31 ottobre 2019

Emergenza, comunità, resilienza. È aperta la nuova call for papers della rivista Africa e Mediterraneo

Resilienza è diventata, negli ultimi anni, una parola particolarmente fortunata, che, grazie alla sua forza evocativa e metaforica, risuona negli ambiti più diversi. Termine che trae le sue origini nell’ambito della fisica, dove è usato per descrivere la capacità di un materiale di resistere a un urto assorbendo energia, è poi transitato in diversi ambiti disciplinari: in psicologia, nello studio del trauma e delle sue conseguenze (Cyrulnik 2002; Bonanno et al. 2004; Masten, Cicchetti 2012; Vanistendael, Lecomte 2000), ma anche in urbanistica, spesso in relazione alla sostenibilità ambientale, in sociologia, antropologia, economia…per poi proliferare nel mondo della comunicazione di massa, dal giornalismo ai social.

Questa molteplicità di usi (e abusi) ha sollevato anche molti dubbi sulla sua reale capacità esplicativa: si tratta di un’utile parola-chiave, di uno strumento analitico per meglio comprendere la contemporaneità, o di una semplice moda? Resilienza, insomma, è un termine che rischia di logorarsi, di perdere significato – o anche, in un riflesso uguale e contrario, di diluirsi e allargarsi, fino a significare troppo.

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Nella consapevolezza di questa possibile dispersione semantica, e cercando di valorizzare il concetto di resilienza in termini di ricaduta socio-culturale reale, il Dossier di Africa e Mediterraneo in programma vuole affrontare il tema da un punto di vista molto specifico: la stretta connessione tra la costruzione di comunità e territori resilienti e l’inclusione dei cittadini più vulnerabili.
Da un lato, infatti, è assodato che un tessuto sociale coeso potrà resistere meglio di fronte alle emergenze (Colucci, Cottino 2015), e si diffonde la consapevolezza di dovere adottare strategie di community-based disaster risk reduction (CBDRR) (Shaw 2016); d’altro lato bisogna constatare che la maggior parte degli abitanti più vulnerabili rimane esclusa dalle infrastrutture della resilienza, o perché vive in zone disagiate, o a causa di barriere linguistiche o culturali.
Creare comunità resilienti significa allora, necessariamente, creare comunità più eque (si veda anche il progetto “100 resilient Cities”). In quest’ottica, in una società caratterizzata da un multiculturalismo crescente, una comunità resiliente cresce riconoscendo le differenze e valorizzando gli elementi di coesione, sia in tempi di normalità sia in fasi di emergenza (per calamità naturali e/o provocate dagli esseri umani).
Ci interessa quindi ragionare sulla resilienza come competenza della comunità, per costruire le condizioni per affrontare l’emergenza senza escludere nessuno. In questo ambito però la resilienza è da considerare anche come competenza dell’individuo, approccio fondamentale per favorire processi di empowerment, in cui i singoli possano sviluppare una propria linea di azione e reazione rispetto alla catastrofe e alla difficoltà improvvisa, ricostruendo e ripristinando un, seppur precario, orizzonte simbolico (Lecomte 2002; Luthar, Cicchetti, Becker 2000; Manetti et al. 2010).

Le proposte potranno trattare, i seguenti temi, ma non solo, secondo vari approcci disciplinari:

  • Gestione delle emergenze in contesti multiculturali;
  • Disaster management e disaster preparedness nei conflitti;
  • Cambiamenti climatici: emergenze ambientali e multiculturalismo / multilinguismo;
  • Costruzione di città resilienti con l’integrazione di cittadini di Paesi terzi: l’attività di prevenzione del rischio coinvolgendo le comunità non native;
  • Per una concezione transculturale di resilienza (Ungar 2008): punti di vista delle comunità minoritarie;
  • Aspetti normativi e legislativi: quali sono gli ostacoli normativi per una resilienza democratica e inclusiva?
  • Approccio di genere alla gestione dell’emergenza, verso la costruzione della resilienza femminile;
  • Migranti come individui resilienti: le capacità di resilienza possono essere considerate competenze individuali, di gruppo, di comunità e culturali possedute dai migranti già dal momento in cui decidono di lasciare il loro paese, o sviluppate col tempo, in risposta alle condizioni di vita sfavorevoli.
  • Resilienza ed educazione: importanza dell’educazione interculturale per la resilienza di bambini/e, ragazzi/e con background migratorio (Vaccarelli 2016)

Scadenza per l’invio:

Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **25 novembre 2019** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it.
Le proposte saranno esaminate dal comitato di redazione. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, preferibilmente in inglese, ma è possibile inviarlo anche in italiano) e bionota, dovrà avvenire entro il **20 dicembre 2019**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer reviewers. Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.

Bibliografia

Ballarin, M. Bignami, et al. (a cura di), Emergenze e intercultura: l’esperienza del sisma in Emilia-Romagna nel 2012, Lai-momo, Sasso Marconi 2014;
G.A. Bonanno, Loss, Trauma, and Human Resilience: Have we Underestimated the Human Capacity to Thrive after Extremely Aversive Events?, in «American Psychologist», vol. 59, n° 1, 2004, pp. 20-28;
Colucci, P. Cottino (a cura di), Resilienza tra Territorio e Comunità. Approcci, strategie, temi e casi, Collana “Quaderni dell’Osservatorio” Fondazione Cariplo, n. 21, Anno 2015;
Cyrulnik, Un Merveilleux malheur, Éditions Odile Jacob, Paris 2002;
Lecomte, Qu’est-ce que la résilience? Question faussement simple. Réponse nécessairement complexe, in «Pratiques Psychologiques (La résilience)», n. 1, Editeur L’Esprit du temps, Le Bouscat 2002;
S.S. Luthar, D. Cicchetti, B. Becker, The construct of resilience: A critical evaluation and guidelines for future work, in «Child Development», n. 71, 2000, pp. 543–562;
Manetti, A. Zunino, L. Frattini, E. Zini, Processi di resilienza culturale: confronto tra modelli euristici, in B. Mazzara (a cura di), L’incontro interculturale tra difficoltà e potenzialità, Unicopli, Milano 2010, pp. 97-106;
A.S. Masten, D. Cicchetti, Risk and Resilience in Development and Psychopathology: The Legacy of Norman Garmezy, in «Development and Psychopathology», n° 24, 2012 pp. 333-334;
Shaw, Community Based Disaster Risk Reduction, Oxford University Press USA, Oxford 2016;
Ungar, Resilience across Cultures, in «British Journal of Social Work», vol. 38, n° 2, 2008, pp. 218-235;
Vaccarelli, Le prove della vita. Promuovere la resilienza nella relazione educativa, Franco Angeli, Milano 2016;
Vanistendael, I. Lecomte, Le bonheur est toujours possible. Construire la résilience, Bayard Culture, Paris 2000;
Project “Amare-EU. A multicultural approach to resilience”, www.amareproject.eu/about-the-project/.

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers (in italiano e inglese):

 

English version

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29 aprile 2016

Arriva a Bologna la Summer School su migrazioni forzate e asilo

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La Summer School di formazione sul tema delle migrazioni forzate e dell’asilo in Europa si terrà dall’11 al 16 luglio 2016 a Bologna presso il Centro Interculturale Zonarelli. La Scuola sarà tenuta in inglese da docenti, esperti e professionisti internazionali del settore ed è rivolta ad operatori sociali dell’accoglienza, ricercatori, studenti, giornalisti, membri di organizzazioni internazionali e di ONG, impiegati delle amministrazioni pubbliche nazionali ed europee.

La Summer School intende fornire un’analisi approfondita delle questioni fondamentali legate all’attuale fenomeno migratorio, avvalendosi degli strumenti messi a disposizione dai diversi approcci disciplinari che da tempo stanno affrontando il tema, in particolare la sociologia, la storia, l’etnopsichiatria, gli studi culturali e i media studies senza tralasciare l’applicazione di un approccio metodologico orientato alla pratica. Da una parte, infatti, la Summer School si prefigge di dotare i partecipanti di conoscenze approfondite e multidisciplinari sulle migrazioni forzate e l’asilo, grazie all’apporto di ricercatori e teorici esperti del settore. Dall’altra parte, grazie all’esperienza dei proponenti nei servizi connessi all’integrazione dei migranti e all’accoglienza dei richiedenti asilo, i partecipanti potranno conoscere esperienze e pratiche grazie al confronto con operatori impegnati direttamente in queste attività e visite di studio organizzate all’interno di “Centri di Accoglienza Straordinaria” di Bologna (dietro accordo e autorizzazione della Prefettura di Bologna), coniugando in tal modo la fondamentale base teorica e di ricerca all’osservazione empirica dei vari approcci professionali alla gestione dell’accoglienza.

Inoltre, il lavoro in comune nel corso di sei giorni da parte dei partecipanti, che si auspicano provenienti da vari paesi europei, consentirà di confrontare e condividere esperienze, conoscenze e punti di vista, allo scopo di produrre nuovo sapere e nuovi legami tra persone impegnate nelle diverse fasi dell’accoglienza.

Tutte le informazioni sulla Summer School possono essere consultate sul sito www.migrationschool.eu. Le iscrizioni sono aperte fino al 20 giugno ma i posti sono limitati quindi si consiglia di non aspettare l’ultimo momento per inviare la propria candidatura!

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19 gennaio 2015

Il nuovo numero di Africa e Mediterraneo, in uscita a fine gennaio

Donna ghanese prepara il banku, piatto tipico nazionale. Foto di Ben Grey

Donna ghanese prepara il banku, piatto tipico nazionale. Foto di Ben Grey

Il cibo, protagonista dell’Expo 2015, è per l’uomo molto di più di un semplice bisogno: esso è simbolo culturale, è storia di scambi e stratificazioni, è uno strumento di potere e un silenzioso ma profumatissimo testimone del nostro tempo. Per questo il nuovo numero di Africa e Mediterraneo, in uscita a fine gennaio, è dedicato al cibo e all’intercultura, con l’intenzione di offrire un ventaglio ampio e diversificato di riflessioni su questo elemento della vita umana che racconta e manifesta i percorsi di cambiamento delle società in cui viene prodotto e consumato. Nella varietà degli approcci si è inteso mettere in luce le implicazioni culturali, psicologiche, storiche, biologiche del cibo nelle diverse culture, soffermandosi in particolare su quelle africane, senza tralasciare l’aspetto letterario con l’analisi dell’opera di vari scrittori del continente.

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02 dicembre 2014

Il premio Sakharov 2014 al dottor Mukwege che “ripara” le donne

Foto di PictureWendy

Foto di PictureWendy

Quest’anno il premio Sakharov per la libertà di pensiero è andato al dottor Denis Mukwege, il medico congolese che da 14 anni “ripara le donne”. Le pazienti che accoglie al Panzi Hospital di Bukavo, da lui diretto e fondato, sono vittime di violenza che presentano profonde lacerazioni intime causate dalle torture subite. Il dottor Denis Mukwege ricuce e ripara le loro ferite, per ridare alle donne l’integrità fisica che è stata loro tolta e aiutarle a far sì che dalla ricostruzione del corpo comincino a ricostruire identità andate in frantumi. In una delle numerose interviste che ha rilasciato dopo il premio, ha affermato che questo premio appartiene di diritto a tutte le donne che sono vittime di questa “autentica strategia di guerra (…) di distruzione della struttura sociale”.

Denis Mukwege, foto di European Parliament

Denis Mukwege, foto di European Parliament

La biografia del dottor Mukwege, che ha deciso di tornare nel suo Paese dopo essersi specializzato e avere esercitato in Francia, è scritta da Colette Braeckman ed è intitolata “Muganga, la guerra del dottor Mukwege, edita da Fandango nel 2014.

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25 marzo 2014

Richiedenti asilo, quale accoglienza in Europa? Un incontro a Bruxelles per parlarne

42.618 arrivi irregolari di migranti nel Mediterraneo centrale e 97.207 domande di protezione internazionale in Europa tra luglio e settembre 2013 (Frontex)

484.600 richieste di asilo in Europa nel 2013 (UNHCR)

4.000 persone salvate nel Mediterraneo nella scorsa settimana e 10.000 dall’inizio del 2014 (CIR)

Nel 2014 gli arrivi di migranti via mare e le richieste di asilo sono destinati ad aumentare rispetto all’anno passato. Una delle ragioni principali è il numero immenso di rifugiati siriani che si trovano in Nord Africa e nei campi realizzati lungo la frontiera turco-siriana.

L’accoglienza dei richiedenti asilo e la necessità di programmi strutturali per far fronte a questi arrivi costituiscono un tema chiave per tutta l’Europa: occorre rafforzare il dialogo, informarsi e confrontarsi non solo a livello istituzionale, ma anche tra cittadini.

Africa e Mediterraneo discuterà di tutto questo a Bruxelles il 28 marzo durante una tavola rotonda che vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni europee, di alcuni Stati membri e di operatori impegnati nell’accoglienza dei richiedenti asilo.

Scarica il programma dell’evento

Vai all’evento su Facebook

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06 febbraio 2013

6 febbraio 2013: Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili

Oggi, 6 febbraio 2013, ricorre il 10° anno della “Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili”.

La mutilazione genitale femminile (FGM) è una pratica che riguarda ben 140 milioni di donne nel mondo.

Spesso queste pratiche vengono giustificate dal contesto culturale, che favorisce questa vera e propria violenza fisica e morale, inferta anche in tenera età.

Le donne soggette a tale trattamento vivono soprattutto nei paesi dell’Africa Subsahariana, ma non bisogna pensare al FGM come a qualcosa di lontano o che non ci riguardi.

Come si evince molto chiaramente dal Dossier sulle Mutilazioni Genitali Femminili della Fondazione Albero per la Vita Onlus, nel nostro Paese, sulle 110 mila donne provenienti dai Paesi africani dove la pratica è molto diffusa, ben 35 mila donne hanno subito la mutilazione, molte delle quali in età inferiore ai 10 anni e ben 93 mila sono a forte rischio.

(Immagine di Blatant World)

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10 gennaio 2013

Centro Frantz Fanon sfrattato!

ll Centro Frantz Fanon, una delle strutture più conosciute per quanto riguarda l’etno-psichiatria in Italia, rischia di chiudere i battenti.

Sin dalla sua fondazione, a Torino nel 1996, è sempre stato un punto di riferimento per chiunque si occupasse di temi come salute, cultura e migrazioni, soprattutto avendo sviluppato nel tempo molteplici interventi clinici nel campo della salute mentale dei migranti, seguendo e curando oltre 1600 pazienti, alcuni dei quali affetti da gravi patologie.

Il Centro, da più di dieci anni ospite di una Asl torinese, ha da poche settimane appreso che dal 15 gennaio 2013 cesserà il contratto d’affitto fra l’ASL e il proprietario dei locali dove attualmente il Centro opera e che dovrà dunque trovare una nuova sistemazione.

Nonostante manchino soltanto pochi giorni, nonostante la cifra irrisoria dell’affitto e nonostante le ripetute richieste da parte del Centro, nessuno dell’ASL si è fatto vivo e non si sa ancora nulla riguardo al futuro della struttura.

Sul sito dell’Associazione Frantz Fanon potete scaricare l’appello integrale e leggere tutti i dettagli della notizia.

Segnaliamo inoltre il n.64 “Medicina e migrazione” della nostra Rivista che, tra le altre cose, si è occupato proprio di etno-psichiatria.

Immagine allegata (“The Healers: Frantz Fanon,” 2009, Rudy Shepherd) di START Gallery

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17 maggio 2011

I Migrant Domestic Workers in Europa e i meccanismi di riconoscimento e protezione

Abbiamo partecipato due settimane fa ad una tavola rotonda a Bruxelles organizzata dalla rete di ONG “SOLIDAR”, dal titolo: “Migrant domestic workers: from modern-day slavery to equal pay”. L’intento dell’incontro era quello di riunire insieme personalità politico istituzionali, e membri della società civile che si occupano di queste tematiche, per collaborare insieme allo scopo di creare un contesto di maggiore consapevolezza sulla situazione dei lavoratori domestici migranti in Europa e sulle connessioni con il mercato del lavoro, le politiche migratorie e le questioni di genere, e per dare maggiore diffusione all’iniziativa dell‘Organizzazione Internazionale del Lavoro per la promozione e la ratifica di una Convenzione (ILO Convention on Decent Work for Domestic Workers).

Al giorno d’oggi il lavoro domestico rappresenta nella globalità del mercato del lavoro una fetta abbastanza importante, essendo la fonte di reddito di milioni di persone, in maggioranza donne e migranti. Nei paesi industrializzati, infatti, il lavoro domestico rappresenta il 5-9% di tutti i lavori.

In Europa negli ultimi decenni si è assistito ad una crescente espansione del settore, espansione che non va analizzata come fenomeno a sé stante ma piuttosto come riflesso e conseguenza dei cambiamenti socio-economici globali.
Va considerata innanzitutto la relazione tra lavoro domestico, lavoro in nero e immigrazione irregolare, che è abbastanza complessa. In generale, mentre la migrazione viene comunemente intesa come causa di crescita del lavoro informale, sta diventando invece chiaro che l’esistenza di un mercato del lavoro informale sia al contrario una spinta verso la migrazione, questo ancor di più nell’area del lavoro domestico. Questo infatti è un lavoro molto flessibile, che si basa su un rapporto di fiducia reciproca tra il lavoratore e il suo assistito, e in cui sono spesso gli stessi datori di lavoro ad alimentare l’informalità di questo mercato, cercando di sfuggire alla sua burocrazia, sebbene talvolta vengano arginati dalle leggi sull’immigrazione.
Per molti migranti che sono a vari livelli irregolari (dalla documentazione, alla condizione abitativa), il lavoro domestico più che una scelta reale è una necessità, dal momento che per loro è troppo difficile entrare nel classico mercato del lavoro, e addirittura una lunga permanenza nel mercato informale può diventare poi via di accesso per la regolarizzazione amministrativa.
Nell’Europa del Nord, dove lo stato riesce ad agire in modo incisivo in materia di protezione e assistenza nei confronti dei cittadini, la presenza dei migrant domestic workers ha dati praticamente insignificanti se comparati a quelli degli stati dell’Europa del Sud. In alcuni stati infatti la richiesta di lavoro domestico migrante è messa in relazione a recenti tagli alle spese in materia di welfare e servizio pubblico (e alla privatizzazione e liberalizzazione del settore assistenziale). Gli altri fattori che concorrono alla sua crescita sono poi la progressiva e sempre più massiccia inclusione delle donne nel mondo del lavoro e l’invecchiamento della popolazione.
Così il lavoro domestico migrante cresce sempre di più allargando anche il raggio delle sue competenze, dalla cura di bambini e anziani, alla manutenzione di case e giardini.
Eppure, pur avendo un forte impatto sulla ricchezza e sul benessere europeo, questi lavoratori continuano a rimanere avvolti nell’invisibilità, e non solo perché il loro luogo di lavoro è una casa, ma anche perché spesso non vengono inclusi nell’immaginario dei lavoratori, quindi non vengono riconosciuti e sono spesso privati di qualsiasi forma di diritti e protezione sociale.
Per il lavoro domestico infatti non esiste alcun grande sindacato, né alcuna convenzione di riconoscimento e regolamentazione. Oltre all’informalità e alla sommersione, la grande problematica legata al lavoro domestico rimane quella della violazione diffusa dei diritti umani e del lavoro, problematica comune a numerosi  lavoratori che accettano una relazione lavorativa precaria e irregolare e una vita vissuta ai margini della povertà.

La maggior parte dei domestic workers sono migranti, e la maggior parte di questi sono donne. Questo finisce spesso per esporle a doppie o multiple forme di discriminazione: di genere e razziale. La mancanza di consapevolezza e di riconoscimento dei diritti dei lavoratori domestici da parte dei governi, datori di lavoro e lavoratori stessi contribuiscono ulteriormente al loro sfruttamento, e il  fatto che molto spesso si possano instaurare rapporti di familiarità, non deve allontanare dall’idea che essi siano comunque sottoposti a privazioni dei diritti come lavoratori e persone.
Molte delle lavoratrici domestiche arrivano in Europa col desiderio di fuggire da situazioni di difficoltà economiche in patria, ma diventano vittime di un paradosso: se  con il loro lavoro rendono altre donne libere di poter andare al lavoro lasciando i propri figli a casa, loro non sono altrettanto libere. E il numero eccessivo di ore di lavoro, la sensazione che esso spesso sia dequalificante rispetto alla formazione acquisita in patria, o anche la pesantezza dello stesso lavoro, spesso conduce le lavoratrici in stati di isolamento, solitudine e depressione.
Nonostante questo, e specialmente nei casi in cui non abbiano una valida residenza o permesso di lavoro o quando non parlano la lingua del paese, un numero significativo di migranti si prepara ugualmente ad accettare condizioni di lavoro senza alcuna protezione solo perché sembra essere l’unica soluzione ai loro bisogni.

A livello europeo c’è un grande gap tra quelli che dovrebbero essere i diritti riconosciuti e quella che è poi la pratica. Questa è una conseguenza di politiche incoerenti che hanno utilizzato due pesi e due misure, e che hanno fatto in modo che le leggi migratorie influissero sulle politiche occupazionali impedendo di fatto il trattamento eguale e la non discriminazione dei lavoratori migranti. Sin dagli anni ottanta i lavoratori domestici hanno cercato di organizzarsi per rivendicare i propri diritti,e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro adesso sta facendo pressioni sul mondo istituzionale europeo ed internazionale affinché venga ratificata una dichiarazione che provveda al riconoscimento del lavoro domestico come lavoro, e che ponga le basi per la costituzione di un quadro legale per tutti i lavoratori domestici, nei parametri di ciò che viene definito decent work.

Gli stati devono assumersi le loro responsabilità in tema di welfare e protezione sociale, perchè solo se si migliorano le condizioni di lavoro, si stimolano le capacità e si giunge a un completo riconoscimento dei domestic workers ci potrà essere un grosso beneficio non solo per i lavoratori ma anche per i datori di lavoro. È necessario quindi che vengano messe in atto pratiche non solo giuridiche, ma soprattutto concrete, che partano un right-based e gender-sensitive approach,  oltre ad azioni economiche come incentivi ai datori di lavoro nel rilascio di voucher e assicurazioni, per assicurare la coesione sociale e il benessere della nostra società.

La nostra cooperativa editrice Lai-momo realizza progetti per le lavoratrici domestiche straniere nella Provincia di Bologna.

Per info vedi:

http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/2662010-il-pullman-delle-donne-native-e-migranti-parte-verso-mantova/

http://www.laimomo.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=16&Itemid=20&lang=it

http://www.laimomo.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=66&catid=2&Itemid=21&lang=it

Olga Solombrino

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04 febbraio 2011

9° CORSO DI FORMAZIONE “MEDICI IN AFRICA” 18 – 22 maggio Università di Genova

Segnaliamo la nona edizione del corso di formazione “Medici in Africa” che si terrà presso l’università di Genova dal 18 al 22 maggio 2011. Organizzato dall’associazione onlus “Medici in Africa”, tale progetto si rivolge principalmente a medici e infermieri che intendono svolgere azioni di volontariato nei paesi africani o in altri paesi emergenti. Il corsi mira a fornire, in tempi brevi, informazioni sulla situazione sanitaria in Africa, cenni di diagnosi e terapia di malattie tropicali frequenti, nonché nozioni di auto-protezione dalle più ricorrenti pandemie. Si procederà, inoltre, col racconto delle esperienze di colleghi che hanno già vissuto in tali zone nonché col la messa in contatto dei futuri cooperanti con alcune organizzazioni che lavorano in loco.

Il costo del corso è di 300 euro.

Presto sarà possibile anche effettuare l’iscrizione attraverso il sito www.mediciinafrica.it.

Quest’anno verrà organizzato anche un “corso di perfezionamento universitario”, con la partecipazione di Medici in Africa, dedicato a laureati in discipline chirurgiche o scienze infermieristiche che hanno preso già parte al corso base, oppure a coloro che hanno avuto precedenti esperienze di volontariato nei paesi in via di sviluppo. L’obiettivo di tale corso è quello di approfondire tecniche diagnostiche e terapeutiche di patalogie africane. Il corso teorico-pratico si svilupperà presso i reparti dell’Università di Genova in distinti periodi di cinque giorni  al mese, per due- tre mesi, con inizio a novembre 2011. A questa parte seguirà un periodo di attività pratica, della durata di tre settimane, da svolgere in Africa con il supporto di un tutor, presso ospedali che già collaborano con l’associazione.

L’iscrizione al corso sarà consentita a 12 persone. Il costo del corso è pari a 800 euro.

Per informazioni più dettagliate controllare il bando che verrà pubblicato dall’Università di Genova e sul sito di Medici in Africa.

Per le iscrizioni al corso, ulteriori indicazioni ed eventuali donazioni contattare:

MEDICI IN AFRICA ONLUS  Segreteria Organizzativa

Da lun. a ven. 9.30/13 mercoledì 9.30/15.30 tel 010/35377621 – 340/7755089

mediciinafrica@unige.it

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03 luglio 2009

Il dossier su Immigrazione e salute e il “pacchetto sicurezza”

Presentazione di AeM all'Ospedale San Gallicano di Roma

Presentazione di AeM all'Ospedale San Gallicano di Roma

Ieri il decreto sicurezza è stato approvato al senato. Rispetto al giorno della prima approvazione alla Camera, il 13 maggio, sono cambiate molte cose. Le elezioni sono passate, la Lega ha avuto le sue soddisfazioni, ma gli scandali privati del Premier sembrano aver spezzato quell’incantesimo per cui ogni cosa che faceva era accolta con entusiasmo dal popolo italiano.

Quei giorni sono stati davvero scoraggianti per chi lavora con l’immigrazione. Il 6 maggio il Governo si era spinto molto avanti con l’azione anti-immigrati: tre barconi con a bordo 227 persone (40 donne di cui tre incinte e molti malati) erano stati soccorsi in acque maltesi da motovedette italiane, al largo di Lampedusa, ed erano stati riportati in Libia. Nessuno dei migranti era libico, mentre i loro luoghi di provenienza – Nigeria, Etiopia, Somalia – avrebbero dovuto farli riconoscere dalle Istituzioni italiane quali rifugiati, con diritto alla protezione umanitaria in base alla Convenzione di Ginevra.
Questo il clima in cui abbiamo fatto la nostra presentazione. La gente sembrava entusiasta della linea dura, in più, il terremoto dell’Abruzzo si era trasformato da tragedia in occasione di comunicazione e consenso per il Governo.

Il 13 maggio noi eravamo a Roma, all’ospedale San Gallicano (INMP – Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti ed il Contrasto delle Malattie della Povertà ), a presentare il nostro dossier, dedicato al tema “Medicina e Migrazione” .
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