14 ottobre 2019
#iosonopescatore, a Lampedusa la legge dell’umanità
Era la notte del 3 ottobre di sei anni fa, di giovedì, quando 368 persone per lo più eritree e somale morirono a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa. Una tragedia divampata nel giro di pochi secondi che ha costretto il mondo a prendere coscienza della drammaticità di un fenomeno migratorio che le sponde dell’isola conoscevano già da anni. Il barcone ospitava oltre 500 persone: 155 di queste furono salvate, ma almeno 368 morirono tra le fiamme propagate da una coperta incendiata per segnalare la propria posizione o annegate in mezzo al Mediterraneo, di fronte al porto di Lampedusa.
I primi a intervenire sul posto furono degli isolani, tra cui Vito Fiorino, Domenico Colapinto e Costantino Baratta, allertati dal vuciare dei gabbiani. «Non c’era tempo da perdere, mentre i miei amici chiamavano la Guardia Costiera, io lanciavo salvagenti, un altro si è tuffato, le mani e le braccia intrise di nafta che cercavano di aggrapparsi alle nostre», racconta Vito. «Ragazzi che urlavano, braccia alzate, volti che supplicavano aiuto, chi si aggrappava a una bottiglia o a qualsiasi pezzo di legno galleggiante. Li ho presi dalla cintura come se fossero sacchi di patate. Erano sconvolti e alcuni si vergognavano perché erano nudi. Domenico Colapinto e i suoi fratelli continuavano senza sosta a tirar su i corpi», aggiunge Costantino che con Vito non si era mai incrociato prima di allora.
A distanza di sei anni, grazie alla perseveranza di Vito e alla collaborazione del Comune di Lampedusa e Linosa – capofila del progetto Snapshots from the Borders –, finalmente i nomi di quelle persone sono stati impressi su una scultura posta in una piazza di Lampedusa. Alle 3:30 del 3 ottobre di quest’anno, per restituire la dignità della memoria a chi non è sopravvissuto, è stato inaugurato il memoriale, assieme al murales dipinto da Neve con la riproduzione della corona lanciata in mare da papa Francesco nel 2013 a ricordo dei morti nelle traversate. Al suo fianco, commossi, alcuni dei sopravvissuti che ogni anno dopo quella terribile notte tornano a Lampedusa da Vito, Costantino e Domenico per riabbracciarsi e ricordare i loro fratelli morti in modo così tragico. Una cerimonia semplice, essenziale nel buio della notte: qualche minuto dopo l’inizio, il silenzio è stato interrotto dal frusciare dell’alta palma della piazza, scossa da un forte vento improvvisamente arrivato dal mare.
Alle otto del mattino si sono dati appuntamento sulla piazza di Lampedusa, che è la finestra d’Europa – come ha sostenuto il sindaco Martello –, centinaia di studenti di tutta Italia ed Europa coinvolti dal Comitato 3 ottobre e dal Comune di Lampedusa e Linosa in collaborazione con il MIUR in un percorso di sensibilizzazione sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza. La marcia verso la Porta d’Europa, sotto lo slogan “Siamo sulla stessa barca”, ha visto protagonisti gli studenti, i sopravvissuti, i testimoni della strage, gli isolani e le associazioni coinvolte nei percorsi di accoglienza e integrazione.
Nello stesso giorno, nelle capitali dei 28 Paesi d’Europa i partner di Snapshots from the Borders realizzavano eventi dedicati alla migrazione, tra cui l’inaugurazione di una riproduzione della Porta d’Europa simbolo di Lampedusa sotto la porta di Brandeburgo a Berlino.
Africa e Mediterraneo, al fianco del Comune di Lampedusa e Linosa, ha sfilato con la maglia simbolo di questo 3 ottobre: #Iosonopescatore. Uno slogan lanciato dal sindaco Martello e diffuso dal progetto per rivendicare la legge del mare, che è poi la legge dell’umanità, contro qualsiasi forma di disumanità e contro chi vorrebbe impedire i soccorsi in mare. Perché la vita è una priorità e perché i pescatori salvano vite, la politica arriva dopo.
Parole chiave : #iosonopescatore, 3 ottobre, Costantino Baratta, Domenico Colapinto, Lampedusa, Snapshots from the Borders, Vito Fiorino
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/iosonopescatore-a-lampedusa-la-legge-dellumanita/trackback/
30 agosto 2019
Geografia delle terre africane nelle narrazioni letterarie
Di Francesca Romana Paci
Riflessioni in margine al volume di Luigi Gaffuri, Racconto del territorio africano. Letterature per una geografia (Prefazione di Massimo Fusillo; Postfazione di Eleonora Fiorani, Lupetti Editore, Milano 2018, pp. 318)
La geografia è una scienza antichissima e molto complessa. Da un lato è resa unitaria dal suo essere di base legata alla realtà naturale terrestre, dall’altro, simultaneamente, è resa plurale dalla vita dell’uomo sulla terra: l’uomo che costruisce geografie, e, insieme, l’uomo che le indaga, studiando e cercando di capire le loro sfaccettature diacroniche e sincroniche. Nel suo Racconto del territorio africano Luigi Gaffuri, geografo, epistemologo e studioso del pensiero geografico, si propone una completezza di discussione che lo porta a strutturare il suo lavoro in due parti. La prima parte, un discorso sul metodo, è propedeutica alla seconda, e necessaria per capire i quattro saggi che costituiscono la seconda parte. I primi tre sono letture geografiche di famose narrazioni letterarie di argomento africano: i romanzi Tempo di uccidere di Ennio Flaiano; La mia Africa di Karen Blixen; Cuore di tenebra di Joseph Conrad – tre opere di scrittori europei che guardano l’Africa. Il quarto saggio prende in considerazione l’estremo africano dell’asse di indagine, ovvero come alcuni intellettuali e artisti africani guardano l’Africa; inserita in molto altro, Gaffuri analizza la pièce teatrale Che ne è di Ignoumba il cacciatore? del congolese Sylvain Bemba. I quattro saggi, che potrebbero essere del tutto autonomi, come l’autore subito informa i lettori, sono stati scritti e pubblicati singolarmente nell’arco di anni; il che spiega perché il discorso metodologico ritorni come parte integrante anche di ciascuno di essi.
Uno dei due motti collocati exergo nella prefazione di Massimo Fusillo a questo libro è tratto da un articolo del famoso geografo, sociologo e antropologo David Harvey: «L’immaginazione geografica è un fatto troppo pervasivo e importante nella vita intellettuale per essere lasciata soltanto ai geografi» (Knowledge in the Eye of Power: Reflections on Derek Gregory’s Geographical Imagination, in «Annals of the Association of American Geographers», 85, 1, 1995, p. 161). Harvey, di libera formazione marxista, in realtà non vuole affidare la geografia a diverse aree di indagine, quanto introdurre nella ricerca geografica procedimenti che coinvolgano la pluralità delle scienze, della cultura, del sapere e soprattutto del potere nelle sue manifestazioni politiche e sociali. La parola «immaginazione», inoltre, apre molte strade agli studiosi (non solo strade africane!), tante da rischiare una lusinghiera ebrezza di possibilità, ma anche, senza contraddizione, da dichiarare un caveat molto serio su quanto possa fare la «immaginazione» al servizio del «potere». Per inciso, Derek Gregory (nato nel 1951) ha largamente scritto sul Colonialismo, quello di ieri e soprattutto quello contemporaneo in qualunque modo travestito. Il suo Geographical Imaginations (1994) sussiste nel retroterra del libro di Gafffuri, e l’affermazione di David Harvey può, in effetti, essere un buon motto per tutto il libro, che si apre con le pagine di Fusillo e si chiude con uno scritto dell’epistemologa e storica dell’arte Eleonora Fiorani, intitolato Dalla letteratura all’arte africana contemporanea. Il saggio di Fiorani è un regesto, necessariamente succinto, ma efficacemente commentato, di eventi relativamente recenti legati all’arte africana e alle attività di artisti e di studiosi (particolarmente enfatizzata la figura di Sarenco, Isaia Mabellini, purtroppo ormai scomparso) che se ne sono occupati. Una lista degli artisti coinvolti è impossibile, ma si deve almeno notare come Fiorani si adoperi per rendere giustizia a tutte le arti visive, dalla scultura alla fotografia, includendo anche il design, le installazioni e qualche incursione nel cinema, riconducendo infine il tutto a fondamentali rapporti con le vicende coloniali e post coloniali.
Racconto del territorio africano non è un libro facile: richiede al lettore attenzione e una base di passione culturale. È strutturato, come sopra accennato, in due parti. La prima è di per sé una vasta introduzione, che occupa centotrenta delle duecento sessantotto pagine di Gaffuri (escludendo, quindi, il contributo di Eleonora Fiorani e la ricca bibliografia), e, a sua volta, è composta da un primo esteso capitolo, intitolato “Introduzione – Quali Afriche? Voci europee e sguardi da dentro”, e da altri due capitoli, altrettanto estesi, “Raccontare il territorio” e “Immaginari geografici e riflessività”. La precisazione circa il numero di pagine non è pedanteria, ma una sottolineatura dell’importanza che Gaffuri attribuisce al suo humus intellettuale e al lavoro di altri studiosi, geografi e non solo, e soprattutto al metodo di indagine adottato.
All’inizio dell’Introduzione, Gaffuri afferma con chiarezza: «Questo libro si occupa di letteratura dal punto di vista della geografia. In particolare, l’attenzione è focalizzata su alcune narrazioni d’ambientazione africana, emblematiche della letteratura europea d’epoca coloniale e della letteratura africana subsahariana del Novecento» (p. 15). Individuata l’estensione del campo d’indagine in oggetto, gli si impone un pre-discorso sul metodo, che si deve necessariamente estendere diacronicamente e sincronicamente, dalle pratiche storiche e geografiche del passato alla nascita, indubbiamente rivoluzionaria, dei Postcolonial Studies e dei Cultural Studies.
È impossibile seguire il testo di Gaffuri segmento per segmento per l’ampiezza dei suoi riferimenti e anche per la sua tecnica di scrittura, che procede per “aggancio” di dati e fattori culturali, cosicché omettendone qualcuno si compromette il percorso: l’unica via efficace è leggerlo nella sua interezza. Si possono, però, estrarre alcuni elementi particolarmente importanti, partendo dal riconoscere la posizione permanentemente liminale, «lo spazio del tra», dello scrittore europeo che affronta l’Africa. Un primo elemento è costituito dalla domanda che Gaffuri costringe il lettore a farsi: per chi scrive lo scrittore europeo (ma anche il filosofo) tra Ottocento e prima metà del Novecento? Per chi scrivono Hegel, Conrad, Blixen, Flaiano? Gaffuri non si addentra, ma sottolinea come ci sia una «asimmetria» geografica che perdura in asimmetria del pensiero, necessariamente legata al Colonialismo e al pensiero coloniale (p. 30). Le narrazioni dei romanzieri europei dicono, alla fine, più sull’Europa che sull’Africa. Da tutto questo nascono spontaneamente altre domande: per chi scrivono Said, Bhabha, Ngugi wa Thiong’o, Spivak, e Achebe? Nel libro di Gaffuri questi interrogativi sono costantemente sottesi e in movimento, inducendo il lettore a ripercorrere la storia e a rendersi conto di come ogni nuovo evento storico, anche contemporaneo, modifichi non solo il presente, ma anche la comprensione e valutazione del passato.
In un punto chiave della Introduzione, per esempio, Gaffuri ricorda che in un suo discorso del 1973 Achebe, richiamando la leggendaria frase di Metternich sull’Italia, dice che l’Africa non è «solo un’espressione geografica»; la frase di Metternich (comunque interpretata) lo porta, perseguendo la sua tecnica di “aggancio”, a interrogarsi sul tema della lingua: quale lingua per l’Africa? Il colonialismo linguistico oggi è una realtà che si potrebbe discutere per migliaia di pagine. Gaffuri non se ne serve direttamente, ma è impossibile leggere questa parte del suo libro e non pensare a Cheikh Anta Diop, che nel breve, spinosissimo e visionario capitolo sulla lingua del suo Les fondaments économiques et culturels d’un état fédéral d’Afrique Noire, (Présence Africaine, 1960 e 1974) auspica come necessaria alla decolonizzazione una «unité linguistique» africana (pp. 20; 29). I tempi di Cheikh Anta Diop (come quelli di un altro grande storico africano, Joseph Ki Zerbo) sembrano lontani, ma sono una delle cerniere fondamentali per tentare di capire non solo la mise en roman dell’Africa e l’imperialismo linguistico (non solo in Africa!), ma anche lo spazio geo-politico contemporaneo. Gaffuri si spinge oltre nel passato, ricordando più volte nel libro la seconda Conferenza di Berlino, 1884-1885, dove si è divisa e spartita l’Africa tra i poteri europei, istituendo il diritto di depredare le sue risorse. Una Conferenza quasi ignorata da molti manuali europei di storia, ma largamente presente nei programmi e nei testi scolastici africani (un solo esempio: i manuali senegalesi per le scuole sia inferiori sia superiori). Si deve aggiungere che se il tema della lingua era spinoso in Cheikh Anta Diop e in Ki Zerbo, ora lo è altrettanto: alle Nazioni Unite non è contemplata alcuna lingua africana, e del resto se uno scrittore africano vuole essere letto non può scrivere solo in una lingua africana – Soyinka e Ngugi wa Thiong’o possono permettersi di scrivere nella loro madrelingua, ma solo dopo aver raggiunto un successo planetario, e comunque pubblicando i loro lavori anche in inglese.
Nelle pagine seguenti compaiono, necessariamente, Gaston Bachelard (la poetica dello spazio e altro), Édouard Glissant (il rizoma), Pierre Bourdieu (forse la teoria dei campi potrebbe entrare maggiormente nel discorso), Gregory Bateson, marito di Margaret Mead (i metaloghi). Infine, Gaffuri afferma e difende il suo procedimento di soggetto-ricercatore, il «modellizzare scientificamente la ricerca sul campo», non scartare «dissonanze» ed «emozioni», accettare la «imprevedibilità» del reale materiale – la materia del mondo, direbbe il filosofo Giovanni Piana – e dell’inconscio. E, completando la sua affermazione in nota con riferimenti all’io cartesiano e a Lacan, aggiunge:
A questo proposito, il discorso può essere articolato su tre nuclei epistemici: il soggetto della scienza in geografia (che gioca tra autoriferimento dell’enunciazione e eteroriferimento dell’enunciato; l’inconscio del ricercatore geografo sul terreno (che mette in causa la questione dell’infinito e delle sue possibili rappresentazioni; l’etica (che ha a che fare con l’incertezza e l’azione). […] è solo all’interno di questo sistema tripolare che può essere affrontato un discorso sul geografo-osservatore come soggetto di una modernità plurale. (p. 53).
Dopo questa lunga indispensabile “Introduzione”, Gaffuri procede con i due capitoli a loro modo ancora introduttivi, “Raccontare il territorio” e “Immaginari geografici e riflessività”. Nel primo dei due, il percorso inizia con Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione) e prende subito una strada semiotica: «La produzione e il consumo di segni e simboli sono dunque i tratti caratterizzanti della condizione umana» (p. 59). Il sistema di produzione e consumo crea, dunque, una cultura, ovvero le culture. Quello che Gaffuri desidera qui dimostrare, è la necessità di «aprire il terreno alle relazioni tra geografia e semiotica», creare una geografia che consideri i luoghi anche per i loro valori culturali – e, si deve aggiungere, disvalori. Dopo avere, in parte con Hilary Putnam, «destituita di fondamento» la «contrapposizione […] tra scienza e arte», il contributo del Racconto del territorio africano a questo, quasi nuovo, «campo di frontiera» è proprio, dice Gaffuri, il prendere in considerazione narrazioni letterarie in quanto nello stesso tempo interpretative e tributarie del sapere geografico:
Il racconto del territorio è portatore di un’istanza scientifica che, nel concepire la geografia come forma territoriale dell’azione sociale, si confronta con alcune espressioni letterarie analizzate in questo volume. Le forme narrative, e in primis la letteratura, sono qui considerate come dispositivi di rappresentazione nei quali cercare la geografia, connaturata alle esperienze e alle condizioni esistenziali delle persone, a loro volta organizzate in società che intrattengono relazioni con lo spazio terrestre. (p. 63).
Quello che segue è un vero discorso sul metodo, che propone usi più precisi e differenziati di tre termini geografici, spesso utilizzati come sinonimi, e qui identificati in aspetti e funzioni proprie: «ambiente, territorio e paesaggio». La geografia che operi sulla base e di questa triade è evidentemente una geografia complessa, che deve fare tesoro di dati dovunque li possa trovare, incluse le letterature e le arti. Gaffuri si sofferma su concetti e dati di realtà, enfatizzando appunto la complessità, soprattutto per quanto riguarda la territorializzazione dell’ambiente, e anche del paesaggio: «Il territorio è l’ambito sociale che nasce dall’azione trasformativa dell’uomo sulla natura, sullo spazio fisico, piegando cognitivamente e concretamente l’ambiente ai propri fini […]» (p. 66). Il passaggio da territorio naturale a territorio «sociale» è un tema inesauribile in tutti i sensi. Dalla storia alla politica, dalla letteratura alle arti visive la territorializzazione rappresenta una linea guida che non si interrompe mai, intrecciandosi alla storia stessa della civilizzazione. Per quanto riguarda la letteratura, e in particolare la letteratura ispirata dal Colonialismo, il lettore di queste pagine, o almeno il lettore che qui scrive, non può non pensare a numerosi romanzi, come Robinson Crusoe di Daniel Defoe, Tocaja grande di Jorge Amado, The Grass Is Singing di Doris Lessing, per non fare che tre esempi, ma anche alla ricca produzione di romanzi di fantascienza sulla colonizzazione di nuovi mondi.
Dal canto suo, Gaffuri in queste pagine insiste sul potere di controllo della territorializzazione sulla vita umana, un potere dal quale non sembra possibile fuggire nemmeno per l’arte – soprattutto per l’architettura, ovviamente, ma anche per le arti figurative, e con debita differenza, per la letteratura. Sono qui particolarmente illuminanti le citazioni del pensiero di Denis Cosgrove, geografo americano scomparso ormai da più di dieci anni, ma tuttora attualissimo e ispiratore di grandi aperture. Ancora una volta le possibilità di indagine che Gaffuri spalanca davanti allo studioso di letteratura provocano una specie di ebrezza, perché suggeriscono implicitamente riletture di un grande numero di testi letterari, soprattutto romanzi ottocenteschi e novecenteschi, ma non solo. Ovviamente Gaffuri suggerisce un metodo non un elenco di romanzi. Se un elenco è impensabile, lo sprone è irresistibile: quasi a caso, si può pensare a romanzi come Fame e Il risveglio della terra di Knut Hamsun, a North and South di Elizabeth Gaskell, a Waiting for the Barbarians di J. M. Coetzee , e persino a Paul et Virginie di Bernardin de Saint Pierre e, con un salto di tempo e di luogo, al lavoro teatrale Translations dell’irlandese Brian Friel.
Nel secondo dei due capitoli deutero-introduttivi, “Immaginari geografici e riflessività”, Gaffuri, che chiama il capitolo «interludio filosofico», prende le mosse da un basilare, ma non semplice, «essere significa […] essere da qualche parte» (p. 89), e si lancia in una cavalcata esperta attraverso un campo ricchissimo, da Platone a Cartesio a Vico; e poi a Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Bachelard, Foucault, Derrida per discutere l’essere nel tempo affiancato all’essere nello spazio e arrivare al «luogo», allo «spatial turn» e a una heideggeriana «topologia dell’essere». Seguono, necessariamente, riferimenti ai più noti studiosi di Colonialismo, Postcolonialismo, diversità e incroci, da Bhabha (terzo spazio), a Spivak, Said, Appadurai, e altri. Per arrivare alla pratica della riflessività (non solo sociologica, ma anzi allargata anche alla auto-analisi) e al suo scavo teso a mettere in luce i rapporti fra letteratura e geografia, Gaffuri passa anche attraverso riferimenti a scrittori universalmente noti e approda, alla fine del capitolo, all’affermazione centrale, fulcro del suo lavoro: «I romanzi, mettendo in scena uomini e società nei loro spazi e nei loro luoghi, funzionano come giacimenti di sapere” (p. 122). Forse non tutti i romanzi, ma quasi tutti, e certo lo fanno i tre romanzi che ha scelto di studiare, tutti e tre opere di scrittori per i quali l’Africa è un luogo “altro”.
A questo punto, mantenendo vivace la tecnica dell’aggancio, Gaffuri si dedica al primo e unico romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere – Il Fascismo italiano in Etiopia, pubblicato nel 1947, liberamente basato sul diario che Flaiano teneva quando era tenente di complemento del Genio durante la Guerra d’Etiopia dal novembre 1935 al maggio 1936. Per inciso, il periodo coloniale italiano, dopo la sventurata Guerra d’Abissinia (1895-1896), si situa tra il 1936 e il 1941. Proporre oggi una rilettura di Tempo di uccidere è uno dei meriti di Gaffuri, che pur mantenendo fisso lo scandaglio geografico, porta a riflettere su numerosi altri aspetti e sullo stesso genere romanzo (questo, dunque, e qualunque romanzo) concepito come “insieme”. Le citazioni dal testo di Flaiano sono numerose, eppure spesso si è portati a desiderarne di più. Particolarmente denso di elementi il brano in cui Flaiano, autore implicito, “guarda” dentro il suo romanzo, dove il protagonista e narratore “guarda” l’àscaro Johannes che “guarda” una vallata e la valuta in toto, come ambiente naturale, territorio e paesaggio (p. 134; con tacito richiamo a p. 63; e, in nota, una illuminante citazione dal Poema africano della Divisione ’28 ottobre’ di Marinetti). Per inciso, ma non troppo, per Johannes, qui e altrove, i luoghi importanti sono quelli dove c’è acqua.
Gaffuri raggruppa e ordina passi del testo di Flaiano in citazioni multiple, collegando per senso e immagini brani che nel romanzo compaiono in pagine diverse, anche lontane fra loro. Caldo, aridità, fiume apparentemente inefficiente al benessere, fatica, colori estenuanti, persino un aggettivo isolato, «morbida», usato etimologicamente nel senso di “malsana”, “malata” in unione a «atmosfera» (p. 137), concorrono tanto alla rappresentazione di Flaiano, quanto a quella di Gaffuri. Il romanzo non include dati e riflessioni storiche (Gaffuri, invece, abbonda), ma indugia numerose volte sulle carte geografiche: immagini, indicazioni, denominazioni – le citazioni di molti di questi passi sono utilmente raggruppate con il metodo multiplo adottato da Gaffuri (pp. 141 e 143, e nota sulla Guida dell’Africa Orientale Italiana della Consociazione Turistica Italiana). L’illusione coloniale italiana, l’esotismo, gli errori sociali, economici, umani sono esposti spietatamente sia da Flaiano sia da Gaffuri; Gaffuri lo fa sia tramite Flaiano sia facendo ricorso a filosofi e studiosi contemporanei – o quasi. Particolarmente forte – fra geografia e letteratura – il tema della terra coltivabile, collegato a quello della fame.
A Flaiano segue Karen Blixen con il memoir-romanzo La mia Africa (Out of Africa). Il capitolo, o meglio il saggio, intitolato “Cartografia, paesaggio e letteratura nel Kenya coloniale”, è preceduto da un motto, liberamente tratto da una fiaba Ekoi del Camerun, dove un’antropomorfizzata topolina intesse bambini-racconto di tutto quello che vede, e «a ciascuno di loro diede una veste di un colore diverso […] I racconti diventarono i suoi figli e vissero in casa sua e la servirono perché lei non aveva figli suoi» (p. 163). Se non sulla geografia dei luoghi, il motto dice moltissimo sulla narratività africana e introduce in modo affascinante La mia Africa, che è di per sé un’opera passionale, consapevole, intrecciata alla storia, determinata da luogo e spazio. Pubblicato nel 1937, scritto direttamente in inglese (il titolo inglese, Out of Africa, forse comunica meglio la passionalità e la privazione), il romanzo è una miniera di conoscenza per lo studio del Colonialismo.
Gaffuri tocca momenti e aspetti fondamentali, come la Conferenza di Berlino del 1884-1885 e il sanzionamento europeo dei confini africani; la cartografia coloniale; la cartografia moderna e l’isotropia; la scala lineare nelle carte geografiche – l’universo è isotropo, ma noi lo facciamo diventare anisotropo cercando fonti/fonte di percezione; anche in poesia, nei romanzi, nelle arti figurative. Stupefacente l’estensione dei possedimenti europei in Africa, che potevano essere persino maggiori dei «tremila ettari» di Karen Blixen (p. 171).
Anche per leggere geograficamente La mia Africa, Gaffuri fa largo uso di citazioni che raggruppa in frammenti, susseguenti nel libro, ma in pagine anche lontane fra loro. La tecnica fa diventare le citazioni un deutero-testo quasi simultaneo, rendendo, però, necessaria molta attenzione ai numeri di pagina. Molto belle e utili le citazioni che rappresentano numerose “visioni dall’alto” (pp. 174-176; 177; 179-180; 181-182-183; 184). È in questo saggio su Karen Blixen che Gaffuri propone con ancora più chiarezza le tre categorie analitiche di «ambiente naturale», «territorio» e «paesaggio» (p. 186), e i loro collegamenti concomitanti, approfonditi nei commenti alle citazioni. Sono particolarmente interessanti i passi, sia di Blixen sia di Gaffuri, che ci portano a riflettere sulla territorializzazione, dalla centralità urbana di Nairobi, imitazione europea, dove però si doveva andare a cavallo o con un carro (p. 193), alla tassazione degli squatters, che avrebbero fatto a meno di strade, treni, illuminazione e anche polizia (pp. 196-197). Impossibile a questo punto per il lettore non pensare agli investimenti cinesi in Africa, e, ampliando il tema, a quali categorie sociali interessano strade e collegamenti.
Il saggio si conclude con ulteriori riflessioni sulla cartografia, dalle mappazioni coloniali come «inventari delle risorse umane e naturali», che alla fine diventano un «progetto politico» (p. 197), al riconoscere che le carte geografiche vogliono porsi come neutre, ma non lo sono: dalla rappresentazione dell’ambiente naturale ai nomi sono, appunto, anche progetti di politica economica. Pure, la cartografia è necessaria, guardandosi dal pericolo di farla diventare sussidiaria di un grave impoverimento culturale. Molto belle a questo proposito, principalmente per natura, cultura e visione unidirezionale, le citazioni di Blixen, da Ombre sull’erba e da Out of Africa (p. 201) – quasi-conclusive del saggio.
Il terzo romanzo esaminato è Heart of Darkness di Joseph Conrad. Un’opera breve, spesso definita dagli studiosi anglofoni novella, ma traboccante di temi e irta di problemi interpretativi: nulla è univoco, neppure l’aspirazione, mai esplicita e pure sepolta nel profondo inquieto della narrazione, a un ideale bilateralismo tra “noi” e “l’altro”. Il titolo del saggio e capitolo, “Squarciare le tenebre: il Congo coloniale tra Conrad e Schmitt”, rispecchia in qualche modo la complessità che il lettore è invitato ad affrontare.
Primo preludio alla lettura di Heart of Darkness è ancora una volta per Gaffuri la Conferenza di Berlino del 1884-1885 (il viaggio di Conrad in Congo è del 1890), dandone per noti gli elementi salienti. Vale la pena, comunque, ricordare che Bismarck volle la partecipazione di quattordici stati, alcuni con poteri maggiori e acquisiti come Inghilterra, Francia e Portogallo, altri, come l’Italia, con molto meno peso. Parteciparono, con differenze di posizione, anche gli Stati Uniti e l’Impero Ottomano. In funzione delle posizioni di Conrad è importante ricordare anche che la Conferenza di Berlino è stata spesso chiamata Kongokonferenz, principalmente perché confermava i possessi privati del Re Leopoldo del Belgio in Congo. Berlino è il primo preludio, comunque, perché c’è un secondo preludio, che collega il “diritto coloniale” alla teorizzazione del “nomos” come “Rechtskraft”, “forza di legge”, “forza di diritto” nel pensiero di Carl Schmitt (1888-1985). Sono pagine (pp. 207-215) da leggere con attenzione, che richiederebbero approfondimenti quasi a ogni paragrafo, perché Schmitt, importante teorico della destra, cattolico, prolifico, attivo ben oltre la Seconda Guerra Mondiale, è un pensatore inquietante e il suo lungo percorso presenta variazioni fino alla fine.
«Agli esordi il diritto poggia sull’occupazione territoriale e sulle delimitazioni […]» (p. 208); in seguito il potere diretto e arbitrario di dichiarare un possesso terriero evolve fino alle complessità coloniali e a oggi. Leggendo Schmitt, Gaffuri procede succintamente all’esame dei processi di territorializzazione coloniale, aggiungendo in nota (p. 211) una fondamentale citazione di Schmitt da Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum auropaeum” (ed. or. 1950; Adelphi 1991). È particolarmente importante (anche per la nostra contemporaneità) che il nomos della terra non trascuri il mare e il suo ordinamento spaziale. Qui si potrebbe aggiungere, in altra sede, una rassegna, o un racconto, della funzione emotiva del mare e delle distanze che il mare materialmente rappresenta nella creazione del concetto di “scoperta” e della liceità di occupazione (e quindi di possesso) di territori non europei: un immaginario potente e indistruttibile, che agisce in gradi, ambiti e piani molto diversi.
Nella sua lettura di Heart of Darkness, Gaffuri, come gli è consueto, fa largo uso di citazioni dal testo con il metodo adoperato in Tempo di uccidere e Out of Africa, creando gruppi collegati dal significato e non dalla contiguità diretta. Se da un lato questo obbliga il lettore a prestare attenzione ai numeri delle pagine indicate tra parentesi dopo ogni gruppo, questi testi “estratti” dal testo sono uno strumento di comprensione maggiore, e spesso qualcosa come una rivelazione. Particolarmente interessanti quei passi, citati e commentati, dove l’ambiente naturale africano grava immane, minaccioso perché impenetrabile e, molto più che ostile, indifferente all’uomo (pp. 217 e 218); qui si aprirebbero altre strade – pensando, per esempio, al Canada e alla letteratura canadese, e non solo. Le citazioni sono numerose e ben scelte, eppure qualche volta se ne desidererebbero ancora di più; per esempio, il passo in cui Marlow dice «The woods were unmoved […] heavy, like the closed door of a prison» (Heart of Darknes, Penguin, p.81).
Gaffuri, comunque, mantiene salda la rotta geografica, dal famoso passo di Heart of Darkness, «Now when I was a little chap I had a passion for maps», al Congo Diary (pubblicato solo nel 1978). Dedica spazio, inoltre, all’incontro e all’amicizia di Conrad con Roger Casement, il cui famosissimo Report circa la situazione del Congo è molto più tardo dell’incontro con Conrad, ma che certamente aiuta la lettura sia di Heart of Darkness sia del racconto An Outpost of Progress, che Gaffuri non può fare a meno di citare e commentare in funzione della territorializzazione coloniale – prima fra tutte, allora, la costruzione della ferrovia Matadi-Léopoldville. Il saggio è veramente ricchissimo e apre molte possibili vie di indagine, non vie alternative e non deviazioni, quanto collegamenti tra discipline e conoscenze, e, soprattutto dimostra quanto profondamente il passato coloniale sia radicato nella nostra contemporaneità e quanto complesso si presenti il futuro.
Il quarto saggio, “Lo spazio geografico nelle narrazioni africane”, modifica l’asse ottico e prende in esame l’Africa vista e interpretata da scrittori e artisti africani. Non tratta, per ora, di una visione africana dell’Europa, ma tra le righe affiora la possibilità che i futuri lavori di Gaffuri possano includere anche quell’ambito. Il saggio, che affronta un argomento evidentemente molto ampio, è introdotto da pagine che ripercorrono i primi anni dell’arrivo editoriale di produzioni letterarie africane in Italia – arrivo tardivo, collocabile negli anni ’50 – e del conseguente se pur limitato fiorire di studi africani. Notevole spazio è dedicato a commentare molto favorevolmente il volume Letterature dell’Africa, curato da Cristina Brambilla (pubblicato da Jaca Book nel 1994), che offre interventi di importanti studiosi, e consente a Gaffuri di offrire a sua volta un panorama generale importante, inclusivo di temi come la négritude, l’ideologia panafricana, le nuove territorializzazioni, le élite nere, i nuovi caratteri regionali, la risposta all’Europa.
L’interesse precipuo è, comunque, l’arte e in particolare la produzione letteraria. Riferendosi al Sudafrica, ma in realtà anche alle altre letterature africane, Gaffuri scrive: «In effetti, per ciò che qui importa, molta letteratura sudafricana è geografia, e lo è precisamente nel senso che rappresenta lucidamente le forme territoriali dell’azione sociale che, sul filo del tempo, si sono succedute su quel territorio» (p. 252). E sorge ancora il tema di chi sia l’interlocutore dei «messaggi letterari» africani.
Una intensa lettura della pièce di Sylvain Bemba, Qu’est devenu Ignoumba le chasseur? (messo in scena nel 1986), conclude il saggio. Ancora una volta il villaggio di Ignoumba non è solo la «cornice in cui si svolge una storia ma un luogo, una collocazione geografica […]» con la sua cultura, i suoi valori, la sua storia (p. 262); e il cacciatore Ignoumba «si fa homo geographicus», con taciuto eppure palese riferimento al pensiero del geografo statunitense Robert David Sack (p. 259). Ma c’è anche una seconda conclusione, o meglio una dichiarazione d’intenti: « il circoscritto compito che qui ci siamo assegnati è quello di sottrarre il territorio a una percezione diffusa, di origine culturale, che lo relega alla banale dimensione di sfondo», quello che Gaffuri vuole è «rendere palese il fatto che la geografia intesa come forma territoriale dell’azione sociale non solo è presente [nella maggior parte delle opere letterarie] ma diventa protagonista» (p. 265).
Parole chiave : Colonialismo, Cultural Studies, Ennio Flaiano, Geografia, Joseph Conrad, Karen Blixen, Letteratura, Luigi Gaffuri, Postcolonial Studies, Sylvain Bemba
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/geografia-delle-terre-africane-nelle-narrazioni-letterarie/trackback/
È importante, per chi opera nel settore sociale a contatto con le comunità, formarsi continuamente e confrontarsi sul tema delle discriminazioni. Di grande interesse è stata la nostra partecipazione al Seminario sul tema delle discriminazioni su base etnica, di orientamento sessuale e di genere) e delle misure a contrasto dell’hate speech, rivolto agli operatori dei servizi sociali, scolastici e del Terzo Settore, in particolare a coloro che fanno parte della Rete Regionale Antidiscriminazioni dell’Emilia Romagna.
È parte della Rete il progetto Punto Migranti, gestito dalle cooperative sociali Abantu e Lai-momo, che trova presso il Comune di Castel Maggiore il nodo principale.
Nelle giornate di giovedì 18 e venerdì 19 luglio a Rimini, nella sede dell’Innovation Center, presso lo storico Palazzo Buonadrata, il Seminario condotto da Udo Enweruzor, responsabile tematico COSPE su Migrazioni, Minoranze e Diritti di Cittadinanza, si è innanzitutto soffermato sul concetto di appartenenza, usando l’Italianometro, un “aggeggio di fantasia” creato per misurare l’italianità di ciascuno dei partecipanti.
Ne è scaturito che l’idea di quantificare l’appartenenza sia già in sé poco appropriata, in quanto essa, per sua natura, è un concetto dinamico e circolare, non statico, e perciò non misurabile. Si è riflettuto su quanto risulti più semplice definire la diversità che vediamo negli altri, piuttosto che saper definire se stessi dentro al proprio contesto di appartenenza: è più facile mettere etichette agli altri (ad esempio i tedeschi definiti come “crucchi”, freddi, rigidi e iperpuntuali), e quindi ricorrere all’uso di stereotipi sugli altri, che lavorare su quelli che gli altri hanno su di noi (italiani = pizza, Pavarotti, mafiosi e ossessionati dalla moda). La nostra reazione dapprima è quella di sorridere sugli stereotipi che all’estero hanno di noi, per poi subito dopo arrabbiarci, perché ci sentiamo incasellati e sviliti; essere italiano è una complessità di concetti e tradizioni, questa semplificazione genera dispiacere e rabbia. Se viene poi diffusa tramite i social media di cui disponiamo oggi, questo tipo di informazione molto semplificata si amplifica a livello planetario in tempi brevissimi, generando la diffusione di massa di stereotipi spesso marginalizzanti. Si è trovata occasione per pensare allo “zainetto culturale” di cui ognuno di noi dispone, fatto di stereotipi dettati dalla nostra società, di cui si può arrivare a pensare di essere privi, e che invece ci appartengono profondamente.
La seconda giornata si è aperta con un invito a pensare a quali persone in Italia sono maggiormente discriminate; dal brainstorming emergono tante categorie “fragili”, primi fra tutti i richiedenti asilo, le donne, i musulmani, le persone LGBTQIA+, ecc. Si sono messe in evidenza le azioni, a livello personale, di gruppo o istituzionale, che discriminano queste categorie, analizzando i tipi di discriminazione diretta ed indiretta. La prima, in genere, si basa sull’età, la disabilità, la religione, il credo, l’orientamento sessuale, la condizione socio-economica, eccetera. Essa risulta più facile da individuare e quindi da arginare. La seconda riguarda regole e provvedimenti che possono escludere persone, ad esempio, da concorsi pubblici per motivi irrilevanti (come ad esempio l’altezza minima, richiesta un tempo per partecipare alla selezione pubblica per veterinari in Italia, e che ora è stata rimossa, dopo un’azione contro di essa).
In chiusura ci si è congedati con il proposito di non tacere contro comportamenti discriminanti, di non ridere davanti a freddure a sfondo razzista, anzi di reagire, spiegando il motivo del nostro dissenso, partecipando a un processo educativo che parte dal basso e che vuole resistere alla disinformazione digitale dilagante.
Angela Bortolotti, Abantu cooperativa sociale
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/contro-le-discriminazioni-un-processo-educativo-che-parte-dal-basso/trackback/
Di Francesca Romana Paci
Da marzo a giugno 2019 il Teatro Spazio No’hma, fondato nel 1994 dall’attrice e scrittrice Teresa Pomodoro e ora diretto dalla giurista e studiosa Livia Pomodoro, ha offerto un suo “Progetto Africa”, strutturato in sei incontri con la produzione teatrale africana contemporanea. Il titolo della serie, Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, mostra ancora una volta (non è il primo anno che No’hma allestisce una serie, studiata, di spettacoli africani) la coscienza della vastità dell’Africa. L’Africa è, appunto, un continente, del quale si deve riconoscere tanto la pluralità geografica e storica quanto una unità culturale immanente, quella che Cheikh Anta Diop invoca, nella ormai storica introduzione al suo libro, L’unité culturelle de l’Afrique Noire (Présence Africaine, 1959; 1982), come “notre unitè culturelle organique”. L’importanza del tema della storia dovrebbe essere scontata, ma in realtà deve tuttora essere rivendicata come centrale, perché per troppo tempo il mondo non africano, soprattutto europeo, ha fatto iniziare la storia africana con l’inizio della colonizzazione. Una fallacia dovuta al punto di osservazione, certamente, e ora in parte superata, ma solo in parte e tuttora spesso furtivamente operante su molti piani: nella molteplicità dei fatti della politica odierna e nei commenti che ne sono fatti, ovviamente, ma anche in alcuni studi di antropologia, letteratura, poesia e teatro inclusi, e non raramente nell’incontro con tutte le arti africane, scultura, pittura, musica, danza e loro incroci e filiazioni. Uno dei meriti (ma ce ne sono altri) della serie dei sei spettacoli che il Teatro Spazio No’hma ha messo in scena è proprio quello di ricordarci che la storia africana è ben più ampia di quella determinata dai colonialismi e dai post-colonialismi. Un auspicio veramente sentito è che anche per la prossima stagione 2020 il Teatro No’hma possa e voglia proseguire il “Progetto Africa”.
Il primo spettacolo, “Broods of Any – Figli di nessuno” (13 e 14 marzo 2019), viene dalla Repubblica dello Zambia. Autore e regista della pièce è lo zambiano Martin Llunga Chishimba, poco più che trentenne, primo africano diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro. Chishimba lavora tra lo Zambia e l’Italia, e dedica la sua competenza di attore e regista alle realtà contemporanee difficilissime del suo paese – realtà, che sono in parte esiti di un passato storico molto complesso, legato tanto a spostamenti migratori endoafricani quanto a una movimentata colonizzazione inglese. “Broods of Any ”, scritto e recitato in inglese con inserti di espressioni francesi (No’hma provvede traduzioni su apposito schermo), narra, su un palcoscenico di nudità brechtiana, la vita, o dovremmo dire la sopravvivenza, di bambini di strada, dalla lotta per il cibo, all’agguato dello sfruttamento sessuale, al loro sniffare colla, fino a un’ansia lacerante di speranza. Gli attori di Chishimba – ragazzi tuttora giovanissimi – erano bambini di strada. La recitazione verbale e corporea è diretta, essenziale, pugnace anche per la scelta di coordinata semplicità del linguaggio e del gesto. Il fenomeno dei bambini di strada, come è noto, è esteso a molte parti del mondo, dall’India al Sudafrica, al Brasile, al Messico, e a molti altri paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America del Sud, e anche ad alcuni paesi occidentali. Fondatore nel 2016 dell’associazione Twangale (nella lingua dei Bemba, una delle lingue dello Zambia, “giochiamo”), Chishimba si assume la sua parte, tanto quanto può, entro un impegno mondiale enorme.
Il secondo spettacolo, “Eli Ohna – Land of the People” (3 e 4 aprile 2019) è nigeriano. La compagnia Emage Dot Com Global Theatre, che fa riferimento all’etnia Ikverre, parte della più ampia etnia Igbo, mette in scena quasi una silloge della lunga storia, prima e dopo l’Indipendenza, delle contraddizioni e dei divari economici e sociali di un paese geograficamente molto esteso e differenziato, per natura potenzialmente ricco, come quello che ora è la Repubblica Federale della Nigeria. Il Colonialismo, formalmente concluso nel 1960, ancora incombe, metamorfizzato in un Neocolonialismo di sfruttamento, trascinato dal petrolio, e in buona parte responsabile di gravissimi guasti umani contemporanei. La regia è di Ovunda Chikwe Ihunwo; i movimenti coreografici di Sampson Kelvin Melvin; gli arrangiamenti della versione italiana sono di Elisabetta Jankovic – gli attori recitano in inglese; dei testi non si specifica l’origine autoriale. Vale la pena notare che all’interno della struttura storico-narrativa di “Land of the People” entrano i nomi di importanti scrittori nigeriani, diversamente grandi e dai destini molto dissimili, come Chinua Achebe e Ken Saro Wiwa; quasi d’obbligo, a un certo punto nel testo suona la menzione di Nelson Mandela. Lo spettacolo è misto di recitazione danza e canto; l’insieme vivace e trascinante, sostenuto anche dai costumi colorati e dalla proiezione di immagini sullo sfondo del palcoscenico.

Le Baptême du Lionceau (Mali)
Il terzo appuntamento, “The New Africa” (8 e 9 maggio 2019), è una produzione della compagnia Kumran Media&Arts, tutta composta di giovani, nata e operante in Zimbabwe. Il soggetto, i testi e la regia sono di Billy Kabasa; le coreografie e i costumi sono di Jasper Mandizera; le musiche sono di Billy Kabasa, Kasmiro Chadenga, e Aaron Chikalipo. È un lavoro teatrale che si avvicina al genere “musical”, misto di prosa, musica, danza e canto, colorato, veloce e molto accattivante. La linea narrativa, usando strumenti metateatrali e di ironia autoreferenziale, racconta della tentazione del leader di una compagnia dello Zimbabwe di usufruire da solo dell’invito di un teatro italiano (individuabile come il No’hma) a partecipare a un festival internazionale, escludendo gli altri componenti del gruppo; durante la rappresentazione gli è dimostrato per gradi, attraverso rivisitazioni moderne della tradizione africana e della storia, che l’unione è più forte dell’individualismo – sia nel campo dell’arte sia in quello della politica. Sottesa alla spettacolarità travolgente di ritmi, canti, colori e scontri verbali scorrono allusioni alla storia dello Zimbabwe, dal passato Precoloniale, al Colonialismo, a Cecil Rhodes, all’Indipendenza, riconosciuta internazionalmente solo nel 1980, alle susseguenti lotte interne, alle varie fasi del potere di Mugabe, fino agli ultimi, noti, avvenimenti del 2017.
“Lune Kune Nga Ca – Everyone Has Something Inside” (15 e 16 maggio 2019), quarta puntata della serie, viene dal Senegal. Il testo della pièce non è attribuito a un autore singolo, quanto piuttosto a una cooperazione di tutti partecipanti della compagnia, che è parte del Collettivo Kàddu Yaraax Théâtre-Forum (fondato a Dakar nel 1994 e attivo internazionalmente), coordinato dal regista Mouhamadou Diol. Diol è uno studioso e un artista evidentemente molto colto e molto raffinato, capace di armonizzare nella contemporaneità scelte teatrali ispirate tanto dalla tradizione autoctona quanto da interpretazioni di esperienze di maestri europei del Novecento. I temi portanti di “Lune Kune Nga Ca” sono politici: società, equità, economia, tassazione, diritti sociali, doveri sociali, moralità pubblica e individuale, e soprattutto conoscenza e diritto alla conoscenza. Gli attori, che nella finzione scenica sono gli abitanti di un villaggio decentrato, vivono e discutono problemi come l’acqua, la sanità, l’istruzione, gli stipendi statali, i privilegi, e persino aspetti della religione. Il testo e la recitazione sono divisi in scene, ritmate dalle uscite e dal rientro degli attori; il palcoscenico è quasi nudo; gli attori portano con sé contenitori metallici cilindrici che, se alludono alle tradizionali calabasse (gusci svuotati di zucche) e alle loro sostituzioni di plastica o metallo, cambiano di volta in volta funzione proprio come oggetti scenici; i costumi sono moderati, ma culturalmente espliciti – il “potere” entro la gerarchia governativa è segnalato da abiti occidentali; gli attori recitano in wolof (a fondo palco No’hma proietta traduzioni in italiano), con inclusioni di brevi passi in francese. Nonostante l’essenzialità e la povertà di arredi e i frequenti cambi di scena, non ci sono confusioni e difficoltà per il pubblico, ma, anzi, l’impressione è di fondamentale realismo. È interessante notare nel testo la menzione, sommariamente spiegata, dell’espressione “citoyens lambda” – impossibile a questo punto non pensare al filosofo francese Marc Foglia, e anche, dopo decenni, alla paradigmatica poesia di W. H. Auden, “The Unknown Citizen” (1939), con la quale “Lune Kune Nga Ca” può rivaleggiare nell’uso di ironia e commedia per indagare le strutture sociali e i sistemi di governo, ma anche le risposte dei cittadini.

The New Africa (Zimbabwe)
“Le baptême de lionceau” (29 e 30 maggio 2019), il quinto spettacolo, viene dal Mali. È un lavoro teatrale della Troupe Sogolon, specializzata nell’animazione di marionette, fondata nel 1980 da Youssouf (Yaya) Coulibaly, che da allora la dirige. L’uso delle marionette di questa compagnia si differenzia da quello di altri teatri di marionette nel mondo, perché le loro marionette lignee non sono manovrate da operatori nascosti, ma gestite sul palcoscenico da attori, che a tutti gli effetti formano con le marionette un’unità recitante, accompagnata dai suoni opportunamente differenziati di tamburi diversi tra loro e quindi di sonorità diverse. Coulibaly, “Maître Marionnetiste”, proviene da una lunga linea familiare di marionettisti professionali: lui stesso progetta, disegna, realizza le sue marionette, che aggiunge a quelle ereditate dai predecessori; nello stesso tempo costruisce le storie che mette in scena, ispirandosi sia alla tradizione narrativa del Sahel (non solo del Mali), sia alla storia africana, sia a momenti contemporanei. Coulibaly mostra in ogni aspetto del suo lavoro un occhio attento a possibili nessi e somiglianze, così che le marionette comunicano verità ben oltre il divertimento. La scelta di dare alla compagnia il nome di Sogolon indica immediatamente il rapporto con la tradizione: Sogolon, infatti, è il nome della madre di Sundjata, eroe dell’epopea mandinga omonima, “fils du Lion, fils du Buffle”, figlio del saggio e amato Re Maghan il Bello, il cui totem è il leone, e della sua seconda moglie, Sogolon, brutta ma ardita, sapiente e saggia, il cui totem è il bufalo. In “Le baptême de lionceau”, versione di un racconto di origine bambara, la leonessa, moglie del leone re, invita tutti gli animali alla festa per la nascita del leoncino, mettendo in palio oro per il miglior danzatore; non tutto va nel modo più semplice, e deve quindi intervenire la saggezza del re e padre. Il giorno precedente la prima milanese, Maître Coulibaly e il Teatro No’hma hanno concesso un assaggio dello spettacolo e un contatto diretto con la troupe. Griot oltre che marionettista, Coulibaly è anche commentatore di se stesso e delle funzioni culturali della sua impresa teatrale. Racconta della tradizione familiare di marionettisti; ricorda di quando, non essendo bûcheron (artigiani del legno), non potevano costruirsi da soli le marionette (l’allusione alla struttura in “caste” è palese); insiste nel far notare che le marionette quando rappresentano animali hanno solo la testa di animali, mentre il corpo è antropomorfo (e, aggiungiamo, indossano abiti umani); alcune, non poche, delle marionette, inoltre, rappresentano direttamente esseri umani, sia africani sia europei (ci sono anche alcuni personaggi coloniali bianchi, matrone bianche, preti e soldati). In questo modo, dice Coulibaly, le marionette si caricano di significati metaforici, e, aggiungiamo, si collegano e collegano gli spettatori con la storia. Ne deriva in questo caso, prosegue Coulibaly, una lettura metaforica del leoncino, che rappresenta la continuità attraverso la nuova nascita; anche uno stato appena nato è un “bebé” (la parola usata è proprio questa) come il leoncino, e il papà, il leone re – il governo – deve assumersi la responsabilità del “bebé”, e farlo unendo la forza alla giustizia e alla saggezza. L’elemento didascalico è evidentemente forte, tradotto e temperato dal contenitore narrativo della favola e della festa.
L’ultimo spettacolo della serie è “Mashujaa wa Africa – Eroi d’Africa” (5 e 6 giugno 2019), un lavoro recitato dalla compagnia Italo-Keniana Kambilolo Ndogo & Friends, e dedicato in particolare ai Giriama, vasto gruppo etnico della costa del Kenia. I testi e la regia sono di Mela Tomaselli, studiosa italiana, che dal 1997 collabora con il Kenia e ne testimonia la cultura, mostrandosi attenta a includere elementi del passato nella contemporaneità. Gli attori, tre dei quali sono pre-adolescenti, con racconti, suoni, danze e canti, evocano, cronologicamente personaggi che occupano posti importanti nella storia e nell’immaginario del Kenia: Mepoho, profetessa vissuta prima dell’arrivo di stranieri invasori, che avrebbero provocato danni alla natura e al paese; Mekatilij, figura storica di combattente, che, nel secondo decennio del ’900, resiste e si oppone all’occupazione territoriale e culturale dei colonizzatori; Lwanda Magere, leggendario guerriero, che sarà ucciso da un nemico quando una delle sue mogli rivela che la sua vulnerabilità segreta è nella sua ombra – un colpo inferto alla sua ombra lo uccide; e, infine, Caleb Onka, l’adolescente e per quasi un decennio bambino di strada, che un giorno da una stazione radiofonica di Nairobi propone di eleggere un “Presidente Bambino”; la sua proposta è raccolta e fatta conoscere al pubblico in versione rap da un artista famoso; la storia, piuttosto complessa, approda anche in Italia e ritorna poi in Kenia dove rappresenta il World Children’s Parliament al World Social Forum di Nairobi del 2007. A Caleb Onka la regista Mela Tomaselli ha dedicato, nello stesso anno 2007, un documentario, producendolo lei stessa e affidandone la regia a Elena Bedei. “Mashujaa wa Africa” è una pièce trascinante e ricca di energia; tutti gli attori recitano in ottimo italiano (e cantano in swahili); la prima attrice e danzatrice, Madeleine Mbita Nna, che è evidentemente anche leader e maestra dei tre attori quasi bambini, è una grande artista, creativa e capace di suscitare fiducia e passione; i tre giovanissimi sono molto bravi e lo saranno presto ancora di più.
Parole chiave : Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, Progetto Africa, storia africana, teatro africano, Teatro No’hma, Teresa Pomodoro
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-multiforme-teatro-dei-paesi-africani-al-teatro-nohma-di-milano/trackback/
È stato lanciato ufficialmente il programma di cooperazione culturale ACP-UE, che ha l’obiettivo di finanziare e sostenere i settori culturali e creativi dei 79 Paesi ACP (Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico). L’annuncio è stato dato da Léonard Emile Ognimba, Vicesegretario Generale del gruppo ACP, e da Stefano Manservisi, Direttore Generale del dipartimento di cooperazione internazionale e sviluppo alla Commissione Europea (DEVCO), in occasione del cinquantesimo anniversario del Festival panafricano del cinema e della televisione (FESPACO) a Ouagadougou in Burkina Faso.
La cooperazione culturale dell’Unione europea con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico si inscrive all’interno delle relazioni UE-ACP, oggi definite da una convenzione nota come Accordo di Cotonou: firmato nel 2000, è un accordo di partenariato che intende ridurre la povertà e contribuire all’integrazione progressiva dei paesi ACP nell’economia mondiale.
Il nuovo programma ACP-UE per un’industria culturale sostenibile, con un budget complessivo di 40 milioni di euro, intende sostenere i settori culturali e creativi attraverso:
- la creazione/produzione di beni e servizi di qualità, a costi competitivi e in quantità maggiori grazie alla tecnologia digitale;
- accesso ai mercati regionali, nazionali e internazionali; circolazione/diffusione/promozione di beni e servizi ACP, ed educazione all’immagine;
- migliorare l’accesso ai finanziamenti attraverso processi innovativi, consentendo il cofinanziamento, e mirando a ridurre la dipendenza degli operatori culturali ACP dai finanziamenti internazionali.
Il bilancio di 40 milioni di euro verrà suddiviso in tre componenti principali:
- sostegno ai settori culturali e creativi nei paesi ACP (26 milioni di euro);
- sostegno alle produzioni audiovisive nei paesi ACP (10 milioni di euro);
- gestione di una piattaforma digitale per imprenditori e operatori culturali dei paesi ACP, dei paesi europei e dei partner UE.
Pilastro fondamentale dello sviluppo, dell’integrazione e della coesione sociale, la cultura rappresenta una priorità per l’Unione europea, e sta acquisendo forza anche nei processi di sviluppo economico e sociale dei Paesi meno avanzati.
Per riflettere sul futuro di queste politiche è stato organizzato a Bruxelles per il 16-17 giugno il colloquio Culture for the Future. A dieci anni dal primo grande colloquio “Cultural and Creativity: vectors for Development” e della pubblicazione della “Brussels Declaration of EU-ACP Professionals of the Creative Industries”, la Commissione invita operatori culturali e artisti per fare il punto su quanto la cultura e la creatività siano effettivamente fattori di sviluppo e per ancorare questa fondamentale dimensione nella cooperazione europea.
Come 10 anni fa, coop. Lai-momo è stata invitata a partecipare al colloquio per portare il proprio contributo, in ragione della sua esperienza nei campi del fumetto di autore africano e dell’arte contemporanea.
Le politiche culturali nei Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico, inoltre, sono affrontati in modo approfondito nel dossier n. 68 della nostra rivista Africa e Mediterraneo, le industrie culturali in Africa sono analizzate nel n. 47-48, mentre il settore del libro è l’argomento dell’ultimo dossier, il n. 89.
Parole chiave : Accordo di Cotonou, ACP-UE, Culture for the Future, FESPACO, Paesi Acp
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/verso-unindustria-culturale-sostenibile-il-programma-acp-ue/trackback/
Di Mary Angela Schroth
È stata inaugurata l’11 maggio la più importante manifestazione d’arte contemporanea al mondo: la Biennale, con un’esposizione internazionale di oltre 70 artisti curata da Ralph Rugoff, e con 87 padiglioni nazionali che vedono per la prima volta la partecipazione di Paesi come la Repubblica Dominicana, il Ghana, il Madagascar e la Malesia.
Il nuovo direttore del LACMA (Los Angeles County Museum of Art) Hamza Walker è il presidente della giuria. Come negli anni precedenti, la diaspora africana (che include anche gli afroamericani) è presente in diversi progetti, ed è incoraggiante vedere il ritorno di padiglioni nazionali di Egitto, Zimbabwe, Sudafrica, Costa D’Avorio, Mozambico. Jimmie Durham ha vinto il Leone d’oro alla carriera, mentre Arthur Jafa ha vinto come miglior artista e Haris Epaminonda come migliore giovane artista, invece la Lituania ha vinto come migliore padiglione nazionale.
Alcuni miei preferiti:
> USA: Liberty / Libertà con lo scultore afroamericano Martin Puryear, uno degli artisti più importanti degli Stati Uniti, estremamente significativo per un’interpretazione personale di oggetti monumentali che collegano la storia con la contemporaneità.
> France: Deep See Blue Surrounding You di Laure Prouvost, che ha realizzato un interessante progetto cinematografico e un’installazione, rappresentando un mondo sotterraneo fluido e globalizzato.

(Laure Prouvost, Biennale Arte 2019 – France)
> Ghana: Ghana Freedom mostra alcune delle migliori opere d’arte attuali, in particolare il regista John Akomfrah, lo scultore El Anatsui, e la pittrica Lynette Yiadom-Boakye in uno splendido padiglione progettato da Sir David Adjaye. Questa opera non riguarda solo il Ghana come Paese, ma offre un messaggio artistico universale.
> Filippine: la scultura interattiva Island Weather di Mark Justiniani, che consente al pubblico di sperimentare il clima, la geografia (con le sue migliaia di isole!), la storia sociale e coloniale.
> Madagascar: l’artista Joël Andrianomearisoa infonde la modernità del quadrato nero con una sconfinata nostalgia nell’opera I have forgotten the night.

(Martin Puryear, Biennale Arte 2019 – USA)
L’esposizione internazionale May You Live in Interesting Times, curata da Rugoff, “include opere d’arte che riflettono sugli aspetti precari della nostra esistenza attuale, fra i quali le molte minacce alle tradizioni fondanti, alle istituzioni e alle relazioni dell’“ordine postbellico”. Riconosciamo però fin da subito che l’arte non esercita le sue forze nell’ambito della politica. Per esempio, l’arte non può fermare l’avanzata dei movimenti nazionalisti e dei governi autoritari, né può alleviare il tragico destino dei migranti forzati in tutto il pianeta (il cui numero ora corrisponde a quasi l’un percento dell’intera popolazione mondiale). In modo indiretto, tuttavia, forse l’arte può offrire una guida che ci aiuti a vivere e pensare in questi ‘tempi interessanti’.” (R. Rugoff, comunicato stampa)
Le sue scelte che riguardano l’Africa e la sua diaspora, e che comprendono alcuni degli artisti più importanti sulla scena mondiale, che espongono per la prima volta alla Biennale: Michael Armitrage (Kenya), Frida Arupabo (Norvegia), Njideka Akunyili Crosby (Nigeria), Julie Mehretu (Etiopia), Zanele Muholi (Sudafrica), Nkanga Otobong (Nigeria), Henry Taylor (Los Angeles), Stan Douglas (Vancouver), Kemang Wa Lehulere (Sudafrica), Arthur Jafa (Los Angeles), Anthea Hamilton (UK).
Sono 20 anni di presidenza per Paolo Baratta, che ha saputo trasformare la Biennale di Venezia in un’organizzazione internazionale autonoma (rara in Italia), che include non solamente l’arte visiva, ma anche le biennali dedicate all’architettura, alla danza, al cinema, al teatro, alla musica. E’ stata visitata da oltre 600.000 visitatori e 6.000 giornalisti. È difficile integrare le scelte internazionali dei diversi curatori del progetto centrale (quest’anno è Ralph Rugoff, americano che dirige la Hayward Gallery di Londra) con i diversi contenuti dei vari padiglioni nazionali e le innumerevoli mostre parallele. Ma Baratta ha portato progressi significativi nel corso degli anni (è stato nominato direttore nel 1998 da Walter Veltroni), dall’iniziale mostra “Aperto” fuori dai Giardini allo sviluppo dell’”Arsenale”, che accoglie anche la Biennale di Architettura, offrendo spazi a quei Paesi che hanno portato alle 90 partecipazioni. Una sorta di “Olimpiadi d’arte, Venezia è diventata il fulcro universale della cultura, e questo è dovuto soprattutto a Paolo Baratta.
Biennale Arte 2019
May You Live In Interesting Times
Dal 11 maggio > 24 novembre 2019
Chiuso di lunedì (eccetto 13 maggio, 2 settembre, 18 novembre)
Giardini: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: giovedì e domenica fino al 5 ottobre, aperto dalle 10 alle 20
Per maggiori informazioni: www.labiennale.org
Parole chiave : Africa, Arte, Biennale Venezia 2019, Ghana, Madagascar
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/la-58esima-biennale-di-venezia-2019-may-you-live-in-interesting-times-anche-questanno-lafrica-segna-la-sua-presenza/trackback/
Si chiama Tracce Migranti. Nuovi paesaggi umani il libro collettivo curato da Maurizio Masotti, che raccoglie testi e fotografie sui movimenti migratori a partire dal 1998 nella provincia di Ravenna, ma anche sui passaggi di migliaia di persone attorno a Ventimiglia verso la Francia, e gli accampamenti dei lavoratori stranieri in Calabria. I testi sono di Carla Babini, Francesco Bernabini, Marina Mannucci, Maurizio Masotti e Paolo Montanari, mentre le fotografie sono del fotografo ravennate Luca Gambi e del reporter Luciano Nadalini, fotografo della cronaca bolognese e di complesse situazioni sociali in Palestina, nei Balcani, nei Paesi Baschi (Spagna), in Medio Oriente, in Africa, in Centro America.
Si inaugurerà una mostra fotografica di questo progetto mercoledì 15 maggio 2019 alle 18.30 al Palazzo Rasponi (via D’Azeglio 2) a Ravenna all’interno del Festival delle Culture, e sarà possibile visitarla fino al 26 maggio. Un appuntamento di confronto sul tema dell’immigrazione, attraverso una selezione delle immagini che si trovano nel volume, e che raccontano modelli di integrazione e inclusione sociale sulla base di esperienze e testimonianze.
Ad esempio, Marina Mannucci testimonia un’interessante esperienza didattica che ha coinvolto un gruppo di bambine e bambini rom al Centro Quake di Ravenna, e che l’ha portata a una riflessione sul ruolo della scuola nell’integrazione delle famiglie immigrate e sulla necessità di ripensare la pratica didattica in nome del pluralismo interculturale. Luca Gambi, invece, riporta alcune fotografie scattate tra giugno e luglio 2018 in un luogo emblematico come la baraccopoli di San Ferdinando (Calabria), dove viveva Soumaila Sacko, il giovane sindacalista del Mali ucciso il 2 giugno. Una sezione iniziale del libro presenta invece le foto di alcuni bambini scattate da Luciano Nadalini alla scuola elementare Iqbal Masih a Lido Adriano. Queste foto fanno parte di un suo progetto del 2000 intitolato Ravenna – immigrazione: un mondo a parte?, che esplora i luoghi di vita, di studio, di lavoro e cultura delle varie comunità immigrate nella provincia romagnola.
Tracce migranti è, quindi, un tentativo di analizzare i profondi mutamenti avvenuti negli anni nella società, con particolare riferimento alla scuola e al mondo del lavoro, e con uno sguardo alle nuove generazioni che aspettano di essere inserite pienamente nel tessuto sociale del nostro Paese, in un contesto politico spesso ostile.
Libro e fotografie saranno protagonisti dello spazio espositivo Pr2 al Palazzo Rasponi, e i proventi della vendita del libro andranno a sostenere sia UNHCR sia l’Onlus ravennate che opera in Senegal Amici di Lourène.
Parole chiave : Festival delle Culture, fotografia, Immigrazione, Luca Gambi, Luciano Nadalini, Paesaggi umani, Ravenna
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/al-festival-delle-culture-di-ravenna-una-mostra-che-racconta-limmigrazione/trackback/
«Signori, membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. […] A livello dei problemi abbiamo: la guerra, la malattia, il cibo etc.; quanto ai diritti dei bambini in Africa, e soprattutto in Guinea, abbiamo molte scuole con una grande mancanza di istruzione […]».
Alla fine del luglio del 1999 due adolescenti africani della Guinea, partirono alla volta di Bruxelles, imbarcandosi clandestinamente nel vano carrello di un aereo per raggiungere l’Europa. Volevano chiedere ai «Signori d’Europa» una scuola e la possibilità di «lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa». Sono stati ritrovati morti assiderati all’aeroporto di Bruxelles. Prima di partire avevano scritto una lettera a nome di tutti i bambini del Sud del mondo, che si vedono negati i diritti fondamentali. Questa lettera, e la tragica vicenda dei due ragazzi che la scrissero, colpì moltissimo l’opinione pubblica, sia come grave atto di accusa per il Nord del mondo, ma anche come simbolo delle iniziative e speranze dei giovani del Sud bloccati dalle disuguaglianze. La loro storia, ad esempio, ha ispirato il fumetto L’Ile aux oiseaux del disegnatore congolese Hissa Nsoli e dello sceneggiatore Patrick De Meersman, edito da Lai-momo/Africa e Mediterraneo nel 2005.
Migliaia di ragazze e ragazzi si sono riconosciuti nel movimento Fatti sentire, nato dal film Il sole dentro (2012) e promosso dall’Alveare Cinema, la casa di produzione cinematografica che ha riportato alla luce la storia di Yaguine e Fodè.
A distanza di vent’anni, lo scrittore Marco Sonseri e l’illustratore Rosario Riginella pubblicano il libro Yaguine e Fodè, Storia di una speranza (Buk Buk Editore, 2018) con una prefazione di Alex Zanotelli, il quale scrive che oggi si è arrivati al trionfo della «globalizzazione dell’indifferenza». Per reagire a questa indifferenza è necessario, quindi, riportare alla memoria storie realmente accadute, come quella di Yaguine e Fodè. Dentro il racconto dei due ragazzi c’è anche la forza di non arrendersi a un presente difficile e la fiducia piena nelle persone, nei genitori, nella maestra, nei libri, nelle istituzioni: c’è speranza e c’è spazio per il sogno. Come il sogno di Yaguine, nel libro di Sonseri e Riginella, che una notte sentì la madre Africa dire:
«Ricordati che la Terra è dei sognatori, Yaguine. Nei loro occhi non c’è il superfluo. Vedono le cose per ciò che dovrebbero essere. Senti i tamburi, sentili bene. È il cuore del mondo che batte».
È una storia potente, dove parole poetiche e colori caldi si mescolano per offrire una visione positiva dell’Africa, che non dimentica i drammi umani e pensa alle possibilità di un mondo migliore. Lo sguardo puro e autentico di Yaguine e Fodè, uniti da una profonda amicizia, è scevro da ogni ideologia politica, e vuole soltanto trovare gli strumenti utili per cambiare la realtà. È un libro che a tratti ricorda il capolavoro de Il piccolo principe dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry perché affronta gli stessi temi come il senso della vita, dell’amore e dell’amicizia dal punto di vista di un bambino, che è uno sguardo, appunto, semplice e disarmante, eppure in grado di interrogarsi su valori essenziali eppure «invisibili agli occhi».
Parole chiave : Alex Zanotelli, Guinea, Hissa Nsoli, Il piccolo principe, Marco Sonseri, Patrick De Meersman, Rosario Riginella
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/cari-signori-deuropa-la-lettera-di-yaguine-e-fode-che-diventa-un-libro/trackback/
02 aprile 2019
17 obiettivi per un futuro sostenibile
Dal 1 al 4 aprile torna a Bologna la Children’s Book Fair (BCBF), il più importante appuntamento dedicato all’editoria per bambini e ragazzi. La 56esima edizione vede nei padiglioni di BolognaFiere 1400 espositori da oltre 80 paesi con la Svizzera come Paese Ospite d’Onore. Da sempre impegnata nella promozione della lettura e della conoscenza, la fiera bolognese aderisce quest’anno al Sustainable Development Goals Book Club: si tratta di un progetto multilingue che, partendo dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, ogni mese per 17 mesi pubblica una lista di titoli per bambini e ragazzi con lo scopo di approfondire uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.
Lo scopo del progetto è, quindi, di sensibilizzare i giovani sulle questioni attuali per mobilitarli a essere responsabili di un futuro migliore, e per prepararli ad affrontare sfide globali quali la povertà, la disuguaglianza, il cambiamento climatico, il degrado ambientale, la pace, la giustizia. I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da realizzare entro il 2030 sono i seguenti:
- Nessuna povertà
- Zero fame
- Buona salute e benessere
- Educazione di qualità
- Parità dei sessi
- Acqua pulita e sanificazione
- Energia accessibile e pulita
- Lavoro dignitoso e crescita economica
- Innovazione e infrastrutture del settore
- Disuguaglianze ridotte
- Città e comunità sostenibili
- Consumo responsabile e produzione
- Azione per il clima
- La vita sott’acqua
- La vita sulla terra
- Pace, giustizia e istituzioni forti
- Partnership per gli obiettivi
Al progetto partecipano editori internazionali, librerie e biblioteche, autori di libri per ragazzi, ma anche enti come l’International Federation of Librarian Associations (IFLA), l’European & International Booksellers Federation (EIBF), l’International Board on Books for Young People (IBBY), e l’International Publishers Association (IPA), la cui vicepresidente Bodour Al Qasimi ha partecipato con un articolo al numero 89 della nostra rivista Africa e Mediterraneo.
Durante le giornate della fiera, martedì 2 aprile, a Bologna nella sede di Lai-momo in Via Boldrini 14/G, sarà presentato, infatti, il numero 89 di Africa e Mediterraneo, il primo dossier di una rivista italiana dedicato al mercato del libro in Africa, con la partecipazioni del co-curatore Raphael Thierry e di due editori di libri per ragazzi, che da diversi anni partecipano alla Children’s Book Fair: Paulin Assem (éd. Ago Media, Lomè/Togo) e Agnes Gyr-Ukunda (éd. Bakame, Kigali/Rwanda).
Parole chiave : Bodour Al Qasimi, Fiera del Libro, Nazioni Unite, numero 89, sviluppo sostenibile
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/17-obiettivi-per-un-futuro-sostenibile/trackback/
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole […]
(Eugenio Montale, da Mediterraneo, 1924)
I minori stranieri non accompagnati (MSNA) costituiscono una parte sempre più importante dei movimenti migratori, e la loro presenza sul nostro territorio nazionale ha preso consistenza a partire dagli anni Novanta. Tale fenomeno non è nuovo, ma sta assumendo dimensioni e caratteristiche rilevanti: si tratta di bambini e adolescenti che, nel tentativo di ricongiungersi ai propri famigliari o conoscenti in altri Paesi europei, privati della possibilità di percorrere vie sicure e legali, sono fortemente esposti a gravissimi rischi di abusi e sfruttamento a fini sessuali e lavorativi.
Per questo motivo, al Parlamento Europeo di Bruxelles è stata ospitata dal 25 febbraio al 1 marzo 2019 la mostra Fra gli ultimi del mondo, dove sono stati esposti otto racconti grafici su questo tema. Le opere sono state realizzate da giovani artisti con meno di 25 anni, e sono le finaliste del concorso letterario Fra gli ultimi del mondo 2018, spin-off della Sezione Mediterraneo del Premio Montale Fuori di Casa; le otto tavole sono state raccolte in un graphic novel pubblicato dalla casa editrice Töpffer.
L’europarlamentare ligure Brando Benifei ha dichiarato di aver voluto «con forza che queste opere fossero esposte all’Europarlamento per accendere una luce su un dramma su cui è fondamentale agire a livello europeo (…) Parliamo di bambine e bambini esposti al reclutamento della criminalità e oggetti di traffici di ogni genere. Mantenere vive l’attenzione e la pressione sul problema, anche con iniziative di carattere artistico come questa, è assolutamente necessario». Nell’ambito di questa iniziativa, martedì 26 febbraio, si è tenuta, nella sede della mostra a Bruxelles, una conferenza sulle politiche europee che affrontano queste tematiche, alla quale hanno partecipato le eurodeputate Silvia Costa e Caterina Chinnici, Francesca Lazzaroni dell’UNICEF, l’artista ideatore e curatore della mostra Beppe Mecconi, e infine il presidente della giuria del concorso Paolo Stefanini.
L’arte, nelle sue forme differenti e plurali, ha un ruolo significativo dal punto di vista sociale e culturale, e diventa un mezzo per raccontare eventi storici fondamentali come le migrazioni. L’intento della mostra Fra gli ultimi del mondo è, infatti, quello di accompagnare lo spettatore a conoscere e a riflettere su problematiche attuali, come, appunto, la situazione dei minori stranieri non accompagnati facilmente esposti a traumi e violenze.


















