14 giugno 2019

Il multiforme teatro dei paesi africani al Teatro No’hma di Milano

Di Francesca Romana Paci

Da marzo a giugno 2019 il Teatro Spazio No’hma, fondato nel 1994 dall’attrice e scrittrice Teresa Pomodoro e ora diretto dalla giurista e studiosa Livia Pomodoro, ha offerto un suo “Progetto Africa”, strutturato in sei incontri con la produzione teatrale africana contemporanea. Il titolo della serie, Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, mostra ancora una volta (non è il primo anno che No’hma allestisce una serie, studiata, di spettacoli africani) la coscienza della vastità dell’Africa. L’Africa è, appunto, un continente, del quale si deve riconoscere tanto la pluralità geografica e storica quanto una unità culturale immanente, quella che Cheikh Anta Diop invoca, nella ormai storica introduzione al suo libro, L’unité culturelle de l’Afrique Noire (Présence Africaine, 1959; 1982), come “notre unitè culturelle organique”. L’importanza del tema della storia dovrebbe essere scontata, ma in realtà deve tuttora essere rivendicata come centrale, perché per troppo tempo il mondo non africano, soprattutto europeo, ha fatto iniziare la storia africana con l’inizio della colonizzazione. Una fallacia dovuta al punto di osservazione, certamente, e ora in parte superata, ma solo in parte e tuttora spesso furtivamente operante su molti piani: nella molteplicità dei fatti della politica odierna e nei commenti che ne sono fatti, ovviamente, ma anche in alcuni studi di antropologia, letteratura, poesia e teatro inclusi, e non raramente nell’incontro con tutte le arti africane, scultura, pittura, musica, danza e loro incroci e filiazioni. Uno dei meriti (ma ce ne sono altri) della serie dei sei spettacoli che il Teatro Spazio No’hma ha messo in scena è proprio quello di ricordarci che la storia africana è ben più ampia di quella determinata dai colonialismi e dai post-colonialismi. Un auspicio veramente sentito è che anche per la prossima stagione 2020 il Teatro No’hma possa e voglia proseguire il “Progetto Africa”.

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Le Baptême du Lionceau (Mali)

Il primo spettacolo, “Broods of Any – Figli di nessuno” (13 e 14 marzo 2019), viene dalla Repubblica dello Zambia. Autore e regista della pièce è lo zambiano Martin Llunga Chishimba, poco più che trentenne, primo africano diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro. Chishimba lavora tra lo Zambia e l’Italia, e dedica la sua competenza di attore e regista alle realtà contemporanee difficilissime del suo paese – realtà, che sono in parte esiti di un passato storico molto complesso, legato tanto a spostamenti migratori endoafricani quanto a una movimentata colonizzazione inglese. “Broods of Any ”, scritto e recitato in inglese con inserti di espressioni francesi (No’hma provvede traduzioni su apposito schermo),  narra, su un palcoscenico di nudità brechtiana, la vita, o dovremmo dire la sopravvivenza, di bambini di strada, dalla lotta per il cibo, all’agguato dello sfruttamento sessuale, al loro sniffare colla, fino a un’ansia lacerante di speranza. Gli attori di Chishimba – ragazzi tuttora giovanissimi – erano bambini di strada. La recitazione verbale e corporea è diretta, essenziale, pugnace anche per la scelta di coordinata semplicità del linguaggio e del gesto. Il fenomeno dei bambini di strada, come è noto, è esteso a molte parti del mondo, dall’India al Sudafrica, al Brasile, al Messico, e a molti altri paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America del Sud, e anche ad alcuni paesi occidentali. Fondatore nel 2016 dell’associazione Twangale (nella lingua dei Bemba, una delle lingue dello Zambia, “giochiamo”), Chishimba si assume la sua parte, tanto quanto può, entro un impegno mondiale enorme.

Il secondo spettacolo, “Eli Ohna – Land of the People” (3 e 4 aprile 2019) è nigeriano. La compagnia Emage Dot Com Global Theatre, che fa riferimento all’etnia Ikverre, parte della più ampia etnia Igbo, mette in scena quasi una silloge della lunga storia, prima e dopo l’Indipendenza, delle contraddizioni e dei divari economici e sociali di un paese geograficamente molto esteso e differenziato, per natura potenzialmente ricco, come quello che ora è la Repubblica Federale della Nigeria. Il Colonialismo, formalmente concluso nel 1960, ancora incombe, metamorfizzato in un Neocolonialismo di sfruttamento, trascinato dal petrolio, e in buona parte responsabile di gravissimi guasti umani contemporanei. La regia è di Ovunda Chikwe Ihunwo; i movimenti coreografici di Sampson Kelvin Melvin; gli arrangiamenti della versione italiana sono di Elisabetta Jankovic – gli attori recitano in inglese; dei testi non si specifica l’origine autoriale. Vale la pena notare che all’interno della struttura storico-narrativa di “Land of the People” entrano i nomi di importanti scrittori nigeriani, diversamente grandi e dai destini molto dissimili, come Chinua Achebe e Ken Saro Wiwa; quasi d’obbligo, a un certo punto nel testo suona la menzione di Nelson Mandela. Lo spettacolo è misto di recitazione danza e canto; l’insieme vivace e trascinante, sostenuto anche dai costumi colorati e dalla proiezione di immagini sullo sfondo del palcoscenico.

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Le Baptême du Lionceau (Mali)

Il terzo appuntamento, “The New Africa” (8 e 9 maggio 2019), è una produzione della compagnia Kumran Media&Arts, tutta composta di giovani, nata e operante in Zimbabwe. Il soggetto, i testi e la regia sono di Billy Kabasa; le coreografie e i costumi sono di Jasper Mandizera; le musiche sono di Billy Kabasa, Kasmiro Chadenga, e Aaron Chikalipo. È un lavoro teatrale che si avvicina al genere “musical”, misto di prosa, musica, danza e  canto, colorato, veloce e molto accattivante. La linea narrativa, usando strumenti metateatrali e di ironia autoreferenziale, racconta della tentazione del leader di una compagnia dello Zimbabwe di usufruire da solo dell’invito di un teatro italiano (individuabile come il No’hma) a partecipare a un festival internazionale, escludendo gli altri componenti del gruppo; durante la rappresentazione gli è dimostrato per gradi, attraverso rivisitazioni moderne della tradizione africana e della storia, che l’unione è più forte dell’individualismo – sia nel campo dell’arte sia in quello della politica. Sottesa alla spettacolarità travolgente di ritmi, canti, colori e scontri verbali scorrono allusioni alla storia dello Zimbabwe, dal passato Precoloniale, al Colonialismo, a Cecil Rhodes, all’Indipendenza, riconosciuta internazionalmente solo nel 1980, alle susseguenti lotte interne, alle varie fasi del potere di Mugabe, fino agli ultimi, noti, avvenimenti del 2017.

Lune Kune Nga Ca – Everyone Has Something Inside” (15 e 16 maggio 2019), quarta puntata della serie, viene dal Senegal. Il testo della pièce non è attribuito a un autore singolo, quanto piuttosto a una cooperazione di tutti partecipanti della compagnia, che è parte del Collettivo Kàddu Yaraax Théâtre-Forum (fondato a Dakar nel 1994 e attivo internazionalmente), coordinato dal regista Mouhamadou Diol. Diol è uno studioso e un artista evidentemente molto colto e molto raffinato, capace di armonizzare nella contemporaneità scelte teatrali ispirate tanto dalla tradizione autoctona quanto da interpretazioni di esperienze di maestri europei del Novecento. I temi portanti di “Lune Kune Nga Ca” sono politici: società, equità, economia, tassazione, diritti sociali, doveri sociali, moralità pubblica e individuale, e soprattutto conoscenza e diritto alla conoscenza. Gli attori, che nella finzione scenica sono gli abitanti di un villaggio decentrato, vivono e discutono problemi come l’acqua, la sanità, l’istruzione, gli stipendi statali, i privilegi, e persino aspetti della religione. Il testo e la recitazione sono divisi in scene, ritmate dalle uscite e dal rientro degli attori; il palcoscenico è quasi nudo; gli attori portano con sé contenitori metallici cilindrici che, se alludono alle tradizionali calabasse (gusci svuotati di zucche) e alle loro sostituzioni di plastica o metallo, cambiano di volta in volta funzione proprio come oggetti scenici; i costumi sono moderati, ma culturalmente espliciti – il “potere” entro la gerarchia governativa è segnalato da abiti occidentali; gli attori recitano in wolof (a fondo palco No’hma proietta traduzioni in italiano), con inclusioni di brevi passi in francese. Nonostante l’essenzialità e la povertà di arredi e i frequenti cambi di scena, non ci sono confusioni e difficoltà per il pubblico, ma, anzi, l’impressione è di fondamentale realismo. È interessante notare nel testo la menzione, sommariamente spiegata, dell’espressione “citoyens lambda” – impossibile a questo punto non pensare al filosofo francese Marc Foglia, e anche, dopo decenni, alla paradigmatica poesia di W. H. Auden, “The Unknown Citizen” (1939), con la quale “Lune Kune Nga Ca” può rivaleggiare nell’uso di ironia e commedia per indagare le strutture sociali e i sistemi di governo, ma anche le risposte dei cittadini.

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The New Africa (Zimbabwe)

Le baptême de lionceau” (29 e 30 maggio 2019), il quinto spettacolo, viene dal Mali. È un lavoro teatrale della Troupe Sogolon, specializzata nell’animazione di marionette, fondata nel 1980 da Youssouf (Yaya) Coulibaly, che da allora la dirige. L’uso delle marionette di questa compagnia si differenzia da quello di altri teatri di marionette nel mondo, perché le loro marionette lignee non sono manovrate da operatori nascosti, ma gestite sul palcoscenico da attori, che a tutti gli effetti formano con le marionette un’unità recitante, accompagnata dai suoni opportunamente differenziati di tamburi diversi tra loro e quindi di sonorità diverse. Coulibaly, “Maître Marionnetiste”, proviene da una lunga linea familiare di marionettisti professionali: lui stesso progetta, disegna, realizza le sue marionette, che aggiunge a quelle ereditate dai predecessori; nello stesso tempo costruisce le storie che mette in scena, ispirandosi sia alla tradizione narrativa del Sahel (non solo del Mali), sia alla storia africana, sia a momenti contemporanei. Coulibaly mostra in ogni aspetto del suo lavoro un occhio attento a possibili nessi e somiglianze, così che le marionette comunicano verità ben oltre il divertimento. La scelta di dare alla compagnia il nome di Sogolon indica immediatamente il rapporto con la tradizione: Sogolon, infatti, è il nome della madre di Sundjata, eroe dell’epopea mandinga omonima, “fils du Lion, fils du Buffle”, figlio del saggio e amato Re Maghan il Bello, il cui totem è il leone, e della sua seconda moglie, Sogolon, brutta ma ardita, sapiente e saggia, il cui totem è il bufalo. In “Le baptême de lionceau”, versione di un racconto di origine bambara, la leonessa, moglie del leone re, invita tutti gli animali alla festa per la nascita del leoncino, mettendo in palio oro per il miglior danzatore; non tutto va nel modo più semplice, e deve quindi intervenire la saggezza del re e padre. Il giorno precedente la prima milanese, Maître Coulibaly e il Teatro No’hma hanno concesso un assaggio dello spettacolo e un contatto diretto con la troupe. Griot oltre che marionettista, Coulibaly è anche commentatore di se stesso e delle funzioni culturali della sua impresa teatrale. Racconta della tradizione familiare di marionettisti; ricorda di quando, non essendo bûcheron (artigiani del legno), non potevano costruirsi da soli le marionette (l’allusione alla struttura in “caste” è palese); insiste nel far notare che le marionette quando rappresentano animali hanno solo la testa di animali, mentre il corpo è antropomorfo (e, aggiungiamo, indossano abiti umani); alcune, non poche, delle marionette, inoltre, rappresentano direttamente esseri umani, sia africani sia europei (ci sono anche alcuni personaggi coloniali bianchi, matrone bianche, preti e soldati). In questo modo, dice Coulibaly, le marionette si caricano di significati metaforici, e, aggiungiamo, si collegano e collegano gli spettatori con la storia. Ne deriva in questo caso, prosegue Coulibaly, una lettura metaforica del leoncino, che rappresenta la continuità attraverso la nuova nascita; anche uno stato appena nato è un “bebé” (la parola usata è proprio questa) come il leoncino, e il papà, il leone re – il governo – deve assumersi la responsabilità del “bebé”, e farlo unendo la forza alla giustizia e alla saggezza. L’elemento didascalico è evidentemente forte, tradotto e temperato dal contenitore narrativo della favola e della festa.

L’ultimo spettacolo della serie è “Mashujaa wa Africa – Eroi d’Africa” (5 e 6 giugno 2019), un lavoro recitato dalla compagnia Italo-Keniana Kambilolo Ndogo & Friends, e dedicato in particolare ai Giriama, vasto gruppo etnico della costa del Kenia. I testi e la regia sono di Mela Tomaselli, studiosa italiana, che dal 1997 collabora con il Kenia e ne testimonia la cultura, mostrandosi attenta a includere elementi del passato nella contemporaneità. Gli attori, tre dei quali sono pre-adolescenti, con racconti, suoni, danze e canti, evocano, cronologicamente personaggi che occupano posti importanti nella storia e nell’immaginario del Kenia: Mepoho, profetessa vissuta prima dell’arrivo di stranieri invasori, che avrebbero provocato danni alla natura e al paese; Mekatilij, figura storica di combattente, che, nel secondo decennio del ’900, resiste e si oppone all’occupazione territoriale e culturale dei colonizzatori; Lwanda Magere, leggendario guerriero, che sarà ucciso da un nemico quando una delle sue mogli rivela che la sua vulnerabilità segreta è nella sua ombra – un colpo inferto alla sua ombra lo uccide; e, infine, Caleb Onka, l’adolescente e per quasi un decennio bambino di strada, che un giorno da una stazione radiofonica di Nairobi propone di eleggere un “Presidente Bambino”; la sua proposta è raccolta e fatta conoscere al pubblico in versione rap da un artista famoso; la storia, piuttosto complessa, approda anche in Italia e ritorna poi in Kenia dove rappresenta il World Children’s Parliament al World Social Forum di Nairobi del 2007. A Caleb Onka la regista Mela Tomaselli ha dedicato, nello stesso anno 2007, un documentario, producendolo lei stessa e affidandone la regia a Elena Bedei. “Mashujaa wa Africa” è una pièce trascinante e ricca di energia; tutti gli attori recitano in ottimo italiano (e cantano in swahili); la prima attrice e danzatrice, Madeleine Mbita Nna, che è evidentemente anche leader e maestra dei tre attori quasi bambini, è una grande artista, creativa e capace di suscitare fiducia e passione; i tre giovanissimi sono molto bravi e lo saranno presto ancora di più.

 

 

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10 giugno 2019

Verso un’industria culturale sostenibile: il programma ACP-UE

È stato lanciato ufficialmente il programma di cooperazione culturale ACP-UE, che ha l’obiettivo di finanziare e sostenere i settori culturali e creativi dei 79 Paesi ACP (Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico). L’annuncio è stato dato da Léonard Emile Ognimba, Vicesegretario Generale del gruppo ACP, e da Stefano Manservisi, Direttore Generale del dipartimento di cooperazione internazionale e sviluppo alla Commissione Europea (DEVCO), in occasione del cinquantesimo anniversario del Festival panafricano del cinema e della televisione (FESPACO) a Ouagadougou in Burkina Faso.

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La cooperazione culturale dell’Unione europea con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico si inscrive all’interno delle relazioni UE-ACP, oggi definite da una convenzione nota come Accordo di Cotonou: firmato nel 2000, è un accordo di partenariato che intende ridurre la povertà e contribuire all’integrazione progressiva dei paesi ACP nell’economia mondiale.
Il nuovo programma ACP-UE per un’industria culturale sostenibile, con un budget complessivo di 40 milioni di euro, intende sostenere i settori culturali e creativi attraverso:

  1. la creazione/produzione di beni e servizi di qualità, a costi competitivi e in quantità maggiori grazie alla tecnologia digitale;
  2. accesso ai mercati regionali, nazionali e internazionali; circolazione/diffusione/promozione di beni e servizi ACP, ed educazione all’immagine;
  3. migliorare l’accesso ai finanziamenti attraverso processi innovativi, consentendo il cofinanziamento, e mirando a ridurre la dipendenza degli operatori culturali ACP dai finanziamenti internazionali.

Il bilancio di 40 milioni di euro verrà suddiviso in tre componenti principali:

  • sostegno ai settori culturali e creativi nei paesi ACP (26 milioni di euro);
  • sostegno alle produzioni audiovisive nei paesi ACP (10 milioni di euro);
  • gestione di una piattaforma digitale per imprenditori e operatori culturali dei paesi ACP, dei paesi europei e dei partner UE.

Pilastro fondamentale dello sviluppo, dell’integrazione e della coesione sociale, la cultura rappresenta una priorità per l’Unione europea, e sta acquisendo forza anche nei processi di sviluppo economico e sociale dei Paesi meno avanzati.

Per riflettere sul futuro di queste politiche è stato organizzato a Bruxelles per il 16-17 giugno il colloquio Culture for the Future. A dieci anni dal primo grande colloquio “Cultural and Creativity: vectors for Development” e della pubblicazione della “Brussels Declaration of EU-ACP Professionals of the Creative Industries”, la Commissione invita operatori culturali e artisti per fare il punto su quanto la cultura e la creatività siano effettivamente fattori di sviluppo e per ancorare questa fondamentale dimensione nella cooperazione europea.
Come 10 anni fa, coop. Lai-momo è stata invitata a partecipare al colloquio per portare il proprio contributo, in ragione della sua esperienza nei campi del fumetto di autore africano e dell’arte contemporanea.

Le politiche culturali nei Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico, inoltre, sono affrontati in modo approfondito nel dossier n. 68 della nostra rivista Africa e Mediterraneo, le industrie culturali in Africa sono analizzate nel n. 47-48, mentre il settore del libro è l’argomento dell’ultimo dossier, il n. 89.

 

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06 giugno 2019

La 58esima Biennale di Venezia 2019: May You Live in Interesting Times. Anche quest’anno l’Africa segna la sua presenza

Di Mary Angela Schroth

È stata inaugurata l’11 maggio la più importante manifestazione d’arte contemporanea al mondo: la Biennale, con un’esposizione internazionale di oltre 70 artisti curata da Ralph Rugoff, e con 87 padiglioni nazionali che vedono per la prima volta la partecipazione di Paesi come la Repubblica Dominicana, il Ghana, il Madagascar e la Malesia.

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(Biennale Arte 2019 – Ghana)

Il nuovo direttore del LACMA (Los Angeles County Museum of Art) Hamza Walker è il presidente della giuria. Come negli anni precedenti, la diaspora africana (che include anche gli afroamericani) è presente in diversi progetti, ed è incoraggiante vedere il ritorno di padiglioni nazionali di Egitto, Zimbabwe, Sudafrica, Costa D’Avorio, Mozambico. Jimmie Durham ha vinto il Leone d’oro alla carriera, mentre Arthur Jafa ha vinto come miglior artista e Haris Epaminonda come migliore giovane artista, invece la Lituania ha vinto come migliore padiglione nazionale.

Alcuni miei preferiti:

> USA: Liberty / Libertà con lo scultore afroamericano Martin Puryear, uno degli artisti più importanti degli Stati Uniti, estremamente significativo per un’interpretazione personale di oggetti monumentali che collegano la storia con la contemporaneità.

> France: Deep See Blue Surrounding You di Laure Prouvost, che ha realizzato un interessante progetto cinematografico e un’installazione, rappresentando un mondo sotterraneo fluido e globalizzato.

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(Laure Prouvost, Biennale Arte 2019 – France)

> Ghana: Ghana Freedom mostra alcune delle migliori opere d’arte attuali, in particolare il regista John Akomfrah, lo scultore El Anatsui, e la pittrica Lynette Yiadom-Boakye in uno splendido padiglione progettato da Sir David Adjaye. Questa opera non riguarda solo il Ghana come Paese, ma offre un messaggio artistico universale.

> Filippine: la scultura interattiva Island Weather di Mark Justiniani, che consente al pubblico di sperimentare il clima, la geografia (con le sue migliaia di isole!), la storia sociale e coloniale.

> Madagascar: l’artista Joël Andrianomearisoa infonde la modernità del quadrato nero con una sconfinata nostalgia nell’opera I have forgotten the night.

Martin Puryear, Pavilion USA
(Martin Puryear, Biennale Arte 2019 – USA)

L’esposizione internazionale May You Live in Interesting Times, curata da Rugoff, “include opere d’arte che riflettono sugli aspetti precari della nostra esistenza attuale, fra i quali le molte minacce alle tradizioni fondanti, alle istituzioni e alle relazioni dell’“ordine postbellico”. Riconosciamo però fin da subito che l’arte non esercita le sue forze nell’ambito della politica. Per esempio, l’arte non può fermare l’avanzata dei movimenti nazionalisti e dei governi autoritari, né può alleviare il tragico destino dei migranti forzati in tutto il pianeta (il cui numero ora corrisponde a quasi l’un percento dell’intera popolazione mondiale). In modo indiretto, tuttavia, forse l’arte può offrire una guida che ci aiuti a vivere e pensare in questi ‘tempi interessanti’.” (R. Rugoff, comunicato stampa)

Le sue scelte che riguardano l’Africa e la sua diaspora, e che comprendono alcuni degli artisti più importanti sulla scena mondiale, che espongono per la prima volta alla Biennale: Michael Armitrage (Kenya), Frida Arupabo (Norvegia), Njideka Akunyili Crosby (Nigeria), Julie Mehretu (Etiopia), Zanele Muholi (Sudafrica), Nkanga Otobong (Nigeria), Henry Taylor (Los Angeles), Stan Douglas (Vancouver), Kemang Wa Lehulere (Sudafrica), Arthur Jafa (Los Angeles), Anthea Hamilton (UK).

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(Biennale Arte 2019 – Egitto)

Sono 20 anni di presidenza per Paolo Baratta, che ha saputo trasformare la Biennale di Venezia in un’organizzazione internazionale autonoma (rara in Italia), che include non solamente l’arte visiva, ma anche le biennali dedicate all’architettura, alla danza, al cinema, al teatro, alla musica. E’ stata visitata da oltre 600.000 visitatori e 6.000 giornalisti. È difficile integrare le scelte internazionali dei diversi curatori del progetto centrale (quest’anno è Ralph Rugoff, americano che dirige la Hayward Gallery di Londra) con i diversi contenuti dei vari padiglioni nazionali e le innumerevoli mostre parallele. Ma Baratta ha portato progressi significativi nel corso degli anni (è stato nominato direttore nel 1998 da Walter Veltroni), dall’iniziale mostra “Aperto” fuori dai Giardini allo sviluppo dell’”Arsenale”, che accoglie anche la Biennale di Architettura, offrendo spazi a quei Paesi che hanno portato alle 90 partecipazioni. Una sorta di “Olimpiadi d’arte, Venezia è diventata il fulcro universale della cultura, e questo è dovuto soprattutto a Paolo Baratta.

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May You Live In Interesting Times
Dal 11 maggio > 24 novembre 2019
Chiuso di lunedì (eccetto 13 maggio, 2 settembre, 18 novembre)

Giardini: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: giovedì e domenica fino al 5 ottobre, aperto dalle 10 alle 20

Per maggiori informazioni: www.labiennale.org

 

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15 maggio 2019

Al Festival delle Culture di Ravenna una mostra che racconta l’immigrazione

Si chiama Tracce Migranti. Nuovi paesaggi umani il libro collettivo curato da Maurizio Masotti, che raccoglie testi e fotografie sui movimenti migratori a partire dal 1998 nella provincia di Ravenna, ma anche sui passaggi di migliaia di persone attorno a Ventimiglia verso la Francia, e gli accampamenti dei lavoratori stranieri in Calabria. I testi sono di Carla Babini, Francesco Bernabini, Marina Mannucci, Maurizio Masotti e Paolo Montanari, mentre le fotografie sono del fotografo ravennate Luca Gambi e del reporter Luciano Nadalini, fotografo della cronaca bolognese e di complesse situazioni sociali in Palestina, nei Balcani, nei Paesi Baschi (Spagna), in Medio Oriente, in Africa, in Centro America.

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(Foto di Luca Gambi)

Si inaugurerà una mostra fotografica di questo progetto mercoledì 15 maggio 2019 alle 18.30 al Palazzo Rasponi (via D’Azeglio 2) a Ravenna all’interno del Festival delle Culture, e sarà possibile visitarla fino al 26 maggio. Un appuntamento di confronto sul tema dell’immigrazione, attraverso una selezione delle immagini che si trovano nel volume, e che raccontano modelli di integrazione e inclusione sociale sulla base di esperienze e testimonianze.
Ad esempio, Marina Mannucci testimonia un’interessante esperienza didattica che ha coinvolto un gruppo di bambine e bambini rom al Centro Quake di Ravenna, e che l’ha portata a una riflessione sul ruolo della scuola nell’integrazione delle famiglie immigrate e sulla necessità di ripensare la pratica didattica in nome del pluralismo interculturale. Luca Gambi, invece, riporta alcune fotografie scattate tra giugno e luglio 2018 in un luogo emblematico come la baraccopoli di San Ferdinando (Calabria), dove viveva Soumaila Sacko, il giovane sindacalista del Mali ucciso il 2 giugno. Una sezione iniziale del libro presenta invece le foto di alcuni bambini scattate da Luciano Nadalini alla scuola elementare Iqbal Masih a Lido Adriano. Queste foto fanno parte di un suo progetto del 2000 intitolato Ravenna – immigrazione: un mondo a parte?, che esplora i luoghi di vita, di studio, di lavoro e cultura delle varie comunità immigrate nella provincia romagnola.

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(Foto di Luciano Nadalini)

Tracce migranti è, quindi, un tentativo di analizzare i profondi mutamenti avvenuti negli anni nella società, con particolare riferimento alla scuola e al mondo del lavoro, e con uno sguardo alle nuove generazioni che aspettano di essere inserite pienamente nel tessuto sociale del nostro Paese, in un contesto politico spesso ostile.
Libro e fotografie saranno protagonisti dello spazio espositivo Pr2 al Palazzo Rasponi, e i proventi della vendita del libro andranno a sostenere sia UNHCR sia l’Onlus ravennate che opera in Senegal Amici di Lourène.

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(Foto di Luciano Nadalini)

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06 maggio 2019

Cari Signori d’Europa. La lettera di Yaguine e Fodè che diventa un libro

«Signori, membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. […] A livello dei problemi abbiamo: la guerra, la malattia, il cibo etc.; quanto ai diritti dei bambini in Africa, e soprattutto in Guinea, abbiamo molte scuole con una grande mancanza di istruzione […]».

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Alla fine del luglio del 1999 due adolescenti africani della Guinea, partirono alla volta di Bruxelles, imbarcandosi clandestinamente nel vano carrello di un aereo per raggiungere l’Europa. Volevano chiedere ai «Signori d’Europa» una scuola e la possibilità di «lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa». Sono stati ritrovati morti assiderati all’aeroporto di Bruxelles. Prima di partire avevano scritto una lettera a nome di tutti i bambini del Sud del mondo, che si vedono negati i diritti fondamentali. Questa lettera, e la tragica vicenda dei due ragazzi che la scrissero, colpì moltissimo l’opinione pubblica, sia come grave atto di accusa per il Nord del mondo, ma anche come simbolo delle iniziative e speranze dei giovani del Sud bloccati dalle disuguaglianze. La loro storia, ad esempio, ha ispirato il fumetto L’Ile aux oiseaux del disegnatore congolese Hissa Nsoli e dello sceneggiatore Patrick De Meersman, edito da Lai-momo/Africa e Mediterraneo nel 2005.
Migliaia di ragazze e ragazzi si sono riconosciuti nel movimento Fatti sentire, nato dal film Il sole dentro (2012) e promosso dall’Alveare Cinema, la casa di produzione cinematografica che ha riportato alla luce la storia di Yaguine e Fodè.
A distanza di vent’anni, lo scrittore Marco Sonseri e l’illustratore Rosario Riginella pubblicano il libro Yaguine e Fodè, Storia di una speranza (Buk Buk Editore, 2018) con una prefazione di Alex Zanotelli, il quale scrive che oggi si è arrivati al trionfo della «globalizzazione dell’indifferenza». Per reagire a questa indifferenza è necessario, quindi, riportare alla memoria storie realmente accadute, come quella di Yaguine e Fodè. Dentro il racconto dei due ragazzi c’è anche la forza di non arrendersi a un presente difficile e la fiducia piena nelle persone, nei genitori, nella maestra, nei libri, nelle istituzioni: c’è speranza e c’è spazio per il sogno. Come il sogno di Yaguine, nel libro di Sonseri e Riginella, che una notte sentì la madre Africa dire:

«Ricordati che la Terra è dei sognatori, Yaguine. Nei loro occhi non c’è il superfluo. Vedono le cose per ciò che dovrebbero essere. Senti i tamburi, sentili bene. È il cuore del mondo che batte».

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È una storia potente, dove parole poetiche e colori caldi si mescolano per offrire una visione positiva dell’Africa, che non dimentica i drammi umani e pensa alle possibilità di un mondo migliore. Lo sguardo puro e autentico di Yaguine e Fodè, uniti da una profonda amicizia, è scevro da ogni ideologia politica, e vuole soltanto trovare gli strumenti utili per cambiare la realtà. È un libro che a tratti ricorda il capolavoro de Il piccolo principe dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry perché affronta gli stessi temi come il senso della vita, dell’amore e dell’amicizia dal punto di vista di un bambino, che è uno sguardo, appunto, semplice e disarmante, eppure in grado di interrogarsi su valori essenziali eppure «invisibili agli occhi».

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02 aprile 2019

17 obiettivi per un futuro sostenibile

Dal 1 al 4 aprile torna a Bologna la Children’s Book Fair (BCBF), il più importante appuntamento dedicato all’editoria per bambini e ragazzi. La 56esima edizione vede nei padiglioni di BolognaFiere 1400 espositori da oltre 80 paesi con la Svizzera come Paese Ospite d’Onore. Da sempre impegnata nella promozione della lettura e della conoscenza, la fiera bolognese aderisce quest’anno al Sustainable Development Goals Book Club: si tratta di un progetto multilingue che, partendo dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, ogni mese per 17 mesi pubblica una lista di titoli per bambini e ragazzi con lo scopo di approfondire uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.

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Lo scopo del progetto è, quindi, di sensibilizzare i giovani sulle questioni attuali per mobilitarli a essere responsabili di un futuro migliore, e per prepararli ad affrontare sfide globali quali la povertà, la disuguaglianza, il cambiamento climatico, il degrado ambientale, la pace, la giustizia. I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da realizzare entro il 2030 sono i seguenti:

  • Nessuna povertà
  • Zero fame
  • Buona salute e benessere
  • Educazione di qualità
  • Parità dei sessi
  • Acqua pulita e sanificazione
  • Energia accessibile e pulita
  • Lavoro dignitoso e crescita economica
  • Innovazione e infrastrutture del settore
  • Disuguaglianze ridotte
  • Città e comunità sostenibili
  • Consumo responsabile e produzione
  • Azione per il clima
  • La vita sott’acqua
  • La vita sulla terra
  • Pace, giustizia e istituzioni forti
  • Partnership per gli obiettivi

Al progetto partecipano editori internazionali, librerie e biblioteche, autori di libri per ragazzi, ma anche enti come l’International Federation of Librarian Associations (IFLA), l’European & International Booksellers Federation (EIBF), l’International Board on Books for Young People (IBBY), e l’International Publishers Association (IPA), la cui vicepresidente Bodour Al Qasimi ha partecipato con un articolo al numero 89 della nostra rivista Africa e Mediterraneo.
Durante le giornate della fiera, martedì 2 aprile, a Bologna nella sede di Lai-momo in Via Boldrini 14/G, sarà presentato, infatti, il numero 89 di Africa e Mediterraneo, il primo dossier di una rivista italiana dedicato al mercato del libro in Africa, con la partecipazioni del co-curatore Raphael Thierry e di due editori di libri per ragazzi, che da diversi anni partecipano alla Children’s Book Fair: Paulin Assem (éd. Ago Media, Lomè/Togo) e Agnes Gyr-Ukunda (éd. Bakame, Kigali/Rwanda).

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20 marzo 2019

Fra gli ultimi del mondo. La migrazione vista attraverso l’arte

Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole […]

(Eugenio Montale, da Mediterraneo, 1924)

I minori stranieri non accompagnati (MSNA) costituiscono una parte sempre più importante dei movimenti migratori, e la loro presenza sul nostro territorio nazionale ha preso consistenza a partire dagli anni Novanta. Tale fenomeno non è nuovo, ma sta assumendo dimensioni e caratteristiche rilevanti: si tratta di bambini e adolescenti che, nel tentativo di ricongiungersi ai propri famigliari o conoscenti in altri Paesi europei, privati della possibilità di percorrere vie sicure e legali, sono fortemente esposti a gravissimi rischi di abusi e sfruttamento a fini sessuali e lavorativi.
Per questo motivo, al Parlamento Europeo di Bruxelles è stata ospitata dal 25 febbraio al 1 marzo 2019 la mostra Fra gli ultimi del mondo, dove sono stati esposti otto racconti grafici su questo tema. Le opere sono state realizzate da giovani artisti con meno di 25 anni, e sono le finaliste del concorso letterario Fra gli ultimi del mondo 2018, spin-off della Sezione Mediterraneo del Premio Montale Fuori di Casa; le otto tavole sono state raccolte in un graphic novel pubblicato dalla casa editrice Töpffer.

ffL’europarlamentare ligure Brando Benifei ha dichiarato di aver voluto «con forza che queste opere fossero esposte all’Europarlamento per accendere una luce su un dramma su cui è fondamentale agire a livello europeo (…) Parliamo di bambine e bambini esposti al reclutamento della criminalità e oggetti di traffici di ogni genere. Mantenere vive l’attenzione e la pressione sul problema, anche con iniziative di carattere artistico come questa, è assolutamente necessario». Nell’ambito di questa iniziativa, martedì 26 febbraio, si è tenuta, nella sede della mostra a Bruxelles, una conferenza sulle politiche europee che affrontano queste tematiche, alla quale hanno partecipato le eurodeputate Silvia Costa e Caterina Chinnici, Francesca Lazzaroni dell’UNICEF, l’artista ideatore e curatore della mostra Beppe Mecconi, e infine il presidente della giuria del concorso Paolo Stefanini.
L’arte, nelle sue forme differenti e plurali, ha un ruolo significativo dal punto di vista sociale e culturale, e diventa un mezzo per raccontare eventi storici fondamentali come le migrazioni. L’intento della mostra Fra gli ultimi del mondo è, infatti, quello di accompagnare lo spettatore a conoscere e a riflettere su problematiche attuali, come, appunto, la situazione dei minori stranieri non accompagnati facilmente esposti a traumi e violenze.

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07 marzo 2019

Hargeysa. Una fiera del libro tra storia e cultura

Libertà, censura, cittadinanza, memoria collettiva, futuro, viaggio, immaginazione, spazi, leadership, creatività, connettività e saggezza: questi sono i vari temi esplorati dalla Hargeysa International Book Fair (HIBF), l’evento culturale più importante del Corno d’Africa, fondato nel 2008 dal noto scrittore italo-somalo Jama Musse Jama, che parteciperà con un articolo al prossimo numero di Africa e Mediterraneo dedicato all’editoria in Africa. La sede della fiera del libro è ad Hargeysa, in Somaliland, terra natia dello stesso Jama Musse Jama, che da questa terra è partito all’inizio degli anni Novanta a causa della guerra civile scoppiata tra le varie regioni della Somalia; l’edizione di quest’anno si svolgerà dal 20 al 25 luglio 2019.

fiera

L’obiettivo principale di questo evento, organizzato dalla Redsea Cultural Foundation, è promuovere il patrimonio culturale nella regione, esponendo libri locali e di autori esteri, incoraggiando così la diffusione della letteratura somala, in particolare tra le giovani generazioni. Una fiera di libri, dunque, nata dalla passione per la scrittura da parte di Jama Musse Jama, che ora vive in Italia ed è autore di diverse pubblicazioni di etnomatematica, ma anche di carattere politico, dedicate ad esempio alla situazione dei diritti umani nel suo Paese di origine. Infatti, il suo saggio “Gobannimo bilaash maaha” (La libertà non è gratis), pubblicato nel 2007, è stato premiato come miglior libro dell’anno in lingua somala dalla Somaliland Writers Association. Un altro suo libro interessante è “Cittadinanza è partecipazione”, che è stato presentato in Italia al Pisa Book Festival nel 2014, in cui racconta la difficoltà di ottenere la cittadinanza italiana e, con essa, il diritto di voto.
La fiera internazionale di Hargeysa quest’anno si concentra sul tema della convivenza pacifica con nazioni o persone diverse per religione, provenienza, lingua o cultura: un tema considerato importante per il reciproco rispetto e per superare i conflitti sociali intra e inter-statali. Infatti, il Paese ospite di quest’anno a Hargeysa è l’Egitto, che condivide con il Somaliland percorsi storici simili in quanto entrambi sono legati alla religione islamica e hanno vissuto l’occupazione turca e in seguito quella inglese nel secolo scorso, inoltre hanno conosciuto proficui scambi interculturali grazie alla loro posizione geopolitica. Scegliere l’ottica interculturale significa, quindi, assumere la diversità come paradigma di un evento che vuole essere internazionale, e quindi aperto al confronto, al dialogo e al riconoscimento delle differenze.

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15 febbraio 2019

Xenofobia e jihadismo. Capire il Corano

«La conoscenza sconfigge la paura»: questo scrive Farid Adly nel suo saggio Capire il Corano (TAM editore, Milano, 2017). I sentimenti di paura spesso prevalgono nelle nostre società e sono all’origine di comportamenti razzisti e xenofobi, e in particolare la paura oggi è associata ad atteggiamenti anti-islamici. Sicuramente la situazione è peggiorata in seguito all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, che ha generato una nuova serie di pregiudizi, ed è stata inoltre alimentata negativamente dai mass media durante gli ultimi anni, provocando la nascita di un’islamofobia diffusa. Il libro di Farid Adly, giornalista italo-libico, collaboratore di Radio popolare, Corriere della Sera e il Manifesto, oltre che attivista per i diritti umani, è un contributo importante che permette una riflessione sul dialogo interculturale e interreligioso. Attraverso un linguaggio semplice ed immediato, l’autore articola la narrazione partendo dalle proprie vicende biografiche e dal suo primo incontro con il testo coranico all’età di 5 anni, successivamente presenta i vari contenuti del libro sacro dei musulmani, gli sviluppi storici e filosofici, le questioni teologiche derivanti dalle varie interpretazioni, infine affronta le questioni complesse legate alla nostra contemporaneità, senza nasconderne i limiti o gli aspetti problematici, come ad esempio le disuguaglianze di genere e la subordinazione della donna, previste nel Corano, oppure la questione della schiavitù, che è sempre stata considerata lecita dal punto di vista teologico.

preghiera_musulmana

Farid riconosce apertamente che è necessaria «un’interpretazione riformata, per superare leggi e decreti che oggi non hanno più motivo d’essere, rispetto alla società nomade della penisola arabica di quattordici secoli fa»: quello che propone, dunque, è un Islam riformatore e un’interpretazione del Corano che sia in linea con i cambiamenti storici. Infatti, ribadisce che «i temi della libertà, uguaglianza e giustizia hanno forti radici nel testo coranico, ma le interpretazioni letterali, non attualizzate alle condizioni sociali e culturali dell’oggi sono un cappio che frena lo sviluppo civile delle società musulmane». Il suo è, quindi, un invito a un’interpretazione laica del Corano e a «tagliare il cordone ombelicale», che vede una minoranza di estremisti ferma a posizioni retrograde che hanno portato a deviazioni jihadiste, mentre una stragrande maggioranza dei musulmani desidera il cambiamento. Una posizione che ci fa pensare alla grande figura di Mohamed Arkoun, membro del comitato scientifico di Africa e Mediterraneo sino alla sua morte nel 2010, un pensatore algerino, insegnante alla Sorbona, che ha sempre insistito sulla necessità per l’Islam di riformarsi.
L’obiettivo dell’autore è, dunque, quello di offrire un’opera divulgativa in risposta alle generalizzazioni xenofobe e alla deformazione jihadista, che si nasconde dietro la fede per compiere crimini terroristici. Il suo è un tentativo di instaurare un processo di confronto e dialogo comune, basato sulla consapevolezza e sulla conoscenza dell’Islam, una religione che coinvolge un miliardo e seicento milioni di musulmani sparsi in cinque continenti, con tradizioni, lingue e abitudini diverse, e che sono uniti dalla lettura quotidiana del Corano.

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25 gennaio 2019

Emilia Romagna. Imprese e imprenditori migranti

Cresce il numero di imprenditori immigrati in Italia: a rivelarlo è il quinto Rapporto Immigrazione e Imprenditoria curato dal Centro Studi IDOS, che ha analizzato l’andamento in tutto il Paese. Sono state inoltre realizzate delle schede per osservare le caratteristiche che il fenomeno assume in ciascuna Regione e Provincia Autonoma. La redazione di queste schede rientra nella campagna di informazione promossa nell’ambito di “Voci di confine”, progetto cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la cooperazione allo sviluppo, con capofila Amref e con il Centro Studi e Ricerche IDOS partner insieme a una rete di ulteriori enti e associazioni, tra le quali Africa e Mediterraneo.
I dati presentati nella scheda informativa relativa all’Emilia Romagna rivelano un tessuto economico in continua espansione: è una delle regioni con la più alta presenza di imprese con titolari di origine straniera (8,8% del totale). I dati osservano la prevalenza di imprenditori originari della Cina (12,0%), del Marocco (12,0%) e dell’Albania (11,5%). I principali poli di concentrazione sono le Province di Bologna (20,4%), Reggio Emilia (16,6%) e Modena (15,5%). I settori principali del lavoro imprenditoriale sono l’edilizia, il commercio e la manifattura.

Riportiamo qui di seguito tutti i dati dell’Emilia Romagna:

Sono quasi 52mila le attività di stampo imprenditoriale gestite da lavoratori di origine immigrata in Emilia Romagna, un numero in continuo aumento, pari a 1/9 di tutte le imprese registrate all’inizio del 2018 nelle Camere di Commercio locali (11,3%), una delle incidenze più elevate tra le Regioni italiane. Lo stesso valore si attesta infatti al 9,6% a livello nazionale e al 10,3% nell’intero Nord Est, dove nell’insieme operano quasi 120mila imprese condotte da immigrati, un quinto (20,4%) di tutte quelle conteggiate nel Paese (587mila).
In tutto il Nord Est, l’Emilia Romagna ne raccoglie la quota più elevata (quasi i due quinti 43,1%), distinguendosi anche sul piano nazionale come una delle regioni con la più alta presenza di imprese e imprenditori di origine straniera (8,8% del totale), preceduta solo da Lombardia, Lazio e Toscana.
Come a dire che la tradizionale diffusione nel contesto economico-produttivo locale dell’auto-impiego e dell’auto-imprenditorialità ha funzionato (e continua a funzionare) come un fattore di stimolo anche per i percorsi di inserimento dei lavoratori immigrati, che – anche in tempi di crisi – guardano al lavoro autonomo come a una possibilità di riscatto, contribuendo così a bilanciare il problematico andamento generale. Nel corso degli ultimi cinque anni (2012-2017), le imprese emiliano-romagnole gestite da lavoratori nati all’estero sono aumentate di oltre un ottavo (+13,2%), e del 2,7% solo nell’ultimo anno, mentre tra le restanti aziende, condotte da lavoratori autoctoni, si è registrato un calo del 4,3%, e dell’1,1% nel 2017.
In circa 3 casi su 4 si tratta di imprese a carattere individuale. I dati di Infocamere attestano infatti la presenza di quasi 462mila immigrati titolari di ditte individuali in tutta la regione, donne per oltre un quinto (22,5%). Guardando al dettaglio dei Paesi di origine, i dati attestano la prevalenza di lavoratori originari dalla Cina (12,0%), dal Marocco (12,0%) e dall’Albania (11,5%), tre collettività che da sole raccolgono oltre un terzo di tutti i piccoli imprenditori registrati in Regione. Segue con una quota simile la Romania (10,3%) e, quindi, la Tunisia (6,9%) e il Pakistan (4,6%), considerando i quali si arriva a coprire quasi il 60% del totale.
La distribuzione sul territorio regionale evidenzia come principali poli di concentrazione le Province di Bologna (20,4%), Reggio Emilia (16,6%) e Modena (15,3%). A seguire Parma (9,9%) e Ravenna (9,3%), Rimini (8,4%) e Forlì-Cesena (7,4%), Piacenza (6,7%) e Ferrara (6,0%).
A livello regionale prevale, seppure di misura, l’inserimento nell’industria (49,2% vs il 32,8% calcolato a livello nazionale), mentre i servizi si attestano al 47,1% e l’agricoltura all’1,5%. Il dettaglio delle singole province e dei diversi comparti di attività rivela l’influenza dei tessuti economico-produttivi locali (anche) sull’imprenditorialità degli immigrati, attestando di riflesso anche la loro capacità di leggere ed adattarsi ai sistemi socio-economici di riferimento. Così l’industria arriva a raccogliere oltre i due terzi degli immigrati titolari di una ditta individuale a Reggio Emilia (68,1%) e oltre la metà a Piacenza (53,1%), Modena (51,4%) e Parma (50,5%); il terziario prevale a Bologna (57,0%), Ferrara (56,6%), Rimini (56,3%) e Ravenna (51,0%); l’agricoltura è relativamente più diffusa tra i piccoli imprenditori immigrati nel parmense (2,8% del totale).
In tutti i casi a trainare l’inserimento nel settore primario è l’edilizia (39,1% sul piano regionale e 53,1% a Reggio Emilia), seguita dalla manifattura (10,1% in Emilia Romagna e 17,5% a Modena), mentre nei servizi si evidenzia il protagonismo del commercio (25,5% a livello regionale e 36,1% a Rimini), seguito dalle attività di alloggio e ristorazione (7,1% in regione e 10,1 a Ferrara).

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