29 luglio 2020

Un tempo senza lingua. La povertà educativa delle famiglie straniere durante l’emergenza Covid-19

La didattica a distanza (DAD) ha fatto emergere le differenze, più che costruire inclusione. A sottolinearlo è il Sottosegretario dell’Istruzione Giuseppe De Cristofaro nel recente documento E’ la lingua che ci fa uguali. Note per ripartire senza dimenticare gli alunni stranieri, diffuso dall’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e l’intercultura. Il 33,8% delle famiglie in Italia non è in possesso di un tablet o un pc (Istat 2019). Inoltre il 57% dei minori deve condividere gli strumenti informatici con i familiari, e il 41,9% vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo. L’emergenza Covid-19 ha reso sempre più evidenti le diseguaglianze nell’ambito dell’istruzione: molti alunni stranieri nati in Italia, che costituiscono il 10% della popolazione scolastica complessiva secondo il comunicato stampa del Centro Studi e Ricerche IDOS, sono stati penalizzati dal lockdown e dalla chiusura delle scuole.

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Alla povertà economica delle famiglie di origine immigrata si accompagna una povertà educativa per mancanza di dispositivi digitali e di una connessione internet adeguata, inoltre le basse competenze linguistiche dei genitori non agevolano il supporto didattico dei figli. Gli alunni stranieri devono affrontare anche il problema della lingua italiana: la scuola è il luogo privilegiato in cui l’esposizione alla seconda lingua è intensa, continuativa e quotidiana, ma se questo percorso è interrotto, si bloccano anche le possibilità di apprendimento, rischiando di regredire in un tempo “senza lingua”, come esplicita Giuseppe De Cristofaro. Per questo motivo, a fronte anche di una riapertura delle scuole a settembre, occorre intervenire con misure compensative a partire dai mesi estivi, promuovendo progetti, laboratori e attività extrascolastiche per agevolare gli alunni stranieri nell’apprendimento linguistico, scolastico e digitale.

La pandemia ha messo in evidenza le debolezze di un sistema scolastico ancora sprovvisto di tutte le risorse organizzative e professionali necessarie. Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, attribuisce la responsabilità alla lentezza politica e istituzionale italiana, che ostacola l’integrazione e l’inclusione sociale e culturale.

Occorre, dunque, superare l’illusione di una strategia didattica standardizzata, e quindi l’idea di una “normalità” basata sull’omogeneità di chi apprende, e privilegiare invece una visione di didattica come realtà caratterizzata da un’ampia pluralità di bisogni e necessità individuali. La didattica inclusiva dovrebbe essere intesa come una trasformazione dell’ambiente educativo, che coinvolge e favorisce l’intera comunità scolastica, valorizzando le diversità culturali.

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12 maggio 2020

La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità: Africa e Mediterraneo tra i promotori del gruppo GREI-2.5.0

Mentre si sta ancora cercando un accordo sulla regolarizzazione ed emersione dei cittadini stranieri lavoratori in Italia, insieme ad altre organizzazioni e professionisti del settore immigrazione e asilo abbiamo sottoscritto un documento congiunto con una presa di posizione sul tema.

250 persone, rappresentanti della diaspora migrante, ricercatrici/ori dell’immigrazione, giornaliste/i, imprenditrici/ori, esperte/i del diritto del lavoro e dell’immigrazione, membri del sindacato, dell’Università, del mondo cooperativo si sono riunite nel Gruppo di Riflessione su Regolarizzazione e Inclusione (GREI-2.5.0). Siamo di fronte a un’emergenza dalla triplice dimensione: sanitaria, sociale ed economica. Ad esempio, numerosi medici dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e italiani confermano di ricevere giornalmente domande di aiuto da parte di cittadini irregolari che hanno timore a recarsi in ospedale, a meno che non siano costretti a rivolgersi al pronto soccorso.

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La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità – si afferma nel Position Paper del GREI-2.5.0 – e non può essere limitata alle categorie dell’agricoltura e del lavoro domestico, ma anche ad altri settori come l’artigianato e la logistica, che è irragionevole escludere dal processo di emersione. La regolarizzazione non può essere effettuata sulla base di un permesso di pochi mesi, mentre è necessario che anche gli stranieri lavoratori in possesso di un titolo di soggiorno regolare (ad es. per richiesta d’asilo o ricorso) possano ottenere un permesso di soggiorno per lavoro, accedendo al provvedimento di regolarizzazione.

Il documento propone i termini giuridici che dovrebbero essere applicati, aderendo sostanzialmente alla proposta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Nell’arco di poche ore, il testo ha raccolto moltissime adesioni di una parte sostanziale della società civile impegnata sul fronte dell’immigrazione.

Leggi il Position Paper completo con firma degli aderenti qui
Leggi il Comunicato Stampa completo qui

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15 aprile 2020

Il coronavirus e il senso di invulnerabilità

Un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo

“I Senegalesi vivono le loro vite come se niente fosse! Ci prepariamo al peggio!” Questa è la risposta che ho ricevuto ieri quando ho chiesto ai miei familiari a Dakar come andava. Il mio primo riflesso è stato condannare la loro incoscienza. Però, ripercorrendo l’ascesa della malattia in Europa, ci si accorge che questa “incoscienza” ha pervaso tutti i Paesi europei, e soprattutto i giovani, almeno all’inizio del diffondersi della malattia. Ospitando l’Africa il venti per cento della popolazione giovane del mondo, la conclusione era ovvia.
Tutte le nazioni europee, mentre la pandemia faceva già una strage in Lombardia, hanno continuato a vivere come se la cosa riguardasse soltanto l’Italia. L’errore di sottovalutazione è stato commesso da tutti. Ogni Paese si è considerato invulnerabile, per non si sa quale motivo, all’attacco del virus. La personificazione più nota è Boris Johnson. Senso di invulnerabilità e visione degli altri come alterità, dovremmo saperlo, non vanno di pari passo con il senso di responsabilità.

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Goorgoorlou, eroe a fumetti della débrouille senegalese, ideato da T.T. Fons

Per tornare al Senegal, dopo la paura dei primi giorni di marzo, dopo la dichiarazione del coprifuoco dalle ore venti all’alba del 23 marzo, ora i Senegalesi hanno ripreso a vivere “come se niente fosse”. In realtà l’affermazione è in parte superficiale. Nel paese, come del resto, in gran parte del continente africano, la maggior parte delle famiglie vive giorno per giorno con un sistema informale conosciuto in Senegal come le système D – da débrouillein altre parole l’arte di arrangiarsi. La certezza di uno stipendio mensile è un lusso. Per mangiare un pasto oggi o l’indomani, molti devono andare in città per vedere cosa porta la giornata. L’economia di sussistenza non permette di fare risparmi e quindi scorte di cibo. Come non permette di poter mantenere le distanze di sicurezza e di curarsi quando il bisogno si presenta. Quando le funzioni che dovrebbero essere dello stato sociale, quello permanente, organizzato e certo, sono lasciate alle famiglie e, in non pochi casi, alle rimesse degli emigrati, che adesso non possono più provvedere, ci si maschera dietro un senso di “invincibilità”, che in realtà rappresenta l’unica scelta di chi non ha scelta.
Secondo la BBC, le cifre ufficiali in Senegal hanno registrato, in data 12 aprile, 280 casi, il numero di pazienti guariti, 171, è superiore a quello dei contagiati “attivi”, 107. Sono numeri, appunto. L’altra faccia del Coronavirus. Nessuno crede più ai numeri ufficiali. Nessuno sa realmente quando è arrivato il virus (si fanno soltanto ipotesi). Nessuno sa chi è deceduto “con coronavirus” o “a causa” del coronavirus. Il silenzio di questo virus, che può abitare i nostri corpi senza dare assolutamente sintomi, rende la conta dei malati e una possibile previsione di cosa sarà del nostro futuro ancora più difficile. Aspettando di saperne di più, tutti prevedono una pandemia in Africa, tranne gli Africani che, di epidemie e di malattie gravi ne hanno conosciute nel corso degli anni una quantità spaventosa… Si preparano al peggio, augurandosi che non arrivi mai.

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09 aprile 2020

Noi e il Coronavirus: quasi una sceneggiatura a fumetti

Traduciamo la lettera che ci ha scritto il 26 marzo scorso Christophe Ngalle Edimo, educatore di comunità e sceneggiatore di fumetto franco-camerunese residente a Parigi.

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Sono contento che stiate tutti bene. Bisogna resistere. E fare sempre attenzione.
Anche qui a Parigi è complicato, soprattutto per i compagni dell’associazione “L’Afrique dessinée” che tengono corsi nelle scuole, che sono chiuse da più di tre settimane. Non c’è più nessun introito per i disegnatori che non hanno altri mestieri paralleli, perché basta workshop, basta dediche, basta festival, librerie chiuse, biblioteche chiuse (quindi niente soldi per il diritto di prestito).
Per quanto mi riguarda, sto vivendo l’interruzione totale di tutte le attività educative da due settimane. Abbiamo rimandato i giovani nelle loro case o dai genitori. Parallelamente, anche tutti i centri che seguono i giovani per aiutarli a gestire la tossicodipendenza hanno chiuso. Quindi questi giovani si ritrovano nelle strade, sono in astinenza, quindi pericolosi. Non so se questo problema in Italia è stato gestito meglio.
Comunque io sto bene, e anche gli altri colleghi fumettisti.
In Francia stiamo entrando nella stessa situazione dell’Italia, con un ritardo di due settimane. Il lato ”superiore”, altezzoso, dei Francesi sparisce un po’. Così come il lato “superiore”, un po’ altezzoso, dell’Inghilterra sparirà di qui a due settimane. Poi sarà il turno degli Stati Uniti, malgrado tutto quanto potrà dire Donald Trump.

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Le retour au pays d’Alphonse Madiba dit DaudetDessin de Al’Mata, scénario de Ch. Edimo. Paris: L’Harmattan, 2010. © Al’Mata, Ch. Edimo, L’Harmattan

Anche in Camerun il Coronavirus fa paura. Dovevo andarci a fine aprile, il viaggio è rimandato.
Ma, come si dice lì, “le Cameroun c’est le Cameroun”.
Esempio: dieci giorni fa, con uno degli ultimi voli commerciali autorizzati, un aereo della Brussel Air Lines, è atterrato a Douala, con a bordo un caso sospetto di Coronavirus. Immediatamente sono stati messi in quarantena tutti i passeggeri dell’aereo. Ma, siccome “le Cameroun c’est le Cameroun”, quelli che avevano denaro e incoscienza sono usciti dall’aeroporto dando soldi ai poliziotti e ai doganieri. Gli altri, rispettosi dei limiti di legge, sono stati messi in quarantena in un hotel requisito dal governo a Douala. Gli addetti dell’hotel hanno avuto paura nel vedere arrivare persone che potevano essere state in contatto con il virus: hanno chiuso i viaggiatori nell’hotel e sono tutti scappati!
Dopo qualche giorno, per non morire di fame, i viaggiatori hanno spaccato la porta d’entrata dell’albergo e sono tutti andati via. Forse portando con sé il virus, non si sa.

Penso che la crisi economica sarà mondiale. E il sistema economico mondiale dovrà essere rivisto totalmente. Se non lo si farà, ci saranno proteste in tutti i Paesi. Credo che questo i nostri uomini e donne della politica lo sappiano. Bisogna sperare che siano abbastanza intelligenti per lasciare il posto a coloro che potranno costruire un mondo più vivibile di quello che abbiamo oggi.

A presto.

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30 marzo 2020

Diaspora, affetti, fake news e Coronavirus

un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo

Già in tempi normali, se mi avessero chiesto di immaginare la mia vita senza i mezzi di comunicazione come Skype, Messenger e Whatsapp, non sarei stata capace di farlo.
Proviamo ad immaginarci adesso il lockdown per il coronavirus senza i social! Quando l’epidemia è iniziata in Italia, la diaspora africana ha ricevuto messaggi e telefonate di persone che non si facevano vive da secoli (africane e non), preoccupate per noi. Ogni mattina e ogni sera arrivano messaggi che chiedono come è andata la giornata, danno consigli su quali cibi è meglio comperare per le scorte e raccomandano di rimanere chiusi in casa. L’immediatezza, l’accessibilità e la rapidità delle comunicazioni sono rese possibili dai social. Sono arrivati sia consigli generici su come lavarsi le mani, con che cosa e quante volte, e sull’uso dei dispositivi individuali di sicurezza.
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Ma anche ricette fai da te per evitare la malattia, come bere infusi come zenzero e limone, il tè, inalazioni di acqua calda con foglie dell’albero di nime… e preghiere da fare in comune o individualmente, come mi è successo qualche giorno fa.
Io vivo in Italia, ho una sorella in Germania e il resto della famiglia in Senegal. Ci siamo messi d’accordo su giorno e ora, e abbiamo scelto un rosario per pregare per noi stessi e tutta l’umanità, ci siamo dati il via su Whatsapp e abbiamo iniziato a pregare. A fine rosario, ci siamo dati un segnale, sempre su Whatsapp, e poi abbiamo detto i gnane, le preghiere dirette a Dio.
La velocità di trasmissione delle notizie è sempre sorprendente. Venerdì sera mia sorella mi ha mandato un messaggio Whatsapp chiedendomi “Siete a mille?????”, con l’apposito emoticon inorridito. Ho risposto “Non lo so ancora”. Ed era vero, perché solo allora ho acceso la televisione per assicurarmene. C’era il Papa a pregare in piazza San Pietro, vuota e sotto la pioggia: ho dovuto leggere i sottopancia che scorrevano per poter dare una conferma sui morti delle ultime 24 ore. Mi si è stretto il cuore quando mi ha passato mia nipote di sette anni, che mi ha detto: “Lave toi les mains et ne sors pas, parce que le co-ro-na-vi-rus (pronunciato lentamente ma bene) n’est pas bon.”
Da qualche settimana, con il virus Covid-19 che sta facendo il giro del mondo, il moto dell’onda di inquietudine tra Europa e Africa capovolge continuamente la sua direzione. Le famiglie in Africa sono preoccupate e subito, ecco, che sono le diaspore che, a loro volta, sono attaccate ai loro telefonini, angosciati per i loro famigliari in Africa. Una nevrosi di scambi di messaggi, che evidenziano il livello di reciproca ansia e apprensione.

Purtroppo in rete girano anche tante fake news, che, a loro volta sono smentite da altre news o contro-news. C’è n’è una che gira molto in tutti i Paesi africani in francese, inglese o nelle lingue locali, che mette in guardia gli Africani dall’accettare qualunque tipo di vaccino dall’Occidente.

L’angoscia della nostra impotenza, rivelataci da questo virus, spinge qualcuno a far circolare in rete dei proverbi, nell’intento di far riflettere, come, per esempio: “La morte è un abito che ogni essere umano porterà”. A questo signore mi sono sentita di rispondere con un altro proverbio: “Qualunque sia la durata della notte, il giorno arriva sempre.”
Meno male che l’essere umano è a volte resiliente e anche un po’ incosciente. Quell’incoscienza che porta un granello di leggerezza: circolano video (non solo in Africa) che ringraziano il “confinement”, la quarantena, perché i mariti ritornano a casa in un orario decente e giocano con i figli.
Altri video fanno capire quanto mantenere la distanza di sicurezza sia difficile in un continente dove si vive in molti in case piccole, dove si mangia tutti intorno allo stesso piatto; un video mostra persone che, con cucchiai lunghissimi, si servono da un piatto messo al centro della stanza; un altro video chiede a alcuni genitori, che evidentemente amano inventare nomi originali, di non chiamare le figlie nate quest’anno Coronatou
Ogni sorriso che ci strappano nasconde in realtà tutta la paura che proviamo in questo momento di totale vulnerabilità.

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23 marzo 2020

Il Senegal affronta l’epidemia di Coronavirus

un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo

Il Coronavirus non si era ancora diffuso fuori dalla Cina che già si leggevano articoli della stampa europea preoccupata per una possibile espansione della malattia in Africa e per la catastrofe che ne sarebbe seguita. Il ragionamento, che era logico e lineare, era che il Coronavirus avrebbe fatto il suo ingresso nel continente africano tramite la Cina, grazie alla vasta collaborazione economica tra le due parti. Solo che i percorsi del Coronavirus hanno fatto vacillare qualsiasi discorso o pensiero cartesiano. Nessuno mai avrebbe pensato a un impatto cosi devastante in Europa. Nessuno avrebbe mai pensato che i primi casi di Coronavirus in Africa sarebbero arrivati tramite un francese in Senegal e un italiano in Nigeria. Sarebbe stato più logico pensare il contrario.

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Il virus alla fine è arrivato in Africa. Ora abbiamo la certezza che non soffre il caldo. Siamo tutti preoccupati dalla strage che potrebbe avere luogo, ma nel frattempo dobbiamo leggere l’emergenza Coronavirus anche da altri punti di vista. Quello dei numerosi medici, infermieri, tecnici sanitari e di laboratorio, che ogni giorno nei paesi africani, Coronavirus o no, combattono con pochi mezzi ottenendo dei risultati che non vengono quasi mai comunicati dai media europei.
Quanto segue riguarderà il Senegal perché è il Paese del quale ho più informazioni. Non darò numeri perché ci sono fonti differenti, è impossibile verificarli e comunque cambiano tutti i giorni. Vorrei, prima di tutto, parlare anche delle eccellenze, perché ci sono sul continente africano, come l’Institut Pasteur di Dakar, diretto dal Dott. Amadou Sall. L’Istituto, che ha dato un contributo enorme durante l’Ebola e altre pandemie ed è stato reso più forte da quelle esperienze, è stato designato dall’Unione Africana come uno dei due punti di riferimento per il Coronavirus in Africa. La seconda eccellenza si trova in Sudafrica – non sono riuscita ad averne totale certezza, ma mi sembra di poterla identificare con il NICD (National Insitute for Communicable Diseases). Entrambe le istituzioni non solo si occupano delle diagnosi e delle cure, ma sono attive anche nella formazione di personale medico. Per il Covid-19, hanno preparato personale sanitario di quindici Paesi africani per dare una formazione sull’esecuzione dei test e sul decorso della malattia.
Un terzo organo eccellente di ricerca è l’Institut de Recherche en Santé de Surveillance Epidémiologique et de Formation (IRESSEF) di Dakar, diretto dal Professor Mboup Souleymane, che, in collaborazione con il Ministero della Salute, sta lavorando per i test di depistage insieme ad altri laboratori di analisi sotto la supervisione dell’Institut Pasteur di Dakar.

Per quanto riguarda in particolare il Senegal, il governo ha preso i provvedimenti che tutti i governi stanno prendendo in questo momento. Ha chiuso l’aeroporto di Diass e le frontiere, anche se con un certo ritardo, tanto che un giovane comico, molto seguito su Youtube, ha scritto una canzone che esortava il presidente Macky Sall a farlo; vedi https://www.youtube.com/watch?v=PzSRCP8dT6Q.
Inoltre il Senegal ha vietato qualsiasi manifestazione e raduno pubblico per un mese e annullato anche la festa dell’Indipendenza del Senegal. Ha poi istituito un numero verde, un numero del Service d’Aide Médicale d’Urgence, il SAMU National, cui accedere per accertamenti a domicilio; e, in aggiunta, ha attivato tre altri numeri, chiamati Cellules d’alertes, in appoggio a quelli già esistenti.

È stato l’Hôpital Fann con il suo reparto di Maladies infectieuses che ha visto arrivare il primo contagiato di Covid-19. Ufficialmente, il 2 marzo.
Avendo avuto il paziente contatti con famiglia e amici nella città di Touba, il governo ha creato un presidio in quella città, chiamando l’esercito per attrezzare un ospedale militare di livello due nella stessa Touba, cosi da non spostare i contagiati su Dakar ed espandere ulteriormente il virus (https://www.youtube.com/watch?v=60TrdX8uMA4).
Sono attive inoltre a Dakar le badjenou gokh, che sono delle consigliere sociali assegnate ai diversi quartieri e hanno il ruolo di collegamenti sanitari di prossimità, ovvero di conoscenza ravvicinata del quartiere. Dopo una breve formazione, sono incaricate della sensibilizzazione degli abitanti – ora danno istruzioni riguardo il Coronavirus.
Per le quarantene sono stati individuati spazi nell’aeroporto Léopold Sédar Senghor di Yoff, adattando velocemente allo scopo il vecchio hangar che era usato dai pellegrini per la Mecca.  Il presidio è dotato di personale medico per l’accoglienza e per i test, mentre la polizia è incaricata di impedire ai famigliari di far visita ai loro cari ricoverati.

Le moschee e le chiese cattoliche, anglicane e altre, hanno volontariamente e responsabilmente chiuso tutti i luoghi di culto. Ora i muezzin nell’appello alla preghiera raccomandano di pregare a casa – come del resto hanno già fatto per primi alla Mecca.

Per quanto riguarda la pubblica istruzione e gli istituti scolastici privati, dopo aver chiuso scuole e università, il Ministro dell’Educazione Nazionale ha messo a disposizione di tutti gli studenti una piattaforma denominata Apprendre à la maison, che ha qualche problema di funzionamento e che non copre tutto il programma dell’anno academico, ma è pur sempre qualcosa di molto utile. Questo strumento si aggiunge a quelli già esistenti come Télé-Ecole e Éducation numérique pour tous, dove gli studenti possono trovare lezioni registrate ed esercizi.
Inoltre a queste iniziative, la televisione TFM (Télévision Futur Media) ha messo insieme un programma, opportunamente articolato, chiamato Salle des profs, per gli studenti delle scuole superiori. Le trasmissioni si tengono al mattino, per ventisei minuti, e nel pomeriggio, dalle ore sedici, per cinquanta minuti.

I media stanno dando un contributo fondamentale con piccoli sketch di cinque minuti interpretati da personaggi famosi, fatti in tutte le lingue nazionali, per raggiungere più persone possibile.
Y’EN A MARRE, un gruppo famoso di hip hop, ha scritto la canzone Fagaru che passa a ruota su tutte le televisioni private e pubbliche. La canzone mette in musica le raccomandazioni igieniche del governo (https://www.youtube.com/watch?v=06YbY1MLp4A).

Arrivano anche donazioni al Ministero della Sanità: Sadio Manè, il calciatore del Liverpool, ha donato 30 milioni di franchi CFA; la guida religiosa dei Mouride, Serigne Mountakha Mbacké, ha dato 200 milioni; donazioni arrivano anche dai cantanti Youssou Ndour e Wally Seck, e da un certo numero di industriali.

Stanno inoltre nascendo iniziative private come quella del giovane Alioune Sylla, che ha lanciato il sito www.marchecastor.com, per la spesa on line e la consegna gratuita di verdure, carne e pesce da uno dei mercati più grandi di Dakar, il Marché Castor. I ristoranti, che già prima del Coronavirus oltre al normale lavoro nei loro locali consegnavano pasti a famiglie che lo richiedevano, lavorano ormai soltanto per ordinazione e recapitano il cibo a casa.
Qualcuno ha anche pensato al fitness, per occupare genitori e bambini a casa. Noflaye Sen, una pagina Facebook, ha iniziato a proporre dei brevi video di fitness, suggerendo esercizi da fare a casa per occupare utilmente il tempo.

Sta andando tutto per il meglio? No. I quartieri dove ci sono i contagi, secondo la stampa, sono Mermoz, Guediawaye, Almadies e Grand Yoff. Tutti quartieri ad alta densità di popolazione. Le fake news sono all’ordine del giorno. All’inizio, una veggente, o almeno una persona che questo dice di essere, aveva predetto che il Senegal sarebbe stato protetto da non si capisce bene che cosa, per cui la malattia non avrebbe mai fatto ingresso nel Paese. C’è stato poi l’intervento illuminato di un famoso griot, che addirittura ha negato l’esistenza del virus: è stato immediatamente convocato dalla Brigade de Recherche della Gendarmerie di Faidherbes, dove ha giurato di non aprire mai più bocca sulla faccenda!

Tutti abbiamo visto il panico creato in Europa dalla paura provocata da una malattia che non si conosce. E abbiamo anche visto le persone sottovalutare la gravità dell’emergenza, e andare in giro anche quando non era necessario. Mai come oggi, il Coronavirus ci sta facendo capire quanto siamo simili dovunque. La sottovalutazione, il “non a me” e poi la fuga verso il proprio Paese e gli affetti è stata generale e ha toccato anche il Senegal: una ventina di Senegalesi si sono ritrovati bloccati in Mauritania nel loro frettoloso ritornare a casa; non essendoci più voli per Dakar, hanno creduto giudizioso passare dalla Spagna, dalla Francia e dal Marocco alla Mauritania, dove sono rimasti bloccati dalla chiusura delle frontiere fino a quando il governo non ha provveduto a recuperarli. Sono oggi in quarantena a Saint Louis, nel Nord del Senegal.

Le campagne di sensibilizzazione vanno avanti persino con una dose di humour, come per scacciar via i rischi che stiamo vivendo. Ma non si può e non si deve negare che ci sia una mancanza di mezzi, perché gli Stati africani dovrebbero mettere tutta la popolazione nelle condizioni di adeguarsi alle misure di prevenzione. Inutile dire, per esempio, quanto sarebbe fondamentale che tutti potessero avere normale accesso all’acqua potabile, e sappiamo che così non è. Tuttavia, ognuno fa gli sforzi che può con i mezzi che ha, anche se sa che non bastano. E anche sapendo che la situazione cambia di giorno in giorno.

Nelly Diop

Nelly Diop è nata in Senegal dove ha studiato e ottenuto il “Certificat de Maîtrise” in Civilizzazione e letteratura americana all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Vive dal 1995 in Italia, dove si è diplomata in traduzione alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano. Lavora come interprete e traduttrice.

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19 marzo 2020

Emergenza, comunità, resilienza: l’ultimo numero della rivista Africa e Mediterraneo

Ibrahim Mahama, Maria Alasan Soh, 2019. foto: Giorgio Benni

Ibrahim Mahama,
Maria Alasan Soh, 2019.
foto: Giorgio Benni

Nel progettare l’ultimo dossier di Africa e Mediterraneo (n. 91), dedicato a “Emergenza, comunità, resilienza”, partivamo dall’esperienza concreta di gestione dell’emergenza in contesti interculturali maturata da Lai-momo nel corso del sisma in Emilia-Romagna del 2012, arricchita poi con competenze internazionali, grazie al progetto AMARE-EU, di cui Lai-momo è partner, che mira a rendere le città più resilienti e inclusive secondo un approccio multiculturale.

Partivamo, insomma, da una situazione che chi lavora nell’emergenza definisce “tempo di pace”, un momento in cui lavorare soprattutto sulla prevenzione e sulla preparazione per riconoscere i rischi e affrontare le emergenze.

Non immaginavamo certo che, nell’arco di pochi mesi, l’attualità di una nuova emergenza sarebbe intervenuta a far risuonare le nostre riflessioni nell’urgenza del presente. Ci riferiamo naturalmente all’epidemia causata dal nuovo coronavirus COVID-19: i contagi si sommano di giorno in giorno, mentre vari Paesi (tra cui l’Italia, fortemente colpita) prendono misure sempre più drastiche per isolare il virus.

Mai come in questa occasione, ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante mobilitare l’intera comunità per affrontare la crisi e l’emergenza, in modo da superarla attraverso un impegno condiviso. Pensiamo ad esempio al richiamo di Aldo Bonomi, che ricorda quanto sia importante che i tempi dell’oggi siano “tempi in cui riconoscere e riconoscersi nella comunità di cura” (Il Sole 24 ore, 10 marzo 2020), nel senso più allargato possibile: una comunità che sappia prendersi cura di sé, pur nella distanza, pur rinunciando alla prossimità. Una comunità, aggiungiamo noi, che sappia prendere in carico anche le persone più vulnerabili, che rischiano di essere escluse, ad esempio le persone di origine straniera.

Proprio questo è il punto di vista che ci ha guidato nella costruzione del dossier n. 91 di Africa e Mediterraneo, che ha voluto ragionare sulla resilienza come competenza della comunità, per costruire le condizioni per affrontare l’emergenza senza escludere nessuno.
In questo ambito la resilienza è da considerare anche come competenza dell’individuo, approccio fondamentale per favorire processi di empowerment, in cui i singoli possano sviluppare una propria linea di azione e reazione rispetto alla catastrofe. Proprio su questo aspetto si concentra l’articolo di Graziella Favaro, che, ripercorrendo le esperienze di migranti minori non accompagnati, si sofferma sul ruolo fondamentale di persone della società di accoglienza che li sappiano guidare (“persone/stella”). Anche il contributo dello psicoterapeuta Paolo Ballarin porta l’attenzione al singolo, in particolare alle persone richiedenti asilo e rifugiate in situazione di fragilità psicologica, per le quali la spiritualità può essere una risorsa per la resilienza.
Due articoli ci riportano invece alla memoria due recenti emergenze. Jean Godefroy Bidima analizza l’impatto dell’uragano Katrina (2005) sulla popolazione di New Orleans, indagando la maniera in cui i cittadini colpiti dalla devastazione hanno saputo ricostruire la propria vita, ma anche indicando con esempi concreti le lacune dell’intervento governativo, che ha ostacolato un’azione pienamente resiliente da parte della popolazione. In una chiave più locale, invece, l’articolo di Silvia Festi e Sara Saleri ripercorre l’esperienza del terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012, attraverso il prisma di una serie di parole chiave – emergenza, comunità, solidarietà – e ne esplora il portato, per proporre un approccio all’emergenza che tenga conto delle relazioni interculturali.
Anche il contributo di Francesca Borga, Cristina Demartis e Giordano Munaretto pone al centro dell’attenzione la necessità di preparare una reazione positiva delle comunità multiculturali all’emergenza, descrivendo l’azione messa in campo dalle organizzazioni che hanno preso parte al progetto AMARE-EU.
Infine, l’articolo di Anna Louise Kristensen porta al dossier l’esperienza concreta di Vejle, in Danimarca, città sottoposta a un alto rischio di inondazioni, che nel 2015 è entrata a far parte di 100 Resilient Cities, un network internazionale creato per aiutare le città a governare in maniera più inclusiva, consapevole dei rischi e lungimirante.

Per acquistare la rivista: www.africaemediterraneo.it/it/numeri-rivista/emergenza-comunita-resilienza/

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05 dicembre 2019

Teatro No’hma. Premio Internazionale X edizione dedicato al “Teatro Nudo” di Teresa Pomodoro. Premiazione Stagione 2018-2019

Di Francesca Romana Paci

Le marionette “Sogolon” di Yaya Coulibaly hanno vinto il premio del Progetto Africa dato dalla giuria del pubblico del Teatro Spazio No’hma – Teresa Pomodoro a Milano. Come ogni anno ormai da dieci anni, prima dell’inizio di ogni nuova stagione, il teatro diretto da Livia Pomodoro dedica spazio alla premiazione di spettacoli della stagione precedente. Per il conferimento dei premi, l’impostazione culturale del teatro prevede una Giuria Spettatori e una Giuria Internazionale. Entrambe le giurie, oltre ai premi, possono attribuire menzioni speciali.

Nella serata di giovedì 7 novembre 2019, il teatro ha comunicato i risultati del lavoro delle giurie per la stagione 2018-2019, costruendo la serata in modo da farla essere a sua volta uno spettacolo, durante il quale sono stati richiamati momenti particolari delle rappresentazioni premiate. Un’operazione piuttosto impegnativa, considerando l’effettiva presenza sul palcoscenico di alcuni degli attori che avevano recitato negli spettacoli premiati, la ricostruzione, sia pure succinta, di elementi della scenografia, e/o la proiezioni di filmati. La serata, in realtà, pur mantenendo il focus sulle opere premiate, ha implicitamente riproposto l’attività di una intera stagione, e, ovviamente, rinnovato anche la varietà di risposte del pubblico del teatro No’hma, pubblico che si dimostra costantemente attentissimo e tutt’altro che passivo.

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Dei sei spettacoli che nel 2018-2019 hanno formato la serie “Progetto Africa”, intitolato Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, il quinto spettacolo, Le baptême du lionceau, ha vinto il Premio Giuria Spettatori, e il terzo, The New Africa, ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria Internazionale. Gli altri premi e menzioni sono stati assegnati a spettacoli non compresi nella serie africana.

Le baptême du lionceau, una favola carica di significati storici, politici e tradizionali, appartiene al repertorio della compagnia di  Marionette “Sogolon”, creata nel 1980 a Bamako, in Mali, da Yaya Coulibaly, che da allora la dirige, coadiuvato da suo figlio e da altri marionettisti che lui stesso prepara professionalmente. Maître Coulibaly, come comunemente lo chiamano, tiene particolarmente a ricordare che i Coulibaly sono marionettisti da secoli, e che inventano, costruiscono e operano le loro marionette direttamente e personalmente. Una caratteristica importante della compagnia è la scelta di manovrare le marionette non dietro uno schermo, ma apertamente in palcoscenico, in modo che marionettisti e marionette agiscono visivamente insieme sulla scena, così come anche le marionette temporaneamente non in uso sono accumulate ai lati del palco in piena vista del pubblico. Maître Coulibaly e suo figlio sono venuti personalmente a ricevere il premio No’hma.

The New Africa è una produzione parte della omonima giovane e prorompente compagnia dello Zimbabwe, attiva di base a Harare, parte del gruppo Kumran Arts and Media. Nello spettacolo, alle parti recitate – in prosa e poesia – si uniscono musica di percussioni e corde, canto, coreografie di danza, e una  impetuosa e colorata ricchezza di costumi. Testi, in inglese, e regia sono di Billy Kabasa. I costumi sono stati appositamente creati da Jasper Mandizera, produttore cinematografico e scrittore, che afferma di considerare il suo design non una professione, ma un hobby culturale; per New Africa, come ha avuto occasione di affermare, si è ispirato liberamente alla tradizione africana in toto, non solo a quella dello Zimbabwe, ma anche a quella di altri paesi africani. La Menzione Speciale è stata ritirata dal Console dello Zimbabwe a Milano.

I sei spettacoli africani della stagione No’hma 2018-2019 sono stati più ampiamente commentati in questo blog prima dell’intervallo estivo: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-multiforme-teatro-dei-paesi-africani-al-teatro-nohma-di-milano/.

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31 ottobre 2019

Emergenza, comunità, resilienza. È aperta la nuova call for papers della rivista Africa e Mediterraneo

Resilienza è diventata, negli ultimi anni, una parola particolarmente fortunata, che, grazie alla sua forza evocativa e metaforica, risuona negli ambiti più diversi. Termine che trae le sue origini nell’ambito della fisica, dove è usato per descrivere la capacità di un materiale di resistere a un urto assorbendo energia, è poi transitato in diversi ambiti disciplinari: in psicologia, nello studio del trauma e delle sue conseguenze (Cyrulnik 2002; Bonanno et al. 2004; Masten, Cicchetti 2012; Vanistendael, Lecomte 2000), ma anche in urbanistica, spesso in relazione alla sostenibilità ambientale, in sociologia, antropologia, economia…per poi proliferare nel mondo della comunicazione di massa, dal giornalismo ai social.

Questa molteplicità di usi (e abusi) ha sollevato anche molti dubbi sulla sua reale capacità esplicativa: si tratta di un’utile parola-chiave, di uno strumento analitico per meglio comprendere la contemporaneità, o di una semplice moda? Resilienza, insomma, è un termine che rischia di logorarsi, di perdere significato – o anche, in un riflesso uguale e contrario, di diluirsi e allargarsi, fino a significare troppo.

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Nella consapevolezza di questa possibile dispersione semantica, e cercando di valorizzare il concetto di resilienza in termini di ricaduta socio-culturale reale, il Dossier di Africa e Mediterraneo in programma vuole affrontare il tema da un punto di vista molto specifico: la stretta connessione tra la costruzione di comunità e territori resilienti e l’inclusione dei cittadini più vulnerabili.
Da un lato, infatti, è assodato che un tessuto sociale coeso potrà resistere meglio di fronte alle emergenze (Colucci, Cottino 2015), e si diffonde la consapevolezza di dovere adottare strategie di community-based disaster risk reduction (CBDRR) (Shaw 2016); d’altro lato bisogna constatare che la maggior parte degli abitanti più vulnerabili rimane esclusa dalle infrastrutture della resilienza, o perché vive in zone disagiate, o a causa di barriere linguistiche o culturali.
Creare comunità resilienti significa allora, necessariamente, creare comunità più eque (si veda anche il progetto “100 resilient Cities”). In quest’ottica, in una società caratterizzata da un multiculturalismo crescente, una comunità resiliente cresce riconoscendo le differenze e valorizzando gli elementi di coesione, sia in tempi di normalità sia in fasi di emergenza (per calamità naturali e/o provocate dagli esseri umani).
Ci interessa quindi ragionare sulla resilienza come competenza della comunità, per costruire le condizioni per affrontare l’emergenza senza escludere nessuno. In questo ambito però la resilienza è da considerare anche come competenza dell’individuo, approccio fondamentale per favorire processi di empowerment, in cui i singoli possano sviluppare una propria linea di azione e reazione rispetto alla catastrofe e alla difficoltà improvvisa, ricostruendo e ripristinando un, seppur precario, orizzonte simbolico (Lecomte 2002; Luthar, Cicchetti, Becker 2000; Manetti et al. 2010).

Le proposte potranno trattare, i seguenti temi, ma non solo, secondo vari approcci disciplinari:

  • Gestione delle emergenze in contesti multiculturali;
  • Disaster management e disaster preparedness nei conflitti;
  • Cambiamenti climatici: emergenze ambientali e multiculturalismo / multilinguismo;
  • Costruzione di città resilienti con l’integrazione di cittadini di Paesi terzi: l’attività di prevenzione del rischio coinvolgendo le comunità non native;
  • Per una concezione transculturale di resilienza (Ungar 2008): punti di vista delle comunità minoritarie;
  • Aspetti normativi e legislativi: quali sono gli ostacoli normativi per una resilienza democratica e inclusiva?
  • Approccio di genere alla gestione dell’emergenza, verso la costruzione della resilienza femminile;
  • Migranti come individui resilienti: le capacità di resilienza possono essere considerate competenze individuali, di gruppo, di comunità e culturali possedute dai migranti già dal momento in cui decidono di lasciare il loro paese, o sviluppate col tempo, in risposta alle condizioni di vita sfavorevoli.
  • Resilienza ed educazione: importanza dell’educazione interculturale per la resilienza di bambini/e, ragazzi/e con background migratorio (Vaccarelli 2016)

Scadenza per l’invio:

Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **25 novembre 2019** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it.
Le proposte saranno esaminate dal comitato di redazione. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, preferibilmente in inglese, ma è possibile inviarlo anche in italiano) e bionota, dovrà avvenire entro il **20 dicembre 2019**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer reviewers. Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.

Bibliografia

Ballarin, M. Bignami, et al. (a cura di), Emergenze e intercultura: l’esperienza del sisma in Emilia-Romagna nel 2012, Lai-momo, Sasso Marconi 2014;
G.A. Bonanno, Loss, Trauma, and Human Resilience: Have we Underestimated the Human Capacity to Thrive after Extremely Aversive Events?, in «American Psychologist», vol. 59, n° 1, 2004, pp. 20-28;
Colucci, P. Cottino (a cura di), Resilienza tra Territorio e Comunità. Approcci, strategie, temi e casi, Collana “Quaderni dell’Osservatorio” Fondazione Cariplo, n. 21, Anno 2015;
Cyrulnik, Un Merveilleux malheur, Éditions Odile Jacob, Paris 2002;
Lecomte, Qu’est-ce que la résilience? Question faussement simple. Réponse nécessairement complexe, in «Pratiques Psychologiques (La résilience)», n. 1, Editeur L’Esprit du temps, Le Bouscat 2002;
S.S. Luthar, D. Cicchetti, B. Becker, The construct of resilience: A critical evaluation and guidelines for future work, in «Child Development», n. 71, 2000, pp. 543–562;
Manetti, A. Zunino, L. Frattini, E. Zini, Processi di resilienza culturale: confronto tra modelli euristici, in B. Mazzara (a cura di), L’incontro interculturale tra difficoltà e potenzialità, Unicopli, Milano 2010, pp. 97-106;
A.S. Masten, D. Cicchetti, Risk and Resilience in Development and Psychopathology: The Legacy of Norman Garmezy, in «Development and Psychopathology», n° 24, 2012 pp. 333-334;
Shaw, Community Based Disaster Risk Reduction, Oxford University Press USA, Oxford 2016;
Ungar, Resilience across Cultures, in «British Journal of Social Work», vol. 38, n° 2, 2008, pp. 218-235;
Vaccarelli, Le prove della vita. Promuovere la resilienza nella relazione educativa, Franco Angeli, Milano 2016;
Vanistendael, I. Lecomte, Le bonheur est toujours possible. Construire la résilience, Bayard Culture, Paris 2000;
Project “Amare-EU. A multicultural approach to resilience”, www.amareproject.eu/about-the-project/.

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers (in italiano e inglese):

 

English version

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25 ottobre 2019

I numeri dell’immigrazione in Emilia Romagna: presentato il Dossier Statistico IDOS/Confronti

Il 25 abbiamo presentato nella sede della Città metropolitana di Bologna il Dossier statistico immigrazione IDOS/Confronti, il rapporto socio-statistico che ogni anno presenta e analizza il panorama migratorio europeo, italiano e regionale. Da anni Africa e Mediterraneo è focal point regionale del Dossier, che in contemporanea è stato presentato a Roma e in tutte le regioni e provincie autonome, contribuiamo alla sua diffusione, e anche alla redazione del capitolo regionale.

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Dopo i saluti di Mariaraffaella Ferri, Consigliera delegata allo Sviluppo sociale della Città metropolitana di Bologna; Marco Lombardo, Assessore Lavoro, Relazioni europee e internazionali del Comune di Bologna, e Guido Armellini, della Chiesa metodista di Bologna e Modena, sono stati esposti i dati sulla migrazione in Emilia Romagna e a Bologna.
Valerio Vanelli dell’Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio ha presentato un resoconto sulle dinamiche demografiche in Emilia Romagna, dove i residenti stranieri al 31 dicembre 2018 erano 551.222, pari al 12,3% della popolazione complessiva con un incremento di 11.563 unità (+2,2%) rispetto al 2017. Le province con maggiore presenza percentuale di stranieri sono: Piacenza (14,7%), Parma (14,2%), Modena (13,2%) e Reggio Emilia (12,3%). Le nazionalità più rappresentate sono: Romania (17,2%), Marocco (11,2%), Albania (10,6%), Ucraina (6,0%), Cina (5,5%), Moldova (5,1%) e Pakistan (4,1%). I bambini nati da almeno un genitore straniero sono il 24,3% del totale, segno di una presenza stabile e strutturale, come i permessi di soggiorno di lungo periodo (oltre 5 anni di residenza) che sono il 66,7% del totale.

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Andrea Stuppini, membro della redazione del Dossier, ha fatto il punto sul tema “immigrati e mercato del lavoro in Emilia Romagna”. Nella nostra regione gli occupati stranieri sono 251.462, pari al 12,5% del totale. In calo di 4.500 unità rispetto al 2017. Il 5,3% è occupato nell’agricoltura, il 32,4% nell’industria e il 62,4% nel terziario. Le retribuzioni rilevate dall’ISTAT in Emilia-Romagna corrispondono a 1.441 euro netti mensili per gli italiani e 1.097 euro per gli stranieri. Lo scarto del 23,9% dipende dalle diverse mansioni svolte e dalla minore anzianità. Le imprese con titolare straniero sono 53.046 pari all’11,7% del totale (+2,8%) rispetto al 2017. Le rimesse degli immigrati in Emilia-Romagna sono pari a 572 milioni di euro. Importanti anche le ricadute fiscali: il gettito dei duecentocinquantamila lavoratori stranieri ammonta a 1,3 miliardi di euro. I contributi previdenziali versati a 1,4 miliardi di euro.

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Infine, un focus sul territorio metropolitano di Bologna è stato offerto da Angelo Stanghellini, direttore di ASP Città di Bologna. Nel territorio al 30/06/2019 i beneficiari del progetto SPRAR/Siproimi sono 1179 di cui 37 donne singole 586 uomini singoli, 3 transgender, 63 nuclei monoparentali, 245 nuclei familiari, 51 vulnerabili, 194 MSNA. Nell’area della Città Metropolitana di Bologna sono attualmente disponibili un totale di 2.090 posti suddivisi nei diversi distretti: 919 posti nel distretto Bologna città, 340 nel distretto Pianura Est, 172 nel distretto Reno – Lavino – Samoggia, 119 nel distretto Pianura Ovest, 166 nel distretto San Lazzato di Savena, 183 nel distretto Appennino Bolognese, 191 nel distretto Imola.

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Nel volume presentato, si possono trovare tanti preziosi dati nazionali e regionali, nonché approfondite analisi tematiche.

Per info: https://www.dossierimmigrazione.it/

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