14 settembre 2026

Nuove narrazioni del/sul patrimonio fotografico coloniale: la nuova call for papers di Africa e Mediterraneo

Per molti le fotografie coloniali sono state e sono tutt’oggi punti di partenza da interrogare per tradurre, attualizzare e raccontare il sopruso subito dalle popolazioni colonizzate, la costruzione giuridica e culturale dell’asimmetria nei rapporti tra i diversi individui presenti nei territori colonizzati, nonché le biografie di coloro che sono stati ritratti e rappresentati.
Anche grazie all’immediatezza del mezzo visivo sono stati formulati nuovi linguaggi attraverso cui risemantizzare le fotografie.

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Abbiamo pubblicato la call for papers del numero 106 di Africa e Mediterraneo: “Tra fotografia e pratica artistica: nuove narrazioni del/sul patrimonio fotografico coloniale tra Africa ed Europa”. Il dossier è a cura di Lorenzo Maida – specializzando presso la Scuola di Specializzazione in Beni Demoantropologici dell’Università di Perugia e collaboratore di ricerca presso le Reali Residenze Sabaude e i Musei di Torino – e Costantino Paonessa, storico Marie Curie presso l’Università di Torino, esperto di migrazione italiana in Nord Africa tra Otto e Novecento.

Questa call accoglie proposte che esplorino in maniera interdisciplinare e in una prospettiva cronologica i nuovi linguaggi artistici intorno alle fotografie coloniali e alla loro eredità materiale e immateriale in Europa, nello spazio mediterraneo e in Africa.

Il testo integrale della call, con l’elenco dettagliato dei temi suggeriti e le linee guida per autori e autrici, è allegato in PDF.

Scadenze per la partecipazione:

  • Invio delle proposte di abstract (massimo 400 parole e breve biografia): entro il 15 novembre 2026.
  • Invio dei contributi definitivi: entro il 15 gennaio 2027.

Le proposte devono essere inviate all’indirizzo email: abstract@africaemediterraneo.it

CALL FOR PAPERS

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01 settembre 2026

Là dove il vento cambia. Il libro di Kossi Komla-Ebri

Recensione del libro Là dove il vento cambia di Kossi Komla-Ebri – prefazione di Chiara Piaggio; postfazione di Remo Cacciatori, Cosmo Jannone Editore, 2025

di Francesca Romana Paci

Prima di immergersi nelle cinquecento e tre pagine di Là dove il vento cambia, il lettore è portato a soffermarsi sul titolo. Un titolo che dal punto di vista grammaticale è una frase in sé completa e dal punto di vista concettuale è un’espressione metaforica e una dichiarazione di intenti dello scrittore. Quando cominciamo a leggere, pagina dopo pagina capiamo che il “vento” cambia gli esseri umani del romanzo – a volte molto, a volte non abbastanza, e a volte soffia inascoltato. Il vento nel romanzo certamente coinvolge e “cambia” alcuni, se non tutti i destini umani, e fa sperare in qualcosa di più del miglioramento di singole vite. Nonostante sia comprensibile vedere il Togo come centro del romanzo, l’argomento vero della narrazione si rivela un “rapporto”, con tutto quello che un rapporto può implicare, tra un paese africano e un paese europeo – in questo caso Togo e Italia, ma, con qualche attenzione, estendibile ad altri paesi europei e africani.

Quanto allo scrittore, è importante ricordare che Kossi Komla-Ebri è cattolico, nato in una famiglia molto numerosa, tutta cattolica. Dopo la Laurea ha ottenuto la specializzazione in Chirurgia generale presso l’Università di Milano e lavorato presso l’Ospedale “Sacra Famiglia” di Erba Fatebenefratelli. Oltre alla sua attività di medico ospedaliero ha collaborato, e tuttora collabora, con enti e istituti di ricerca, tra cui l’associazione REDANI (Rete della Diaspora Africana Nera in Italia), la Medicus Mundi, per la quale tiene corsi di Antropologia Medica, l’organizzazione Medici con l’Africa CUAMM.

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A tutto questo ha sommato l’attività di scrittore, scegliendo di scrivere principalmente in italiano. Tra le sue maggiori pubblicazioni troviamo le raccolte di racconti Imbarazzismi (2002); All’incrocio dei sentieri (2003); Nuovi imbarazzismi (2004); La sposa degli dei (2005) – il racconto eponimo pubblicato anche da solo come novella; Vita e sogni (2007); All’incrocio dei sentieri (2009); il romanzo Neyla (2002); a tutto questo si aggiunge una considerevole produzione saggistica. Molti dei suoi lavori sono stati tradotti e pubblicati in francese e alcuni in inglese.

L’autore implicito di Là dove il vento cambia è un narratore onnisciente, che sceglie di conoscere atti, motivazioni, sentimenti e pensieri dei suoi personaggi, quasi uno per uno. Da questa opzione deriva la struttura del romanzo, che è composto da capitoli per lo più identificati con i nomi dei personaggi principali, dei quali sono raccontati al lettore i fatti e gli aspetti salienti della vita e della professione precedenti all’arrivo all’ospedale “La Providence”. Questo è posto in una zona interna del Togo, nel villaggio di Ouati, che non ha realtà geografica ma è creazione di Komla-Ebri. Dalle prime pagine l’ospedale “La Providence” si impone come qualcosa che c’era prima dell’arrivo dei personaggi del romanzo e continuerà a esserci dopo l’ultimo capitolo del romanzo.

La narrazione si apre con l’italiana Luciana Tosetti, infermiera, cattolica, buona, peccatrice per amore di un uomo sposato, desiderosa di riscatto, in cerca di positività. Non è esattamente la protagonista, ma certamente è portatrice di una linea di pensiero circa il concetto di “rapporto” tra culture. È importante riconoscere qui la coerenza del messaggio di Komla-Ebri e la funzione di passaggio che hanno l’ospedale e la sua attività: il romanzo si chiude e il futuro si apre, suggellato dal rapporto interpersonale di Luciana con il futuro medico togolese, Jean Philippe Boko, detto Jafi, per Komla-Ebri personaggio esemplare. Si può osservare con un po’ di malignità che il “medico” è un uomo e la donna è e rimane una “infermiera” – in effetti in tutto il romanzo i dottori sono sempre e solo uomini.

Subito dopo il capitolo di presentazione di Luciana Tosetti, leggiamo che a “La Providence” lavora «Herr Doktor» Hans Spiegel, svizzero tedesco: cattolico, dentista, vicino al pensionamento, ha deciso con sua moglie di affrontare l’esperienza africana, non come dentista ma come ginecologo, incoraggiato da amici religiosi e da colleghi medici: «Di ginecologia proprio non so niente. Lì dovrò fare il chirurgo a tutto raggio, e ho sentito dire che in Africa fanno tanti cesarei» obietta Spiegel. «Non è un problema», lo rassicura un suo collega appunto ginecologo, «Verrai a esercitarti una settimana con me in sala operatoria.» (20). Un altro dei personaggi maggiori è il Dottor Edem Kuevi, togolese, laureato e specializzato in Italia, sposato con un’italiana e ora di ritorno per esercitare in Togo. Segue poi un capitolo sul Dottor Giorgio Gabrielli, italiano, ambizioso, carrierista, spregiudicato, pronto a esperimenti con cavie umane, ma, avanti nel racconto, il suo percorso troverà una svolta. Poi uno dopo l’altro si susseguono decine di capitoli e capitoletti, quasi sempre identificati con nomi, mentre i personaggi aumentano di numero e diventano tanti che è impossibile darne conto: l’ospedale “La Providence” si configura come contenitore emblematico, come, appunto, il “Là”, dove avvengono cambiamenti importanti.

Solo-Fronte-Là-dove-il-vento-cambiaSe non è possibile redigere un riassunto tradizionale del romanzo, è possibile evidenziarne almeno alcuni elementi caratterizzanti. Le pagine traboccano di umanità, di vicende tragiche e dolorose, di ironia variegata e spesso di sarcasmo, di critica sociale e di apprezzamento, e anche di posizioni preconcette dei personaggi, forse inconsce, o meglio ereditate pigramente dai contesti. Non ci sono personaggi solo buoni o solo cattivi, solo intelligenti o solo stupidi; anche i personaggi più simpatici hanno pecche e défaillances, anche i più antipatici, e talvolta repulsivi, hanno qualche qualità. Nello stesso tempo, però, Komla-Ebri non è tenero con nessuno. La stupideria, l’ignoranza, l’arbitrio del potere, anche del più esiguo e meschino dei poteri, che aveva descritto nei due libri di Imbarazzismi e Nuovi imbarazzismi, entrano anche in Là dove il vento cambia, attribuiti questa volta anche ai togolesi, o perlomeno ad alcune fasce sociali del Togo, dove brulicano tentativi di approfittarsi degli altri, truffe reciproche, furti, e innocenti accusati di azioni che non hanno commesso (p. 218 e seguenti). Komla-Ebri è cosciente della questione delle fasce sociali e della loro importanza nei rapporti interpersonali, ma in questo romanzo la sua posizione rimane implicita.

Uno dei temi più significativi è il razzismo e la sua gamma di manifestazioni da entrambe le parti. È una gamma molto ampia che va dal giocoso «Yovo Yovo, bonsoir! Ça va bien? Merci!» rivolto dai bambini a tutti gli europei all’offensivo razzismo del personaggio Vittorio Biccari e di sua moglie. In questo, la stratificazione sociale e l’educazione sono cruciali. Il razzismo è subdolo e sa insinuarsi anche nel suo contrario. Anche il paternalismo, per quanto affettuoso e sincero, è una forma di razzismo. Generalizzando, ma in fondo non troppo, i bianchi si sentono sicuri di saper gestire i neri locali, vedi l’acquisto di una macchina, ma i neri locali si propongono: «Mia du ga vide na yovoawo!»; tradotto in nota: «Freghiamo un po’ di soldi a questi bianchi». Però – così lo crea l’autore – l’acquirente, Vittorio Biccari, è un eccezionale meccanico e la truffa finisce in una farsa tragica (pp. 151-152). I neri a modo loro non sono meno razzisti dei bianchi e non hanno meno preconcetti.

Komla-Ebri fa spesso uso di interpolazioni per richiamare dati storici e scientifici e per esprimere riflessioni dell’autore attraverso il pensiero di alcuni dei personaggi. Un passo particolarmente importante segue un momento tragico dell’attività di Gabrielli: Kuevi in uno stato di forte alterazione per la morte di un paziente percorre vicende storiche, rivendica eccellenze africane e mette in campo problemi incancreniti nel tempo: «Questo complesso di inferiorità che gli africani avevano interiorizzato […] Ovunque perseverava il privilegio bianco» (pp. 275-280). Bisognerebbe rileggere e continuare a rileggere spesso Discours sur le Colonialism di Aimé Césaire e Peau noire, masques blancs di Frantz Fanon, pubblicati rispettivamente nel 1950 (seconda edizione 1955) e nel 1952.

Il romanzo è ricco di descrizioni naturali. Nel villaggio inventato da Komla-Ebri la vegetazione è ricca, colorata, profumata, mentre molte delle aree antropizzate, quelle povere, non sono né belle né curate dagli abitanti, che non tesaurizzano la bellezza della natura. All’inizio del libro, sulla strada che dall’aeroporto conduce al villaggio di Ouati si incontra una palude maleodorante «La vettura stava percorrendo un largo viale […] Più avanti lasciarono il boulevard […] di colpo per interminabili minuti, l’aria dell’abitacolo fu invasa da miasmi nauseabondi […] Padre Ambrogio disse soltanto: “Stiamo passando sul ponte della laguna!”» (p. 13). Luciana Tosetti è stupefatta in negativo, ma ancora di più sarà colpita in positivo dalla bellezza delle colline che lei stessa, Jafy e il medico togolese Elom Semadoe, molto più avanti nel libro, incontrano muovendosi verso il nord del Togo «tra piantagioni di caffè, cacao, avocado e ananas, tra montagne verdi e cascate». E ancora: «Il paesaggio si estendeva davanti a loro come un quadro vivente, un angolo di paradiso nascosto tra dolci colline. […] La vegetazione rigogliosa si estendeva a perdita d’occhio: un mare verde che ondeggiava placido» (p. 406).

A questa bellezza segue uno dei momenti più sulfurei di Komla-Ebri. Luciana Tosetti ragiona su quello che vede: «Questo paese ha tanta terra fertile, acqua e coltivazioni. Non dovrebbe avere problemi di nutrizione» (407). E invece, le rispondono il dottor Semadoe e Jafy «i contadini sono poveri». Jafy spiega senza mezzi termini: «Colpa delle grandi imprese di Lomé. Comprano il raccolto alla semina. I contadini, incerti sul clima, preferiscono l’uovo oggi che la gallina domani, […] e poi devono ricomprare a caro prezzo ciò che loro stessi hanno coltivato!» Nelle pagine seguenti, l’autore in chiave narrativa evoca grandi problemi, dal land grabbing straniero alla coltivazione della soia, dalle operazioni truffaldine straniere alla corruzione locale: il quadro è pesante.
Eppure, nonostante la situazione dei contadini e dei lavoratori, la bellezza letteralmente trionfa anche nei mercati all’aperto offerti soprattutto ai turisti: merci colorate e soprattutto frutti accatastati come in nuovi quadri rinascimentali – altri frutti, altro mezzo di rappresentazione, linguaggio verbale al posto di una palette.

Il cibo non manca alla Providence, cibo togolese e cibo italiano. La scarsità di cibo dei poveri non entra direttamente nel narrato, ma affiora dai pensieri e commenti. Qualche volta è evocata proprio dall’abbondanza di vivande, per esempio quando le suore producono un banchetto per la festa di congedo dell’amato Prof. Mario Peverelli, che deve ritornare in Italia per motivi di salute. Vale la pena citare: «Dopo la messa di ringraziamento […] le suore sfoggiarono le loro abilità culinarie. In cucina sbocciarono: insalatina di mais, avocado e gamberetti in salsa rosa; affettati vari; tortellini alla bolognese; cernia in bellavista; maialino al forno con patatine fritte; riso alla creola con, a scelta, sugo di fagiano o di pecora. […] la famosa torta di Suora Roberta […] l’immancabile panettone […]. Vennero scolate bottiglie e bottiglie di vino, birra e spumante… alla faccia della chiesa dei poveri» (pp. 71-72). Altrettanto sovrabbondante la parata di vivande nei grandi alberghi turistici di Lomé e non meno sovrabbondanti nel ricordo di togolesi che hanno trascorso lunghi periodi in Italia sono le orge di cibo e di vini incontrate in varie occasioni italiane.

Tema pervasivo del romanzo è la sessualità, vissuta con grande intensità da tutti i personaggi in una gamma di situazioni diverse tra loro, nel bene e nel male. Non è vista come peccato, ma come un dono da saper usare. Se è accompagnata da sentimento reciproco diventa parte integrante dell’amore, o meglio, è un modo fondamentale di esprimere amore in una coppia – non il solo, ma irrinunciabile.
La sessualità acquista la sua gloria più autentica quando è vissuta da coppie innamorate, che in questo libro sono sempre coppie miste, le vicende delle quali sono tanto pervasive da far pensare che tutto il romanzo sia dedicato a loro. La coppia esemplare, come si è accennato, è quella di Luciana e Jafy. Altre coppie significative sono il Dottor Kuevi e sua moglie Anna, e, inaspettatamente, il Dottor Gabrielli e l’infermiera togolese Angèle. Komla- Ebri esamina le difficoltà culturali delle coppie miste soprattutto nei capitoli dedicati al Dottor Kuevi e a sua moglie Anna, in particolare quando lei esprime la sua insofferenza per l’ingerenza nella loro vita privata della numerosa famiglia del marito, estesa a molteplici zii e cugini, e per le continue richieste di «sostegno economico». Il marito cerca di spiegarle la «solidarietà africana», ma Anna chiama quel comportamento «parassitismo» e alla fine il marito apre un conto bancario segreto per fare invii ai parenti (pp. 415-423).

Non tutti i parenti sono uguali, però. Komla-Ebri crea la famiglia di Jafy e la zia di Angèle in modo molto accattivante. Il Dottor Gabrielli, invitato a cena trova la casa della zia di Angèle ordinata, pulita, aggraziata.
La stessa sensazione di armonia e ordine domina quando Luciana cena a casa di Jafy con la madre di lui e i familiari più stretti: «La madre di Jafy, una donna prosperosa dal sorriso gentile, si affrettò loro incontro […]. Le stanze erano illuminate da una luce calda e accogliente, e l’odore di cibo appena cucinato impregnava l’ambiente […].» (p. 496). Non può sfuggire quanto somiglianti siano le rappresentazioni delle due case, e quanto dicano sulle famiglie che le abitano, entrambe governate da una esperta mater familias. Si può parlare di borghesia, e si potrebbe perseguire un lungo discorso sulla fenomenologia delle aspirazioni borghesi in Togo, in Italia e nella maggior parte del nostro globo.
Là dove il vento cambia arriva alla sua temporanea conclusione con Luciana e Jafi all’inizio della loro vita in comune. Potrebbero essere loro, dopo cinquant’anni, il nonno e la nonna uniti e felici del racconto Sognando una favola, parte della raccolta di racconti Vita e sogni, che, come sopra già indicato, Komla-Ebri ha pubblicato nel 2007 – loro e altri come loro.

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21 luglio 2026

Le diverse forme dell’abitare una casa nel mondo: recensione a They asked me to design a house, I asked them to design a home

di Teresa Colliva

Ilaria Palmieri e Georgina Pantazopoulou – curatrici del libro They asked me to design a house, I asked them to design a home pubblicato da Set Margins’ – si sono incontrate nei Paesi Bassi. Frequentavano il Master di Interior Architecture alla Royal Academy of Art a L’Aia, ed erano entrambe in cerca di un senso di familiarità, un qualcosa a cui aggrapparsi, lontane dai loro Paesi d’origine, l’Italia e la Grecia. Unite da questo desiderio, hanno fondato CommonGround, uno spazio in cui indagare le dimensioni della vita domestica, dei legami, dello spaesamento nato dallo sradicamento, ma anche della ricerca di uno spazio sicuro lontano dalla casa in cui si è nate. Le basi teoriche delle loro pratiche collettive si trovano nei lavori di studiose che si muovono nell’intersezione di diverse discipline: teoria femminista, queer studies, migration studies, critical race theory, architettura, urbanistica. Le parole di Sara Ahmed, citata più volte nell’introduzione al libro, ben colgono le radici vive della ricerca di Ilaria e Georgina; «the question of home and being at home can only be addressed by considering the question of affect: being at home is here a matter of how one feels or how one might fail to feel».

L’idea, e l’esperienza personale, da cui le curatrici del volume partono, è che non si può parlare di casa e di spazio domestico senza considerare come esso sia modellato dal movimento e dalla trasformazione. Allo stesso modo, i sentimenti e le emozioni legate alla casa, propria e/o desiderata, sono soggetti a continui mutamenti, che lasciano ampio spazio anche alla contraddizione. Riferendosi ancora ad Ahmed, quella con la casa è una relazione in cui l’individuo dà forma allo spazio, così come lo spazio, a sua volta, plasma l’individuo. Parallelamente, Palmieri e Pantazopoulou riflettono sulle radici dell’architettura contemporanea, che spesso si rifanno a concetti come la scala di proporzioni Modulor teorizzata da Le Corbusier: essa si basava su un tipo di utente standard, e cioè uomo, bianco, occidentale e cisgender.

imagesVolendo decostruire ciò che le varie società hanno dato per scontato o condiviso riguardo l’idea di casa, i contributi raccolti nella pubblicazione propongono punti di vista che si approcciano in modi diversi agli spazi domestici. Data l’intimità di quello che si vuole osservare, con il significativo carico di memorie, ricordi, desideri, sogni, impossibilità che si sprigiona inevitabilmente quando si tocca il tema della casa, il libro è innervato da storie, esperienze personali, pratiche collettive, luoghi tra loro distanti che si avvicinano attraverso i movimenti delle persone. Infatti, ciò che accomuna molti dei contributi del volume è che gli autori e le autrici hanno sperimentato la transizione tra quella che una volta veniva chiamata casa a ciò che ora considerano una re-created home. L’obiettivo comune è condividere vari modi di comprendere e creare lo spazio domestico. Dato lo scopo, una dimensione necessaria da considerare è la relazione, tutt’altro che neutrale, tra architettura e domesticità, una dimensione la cui emersione è strettamente legata alla nascita del capitalismo industriale e dell’imperialismo. I cambiamenti storici derivati da queste trasformazioni hanno definito e saldato i ruoli e gli spazi dei generi: le donne nel privato domestico della casa e della cura, gli uomini nello spazio pubblico della politica e del lavoro.

L’approccio femminista e intersezionale del volume mira a unire prospettive diverse per indagare l’ambito dell’architettura e del design attraverso tre dimensioni interconnesse: personale, comunitaria e istituzionale. I contributi della prima sezione del libro propongono di rimettere al centro dell’architettura e del design la loro dimensione relazionale, dando la priorità alla cura, alle diversità e ai bisogni degli abitanti come aspetti centrali della pratica dell’architettura domestica. La seconda sezione si concentra su come dare forma pratica a queste idee, soprattutto attraverso la forma del workshop che, per le due curatrici, è diventata una delle fondamenta del loro approccio, ispirandosi anche ai laboratori femministi di Phyllis Birkby dei primi anni Settanta.

Tra i contributi, di particolare interesse per lo sguardo di Africa e Mediterraneo è l’articolo A Spatial Dialogue in the Emerging City of Addis Ababa: Bridging the Gaps between Informality and Formality, di Feven Gebeyehu Zeru, progettista e ricercatrice di architettura di base a Berlino, e curatrice del focus African Modernity and Spatial Agency alla Pan-African Biennale 2026 di Nairobi. In esso l’autrice si sofferma sulla dicotomia “moderno” e “tradizionale” che, in architettura e nel mondo del design come in altri ambiti, è densa dello sguardo e delle categorie occidentali. Gebeyehu Zeru si chiede che cosa succede quando entrambe le dimensioni si materializzano nello stesso posto e in che modo gli architetti si posizionano tra questi concetti polarizzati.

Addis Abeba è uno di quei luoghi in cui formalità e informalità si intrecciano; una città piena di contraddizioni, dove grattacieli con uffici vetrati si affacciano su banchi del mercato autocostruiti, fatti da lamiere e teloni di plastica. Questa dicotomia appare in tutta la sua evidenza se si considera la situazione abitativa della capitale dell’Etiopia. La maggioranza della popolazione vive infatti in abitazioni chiamate sefer che, seguendo il vocabolario e i criteri occidentali, sarebbero l’equivalente degli slum. Ma questi insediamenti tradizionali hanno una lunga storia e rappresentano una parte fondamentale nella morfologia urbana. In essi i nuclei famigliari vivono in stretta prossimità, dal punto di vista sociale ed economico. Lo spazio abitativo favorisce le interazioni sia all’interno che verso l’esterno, essendo caratterizzato da una forte permeabilità: gli spazi della casa possono quindi funzionare sia per la quotidianità che per il lavoro.

Negli ultimi anni la capitale ha conosciuto una sostanziale crescita della popolazione, soprattutto dovuta alle migrazioni interne dalle aree rurali alla città. Il governo gestisce la situazione attraverso il Grand Housing Program (GHP), un progetto iniziato nel 2004 che prevede la costruzione di unità abitative popolari inserite nei cosiddetti condominiums. Esaminando i progetti, Gebeyehu Zeru mette in luce un cambiamento profondo degli schemi abitativi tradizionali: il design e l’architettura del condominum, infatti, permetteranno una domesticità molto diversa da quella dei sefer, rendendo per questo molto difficile l’integrazione tra la vita interna alla casa e quella esterna quotidiana. Se da un lato gli insediamenti tradizionali non sono più sostenibili in una città in rapido cambiamento come Addis Abeba, dall’altro le nuove unità abitative rendono evidente quanto la dicotomia formale/informale ma anche moderno/tradizionale possa essere perniciosa per l’ambiente che si vuole innovare.

Per governare questo importante cambiamento, l’autrice suggerisce che occorrerebbe innanzitutto togliere lo stigma dai sefer, riconoscendo come questi insediamenti informali siano inestricabilmente uniti alla vita delle persone, e adottare nei loro confronti un atteggiamento più pragmatico e meno giudicante. Dalla sua posizione di architetta tedesca ed etiope, Gebeyehu Zeru si sente all’intersezione tra il riconoscimento della vitalità ed importanza di questi insediamenti per il tessuto urbano, e la necessità di nuove case dovuta all’incremento della popolazione che non può essere ospitata nei sefer esistenti. Tra l’agosto e il dicembre 2022 ha portato avanti una ricerca etnografica per comprendere i bisogni abitativi specifici delle persone coinvolte nella trasformazione abitativa in corso. Attraverso fotografie, collages, render, ha ricostruito le abitazioni in cui entrò, accompagnandole con i racconti delle persone che ci vivevano. Questo metodo le ha consentito di fare una giustapposizione tra due abitazioni antitetiche: una piccola casa a Kirko, uno degli insediamenti più poveri di Addis Ababa, e un appartamento in un condominium a Yeka Ababa, una delle più recenti costruzioni in periferia. La ricerca ha rivelato una inaspettata somiglianza nel rapporto tra i residenti e i loro spazi abitativi interni ed esterni, pur essendo completamente diversi. Gli appartamenti del condominium venivano modificati per renderli più aderenti ai propri desideri abitativi, per esempio attraverso l’ampliamento del salotto, la riduzione dello spazio delle camere da letto e la trasformazione del balcone in un’altra stanza. Alcune attività tipiche del sefer venivano però abbandonate, come la produzione di prodotti casalinghi. La ricerca ha quindi messo in luce l’estrema vicinanza tra gli alloggi formali e informali nelle modalità in cui le persone si appropriavano del proprio spazio abitativo.

Gebeyehu Zeru suggerisce a chi si occupa di design e architettura di abbandonare categorie rigide come moderno/tradizionale e formale/informale. Le sfumature sono la chiave per riuscire a comprendere e apprezzare gli insediamenti informali e i modi di vita ad essi legati. Essi incarnano punti di forza intrinseci e dinamiche comunitarie uniche che si sono evolute in modo organico nel corso del tempo, intrecciandosi profondamente con la cultura locale. Riconoscendo e integrando questi punti di forza nella progettazione abitativa contemporanea si può colmare il divario tra i concetti moderni e le pratiche tradizionali.

Anche i contributi delle due curatrici sono di particolare interesse: in How to Teach Someone to Design a Home (?), Pantazopoulou racconta della sua continua riflessione sul significato di “casa” (house vs. home), immaginata non solo come riparo fisico ma anche come spazio che protegge e racconta le storie e le identità di chi la abita. In The Living Memory of Displacement, Palmieri ripercorre l’esperienza fatta del 2017 in un centro di accoglienza per richiedenti asilo in Sicilia. In questi contesti le persone sono considerate come meri destinatari di aiuto, non come agenti attivi degli spazi che saranno costretti ad abitare. Le conseguenze di questo atteggiamento si manifestano nei luoghi: spersonalizzazione, standardizzazione, precarietà e nessun interesse nell’incontrare i bisogni delle persone migranti. Nelle conclusioni, l’autrice fa riferimento al lavoro di Alessandro Petti e Sandi Hilal (DAAR – Decolonizing Architecture Art Research): riconoscendo i campi profughi come luoghi aventi una storia, si potranno vedere come spazi in cui nascono attività e iniziative significative, basati non solo sulla sopravvivenza, ma sui continui sforzi indirizzati a ricostruire vite e rivendicare legittimità.

 

Il volume They asked me to design a house, I asked them to design a home evidenzia la centralità dello scambio e della dimensione comunitaria nelle pratiche artistiche e politiche. Il lavoro permette di scoprire diverse realtà e gruppi di studio sparsi nel mondo, animati da persone che interpretano la complessità del reale attraverso la propria esperienza di soggetti in movimento. Un ultimo elemento di pregio è l’eccellente veste grafica dell’edizione, impreziosita dalle illustrazioni di Georgina Pantazopoulou.

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04 maggio 2026

Oltre la visibilità: l’African Art in Venice Forum 2026

Il 5 e il 6 maggio si terrà l’edizione 2026 dell’African Art in Venice Forum, in corrispondenza dell’inaugurazione della 61° Biennale di Venezia. La collaborazione tra African Art Dialogues, Strauss & Co e lo Smithsonian National Museum of African Art ha portato all’organizzazione di due giornate che riuniranno artisti, curatori, studiosi, collezionisti e rappresentanti istituzionali.
Beyond Visibility: A Method of Inquiry è la riflessione attorno alla quale ruoteranno i vari interventi del forum, creando uno spazio di incontro per artisti, curatori e appassionati d’arte provenienti dall’Africa e dalle sue diaspore, considerando la mancanza di rappresentanza dei padiglioni dei Paesi africani alla Biennale.

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Nel programma della prima giornata, si alterneranno istituzioni e artisti che inviteranno al confronto sulle condizioni di visibilità e sulle modalità di costruzione delle narrazioni e dei significati dell’arte africana, dei suoi artisti ed artiste.
Un panel sarà dedicato al punto di vista queer sulla storia dell’arte africana, al quale seguirà la presentazione del progetto “Here Project Book”, la più ampia indagine sugli artisti queer del Continente. Dopo un incontro incentrato sul Nord Africa pensato come centro e non più al margine delle geografie culturali, Africa e Mediterraneo e BHMF presenteranno l’ultimo numero della rivista dal titolo Pan-African Cultural Legacies: Histories, Practices, and Futures of Convening durante il panel dedicato agli archivi panafricani. La partecipazione a un forum di questa caratura è un grande orgoglio e traguardo per la rivista e per tutte le persone che ci hanno scritto e lavorato.
Gli incontri del forum proseguiranno nel pomeriggio con un incontro sull’intreccio tra arte “tradizionale” e arte “contemporanea” prendendo come caso studio l’utilizzo delle maschere urbane dell’Africa occidentale. La giornata terminerà con una performance presentata dal Third Space Arts Foundation.
La seconda giornata di mercoledì 6 maggio sarà interamente dedicata alle performance. Tra gli artisti e le artiste che presenteranno le loro opere troviamo: Wura-Natasha Ogunji, ruby onyinyechi amanze, Zora Snake, Maddly Mendy Sylva, Nakeu Wilfried.

Consulta il programma integrale qui: https://www.aavforum.com/forum-2026/

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13 marzo 2026

Estrattivismi in Africa: la nuova call for papers di Africa e Mediterraneo

È online la call for papers del dossier n. 104-105 di Africa e Mediterraneo dal titolo “Estrattivismi in Africa: politica, etica ed economia“.

L’Africa rappresenta oggi l’epicentro di complesse dinamiche estrattive, dallo sfruttamento delle risorse naturali al capitalismo digitale. Africa e Mediterraneo sollecita contributi interdisciplinari che analizzino criticamente queste trasformazioni, i loro impatti sulle comunità locali e le possibili forme di resistenza o modelli alternativi.

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Il testo integrale della call, con l’elenco dettagliato dei temi suggeriti e le linee guida per autori e autrici, è allegato in PDF.

Scadenze per la partecipazione:

  • Invio delle proposte di abstract (massimo 400 parole e breve biografia): entro il 20 aprile 2026.
  • Invio dei contributi definitivi: entro il 1° luglio 2026.

Le proposte devono essere inviate all’indirizzo email: abstract@africaemediterraneo.it

CALL FOR PAPERS

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11 marzo 2026

Il MOWAA di Benin City riparte: un nuovo anno, una nuova visione

Dopo settimane difficili — segnate dalle tensioni e dagli eventi che hanno impedito l’inaugurazione prevista in novembre 2025 — la direzione del Museum of West African Art di Benin City ha pubblicato un messaggio importante, che invita a guardare al 2026 come a un anno di ascolto, dialogo e rinnovata responsabilità. Il cuore del messaggio è che il MOWAA Institute continua a operare nelle sue attività di ricerca, conservazione ed educazione, nella consapevolezza che gestire un museo non riguarda solo la creazione di un edificio, la cura degli allestimenti, la programmazione, ma riguarda le persone, in particolare le comunità di riferimento e i partner.

imagesIl messaggio è frutto di una lunga riflessione durante il periodo chiusura che è seguita alla protesta violenta che ha impedito l’inaugurazione ufficiale l’11 novembre 2025, costringendo lo staff del museo a proteggere gli invitati, direttori di musei e giornalisti a livello internazionale, facendoli riparare in un luogo sicuro. I manifestanti erano sostenitori dell’Oba (re tradizionale) del Benin, il leader spirituale e culturale dello Stato di Edo, che lamentano che il MOWAA così come concepito dal tuo team si sia allontanato dal suo mandato locale originale e chiedono che venga posto sotto l’autorità dell’Oba. Secondo quanto riportato, gli abitanti del Benin ritengono inoltre che il museo stia tentando di appropriarsi della proprietà dei famosi bronzi del Benin restituiti dalle istituzioni occidentali, che il governo federale ha riconosciuto come legittima proprietà dell’Oba.

Il direttore del museo, Phillip Ihenacho, ha risposto che il museo è stato costruito grazie a investitori istituzionali per essere nient’altro che il Museo d’Arte dell’Africa Occidentale, con un interesse specifico per l’arte contemporanea. 

A seguito delle proteste, il governatore dello Stato di Edo ha revocato la licenza del terreno del museo, concessa da una precedente amministrazione, affermando che il terreno era originariamente destinato a un ospedale pubblico. È stato ora nominato un comitato presidenziale di alto livello, con ministri statali e governanti locali, per sviluppare un “quadro completo per la risoluzione permanente di tutte le questioni correlate attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e il rispetto delle disposizioni costituzionali”.

La direzione ha dunque pubblicato il 17 febbraio un messaggio molto atteso, in cui avvisa che il museo continua le attività ma purtroppo l’accesso al pubblico resta limitato a visite su appuntamento. Il museo si impegna ad iniziare un periodo di dialogo e confronto: da marzo a maggio prenderanno vita una serie di Listening Sessions in Nigeria, Africa Occidentale e nella diaspora—spazi fisici e digitali pensati per accogliere voci diverse e riflessioni sincere. L’obiettivo è chiaro: costruire istituzioni culturali più radicate, responsabili e realmente in dialogo con i propri territori e pubblici.

Il messaggio completo del Direttore qui: https://wearemowaa.org/news-and-ideas/2026-with-mowaa

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12 febbraio 2026

Il numero 102-103 di Africa e Mediterraneo. Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi

Dossier 102/103: Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi

È in uscita il numero 102/103 di Africa e Mediterraneo, dedicato al tema dei congressi panafricani e curato da Justin R. Thompson e Janine G. Dieudji, fondatori del collettivo artistico Black History Month Firenze e di The Recovery Plan, spazio espositivo e di ricerca sulle culture afrodiscendenti. Il dossier esplora i diversi percorsi attraverso cui il pensiero panafricano ha preso forma, diffondendosi grazie a congressi storici, manifestazioni artistiche, festival internazionali e pratiche educative.

Cover_defSarah Maldoror at the Présence Africaine library, Paris.
© Clarisse Zimra Images courtesy of Association Friends of Sarah Maldoror & Mário de Andrade.

I contributi raccolti seguono un percorso alternativo a quello della storiografia ufficiale, scegliendo di dare spazio a voci ed eventi che, pur fondativi, restano ai margini del canone ufficiale di questo movimento politico e culturale. Come si legge nell’editoriale, alla storia consegnata ai manifesti politici e ai discorsi di indipendenza se ne affianca un’altra, più frammentaria, fatta di incontri, dialoghi, scambi informali e pratiche collettive, da cui sono emerse le diverse, e a volte divergenti, traiettorie culturali e politiche di un movimento che ha abbracciato le comunità africane e afrodiasporiche del mondo. Dai Congressi degli Scrittori e Artisti Neri tenutisi a Parigi (1956) e Roma (1959), alle scuole postcoloniali e ai festival di massa, queste occasioni di aggregazione hanno dato vita a vere e proprie infrastrutture culturali, spazi di sperimentazione e reti transnazionali che oggi sopravvivono e si rinnovano.

Significativi sono i contributi che affrontano le lacune dell’archivio, la marginalizzazione del lavoro femminile e le prospettive femministe e womaniste. Qui trovano dovuto spazio e visibilità gli sforzi di personalità come Efua Sutherland, Miriam Makeba, Nike Davies-Okundaye e Sara Maldoror, a cui è dedicato un approfondimento artistico ispirato alla mostra organizzata presso The Recovery Plan. Le attività teatrali, musicali, artistiche e il lavoro di comunità portato avanti da queste donne sostengono le infrastrutture culturali del pensiero politico e della pratica panafricanista. Cinema, poesia e pedagogia sono esplorati come forme alternative di trasmissione storica, capaci di produrre esperienze sensoriali e affettive che superano il documento scritto.

Attraverso analisi storiche, politiche e artistiche, il dossier “Eredità culturali panafricane – storie, pratiche e futuro dei congressi” propone una riflessione sul valore dell’incontro collettivo come laboratorio di solidarietà, memoria e speranza e del lavoro culturale come momento di costruzione del futuro da cui scaturiscono immaginari e pratiche innovative.

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02 dicembre 2025

Sorella d’inchiostro. 23 racconti per Kaha Mohaned Aden

Recensione al libro Sorella d’inchiostro. 23 racconti per Kaha Mohaned Aden
a cura di Gabriella Ghermandi, Kossi Komla-Ebri, Itala Vivan (Aiep Editore, 2025)
di Francesca Romana Paci

Era piena di vita, di desideri e di slanci Kaha, nonostante il peso della sua malattia. Aveva anche progetti di scrittura per il futuro, sia creativa sia di indagine letteraria e critica. Ma il destino, caso o ananke, ha deciso per lei.
L’Introduzione è di Itala Vivan, che la intitola Una ghirlanda di racconti. Così scrive: «Questo libro si compone di ventitré racconti che altrettanti scrittori afroitaliani hanno dedicato all’amica scrittrice Kaha Mohamed Aden, loro sorella d’inchiostro, scomparsa nel 2023. Non è quindi un’antologia, né il frutto di una scelta critica, ma un corpus naturale offerto come fosse un mazzo di fiori» (9).

Nella prima parte dell’Introduzione, dopo un breve cenno globale ai racconti, Vivan fornisce una succinta traccia dei recenti fenomeni di emigrazione/immigrazioni – recenti ma comunque ancora frutto del colonialismo. L’immigrazione in Italia, fa notare Vivan, arriva dopo gli anni Ottanta, considerevolmente tarda rispetto all’immigrazione in Francia e nel Regno Unito. L’Italia non è preparata, e non sono preparati gli immigrati, che per la maggior parte arrivano senza sapere la lingua italiana. Ma la imparano, la fanno propria, la manipolano e scrivono. Più difficile per loro che per gli africani francofoni e anglofoni, che hanno imparato francese e inglese nella vita quotidiana e a scuola. La varietà delle produzioni degli immigrati che si sono fermati in Italia è notevole. Inoltre, aggiungerei, il fenomeno della scrittura italofona di emigranti, non solo dall’Africa, ma da tutto il mondo, è tuttora in fieri e aumenta di anno in anno – i primi immigrati storici, inoltre, sono tuttora attivi e sulla breccia.

Vivan conclude l’Introduzione con una essenziale biografia di Kaha, dove racconta del suo arrivo in Italia, di suo padre, Mohamed Aden Sheikh, uomo politico e medico chirurgo, incarcerato da Siad Barre, accolto in Italia, dove poi lavorò come medico fino alla morte e dove scrisse un’autobiografia, pubblicata in varie successive edizioni.
Vivan racconta degli studi universitari di Kaha, del suo sposarsi e stabilirsi a Pavia, del suo lavoro interculturale, delle sue prime esperienze teatrali e letterarie, e dei suoi libri, Fra-intendimenti, una raccolta di racconti pubblicata nel 2010, e il romanzo Dalmar – La disfavola degli elefanti, pubblicato nel 2019. Tutto il resto avrebbe potuto essere nel futuro.

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I ventitré racconti, in ordine di comparsa nel libro, sono opera di Emmanuel Edson Moukoko, nato in Camerun, si occupa anche di teatro; Hamid Barole Abdu, nato in Eritrea, narratore e saggista; Jorge Canifa Alves, originario di Capo Verde, si dedica anche al teatro; Amor Dekhis, nato in Ageria, scrive ed è specializzato in Industrial Design; Erminia Dell’Oro, nata ad Asmara, da genitori italiani; Soumaila Diawara, nata nel Mali, a Bamako, è un personaggio politico di notevole rilievo, le è assegnata protezione internazionale; Abdou M. Diouf, originario del Senegal, biologo, scrive ed è un appassionato di musica italiana; Shirin Ramzanali Fazel, nata a Mogadiscio, da madre somala e padre pakistano, studiosa e plurilinguista; Gabriella Ghermandi, nata ad Addis Abeba, di madre etiope e padre italiano; Pap (Abdoulaye) Khouma, senegalese, scrittore e giornalista; Kossi Komla-Ebri, proveniente dal Togo, scrittore e medico chirurgo; Tahar Lamri, nato ad Algeri, scrittore, traduttore e artista poliedrico; Karim Metref, algerino, insegnante di Educazione Artistica in Italia; Sonia Lima Morais, proveniente da Capo Verde, mediatrice familiare e griotte; Ingy Mubiayi, nata al Cairo, insegnante, studiosa e libraia; Paul Bakolo Ngoi, nato nella Repubblica Democratica del Congo, giornalista e studioso; Rahma Nur, nata in Somalia, insegnante, narratrice e poeta; Judicael Ouango, originario del Burkina Faso, narratore, poeta e campione di basket; Paola Pastacaldi, scrittrice, giornalista, nipote di due nonni vissuti in Africa; Angelica Pesarini, professore universitario a Toronto, Canada; Igiaba Scego, nata a Roma da padre e madre somali, scrittrice e studiosa; Abdelmalek Smari, algerino, narratore e psicologo di formazione; Maria Abbebu Viarengo, nata in Etiopia, educatrice interculturale e scrittrice.

Dei ventitré racconti tre hanno Kaha protagonista o comunque agonista, Il nostro incontro di Emmanuel Edson Moukoko; La disfavola dell’elefante nella stanza di Abdou M. Diouf; e Ti rubarono a noi come una spiga di Tahar Lamri, da dove proviene il titolo del libro, Sorella d’inchiostro. Ma Kaha è implicitamente nell’humus e nel sostrato generativo di tutti. Non si può riassumere un libro come questo: l’unico modo di capirlo è leggerlo.

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22 settembre 2025

Storie, pratiche e futuro dei congressi panafricani: la nuova call for papers di AeM

La call for papers del n. 102-103 di Africa e Mediterraneo è dedicata al tema “Eredità culturali panafricane: storie, pratiche e futuro dei congressi”, in collaborazione con The Recovery Plan, spazio espositivo, biblioteca e centro di ricerca per il dialogo e lo scambio transnazionale sulle culture afrodiscendenti.

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I congressi storici panafricani tra passato e presente

Africa e Mediterraneo apre la call for papers del dossier 102-103, realizzato in collaborazione con The Recovery Plan, spazio espositivo, biblioteca e centro di ricerca per il dialogo e lo scambio transnazionale sulle culture afrodiscendenti con sede a Firenze, all’interno del campus della Santa Reparata International School of Art (SRISA). Il dossier raccoglierà contributi sul ruolo della cultura nella solidarietà panafricana, dai congressi storici degli anni ’50 alle assemblee e incontri successivi, come il FESMAN di Dakar e il FESTAC ’77 di Lagos. Quali riflessioni sui modelli di sviluppo culturale transnazionale sono emersi da quegli eventi? Esistono oggi iniziative che utilizzano la cultura per far incontrare artisti e pensatori della diaspora e in che modo questi eventi contemporanei si relazionano con quelli del passato?

Il Primo e il Secondo Congresso degli Scrittori e Artisti Neri tra passato e presente

La rivista sollecita l’invio di proposte sugli importanti festival culturali panafricani tenutisi negli anni 50, 60 e 70, sulle loro narrazioni transnazionali e archivi, ma anche sulla loro eredità e attualità negli spazi e collettivi artistici che portano avanti, oggi, le pratiche panafricane di incontro e scambio culturale. La scadenza per l’invio delle proposte è il 31 ottobre 2025; in allegato il call for papers in italiano e inglese.

Call for papers italiano del numero 102-103 di Africa e Mediterraneo:
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Call for papers inglese del numero 102-103 di Africa e Mediterraneo:
Aem_101_102_Call_for_papers ENG

Foto: Theophilus Imani, There is Truth in the Shadow presso The Recovery Plan foto di Bradly Dever Treadaway

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17 settembre 2025

Ad Amsterdam il progetto artistico Decolonizing the Gaze di Caterina Pecchioli

Giovedì 18 settembre la piattaforma di arte contemporanea Framer Framed di Amsterdam ospiterà Decolonizing the Gaze: The Colonial Heritage of Italian and International Fashion Design and its Impact on the Collective Imaginationuna tavola rotonda che prende le mosse dalla ricerca dell’artista visiva Caterina Pecchioli sull’immaginario della moda coloniale in Italia e Olanda. L’evento presenta lo studio degli oggetti di moda che Pecchioli ha visionato nei depositi dell’Ex Museo Coloniale di Roma, oggi Museo delle Civiltà (MUCIV), e del Wereldmuseum di Amsterdam, riflettendo sulle continuità e le rotture che legano il passato al presente in due contesti post-coloniali molto diversi. Si tratta di uno studio partecipativo che ha coinvolto attivamente designer e artisti con background coloniale in una riflessione collettiva sulle eredità del colonialismo, sulla agency coloniale, la sostenibilità e il significato politico del design.

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Il prisma della moda, intesa sia come reparto produttivo che come campo semiotico che plasma la narrazione e la memoria, rivela una storia di diseguaglianze e interdipendenze tra Nord e Sud del mondo che attraversano lo spazio materiale dei corpi e quello immateriale del immaginario. La tavola rotonda conclude un biennio di scambi e incontri finalizzato a decentrare la prospettiva eurocentrica della moda contemporanea.

All’evento, moderato da Alessandra Saviotti, prenderanno parte, oltre all’artista, la stilista Linnemore Nefdt, Enrica Picarelli, direttrice editoriale di Africa e Mediterraneo, studiosa di moda africana, e Alessandra Vaccari, professoressa presso l’IUAV di Venezia e autrice di saggi sulla moda coloniale italiana.

Venerdì 19 all’Open Studio allestito presso la Thami Mnyele Foundation ad Amsterdam sarà possibile visionare l’output artistico del progetto che include le tavole pubblicate su Africa e Mediterraneo, alcune delle quali realizzate in collaborazione con il designer R.V. Abbey-Hart.

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Il progetto ha beneficiato del sostegno dell’Italian Council con la collaborazione di Thami Mnyele Foundation, CBK Zuidoost, Framer Framed e di numerosi partner culturali tra cui Africa e Mediterraneo. Quest’ultima ha pubblicato una restituzione visiva approfondita del lavoro di Pecchioli nel numero 100 – Restitutions: Ethics and Methodologies for a Contested Heritage, curato da Lucrezia Cippitelli e Donatien Dibwe dia Mwembu – dedicato al tema della restituzione e della decolonizzazione dei musei che presenta una ricca sezione sul caso italiano e in particolare sulla controversa storia dell’Ex Museo Coloniale. Gli abiti, i tessuti e gli accessori raccolti nel collage di immagini realizzato da Pecchioli e dai designer che hanno partecipato a Decolonizing the Gaze non rivelano solo la vastità del saccheggio coloniale, ma anche e soprattutto le modalità non lineari attraverso cui le narrazioni e le identità culturali sono sopravvissute e si sono trasformate nel tempo.

Sarà possibile visionare l’output artistico del progetto che include le tavole pubblicate su Africa e Mediterraneo e quelle realizzate dal designer R.V. Abbey-Hart, venerdì 19 all’Open Studio allestito presso la Thami Mnyele Foundation.

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