stata dedicata alla migrazione circolare e al nesso migrazione-sviluppo.
Molto in voga fino a poco tempo fa, l’espressione circular migration ha bisogno anzitutto di una definizione operativa. È questo il concetto al cuore dell’intervento di Bernd Parusel della Swedish Migration Agency, che ha posto l’accento sul fatto che una politica sulla migrazione circolare può servire a ridurre l’immigrazione irregolare, da un lato, e a cooperare con i Paesi di origine, dall’altro, in maniera che entrambe le parti ne beneficino. “Rigettare le domande di asilo a persone che non possono tornare non è realistico”, ha dichiarato Parusel, “introdurre programmi di migrazione circolare assistita per specifici Paesi d’origine e per migranti con specifiche caratteristiche può essere una soluzione”.

“In questa fase storica le migrazioni appaiono come terremoti. Ma i terremoti non sono prevedibili, le migrazioni sì, e dunque sono, o meglio sarebbero, governabili”. È cominciato così l’intervento di Michele Bruni, già docente di Economia del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, un intervento che ha proposto un ribaltamento di prospettiva: “Non guardiamo alle ragioni di chi parte, guardiamo alle ragioni dei Paesi di arrivo, al perché un migrante arriva in un Paese e non in un altro”. Al centro dell’analisi del Prof. Bruni c’è l’analisi delle transizioni demografiche, tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli in via di sviluppo. In sintesi: è vero che l’immigrazione non può essere evitata per ragioni economiche, ma la vera, rilevante, ragione economica risiede nel fatto che in Europa l’offerta di lavoratori non soddisfa la domanda. “Le politiche migratorie sono insufficienti perché basate su una teoria economica che indaga il movente del migrante che lascia il suo Paese e non considera i bisogni del Paese d’arrivo, la sua domanda di lavoro”, ha concluso Bruni, ricordando che per rendere sostenibile nel medio periodo il sistema pensionistico italiano l’Italia avrebbe bisogno sin da ora di 250.000 nuovi immigrati all’anno.

Nel pomeriggio, un incontro con operatori sociali, rifugiati e imprenditori ha permesso agli studenti della Summer School di vedere da vicino casi concreti di integrazione lavorativa, nello specifico della Città metropolitana di Bologna.

L’ultimo giorno di lezioni è stato dedicato al tema delle discriminazioni nel modo del lavoro, con gli interventi di Ojeaku Nwabuzo (European Network Against Racism) e di Beatrice Spallaccia, docente all’Università di Bologna.
Nwabuzo ha offerto una panoramica dei dati raccolti per gli ultimi due rapporti ombra dell’ENAR, “Razzismo e discriminazione nel contesto della migrazione in Europa 2015-2016” e “Razzismo e discriminazione nell’occupazione in Europa 2013-2017”. ENAR è in prima linea nella raccolta di dati sulla discriminazione delle minoranze etniche nel mercato del lavoro e nell’esplorazione degli ostacoli che impediscono la loro integrazione
Per Spallaccia, gestire la diversità sul posto di lavoro non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche sinonimo di responsabilità sociale aziendale e di conformità normativa. Per questo motivo, un numero crescente di organizzazioni di diversi settori ha iniziato a implementare strategie ispirate ai principi del Diversity Management (DM), un processo di gestione di gruppi e organizzazioni con un approccio inclusivo per riconoscere e valutare le differenze tra gli individui.

La giornata conclusiva della Summer School, appuntamento finale di restituzione e di condivisione dei risultati, si è tenuta sabato 14 luglio presso il Polo formativo, produttivo e di accoglienza di Lama di Reno a Marzabotto (BO).
Contestualmente alla consegna degli attesti agli studenti della Scuola, sono intervenuti Andrea Marchesini Reggiani, presidente di coop. Lai-momo, Rudi Anschober, Ministro regionale per la migrazione e l’integrazione dell’Alta Austria, e Luca Ultori, Ikea Store Sustainability Specialist. Presso il giardino del Polo, è stato inoltre allestito un Refugee Housing Unit (RHU) Better Shelter, un modello innovativo di modulo abitativo, realizzato e promosso da Ikea Foundation in collaborazione con UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).
Varia la provenienza dei partecipanti alla Summer School, dall’Italia alla Finlandia, dal Brasile alla Turchia, passando per Belgio, Spagna, Grecia, Olanda e Croazia: tutti e tutte estremamente motivati e formati in differenti aspetti connessi al complesso tema delle migrazioni. Un gruppo variegato che ha trovato nella Scuola un’occasione di approfondimento e confronto, nella condivisione di esperienze e competenze reciproche.

Partecipanti

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09 luglio 2018

Esiste ancora il diritto di asilo europeo e internazionale? La lectio magistralis di Patrick Weil a Bologna

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Mentre il tema dell’immigrazione continua a essere al centro delle agende politiche e del dibattito pubblico, il sistema europeo di asilo sembra essere sul punto di implodere.
È noto che quello che emerge è solo la punta di un iceberg di una complessità che coinvolge questioni geopolitiche, economiche, ambientali e storiche e che soluzioni immediate e semplici non esistono. Tuttavia, il fenomeno della mediatizzazione a cui stiamo assistendo nell’era dei social e del “rancore” ci porta a essere immersi in una deriva informativa fatta di affermazioni forti, spesso superficiali, di prese di posizioni nette in cui ogni fatto diventa una questione politica e di conseguenza viene trattato come un’emergenza da comprendere nel qui ed ora.
Nonostante tutto questo, c’è chi non rinuncia ad approfondire e a cercare di capire, chiamando in causa esperti che forniscano piste di riflessioni competenti e basate su una analisi approfondita del fenomeno migratorio, nei suoi aspetti sociali, economici, giuridici.
Per tale ragione all’interno della terza edizione della Summer School on Migration and Asylum di Bologna, organizzata da Africa e Mediterraneo, in collaborazione con Lai-momo cooperativa sociale nell’ambito del progetto italiano “Voci di Confine” co-finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo, è stato invitato Patrick Weil, docente alla Yale Law School, a tenere una lectio magistralis sugli sviluppi e le sfide del diritto di asilo a livello europeo e internazionale.
Gli organizzatori e i partner accademici e istituzionali che li appoggiano hanno deciso di non riservare la lezione agli iscritti alla Scuola estiva, provenienti da diversi paesi del mondo, ma di aprire a tutta la cittadinanza quest’occasione unica di conoscenza e approfondimento. La lezione si svolgerà oggi lunedì 9 luglio alle ore 14.30 presso la Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio e sarà introdotta da Marco Lombardo, assessore alle Relazioni Europee e Internazionali e al Lavoro del Comune di Bologna.

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Patrick Weil
, storico e ricercatore francese specializzato sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della legge costituzionale, ha all’attivo un’importante carriera politica e diplomatica, che prende avvio nel 1994 quando diventa Direttore di Ricerca all’Istituto CNRS presso il Centro per la storia sociale del XX secolo dell’Università di Parigi. Dal 1996 al 2002 è stato membro dell’Alto Consiglio per l’integrazione ed è presidente dell’ONG Libraries Without Borders, un’importante organizzazione di sviluppo attraverso la cultura e la conoscenza a livello internazionale. Attualmente è professore presso la Yale University School of Law del Connecticut (USA). Il professore terrà la sua lezione in inglese e sarà distribuito un abstract in italiano.

L’edizione 2018 della Summer School on Migration and Asylum, che avrà luogo a Bologna dal 9 al 14 luglio, è stata progettata per affrontare il tema concreto e attualissimo dell’integrazione dei migranti e dei rifugiati nel mercato del lavoro in Europa e le pratiche discriminatorie in ambito professionale.
Le lezioni e i laboratori con esperti del settore e docenti provenienti da diversi stati europei vogliono offrire approfondimenti e migliorare l’efficacia di chi lavora, o chi intende lavorare, nell’ambito professionale dell’integrazione dei migranti, così come nella comunicazione e nella ricerca accademica relative a questo argomento. Con la terza edizione della Summer School Bologna si conferma come punto d’incontro di una rete sempre più ampia di operatori, esperti e professionisti che continuano lo sforzo di affrontare e comprendere il fenomeno migratorio nelle sue diverse fasi e di gestire in modo arricchente e positivo per tutti le diverse relazioni che esso genera.

Per maggiori informazioni: www.migrationschool.eu
L’evento è su facebook: https://bit.ly/2tZJhSp

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05 luglio 2018

“Rompiamo il silenzio sull’Africa”: l’appello di padre Alex Zanotelli

Si riporta l’appello di Padre Alex Zanotelli, missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace, che si è rivolto ai giornalisti italiani per diffondere la verità sulle situazioni vissute dalle popolazioni africane.

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«Rompiamo il silenzio sull’Africa. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo.

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.

So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti, e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

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È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia dell’”invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

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E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.

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21 giugno 2018

A scuola di legalità per favorire l’integrazione

Integrazione significa prendere consapevolezza dei propri doveri nel Paese ospitante, ma anche dei propri diritti per non divenire vittima di racket, tratta o sfruttamento lavorativo. Per questo, nell’ambito del progetto “Welcoming Bologna”, è stato portato avanti un innovativo percorso denominato Scuola di legalità, in collaborazione con il Distretto socio-sanitario di Pianura Ovest dell’area metropolitana bolognese e con la fattiva partecipazione del Comando Provinciale dei Carabinieri, in cui i richiedenti asilo accolti nei CAS in gestione a coop. Lai-momo e dislocati nel distretto hanno potuto approcciare in maniera diversa le forze di polizia rendendosi conto che esse non rappresentano per gli stranieri soltanto un elemento di controllo ma anche una tutela dai pericoli e un aiuto nell’espletamento delle pratiche amministrative e lavorative.

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Gli ospiti richiedenti asilo sono stati divisi in due gruppi per omogeneità linguistica, un gruppo costituito principalmente da pakistani e bengalesi (con mediazioni in lingua urdu e bengalese) e un gruppo costituito da ospiti originari di diversi Paesi africani, a maggioranza francofoni e anglofoni. Gli incontri con i rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri e dell’Ispettorato del Lavoro, svoltisi nel mese di maggio, sono stati due per ciascun gruppo e hanno riguardato l’uno il contrasto al lavoro sommerso e irregolare, con un focus sui diritti e i doveri dei lavoratori, l’altro i reati relazionali e la violenza nelle relazioni di genere. Due tematiche, scelte in accordo con le forze dell’ordine, di grande importanza perché toccano da vicino la vita dei richiedenti asilo, possibili vittime di sfruttamento e mancate tutele lavorative, ma anche non sempre a conoscenza della cultura italiana nei rapporti interpersonali, del rispetto della parità dei generi e delle tutele per i minori.Gli incontri, che si sono svolti nella sala riunioni dell’Ospedale San Salvatore a San Giovanni in Persiceto, messa a disposizione dal Distretto Pianura Ovest, hanno ottenuto un riscontro positivo sia da parte dei relatori sia dei corsisti, che al termine hanno ricevuto un attestato di partecipazione.
Venire a conoscenza dei propri diritti e di quanto prevede l’ordinamento legislativo italiano permette ai richiedenti asilo di non finire vittime di sfruttamento e di non farsi trascinare in situazioni che potrebbero danneggiarne il percorso di inclusione.

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Lo ha sottolineato lo stesso Comando Provinciale dell’Arma sostenendo anche che, se i benefici si potranno vedere solo nel lungo periodo, il contributo all’integrazione è già evidente a tutti. Gli effetti sono stati positivi da entrambe le parti: per le forze dell’ordine perché hanno avuto modo di conoscere meglio gli ambienti d’origine di riferimento degli ospiti e i potenziali rischi a cui sono esposti gli immigrati, per i richiedenti asilo perché hanno potuto modificare posizioni preconcette nei confronti delle forze di pubblica sicurezza in Italia.
Le reazioni dei richiedenti asilo sono risultate diversificate per gruppi: più entusiaste quelle di pachistani e bengalesi, più reticenti quelle dei ragazzi africani. Gli asiatici si sono detti interessati alle tematiche trattate, in particolare quelle concernenti le tutele sul lavoro, forse perché appartengono a comunità già meglio inserite nel tessuto produttivo e desiderose di apprendere le leggi del Paese ospitante. Un ragazzo pachistano ha proposto di attivare iniziative di questo tipo fin dall’inizio del percorso di accoglienza, in modo che possano essere più consapevoli delle leggi del paese che li accoglie e delle conseguenze. Altri, soprattutto tra gli ospiti originari dei diversi paesi africani, hanno superato il timore iniziale legato alla divisa e iniziato a percepire le forze dell’ordine con uno sguardo differente, a tutela di tutti, così come più volte è stato detto durante gli incontri. Infatti, nei loro contesti d’origine non sempre la divisa è simbolo della tutela della legalità.
La Scuola di Legalità di “Welcoming Bologna” rappresenta un progetto pilota che, secondo il Comando dell’Arma, dovrebbe diventare un percorso strutturale: “Il nostro intervento istituzionale in tale contesto può essere fondamentale per sottolineare il rapporto tra il cittadino e le forze di polizia che esiste nel nostro Paese e per chiarire i meccanismi di diritti e doveri del singolo”. Uno sforzo particolare, sottolineano i Carabinieri, dovrebbe essere fatto nel campo del diritto di famiglia, delle tutele di genere e del diritto del lavoro, senza creare false aspettative ma fornendo gli elementi fondamentali delle differenze rispetto ai Paesi d’origine. Inoltre, particolare attenzione viene posta al contrasto all’insorgere di circuiti di criminalità organizzata di origine etnica pronti a sfruttare i connazionali di recente immigrazione, sessualmente o sul lavoro.
Quali ricadute positive sul territorio può avere un’iniziativa come questa? La risposta del Comando Provinciale dei Carabinieri è di disarmante semplicità: “Non notare effetti sul territorio è da considerare la prima ricaduta positiva”.

Per maggiori informazioni: www.welcomingbologna.eu/it/

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13 giugno 2018

“Racconti di passaggio. Appunti, storie e immagini”. Il laboratorio di libera espressione artistica di Riola

Incontrarsi, raccontare e creare per ripensare la vita di comunità attraverso l’arte. Con questi propositi Juliane Wedell, operatrice dell’accoglienza e esperta di arte sociale, ha condotto il laboratorio “Racconti di passaggio. Appunti, storie e immagini”. Il laboratorio è stato inaugurato il 9 marzo 2018: il programma prevedeva un incontro a settimana, nella sede della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riola, frazione di Grizzana Morandi (Bo).

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Partendo dalla positiva esperienza del laboratorio artistico Closlieu, conclusosi l’anno passato a Riola, anche quest’anno, Lai-momo soc. coop., in collaborazione con Africa e Mediterraneo, ha dato vita alla seconda edizione del laboratorio, che in questo caso era rivolto non solo ai richiedenti asilo ma anche ai cittadini del territorio. La Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riola si è proposta di offrire gli spazi per la realizzazione degli incontri, con la speranza che il laboratorio possa diventare uno spazio permanente di interazione tra i cittadini e gli ospiti richiedenti asilo accolti nei centri situati nei Comuni dell’Unione dei Comuni dell’ Appennino Bolognese.
L’attività che si è svolta a Riola nasce soprattutto con l’obiettivo di creare legami e incentivare il dialogo e l’ascolto tra i partecipanti, in un percorso di conoscenza reciproca e di condivisione libero da giudizi e da preoccupazioni interiori, almeno per qualche ora.

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I partecipanti, immergendosi nella dimensione positiva del laboratorio, guidati dall’animatrice, hanno provato a raccontarsi e ad ascoltare, per poi reinterpretare le proprie emozioni attraverso la libera espressione artistica. Il laboratorio è stato seguito da un gruppo di circa dieci partecipanti, ospiti provenienti dal Pakistan e da altri Paesi africani, non solo del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) di Riola, ma anche provenienti da altre strutture di accoglienza dislocate nei Comuni del Distretto Unione Comuni Appennino Bolognese (nello specifico: Vergato, Castel d’Aiano, Granaglione, Lizzano) e da alcuni cittadini dei Comuni limitrofi. La sfida iniziale di aprire il laboratorio anche ai cittadini di Riola è stata accolta positivamente, nonostante le difficoltà legate al coinvolgimento dei cittadini del territorio: dagli impegni di ognuno dei partecipanti, alla difficoltà di pensare a un laboratorio artistico come ad una tra le priorità.

Le attività si sono svolte principalmente all’aperto, proprio nella piazza della Parrocchia di Riola, attirando così la curiosità dei passanti. Al centro della piazza Juliane ha posto un tavolo lungo e stretto intorno al quale i partecipanti sono stati chiamati a condividere le proprie esperienze. Al centro del tavolo i colori, i fogli, i pennarelli e i libri illustrati dai quali trarre ispirazione. Tra questi, il capolavoro dell’illustratore australiano Shaun Tan, lungo racconto senza parole di una storia di migrazione, di un’umanità senza tempo. Dopo le riflessioni ognuno si è concentrato sul disegno: in totale libertà si poteva pensare al soggetto da rappresentare, ascoltando i propri tempi, utilizzando un colore per volta e dipingendo liberi da ogni pensiero, ma con impegno e coscienza di sé.
L’ultimo incontro è stato incentrato sulla scoperta di alcuni dei luoghi più affascinanti offerti dal territorio ospitante, così i partecipanti hanno visitato le cascate di Labante. A conclusione dell’escursione c’è stato un momento di incontro e dialogo con alcuni abitanti del luogo che hanno condiviso con i partecipanti la loro passione per la montagna per poi dedicarsi insieme alla reinterpretazione artistica.Per quest’anno il percorso si è concluso, speriamo di poter continuare questa esperienza così arricchente per tutte le parti in gioco e poter consolidare il laboratorio nel tempo.

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10 maggio 2018

Dak’Art – Biennal of Contemporary African Art

Aimé Césaire scrive nell’edizione de “L’étudiant noir” del maggio 1935 che la parola Négritude «[…] designa in primo luogo un rifiuto. Il rifiuto di una certa immagine dell’uomo nero passivo ed incapace di creare una civiltà». Sulla scia di questa poetica della negritudine, di cui Léopold Sédar Senghor e Aimé Césaire sono i padri fondatori, ha preso avvio l’edizione del 2018 della Dak’Art – Biennal of Contemporary African Art dal 3 maggio al 2 giugno a Dakar.
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(Malaïka Dotou Sankofa, Laeïla Adjovi / Loïe Hoquet)

Il tema proposto quest’anno «L’heure rouge» è tratto, inoltre, dall’opera “Et les chiens se taisaient” (1956) di Césaire: l’ora rossa rappresenterebbe il momento della trasformazione e dell’emancipazione delle comunità africane dopo il passato coloniale. L’inaugurazione della Biennale è accompagnata da un importante mini-festival, organizzato in tre giorni, e intitolato Afropunk Fest The Takeover Dakar, che celebra attraverso la musica, la diversità creativa e culturale della capitale senegalese.
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(Anorher Day Without You SeriesFranck Fanny)

Durante la cerimonia di apertura della 13a Biennale sono stati assegnati i premi agli artisti della mostra Une Nouvelle Humanité, curata dal direttore artistico Simon Njami: tra i 75 artisti provenienti per la maggior parte dal continente africano, il gran premio Léopold Sédar Senghor è stato assegnato alla fotografa e artista del Benin Laeïla Adjovi con la serie fotografica Malaïka Dotou Sankofa, che indaga il modo con il quale l’Africa è descritta dai media occidentali.
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(Elders of TenTejuoso Olanrewaj)

Altri premi assegnati, l’UEMOA al fotografo ivoriano Franck Fanny, le cui immagini catturano il realismo crudo di alcune situazioni sociali, mentre il premio alla Diversità dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia è attribuito alla marocchina Souad Lahlou per l’organizzazione di una residenza artistica formativa e originale. Infine, il Ministero della Cultura senegalese ha assegnato il Premio Rivelazione all’artista nigeriano Tejuoso Olanrewaj, che affronta le questioni relative ai cambiamenti climatici e al degrado ambientale.
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(Lettre aux Absents, Rina Ralay-Ranaivo)

In questa mostra internazionale la questione del tempo, e quindi dell’heure rouge, diventa cruciale, come dimostrano le diverse installazioni e i video presenti: ad esempio, l’idea del tempo che scorre è presente nell’installazione Temps perdu II della cubana Glenda Leon, dove una clessidra è posta sopra una duna di sabbia; oppure le fotografie del senegalese Kan-Si riportano un piede su un pavimento di terra che svanisce, e rimangono solo impronte o tracce; un’altra installazione-video Lettre aux Absents della malgascia Rina Ralay-Ranaivo offre un paesaggio sospeso tra assenza e bellezza.
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(Photographies, Kan-Si)

Sono testimonianze artistiche che portano a interrogarsi, e che gettano uno sguardo alla storia passata per capire meglio il presente e immaginare un futuro. Se oggi la negritudine non è più condivisa da molti intellettuali e artisti africani, tuttavia il suo ruolo storico è incontestabile per comprendere la ricomposizione della vita culturale delle comunità africane, che continuano ancora oggi a stimolare un nuovo modo di raccontare la storia del continente.

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04 maggio 2018

“Mai avremmo pensato che un pezzo di carta può essere tanto violento”: storie di richiedenti asilo al Festival della letteratura di Budrio

Noi visti da loro, in un racconto che mette in luce i tanti preconcetti e gli episodi di ordinario razzismo, spesso inconsapevole, a cui devono assistere, ma anche la gratitudine per chi li ha accolti e li aiuta a integrarsi e a rendersi autonomi. Di questo hanno scritto cinque richiedenti asilo, ospiti del Centro di accoglienza straordinaria della frazione di Mezzolara, gestito dalla cooperativa sociale Lai-momo. Il pensiero senza censure di chi ha scelto l’Italia “perché è un paese dove c’è la libertà di stampa e d’espressione”. I testi sono stati letti davanti al pubblico, in occasione dell’appuntamento dedicato alle “Storie d’Africa”, all’interno del Festival della Letteratura di Budrio.

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Le storie di questi ragazzi – partiti dal Senegal, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea, dal Togo, dal Niger, dal Camerun – hanno in comune “la ricerca di protezione, di una vita tranquilla e di migliori condizioni di salute”, dopo il viaggio che li ha visti attraverso prima il deserto, poi una Libia in guerra e infine la traversata in mare. Un percorso affrontato “con coraggio, pazienza, paura”, che altre persone possono fare in aereo in poche ore con un semplice visto. “Mai avremmo pensato che un pezzo di carta può essere tanto violento, decidere tra la vita e la morte delle persone”, si legge nei loro testi.

Adesso la loro ricerca di una nuova vita riparte da Mezzolara di Budrio, dalla grande casa rossa in cui abitano con la bandiera della pace sul cancello. Con uno sguardo privo di pregiudizi, giudicano più alto il rispetto che gli italiani hanno verso le persone perché “qui le macchine si fermano per lasciar passare le biciclette, mentre nei nostri Paesi raramente si dà la precedenza a un ciclista, che spesso rischia la vita”. E anche il rispetto della natura, “perché l’ambiente è pulito, non si possono buttare cose per terra, le case sono curate come anche i giardini e le strade”, e degli animali “che vengono a volte curati quasi come delle persone”.

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Il loro sguardo ci riporta anche che “qui le donne sono molto belle e curate, gli anziani attivi e sempre impegnati”. Molti degli ospiti lavorano in aziende agricole e conoscono tanti contadini di una certa età che ancora lavorano la terra con passione. La gente di Mezzolara – continuano a raccontare – è gentile e cordiale, “ci saluta quando ci incontra”. Il riconoscersi per strada li fa sentire sicuri reciprocamente.

Hanno conosciuto tante persone speciali dicono: “abbiamo lasciato le nostre mamme ma qui ne abbiamo trovata un’altra. Noi la chiamiamo Mamma Africa, anche se in realtà si chiama Mirella. […] Lei e gli altri operatori ci hanno insegnato tante cose, come fare la spesa e cercare le offerte più convenienti”. Ma hanno anche insegnato a tenere in mano una matita ai ragazzi che nel loro Paese non erano mai andati a scuola.

Un altro punto di riferimento nella comunità è il meccanico delle biciclette che, con pazienza, ha insegnato ai ragazzi a riparare il mezzo di locomozione che è stato loro regalato da qualche cittadino. Le competenze poi vengono messe in comune perché “quello che ci ha insegnato il meccanico Valerio lo utilizziamo anche per aiutare i ragazzi di un altro centro di accoglienza, a Miravalle”.

La dimensione del paese aiuta l’integrazione, mentre la città spersonalizza e rende diffidenti: “A Bologna spesso le persone ci guardano male e sul treno non vengono a sedersi nei posti liberi vicino a noi”. Gli anziani, dicono, sono più cordiali dei giovani, ma l’ignoranza porta a gesti sgarbati e offensivi: “Ci è capitato che, durante la Messa, quando è il momento di scambiarsi un segno di pace le persone siano imbarazzate a darci la mano e ci guardino con diffidenza”. Alcuni ospiti sono impegnati nel servizio civile in una casa di riposo ed è successo che alcuni degli anziani pazienti in carrozzina non volessero essere spinti da uno di loro perché nero. Questi episodi li mortificano ma sanno anche prenderli con ironia: uno di loro racconta di avere trovato un telefono a terra fatto squillare dalla persona che lo aveva perduto, di averlo riconsegnato alla legittima proprietaria e di essersi sentito dire: “Grazie, sei molto bravo anche se sei nero”.

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Ciò che li preoccupa di più è la mancanza di certezze sui propri documenti, sulla possibilità di rimanere in Italia: “Da un lato ci stiamo sempre più integrando e dall’altro non sappiamo se potremo restare. Per questo cerchiamo di tenerci impegnati, di pregare, di essere positivi”. Ma la paura è tanta.

Nel quotidiano, vorrebbero che i trasporti da Bologna per Budrio e viceversa non terminassero troppo presto la sera e nei giorni festivi. L’aspirazione di tutti è quella di trovare una collocazione nel mondo del lavoro per condurre una vita propria in una dimensione autonoma, una volta usciti dal progetto di accoglienza.

La narrazione degli ospiti di Mezzolara si chiude con un appello: “Vogliamo dire che siamo venuti in pace, non vogliamo fare male a nessuno; vogliamo solo lavorare, vogliamo stare bene, in una parola vivere”. Il pubblico di Budrio li saluta con un applauso e con la richiesta di una stretta di mano. Forse non sarà alta letteratura la loro, ma certamente con le loro parole hanno aiutato i cittadini a conoscerli meglio e superato alcune barriere.

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23 aprile 2018

Al via la campagna “Voci di confine”, per raccontare il bello della migrazione

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Un racconto che passa attraverso storie, dati e buone pratiche territoriali, per dimostrare che il fenomeno migratorio può rappresentare una grande opportunità di sviluppo e arricchimento della nostra società.

È questo, in breve, il progetto Voci di Confine, al quale partecipa anche l’associazione Africa e Mediterraneo. L’obiettivo principale è raggiungere 4 milioni di contatti, offrendo una narrazione alternativa a quella che racconta la migrazione come un’invasione, un “problema” da risolvere. La realtà – dei fatti, dei dati e delle singole storie – smentisce, infatti, questa visione purtroppo diffusa. Voci di Confine vuole quindi dare visibilità alle opportunità che la migrazione può generare, non solo per chi parte, ma anche per chi accoglie.

Per raggiungere questo obiettivo, il sito Voci di Confine dedica una sezione alle storie di migranti, che testimoniano la ricchezza degli incontri fra culture, un’altra ai dati statistici, che chiariscono l’effettiva portata del fenomeno migratorio ed evidenziano le possibilità di sviluppo.

Si racconta l’aspetto economico del fenomeno, ma anche quello sociale, con approfondimenti su razzismo, religioni, corridoi umanitari, seconde generazioni e molto altro. Tra i temi, oltre a quello del lavoro, la campagna toccherà quello dei matrimoni misti, che sono circa il 10% del totale delle unioni nel nostro Paese, attestandosi tra i 20 e 17 mila celebrati ogni anno.

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Molti sono i dati a livello economico, forniti dal Centro Studi e Ricerche IDOS e raccolti nel sito di Voci di Confine. Basti pensare che i lavoratori stranieri versano ogni anno 9 miliardi di contributi previdenziali, un apporto fondamentale per il sistema pensionistico italiano. I numeri smentiscono anche alcuni luoghi comuni molto diffusi: secondo le stime fornite da IDOS, per esempio, l’Africa è il continente con la più bassa percentuale di migranti internazionali nel mondo (13,4%).

Tra i canali utilizzati dalla campagna ci sarà anche la radio, con vari passaggi su diverse emittenti nazionali, che daranno esposizione ad alcune storie significative. Inoltre, saranno promossi video realizzati in alcune regioni africane di confine, come quello che racconta la risposta dell’Uganda per quanto riguarda l’accoglienza di profughi sudsudanesi e non solo.

Il progetto prevede anche percorsi educativi nelle scuole e negli spazi di educazione informale; incontri territoriali che vedranno protagonisti le associazioni delle diaspore e di volontariato, gli enti locali, le ONG e i soggetti privati.

Voci di Confine è un progetto finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo.
Amref Health Africa è capofila di una rete composta da Amref Health Africa – Headquarters, Africa e Mediterraneo, Associazione Le Réseau, CSV Marche – Centro Servizi per il Volontariato delle Marche, Centro Studi e Ricerche Idos (IDOS), Comitato Permannte per il Partenariato Euromediterraneo (COPPEM), Comune di Lampedusa, Comune di Pesaro, Etnocom, Internationalia, Provincia Autonoma di Bolzano, Regione Puglia, Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (REDANI), Step4, Terre des Hommes Italia.

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03 aprile 2018

Per un’arte trasversale. Design e fotografia nella mostra AfricaAfrica

L’Africa non è solo uno spazio geografico, ma una pluralità di immaginari, culture, temporalità. Crescono in un’ottica transnazionale riviste, esposizioni, mostre, pubblicazioni, istituzioni che ne fanno il proprio orizzonte di riferimento: la stessa definizione di arte o cultura “africana” si svuota di significato nel momento in cui si attiva un’interazione e una contaminazione tra comunità creative differenti. Ad esempio, il progetto di Palazzo Litta Cultura a Milano si pone l’obiettivo di valorizzare la trasversalità delle visioni artistiche, portando sulla scena contemporanea realtà culturali apparentemente lontane come il Giappone e, appunto, l’Africa subsahariana.

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(Nyanye, Osborne Macharia)

Con la mostra AfricaAfrica, exploring the Now of African design and photography, dal 15 marzo al 2 aprile 2018, e patrocinata dall’Ambasciata della Costa d’Avorio, dal Consolato del Sudafrica e dal Consolato del Burkina Faso, la fotografia e il design di artisti africani hanno offerto in questo spazio italiano un’estetica e un linguaggio che vogliono essere dinamici e interdisciplinari: non riguardano, come riferisce Maria Pia Bernardoni – curatrice dei progetti internazionali di LagosPhoto Festival – «solo il continente ma hanno una risonanza globale».

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(Chair Recycled Arms, Gonçalo Mabunda)

Questa esposizione, dunque, ideata da MoscaPartners e MIA Photo Fair Projects, si è articolata in 40 progetti di design e 55 opere fotografiche che si sono prestate a una narrazione collettiva, ad esempio, sugli eventi storici di guerra e devastazione nelle installazioni di Gonçalo Mabunda, dove proiettili, pistole, bombe e armi recuperati nel 1992 alla fine della guerra civile in Mozambico, diventano mobili e scultore antropomorfe; uno sguardo fantastico a un problema urgente è stato dato invece dall’afrofuturista Osborne Macharia, le cui immagini si sono concentrate su un gruppo di ex circoncisori femminili; la fotografa ivoriana Joana Choumali ha esplorato i paesaggi della migrazione e ha offerto ritratti di donne che vacillano tra naturalezza e bellezza convenzionale; le tinte e la fantasia dei tessuti africani sono stati presentati dallo storico marchio olandese Vlisco.

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(Adorn, Joana Choumali)

Cifre tecniche, stilistiche e tematiche si sono incrociate sperimentando un pensiero aperto alle pluralità e alle possibilità. Porre la questione della trasversalità creativa significa attuare nuove forme di conoscenza e di soggettivazione, oltre che attivare un processo di riorganizzazione sociale intorno a un’estetica capace di pensare e pensarsi al di fuori delle definizioni restrittive: in questo modo, si può pensare alla differenza in termini di risorsa e vantaggio per lo sviluppo intellettuale e culturale.

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(Vlisco Fabric)

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