17 maggio 2011

I Migrant Domestic Workers in Europa e i meccanismi di riconoscimento e protezione

Abbiamo partecipato due settimane fa ad una tavola rotonda a Bruxelles organizzata dalla rete di ONG “SOLIDAR”, dal titolo: “Migrant domestic workers: from modern-day slavery to equal pay”. L’intento dell’incontro era quello di riunire insieme personalità politico istituzionali, e membri della società civile che si occupano di queste tematiche, per collaborare insieme allo scopo di creare un contesto di maggiore consapevolezza sulla situazione dei lavoratori domestici migranti in Europa e sulle connessioni con il mercato del lavoro, le politiche migratorie e le questioni di genere, e per dare maggiore diffusione all’iniziativa dell‘Organizzazione Internazionale del Lavoro per la promozione e la ratifica di una Convenzione (ILO Convention on Decent Work for Domestic Workers).

Al giorno d’oggi il lavoro domestico rappresenta nella globalità del mercato del lavoro una fetta abbastanza importante, essendo la fonte di reddito di milioni di persone, in maggioranza donne e migranti. Nei paesi industrializzati, infatti, il lavoro domestico rappresenta il 5-9% di tutti i lavori.

In Europa negli ultimi decenni si è assistito ad una crescente espansione del settore, espansione che non va analizzata come fenomeno a sé stante ma piuttosto come riflesso e conseguenza dei cambiamenti socio-economici globali.
Va considerata innanzitutto la relazione tra lavoro domestico, lavoro in nero e immigrazione irregolare, che è abbastanza complessa. In generale, mentre la migrazione viene comunemente intesa come causa di crescita del lavoro informale, sta diventando invece chiaro che l’esistenza di un mercato del lavoro informale sia al contrario una spinta verso la migrazione, questo ancor di più nell’area del lavoro domestico. Questo infatti è un lavoro molto flessibile, che si basa su un rapporto di fiducia reciproca tra il lavoratore e il suo assistito, e in cui sono spesso gli stessi datori di lavoro ad alimentare l’informalità di questo mercato, cercando di sfuggire alla sua burocrazia, sebbene talvolta vengano arginati dalle leggi sull’immigrazione.
Per molti migranti che sono a vari livelli irregolari (dalla documentazione, alla condizione abitativa), il lavoro domestico più che una scelta reale è una necessità, dal momento che per loro è troppo difficile entrare nel classico mercato del lavoro, e addirittura una lunga permanenza nel mercato informale può diventare poi via di accesso per la regolarizzazione amministrativa.
Nell’Europa del Nord, dove lo stato riesce ad agire in modo incisivo in materia di protezione e assistenza nei confronti dei cittadini, la presenza dei migrant domestic workers ha dati praticamente insignificanti se comparati a quelli degli stati dell’Europa del Sud. In alcuni stati infatti la richiesta di lavoro domestico migrante è messa in relazione a recenti tagli alle spese in materia di welfare e servizio pubblico (e alla privatizzazione e liberalizzazione del settore assistenziale). Gli altri fattori che concorrono alla sua crescita sono poi la progressiva e sempre più massiccia inclusione delle donne nel mondo del lavoro e l’invecchiamento della popolazione.
Così il lavoro domestico migrante cresce sempre di più allargando anche il raggio delle sue competenze, dalla cura di bambini e anziani, alla manutenzione di case e giardini.
Eppure, pur avendo un forte impatto sulla ricchezza e sul benessere europeo, questi lavoratori continuano a rimanere avvolti nell’invisibilità, e non solo perché il loro luogo di lavoro è una casa, ma anche perché spesso non vengono inclusi nell’immaginario dei lavoratori, quindi non vengono riconosciuti e sono spesso privati di qualsiasi forma di diritti e protezione sociale.
Per il lavoro domestico infatti non esiste alcun grande sindacato, né alcuna convenzione di riconoscimento e regolamentazione. Oltre all’informalità e alla sommersione, la grande problematica legata al lavoro domestico rimane quella della violazione diffusa dei diritti umani e del lavoro, problematica comune a numerosi  lavoratori che accettano una relazione lavorativa precaria e irregolare e una vita vissuta ai margini della povertà.

La maggior parte dei domestic workers sono migranti, e la maggior parte di questi sono donne. Questo finisce spesso per esporle a doppie o multiple forme di discriminazione: di genere e razziale. La mancanza di consapevolezza e di riconoscimento dei diritti dei lavoratori domestici da parte dei governi, datori di lavoro e lavoratori stessi contribuiscono ulteriormente al loro sfruttamento, e il  fatto che molto spesso si possano instaurare rapporti di familiarità, non deve allontanare dall’idea che essi siano comunque sottoposti a privazioni dei diritti come lavoratori e persone.
Molte delle lavoratrici domestiche arrivano in Europa col desiderio di fuggire da situazioni di difficoltà economiche in patria, ma diventano vittime di un paradosso: se  con il loro lavoro rendono altre donne libere di poter andare al lavoro lasciando i propri figli a casa, loro non sono altrettanto libere. E il numero eccessivo di ore di lavoro, la sensazione che esso spesso sia dequalificante rispetto alla formazione acquisita in patria, o anche la pesantezza dello stesso lavoro, spesso conduce le lavoratrici in stati di isolamento, solitudine e depressione.
Nonostante questo, e specialmente nei casi in cui non abbiano una valida residenza o permesso di lavoro o quando non parlano la lingua del paese, un numero significativo di migranti si prepara ugualmente ad accettare condizioni di lavoro senza alcuna protezione solo perché sembra essere l’unica soluzione ai loro bisogni.

A livello europeo c’è un grande gap tra quelli che dovrebbero essere i diritti riconosciuti e quella che è poi la pratica. Questa è una conseguenza di politiche incoerenti che hanno utilizzato due pesi e due misure, e che hanno fatto in modo che le leggi migratorie influissero sulle politiche occupazionali impedendo di fatto il trattamento eguale e la non discriminazione dei lavoratori migranti. Sin dagli anni ottanta i lavoratori domestici hanno cercato di organizzarsi per rivendicare i propri diritti,e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro adesso sta facendo pressioni sul mondo istituzionale europeo ed internazionale affinché venga ratificata una dichiarazione che provveda al riconoscimento del lavoro domestico come lavoro, e che ponga le basi per la costituzione di un quadro legale per tutti i lavoratori domestici, nei parametri di ciò che viene definito decent work.

Gli stati devono assumersi le loro responsabilità in tema di welfare e protezione sociale, perchè solo se si migliorano le condizioni di lavoro, si stimolano le capacità e si giunge a un completo riconoscimento dei domestic workers ci potrà essere un grosso beneficio non solo per i lavoratori ma anche per i datori di lavoro. È necessario quindi che vengano messe in atto pratiche non solo giuridiche, ma soprattutto concrete, che partano un right-based e gender-sensitive approach,  oltre ad azioni economiche come incentivi ai datori di lavoro nel rilascio di voucher e assicurazioni, per assicurare la coesione sociale e il benessere della nostra società.

La nostra cooperativa editrice Lai-momo realizza progetti per le lavoratrici domestiche straniere nella Provincia di Bologna.

Per info vedi:

http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/2662010-il-pullman-delle-donne-native-e-migranti-parte-verso-mantova/

http://www.laimomo.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=16&Itemid=20&lang=it

http://www.laimomo.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=66&catid=2&Itemid=21&lang=it

Olga Solombrino

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10 maggio 2011

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio a quattro anni dal loro traguardo. Intervista a Giorgia Giovannetti sul Rapporto Europeo di Sviluppo del 2010

In: Politica

Nonostante il 2015 sia sempre più vicino, anno in cui è stato previsto il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM), la maggior parte dei paesi a basso reddito e in via di sviluppo sono ancora in preda a fragilità ed emergenze, e c’è ancora molto da fare per avvicinarsi agli otto obiettivi dichiarati nel 2000.

I progressi economici, umani e sociali compiuti fin ora in direzione del raggiungimento degli OSM sono continuamente messi in difficoltà non solo dalle continue crisi e shock (alimentare, dei carburanti, e ora economica e finanziaria) che coinvolgono i paesi fragili, in particolare quelli dell’Africa Sub Sahariana, ma anche dai costi di una governance debole e poco autonoma. Questi shock stanno minando il raggiungimento degli OSM, e fanno crescere la domanda di nuovi e più efficienti programmi di protezione sociale in molti paesi africani. La protezione sociale – che è sempre più riconosciuta come un efficace strumento per proteggere le persone dai rischi e ridurne la vulnerabilità – sta quindi rapidamente diventando una priorità nei programmi di sviluppo, sia per i donatori sia per i governi locali.

Il Rapporto europeo sullo sviluppo del 2010 (ERD) esamina la necessità e la possibilità di espandere la protezione sociale nell’Africa Sub Sahariana; ne analizza altresì la fattibilità e il probabile impatto sullo sviluppo. In contrasto con l’opinione secondo cui l’Africa Sub Sahariana non può permettersi protezione sociale, i paesi africani hanno promosso, e attuato con successo in tutta la regione, approcci innovativi alla realizzazione di programmi in materia. L’incertezza che ha seguito le recenti crisi, d’altro canto, acuisce il bisogno di misure in grado di proteggere la popolazione africana dai rischi e dagli shock e misure che riducano la povertà e promuovano lo sviluppo umano.

In questo contesto, l’ERD offre l’opportunità di fare un bilancio della situazione, imparando dalle esperienze passate, e di suggerire all’Unione Europea e ai suoi Stati membri le priorità da adottare. La protezione sociale, che è il fondamento stesso del modello sociale europeo, dovrebbe diventare parte integrante delle politiche di sviluppo dell’UE e del suo impegno verso una dimensione sociale della globalizzazione.

Durante l’ultima presentazione dell’ERD in occasione del Day of Action on Social Protection qui a Bruxelles, abbiamo avuto modo di discuterne con Giorgia Giovannetti, professoressa ordinaria all’Università di Firenze e all’European University Institute, dove è direttrice scientifica del Rapporto Europeo sullo Sviluppo.

Ecco le sue risposte alle nostre domande:

Qual è il nocciolo del Rapporto Europeo sullo Sviluppo del 2010?

L’ERD 2010 è incentrato in modo particolare sulla protezione sociale. A nostro parere infatti avere sistemi di protezione sociale anche nei paesi poveri dell’Africa Sub Sahariana è possibile se vi è la volontà politica di farlo. I costi di alcuni programmi non sono alti e i benefici sono molti, soprattutto perché si possono avere degli effetti moltiplicatori molto importanti. Si possono sostituire i programmi più complicati che richiedono un apparato burocratico estremamente efficiente (come i conditional cash transfers- trasferimenti condizionali), con programmi più semplici, come le pensioni universali, o trasferimenti dove sia semplice individuare i beneficiari (come i child benefits ad esempio).

È importante mettere in evidenza che avere protezione sociale è possibile anche nei paesi poveri, nonostante questo in un certo senso vada contro l’opinione comune che tende ad accentuare il problema dei costi e della sostenibilità nel tempo. Naturalmente i governi e i donatori devono porsi il problema della sostenibilità, eppure, come dimostrato nel rapporto attraverso una serie di calcoli e di ipotesi, le pensioni o la sanità nazionale sono alla portata.

La conditio sine qua non è però che i governi si convincano dell’importanza della protezione sociale, devono essere loro a “impadronirsi” dei programmi e deciderli a livello nazionale, non possono essere imposti dai donatori, altrimenti sono destinati a fallire. Le nostre parole chiave infatti sono ownership (proprietà) dei programmi e partnership fra donatori e governi nazionali. I donatori dovrebbero avere un ruolo solo in fase di transizione, ma nel lungo periodo i programmi di protezione sociale devono fare conto solo sulle risorse interne dei paesi e non sugli aiuti, spesso poco affidabili.

Ci sono stati dei progressi rispetto all’ERD del 2009?

Il rapporto del 2009 si occupava per lo più di paesi in situazione di conflitto o fragilità. Sono proprio questi i paesi per i quali la protezione sociale è più necessaria, ma anche molto più difficile da progettare… i progressi sono lenti, si tratta di un’area dove c’è ancora molto da fare.


Perchè il rapporto del 2010 è stato focalizzato sulla social protection?

Ci sono molte motivazione e tutte molto importanti.

Sicuramente ha contato il clima di incertezza prevalente a livello economico (le tre crisi), politico, ambientale. Nelle situazioni di incertezza si avverte maggiore necessità di misure che da un lato proteggano gli individui (le famiglie, le comunità, i paesi e i continenti) contro il rischio, ma dall’altro aiutino a promuovere lo sviluppo e a ridurre la povertà. La protezione sociale ha proprio questi molteplici obiettivi: aiuta le famiglie a reagire agli shock e ad evitarne le conseguenze di lungo periodo. Grazie a misure di protezione sociale le famiglie possono continuare a mandare i bambini a scuola, non vendere le attività, gli animali che danno loro da vivere, ecc… e quindi limitano i danni di quelle situazioni nelle quali le reti di sicurezza sociale private, come le rimesse o l’assicurazione informale sono insufficienti.

Non solo, la protezione sociale aiuta le società ad uscire da circoli viziosi di povertà e vulnerabilità e a costruire quella resilienza necessaria per uscire dalle trappole della povertà.

Infine, anche se su questo non c’è un’evidenza empirica, la protezione sociale aumenta la coesione sociale e, in linea di massima, fa aumentare la legittimazione dei governi che fanno vedere di avere a cuore i propri cittadini. Come dicevo, c’è poca evidenza empirica, ma ci sono aneddoti e alcune situazioni dove la protezione sociale è stata usata per smussare situazioni difficili: in Kenya dopo le elezioni, in Sierra Leone con dei programmi di public works per ex combattenti, in Colombia dove Familias en accion ha avuto un impatto positivo sul capitale sociale.


Può fare una valutazione sullo stato di avanzamento del percorso per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio?

La situazione è molto diversa sia tra paesi sia tra obiettivi. Sicuramente però si può dire che passi avanti sono stati fatti, nonostante la crisi economica e la crisi dei prezzi delle materie prime alimentari. Purtroppo i dati sono vecchi ed esistono solo delle proiezioni per il 2010, comunque la povertà sembra essere diminuita ovunque meno che nei paesi in situazione di fragilità e conflitto dove invece è aumentata notevolmente. Progressi si registrano in quasi tutti gli obiettivi del millennio, salvo per la mortalità materna, su cui bisogna ancora lavorare molto.


Che tipo di ripercussioni ha avuto la crisi economica globale sul raggiungimento degli OSM?

La crisi ha avuto effetti molto negativi, anche se non ci esistono stime molto affidabili ed è comunque difficile sapere cosa sarebbe successo se non ci fosse stata la crisi. Tuttavia la crisi finanziaria ha avuti effetti inferiori al previsto sui paesi più poveri, anche grazie al ruolo trainante della Cina sia in Africa che nel Sud Est Asiatico.


Secondo lei quali obiettivi si realizzeranno da qui al 2015?

Non saprei, è troppo difficile fare previsioni. Ciò che mi preme piuttosto è sapere se siamo sul giusto sentiero di aggiustamento, non se arriviamo davvero ad un numero che è comunque scelto in modo arbitrario. Bisogna guardare allora alla direzione e alla velocità di avvicinamento. E poi bisogna preoccuparsi se, come nel caso dei paesi fragili, si inverte una tendenza. Il fatto che la povertà in questi paesi sia aumentata è molto grave.


Come crede che vengono percepiti gli Obiettivi del Millennio dalle popolazioni del Sud del mondo che ne sono direttamente coinvolte?

Le popolazioni del Sud del mondo non sono interessate ai nomi o ai singoli obiettivi (alcuni per loro sono più importanti di altri, ma dipende tutto dal paese, dalla zona, dalle persone, dal sesso, dalle etnie…) ma al fatto che migliori la qualità della vita nei loro paesi, che diminuiscano le situazioni critiche di povertà, che si risolvano situazioni di mancanza di servizi essenziali (educazione, acqua, sanità..). Io credo che se si accorgono che l’attitudine dei donatori è costruttiva, su livelli paritetici e non imposta dall’altro, la percezione possa essere buona.

Olga Solombrino

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02 maggio 2011

Aperte le iscrizioni per il Youth Video Festival on Migration, Diversity & Social Inclusion

Segnaliamo l’invito rivolto ai giovani a partecipare al Festival PLURAL +, inviando materiale video sugli argomenti della migrazione, della diversità e dell’inclusione sociale.

Il festival, organizzato dallAlleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite (UNAOC) e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ha l’obiettivo di stimolare l’impegno dei giovani verso queste tematiche importanti sia a livello locale e globale, diffondendo le loro voci  attraverso una varietà di piattaforme media e reti di distribuzione (broadcast, festival di video, conferenze, eventi, Internet, DVD) in tutto il mondo.

I giovani tra i 9 e i 25 anni sono invitati a presentare brevi video della lunghezza massima di cinque minuti, che dovranno esprimere la personale percezione dei partecipanti, e le proprie esperienze, domande e suggerimenti in tema di migrazione, diversità, integrazione e identità, mettendo in luce le loro idee su come creare una convivenza pacifica in diversi contesti culturali e religiosi.

Una giuria internazionale selezionerà tre vincitori nelle tre fasce di età, che saranno invitati a New York per la cerimonia di premiazione del Festival.

Il termine per la presentazione dei video è il 1° luglio 2011. Per tutte le altre informazioni, comprese linee guida, regolamenti, premi e modulo di iscrizione, cliccate qui.

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02 maggio 2011

3-7 maggio 2011, Procida: strisce e giornate di studio su comunicazione e graphic novel

Si svolgeranno dal 3 al 7 maggio a Procida, nella sede del Conservatorio delle Orfane in Terra Murata, le giornate di studio dedicate a Comunicazione e Graphic Novel dal titolo “Un ambiente fatto a strisce: alla conquista delle coscienze dei più giovani”. Alle giornate, organizzate dall’Università degli Studi di Napoli L’Orientale all’interno del progetto OASI, parteciperanno anche Sandra Federici, di Africa e Mediterraneo e coordinatrice di “Africa Comics”, che parlerà di questo progetto e dell’Africa contemporanea raccontata dai suoi fumettisti, ed anche Pat Masioni, vincitore della prima edizione del Premio Africa e Mediterraneo per il miglior fumetto inedito di autore africano e autore di Rwanda 94 (Glénat) e di un episodio di The Unknown Soldier (Vertigo/DC Comics). La partecipazione alle giornate è libera, per iscriversi o ricevere maggiori informazioni scrivere a: oasi@unior.it oppure albertomanco@unior.it.
Clicca qui per il programma completo dell’iniziativa.

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22 aprile 2011

Jadaliyya, e-zine sul mondo arabo

In: Cultura

Per leggere interessanti analisi sulle attuali evoluzioni sociali e politiche del mondo arabo, consigliamo di visitare Jadaliyya, Jadaliyya, una e-zine indipendente di recente nascita, prodotta dall’ASI (Arab Studies Institute), una rete di scrittori legati all’ Arab Studies Journal.

Si tratta di una rivista di taglio semi accademico, che cerca di far luce, in modo critico, sugli avvenimenti che riguardano il mondo arabo, cercando di combinare le conoscenze accademiche con uno sguardo interno e partecipativo. I post vengono pubblicati in due lingue: arabo e inglese, per raggiungere un pubblico anche al di là del mondo arabo, e il valore aggiunto sta proprio nel punto di vista “interno” dato che la maggioranza degli autori sono di origine araba.

Jadaliyya vuole rispondere all’esigenza di rimettere in discussione il “mondo arabo” o il “Medio Oriente”, interpretandoli come luoghi e spazi costituiti e abitati da comunità, e non solo come oggetti della politica estera o di ricerca sociologica.

Il sito, sviluppato per sezioni (reports, reviews, photo essays, interviews, culture), dispone anche di un’utile e stimolante mappa interattiva attraverso la quale, con un clic sul paese prescelto, è possibile accedere a tutti gli articoli relativi.

In questi giorni sono avvenute sul sito importanti discussioni sulle recenti rivolte arabe, e sui tentativi di “mitologizzazione” che si suppone possano arrivare da un occidente che ancora una volta cerca di imporre la sua visione degli eventi. Si parlava infatti del termine “risveglio arabo” usato nell’ultimo periodo più come richiamo fascinatore che come analisi storica concreta ed efficace, e si faceva notare come i racconti della rivoluzione fossero caratterizzati da una “romanticizzazione” orientalistica dei rivoltosi egiziani, descritti attraverso canoni più o meno tradizionalmente legati alla società occidentale: internet, l’istruzione, il pacifismo…

Certo il discorso è ben complesso, ma dalla vivacità delle discussioni e dei commenti che ne sono scaturiti sul sito, si comprende quanto la necessità individuata dagli autori di Jadaliyya sia tutt’altro che astratta.

Questa settimana Jadaliyya ha lanciato anche una sezione riguardante la cultura. Jadaliyya cerca di supportare le differenti espressioni culturali in una vasta varietà di luoghi e contesti, media e generi. A questo scopo ha lanciato una richiesta aperta a tutti per poter contribuire sui temi della letteratura, del teatro, musica, cinema, arti visuali e design, fotografia, TV, radio, videoarte, social media ed Internet.

Olga Solombrino

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21 aprile 2011

Re-mix un laboratorio di graphic journalism realizzato da Africa e Mediterraneo

Pubblichiamo online il lavoro degli studenti che hanno partecipato al nostro laboratorio di graphic journalism realizzato all’interno del progetto SeiPiù all’Isart Istituto d’Arte F. Arcangeli di Bologna. Fateci sapere cosa ne pensate.

Progetto finanziato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.

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19 aprile 2011

Migranti e rimesse: una nuova chiave per lo sviluppo. L’esperienza del progetto SME

In Italia – forse in questo periodo più che mai – manca un terreno fertile per dialogare di migrazione partendo da angolature differenti. Eppure da più parti si sottolinea la necessità di andare oltre i classici stereotipi e cominciare a considerare tutte le dimensioni del fenomeno migratorio, magari a partire dalla sua importante funzione economica.

Le rimesse rappresentano il modo con cui i migranti iniettano risorse sui mercati del proprio Paese di origine. A differenza del passato, in cui ciò che riguardava migrazione non veniva associato ad alcun concetto di sviluppo, si assiste oggi ad un’inversione di tendenza e si guarda alle rimesse come elemento in grado di agire sulla disuguaglianza, sul mercato del lavoro, e sulla stratificazione sociale dell’area di origine.

Le rimesse, nonostante abbiano subito una decrescita a causa della crisi finanziaria degli anni scorsi, rappresentano ormai una fonte finanziaria globale e di crescita economica per diversi paesi, il cui potenziale purtroppo non è ancora pienamente sfruttato.

Queste infatti, proprio per loro genesi, rimangono spesso attaccate a dinamiche familistiche di piccola solidarietà e mantenimento, e con difficoltà riescono a distaccarsene e trasformarsi in investimento per il futuro, base per il ritorno produttivo in patria. Ciò risulta causato da molteplici fattori, in primo luogo l’attaccamento alla tradizione, che diventa alle volte un vincolo troppo forte, ma anche e soprattutto la difficoltà, da parte di un cittadino straniero, di comprendere le opportunità dei suoi investimenti e di entrare in contatto con la complicata burocrazia bancaria.

È nato da qui il progetto SME: Support Migrants’ Entrepreneurship, lanciato da Veneto Lavoro, co-finanziato dall‘IFAD- International Fund for Agricultural Development in collaborazione con Veneto Banca, Regione Veneto, Banca Etica, Consorzio Etimos e Fundatia Dezvoltarea Popoarelor Prin Sustinere Reciproca (Romania), e che dal 2009 opera in Veneto, Romania e Moldova.

Esso si focalizza sulla “diaspora imprenditoriale” come fattore che contribuisce alla creazione di lavoro e allo sviluppo socio-economico delle nazioni di origine e di destinazione.

Lo scopo del progetto è infatti quello di porre le basi per la creazione di un ambiente sociale e finanziario favorevole alla capitalizzazione delle risorse migranti, e che le sostenga in prospettiva dell’avviamento di un progetto imprenditoriale al momento del ritorno nel Paese d’origine.

Questo può contribuire a uno sviluppo più sostenibile, in grado di favorire la lotta alla povertà, soprattutto nelle zone rurali.

Attraverso un network transnazionale che offre conoscenze e strumenti bancari per facilitare il trasferimento di rimesse e risparmi, e la creazione di un fondo di garanza affidabile, il progetto si propone di fornire assistenza tecnica a tutti coloro che vorrebbero aprire un’attività imprenditoriale nella madrepatria, e che fino ad ora non ci sono mai riusciti, per scarsità di conoscenze, fondi e alfabetizzazione finanziaria. Non solo denaro quindi, ma anche circolazione delle conoscenze e soprattutto braingain, ovvero sfruttare il potenziale delle conoscenze formate nella diaspora, rimettendole a disposizione per progetti che possano creare sviluppo in patria. Si sviluppa così un modello di sviluppo circolare in cui il momento della migrazione può diventare una risorsa ed un valore aggiunto, un passo per realizzare progetti più ampi, piuttosto che essere relegato unicamente a via di fuga verso una speranza indefinita.

La conferenza finale, che si è tenuta al Comitato delle Regioni a Bruxelles il 5 aprile scorso, ha presentato i principali risultati e le lezioni apprese nei due anni di esperienza. In particolare è stato dato rilievo all’importanza della governance locale ed al coinvolgimento degli attori regionali, che, insieme ad un coordinamento multi-livello, diventano il perno su cui poggiare la trasformazione delle dinamiche migratorie in un fattore positivo e vincente, sia per le aree di origine e che per quelle di destinazione.

Il progetto ha raccolto il favore di molti neo-imprenditori rumeni e moldavi, ed è stato giudicato positivamente anche da altre comunità di migranti. Le problematiche connesse alla difficoltà di tradurre le rimesse e i risparmi in investimenti sono infatti condivise da tutte le comunità, e si rende sempre più necessaria l’introduzione di meccanismi che agevolino l’accesso dei migranti alle strutture finanziarie e che li supportino nelle stesure dei business plan, o dream plan, come quelli citati da Charito Basa del Filipino’s Women Council.

Il progetto, in chiusura nella primavera del 2011, ha finora finanziato idee imprenditoriali che hanno concorso in due categorie: “Eureka” e “Imprenditore nato”, e non c’è che confidare nell’ottima riuscita di queste attività e nel proliferare di nuove.

Simili al progetto SME, esistono altri progetti in Italia, diretti ad altre comunità migranti, come ad esempio quella senegalese. E’ il caso infatti del PLASEPRI: Platforme d’appui au secteur prive et a la valorisation de la diaspora senegalaise en Italie, una piattaforma di supporto agli investimenti dei senegalesi della diaspora avviata dal Governo italiano e da quello senegalese. Il programma assicura sostegno finanziario e assistenza tecnica allo sviluppo del settore privato valorizzando il potenziale economico della comunità senegalese in Italia, la più grande nella diaspora del Paese africano.

A questa piattaforma è poi collegato il nostro progetto Investir au Sénégal, volto a realizzare uno dei 5 “Punti informativi e di raccolta PLASEPRI” che aiutino gli imprenditori interessati presenti in Italia a inviare le proprie idee progettuali.

Il progetto copre le regioni Emilia Romagna, Sicilia e Sardegna ed ha l’obiettivo di fornire informazione sulle strategie di sviluppo economico del Senegal, le opportunità di business e sensibilizzare i potenziali imprenditori senegalesi residenti in Italia e italiani sulle opportunità date dal programma PLASEPRI, nonché di realizzare un’attività di accompagnamento e assistenza nella compilazione di progetti eleggibili.

Oltre al PLASEPRI è stato da poco avviato anche il progetto Su.Pa. – acronimo di Successful paths, supporting human and economic capital of migrants, che si propone di sostenere i percorsi di “ritorno produttivo” dei migranti senegalesi nel proprio Paese di origine, in particolare nella regione senegalese di Kaolack, cercando di rafforzare la cooperazione istituzionale nel campo dell’immigrazione tra le Regioni di origine e di destinazione coinvolte nel progetto, sradicare le difficoltà che presenta l’accesso al credito per i migranti e promuovere percorsi innovativi per sostenere il ritorno del capitale umano ed economico in Senegal.

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11 aprile 2011

A giugno ad Arezzo la seconda edizione della scuola di leadership per immigrati di seconda generazione

Fondazione Ethnoland, in partnership con la Bosch, organizza per il secondo anno consecutivo Talea, la scuola di leadership per giovani immigrati di seconda generazione e non. Le opportunità offerte ai nuovi talenti selezionati saranno molteplici, in primis l’occasione di frequentare lezioni con docenti esperti nell’ambito di moduli innovativi quali self marketing, carisma e stile di leadership, team building. Inoltre ci sarà la concreta opportunità di conoscere e sostenere colloqui con il network di aziende motivate ed orientare al Diversity Management.

Talea costituisce anche l’opportunità di vivere un’esperienza “unica”, conoscendo e confrontandosi con talenti provenienti da tutte le parti del mondo, nel contesto dei boschi di Casentino in Toscana nella Provincia di Arezzo.

Le iscrizioni, da effettuare tramite l’invio di CV in formato Word/Pdf sulla casella email cv@taleaweb.eu, scadono il giorno 30 aprile 2011.

Il corso si terrà dal 2 al 12 giugno 2011.

Per ulteriori informazioni o chiarimenti potete rivolgervi a: FONDAZIONE ETHNOLAND, via Settembrini 60, 20142 Milano, Tel. 02/97382866, o consultare il sito di Talea.

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07 aprile 2011

Ucciso Juliano Mer Khamis, fondatore del Freedom Theatre a Jenin

Probabilmente, al di fuori dei confini mediorientali, il nome di Juliano Mer Khamis sarà familiare a pochi. Eppure la sua attività e il suo impegno lo hanno reso uno di quei personaggi importanti, di quelli che si sono sempre battuti per rendere la società palestinese meno conflittuale.

Attore di teatro e di cinema, nato dall’unione di un’israeliana, Arna Mer, e di un palestinese cristiano, Saliba Khamis, è stato ucciso tre giorni fa con cinque colpi d’arma da fuoco, sparati da un uomo a volto coperto. Si trovava proprio fuori dal suo Freedom Theatre, la scuola di teatro che aveva fondato nel 2006 nel campo profughi di Jenin, e che poi sarebbe diventata uno dei più importanti luoghi di produzione artistica e culturale indipendente nei Territori Occupati.

Il suo teatro, rivolto ai bambini del campo profughi di Jenin, era diventato già un importante centro culturale negli anni Ottanta, grazie all’attività della madre Arna, a cui aveva dedicato proprio il documentario che lo aveva reso famoso Arna’s Children. Juliano aveva aiutato la madre a realizzare il suo sogno di creare una giovane compagnia di ragazzi, lo Stone Theatre, seguendone il percorso formativo attraverso la macchina da presa. L’intenzione del teatro era di rappresentare per questi ragazzi una via di fuga, aiutandoli ad esprimere le loro rabbie quotidiane, le frustrazioni, l’amarezza e la paura. Ma il sogno di progettare una vita alternativa alla violenza per questi ragazzi si è scontrato con la realtà della seconda intifada e dell’occupazione, e così anche i piccoli bambini di Arna hanno preso parte alla lotta per la resistenza contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano, alcuni di loro rimanendovi uccisi.

Fondare nel 2006 il Freedom Theatre all’interno del campo è stato per lui un gesto d’arte, d’amore ma anche di rivoluzione. Aprire uno spazio artistico in un luogo di estrema chiusura e marginalizzazione come un campo profughi non poteva essere un’impresa semplice. Il primo passo era quello di ribaltare l’idea che nei campi si aveva del teatro, cercando di costruirne un’idea differente nella mente degli abitanti, e renderli predisposti all’accoglienza. E poi, con le sue parole: “Il teatro è solo una scusa, noi facciamo arte in genere: scrittura creativa, photoshop, computer, fotografia, psicodramma, realizzazione di film, terapia teatrale. Non siamo il teatro nel senso tradizionale, usiamo tutti i mezzi dell’arte prima per comunicare con il mondo, poi per ricostruire l’identità perduta. Chi siamo? Dove stiamo andando? Cosa pensiamo? Perché siamo in questa situazione? Quale tipo di indipendenza vogliamo e come possiamo costruire identità senza cultura? Altrimenti si creano tanti soldatini. La ricerca dell’identità può avvenire solo tramite l’attività culturale. C’è bisogno di un riflesso di se stessi. È così che si costruisce il sé: riflettendo se stessi su uno schermo, nelle pagine di un libro, creando un dibattito, un dialogo. Combattere la tradizione è combattere l’occupazione.” *

Insegnare la creatività e l’indipendenza ai più piccoli, alle nuove generazioni, svincolarle dai legami tradizionali che agiscono come scudo rispetto alla situazione di marginalità e occupazione. “Questa è la vera lotta contro l’occupazione. Perché, ciò che l’occupazione sta facendo è distruggere la società. Costruire sulla base non della tradizione e della religione, ma della libertà, di strutture democratiche, di un alto livello educazione e della libera opinione, della cultura. Questa è la forza.

Già negli ultimi due anni il suo teatro e lui stesso erano stato ripetutamente minacciati e attaccati, soprattutto dopo la scelta di portare in scena un testo difficile come La fattoria degli animali di Orwell. Non solo l’offensiva israeliana nella West Bank è stata sempre più forte, ma il teatro, rappresentando una realtà di rottura con alcune tradizioni locali non poteva certo essere di gradimento ai più conservatori di Jenin.

Ma queste minacce non avevano scalfito la sua attività, e aveva continuato ad usare la forza pacifica del suo teatro, anche se di rottura ed opposizione, per creare percorsi di resistenza e liberazione. Embletica fu la frase che pronunciò durante l’accoglienza alla Carovana di Sport sotto l’Assedio del 2009: “We’re going to start a new intifada by poetry, theater, art, humans rights, pacific demonstrations against the wall. Questo vogliamo costruire. Questo è quello che Israele non può uccidere.

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06 aprile 2011

Sbarchi di migranti: finalmente il permesso temporaneo a fini umanitari

Oggi finalmente il Presidente del Consiglio firmerà il decreto che consentirà il rilascio del permesso temporaneo a fini umanitari a tutti i tunisini già approdati in Italia. Riteniamo che  questa soluzione consenta di fornire una risposta diretta, immediata e perfettamente adattabile alla problematica. Il permesso di soggiorno temporaneo è, infatti,  uno strumento che il nostro ordinamento già prevedeva e pensato appunto per governare in modo razionale e rispettoso dei diritti fondamentali dell’uomo,  gli esodi di rifugiati che fuggono da guerre e da altre forme di violenza generalizzata. Questo consentirebbe non solo di allentare la pressione che la Tunisia sta subendo in merito al controllo delle frontiere (non dimentichiamo che sta accogliendo almeno 100mila persone in fuga dalla Libia), ma permetterebbe anche di evitare la creazione di nuove “tendopoli” che, come abbiamo purtroppo visto in passato, sarebbero portatrici di sentimenti di insicurezza con conseguenti  reazioni di intolleranza.

Qualche giorno fa l’Associazione Studi per gli Giuridici sull’Immigrazione, a cui la nostra cooperativa editrice Lai-momo aderisce, ha emesso un comunicato stampa dal titolo “Istituire la protezione temporanea è la sola via razionale per governare oggi l’esodo dalla Tunisia” che contiene anche interessanti precisazioni sugli aspetti giuridici nazionali e internazionali dell’attuale “emergenza sbarchi”.

Per il testo si veda anche il link http://www.asgi.it/home_asgi.php?n=1536&l=it

(Marina Frabboni)

Emergenza_Tunisia_Comunicato_Stampa_ASGI_31_marzo_2011

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