30 marzo 2020
Diaspora, affetti, fake news e Coronavirus
un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo
Già in tempi normali, se mi avessero chiesto di immaginare la mia vita senza i mezzi di comunicazione come Skype, Messenger e Whatsapp, non sarei stata capace di farlo.
Proviamo ad immaginarci adesso il lockdown per il coronavirus senza i social! Quando l’epidemia è iniziata in Italia, la diaspora africana ha ricevuto messaggi e telefonate di persone che non si facevano vive da secoli (africane e non), preoccupate per noi. Ogni mattina e ogni sera arrivano messaggi che chiedono come è andata la giornata, danno consigli su quali cibi è meglio comperare per le scorte e raccomandano di rimanere chiusi in casa. L’immediatezza, l’accessibilità e la rapidità delle comunicazioni sono rese possibili dai social. Sono arrivati sia consigli generici su come lavarsi le mani, con che cosa e quante volte, e sull’uso dei dispositivi individuali di sicurezza.

Ma anche ricette fai da te per evitare la malattia, come bere infusi come zenzero e limone, il tè, inalazioni di acqua calda con foglie dell’albero di nime… e preghiere da fare in comune o individualmente, come mi è successo qualche giorno fa.
Io vivo in Italia, ho una sorella in Germania e il resto della famiglia in Senegal. Ci siamo messi d’accordo su giorno e ora, e abbiamo scelto un rosario per pregare per noi stessi e tutta l’umanità, ci siamo dati il via su Whatsapp e abbiamo iniziato a pregare. A fine rosario, ci siamo dati un segnale, sempre su Whatsapp, e poi abbiamo detto i gnane, le preghiere dirette a Dio.
La velocità di trasmissione delle notizie è sempre sorprendente. Venerdì sera mia sorella mi ha mandato un messaggio Whatsapp chiedendomi “Siete a mille?????”, con l’apposito emoticon inorridito. Ho risposto “Non lo so ancora”. Ed era vero, perché solo allora ho acceso la televisione per assicurarmene. C’era il Papa a pregare in piazza San Pietro, vuota e sotto la pioggia: ho dovuto leggere i sottopancia che scorrevano per poter dare una conferma sui morti delle ultime 24 ore. Mi si è stretto il cuore quando mi ha passato mia nipote di sette anni, che mi ha detto: “Lave toi les mains et ne sors pas, parce que le co-ro-na-vi-rus (pronunciato lentamente ma bene) n’est pas bon.”
Da qualche settimana, con il virus Covid-19 che sta facendo il giro del mondo, il moto dell’onda di inquietudine tra Europa e Africa capovolge continuamente la sua direzione. Le famiglie in Africa sono preoccupate e subito, ecco, che sono le diaspore che, a loro volta, sono attaccate ai loro telefonini, angosciati per i loro famigliari in Africa. Una nevrosi di scambi di messaggi, che evidenziano il livello di reciproca ansia e apprensione.
Purtroppo in rete girano anche tante fake news, che, a loro volta sono smentite da altre news o contro-news. C’è n’è una che gira molto in tutti i Paesi africani in francese, inglese o nelle lingue locali, che mette in guardia gli Africani dall’accettare qualunque tipo di vaccino dall’Occidente.
L’angoscia della nostra impotenza, rivelataci da questo virus, spinge qualcuno a far circolare in rete dei proverbi, nell’intento di far riflettere, come, per esempio: “La morte è un abito che ogni essere umano porterà”. A questo signore mi sono sentita di rispondere con un altro proverbio: “Qualunque sia la durata della notte, il giorno arriva sempre.”
Meno male che l’essere umano è a volte resiliente e anche un po’ incosciente. Quell’incoscienza che porta un granello di leggerezza: circolano video (non solo in Africa) che ringraziano il “confinement”, la quarantena, perché i mariti ritornano a casa in un orario decente e giocano con i figli.
Altri video fanno capire quanto mantenere la distanza di sicurezza sia difficile in un continente dove si vive in molti in case piccole, dove si mangia tutti intorno allo stesso piatto; un video mostra persone che, con cucchiai lunghissimi, si servono da un piatto messo al centro della stanza; un altro video chiede a alcuni genitori, che evidentemente amano inventare nomi originali, di non chiamare le figlie nate quest’anno Coronatou…
Ogni sorriso che ci strappano nasconde in realtà tutta la paura che proviamo in questo momento di totale vulnerabilità.
Parole chiave : Coronavirus, COVID-19, Diaspora africana
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/diaspora-affetti-fake-news-e-coronavirus/trackback/
23 marzo 2020
Il Senegal affronta l’epidemia di Coronavirus
un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo
Il Coronavirus non si era ancora diffuso fuori dalla Cina che già si leggevano articoli della stampa europea preoccupata per una possibile espansione della malattia in Africa e per la catastrofe che ne sarebbe seguita. Il ragionamento, che era logico e lineare, era che il Coronavirus avrebbe fatto il suo ingresso nel continente africano tramite la Cina, grazie alla vasta collaborazione economica tra le due parti. Solo che i percorsi del Coronavirus hanno fatto vacillare qualsiasi discorso o pensiero cartesiano. Nessuno mai avrebbe pensato a un impatto cosi devastante in Europa. Nessuno avrebbe mai pensato che i primi casi di Coronavirus in Africa sarebbero arrivati tramite un francese in Senegal e un italiano in Nigeria. Sarebbe stato più logico pensare il contrario.
Il virus alla fine è arrivato in Africa. Ora abbiamo la certezza che non soffre il caldo. Siamo tutti preoccupati dalla strage che potrebbe avere luogo, ma nel frattempo dobbiamo leggere l’emergenza Coronavirus anche da altri punti di vista. Quello dei numerosi medici, infermieri, tecnici sanitari e di laboratorio, che ogni giorno nei paesi africani, Coronavirus o no, combattono con pochi mezzi ottenendo dei risultati che non vengono quasi mai comunicati dai media europei.
Quanto segue riguarderà il Senegal perché è il Paese del quale ho più informazioni. Non darò numeri perché ci sono fonti differenti, è impossibile verificarli e comunque cambiano tutti i giorni. Vorrei, prima di tutto, parlare anche delle eccellenze, perché ci sono sul continente africano, come l’Institut Pasteur di Dakar, diretto dal Dott. Amadou Sall. L’Istituto, che ha dato un contributo enorme durante l’Ebola e altre pandemie ed è stato reso più forte da quelle esperienze, è stato designato dall’Unione Africana come uno dei due punti di riferimento per il Coronavirus in Africa. La seconda eccellenza si trova in Sudafrica – non sono riuscita ad averne totale certezza, ma mi sembra di poterla identificare con il NICD (National Insitute for Communicable Diseases). Entrambe le istituzioni non solo si occupano delle diagnosi e delle cure, ma sono attive anche nella formazione di personale medico. Per il Covid-19, hanno preparato personale sanitario di quindici Paesi africani per dare una formazione sull’esecuzione dei test e sul decorso della malattia.
Un terzo organo eccellente di ricerca è l’Institut de Recherche en Santé de Surveillance Epidémiologique et de Formation (IRESSEF) di Dakar, diretto dal Professor Mboup Souleymane, che, in collaborazione con il Ministero della Salute, sta lavorando per i test di depistage insieme ad altri laboratori di analisi sotto la supervisione dell’Institut Pasteur di Dakar.
Per quanto riguarda in particolare il Senegal, il governo ha preso i provvedimenti che tutti i governi stanno prendendo in questo momento. Ha chiuso l’aeroporto di Diass e le frontiere, anche se con un certo ritardo, tanto che un giovane comico, molto seguito su Youtube, ha scritto una canzone che esortava il presidente Macky Sall a farlo; vedi https://www.youtube.com/watch?v=PzSRCP8dT6Q.
Inoltre il Senegal ha vietato qualsiasi manifestazione e raduno pubblico per un mese e annullato anche la festa dell’Indipendenza del Senegal. Ha poi istituito un numero verde, un numero del Service d’Aide Médicale d’Urgence, il SAMU National, cui accedere per accertamenti a domicilio; e, in aggiunta, ha attivato tre altri numeri, chiamati Cellules d’alertes, in appoggio a quelli già esistenti.
È stato l’Hôpital Fann con il suo reparto di Maladies infectieuses che ha visto arrivare il primo contagiato di Covid-19. Ufficialmente, il 2 marzo.
Avendo avuto il paziente contatti con famiglia e amici nella città di Touba, il governo ha creato un presidio in quella città, chiamando l’esercito per attrezzare un ospedale militare di livello due nella stessa Touba, cosi da non spostare i contagiati su Dakar ed espandere ulteriormente il virus (https://www.youtube.com/watch?v=60TrdX8uMA4).
Sono attive inoltre a Dakar le badjenou gokh, che sono delle consigliere sociali assegnate ai diversi quartieri e hanno il ruolo di collegamenti sanitari di prossimità, ovvero di conoscenza ravvicinata del quartiere. Dopo una breve formazione, sono incaricate della sensibilizzazione degli abitanti – ora danno istruzioni riguardo il Coronavirus.
Per le quarantene sono stati individuati spazi nell’aeroporto Léopold Sédar Senghor di Yoff, adattando velocemente allo scopo il vecchio hangar che era usato dai pellegrini per la Mecca. Il presidio è dotato di personale medico per l’accoglienza e per i test, mentre la polizia è incaricata di impedire ai famigliari di far visita ai loro cari ricoverati.
Le moschee e le chiese cattoliche, anglicane e altre, hanno volontariamente e responsabilmente chiuso tutti i luoghi di culto. Ora i muezzin nell’appello alla preghiera raccomandano di pregare a casa – come del resto hanno già fatto per primi alla Mecca.
Per quanto riguarda la pubblica istruzione e gli istituti scolastici privati, dopo aver chiuso scuole e università, il Ministro dell’Educazione Nazionale ha messo a disposizione di tutti gli studenti una piattaforma denominata Apprendre à la maison, che ha qualche problema di funzionamento e che non copre tutto il programma dell’anno academico, ma è pur sempre qualcosa di molto utile. Questo strumento si aggiunge a quelli già esistenti come Télé-Ecole e Éducation numérique pour tous, dove gli studenti possono trovare lezioni registrate ed esercizi.
Inoltre a queste iniziative, la televisione TFM (Télévision Futur Media) ha messo insieme un programma, opportunamente articolato, chiamato Salle des profs, per gli studenti delle scuole superiori. Le trasmissioni si tengono al mattino, per ventisei minuti, e nel pomeriggio, dalle ore sedici, per cinquanta minuti.
I media stanno dando un contributo fondamentale con piccoli sketch di cinque minuti interpretati da personaggi famosi, fatti in tutte le lingue nazionali, per raggiungere più persone possibile.
Y’EN A MARRE, un gruppo famoso di hip hop, ha scritto la canzone Fagaru che passa a ruota su tutte le televisioni private e pubbliche. La canzone mette in musica le raccomandazioni igieniche del governo (https://www.youtube.com/watch?v=06YbY1MLp4A).
Arrivano anche donazioni al Ministero della Sanità: Sadio Manè, il calciatore del Liverpool, ha donato 30 milioni di franchi CFA; la guida religiosa dei Mouride, Serigne Mountakha Mbacké, ha dato 200 milioni; donazioni arrivano anche dai cantanti Youssou Ndour e Wally Seck, e da un certo numero di industriali.
Stanno inoltre nascendo iniziative private come quella del giovane Alioune Sylla, che ha lanciato il sito www.marchecastor.com, per la spesa on line e la consegna gratuita di verdure, carne e pesce da uno dei mercati più grandi di Dakar, il Marché Castor. I ristoranti, che già prima del Coronavirus oltre al normale lavoro nei loro locali consegnavano pasti a famiglie che lo richiedevano, lavorano ormai soltanto per ordinazione e recapitano il cibo a casa.
Qualcuno ha anche pensato al fitness, per occupare genitori e bambini a casa. Noflaye Sen, una pagina Facebook, ha iniziato a proporre dei brevi video di fitness, suggerendo esercizi da fare a casa per occupare utilmente il tempo.
Sta andando tutto per il meglio? No. I quartieri dove ci sono i contagi, secondo la stampa, sono Mermoz, Guediawaye, Almadies e Grand Yoff. Tutti quartieri ad alta densità di popolazione. Le fake news sono all’ordine del giorno. All’inizio, una veggente, o almeno una persona che questo dice di essere, aveva predetto che il Senegal sarebbe stato protetto da non si capisce bene che cosa, per cui la malattia non avrebbe mai fatto ingresso nel Paese. C’è stato poi l’intervento illuminato di un famoso griot, che addirittura ha negato l’esistenza del virus: è stato immediatamente convocato dalla Brigade de Recherche della Gendarmerie di Faidherbes, dove ha giurato di non aprire mai più bocca sulla faccenda!
Tutti abbiamo visto il panico creato in Europa dalla paura provocata da una malattia che non si conosce. E abbiamo anche visto le persone sottovalutare la gravità dell’emergenza, e andare in giro anche quando non era necessario. Mai come oggi, il Coronavirus ci sta facendo capire quanto siamo simili dovunque. La sottovalutazione, il “non a me” e poi la fuga verso il proprio Paese e gli affetti è stata generale e ha toccato anche il Senegal: una ventina di Senegalesi si sono ritrovati bloccati in Mauritania nel loro frettoloso ritornare a casa; non essendoci più voli per Dakar, hanno creduto giudizioso passare dalla Spagna, dalla Francia e dal Marocco alla Mauritania, dove sono rimasti bloccati dalla chiusura delle frontiere fino a quando il governo non ha provveduto a recuperarli. Sono oggi in quarantena a Saint Louis, nel Nord del Senegal.
Le campagne di sensibilizzazione vanno avanti persino con una dose di humour, come per scacciar via i rischi che stiamo vivendo. Ma non si può e non si deve negare che ci sia una mancanza di mezzi, perché gli Stati africani dovrebbero mettere tutta la popolazione nelle condizioni di adeguarsi alle misure di prevenzione. Inutile dire, per esempio, quanto sarebbe fondamentale che tutti potessero avere normale accesso all’acqua potabile, e sappiamo che così non è. Tuttavia, ognuno fa gli sforzi che può con i mezzi che ha, anche se sa che non bastano. E anche sapendo che la situazione cambia di giorno in giorno.
Nelly Diop
Nelly Diop è nata in Senegal dove ha studiato e ottenuto il “Certificat de Maîtrise” in Civilizzazione e letteratura americana all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Vive dal 1995 in Italia, dove si è diplomata in traduzione alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano. Lavora come interprete e traduttrice.
Parole chiave : Africa, Coronavirus, Nelly Diop, Senegal
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-senegal-affronta-lepidemia-di-coronavirus/trackback/
Nel progettare l’ultimo dossier di Africa e Mediterraneo (n. 91), dedicato a “Emergenza, comunità, resilienza”, partivamo dall’esperienza concreta di gestione dell’emergenza in contesti interculturali maturata da Lai-momo nel corso del sisma in Emilia-Romagna del 2012, arricchita poi con competenze internazionali, grazie al progetto AMARE-EU, di cui Lai-momo è partner, che mira a rendere le città più resilienti e inclusive secondo un approccio multiculturale.
Partivamo, insomma, da una situazione che chi lavora nell’emergenza definisce “tempo di pace”, un momento in cui lavorare soprattutto sulla prevenzione e sulla preparazione per riconoscere i rischi e affrontare le emergenze.
Non immaginavamo certo che, nell’arco di pochi mesi, l’attualità di una nuova emergenza sarebbe intervenuta a far risuonare le nostre riflessioni nell’urgenza del presente. Ci riferiamo naturalmente all’epidemia causata dal nuovo coronavirus COVID-19: i contagi si sommano di giorno in giorno, mentre vari Paesi (tra cui l’Italia, fortemente colpita) prendono misure sempre più drastiche per isolare il virus.
Mai come in questa occasione, ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante mobilitare l’intera comunità per affrontare la crisi e l’emergenza, in modo da superarla attraverso un impegno condiviso. Pensiamo ad esempio al richiamo di Aldo Bonomi, che ricorda quanto sia importante che i tempi dell’oggi siano “tempi in cui riconoscere e riconoscersi nella comunità di cura” (Il Sole 24 ore, 10 marzo 2020), nel senso più allargato possibile: una comunità che sappia prendersi cura di sé, pur nella distanza, pur rinunciando alla prossimità. Una comunità, aggiungiamo noi, che sappia prendere in carico anche le persone più vulnerabili, che rischiano di essere escluse, ad esempio le persone di origine straniera.
Proprio questo è il punto di vista che ci ha guidato nella costruzione del dossier n. 91 di Africa e Mediterraneo, che ha voluto ragionare sulla resilienza come competenza della comunità, per costruire le condizioni per affrontare l’emergenza senza escludere nessuno.
In questo ambito la resilienza è da considerare anche come competenza dell’individuo, approccio fondamentale per favorire processi di empowerment, in cui i singoli possano sviluppare una propria linea di azione e reazione rispetto alla catastrofe. Proprio su questo aspetto si concentra l’articolo di Graziella Favaro, che, ripercorrendo le esperienze di migranti minori non accompagnati, si sofferma sul ruolo fondamentale di persone della società di accoglienza che li sappiano guidare (“persone/stella”). Anche il contributo dello psicoterapeuta Paolo Ballarin porta l’attenzione al singolo, in particolare alle persone richiedenti asilo e rifugiate in situazione di fragilità psicologica, per le quali la spiritualità può essere una risorsa per la resilienza.
Due articoli ci riportano invece alla memoria due recenti emergenze. Jean Godefroy Bidima analizza l’impatto dell’uragano Katrina (2005) sulla popolazione di New Orleans, indagando la maniera in cui i cittadini colpiti dalla devastazione hanno saputo ricostruire la propria vita, ma anche indicando con esempi concreti le lacune dell’intervento governativo, che ha ostacolato un’azione pienamente resiliente da parte della popolazione. In una chiave più locale, invece, l’articolo di Silvia Festi e Sara Saleri ripercorre l’esperienza del terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012, attraverso il prisma di una serie di parole chiave – emergenza, comunità, solidarietà – e ne esplora il portato, per proporre un approccio all’emergenza che tenga conto delle relazioni interculturali.
Anche il contributo di Francesca Borga, Cristina Demartis e Giordano Munaretto pone al centro dell’attenzione la necessità di preparare una reazione positiva delle comunità multiculturali all’emergenza, descrivendo l’azione messa in campo dalle organizzazioni che hanno preso parte al progetto AMARE-EU.
Infine, l’articolo di Anna Louise Kristensen porta al dossier l’esperienza concreta di Vejle, in Danimarca, città sottoposta a un alto rischio di inondazioni, che nel 2015 è entrata a far parte di 100 Resilient Cities, un network internazionale creato per aiutare le città a governare in maniera più inclusiva, consapevole dei rischi e lungimirante.
Per acquistare la rivista: www.africaemediterraneo.it/it/numeri-rivista/emergenza-comunita-resilienza/
Parole chiave : COVID-19, resilienza, Rivista Africa e Mediterraneo
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/emergenza-comunita-resilienza-lultimo-numero-della-rivista-africa-e-mediterraneo/trackback/
Di Francesca Romana Paci
Le marionette “Sogolon” di Yaya Coulibaly hanno vinto il premio del Progetto Africa dato dalla giuria del pubblico del Teatro Spazio No’hma – Teresa Pomodoro a Milano. Come ogni anno ormai da dieci anni, prima dell’inizio di ogni nuova stagione, il teatro diretto da Livia Pomodoro dedica spazio alla premiazione di spettacoli della stagione precedente. Per il conferimento dei premi, l’impostazione culturale del teatro prevede una Giuria Spettatori e una Giuria Internazionale. Entrambe le giurie, oltre ai premi, possono attribuire menzioni speciali.
Nella serata di giovedì 7 novembre 2019, il teatro ha comunicato i risultati del lavoro delle giurie per la stagione 2018-2019, costruendo la serata in modo da farla essere a sua volta uno spettacolo, durante il quale sono stati richiamati momenti particolari delle rappresentazioni premiate. Un’operazione piuttosto impegnativa, considerando l’effettiva presenza sul palcoscenico di alcuni degli attori che avevano recitato negli spettacoli premiati, la ricostruzione, sia pure succinta, di elementi della scenografia, e/o la proiezioni di filmati. La serata, in realtà, pur mantenendo il focus sulle opere premiate, ha implicitamente riproposto l’attività di una intera stagione, e, ovviamente, rinnovato anche la varietà di risposte del pubblico del teatro No’hma, pubblico che si dimostra costantemente attentissimo e tutt’altro che passivo.
Dei sei spettacoli che nel 2018-2019 hanno formato la serie “Progetto Africa”, intitolato Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, il quinto spettacolo, Le baptême du lionceau, ha vinto il Premio Giuria Spettatori, e il terzo, The New Africa, ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria Internazionale. Gli altri premi e menzioni sono stati assegnati a spettacoli non compresi nella serie africana.
Le baptême du lionceau, una favola carica di significati storici, politici e tradizionali, appartiene al repertorio della compagnia di Marionette “Sogolon”, creata nel 1980 a Bamako, in Mali, da Yaya Coulibaly, che da allora la dirige, coadiuvato da suo figlio e da altri marionettisti che lui stesso prepara professionalmente. Maître Coulibaly, come comunemente lo chiamano, tiene particolarmente a ricordare che i Coulibaly sono marionettisti da secoli, e che inventano, costruiscono e operano le loro marionette direttamente e personalmente. Una caratteristica importante della compagnia è la scelta di manovrare le marionette non dietro uno schermo, ma apertamente in palcoscenico, in modo che marionettisti e marionette agiscono visivamente insieme sulla scena, così come anche le marionette temporaneamente non in uso sono accumulate ai lati del palco in piena vista del pubblico. Maître Coulibaly e suo figlio sono venuti personalmente a ricevere il premio No’hma.
The New Africa è una produzione parte della omonima giovane e prorompente compagnia dello Zimbabwe, attiva di base a Harare, parte del gruppo Kumran Arts and Media. Nello spettacolo, alle parti recitate – in prosa e poesia – si uniscono musica di percussioni e corde, canto, coreografie di danza, e una impetuosa e colorata ricchezza di costumi. Testi, in inglese, e regia sono di Billy Kabasa. I costumi sono stati appositamente creati da Jasper Mandizera, produttore cinematografico e scrittore, che afferma di considerare il suo design non una professione, ma un hobby culturale; per New Africa, come ha avuto occasione di affermare, si è ispirato liberamente alla tradizione africana in toto, non solo a quella dello Zimbabwe, ma anche a quella di altri paesi africani. La Menzione Speciale è stata ritirata dal Console dello Zimbabwe a Milano.
I sei spettacoli africani della stagione No’hma 2018-2019 sono stati più ampiamente commentati in questo blog prima dell’intervallo estivo: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-multiforme-teatro-dei-paesi-africani-al-teatro-nohma-di-milano/.
Parole chiave : Progetto Africa, teatro africano, Teatro No’hma, Teresa Pomodoro
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/teatro-nohma-premio-internazionale-x-edizione-dedicato-al-teatro-nudo-di-teresa-pomodoro-premiazione-stagione-2018-2019/trackback/
Resilienza è diventata, negli ultimi anni, una parola particolarmente fortunata, che, grazie alla sua forza evocativa e metaforica, risuona negli ambiti più diversi. Termine che trae le sue origini nell’ambito della fisica, dove è usato per descrivere la capacità di un materiale di resistere a un urto assorbendo energia, è poi transitato in diversi ambiti disciplinari: in psicologia, nello studio del trauma e delle sue conseguenze (Cyrulnik 2002; Bonanno et al. 2004; Masten, Cicchetti 2012; Vanistendael, Lecomte 2000), ma anche in urbanistica, spesso in relazione alla sostenibilità ambientale, in sociologia, antropologia, economia…per poi proliferare nel mondo della comunicazione di massa, dal giornalismo ai social.
Questa molteplicità di usi (e abusi) ha sollevato anche molti dubbi sulla sua reale capacità esplicativa: si tratta di un’utile parola-chiave, di uno strumento analitico per meglio comprendere la contemporaneità, o di una semplice moda? Resilienza, insomma, è un termine che rischia di logorarsi, di perdere significato – o anche, in un riflesso uguale e contrario, di diluirsi e allargarsi, fino a significare troppo.
Nella consapevolezza di questa possibile dispersione semantica, e cercando di valorizzare il concetto di resilienza in termini di ricaduta socio-culturale reale, il Dossier di Africa e Mediterraneo in programma vuole affrontare il tema da un punto di vista molto specifico: la stretta connessione tra la costruzione di comunità e territori resilienti e l’inclusione dei cittadini più vulnerabili.
Da un lato, infatti, è assodato che un tessuto sociale coeso potrà resistere meglio di fronte alle emergenze (Colucci, Cottino 2015), e si diffonde la consapevolezza di dovere adottare strategie di community-based disaster risk reduction (CBDRR) (Shaw 2016); d’altro lato bisogna constatare che la maggior parte degli abitanti più vulnerabili rimane esclusa dalle infrastrutture della resilienza, o perché vive in zone disagiate, o a causa di barriere linguistiche o culturali.
Creare comunità resilienti significa allora, necessariamente, creare comunità più eque (si veda anche il progetto “100 resilient Cities”). In quest’ottica, in una società caratterizzata da un multiculturalismo crescente, una comunità resiliente cresce riconoscendo le differenze e valorizzando gli elementi di coesione, sia in tempi di normalità sia in fasi di emergenza (per calamità naturali e/o provocate dagli esseri umani).
Ci interessa quindi ragionare sulla resilienza come competenza della comunità, per costruire le condizioni per affrontare l’emergenza senza escludere nessuno. In questo ambito però la resilienza è da considerare anche come competenza dell’individuo, approccio fondamentale per favorire processi di empowerment, in cui i singoli possano sviluppare una propria linea di azione e reazione rispetto alla catastrofe e alla difficoltà improvvisa, ricostruendo e ripristinando un, seppur precario, orizzonte simbolico (Lecomte 2002; Luthar, Cicchetti, Becker 2000; Manetti et al. 2010).
Le proposte potranno trattare, i seguenti temi, ma non solo, secondo vari approcci disciplinari:
- Gestione delle emergenze in contesti multiculturali;
- Disaster management e disaster preparedness nei conflitti;
- Cambiamenti climatici: emergenze ambientali e multiculturalismo / multilinguismo;
- Costruzione di città resilienti con l’integrazione di cittadini di Paesi terzi: l’attività di prevenzione del rischio coinvolgendo le comunità non native;
- Per una concezione transculturale di resilienza (Ungar 2008): punti di vista delle comunità minoritarie;
- Aspetti normativi e legislativi: quali sono gli ostacoli normativi per una resilienza democratica e inclusiva?
- Approccio di genere alla gestione dell’emergenza, verso la costruzione della resilienza femminile;
- Migranti come individui resilienti: le capacità di resilienza possono essere considerate competenze individuali, di gruppo, di comunità e culturali possedute dai migranti già dal momento in cui decidono di lasciare il loro paese, o sviluppate col tempo, in risposta alle condizioni di vita sfavorevoli.
- Resilienza ed educazione: importanza dell’educazione interculturale per la resilienza di bambini/e, ragazzi/e con background migratorio (Vaccarelli 2016)
Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **25 novembre 2019** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it.
Le proposte saranno esaminate dal comitato di redazione. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, preferibilmente in inglese, ma è possibile inviarlo anche in italiano) e bionota, dovrà avvenire entro il **20 dicembre 2019**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer reviewers. Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.
Bibliografia
Ballarin, M. Bignami, et al. (a cura di), Emergenze e intercultura: l’esperienza del sisma in Emilia-Romagna nel 2012, Lai-momo, Sasso Marconi 2014;
G.A. Bonanno, Loss, Trauma, and Human Resilience: Have we Underestimated the Human Capacity to Thrive after Extremely Aversive Events?, in «American Psychologist», vol. 59, n° 1, 2004, pp. 20-28;
Colucci, P. Cottino (a cura di), Resilienza tra Territorio e Comunità. Approcci, strategie, temi e casi, Collana “Quaderni dell’Osservatorio” Fondazione Cariplo, n. 21, Anno 2015;
Cyrulnik, Un Merveilleux malheur, Éditions Odile Jacob, Paris 2002;
Lecomte, Qu’est-ce que la résilience? Question faussement simple. Réponse nécessairement complexe, in «Pratiques Psychologiques (La résilience)», n. 1, Editeur L’Esprit du temps, Le Bouscat 2002;
S.S. Luthar, D. Cicchetti, B. Becker, The construct of resilience: A critical evaluation and guidelines for future work, in «Child Development», n. 71, 2000, pp. 543–562;
Manetti, A. Zunino, L. Frattini, E. Zini, Processi di resilienza culturale: confronto tra modelli euristici, in B. Mazzara (a cura di), L’incontro interculturale tra difficoltà e potenzialità, Unicopli, Milano 2010, pp. 97-106;
A.S. Masten, D. Cicchetti, Risk and Resilience in Development and Psychopathology: The Legacy of Norman Garmezy, in «Development and Psychopathology», n° 24, 2012 pp. 333-334;
Shaw, Community Based Disaster Risk Reduction, Oxford University Press USA, Oxford 2016;
Ungar, Resilience across Cultures, in «British Journal of Social Work», vol. 38, n° 2, 2008, pp. 218-235;
Vaccarelli, Le prove della vita. Promuovere la resilienza nella relazione educativa, Franco Angeli, Milano 2016;
Vanistendael, I. Lecomte, Le bonheur est toujours possible. Construire la résilience, Bayard Culture, Paris 2000;
Project “Amare-EU. A multicultural approach to resilience”, www.amareproject.eu/about-the-project/.
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers (in italiano e inglese):
English version
Parole chiave : Amare-Eu, resilienza, Rivista Africa e Mediterraneo
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/emergenza-comunita-resilienza-e-aperta-la-nuova-call-for-papers-della-rivista-africa-e-mediterraneo/trackback/
Il 25 abbiamo presentato nella sede della Città metropolitana di Bologna il Dossier statistico immigrazione IDOS/Confronti, il rapporto socio-statistico che ogni anno presenta e analizza il panorama migratorio europeo, italiano e regionale. Da anni Africa e Mediterraneo è focal point regionale del Dossier, che in contemporanea è stato presentato a Roma e in tutte le regioni e provincie autonome, contribuiamo alla sua diffusione, e anche alla redazione del capitolo regionale.
Dopo i saluti di Mariaraffaella Ferri, Consigliera delegata allo Sviluppo sociale della Città metropolitana di Bologna; Marco Lombardo, Assessore Lavoro, Relazioni europee e internazionali del Comune di Bologna, e Guido Armellini, della Chiesa metodista di Bologna e Modena, sono stati esposti i dati sulla migrazione in Emilia Romagna e a Bologna.
Valerio Vanelli dell’Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio ha presentato un resoconto sulle dinamiche demografiche in Emilia Romagna, dove i residenti stranieri al 31 dicembre 2018 erano 551.222, pari al 12,3% della popolazione complessiva con un incremento di 11.563 unità (+2,2%) rispetto al 2017. Le province con maggiore presenza percentuale di stranieri sono: Piacenza (14,7%), Parma (14,2%), Modena (13,2%) e Reggio Emilia (12,3%). Le nazionalità più rappresentate sono: Romania (17,2%), Marocco (11,2%), Albania (10,6%), Ucraina (6,0%), Cina (5,5%), Moldova (5,1%) e Pakistan (4,1%). I bambini nati da almeno un genitore straniero sono il 24,3% del totale, segno di una presenza stabile e strutturale, come i permessi di soggiorno di lungo periodo (oltre 5 anni di residenza) che sono il 66,7% del totale.
Andrea Stuppini, membro della redazione del Dossier, ha fatto il punto sul tema “immigrati e mercato del lavoro in Emilia Romagna”. Nella nostra regione gli occupati stranieri sono 251.462, pari al 12,5% del totale. In calo di 4.500 unità rispetto al 2017. Il 5,3% è occupato nell’agricoltura, il 32,4% nell’industria e il 62,4% nel terziario. Le retribuzioni rilevate dall’ISTAT in Emilia-Romagna corrispondono a 1.441 euro netti mensili per gli italiani e 1.097 euro per gli stranieri. Lo scarto del 23,9% dipende dalle diverse mansioni svolte e dalla minore anzianità. Le imprese con titolare straniero sono 53.046 pari all’11,7% del totale (+2,8%) rispetto al 2017. Le rimesse degli immigrati in Emilia-Romagna sono pari a 572 milioni di euro. Importanti anche le ricadute fiscali: il gettito dei duecentocinquantamila lavoratori stranieri ammonta a 1,3 miliardi di euro. I contributi previdenziali versati a 1,4 miliardi di euro.
Infine, un focus sul territorio metropolitano di Bologna è stato offerto da Angelo Stanghellini, direttore di ASP Città di Bologna. Nel territorio al 30/06/2019 i beneficiari del progetto SPRAR/Siproimi sono 1179 di cui 37 donne singole 586 uomini singoli, 3 transgender, 63 nuclei monoparentali, 245 nuclei familiari, 51 vulnerabili, 194 MSNA. Nell’area della Città Metropolitana di Bologna sono attualmente disponibili un totale di 2.090 posti suddivisi nei diversi distretti: 919 posti nel distretto Bologna città, 340 nel distretto Pianura Est, 172 nel distretto Reno – Lavino – Samoggia, 119 nel distretto Pianura Ovest, 166 nel distretto San Lazzato di Savena, 183 nel distretto Appennino Bolognese, 191 nel distretto Imola.
Nel volume presentato, si possono trovare tanti preziosi dati nazionali e regionali, nonché approfondite analisi tematiche.
Per info: https://www.dossierimmigrazione.it/
Parole chiave : Centro Studi Idos, Dossier statistico immigrazione
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/i-numeri-dellimmigrazione-in-emilia-romagna-presentato-il-dossier-statistico-idosconfronti/trackback/
14 ottobre 2019
#iosonopescatore, a Lampedusa la legge dell’umanità
Era la notte del 3 ottobre di sei anni fa, di giovedì, quando 368 persone per lo più eritree e somale morirono a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa. Una tragedia divampata nel giro di pochi secondi che ha costretto il mondo a prendere coscienza della drammaticità di un fenomeno migratorio che le sponde dell’isola conoscevano già da anni. Il barcone ospitava oltre 500 persone: 155 di queste furono salvate, ma almeno 368 morirono tra le fiamme propagate da una coperta incendiata per segnalare la propria posizione o annegate in mezzo al Mediterraneo, di fronte al porto di Lampedusa.
I primi a intervenire sul posto furono degli isolani, tra cui Vito Fiorino, Domenico Colapinto e Costantino Baratta, allertati dal vuciare dei gabbiani. «Non c’era tempo da perdere, mentre i miei amici chiamavano la Guardia Costiera, io lanciavo salvagenti, un altro si è tuffato, le mani e le braccia intrise di nafta che cercavano di aggrapparsi alle nostre», racconta Vito. «Ragazzi che urlavano, braccia alzate, volti che supplicavano aiuto, chi si aggrappava a una bottiglia o a qualsiasi pezzo di legno galleggiante. Li ho presi dalla cintura come se fossero sacchi di patate. Erano sconvolti e alcuni si vergognavano perché erano nudi. Domenico Colapinto e i suoi fratelli continuavano senza sosta a tirar su i corpi», aggiunge Costantino che con Vito non si era mai incrociato prima di allora.
A distanza di sei anni, grazie alla perseveranza di Vito e alla collaborazione del Comune di Lampedusa e Linosa – capofila del progetto Snapshots from the Borders –, finalmente i nomi di quelle persone sono stati impressi su una scultura posta in una piazza di Lampedusa. Alle 3:30 del 3 ottobre di quest’anno, per restituire la dignità della memoria a chi non è sopravvissuto, è stato inaugurato il memoriale, assieme al murales dipinto da Neve con la riproduzione della corona lanciata in mare da papa Francesco nel 2013 a ricordo dei morti nelle traversate. Al suo fianco, commossi, alcuni dei sopravvissuti che ogni anno dopo quella terribile notte tornano a Lampedusa da Vito, Costantino e Domenico per riabbracciarsi e ricordare i loro fratelli morti in modo così tragico. Una cerimonia semplice, essenziale nel buio della notte: qualche minuto dopo l’inizio, il silenzio è stato interrotto dal frusciare dell’alta palma della piazza, scossa da un forte vento improvvisamente arrivato dal mare.
Alle otto del mattino si sono dati appuntamento sulla piazza di Lampedusa, che è la finestra d’Europa – come ha sostenuto il sindaco Martello –, centinaia di studenti di tutta Italia ed Europa coinvolti dal Comitato 3 ottobre e dal Comune di Lampedusa e Linosa in collaborazione con il MIUR in un percorso di sensibilizzazione sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza. La marcia verso la Porta d’Europa, sotto lo slogan “Siamo sulla stessa barca”, ha visto protagonisti gli studenti, i sopravvissuti, i testimoni della strage, gli isolani e le associazioni coinvolte nei percorsi di accoglienza e integrazione.
Nello stesso giorno, nelle capitali dei 28 Paesi d’Europa i partner di Snapshots from the Borders realizzavano eventi dedicati alla migrazione, tra cui l’inaugurazione di una riproduzione della Porta d’Europa simbolo di Lampedusa sotto la porta di Brandeburgo a Berlino.
Africa e Mediterraneo, al fianco del Comune di Lampedusa e Linosa, ha sfilato con la maglia simbolo di questo 3 ottobre: #Iosonopescatore. Uno slogan lanciato dal sindaco Martello e diffuso dal progetto per rivendicare la legge del mare, che è poi la legge dell’umanità, contro qualsiasi forma di disumanità e contro chi vorrebbe impedire i soccorsi in mare. Perché la vita è una priorità e perché i pescatori salvano vite, la politica arriva dopo.
Parole chiave : #iosonopescatore, 3 ottobre, Costantino Baratta, Domenico Colapinto, Lampedusa, Snapshots from the Borders, Vito Fiorino
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/iosonopescatore-a-lampedusa-la-legge-dellumanita/trackback/
30 agosto 2019
Geografia delle terre africane nelle narrazioni letterarie
Di Francesca Romana Paci
Riflessioni in margine al volume di Luigi Gaffuri, Racconto del territorio africano. Letterature per una geografia (Prefazione di Massimo Fusillo; Postfazione di Eleonora Fiorani, Lupetti Editore, Milano 2018, pp. 318)
La geografia è una scienza antichissima e molto complessa. Da un lato è resa unitaria dal suo essere di base legata alla realtà naturale terrestre, dall’altro, simultaneamente, è resa plurale dalla vita dell’uomo sulla terra: l’uomo che costruisce geografie, e, insieme, l’uomo che le indaga, studiando e cercando di capire le loro sfaccettature diacroniche e sincroniche. Nel suo Racconto del territorio africano Luigi Gaffuri, geografo, epistemologo e studioso del pensiero geografico, si propone una completezza di discussione che lo porta a strutturare il suo lavoro in due parti. La prima parte, un discorso sul metodo, è propedeutica alla seconda, e necessaria per capire i quattro saggi che costituiscono la seconda parte. I primi tre sono letture geografiche di famose narrazioni letterarie di argomento africano: i romanzi Tempo di uccidere di Ennio Flaiano; La mia Africa di Karen Blixen; Cuore di tenebra di Joseph Conrad – tre opere di scrittori europei che guardano l’Africa. Il quarto saggio prende in considerazione l’estremo africano dell’asse di indagine, ovvero come alcuni intellettuali e artisti africani guardano l’Africa; inserita in molto altro, Gaffuri analizza la pièce teatrale Che ne è di Ignoumba il cacciatore? del congolese Sylvain Bemba. I quattro saggi, che potrebbero essere del tutto autonomi, come l’autore subito informa i lettori, sono stati scritti e pubblicati singolarmente nell’arco di anni; il che spiega perché il discorso metodologico ritorni come parte integrante anche di ciascuno di essi.
Uno dei due motti collocati exergo nella prefazione di Massimo Fusillo a questo libro è tratto da un articolo del famoso geografo, sociologo e antropologo David Harvey: «L’immaginazione geografica è un fatto troppo pervasivo e importante nella vita intellettuale per essere lasciata soltanto ai geografi» (Knowledge in the Eye of Power: Reflections on Derek Gregory’s Geographical Imagination, in «Annals of the Association of American Geographers», 85, 1, 1995, p. 161). Harvey, di libera formazione marxista, in realtà non vuole affidare la geografia a diverse aree di indagine, quanto introdurre nella ricerca geografica procedimenti che coinvolgano la pluralità delle scienze, della cultura, del sapere e soprattutto del potere nelle sue manifestazioni politiche e sociali. La parola «immaginazione», inoltre, apre molte strade agli studiosi (non solo strade africane!), tante da rischiare una lusinghiera ebrezza di possibilità, ma anche, senza contraddizione, da dichiarare un caveat molto serio su quanto possa fare la «immaginazione» al servizio del «potere». Per inciso, Derek Gregory (nato nel 1951) ha largamente scritto sul Colonialismo, quello di ieri e soprattutto quello contemporaneo in qualunque modo travestito. Il suo Geographical Imaginations (1994) sussiste nel retroterra del libro di Gafffuri, e l’affermazione di David Harvey può, in effetti, essere un buon motto per tutto il libro, che si apre con le pagine di Fusillo e si chiude con uno scritto dell’epistemologa e storica dell’arte Eleonora Fiorani, intitolato Dalla letteratura all’arte africana contemporanea. Il saggio di Fiorani è un regesto, necessariamente succinto, ma efficacemente commentato, di eventi relativamente recenti legati all’arte africana e alle attività di artisti e di studiosi (particolarmente enfatizzata la figura di Sarenco, Isaia Mabellini, purtroppo ormai scomparso) che se ne sono occupati. Una lista degli artisti coinvolti è impossibile, ma si deve almeno notare come Fiorani si adoperi per rendere giustizia a tutte le arti visive, dalla scultura alla fotografia, includendo anche il design, le installazioni e qualche incursione nel cinema, riconducendo infine il tutto a fondamentali rapporti con le vicende coloniali e post coloniali.
Racconto del territorio africano non è un libro facile: richiede al lettore attenzione e una base di passione culturale. È strutturato, come sopra accennato, in due parti. La prima è di per sé una vasta introduzione, che occupa centotrenta delle duecento sessantotto pagine di Gaffuri (escludendo, quindi, il contributo di Eleonora Fiorani e la ricca bibliografia), e, a sua volta, è composta da un primo esteso capitolo, intitolato “Introduzione – Quali Afriche? Voci europee e sguardi da dentro”, e da altri due capitoli, altrettanto estesi, “Raccontare il territorio” e “Immaginari geografici e riflessività”. La precisazione circa il numero di pagine non è pedanteria, ma una sottolineatura dell’importanza che Gaffuri attribuisce al suo humus intellettuale e al lavoro di altri studiosi, geografi e non solo, e soprattutto al metodo di indagine adottato.
All’inizio dell’Introduzione, Gaffuri afferma con chiarezza: «Questo libro si occupa di letteratura dal punto di vista della geografia. In particolare, l’attenzione è focalizzata su alcune narrazioni d’ambientazione africana, emblematiche della letteratura europea d’epoca coloniale e della letteratura africana subsahariana del Novecento» (p. 15). Individuata l’estensione del campo d’indagine in oggetto, gli si impone un pre-discorso sul metodo, che si deve necessariamente estendere diacronicamente e sincronicamente, dalle pratiche storiche e geografiche del passato alla nascita, indubbiamente rivoluzionaria, dei Postcolonial Studies e dei Cultural Studies.
È impossibile seguire il testo di Gaffuri segmento per segmento per l’ampiezza dei suoi riferimenti e anche per la sua tecnica di scrittura, che procede per “aggancio” di dati e fattori culturali, cosicché omettendone qualcuno si compromette il percorso: l’unica via efficace è leggerlo nella sua interezza. Si possono, però, estrarre alcuni elementi particolarmente importanti, partendo dal riconoscere la posizione permanentemente liminale, «lo spazio del tra», dello scrittore europeo che affronta l’Africa. Un primo elemento è costituito dalla domanda che Gaffuri costringe il lettore a farsi: per chi scrive lo scrittore europeo (ma anche il filosofo) tra Ottocento e prima metà del Novecento? Per chi scrivono Hegel, Conrad, Blixen, Flaiano? Gaffuri non si addentra, ma sottolinea come ci sia una «asimmetria» geografica che perdura in asimmetria del pensiero, necessariamente legata al Colonialismo e al pensiero coloniale (p. 30). Le narrazioni dei romanzieri europei dicono, alla fine, più sull’Europa che sull’Africa. Da tutto questo nascono spontaneamente altre domande: per chi scrivono Said, Bhabha, Ngugi wa Thiong’o, Spivak, e Achebe? Nel libro di Gaffuri questi interrogativi sono costantemente sottesi e in movimento, inducendo il lettore a ripercorrere la storia e a rendersi conto di come ogni nuovo evento storico, anche contemporaneo, modifichi non solo il presente, ma anche la comprensione e valutazione del passato.
In un punto chiave della Introduzione, per esempio, Gaffuri ricorda che in un suo discorso del 1973 Achebe, richiamando la leggendaria frase di Metternich sull’Italia, dice che l’Africa non è «solo un’espressione geografica»; la frase di Metternich (comunque interpretata) lo porta, perseguendo la sua tecnica di “aggancio”, a interrogarsi sul tema della lingua: quale lingua per l’Africa? Il colonialismo linguistico oggi è una realtà che si potrebbe discutere per migliaia di pagine. Gaffuri non se ne serve direttamente, ma è impossibile leggere questa parte del suo libro e non pensare a Cheikh Anta Diop, che nel breve, spinosissimo e visionario capitolo sulla lingua del suo Les fondaments économiques et culturels d’un état fédéral d’Afrique Noire, (Présence Africaine, 1960 e 1974) auspica come necessaria alla decolonizzazione una «unité linguistique» africana (pp. 20; 29). I tempi di Cheikh Anta Diop (come quelli di un altro grande storico africano, Joseph Ki Zerbo) sembrano lontani, ma sono una delle cerniere fondamentali per tentare di capire non solo la mise en roman dell’Africa e l’imperialismo linguistico (non solo in Africa!), ma anche lo spazio geo-politico contemporaneo. Gaffuri si spinge oltre nel passato, ricordando più volte nel libro la seconda Conferenza di Berlino, 1884-1885, dove si è divisa e spartita l’Africa tra i poteri europei, istituendo il diritto di depredare le sue risorse. Una Conferenza quasi ignorata da molti manuali europei di storia, ma largamente presente nei programmi e nei testi scolastici africani (un solo esempio: i manuali senegalesi per le scuole sia inferiori sia superiori). Si deve aggiungere che se il tema della lingua era spinoso in Cheikh Anta Diop e in Ki Zerbo, ora lo è altrettanto: alle Nazioni Unite non è contemplata alcuna lingua africana, e del resto se uno scrittore africano vuole essere letto non può scrivere solo in una lingua africana – Soyinka e Ngugi wa Thiong’o possono permettersi di scrivere nella loro madrelingua, ma solo dopo aver raggiunto un successo planetario, e comunque pubblicando i loro lavori anche in inglese.
Nelle pagine seguenti compaiono, necessariamente, Gaston Bachelard (la poetica dello spazio e altro), Édouard Glissant (il rizoma), Pierre Bourdieu (forse la teoria dei campi potrebbe entrare maggiormente nel discorso), Gregory Bateson, marito di Margaret Mead (i metaloghi). Infine, Gaffuri afferma e difende il suo procedimento di soggetto-ricercatore, il «modellizzare scientificamente la ricerca sul campo», non scartare «dissonanze» ed «emozioni», accettare la «imprevedibilità» del reale materiale – la materia del mondo, direbbe il filosofo Giovanni Piana – e dell’inconscio. E, completando la sua affermazione in nota con riferimenti all’io cartesiano e a Lacan, aggiunge:
A questo proposito, il discorso può essere articolato su tre nuclei epistemici: il soggetto della scienza in geografia (che gioca tra autoriferimento dell’enunciazione e eteroriferimento dell’enunciato; l’inconscio del ricercatore geografo sul terreno (che mette in causa la questione dell’infinito e delle sue possibili rappresentazioni; l’etica (che ha a che fare con l’incertezza e l’azione). […] è solo all’interno di questo sistema tripolare che può essere affrontato un discorso sul geografo-osservatore come soggetto di una modernità plurale. (p. 53).
Dopo questa lunga indispensabile “Introduzione”, Gaffuri procede con i due capitoli a loro modo ancora introduttivi, “Raccontare il territorio” e “Immaginari geografici e riflessività”. Nel primo dei due, il percorso inizia con Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione) e prende subito una strada semiotica: «La produzione e il consumo di segni e simboli sono dunque i tratti caratterizzanti della condizione umana» (p. 59). Il sistema di produzione e consumo crea, dunque, una cultura, ovvero le culture. Quello che Gaffuri desidera qui dimostrare, è la necessità di «aprire il terreno alle relazioni tra geografia e semiotica», creare una geografia che consideri i luoghi anche per i loro valori culturali – e, si deve aggiungere, disvalori. Dopo avere, in parte con Hilary Putnam, «destituita di fondamento» la «contrapposizione […] tra scienza e arte», il contributo del Racconto del territorio africano a questo, quasi nuovo, «campo di frontiera» è proprio, dice Gaffuri, il prendere in considerazione narrazioni letterarie in quanto nello stesso tempo interpretative e tributarie del sapere geografico:
Il racconto del territorio è portatore di un’istanza scientifica che, nel concepire la geografia come forma territoriale dell’azione sociale, si confronta con alcune espressioni letterarie analizzate in questo volume. Le forme narrative, e in primis la letteratura, sono qui considerate come dispositivi di rappresentazione nei quali cercare la geografia, connaturata alle esperienze e alle condizioni esistenziali delle persone, a loro volta organizzate in società che intrattengono relazioni con lo spazio terrestre. (p. 63).
Quello che segue è un vero discorso sul metodo, che propone usi più precisi e differenziati di tre termini geografici, spesso utilizzati come sinonimi, e qui identificati in aspetti e funzioni proprie: «ambiente, territorio e paesaggio». La geografia che operi sulla base e di questa triade è evidentemente una geografia complessa, che deve fare tesoro di dati dovunque li possa trovare, incluse le letterature e le arti. Gaffuri si sofferma su concetti e dati di realtà, enfatizzando appunto la complessità, soprattutto per quanto riguarda la territorializzazione dell’ambiente, e anche del paesaggio: «Il territorio è l’ambito sociale che nasce dall’azione trasformativa dell’uomo sulla natura, sullo spazio fisico, piegando cognitivamente e concretamente l’ambiente ai propri fini […]» (p. 66). Il passaggio da territorio naturale a territorio «sociale» è un tema inesauribile in tutti i sensi. Dalla storia alla politica, dalla letteratura alle arti visive la territorializzazione rappresenta una linea guida che non si interrompe mai, intrecciandosi alla storia stessa della civilizzazione. Per quanto riguarda la letteratura, e in particolare la letteratura ispirata dal Colonialismo, il lettore di queste pagine, o almeno il lettore che qui scrive, non può non pensare a numerosi romanzi, come Robinson Crusoe di Daniel Defoe, Tocaja grande di Jorge Amado, The Grass Is Singing di Doris Lessing, per non fare che tre esempi, ma anche alla ricca produzione di romanzi di fantascienza sulla colonizzazione di nuovi mondi.
Dal canto suo, Gaffuri in queste pagine insiste sul potere di controllo della territorializzazione sulla vita umana, un potere dal quale non sembra possibile fuggire nemmeno per l’arte – soprattutto per l’architettura, ovviamente, ma anche per le arti figurative, e con debita differenza, per la letteratura. Sono qui particolarmente illuminanti le citazioni del pensiero di Denis Cosgrove, geografo americano scomparso ormai da più di dieci anni, ma tuttora attualissimo e ispiratore di grandi aperture. Ancora una volta le possibilità di indagine che Gaffuri spalanca davanti allo studioso di letteratura provocano una specie di ebrezza, perché suggeriscono implicitamente riletture di un grande numero di testi letterari, soprattutto romanzi ottocenteschi e novecenteschi, ma non solo. Ovviamente Gaffuri suggerisce un metodo non un elenco di romanzi. Se un elenco è impensabile, lo sprone è irresistibile: quasi a caso, si può pensare a romanzi come Fame e Il risveglio della terra di Knut Hamsun, a North and South di Elizabeth Gaskell, a Waiting for the Barbarians di J. M. Coetzee , e persino a Paul et Virginie di Bernardin de Saint Pierre e, con un salto di tempo e di luogo, al lavoro teatrale Translations dell’irlandese Brian Friel.
Nel secondo dei due capitoli deutero-introduttivi, “Immaginari geografici e riflessività”, Gaffuri, che chiama il capitolo «interludio filosofico», prende le mosse da un basilare, ma non semplice, «essere significa […] essere da qualche parte» (p. 89), e si lancia in una cavalcata esperta attraverso un campo ricchissimo, da Platone a Cartesio a Vico; e poi a Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Bachelard, Foucault, Derrida per discutere l’essere nel tempo affiancato all’essere nello spazio e arrivare al «luogo», allo «spatial turn» e a una heideggeriana «topologia dell’essere». Seguono, necessariamente, riferimenti ai più noti studiosi di Colonialismo, Postcolonialismo, diversità e incroci, da Bhabha (terzo spazio), a Spivak, Said, Appadurai, e altri. Per arrivare alla pratica della riflessività (non solo sociologica, ma anzi allargata anche alla auto-analisi) e al suo scavo teso a mettere in luce i rapporti fra letteratura e geografia, Gaffuri passa anche attraverso riferimenti a scrittori universalmente noti e approda, alla fine del capitolo, all’affermazione centrale, fulcro del suo lavoro: «I romanzi, mettendo in scena uomini e società nei loro spazi e nei loro luoghi, funzionano come giacimenti di sapere” (p. 122). Forse non tutti i romanzi, ma quasi tutti, e certo lo fanno i tre romanzi che ha scelto di studiare, tutti e tre opere di scrittori per i quali l’Africa è un luogo “altro”.
A questo punto, mantenendo vivace la tecnica dell’aggancio, Gaffuri si dedica al primo e unico romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere – Il Fascismo italiano in Etiopia, pubblicato nel 1947, liberamente basato sul diario che Flaiano teneva quando era tenente di complemento del Genio durante la Guerra d’Etiopia dal novembre 1935 al maggio 1936. Per inciso, il periodo coloniale italiano, dopo la sventurata Guerra d’Abissinia (1895-1896), si situa tra il 1936 e il 1941. Proporre oggi una rilettura di Tempo di uccidere è uno dei meriti di Gaffuri, che pur mantenendo fisso lo scandaglio geografico, porta a riflettere su numerosi altri aspetti e sullo stesso genere romanzo (questo, dunque, e qualunque romanzo) concepito come “insieme”. Le citazioni dal testo di Flaiano sono numerose, eppure spesso si è portati a desiderarne di più. Particolarmente denso di elementi il brano in cui Flaiano, autore implicito, “guarda” dentro il suo romanzo, dove il protagonista e narratore “guarda” l’àscaro Johannes che “guarda” una vallata e la valuta in toto, come ambiente naturale, territorio e paesaggio (p. 134; con tacito richiamo a p. 63; e, in nota, una illuminante citazione dal Poema africano della Divisione ’28 ottobre’ di Marinetti). Per inciso, ma non troppo, per Johannes, qui e altrove, i luoghi importanti sono quelli dove c’è acqua.
Gaffuri raggruppa e ordina passi del testo di Flaiano in citazioni multiple, collegando per senso e immagini brani che nel romanzo compaiono in pagine diverse, anche lontane fra loro. Caldo, aridità, fiume apparentemente inefficiente al benessere, fatica, colori estenuanti, persino un aggettivo isolato, «morbida», usato etimologicamente nel senso di “malsana”, “malata” in unione a «atmosfera» (p. 137), concorrono tanto alla rappresentazione di Flaiano, quanto a quella di Gaffuri. Il romanzo non include dati e riflessioni storiche (Gaffuri, invece, abbonda), ma indugia numerose volte sulle carte geografiche: immagini, indicazioni, denominazioni – le citazioni di molti di questi passi sono utilmente raggruppate con il metodo multiplo adottato da Gaffuri (pp. 141 e 143, e nota sulla Guida dell’Africa Orientale Italiana della Consociazione Turistica Italiana). L’illusione coloniale italiana, l’esotismo, gli errori sociali, economici, umani sono esposti spietatamente sia da Flaiano sia da Gaffuri; Gaffuri lo fa sia tramite Flaiano sia facendo ricorso a filosofi e studiosi contemporanei – o quasi. Particolarmente forte – fra geografia e letteratura – il tema della terra coltivabile, collegato a quello della fame.
A Flaiano segue Karen Blixen con il memoir-romanzo La mia Africa (Out of Africa). Il capitolo, o meglio il saggio, intitolato “Cartografia, paesaggio e letteratura nel Kenya coloniale”, è preceduto da un motto, liberamente tratto da una fiaba Ekoi del Camerun, dove un’antropomorfizzata topolina intesse bambini-racconto di tutto quello che vede, e «a ciascuno di loro diede una veste di un colore diverso […] I racconti diventarono i suoi figli e vissero in casa sua e la servirono perché lei non aveva figli suoi» (p. 163). Se non sulla geografia dei luoghi, il motto dice moltissimo sulla narratività africana e introduce in modo affascinante La mia Africa, che è di per sé un’opera passionale, consapevole, intrecciata alla storia, determinata da luogo e spazio. Pubblicato nel 1937, scritto direttamente in inglese (il titolo inglese, Out of Africa, forse comunica meglio la passionalità e la privazione), il romanzo è una miniera di conoscenza per lo studio del Colonialismo.
Gaffuri tocca momenti e aspetti fondamentali, come la Conferenza di Berlino del 1884-1885 e il sanzionamento europeo dei confini africani; la cartografia coloniale; la cartografia moderna e l’isotropia; la scala lineare nelle carte geografiche – l’universo è isotropo, ma noi lo facciamo diventare anisotropo cercando fonti/fonte di percezione; anche in poesia, nei romanzi, nelle arti figurative. Stupefacente l’estensione dei possedimenti europei in Africa, che potevano essere persino maggiori dei «tremila ettari» di Karen Blixen (p. 171).
Anche per leggere geograficamente La mia Africa, Gaffuri fa largo uso di citazioni che raggruppa in frammenti, susseguenti nel libro, ma in pagine anche lontane fra loro. La tecnica fa diventare le citazioni un deutero-testo quasi simultaneo, rendendo, però, necessaria molta attenzione ai numeri di pagina. Molto belle e utili le citazioni che rappresentano numerose “visioni dall’alto” (pp. 174-176; 177; 179-180; 181-182-183; 184). È in questo saggio su Karen Blixen che Gaffuri propone con ancora più chiarezza le tre categorie analitiche di «ambiente naturale», «territorio» e «paesaggio» (p. 186), e i loro collegamenti concomitanti, approfonditi nei commenti alle citazioni. Sono particolarmente interessanti i passi, sia di Blixen sia di Gaffuri, che ci portano a riflettere sulla territorializzazione, dalla centralità urbana di Nairobi, imitazione europea, dove però si doveva andare a cavallo o con un carro (p. 193), alla tassazione degli squatters, che avrebbero fatto a meno di strade, treni, illuminazione e anche polizia (pp. 196-197). Impossibile a questo punto per il lettore non pensare agli investimenti cinesi in Africa, e, ampliando il tema, a quali categorie sociali interessano strade e collegamenti.
Il saggio si conclude con ulteriori riflessioni sulla cartografia, dalle mappazioni coloniali come «inventari delle risorse umane e naturali», che alla fine diventano un «progetto politico» (p. 197), al riconoscere che le carte geografiche vogliono porsi come neutre, ma non lo sono: dalla rappresentazione dell’ambiente naturale ai nomi sono, appunto, anche progetti di politica economica. Pure, la cartografia è necessaria, guardandosi dal pericolo di farla diventare sussidiaria di un grave impoverimento culturale. Molto belle a questo proposito, principalmente per natura, cultura e visione unidirezionale, le citazioni di Blixen, da Ombre sull’erba e da Out of Africa (p. 201) – quasi-conclusive del saggio.
Il terzo romanzo esaminato è Heart of Darkness di Joseph Conrad. Un’opera breve, spesso definita dagli studiosi anglofoni novella, ma traboccante di temi e irta di problemi interpretativi: nulla è univoco, neppure l’aspirazione, mai esplicita e pure sepolta nel profondo inquieto della narrazione, a un ideale bilateralismo tra “noi” e “l’altro”. Il titolo del saggio e capitolo, “Squarciare le tenebre: il Congo coloniale tra Conrad e Schmitt”, rispecchia in qualche modo la complessità che il lettore è invitato ad affrontare.
Primo preludio alla lettura di Heart of Darkness è ancora una volta per Gaffuri la Conferenza di Berlino del 1884-1885 (il viaggio di Conrad in Congo è del 1890), dandone per noti gli elementi salienti. Vale la pena, comunque, ricordare che Bismarck volle la partecipazione di quattordici stati, alcuni con poteri maggiori e acquisiti come Inghilterra, Francia e Portogallo, altri, come l’Italia, con molto meno peso. Parteciparono, con differenze di posizione, anche gli Stati Uniti e l’Impero Ottomano. In funzione delle posizioni di Conrad è importante ricordare anche che la Conferenza di Berlino è stata spesso chiamata Kongokonferenz, principalmente perché confermava i possessi privati del Re Leopoldo del Belgio in Congo. Berlino è il primo preludio, comunque, perché c’è un secondo preludio, che collega il “diritto coloniale” alla teorizzazione del “nomos” come “Rechtskraft”, “forza di legge”, “forza di diritto” nel pensiero di Carl Schmitt (1888-1985). Sono pagine (pp. 207-215) da leggere con attenzione, che richiederebbero approfondimenti quasi a ogni paragrafo, perché Schmitt, importante teorico della destra, cattolico, prolifico, attivo ben oltre la Seconda Guerra Mondiale, è un pensatore inquietante e il suo lungo percorso presenta variazioni fino alla fine.
«Agli esordi il diritto poggia sull’occupazione territoriale e sulle delimitazioni […]» (p. 208); in seguito il potere diretto e arbitrario di dichiarare un possesso terriero evolve fino alle complessità coloniali e a oggi. Leggendo Schmitt, Gaffuri procede succintamente all’esame dei processi di territorializzazione coloniale, aggiungendo in nota (p. 211) una fondamentale citazione di Schmitt da Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum auropaeum” (ed. or. 1950; Adelphi 1991). È particolarmente importante (anche per la nostra contemporaneità) che il nomos della terra non trascuri il mare e il suo ordinamento spaziale. Qui si potrebbe aggiungere, in altra sede, una rassegna, o un racconto, della funzione emotiva del mare e delle distanze che il mare materialmente rappresenta nella creazione del concetto di “scoperta” e della liceità di occupazione (e quindi di possesso) di territori non europei: un immaginario potente e indistruttibile, che agisce in gradi, ambiti e piani molto diversi.
Nella sua lettura di Heart of Darkness, Gaffuri, come gli è consueto, fa largo uso di citazioni dal testo con il metodo adoperato in Tempo di uccidere e Out of Africa, creando gruppi collegati dal significato e non dalla contiguità diretta. Se da un lato questo obbliga il lettore a prestare attenzione ai numeri delle pagine indicate tra parentesi dopo ogni gruppo, questi testi “estratti” dal testo sono uno strumento di comprensione maggiore, e spesso qualcosa come una rivelazione. Particolarmente interessanti quei passi, citati e commentati, dove l’ambiente naturale africano grava immane, minaccioso perché impenetrabile e, molto più che ostile, indifferente all’uomo (pp. 217 e 218); qui si aprirebbero altre strade – pensando, per esempio, al Canada e alla letteratura canadese, e non solo. Le citazioni sono numerose e ben scelte, eppure qualche volta se ne desidererebbero ancora di più; per esempio, il passo in cui Marlow dice «The woods were unmoved […] heavy, like the closed door of a prison» (Heart of Darknes, Penguin, p.81).
Gaffuri, comunque, mantiene salda la rotta geografica, dal famoso passo di Heart of Darkness, «Now when I was a little chap I had a passion for maps», al Congo Diary (pubblicato solo nel 1978). Dedica spazio, inoltre, all’incontro e all’amicizia di Conrad con Roger Casement, il cui famosissimo Report circa la situazione del Congo è molto più tardo dell’incontro con Conrad, ma che certamente aiuta la lettura sia di Heart of Darkness sia del racconto An Outpost of Progress, che Gaffuri non può fare a meno di citare e commentare in funzione della territorializzazione coloniale – prima fra tutte, allora, la costruzione della ferrovia Matadi-Léopoldville. Il saggio è veramente ricchissimo e apre molte possibili vie di indagine, non vie alternative e non deviazioni, quanto collegamenti tra discipline e conoscenze, e, soprattutto dimostra quanto profondamente il passato coloniale sia radicato nella nostra contemporaneità e quanto complesso si presenti il futuro.
Il quarto saggio, “Lo spazio geografico nelle narrazioni africane”, modifica l’asse ottico e prende in esame l’Africa vista e interpretata da scrittori e artisti africani. Non tratta, per ora, di una visione africana dell’Europa, ma tra le righe affiora la possibilità che i futuri lavori di Gaffuri possano includere anche quell’ambito. Il saggio, che affronta un argomento evidentemente molto ampio, è introdotto da pagine che ripercorrono i primi anni dell’arrivo editoriale di produzioni letterarie africane in Italia – arrivo tardivo, collocabile negli anni ’50 – e del conseguente se pur limitato fiorire di studi africani. Notevole spazio è dedicato a commentare molto favorevolmente il volume Letterature dell’Africa, curato da Cristina Brambilla (pubblicato da Jaca Book nel 1994), che offre interventi di importanti studiosi, e consente a Gaffuri di offrire a sua volta un panorama generale importante, inclusivo di temi come la négritude, l’ideologia panafricana, le nuove territorializzazioni, le élite nere, i nuovi caratteri regionali, la risposta all’Europa.
L’interesse precipuo è, comunque, l’arte e in particolare la produzione letteraria. Riferendosi al Sudafrica, ma in realtà anche alle altre letterature africane, Gaffuri scrive: «In effetti, per ciò che qui importa, molta letteratura sudafricana è geografia, e lo è precisamente nel senso che rappresenta lucidamente le forme territoriali dell’azione sociale che, sul filo del tempo, si sono succedute su quel territorio» (p. 252). E sorge ancora il tema di chi sia l’interlocutore dei «messaggi letterari» africani.
Una intensa lettura della pièce di Sylvain Bemba, Qu’est devenu Ignoumba le chasseur? (messo in scena nel 1986), conclude il saggio. Ancora una volta il villaggio di Ignoumba non è solo la «cornice in cui si svolge una storia ma un luogo, una collocazione geografica […]» con la sua cultura, i suoi valori, la sua storia (p. 262); e il cacciatore Ignoumba «si fa homo geographicus», con taciuto eppure palese riferimento al pensiero del geografo statunitense Robert David Sack (p. 259). Ma c’è anche una seconda conclusione, o meglio una dichiarazione d’intenti: « il circoscritto compito che qui ci siamo assegnati è quello di sottrarre il territorio a una percezione diffusa, di origine culturale, che lo relega alla banale dimensione di sfondo», quello che Gaffuri vuole è «rendere palese il fatto che la geografia intesa come forma territoriale dell’azione sociale non solo è presente [nella maggior parte delle opere letterarie] ma diventa protagonista» (p. 265).
Parole chiave : Colonialismo, Cultural Studies, Ennio Flaiano, Geografia, Joseph Conrad, Karen Blixen, Letteratura, Luigi Gaffuri, Postcolonial Studies, Sylvain Bemba
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/geografia-delle-terre-africane-nelle-narrazioni-letterarie/trackback/
È importante, per chi opera nel settore sociale a contatto con le comunità, formarsi continuamente e confrontarsi sul tema delle discriminazioni. Di grande interesse è stata la nostra partecipazione al Seminario sul tema delle discriminazioni su base etnica, di orientamento sessuale e di genere) e delle misure a contrasto dell’hate speech, rivolto agli operatori dei servizi sociali, scolastici e del Terzo Settore, in particolare a coloro che fanno parte della Rete Regionale Antidiscriminazioni dell’Emilia Romagna.
È parte della Rete il progetto Punto Migranti, gestito dalle cooperative sociali Abantu e Lai-momo, che trova presso il Comune di Castel Maggiore il nodo principale.
Nelle giornate di giovedì 18 e venerdì 19 luglio a Rimini, nella sede dell’Innovation Center, presso lo storico Palazzo Buonadrata, il Seminario condotto da Udo Enweruzor, responsabile tematico COSPE su Migrazioni, Minoranze e Diritti di Cittadinanza, si è innanzitutto soffermato sul concetto di appartenenza, usando l’Italianometro, un “aggeggio di fantasia” creato per misurare l’italianità di ciascuno dei partecipanti.
Ne è scaturito che l’idea di quantificare l’appartenenza sia già in sé poco appropriata, in quanto essa, per sua natura, è un concetto dinamico e circolare, non statico, e perciò non misurabile. Si è riflettuto su quanto risulti più semplice definire la diversità che vediamo negli altri, piuttosto che saper definire se stessi dentro al proprio contesto di appartenenza: è più facile mettere etichette agli altri (ad esempio i tedeschi definiti come “crucchi”, freddi, rigidi e iperpuntuali), e quindi ricorrere all’uso di stereotipi sugli altri, che lavorare su quelli che gli altri hanno su di noi (italiani = pizza, Pavarotti, mafiosi e ossessionati dalla moda). La nostra reazione dapprima è quella di sorridere sugli stereotipi che all’estero hanno di noi, per poi subito dopo arrabbiarci, perché ci sentiamo incasellati e sviliti; essere italiano è una complessità di concetti e tradizioni, questa semplificazione genera dispiacere e rabbia. Se viene poi diffusa tramite i social media di cui disponiamo oggi, questo tipo di informazione molto semplificata si amplifica a livello planetario in tempi brevissimi, generando la diffusione di massa di stereotipi spesso marginalizzanti. Si è trovata occasione per pensare allo “zainetto culturale” di cui ognuno di noi dispone, fatto di stereotipi dettati dalla nostra società, di cui si può arrivare a pensare di essere privi, e che invece ci appartengono profondamente.
La seconda giornata si è aperta con un invito a pensare a quali persone in Italia sono maggiormente discriminate; dal brainstorming emergono tante categorie “fragili”, primi fra tutti i richiedenti asilo, le donne, i musulmani, le persone LGBTQIA+, ecc. Si sono messe in evidenza le azioni, a livello personale, di gruppo o istituzionale, che discriminano queste categorie, analizzando i tipi di discriminazione diretta ed indiretta. La prima, in genere, si basa sull’età, la disabilità, la religione, il credo, l’orientamento sessuale, la condizione socio-economica, eccetera. Essa risulta più facile da individuare e quindi da arginare. La seconda riguarda regole e provvedimenti che possono escludere persone, ad esempio, da concorsi pubblici per motivi irrilevanti (come ad esempio l’altezza minima, richiesta un tempo per partecipare alla selezione pubblica per veterinari in Italia, e che ora è stata rimossa, dopo un’azione contro di essa).
In chiusura ci si è congedati con il proposito di non tacere contro comportamenti discriminanti, di non ridere davanti a freddure a sfondo razzista, anzi di reagire, spiegando il motivo del nostro dissenso, partecipando a un processo educativo che parte dal basso e che vuole resistere alla disinformazione digitale dilagante.
Angela Bortolotti, Abantu cooperativa sociale
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/contro-le-discriminazioni-un-processo-educativo-che-parte-dal-basso/trackback/
Di Francesca Romana Paci
Da marzo a giugno 2019 il Teatro Spazio No’hma, fondato nel 1994 dall’attrice e scrittrice Teresa Pomodoro e ora diretto dalla giurista e studiosa Livia Pomodoro, ha offerto un suo “Progetto Africa”, strutturato in sei incontri con la produzione teatrale africana contemporanea. Il titolo della serie, Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, mostra ancora una volta (non è il primo anno che No’hma allestisce una serie, studiata, di spettacoli africani) la coscienza della vastità dell’Africa. L’Africa è, appunto, un continente, del quale si deve riconoscere tanto la pluralità geografica e storica quanto una unità culturale immanente, quella che Cheikh Anta Diop invoca, nella ormai storica introduzione al suo libro, L’unité culturelle de l’Afrique Noire (Présence Africaine, 1959; 1982), come “notre unitè culturelle organique”. L’importanza del tema della storia dovrebbe essere scontata, ma in realtà deve tuttora essere rivendicata come centrale, perché per troppo tempo il mondo non africano, soprattutto europeo, ha fatto iniziare la storia africana con l’inizio della colonizzazione. Una fallacia dovuta al punto di osservazione, certamente, e ora in parte superata, ma solo in parte e tuttora spesso furtivamente operante su molti piani: nella molteplicità dei fatti della politica odierna e nei commenti che ne sono fatti, ovviamente, ma anche in alcuni studi di antropologia, letteratura, poesia e teatro inclusi, e non raramente nell’incontro con tutte le arti africane, scultura, pittura, musica, danza e loro incroci e filiazioni. Uno dei meriti (ma ce ne sono altri) della serie dei sei spettacoli che il Teatro Spazio No’hma ha messo in scena è proprio quello di ricordarci che la storia africana è ben più ampia di quella determinata dai colonialismi e dai post-colonialismi. Un auspicio veramente sentito è che anche per la prossima stagione 2020 il Teatro No’hma possa e voglia proseguire il “Progetto Africa”.
Il primo spettacolo, “Broods of Any – Figli di nessuno” (13 e 14 marzo 2019), viene dalla Repubblica dello Zambia. Autore e regista della pièce è lo zambiano Martin Llunga Chishimba, poco più che trentenne, primo africano diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro. Chishimba lavora tra lo Zambia e l’Italia, e dedica la sua competenza di attore e regista alle realtà contemporanee difficilissime del suo paese – realtà, che sono in parte esiti di un passato storico molto complesso, legato tanto a spostamenti migratori endoafricani quanto a una movimentata colonizzazione inglese. “Broods of Any ”, scritto e recitato in inglese con inserti di espressioni francesi (No’hma provvede traduzioni su apposito schermo), narra, su un palcoscenico di nudità brechtiana, la vita, o dovremmo dire la sopravvivenza, di bambini di strada, dalla lotta per il cibo, all’agguato dello sfruttamento sessuale, al loro sniffare colla, fino a un’ansia lacerante di speranza. Gli attori di Chishimba – ragazzi tuttora giovanissimi – erano bambini di strada. La recitazione verbale e corporea è diretta, essenziale, pugnace anche per la scelta di coordinata semplicità del linguaggio e del gesto. Il fenomeno dei bambini di strada, come è noto, è esteso a molte parti del mondo, dall’India al Sudafrica, al Brasile, al Messico, e a molti altri paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America del Sud, e anche ad alcuni paesi occidentali. Fondatore nel 2016 dell’associazione Twangale (nella lingua dei Bemba, una delle lingue dello Zambia, “giochiamo”), Chishimba si assume la sua parte, tanto quanto può, entro un impegno mondiale enorme.
Il secondo spettacolo, “Eli Ohna – Land of the People” (3 e 4 aprile 2019) è nigeriano. La compagnia Emage Dot Com Global Theatre, che fa riferimento all’etnia Ikverre, parte della più ampia etnia Igbo, mette in scena quasi una silloge della lunga storia, prima e dopo l’Indipendenza, delle contraddizioni e dei divari economici e sociali di un paese geograficamente molto esteso e differenziato, per natura potenzialmente ricco, come quello che ora è la Repubblica Federale della Nigeria. Il Colonialismo, formalmente concluso nel 1960, ancora incombe, metamorfizzato in un Neocolonialismo di sfruttamento, trascinato dal petrolio, e in buona parte responsabile di gravissimi guasti umani contemporanei. La regia è di Ovunda Chikwe Ihunwo; i movimenti coreografici di Sampson Kelvin Melvin; gli arrangiamenti della versione italiana sono di Elisabetta Jankovic – gli attori recitano in inglese; dei testi non si specifica l’origine autoriale. Vale la pena notare che all’interno della struttura storico-narrativa di “Land of the People” entrano i nomi di importanti scrittori nigeriani, diversamente grandi e dai destini molto dissimili, come Chinua Achebe e Ken Saro Wiwa; quasi d’obbligo, a un certo punto nel testo suona la menzione di Nelson Mandela. Lo spettacolo è misto di recitazione danza e canto; l’insieme vivace e trascinante, sostenuto anche dai costumi colorati e dalla proiezione di immagini sullo sfondo del palcoscenico.

Le Baptême du Lionceau (Mali)
Il terzo appuntamento, “The New Africa” (8 e 9 maggio 2019), è una produzione della compagnia Kumran Media&Arts, tutta composta di giovani, nata e operante in Zimbabwe. Il soggetto, i testi e la regia sono di Billy Kabasa; le coreografie e i costumi sono di Jasper Mandizera; le musiche sono di Billy Kabasa, Kasmiro Chadenga, e Aaron Chikalipo. È un lavoro teatrale che si avvicina al genere “musical”, misto di prosa, musica, danza e canto, colorato, veloce e molto accattivante. La linea narrativa, usando strumenti metateatrali e di ironia autoreferenziale, racconta della tentazione del leader di una compagnia dello Zimbabwe di usufruire da solo dell’invito di un teatro italiano (individuabile come il No’hma) a partecipare a un festival internazionale, escludendo gli altri componenti del gruppo; durante la rappresentazione gli è dimostrato per gradi, attraverso rivisitazioni moderne della tradizione africana e della storia, che l’unione è più forte dell’individualismo – sia nel campo dell’arte sia in quello della politica. Sottesa alla spettacolarità travolgente di ritmi, canti, colori e scontri verbali scorrono allusioni alla storia dello Zimbabwe, dal passato Precoloniale, al Colonialismo, a Cecil Rhodes, all’Indipendenza, riconosciuta internazionalmente solo nel 1980, alle susseguenti lotte interne, alle varie fasi del potere di Mugabe, fino agli ultimi, noti, avvenimenti del 2017.
“Lune Kune Nga Ca – Everyone Has Something Inside” (15 e 16 maggio 2019), quarta puntata della serie, viene dal Senegal. Il testo della pièce non è attribuito a un autore singolo, quanto piuttosto a una cooperazione di tutti partecipanti della compagnia, che è parte del Collettivo Kàddu Yaraax Théâtre-Forum (fondato a Dakar nel 1994 e attivo internazionalmente), coordinato dal regista Mouhamadou Diol. Diol è uno studioso e un artista evidentemente molto colto e molto raffinato, capace di armonizzare nella contemporaneità scelte teatrali ispirate tanto dalla tradizione autoctona quanto da interpretazioni di esperienze di maestri europei del Novecento. I temi portanti di “Lune Kune Nga Ca” sono politici: società, equità, economia, tassazione, diritti sociali, doveri sociali, moralità pubblica e individuale, e soprattutto conoscenza e diritto alla conoscenza. Gli attori, che nella finzione scenica sono gli abitanti di un villaggio decentrato, vivono e discutono problemi come l’acqua, la sanità, l’istruzione, gli stipendi statali, i privilegi, e persino aspetti della religione. Il testo e la recitazione sono divisi in scene, ritmate dalle uscite e dal rientro degli attori; il palcoscenico è quasi nudo; gli attori portano con sé contenitori metallici cilindrici che, se alludono alle tradizionali calabasse (gusci svuotati di zucche) e alle loro sostituzioni di plastica o metallo, cambiano di volta in volta funzione proprio come oggetti scenici; i costumi sono moderati, ma culturalmente espliciti – il “potere” entro la gerarchia governativa è segnalato da abiti occidentali; gli attori recitano in wolof (a fondo palco No’hma proietta traduzioni in italiano), con inclusioni di brevi passi in francese. Nonostante l’essenzialità e la povertà di arredi e i frequenti cambi di scena, non ci sono confusioni e difficoltà per il pubblico, ma, anzi, l’impressione è di fondamentale realismo. È interessante notare nel testo la menzione, sommariamente spiegata, dell’espressione “citoyens lambda” – impossibile a questo punto non pensare al filosofo francese Marc Foglia, e anche, dopo decenni, alla paradigmatica poesia di W. H. Auden, “The Unknown Citizen” (1939), con la quale “Lune Kune Nga Ca” può rivaleggiare nell’uso di ironia e commedia per indagare le strutture sociali e i sistemi di governo, ma anche le risposte dei cittadini.

The New Africa (Zimbabwe)
“Le baptême de lionceau” (29 e 30 maggio 2019), il quinto spettacolo, viene dal Mali. È un lavoro teatrale della Troupe Sogolon, specializzata nell’animazione di marionette, fondata nel 1980 da Youssouf (Yaya) Coulibaly, che da allora la dirige. L’uso delle marionette di questa compagnia si differenzia da quello di altri teatri di marionette nel mondo, perché le loro marionette lignee non sono manovrate da operatori nascosti, ma gestite sul palcoscenico da attori, che a tutti gli effetti formano con le marionette un’unità recitante, accompagnata dai suoni opportunamente differenziati di tamburi diversi tra loro e quindi di sonorità diverse. Coulibaly, “Maître Marionnetiste”, proviene da una lunga linea familiare di marionettisti professionali: lui stesso progetta, disegna, realizza le sue marionette, che aggiunge a quelle ereditate dai predecessori; nello stesso tempo costruisce le storie che mette in scena, ispirandosi sia alla tradizione narrativa del Sahel (non solo del Mali), sia alla storia africana, sia a momenti contemporanei. Coulibaly mostra in ogni aspetto del suo lavoro un occhio attento a possibili nessi e somiglianze, così che le marionette comunicano verità ben oltre il divertimento. La scelta di dare alla compagnia il nome di Sogolon indica immediatamente il rapporto con la tradizione: Sogolon, infatti, è il nome della madre di Sundjata, eroe dell’epopea mandinga omonima, “fils du Lion, fils du Buffle”, figlio del saggio e amato Re Maghan il Bello, il cui totem è il leone, e della sua seconda moglie, Sogolon, brutta ma ardita, sapiente e saggia, il cui totem è il bufalo. In “Le baptême de lionceau”, versione di un racconto di origine bambara, la leonessa, moglie del leone re, invita tutti gli animali alla festa per la nascita del leoncino, mettendo in palio oro per il miglior danzatore; non tutto va nel modo più semplice, e deve quindi intervenire la saggezza del re e padre. Il giorno precedente la prima milanese, Maître Coulibaly e il Teatro No’hma hanno concesso un assaggio dello spettacolo e un contatto diretto con la troupe. Griot oltre che marionettista, Coulibaly è anche commentatore di se stesso e delle funzioni culturali della sua impresa teatrale. Racconta della tradizione familiare di marionettisti; ricorda di quando, non essendo bûcheron (artigiani del legno), non potevano costruirsi da soli le marionette (l’allusione alla struttura in “caste” è palese); insiste nel far notare che le marionette quando rappresentano animali hanno solo la testa di animali, mentre il corpo è antropomorfo (e, aggiungiamo, indossano abiti umani); alcune, non poche, delle marionette, inoltre, rappresentano direttamente esseri umani, sia africani sia europei (ci sono anche alcuni personaggi coloniali bianchi, matrone bianche, preti e soldati). In questo modo, dice Coulibaly, le marionette si caricano di significati metaforici, e, aggiungiamo, si collegano e collegano gli spettatori con la storia. Ne deriva in questo caso, prosegue Coulibaly, una lettura metaforica del leoncino, che rappresenta la continuità attraverso la nuova nascita; anche uno stato appena nato è un “bebé” (la parola usata è proprio questa) come il leoncino, e il papà, il leone re – il governo – deve assumersi la responsabilità del “bebé”, e farlo unendo la forza alla giustizia e alla saggezza. L’elemento didascalico è evidentemente forte, tradotto e temperato dal contenitore narrativo della favola e della festa.
L’ultimo spettacolo della serie è “Mashujaa wa Africa – Eroi d’Africa” (5 e 6 giugno 2019), un lavoro recitato dalla compagnia Italo-Keniana Kambilolo Ndogo & Friends, e dedicato in particolare ai Giriama, vasto gruppo etnico della costa del Kenia. I testi e la regia sono di Mela Tomaselli, studiosa italiana, che dal 1997 collabora con il Kenia e ne testimonia la cultura, mostrandosi attenta a includere elementi del passato nella contemporaneità. Gli attori, tre dei quali sono pre-adolescenti, con racconti, suoni, danze e canti, evocano, cronologicamente personaggi che occupano posti importanti nella storia e nell’immaginario del Kenia: Mepoho, profetessa vissuta prima dell’arrivo di stranieri invasori, che avrebbero provocato danni alla natura e al paese; Mekatilij, figura storica di combattente, che, nel secondo decennio del ’900, resiste e si oppone all’occupazione territoriale e culturale dei colonizzatori; Lwanda Magere, leggendario guerriero, che sarà ucciso da un nemico quando una delle sue mogli rivela che la sua vulnerabilità segreta è nella sua ombra – un colpo inferto alla sua ombra lo uccide; e, infine, Caleb Onka, l’adolescente e per quasi un decennio bambino di strada, che un giorno da una stazione radiofonica di Nairobi propone di eleggere un “Presidente Bambino”; la sua proposta è raccolta e fatta conoscere al pubblico in versione rap da un artista famoso; la storia, piuttosto complessa, approda anche in Italia e ritorna poi in Kenia dove rappresenta il World Children’s Parliament al World Social Forum di Nairobi del 2007. A Caleb Onka la regista Mela Tomaselli ha dedicato, nello stesso anno 2007, un documentario, producendolo lei stessa e affidandone la regia a Elena Bedei. “Mashujaa wa Africa” è una pièce trascinante e ricca di energia; tutti gli attori recitano in ottimo italiano (e cantano in swahili); la prima attrice e danzatrice, Madeleine Mbita Nna, che è evidentemente anche leader e maestra dei tre attori quasi bambini, è una grande artista, creativa e capace di suscitare fiducia e passione; i tre giovanissimi sono molto bravi e lo saranno presto ancora di più.
















