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	<title>Africa e Mediterraneo</title>
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		<title>Africa e Mediterraneo</title>
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		<title>Là dove il vento cambia. Il libro di Kossi Komla-Ebri</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 08:35:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Recensione del libro Là dove il vento cambia di Kossi Komla-Ebri &#8211; prefazione di Chiara Piaggio; postfazione di Remo Cacciatori, Cosmo Jannone Editore, 2025 di Francesca Romana Paci Prima di immergersi nelle cinquecento e tre pagine di Là dove il vento cambia, il lettore è portato a soffermarsi sul titolo. Un titolo che dal punto di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione del libro <em>Là dove il vento cambia</em> di Kossi Komla-Ebri &#8211; prefazione di Chiara Piaggio; postfazione di Remo Cacciatori, Cosmo Jannone Editore, 2025</strong></p>
<p><strong>di <em>Francesca Romana Paci</em></strong></p>
<p>Prima di immergersi nelle cinquecento e tre pagine di <a href="https://www.cosmoiannone.it/edizioni/kossi-komla-ebrila-dove-il-vento-cambia/"><em>Là dove il vento cambia</em></a>, il lettore è portato a soffermarsi sul titolo. Un titolo che dal punto di vista grammaticale è una frase in sé completa e dal punto di vista concettuale è un’espressione metaforica e una dichiarazione di intenti dello scrittore. Quando cominciamo a leggere, pagina dopo pagina capiamo che il “vento” cambia gli esseri umani del romanzo – a volte molto, a volte non abbastanza, e a volte soffia inascoltato. Il vento nel romanzo certamente coinvolge e “cambia” alcuni, se non tutti i destini umani, e fa sperare in qualcosa di più del miglioramento di singole vite. Nonostante sia comprensibile vedere il Togo come centro del romanzo, l’argomento vero della narrazione si rivela un “rapporto”, con tutto quello che un rapporto può implicare, tra un paese africano e un paese europeo – in questo caso <strong>Togo</strong> e Italia, ma, con qualche attenzione, estendibile ad altri paesi europei e africani.</p>
<p>Quanto allo scrittore, è importante ricordare che <a href="https://www.kossi-komlaebri.net/it/">Kossi Komla-Ebri</a> è cattolico, nato in una famiglia molto numerosa, tutta cattolica. Dopo la Laurea ha ottenuto la specializzazione in Chirurgia generale presso l’Università di Milano e lavorato presso l’Ospedale “Sacra Famiglia” di Erba Fatebenefratelli. Oltre alla sua attività di medico ospedaliero ha collaborato, e tuttora collabora, con enti e istituti di ricerca, tra cui l’associazione REDANI (Rete della Diaspora Africana Nera in Italia), la Medicus Mundi, per la quale tiene corsi di Antropologia Medica, l’organizzazione Medici con l’Africa CUAMM.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-10011" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/09/PHOTO-2026-02-25-09-24-54-1024x768.jpg" alt="PHOTO-2026-02-25-09-24-54" width="600" height="450" /></p>
<p>A tutto questo ha sommato l’attività di scrittore, scegliendo di scrivere principalmente in italiano. Tra le sue maggiori pubblicazioni troviamo le raccolte di racconti <em>Imbarazzismi</em> (2002); <em>All’incrocio dei</em> <em>sentieri</em> (2003); <em>Nuovi imbarazzismi</em> (2004); <em>La sposa degli dei</em> (2005) – il racconto eponimo pubblicato anche da solo come novella; <em>Vita e sogni</em> (2007); <em>All’incrocio dei sentieri</em> (2009); il romanzo <em>Neyla</em> (2002); a tutto questo si aggiunge una considerevole produzione saggistica. Molti dei suoi lavori sono stati tradotti e pubblicati in francese e alcuni in inglese.</p>
<p>L’autore implicito di <em>Là dove il vento cambia</em> è un <strong>narratore onnisciente</strong>, che sceglie di conoscere atti, motivazioni, sentimenti e pensieri dei suoi personaggi, quasi uno per uno. Da questa opzione deriva la struttura del romanzo, che è composto da capitoli per lo più identificati con i nomi dei personaggi principali, dei quali sono raccontati al lettore i fatti e gli aspetti salienti della vita e della professione precedenti all’arrivo all’<strong>ospedale “La Providence”</strong>. Questo è posto in una zona interna del Togo, nel villaggio di Ouati, che non ha realtà geografica ma è creazione di Komla-Ebri. Dalle prime pagine l’ospedale “La Providence” si impone come qualcosa che c’era prima dell’arrivo dei personaggi del romanzo e continuerà a esserci dopo l’ultimo capitolo del romanzo.</p>
<p>La narrazione si apre con l’italiana Luciana Tosetti, infermiera, cattolica, buona, peccatrice per amore di un uomo sposato, desiderosa di riscatto, in cerca di positività. Non è esattamente la protagonista, ma certamente è portatrice di una linea di pensiero circa il concetto di “rapporto” tra culture. È importante riconoscere qui la coerenza del messaggio di Komla-Ebri e la funzione di passaggio che hanno l’ospedale e la sua attività: il romanzo si chiude e il futuro si apre, suggellato dal rapporto interpersonale di Luciana con il futuro medico togolese, Jean Philippe Boko, detto Jafi, per Komla-Ebri personaggio esemplare. Si può osservare con un po’ di malignità che il “medico” è un uomo e la donna è e rimane una “infermiera” – in effetti in tutto il romanzo i dottori sono sempre e solo uomini.</p>
<p>Subito dopo il capitolo di presentazione di Luciana Tosetti, leggiamo che a “La Providence” lavora «Herr Doktor» Hans Spiegel, svizzero tedesco: cattolico, dentista, vicino al pensionamento, ha deciso con sua moglie di affrontare l’esperienza africana, non come dentista ma come ginecologo, incoraggiato da amici religiosi e da colleghi medici: «Di ginecologia proprio non so niente. Lì dovrò fare il chirurgo a tutto raggio, e ho sentito dire che in Africa fanno tanti cesarei» obietta Spiegel. «Non è un problema», lo rassicura un suo collega appunto ginecologo, «Verrai a esercitarti una settimana con me in sala operatoria.» (20). Un altro dei personaggi maggiori è il Dottor Edem Kuevi, togolese, laureato e specializzato in Italia, sposato con un’italiana e ora di ritorno per esercitare in Togo. Segue poi un capitolo sul Dottor Giorgio Gabrielli, italiano, ambizioso, carrierista, spregiudicato, pronto a esperimenti con cavie umane, ma, avanti nel racconto, il suo percorso troverà una svolta. Poi uno dopo l’altro si susseguono decine di capitoli e capitoletti, quasi sempre identificati con nomi, mentre i personaggi aumentano di numero e diventano tanti che è impossibile darne conto: l’ospedale “La Providence” si configura come contenitore emblematico, come, appunto, il “Là”, dove avvengono cambiamenti importanti.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-10008" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/09/Solo-Fronte-Là-dove-il-vento-cambia-624x1024.jpg" alt="Solo-Fronte-Là-dove-il-vento-cambia" width="400" height="656" />Se non è possibile redigere un riassunto tradizionale del romanzo, è possibile evidenziarne almeno alcuni elementi caratterizzanti. Le pagine traboccano di umanità, di vicende tragiche e dolorose, di ironia variegata e spesso di sarcasmo, di critica sociale e di apprezzamento, e anche di posizioni preconcette dei personaggi, forse inconsce, o meglio ereditate pigramente dai contesti. Non ci sono personaggi solo buoni o solo cattivi, solo intelligenti o solo stupidi; anche i personaggi più simpatici hanno pecche e <em>défaillances</em>, anche i più antipatici, e talvolta repulsivi, hanno qualche qualità. Nello stesso tempo, però, Komla-Ebri non è tenero con nessuno. La stupideria, l’ignoranza, l’arbitrio del potere, anche del più esiguo e meschino dei poteri, che aveva descritto nei due libri di <em>Imbarazzismi</em> e <em>Nuovi imbarazzismi</em>, entrano anche in <em>Là dove il vento cambia</em>, attribuiti questa volta anche ai togolesi, o perlomeno ad alcune <strong>fasce sociali del Togo</strong>, dove brulicano tentativi di approfittarsi degli altri, truffe reciproche, furti, e innocenti accusati di azioni che non hanno commesso (p. 218 e seguenti). Komla-Ebri è cosciente della questione delle fasce sociali e della loro importanza nei rapporti interpersonali, ma in questo romanzo la sua posizione rimane implicita.</p>
<p>Uno dei temi più significativi è il <strong>razzismo</strong> e la sua gamma di manifestazioni da entrambe le parti. È una gamma molto ampia che va dal giocoso «Yovo Yovo, bonsoir! Ça va bien? Merci!» rivolto dai bambini a tutti gli europei all’offensivo razzismo del personaggio Vittorio Biccari e di sua moglie. In questo, la stratificazione sociale e l’educazione sono cruciali. Il razzismo è subdolo e sa insinuarsi anche nel suo contrario. Anche il paternalismo, per quanto affettuoso e sincero, è una forma di razzismo. Generalizzando, ma in fondo non troppo, i bianchi si sentono sicuri di saper gestire i neri locali, vedi l’acquisto di una macchina, ma i neri locali si propongono: «Mia du ga vide na yovoawo!»; tradotto in nota: «Freghiamo un po’ di soldi a questi bianchi». Però – così lo crea l’autore – l’acquirente, Vittorio Biccari, è un eccezionale meccanico e la truffa finisce in una farsa tragica (pp. 151-152). I neri a modo loro non sono meno razzisti dei bianchi e non hanno meno preconcetti.</p>
<p>Komla-Ebri fa spesso uso di interpolazioni per richiamare dati storici e scientifici e per esprimere riflessioni dell’autore attraverso il pensiero di alcuni dei personaggi. Un passo particolarmente importante segue un momento tragico dell’attività di Gabrielli: Kuevi in uno stato di forte alterazione per la morte di un paziente percorre vicende storiche, rivendica eccellenze africane e mette in campo problemi incancreniti nel tempo: «Questo complesso di inferiorità che gli africani avevano interiorizzato […] Ovunque perseverava il privilegio bianco» (pp. 275-280). Bisognerebbe rileggere e continuare a rileggere spesso <em>Discours sur le Colonialism</em> di Aimé Césaire e <em>Peau noire, masques blancs</em> di Frantz Fanon, pubblicati rispettivamente nel 1950 (seconda edizione 1955) e nel 1952.</p>
<p>Il romanzo è ricco di <strong>descrizioni naturali</strong>. Nel villaggio inventato da Komla-Ebri la vegetazione è ricca, colorata, profumata, mentre molte delle aree antropizzate, quelle povere, non sono né belle né curate dagli abitanti, che non tesaurizzano la bellezza della natura. All’inizio del libro, sulla strada che dall’aeroporto conduce al villaggio di Ouati si incontra una palude maleodorante «La vettura stava percorrendo un largo viale […] Più avanti lasciarono il boulevard […] di colpo per interminabili minuti, l’aria dell’abitacolo fu invasa da miasmi nauseabondi […] Padre Ambrogio disse soltanto: “Stiamo passando sul ponte della laguna!”» (p. 13). Luciana Tosetti è stupefatta in negativo, ma ancora di più sarà colpita in positivo dalla bellezza delle colline che lei stessa, Jafy e il medico togolese Elom Semadoe, molto più avanti nel libro, incontrano muovendosi verso il nord del Togo «tra piantagioni di caffè, cacao, avocado e ananas, tra montagne verdi e cascate». E ancora: «Il paesaggio si estendeva davanti a loro come un quadro vivente, un angolo di paradiso nascosto tra dolci colline. […] La vegetazione rigogliosa si estendeva a perdita d’occhio: un mare verde che ondeggiava placido» (p. 406).</p>
<p>A questa bellezza segue uno dei momenti più sulfurei di Komla-Ebri. Luciana Tosetti ragiona su quello che vede: «Questo paese ha tanta terra fertile, acqua e coltivazioni. Non dovrebbe avere problemi di nutrizione» (407). E invece, le rispondono il dottor Semadoe e Jafy «i contadini sono poveri». Jafy spiega senza mezzi termini: «Colpa delle grandi imprese di Lomé. Comprano il raccolto alla semina. I contadini, incerti sul clima, preferiscono l’uovo oggi che la gallina domani, […] e poi devono ricomprare a caro prezzo ciò che loro stessi hanno coltivato!» Nelle pagine seguenti, l’autore in chiave narrativa evoca grandi problemi, dal <em>land grabbing</em> straniero alla coltivazione della soia, dalle operazioni truffaldine straniere alla corruzione locale: il quadro è pesante.<br />
Eppure, nonostante la situazione dei <strong>contadini</strong> e dei lavoratori, la bellezza letteralmente trionfa anche nei mercati all’aperto offerti soprattutto ai turisti: merci colorate e soprattutto frutti accatastati come in nuovi quadri rinascimentali – altri frutti, altro mezzo di rappresentazione, linguaggio verbale al posto di una <em>palette</em>.</p>
<p>Il cibo non manca alla Providence, cibo togolese e cibo italiano. La <strong>scarsità di cibo dei poveri</strong> non entra direttamente nel narrato, ma affiora dai pensieri e commenti. Qualche volta è evocata proprio dall’abbondanza di vivande, per esempio quando le suore producono un banchetto per la festa di congedo dell’amato Prof. Mario Peverelli, che deve ritornare in Italia per motivi di salute. Vale la pena citare: «Dopo la messa di ringraziamento […] le suore sfoggiarono le loro abilità culinarie. In cucina sbocciarono: insalatina di mais, avocado e gamberetti in salsa rosa; affettati vari; tortellini alla bolognese; cernia in bellavista; maialino al forno con patatine fritte; riso alla creola con, a scelta, sugo di fagiano o di pecora. […] la famosa torta di Suora Roberta […] l’immancabile panettone […]. Vennero scolate bottiglie e bottiglie di vino, birra e spumante… alla faccia della chiesa dei poveri» (pp. 71-72). Altrettanto sovrabbondante la parata di vivande nei grandi alberghi turistici di Lomé e non meno sovrabbondanti nel ricordo di togolesi che hanno trascorso lunghi periodi in Italia sono le orge di cibo e di vini incontrate in varie occasioni italiane.</p>
<p>Tema pervasivo del romanzo è la <strong>sessualità</strong>, vissuta con grande intensità da tutti i personaggi in una gamma di situazioni diverse tra loro, nel bene e nel male. Non è vista come peccato, ma come un dono da saper usare. Se è accompagnata da sentimento reciproco diventa parte integrante dell’amore, o meglio, è un modo fondamentale di esprimere amore in una coppia – non il solo, ma irrinunciabile.<br />
La sessualità acquista la sua gloria più autentica quando è vissuta da coppie innamorate, che in questo libro sono sempre coppie miste, le vicende delle quali sono tanto pervasive da far pensare che tutto il romanzo sia dedicato a loro. La coppia esemplare, come si è accennato, è quella di Luciana e Jafy. Altre coppie significative sono il Dottor Kuevi e sua moglie Anna, e, inaspettatamente, il Dottor Gabrielli e l’infermiera togolese Angèle. Komla- Ebri esamina le difficoltà culturali delle coppie miste soprattutto nei capitoli dedicati al Dottor Kuevi e a sua moglie Anna, in particolare quando lei esprime la sua insofferenza per l’ingerenza nella loro vita privata della numerosa famiglia del marito, estesa a molteplici zii e cugini, e per le continue richieste di «sostegno economico». Il marito cerca di spiegarle la «solidarietà africana», ma Anna chiama quel comportamento «parassitismo» e alla fine il marito apre un conto bancario segreto per fare invii ai parenti (pp. 415-423).</p>
<p>Non tutti i parenti sono uguali, però. Komla-Ebri crea la famiglia di Jafy e la zia di Angèle in modo molto accattivante. Il Dottor Gabrielli, invitato a cena trova la casa della zia di Angèle ordinata, pulita, aggraziata.<br />
La stessa sensazione di armonia e ordine domina quando Luciana cena a casa di Jafy con la madre di lui e i familiari più stretti: «La madre di Jafy, una donna prosperosa dal sorriso gentile, si affrettò loro incontro […]. Le stanze erano illuminate da una luce calda e accogliente, e l’odore di cibo appena cucinato impregnava l’ambiente […].» (p. 496). Non può sfuggire quanto somiglianti siano le rappresentazioni delle due case, e quanto dicano sulle famiglie che le abitano, entrambe governate da una esperta <em>mater familias</em>. Si può parlare di borghesia, e si potrebbe perseguire un lungo discorso sulla <strong>fenomenologia delle aspirazioni borghesi in Togo</strong>, in Italia e nella maggior parte del nostro globo.<br />
<em>Là dove il vento cambia </em>arriva alla sua temporanea conclusione con Luciana e Jafi all’inizio della loro vita in comune. Potrebbero essere loro, dopo cinquant’anni, il nonno e la nonna uniti e felici del racconto <em>Sognando una favola</em>, parte della raccolta di racconti <em>Vita e sogni,</em> che, come sopra già indicato, Komla-Ebri ha pubblicato nel 2007 – loro e altri come loro.</p>
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		<title>Le diverse forme dell’abitare una casa nel mondo: recensione a They asked me to design a house, I asked them to design a home</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 08:53:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Teresa Colliva Ilaria Palmieri e Georgina Pantazopoulou – curatrici del libro They asked me to design a house, I asked them to design a home pubblicato da Set Margins’ – si sono incontrate nei Paesi Bassi. Frequentavano il Master di Interior Architecture alla Royal Academy of Art a L’Aia, ed erano entrambe in cerca [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di<em> Teresa Colliva</em></p>
<p>Ilaria Palmieri e Georgina Pantazopoulou – curatrici del libro <a href="https://www.setmargins.press/books/they-asked-me-to-design-a-house-i-asked-them-to-design-a-home/"><em>They asked me to design a house, I asked them to design a home</em></a> pubblicato da Set Margins’ – si sono incontrate nei Paesi Bassi. Frequentavano il Master di Interior Architecture alla Royal Academy of Art a L’Aia, ed erano entrambe in cerca di un senso di <em>familiarità</em>, un qualcosa a cui aggrapparsi, lontane dai loro Paesi d’origine, l’Italia e la Grecia. Unite da questo desiderio, hanno fondato CommonGround, uno spazio in cui indagare le dimensioni della vita domestica, dei legami, dello spaesamento nato dallo sradicamento, ma anche della <strong>ricerca di uno spazio sicuro lontano dalla casa in cui si è nate</strong>. Le basi teoriche delle loro pratiche collettive si trovano nei lavori di studiose che si muovono nell’intersezione di diverse discipline: teoria femminista, queer studies, migration studies, critical race theory, architettura, urbanistica. Le parole di Sara Ahmed, citata più volte nell’introduzione al libro, ben colgono le radici vive della ricerca di Ilaria e Georgina; «the question of home and being at home can only be addressed by considering the question of affect: being at home is here a matter of how one feels or how one might fail to feel».</p>
<p>L’idea, e l’esperienza personale, da cui le curatrici del volume partono, è che non si può parlare di casa e di spazio domestico senza considerare come esso sia modellato dal movimento e dalla trasformazione. Allo stesso modo, i sentimenti e le emozioni legate alla casa, propria e/o desiderata, sono soggetti a continui mutamenti, che lasciano ampio spazio anche alla contraddizione. Riferendosi ancora ad Ahmed, quella con la casa è una relazione in cui l’individuo dà forma allo spazio, così come lo spazio, a sua volta, plasma l&#8217;individuo. Parallelamente, Palmieri e Pantazopoulou riflettono sulle <strong>radici dell’architettura contemporanea</strong>, che spesso si rifanno a concetti come la scala di proporzioni <em>Modulor</em> teorizzata da Le Corbusier: essa si basava su un tipo di utente standard, e cioè uomo, bianco, occidentale e cisgender.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9999" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/07/images.jpg" alt="images" width="400" height="555" />Volendo decostruire ciò che le varie società hanno dato per scontato o condiviso riguardo l’idea di casa, i contributi raccolti nella pubblicazione propongono punti di vista che si approcciano in modi diversi agli spazi domestici. Data l’intimità di quello che si vuole osservare, con il significativo <strong>carico di memorie, ricordi, desideri, sogni, impossibilità</strong> che si sprigiona inevitabilmente quando si tocca il tema della casa, il libro è innervato da storie, esperienze personali, pratiche collettive, luoghi tra loro distanti che si avvicinano attraverso i movimenti delle persone. Infatti, ciò che accomuna molti dei contributi del volume è che gli autori e le autrici hanno sperimentato la transizione tra quella che una volta veniva chiamata casa a ciò che ora considerano una <em>re-created home</em>. L’obiettivo comune è condividere vari modi di comprendere e creare lo spazio domestico. Dato lo scopo, una dimensione necessaria da considerare è la relazione, tutt’altro che neutrale, tra <strong>architettura e domesticità</strong>, una dimensione la cui emersione è strettamente legata alla nascita del capitalismo industriale e dell’imperialismo. I cambiamenti storici derivati da queste trasformazioni hanno definito e saldato i ruoli e gli spazi dei generi: le donne nel privato domestico della casa e della cura, gli uomini nello spazio pubblico della politica e del lavoro.</p>
<p><strong>L’approccio femminista e intersezionale del volume</strong> mira a unire prospettive diverse per indagare l’ambito dell’architettura e del design attraverso tre dimensioni interconnesse: personale, comunitaria e istituzionale. I contributi della prima sezione del libro propongono di rimettere al centro dell’architettura e del design la loro dimensione relazionale, dando la priorità alla cura, alle diversità e ai bisogni degli abitanti come aspetti centrali della pratica dell’architettura domestica. La seconda sezione si concentra su come dare forma pratica a queste idee, soprattutto attraverso la forma del <em>workshop</em> che, per le due curatrici, è diventata una delle fondamenta del loro approccio, ispirandosi anche ai laboratori femministi di Phyllis Birkby dei primi anni Settanta.</p>
<p>Tra i contributi, di particolare interesse per lo sguardo di <em>Africa e Mediterraneo</em> è l’articolo <em>A Spatial Dialogue in the Emerging City of Addis Ababa: Bridging the Gaps between Informality and Formality</em>, di Feven Gebeyehu Zeru, progettista e ricercatrice di architettura di base a Berlino, e curatrice del focus <em>African Modernity and Spatial Agency</em> alla <strong>Pan-African Biennale 2026 di Nairobi</strong>. In esso l’autrice si sofferma sulla dicotomia “moderno” e “tradizionale” che, in architettura e nel mondo del design come in altri ambiti, è densa dello sguardo e delle categorie occidentali. Gebeyehu Zeru si chiede che cosa succede quando entrambe le dimensioni si materializzano nello stesso posto e in che modo gli architetti si posizionano tra questi concetti polarizzati.</p>
<p><strong>Addis Abeba è uno di quei luoghi in cui formalità e informalità si intrecciano</strong>; una città piena di contraddizioni, dove grattacieli con uffici vetrati si affacciano su banchi del mercato autocostruiti, fatti da lamiere e teloni di plastica. Questa dicotomia appare in tutta la sua evidenza se si considera la situazione abitativa della capitale dell’Etiopia. La maggioranza della popolazione vive infatti in abitazioni chiamate <em>sefer</em> che, seguendo il vocabolario e i criteri occidentali, sarebbero l’equivalente degli slum. Ma questi insediamenti tradizionali hanno una lunga storia e rappresentano una parte fondamentale nella morfologia urbana. In essi i nuclei famigliari vivono in stretta prossimità, dal punto di vista sociale ed economico. Lo spazio abitativo favorisce le interazioni sia all’interno che verso l’esterno, essendo caratterizzato da una forte permeabilità: gli spazi della casa possono quindi funzionare sia per la quotidianità che per il lavoro.</p>
<p>Negli ultimi anni la capitale ha conosciuto una sostanziale crescita della popolazione, soprattutto dovuta alle migrazioni interne dalle aree rurali alla città. Il governo gestisce la situazione attraverso il Grand Housing Program (GHP), un progetto iniziato nel 2004 che prevede la costruzione di unità abitative popolari inserite nei cosiddetti <em>condominiums</em>. Esaminando i progetti, Gebeyehu Zeru mette in luce un cambiamento profondo degli schemi abitativi tradizionali: il design e l’architettura del <em>condominum</em>, infatti, permetteranno una domesticità molto diversa da quella dei <em>sefer</em>, rendendo per questo molto difficile l’integrazione tra la vita interna alla casa e quella esterna quotidiana. Se da un lato gli insediamenti tradizionali non sono più sostenibili in una città in rapido cambiamento come Addis Abeba, dall’altro le nuove unità abitative rendono evidente quanto la dicotomia formale/informale ma anche moderno/tradizionale possa essere perniciosa per l’ambiente che si vuole innovare.</p>
<p>Per governare questo importante cambiamento, l’autrice suggerisce che occorrerebbe innanzitutto togliere lo stigma dai <em>sefer</em>, riconoscendo come questi insediamenti informali siano inestricabilmente uniti alla vita delle persone, e adottare nei loro confronti un atteggiamento più pragmatico e meno giudicante. Dalla sua posizione di <strong>architetta tedesca ed etiope, Gebeyehu Zeru</strong> si sente all’intersezione tra il riconoscimento della vitalità ed importanza di questi insediamenti per il tessuto urbano, e la necessità di nuove case dovuta all’incremento della popolazione che non può essere ospitata nei <em>sefer </em>esistenti. Tra l’agosto e il dicembre 2022 ha portato avanti una ricerca etnografica per comprendere i bisogni abitativi specifici delle persone coinvolte nella trasformazione abitativa in corso. Attraverso fotografie, collages, render, ha ricostruito le abitazioni in cui entrò, accompagnandole con i racconti delle persone che ci vivevano. Questo metodo le ha consentito di fare una giustapposizione tra due abitazioni antitetiche: una piccola casa a Kirko, uno degli insediamenti più poveri di Addis Ababa, e un appartamento in un <em>condominium</em> a Yeka Ababa, una delle più recenti costruzioni in periferia. La ricerca ha rivelato una inaspettata somiglianza nel rapporto tra i residenti e i loro spazi abitativi interni ed esterni, pur essendo completamente diversi. Gli appartamenti del <em>condominium</em> venivano modificati per renderli più aderenti ai propri desideri abitativi, per esempio attraverso l’ampliamento del salotto, la riduzione dello spazio delle camere da letto e la trasformazione del balcone in un’altra stanza. Alcune attività tipiche del <em>sefer</em> venivano però abbandonate, come la produzione di prodotti casalinghi. La ricerca ha quindi messo in luce l’estrema vicinanza tra gli alloggi formali e informali nelle modalità in cui le persone si appropriavano del proprio spazio abitativo.</p>
<p>Gebeyehu Zeru suggerisce a chi si occupa di design e architettura di <strong>abbandonare categorie rigide come moderno/tradizionale e formale/informale</strong>. Le sfumature sono la chiave per riuscire a comprendere e apprezzare gli insediamenti informali e i modi di vita ad essi legati. Essi incarnano punti di forza intrinseci e dinamiche comunitarie uniche che si sono evolute in modo organico nel corso del tempo, intrecciandosi profondamente con la cultura locale. Riconoscendo e integrando questi punti di forza nella progettazione abitativa contemporanea si può colmare il divario tra i concetti moderni e le pratiche tradizionali.</p>
<p>Anche i contributi delle due curatrici sono di particolare interesse: in <em>How to Teach Someone to Design a Home (?)</em>, Pantazopoulou racconta della sua <strong>continua riflessione sul significato di “casa” (<em>house</em> vs. <em>home</em>)</strong>, immaginata non solo come riparo fisico ma anche come spazio che protegge e racconta le storie e le identità di chi la abita. <em>In The Living Memory of Displacement</em>, Palmieri ripercorre l’esperienza fatta del 2017 in un <strong>centro di accoglienza per richiedenti asilo in Sicilia</strong>. In questi contesti le persone sono considerate come meri destinatari di aiuto, non come agenti attivi degli spazi che saranno costretti ad abitare. Le conseguenze di questo atteggiamento si manifestano nei luoghi: <strong>spersonalizzazione, standardizzazione, precarietà</strong> e nessun interesse nell’incontrare i bisogni delle persone migranti. Nelle conclusioni, l’autrice fa riferimento al lavoro di Alessandro Petti e Sandi Hilal (DAAR – Decolonizing Architecture Art Research): riconoscendo i campi profughi come luoghi aventi una storia, si potranno vedere come spazi in cui nascono attività e iniziative significative, basati non solo sulla sopravvivenza, ma sui continui sforzi indirizzati a ricostruire vite e rivendicare legittimità.</p>
<p><a href="https://www.decolonizing.ps/site/about/"> </a></p>
<p>Il volume <em>They asked me to design a house, I asked them to design a home</em> evidenzia la <strong>centralità dello scambio e della dimensione comunitaria nelle pratiche artistiche e politiche</strong>. Il lavoro permette di scoprire diverse realtà e gruppi di studio sparsi nel mondo, animati da persone che interpretano la complessità del reale attraverso la propria esperienza di soggetti in movimento. Un ultimo elemento di pregio è l&#8217;eccellente veste grafica dell&#8217;edizione, impreziosita dalle illustrazioni di Georgina Pantazopoulou.</p>
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		<title>La Méditerranée traversée – Récits et figures sensibles de la mobilité. Recensione</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2026 09:53:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Constance De Gourcy]]></category>
		<category><![CDATA[La Méditerranée traversée]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Saïd Belguidoum]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Simone Belletti Saïd Belguidoum e Constance De Gourcy hanno coordinato La Méditerranée traverséee: Récits et figures sensibles de la mobilité – raccolta di contributi in parte presentati nell’omonimo convegno tenutosi all’Università di Aix-Marseille in giugno 2023 &#8211; pubblicata a maggio 2025 nella collezione “Sociétés contemporaines” delle Presses universitaires de Provence. Lo studio nasce da [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Simone Belletti</em></p>
<p>Saïd Belguidoum e Constance De Gourcy hanno coordinato <a href="https://presses-universitaires.univ-amu.fr/fr/actualites/mediterranee-traversee"><em>La Méditerranée traverséee: Récits et figures sensibles de la mobilité</em></a> – raccolta di contributi in parte presentati nell’omonimo convegno tenutosi all’Università di Aix-Marseille in giugno 2023 &#8211; pubblicata a maggio 2025 nella collezione “<em>Sociétés contemporaines</em>” delle Presses universitaires de Provence.</p>
<p>Lo studio nasce da un partenariato inedito fra ricercatori universitari specializzati negli studi sulla migrazione e artisti impegnati in progetti visuali e sonori legati al continente africano. I saggi nel volume raccolgono e analizzano testimonianze di persone che hanno vissuto il Mar Mediterraneo come luogo di incontro fra culture diversamente assimilabili, ma anche come crocevia di storie complesse e passati difficili. Le ricerche presentano studi legati alla <strong>migrazione</strong>, al <strong>dialogo interculturale</strong> e agli effetti indesiderati della <strong>globalizzazione</strong>.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9991" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/cover-la-mediterranée.jpg" alt="cover la mediterranée" width="400" height="600" />Il cuore della narrazione ruota attorno al concetto di “<strong>traversata</strong>” come spazio relazionale e da trattare in modo specifico nel campo degli studi sulla migrazione: nelle varie ricerche, essa viene presentata come conseguenza diretta di condizioni di precarietà e assenza di prospettive future nel paese d’origine, che spesso rendono inevitabile la migrazione oltre le coste africane. Per molte persone, infatti, la traversata non è solo un passaggio, ma anche e soprattutto una prova (p.13), che ha reso il Mediterraneo “<em>una (non)frontiera, selettiva e mortifera</em>”, in particolare per le donne più vulnerabili.</p>
<p>Per comprendere la traversata, l’insieme dei contributi si sviluppa attorno ad alcuni pilastri complementari che costituiscono l’essenza delle storie raccontate. La prima parte si concentra sulla traversata come oggetto di studio, partendo dalla constatazione che “frontiere invisibili ma con effetti tangibili” hanno pesato e pesano sulle vite delle persone, analizzando quindi diversi vissuti, diverse figure di “traversanti” e diversi mondi narrativi, compresi gli archivi famigliari. In queste analisi, ci si interessa in particolare agli “immaginari della traversata”, cioè i miti, le convinzioni, i sogni e i desideri che alimentano i progetti dei migranti, anche in momenti storici diversi, come nel saggio di S. Belguidoum che mette a confronto le testimonianze di persone partite dallo stesso paese, Bougaa in Algeria, i paesani emigrati in Francia negli anni 50-60 e i giovani <em>harraga</em> che hanno affrontato l’<em>aventure</em> nell’ultimo decennio.</p>
<p>La seconda parte è il risultato di ricerche sociali approfondite legate alla condizione fisica dei <strong><em>corpi umani</em></strong>, alla percezione dei loro trascorsi e alle emozioni a lungo ignorate perché considerate “residue”. Servendosi di un approccio documentaristico applicato anche allo studio di prodotti artistici legati a diverse realtà sociali di provenienza, la trattazione descrive come modelli di vita e oggetti culturali vengano trasportati “da una riva all’altra” del mare (p. 17) come testimonianza di un passato iscritto nell’anima del migrante. Si insiste sul potenziale dell’arte come pratica capace di modificare l’immaginario dominante sulle traversate nel Mediterraneo, spesso distorte dal panorama mediatico e presentate in maniera controversa.</p>
<p>La ricerca si concentra sulle narrazioni più discrete, a volte sepolte nelle memorie individuali o familiari, spesso poco trattate perché lontane da eventi clamorosi: in altri termini, il lavoro dei ricercatori rivolge l’attenzione su “ciò che non fa caso – nel senso politico e mediatico del termine – ma che merita comunque attenzione” (p. 14). Cercando di analizzare la traversata come uno spazio-tempo di pratiche e di punti di vista situati, la ricerca privilegia il movimento rispetto alla stabilità, si concentra sul mare piuttosto che sulle città portuali che lo circondano, ed affronta l’errare su strade terrestri e marittime rispetto alla fissità delle residenze.</p>
<p>Le persone che affrontano la traversata vi trovano spesso una situazione di dialogo comune, e si raccontano storie che spesso presentano gradi di somiglianza, a lungo rimasti nascosti: la materia delle traversate viene filtrata attraverso racconti biografici che offrono un’alternativa qualificabile come “infra-ordinaria” (p. 15) rispetto alle notizie di rilievo mediatico.</p>
<p>Le ricerche mostrano come pregiudizi legati al “timore del diverso” abbiano ridotto le possibilità di confronto interculturale legato alla mobilità: in altre parole, si osserva come il migrante spesso fatichi a cogliere le opportunità di condivisione umana, specialmente a causa delle dure condizioni dell’esilio, ma anche a causa di fragilità emotive dovute alla migrazione forzata.</p>
<p>La terza parte del libro affronta la traversata proponendo le <strong>testimonianze</strong> da parte di uomini, donne e bambini, nelle quali il passaggio da una riva all’altra non è solo uno spostamento, ma un’esperienza che imprime un cambiamento a un’intera esistenza. Abbiamo così la possibilità di leggere, tra gli altri, il racconto di Raymon Follin (raccolto da Léna Haziza), che dopo l’Indipendenza nel 1962 lasciò l’Algeria con la sua famiglia “piangendo” e “con grande tristezza” per andare a Marsiglia, o la testimonianza di Moussa (raccolta da Andrea Galinal Arras), del suo drammatico viaggio dal Senegal al Marocco alle Isole Canarie, “l’<em>aventure</em>” in cui “quello che ha potuto imparare è più di quello che ha studiato nei libri”. Le tappe (spesso forzate) della migrazione diventano un crocevia fra fuggitivi e sognatori, piattaforme di scambio che permettono di ripensare la propria vita, offrendo reciproca comprensione delle prerogative altrui. In tal senso, il mar Mediterraneo viene presentato come il luogo in cui le maschere cadono e i cuori si aprono, svelando la vera identità di ciascun traversante.</p>
<p>Vengono dunque a crearsi i presupposti per la creazione di una “<strong>terza identità</strong>”, come rilevato da M.E. Busacchi e C. De Gourcy, favorita dall’incrocio fra esperienze diverse: un connubio di tratti culturali all’apparenza contrastanti, ma che trovano la maniera di fondersi nella riconoscimento di una forma di “familiarità” propria dello spazio mediterraneo (p. 22). In ragione di ciò, i contributi raccolti convergono nel concetto di “comunità mediterranea cosmopolita”: l’ideazione di un nuovo fronte identitario permette di costruire la propria cultura a partire dai momenti condivisi durante la migrazione; inoltre, la comunità venutasi a creare stimola indirettamente un confronto perpetuo.</p>
<p>Il Mediterraneo diventa “globale” nel momento in cui attira l’attenzione del panorama mediatico su ciò che accade nelle sue acque: tuttavia, è oggetto di critica la tendenza degli attori internazionali a occuparsi delle vicende mediterranee solamente quando vi insorge un evento di ampia rilevanza. In un mondo che dovrebbe ambire a cooperare per ridurre al minimo le tensioni, gli effetti della globalizzazione appaiono spesso ciechi di fronte allo studio sociologico delle relazioni venutesi a creare a causa della mobilità transnazionale: secondo alcune ricerche, si osserva una generale tendenza degli attori internazionali a catalogare indirettamente i gruppi umani a seconda del loro impatto nel commercio globale; tale condizione risulta in un’inevitabile (ma tragica) ignoranza rispetto alle tragedie che accadono in mare ogni giorno.</p>
<p>Al contrario, la pluralità di voci coinvolte favorisce un ricircolo di idee che, forse troppo a lungo, era rimasto fossilizzato all’interno dei limiti nazionali del continente africano, e che ora scalpita per diffondersi su scala globale. Per raggiungere questo obiettivo, i contributi proposti affrontano il concetto di “<strong>Mediterraneo come ponte</strong>”: questa prospettiva di collegamento coglie lo spontaneo diffondersi del fenomeno migratorio come opportunità per espandere oltreconfine le idee di voci a lungo zittite da condizioni di vita precarie.</p>
<p>In questi termini, la traversata mediterranea appare come la più diretta espressione di “<em>Mare Nostrum</em>”, un antico concetto che rimanda allo “spazio comune” a proiezione globale: malgrado i dammi legati alla traversata, la ricerca ambisce a presentare “l’altra faccia della medaglia”, ovvero l’opportunità offerta dalla condizione di mobilità di arricchire il proprio bagaglio culturale e accrescere la propria consapevolezza “dell’altro”.</p>
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		<title>African Art in Venice Forum: ricordare la visione di Koyo Kouoh oltre le contestazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 10:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[African Art in Venice Forum]]></category>
		<category><![CDATA[Biennale di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Koyo Kouoh]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sandra Federici Cosa sarebbe successo se durante il colonialismo le statuette e le maschere africane si fossero improvvisamente animate e si fossero ribellate, anche lottando con violenza, a chi le stava strappando dai loro contesti originari per portarle nelle collezioni e nei musei europei? Questo ha immaginato l’artista camerunese Zora Snake nella videoanimazione proiettata [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Sandra Federici</em></p>
<p>Cosa sarebbe successo se durante il colonialismo le statuette e le maschere africane si fossero improvvisamente animate e si fossero ribellate, anche lottando con violenza, a chi le stava strappando dai loro contesti originari per portarle nelle collezioni e nei musei europei? Questo ha immaginato l’artista camerunese <strong><a href="https://zorasnake.com/" target="_blank">Zora Snake</a></strong> nella videoanimazione proiettata nell’ultima parte della sua performance <em>L’Opéra du villageois</em> all’<strong><a href="https://www.aavforum.com/" target="_blank">African Art in Venice Forum</a></strong> lo scorso 6 maggio.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9963" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/twitter-banner-1-1024x341.jpg" alt="twitter-banner-1" width="600" height="200" /></p>
<p>Nonostante il vortice mediatico legato alle contestazioni contro i padiglioni Russia e Israele che si svolgevano davanti all’Arsenale, i lavori del Forum sono rimasti concentrati sul tema <strong><a href="https://www.aavforum.com/?fbclid=IwY2xjawRv18JleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFVanI3TDFMcXNtVk10T05Oc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHvzj2Xtb4T48Ql7lemYsEIOWB_olNmpz4DN8z8fIalD1SSzXDIIWxU6fESFb_aem_sTj14tvnUn91Jvs-EjitJw" target="_blank">Oltre la visibilità: un metodo di indagine</a></strong>, e soprattutto sull’impostazione tematica data dalla curatrice <strong><a href="https://www.labiennale.org/it/arte/2026/direttrice" target="_blank">Koyo Kouoh</a></strong> – scomparsa prematuramente un anno fa – alla Biennale 2026, intitolata “In Minor Keys”. Con questo concetto musicale Kouoh aveva voluto indicare una chiave interpretativa della contemporaneità che cercava non spettacolo, clamore o monumentalità, ma toni bassi, sfumature, ascolto e intensità emotiva, dando spazio a realtà marginali, outsider o poco rappresentate, valorizzando pratiche artistiche legate a diaspora, postcolonialismo e auto‑rappresentazione. Questa visione è stata la linea guida del Forum, dove è stata ricordata più volte, e analizzata nel dettaglio da <a href="https://beyagillegacha.com/"><strong>Beya Gille Gacha</strong></a>, artista e curatrice del padiglione Camerun. Inoltre, guardare alle realtà “minori” vuol dire anche puntare a ridefinire gli equilibri del sistema dell’arte, come si è visto con il coinvolgimento di una istituzione importante come il National Museum of African Art Smithsonian.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9971" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/1-768x1024.jpg" alt="1" width="400" height="533" /></p>
<p>Il Forum non vuole sostituirsi ai padiglioni – quest’anno peraltro numerose sono le partecipazioni africane – ma essere uno spazio laterale ma necessario che funzioni come “infrastruttura relazionale [che] mette in dialogo voci che altrimenti rimarrebbero frammentate”.</p>
<p>Se le relazioni tra attori (artisti/e, gallerie, musei, studiosi/e, media) interessati all’arte contemporanea africana sono l’aspetto più importante di questo appuntamento, di grande valore sono stati i panel e le performance, dove hanno trovato spazio collaborazioni culturali e pratiche spesso difficili da inserire in categorie rigide.</p>
<p>È stato lanciato e discusso l’importante progetto <em>Here: Pride and Belonging in African Art</em> dello Smithsonian, la più vasta iniziativa museale di questo tipo fino ad oggi, volta a ricercare, esporre, collezionare e integrare artisti africani che realizzano opere legate alle loro esperienze di individui queer. Il progetto è strutturato in capitoli tematici che definiscono in vario modo l’identità e gli aspetti esistenziali dell’essere queer, come attivismo, visibilità, famiglia, gioia, intimità, spiritualità&#8230; Un&#8217;opportunità per ascoltare artist* come <a href="https://www.instagram.com/solaolulode/" target="_blank"><strong>Ṣọlá Olúlòde</strong></a> (UK/Nigeria), <a href="https://www.instagram.com/buhlebezwesiwani/" target="_blank"><strong>Buhlebezwe Siwani</strong> </a>(South Africa), <a href="https://www.instagram.com/pamina_sebastiao/" target="_blank"><strong>Pamina Sebastião</strong></a> (Angola). Molto forte la testimonianza di <a href="https://www.instagram.com/khookha.queer/" target="_blank"><strong>Khookha McQueer</strong> </a>(Tunisia) artista e attivista queer, trans e non binario, che ha raccontato come dopo aver cominciato a postare autoritratti sui social e avendo ricevuto un notevole riscontro, ha continuato la sua ricerca artistica diventando una voce di spicco sui social media. Khookha con i suoi autoritratti ispirati all’estetica delle dive arabe degli anni ’80 e ’90 si batte per la visibilità delle identità trans, queer e femministe, in un contesto conservatore, in cui i suoi coming out pubblici rappresentano atti di coraggio che gettano luce sulla violenza sistemica subita dalle persone genderqueer, ma si sforzano anche di immaginare una Tunisia più inclusiva, equa e vivibile.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9975" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/3-1024x768.jpg" alt="3" width="600" height="450" /></p>
<p>Interessante anche l’esposizione di <a href="https://www.instagram.com/damien.a.a/" target="_blank"><strong>Damien Ajavon </strong></a>che nella sua pratica tessile esplora la propria multipla eredità culturale plasmata dalle culture africane e occidentali (definisce la sua origine francese, togolese e senegalese, e vive in Norvegia) e dalla comunità queer: un modo per realizzare opere che fondono generazioni di artigianato africano con prospettive diasporiche e transoceaniche.</p>
<p>Nel panel <strong><a href="https://www.eventbrite.it/e/north-africa-at-the-center-rethinking-cultural-geographies-tickets-1987792619234" target="_blank"><em>North Africa at the Center: Rethinking Cultural Geographies</em></a>, moderato dal fondatore del Forum Neri Torcello</strong><strong>, hanno dialogato rappresentanti di gallerie, collezioni, riviste che incentrano la loro attività nel</strong> Nord Africa, opponendosi alla sua collocazione periferica, come La La Lande Gallery a Parigi, che ha cominciato con l’arte tunisina per poi allargarsi ad altri autor*e <em>DIPTYK magazine</em>, che parla dell’arte rappresentandola dal punto di vista specifico di Casablanca.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9979" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/4-768x1024.jpg" alt="4" width="400" height="533" /></p>
<p>Nel Foyer noi di <em>Africa e Mediterraneo</em> con il collettivo curatoriale BHMF (Justin Randolph Thompson e Janine Gaëlle Djeudi) abbiamo realizzato un’attività di incontro e scambio con i materiali d’archivio che sono confluiti nel progetto “Eredità culturali panafricane: Attivare i beni comuni” a The Recovery Plan (Firenze), e nell&#8217;ultimo numero di <em>Africa e Mediterraneo</em>. Grazie alla concretizzazione di elementi di archivio (poster, manoscritti, copertine) in due cassette degli attrezzi, abbiamo ripercorso gli incontri panafricani, mettendo in evidenza le reti informali e i sistemi di conoscenza alternativi, e invitando i partecipanti a interagire attraverso la lettura, l&#8217;interpretazione e lo scambio collettivo.</p>
<p>Molto interessante il panel sulle masquerade <em>Traditions Today: Performing and Processing Toward a Holistic History</em>, durante il quale ricercatrici e ricercatori di <strong>African Art Dialogues</strong> e del <a href="https://africa.si.edu/" target="_blank"><strong>National Museum of African Art Smithsonian</strong></a>, si sono interrogati sul concetto di “processione”: cosa significa creare e innovare le cosiddette pratiche artistiche “tradizionali”, come le maschere urbane dell&#8217;Africa occidentale, in un contesto contemporaneo? In che modo gli artisti performativi ci permettono di entrare in empatia e incarnare esperienze di riparazione epistemica? Questioni affrontate da relatrici e relatori con la necessaria consapevolezza delle implicazioni etiche che esse comportano.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9981" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/5-768x1024.jpg" alt="5" width="400" height="533" /></p>
<p>Il secondo giorno si sono tenute due potenti performance. Nella prima, <em>The Dash</em>, abbiamo visto due corridore gareggiare in una corsa al rallentatore per esattamente un’ora. La performance si è svolta nel foyer, dove le artiste <a href="https://www.instagram.com/wuraogunji/" target="_blank"><strong>Wura-Natasha Ogunji </strong></a>e <a href="https://www.instagram.com/ruby_onyinyechi_draws/" target="_blank"><strong>ruby onyinyechi amanze</strong></a>, in abiti fucsia, hanno corso fianco a fianco lentissimamente, superandosi l’un l’altra di pochi centimetri in maniera ricorrente, e arrivando insieme, mentre noi pubblico siamo stati chiamati ad avere un ruolo, segnando con applausi e grida di incitamento l’ora di partenza, il punto intermedio e il passaggio sul traguardo.</p>
<p>Nella seconda performance, <em>L’Opéra du villageois</em>, il performer <a href="https://www.instagram.com/zorasnake/" target="_blank"><strong>Zora Snake</strong></a> con l’accompagnamento sonoro di <a href="https://www.instagram.com/missmaddly/" target="_blank"><strong>Maddly Mendy Sylva</strong></a> ha messo in scena un dialogo tra un corpo vivente e alcuni oggetti tradizionali africani, dando una sua visione sui dibattiti in corso su restituzione, memoria, restauro e ritorno. Concentrandosi in particolare su maschere e statuette che ora sono oggetti esposti nelle teche dei musei, Snake ha rappresentato una riattivazione delle loro dimensioni spirituali, proponendo il loro simbolico ritorno alle comunità di origine. Interessante il video con le animazioni di immagini coloniali e oggetti d’arte trasformati in super eroi che si muovono, lottano o se ne vanno per una loro strada di libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli stessi giorni di inizio di una Biennale contestata, il Forum con la sua coerenza tematica e la ricchezza delle riflessioni proposte si è tenuto fuori dalla distrazione di cause pur importanti ma a volte oggetto di attivismo superficiale e un po’ rituale, per concentrarsi in un lavoro concreto e approfondito sul tema scelto, l’arte africana “oltre la visibilità”, ribadendo la necessità di un metodo di indagine che valorizza la collaborazione, il <strong>dialogo continuo</strong> e l&#8217;ascolto reciproco come strumenti essenziali per affrontare un campo in continua evoluzione.</p>
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		<title>Oltre la visibilità: l&#8217;African Art in Venice Forum 2026</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 11:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista]]></category>
		<category><![CDATA[African Art in Venice Forum 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Congressi storici panafricani]]></category>
		<category><![CDATA[Smithsonian National Museum of African Art]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 5 e il 6 maggio si terrà l’edizione 2026 dell’African Art in Venice Forum, in corrispondenza dell’inaugurazione della 61° Biennale di Venezia. La collaborazione tra African Art Dialogues, Strauss &#38; Co e lo Smithsonian National Museum of African Art ha portato all’organizzazione di due giornate che riuniranno artisti, curatori, studiosi, collezionisti e rappresentanti istituzionali. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 5 e il 6 maggio si terrà l’edizione 2026 dell’<a href="https://www.aavforum.com/forum-2026/"><strong>African Art in Venice Forum</strong></a>, in corrispondenza dell’inaugurazione della 61° Biennale di Venezia. La collaborazione tra African Art Dialogues, Strauss &amp; Co e lo <a href="https://africa.si.edu/">Smithsonian National Museum of African Art </a>ha portato all’organizzazione di due giornate che riuniranno artisti, curatori, studiosi, collezionisti e rappresentanti istituzionali.<br />
<strong>Beyond Visibility: A Method of Inquiry</strong> è la riflessione attorno alla quale ruoteranno i vari interventi del forum, creando uno spazio di incontro per artisti, curatori e appassionati d’arte provenienti dall’Africa e dalle sue diaspore, considerando la mancanza di rappresentanza dei padiglioni dei Paesi africani alla Biennale.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9963" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/twitter-banner-1-1024x341.jpg" alt="twitter-banner-1" width="600" height="200" /></p>
<p>Nel programma della prima giornata, si alterneranno istituzioni e artisti che inviteranno al confronto sulle condizioni di visibilità e sulle modalità di costruzione delle narrazioni e dei significati dell’arte africana, dei suoi artisti ed artiste.<br />
Un panel sarà dedicato al punto di vista queer sulla storia dell’arte africana, al quale seguirà la presentazione del progetto “Here Project Book”, la più ampia indagine sugli artisti queer del Continente. Dopo un incontro incentrato sul Nord Africa pensato come centro e non più al margine delle geografie culturali, <strong>Africa e Mediterraneo</strong> e <strong>BHMF</strong> presenteranno l’ultimo numero della rivista dal titolo <a href="https://www.laimomo.it/prodotto/pan-african-cultural-legacies-a-cura-black-history-month-florence/"><strong><em>Pan-African Cultural Legacies: Histories, Practices, and Futures of Convening</em> </strong></a>durante il panel dedicato agli archivi panafricani. La partecipazione a un forum di questa caratura è un grande orgoglio e traguardo per la rivista e per tutte le persone che ci hanno scritto e lavorato.<br />
Gli incontri del forum proseguiranno nel pomeriggio con un incontro sull’intreccio tra arte “tradizionale” e arte “contemporanea” prendendo come caso studio l’utilizzo delle maschere urbane dell’Africa occidentale. La giornata terminerà con una performance presentata dal <em>Third Space Arts Foundation</em>.<br />
La seconda giornata di mercoledì 6 maggio sarà interamente dedicata alle performance. Tra gli artisti e le artiste che presenteranno le loro opere troviamo: <strong>Wura-Natasha Ogunji, ruby onyinyechi amanze, Zora Snake, Maddly Mendy Sylva, Nakeu Wilfried.</strong></p>
<p>Consulta il programma integrale qui: <a href="https://www.aavforum.com/forum-2026/">https://www.aavforum.com/forum-2026/</a></p>
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		<title>Il Quarto Rapporto SPAD-Bologna: segnalazioni aumentate del 32% rispetto al 2024</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 14:59:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Educazione interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Integrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 21 marzo, Giornata internazionale contro la discriminazione razziale, si è svolta la presentazione del Quarto Rapporto dell’Osservatorio dello Sportello Antidiscriminazioni (SPAD) del Comune di Bologna. Lo SPAD, nato nel 2021 e oggi co-gestito dall’Ufficio Nuove cittadinanze, cooperazione e diritti umani, con il Centro Interculturale Massimo Zonarelli e 35 realtà associative del territorio (Africa e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 21 marzo, Giornata internazionale contro la discriminazione razziale, si è svolta la presentazione del Quarto Rapporto dell’Osservatorio dello Sportello Antidiscriminazioni (SPAD) del Comune di Bologna.</p>
<p>Lo SPAD, nato nel 2021 e oggi co-gestito dall’Ufficio Nuove cittadinanze, cooperazione e diritti umani, con il Centro Interculturale Massimo Zonarelli e 35 realtà associative del territorio (Africa e Mediterraneo si occupa della funzione comunicativa), si è progressivamente affermato come punto di riferimento per le persone che subiscono, assistono o vengono a conoscenza di episodi di discriminazione basati sull’origine, la provenienza, la discendenza, la religione, lo status socio-economico, l’identità e l’espressione di genere, l’orientamento sessuale, operando con un approccio intersezionale e offrendo ascolto, consulenza e supporto concreto.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9946 size-full" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/03/spad-quarto-segnalazioni.jpg" alt="spad bologna" width="600" height="400" /></p>
<p>L’evento si è tenuto presso lo spazio BAUMHAUS in via Barozzi 3/P, Bologna. Dopo i saluti istituzionali di Emily Marion Clancy, Vicesindaca del Comune di Bologna, e Sara Accorsi, Consigliera Delegata Città Metropolitana di Bologna, Kedrit Shalari (Comune di Bologna) e Debora Scarica (COSPE) hanno presentato la specificità dell’intervento dello SPAD e i dati del Rapporto 2025 dell’Osservatorio. La discussione ha proseguito con l&#8217;intervento delle realtà associative della rete SPAD sul valore della mediazione interculturale, con le voci di Philip Micheloni (Associazione Universo) e le testimonianze di Andrea Maria Bobadilla e Muhuba Mohamed Osman. Marie Moïse, docente e ricercatrice, è intervenuta con una riflessione sul tema dei “posizionamenti” e dell’intersezionalità analizzando l&#8217;intreccio tra genere, razza e classe nelle pratiche antidiscriminatorie, seguita da un approfondimento sulle direttrici regionali sull’antidiscriminazione con Sara Rouibi (Regione Emilia-Romagna). Il dialogo è stato moderato da Maximiliano Ulivieri, Diversity Manager del Comune di Bologna.<br />
La giornata ha proseguito con un momento dedicato alle e ai neomaggiorenni protagonisti del progetto “Ambasciatrici e ambasciatori Bolognesi dal primo giorno”, introdotto da Erika Capasso, delegata del Sindaco alle Nuove cittadinanza. È seguita la performance musicale di Reda Zine, Danilo Mineo, Aziz Soldi con le studentesse e gli studenti del Liceo Musicale Lucio Dalla. La giornata si è conclusa con il dj set di ArkTah’.</p>
<p>Il Quarto Rapporto dell’Osservatorio dello Sportello Antidiscriminazioni combina un’analisi quantitativa e qualitativa delle segnalazioni di discriminazioni registrate dallo sportello dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025. Nell’ultimo anno, lo SPAD ha registrato un significativo incremento dell’attività con un totale di 74 segnalazioni, segnando un<strong> aumento del 32% rispetto all&#8217;anno precedente</strong> e confermando la crescente fiducia della cittadinanza nel servizio. Di queste, 67 sono risultate pertinenti e, tra queste, 60 sono state prese in carico specificamente per il fattore di discriminazione di competenza dello sportello. Le discriminazioni a sfondo razziale rappresentano la maggioranza dei casi trattati: il 52% riguarda infatti la provenienza o nazionalità e il 18% l’origine etnica. Seguono per incidenza lo status socio-economico (9%), il genere (6%), la religione (4%), l’orientamento sessuale (3,5%), l’identità ed espressione di genere (2,5%) e l’età (2%), mentre i fattori legati a disabilità, salute e orientamento politico si attestano ciascuno all’1%.</p>
<p>Un dato di particolare rilievo riguarda l’intersezionalità, che coinvolge il 28% dei casi, in aumento del 5% rispetto al 2024. Questo incremento conferma la <strong>complessità strutturale dei fenomeni</strong>, in cui <strong>diversi fattori identitari interagiscono producendo forme specifiche di esclusione</strong>.</p>
<p>In merito ai soggetti responsabili, il 18% delle segnalazioni riguarda azioni riconducibili a persone private, mentre la restante quota si distribuisce tra servizi pubblici (24,5%), forze dell’ordine (20%) ed enti privati (21%). Un ulteriore 16,5% di casi è riconosciuto come discriminazione sistemica, legata a prassi e norme che possono generare barriere nei processi di integrazione.</p>
<p>In merito al profilo dei soggetti coinvolti, il 37% delle persone colpite si identifica nel genere femminile e il 27% in quello maschile, mentre nel 13% dei casi la discriminazione ha coinvolto interi nuclei familiari. Un elemento di rilievo è l&#8217;aumento delle segnalazioni provenienti da testimoni e terzi, dato che sottolinea una <strong>crescita della consapevolezza collettiva</strong> e della <strong>capacità della cittadinanza di riconoscere e denunciare fenomeni discriminatori</strong> anche quando non vissuti in prima persona.</p>
<p>Tra le azioni intraprese per i casi gestiti, la modalità principale (45%) è stata l’intermediazione con soggetti terzi: un’attività di negoziazione e interlocuzione diretta con istituzioni, enti pubblici o privati, volta a ricercare una risoluzione. La natura di queste interazioni è duplice: in alcune situazioni lo SPAD si relaziona direttamente con i responsabili della discriminazione per una risoluzione tempestiva; in altre, attiva soggetti specifici per offrire supporto all&#8217;utente. Lo sportello ha inoltre fornito consulenza legale (19%), assistenza legale (6%), accompagnamento presso altri servizi (16%) e supporto psicologico (2%). Infine, il 13% degli interventi ha riguardato &#8220;azioni mirate&#8221;: interventi che non si limitano alla risoluzione del singolo episodio, ma puntano a <strong>promuovere cambiamenti sistemici e di lungo periodo</strong> per prevenire il ripetersi di condotte discriminatorie verso più persone.</p>
<p>Un’importante novità riguarda <strong>l&#8217;inaugurazione di un nuovo punto di accesso presso il Quartiere Navile</strong>: lo SPAD sarà ospitato all&#8217;interno dello SPOC (Sportello di Comunità) dentro al <strong>Mercato Albani</strong>. Il nuovo servizio sarà attivo ogni due settimane il lunedì (dalle 9 alle 14), a partire dal 23 marzo 2026, rafforzando la presenza dello sportello in una realtà polifunzionale dedicata al lavoro di comunità.</p>
<p>Link Rapporto ITA<br />
<a href="https://drive.google.com/file/d/1ZdvLrEdLaWuDV8bgwgRGY5jNweoCoHP_/view" target="_blank">https://drive.google.com/file/d/1ZdvLrEdLaWuDV8bgwgRGY5jNweoCoHP_/view</a><br />
Link Rapporto ENG<br />
<a href="https://drive.google.com/file/d/1MDpfz01YsTXH-LPvag68IuSoVBE491OP/view" target="_blank">https://drive.google.com/file/d/1MDpfz01YsTXH-LPvag68IuSoVBE491OP/view</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Estrattivismi in Africa: la nuova call for papers di Africa e Mediterraneo</title>
		<link>https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/estrattivismi-in-africa-la-nuova-call-for-papers-di-africa-e-mediterraneo/</link>
		<comments>https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/estrattivismi-in-africa-la-nuova-call-for-papers-di-africa-e-mediterraneo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 12:09:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista]]></category>
		<category><![CDATA[call for paper]]></category>
		<category><![CDATA[dossier 103-104]]></category>
		<category><![CDATA[Estrattivismi]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>

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		<description><![CDATA[È online la call for papers del dossier n. 104-105 di Africa e Mediterraneo dal titolo &#8220;Estrattivismi in Africa: politica, etica ed economia&#8220;. L&#8217;Africa rappresenta oggi l&#8217;epicentro di complesse dinamiche estrattive, dallo sfruttamento delle risorse naturali al capitalismo digitale. Africa e Mediterraneo sollecita contributi interdisciplinari che analizzino criticamente queste trasformazioni, i loro impatti sulle comunità [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È online la call for papers del dossier n. 104-105 di <em>Africa e Mediterraneo</em> dal titolo &#8220;<strong><em>Estrattivismi in Africa: politica, etica ed economia</em></strong>&#8220;.</p>
<p>L&#8217;Africa rappresenta oggi l&#8217;epicentro di complesse dinamiche estrattive, dallo sfruttamento delle risorse naturali al capitalismo digitale. <em>Africa e Mediterraneo </em>sollecita contributi interdisciplinari che analizzino criticamente queste trasformazioni, i loro impatti sulle comunità locali e le possibili forme di resistenza o modelli alternativi.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9946 size-full" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/03/RIME-NEWSLETTER-2.png" alt="RIME NEWSLETTER (2)" width="600" height="400" /></p>
<p>Il testo integrale della call, con l&#8217;elenco dettagliato dei temi suggeriti e le linee guida per autori e autrici, è allegato in PDF.</p>
<p>Scadenze per la partecipazione:</p>
<ul>
<li>Invio delle proposte di abstract (massimo 400 parole e breve biografia): entro il 20 aprile 2026.</li>
<li>Invio dei contributi definitivi: entro il 1° luglio 2026.</li>
</ul>
<p>Le proposte devono essere inviate all&#8217;indirizzo email: abstract@africaemediterraneo.it</p>
<p>CALL FOR PAPERS</p>
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/03/Aem_104_105_Call_for_papersITA.pdf">Aem_104_105_Call_for_papersITA</a></p>
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/03/AeM_104_105_Call_for_papersENG.pdf" target="_blank">AeM_104_105_Call_for_papersENG</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il MOWAA di Benin City riparte: un nuovo anno, una nuova visione</title>
		<link>https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-mowaa-di-benin-city-riparte-un-nuovo-anno-una-nuova-visione/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 11:43:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Musei e patrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[Bénin]]></category>
		<category><![CDATA[MOWAA]]></category>
		<category><![CDATA[museo]]></category>
		<category><![CDATA[Phillip Ihenacho]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo settimane difficili — segnate dalle tensioni e dagli eventi che hanno impedito l’inaugurazione prevista in novembre 2025 — la direzione del Museum of West African Art di Benin City ha pubblicato un messaggio importante, che invita a guardare al 2026 come a un anno di ascolto, dialogo e rinnovata responsabilità. Il cuore del messaggio è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo settimane difficili — segnate dalle tensioni e dagli eventi che hanno impedito l’inaugurazione prevista in novembre 2025 — la direzione del <strong><a href="https://wearemowaa.org/">Museum of West African Art</a></strong> di Benin City ha pubblicato un messaggio importante, che invita a guardare al 2026 come a un anno di ascolto, dialogo e rinnovata responsabilità. Il cuore del messaggio è che il MOWAA Institute continua a operare nelle sue attività di ricerca, conservazione ed educazione, nella consapevolezza che gestire un <strong>museo</strong> non riguarda solo la creazione di un edificio, la cura degli allestimenti, la programmazione, ma riguarda le persone, in particolare le comunità di riferimento e i partner.</p>
<p><img class="size-full wp-image-9938 alignleft" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/03/images.jpg" alt="images" width="183" height="275" />Il messaggio è frutto di una lunga riflessione durante il periodo chiusura che è seguita alla protesta violenta che ha impedito l’inaugurazione ufficiale l’11 novembre 2025, costringendo lo staff del museo a proteggere gli invitati, direttori di musei e giornalisti a livello internazionale, facendoli riparare in un luogo sicuro. I manifestanti erano sostenitori dell&#8217;Oba (re tradizionale) del Benin, il leader spirituale e culturale dello Stato di Edo, che lamentano che il MOWAA così come concepito dal tuo team si sia allontanato dal suo mandato locale originale e chiedono che venga posto sotto l&#8217;autorità dell’Oba. Secondo quanto riportato, gli abitanti del Benin ritengono inoltre che il museo stia tentando di appropriarsi della proprietà dei <strong>famosi bronzi del Benin</strong> restituiti dalle istituzioni occidentali, che il governo federale ha riconosciuto come legittima proprietà dell&#8217;Oba.</p>
<p><span class="jCAhz ChMk0b"><span class="ryNqvb">Il direttore del museo, </span></span>Phillip Ihenacho, <span class="jCAhz ChMk0b"><span class="ryNqvb">ha risposto che il museo è stato costruito grazie a investitori istituzionali per essere nient’altro che il Museo d&#8217;Arte dell&#8217;Africa Occidentale, con un interesse specifico per l&#8217;arte contemporanea. </span></span></p>
<p><span class="jCAhz ChMk0b"><span class="ryNqvb">A seguito delle proteste, il governatore dello Stato di Edo ha revocato la licenza del terreno del museo, concessa da una precedente amministrazione, affermando che il terreno era originariamente destinato a un ospedale pubblico.</span></span><span class="jCAhz ChMk0b"><span class="ryNqvb"> È stato ora nominato un comitato presidenziale di alto livello, con ministri statali e governanti locali, per sviluppare un &#8220;quadro completo per la risoluzione permanente di tutte le questioni correlate attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e il rispetto delle disposizioni costituzionali”.</span></span></p>
<p>La direzione ha dunque pubblicato il 17 febbraio un messaggio molto atteso, in cui avvisa che il museo continua le attività ma purtroppo l’accesso al pubblico resta limitato a visite su appuntamento. Il museo si impegna ad iniziare un periodo di dialogo e confronto: da marzo a maggio prenderanno vita una serie di <strong>Listening Sessions</strong> in Nigeria, Africa Occidentale e nella diaspora—spazi fisici e digitali pensati per accogliere voci diverse e riflessioni sincere. L’obiettivo è chiaro: costruire istituzioni culturali più radicate, responsabili e realmente in dialogo con i propri territori e pubblici.</p>
<p><strong>Il messaggio completo del Direttore qui: </strong><a href="https://wearemowaa.org/news-and-ideas/2026-with-mowaa">https://wearemowaa.org/news-and-ideas/2026-with-mowaa</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Il numero 102-103 di Africa e Mediterraneo. Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi</title>
		<link>https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-numero-102-103-di-africa-e-mediterraneo-eredita-culturali-panafricane-storie-pratiche-e-futuro-dei-congressi/</link>
		<comments>https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-numero-102-103-di-africa-e-mediterraneo-eredita-culturali-panafricane-storie-pratiche-e-futuro-dei-congressi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 12:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista]]></category>
		<category><![CDATA[black history month Firenze]]></category>
		<category><![CDATA[Congressi storici panafricani]]></category>
		<category><![CDATA[dossier 102-103]]></category>
		<category><![CDATA[Eredità culturali panafricane]]></category>
		<category><![CDATA[The Recovery Plan]]></category>

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		<description><![CDATA[Dossier 102/103: Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi È in uscita il numero 102/103 di Africa e Mediterraneo, dedicato al tema dei congressi panafricani e curato da Justin R. Thompson e Janine G. Dieudji, fondatori del collettivo artistico Black History Month Firenze e di The Recovery Plan, spazio espositivo e di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dossier 102/103: Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi</strong></p>
<p style="text-align: left;">È in uscita il numero 102/103 di <em>Africa e Mediterraneo</em>, dedicato al tema dei congressi panafricani e curato da Justin R. Thompson e Janine G. Dieudji, fondatori del collettivo artistico <a href="https://www.facebook.com/blackhistorymonthflorencepage/?locale=it_IT">Black History Month Firenze</a> e di <a href="https://www.therecoveryplanfoundation.org/?fbclid=IwY2xjawP6oURleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFERHRXSnZiNUVneXdmQWh5c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHqeLoWfjbBImI_DFutcrFL4haQ8Ep5TzmXOpNbKviRJNaZ6m5t37o8zOgIiJ_aem_QcKVKEWBWC_xt8UEKQsyaw">The Recovery Plan</a>, spazio espositivo e di ricerca sulle culture afrodiscendenti. Il dossier esplora i diversi percorsi attraverso cui il <strong>pensiero panafricano</strong> ha preso forma, diffondendosi grazie a congressi storici, manifestazioni artistiche, festival internazionali e pratiche educative.</p>
<p style="text-align: left;"><img class="alignleft wp-image-9920" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/02/Cover_def-768x1024.png" alt="Cover_def" width="400" height="533" /><em>Sarah Maldoror at the Présence Africaine library, Paris.</em><br />
<em>© Clarisse Zimra Images courtesy of Association Friends of Sarah Maldoror &amp; Mário de Andrade.</em></p>
<p style="text-align: left;">I contributi raccolti seguono un <strong>percorso alternativo</strong> a quello della <strong>storiografia ufficiale</strong>, scegliendo di dare spazio a voci ed eventi che, pur fondativi, restano ai margini del canone ufficiale di questo movimento politico e culturale. Come si legge nell’editoriale, alla storia consegnata ai manifesti politici e ai discorsi di indipendenza se ne affianca un’altra, più <strong>frammentaria</strong>, fatta di incontri, dialoghi, scambi informali e pratiche collettive, da cui sono emerse le diverse, e a volte divergenti, traiettorie culturali e politiche di un movimento che ha abbracciato le comunità africane e afrodiasporiche del mondo. Dai Congressi degli Scrittori e Artisti Neri tenutisi a Parigi (1956) e Roma (1959), alle scuole postcoloniali e ai festival di massa, queste occasioni di aggregazione hanno dato vita a vere e proprie infrastrutture culturali, spazi di sperimentazione e reti transnazionali che oggi sopravvivono e si rinnovano.</p>
<p>Significativi sono i contributi che affrontano le lacune dell’archivio, la <strong>marginalizzazione del lavoro femminile</strong> e le <strong>prospettive femministe e womaniste</strong>. Qui trovano dovuto spazio e visibilità gli sforzi di personalità come Efua Sutherland, Miriam Makeba, Nike Davies-Okundaye e Sara Maldoror, a cui è dedicato un approfondimento artistico ispirato alla mostra organizzata presso The Recovery Plan. Le attività teatrali, musicali, artistiche e il lavoro di comunità portato avanti da queste donne sostengono le infrastrutture culturali del pensiero politico e della pratica panafricanista. Cinema, poesia e pedagogia sono esplorati come forme alternative di trasmissione storica, capaci di produrre esperienze sensoriali e affettive che superano il documento scritto.</p>
<p>Attraverso analisi storiche, politiche e artistiche, il dossier “<strong>Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi”</strong> propone una riflessione sul valore dell’incontro collettivo come laboratorio di solidarietà, memoria e speranza e del lavoro culturale come momento di costruzione del futuro da cui scaturiscono immaginari e pratiche innovative.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>L’amore goffo. Maschio nero di Elgas.</title>
		<link>https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/lamore-goffo-maschio-nero-di-elgas/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 11:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Intercultura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni e/o]]></category>
		<category><![CDATA[El Hadj Souleymane Gassama]]></category>
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		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Maschio nero]]></category>
		<category><![CDATA[Senegal]]></category>

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		<description><![CDATA[L’amore goffo. dal libro MASCHIO NERO (Edizioni e/o, 2025) di Elgas recensione a cura di Roberta Sireno «Avevo trentatré anni, ero sano, mi veniva duro anche con corpi avariati, avevo appena conseguito un dottorato, rimorchiavo, avevo successo, ero stimato e a volte addirittura ammirato dagli altri, la vita si offriva alle mie zanne da lupo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>L’amore goffo.<br />
</em></strong><strong>dal libro<em> MASCHIO NERO </em>(Edizioni e/o, 2025) di Elgas<em><br />
</em></strong><em>recensione a cura di <a href="https://www.instagram.com/roberta.sireno/">Roberta Sireno</a></em></p>
<p>«<em>Avevo trentatré anni, ero sano, mi veniva duro anche con corpi avariati, avevo appena conseguito un dottorato, rimorchiavo, avevo successo, ero stimato e a volte addirittura ammirato dagli altri, la vita si offriva alle mie zanne da lupo come una preda smarrita o complice, il futuro era nelle mie mani, eppure ero triste.</em>»</p>
<p>Le prime pagine del libro <a href="https://www.edizionieo.it/book/9788833578958/maschio-nero"><em>Maschio nero</em> (Edizioni e/o, 2025)</a> di Elgas, <em>nom de plume </em>di El Hadj Souleymane Gassama, sociologo, giornalista e narratore senegalese che vive in Francia, sono permeate dalla triste verità che «<em>l’illusione di essere felici sia sempre più promettente della certezza di essere infelici.</em>»</p>
<p>Essere maschi ed essere neri in una città come Parigi comporta un vivere e uno scrivere “il margine”, come riporta bell hooks nelle sue riflessioni-chiave contenute nel volume <a href="https://tamuedizioni.com/tproduct/467310025-118615774941-elogio-del-margine-scrivere-al-buio"><em>Elogio del margine</em></a>, precedentemente pubblicato per Feltrinelli nel 1998 e poi per Tamu Edizioni nel 2020. Promotrice di un pensiero femminista, anticapitalista e post-/de- coloniale, bell hooks ricorda che la <strong>lotta per la liberazione</strong> è necessariamente trasversale e intersezionale:</p>
<p>«<em>Tutti noi che facciamo parte dell’accademia e del mondo della cultura in generale siamo chiamati a rinnovarci interiormente se vogliamo trasformare le istituzioni educative – e la società – così che il modo in cui viviamo, insegniamo e lavoriamo possa riflettere la nostra gioia per la diversità culturale, la nostra passione per la giustizia e il nostro amore per la libertà.</em>»</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9911" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2025/12/RIME-NEWSLETTER-2.png" alt="RIME NEWSLETTER (2)" width="600" height="400" /></p>
<p>Il protagonista del romanzo di Eglas è un intellettuale trentatreenne senegalese che vive in Francia da più di quindici anni. Non è più tornato in Africa, anche se il continente è rimasto al centro dei suoi studi di dottorato e delle sue ricerche accademiche. Attraverso la forma del diario, l’io-narrante offre uno <strong>sguardo sociologico</strong> disincantato per raccontare la realtà francese attraversata da contraddizioni, <strong>razzismo</strong> e diseguaglianze. Lo stesso rapporto con la madre, e la sua visita a Parigi dopo un decennio di separazione, sono lo sfondo ideale per rappresentare quel sentimento contraddittorio di inevitabile <strong>de-africanizzazione</strong>, in cui si è visti traditori della propria comunità. Già nel suo primo libro, <a href="https://www.edizionieo.it/book/9788833578118/i-buoni-risentimenti.-saggio-sul-disagio-postcoloniale">I buoni risentimenti. Saggio sul disagio postcoloniale </a>(2023; trad. it. Lorenzo Alunni, Edizioni e/o, 2024), Eglas affronta la situazione ambigua tra identità “pure”, che appunto rivendicano una purezza identitaria africana, e identità “impure” che accettano l’impurità del trovarsi <strong>emigrati</strong>: alienati dalla propria comunità originaria, chi emigra si colloca in uno spazio che è oggetto di continua <strong>colonizzazione</strong>. In un’intervista rilasciata al festival <a href="https://www.labalenabianca.com/2024/10/25/africa-pensata-buoni-risentimenti-intervista-elgas-niccolo-gualandris/"><em>CaLibro Africa 2024</em></a> <strong>di Città di Castello, Eglas rifiuta la concezione chiusa di </strong><strong>africanità</strong><strong> e sceglie la complessità delle </strong><strong>identità plurali</strong><strong>:</strong></p>
<p>«<em>L’idea di poter “tradire” la propria comunità è importante anche perché si è responsabili solo davanti alla propria libertà, alla propria coscienza</em>.»</p>
<p>Lo stesso tema dell’<strong>amore</strong> è pervaso da tensioni e scontri. Il protagonista rimprovera la madre di non avergli «<em>insegnato ad amare</em>», e la madre lo contraddice di farsi «<em>abbagliare dalla cultura dei bianchi</em>». Le avventure amorose sono percorse da sentimenti e pulsioni conflittuali, che vanno da un’intensa passione a una profonda malinconia segnata dalla solitudine:</p>
<p>«<em>Ero possessivo nei confronti del sogno, del mio pensiero di lei, ne ero geloso, era solo mio. Non avevo chiesto niente a nessuno, eppure ero stato il prescelto di quell’impossibile compagnia.</em>»</p>
<p>Un sogno che è solitudine del sogno perché appena si torna nella realtà, ricompaiono «<em>tutte le barriere di classe, di casta, di status, il pudore dato dalla gerarchia</em>». Così anche il rapporto con il proprio <strong>corpo</strong> subisce l’angoscia da prestazione e da pensieri ossessivi del fallimento della propria virilità. L’interazione tra esterno ed interno diventa, dunque, simbolo di un’<strong>oppressione</strong> personale costante, che è anche oppressione sociale e collettiva.</p>
<p>«<em>Scappavo dalla prigione interna per richiudermi in quella esterna.</em>»</p>
<p>La fuga da una fragilità interiore diventa lo specchio di un malessere profondo in cui il protagonista scopre di essere incapace di amare. E l’amore, di nuovo, si rivela una menzogna, un’abitudine o «<em>forma di contratto</em>» lontano da un ideale di «<em>apoteosi</em>». Amore e sogno sono continuamente accompagnati da una persistente sensazione di <strong>non appartenenza</strong> e sradicamento, che porta il protagonista a essere diviso tra due mondi, quello di origine e quello di arrivo, senza sentirsi pienamente parte di nessuno dei due. Se emigrare è sfuggire a una data realtà per ritrovare un possibile benessere economico in un altro Paese, tuttavia chi scrive ripete che «<em>non ero a casa mia. Gli ultimi arrivati dovevano rigare dritto. Il sogno era modesto e quello era il prezzo, una vita subita</em>». Allora ne consegue che «<em>amare significava prima imparare ad amarsi. Il compito diventava doppio</em>».</p>
<p>Torna prepotente all’interno della struttura narrativa il focus sul<strong> privilegio </strong>e di quel sentimento definito di «<strong><em>esotismo gentile</em></strong>» da parte di chi manifesta un «<strong><em>amore goffo</em></strong>» per l’Africa senza averla conosciuta realmente, se non per vie turistiche o istituzionali.</p>
<p>«<em>Esprimeva un esotismo gentile, quasi umanitario, un privilegio che era la nuova moda. Si vedevano giovani e vecchi professare a più non posso il loro amore per il continente nero, sfoggiarlo portandolo come a tracolla […] Il privilegio era diventato l’empatia che conferiva ben singolari diritti in nome dell’amore.»</em></p>
<p>Il fatto che si poteva «<em>amare male</em>» è un’ossessione per l’io-narrante, che porta la <strong>tematica amorosa</strong> al centro di tutte le questioni relative al vivente, o meglio, a un vivere sui margini, non sentendosi completamente riconosciuto nella propria identità fatta di continue contaminazioni. La stessa tematica del sesso è affrontata nelle sue mille sfaccettature perché «<em>ai neri negavano tutto in questo mondo tranne l’energia sessuale</em>». Il <strong>corpo nero</strong> e l’immaginario relativo a un’<strong>estetica nera </strong>sono argomenti che sono messi continuamente in relazione ai nodi storici propri della dominazione coloniale.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9915" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2025/12/RIME-NEWSLETTER-2-copia.png" alt="RIME NEWSLETTER (2) copia" width="600" height="400" /></p>
<p>Le stanze fisiche e immaginarie del protagonista si riempiono così di vuoti interiori e di sensazioni proprie di questo «<em>amore goffo</em>» che non trova vie di fuga o soluzioni. La consapevolezza di una verità bruciante, ossia che «<em>amare significa imparare a dubitare</em>» porta il protagonista a distanziarsi da quell’<strong>amore ammortizzante </strong>che fonde gli uni e gli altri fino a sparire, ritrovandosi così dentro un viaggio di ricerca di una libertà che è completa solitudine. Successivamente l’io-narrante comprende che ciò che resta è la tenerezza. La tenerezza delle piccole cose quotidiane e del vivere semplice.</p>
<p>«<em>La felicità non costava niente.</em>»</p>
<p>Uno sguardo acuto e critico è rivolto alla società francese, in particolare alla settimana africana della prestigiosa UNESCO che si svolge ogni anno da vent’anni nel cuore di Parigi, a cui il protagonista è invitato per una conferenza sull’argomento della sua tesi di dottorato.</p>
<p>«<em>L’attrazione assolveva a molteplici funzioni: appagamento della curiosità esotica a portata di metropolitana, liberazione dal senso di colpa coloniale, comunione dei popoli […] Era il luogo della verginità nuova, la grande preghiera dell’assoluzione e la scrittura della Storia su nuovi fogli bianchi.</em>»</p>
<p>La <strong>celebrazione dell’Africa</strong> nella società parigina assume le forme contorte e ostentate del <strong>capitalismo occidentale</strong>, che vende i prodotti di tendenza africana per celebrare trionfalmente un’illusoria comunità internazionale, mentre «<em>a nessuno importava che laggiù l’Africa soffrisse</em>». Per attuare un’emancipazione completa e concludere un’apparente <strong>decolonizzazione</strong>, la settimana francese dell’UNESCO si trasforma in una vera e propria vetrina di prodotti africani offerti come irresistibile attrazione.</p>
<p>La conoscenza di una donna proveniente dalla Costa d’Avorio porta il protagonista ad allontanarsi da una relazione duratura con una donna bianca europea per vivere una relazione clandestina nuova, dove è possibile trovare il «<em>proprio posto nel mondo</em>». Le declinazioni del sentimento amoroso si complicano ulteriormente in relazione alla presenza di diverse <strong>figure femminili </strong>nella vita del protagonista: dalla madre rimasta in Senegal alle due donne, una bianca e una nera, che fanno breccia nella sua solitudine e gli fanno conoscere le diverse forme dell’amore, a cui non vuole rinunciare.</p>
<p>Attraverso la forma del diario autobiografico, il romanzo di Elgas sonda così in maniera semplice e acuta le profondità psichiche e le contraddizioni insite nei processi dell’immigrazione, dell’integrazione e del <strong>disagio postcoloniale</strong>. Collocandosi all’interno della tradizione del romanzo europeo contemporaneo, questo esordio narrativo mantiene tuttavia la propria autonomia, stimolando nuove domande e nuovi interrogativi sulla <strong>letteratura africana francofona </strong>e italiana.</p>
<p>*<br />
Sociologo, giornalista e scrittore, <a href="https://www.instagram.com/e.h.sg/?hl=it">Elgas</a> è nato in Senegal ma vive da lungo tempo in Francia. Della sua variegata produzione, ricordiamo il diario di viaggio <em>Un dieu et des moeurs</em> e il saggio <em>I buoni risentimenti</em> (E/O 2024), che esplora il disagio postcoloniale e la diplomazia culturale degli ex colonizzatori. <em>Maschio nero</em> è il suo primo romanzo. Il suo sito personale: <a href="https://elgas-site.fr/">www.elgas-site.fr</a></p>
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