13 gennaio 2021
Il migliore bar del centro. Storia di un’accoglienza in famiglia
Una testimonianza di
Elena Cesari e Roberta Sireno
Sembrava un incontro quasi impossibile. Due donne che si amano, in un condominio solidale di un’associazione con forti radici cattoliche, che ospitano un uomo adulto musulmano, una persona rifugiata proveniente dal Mali. È l’amore una faccenda privata da custodire gelosamente fra 4 mura? La nostra risposta è stata no, e abbiamo deciso di intraprendere questo percorso di condivisione anche se temporanea (ma per quanto tempo non lo avevamo stabilito a priori), degli spazi di casa, del cibo, della vita.
Ma non è una storia che ha a che fare con “quanto siamo brave e buone”, è una storia che ha a che fare con fatica, incomprensioni, piccoli egoismi quotidiani, dove quello che condivido con te è comunque sempre una fettina, perché in quanto bianca, italiana, di classe media, con cittadinanza italiana, con genitori e amici, il mio piatto è sempre più pieno, la mia voce sempre più alta della tua, il coltello (o il cucchiaio) lo tengo io dalla parte del manico. SEMPRE.
Tu amico (sì, ora posso chiamarti amico, voglio chiamarti amico) che hai perso tutto, sei fuggito dall’odio e dalla violenza, mentre dentro morivi anche tu, senza aver nessun appiglio, se non la fuga. Tu amico che sei stato fermato in Italia su di un treno e che hai imparato a chiedere asilo politico come ultima fermata possibile. Tu che non hai studiato e che per questo ti senti inferiore a me, per questo mi rispetti, come se solo la scuola o i libri dessero il diritto di essere rispettati. Tu che ascolti e guardi in silenzio tutte le nostre conversazioni “normali”, su dove andare il weekend, sulle vacanze, i viaggi, sui regali di compleanno, come se il viaggiare come turisti fosse una pratica universale, come se il nostro quotidiano fosse quello di tutta l’umanità.
Ad ogni conversazione ho imparato a osservarti mentre ci osservavi, a chiedermi cosa stessi pensando mentre noi diamo per scontato la nostra vita, il nostro livello di benessere e lo facciamo tutti i giorni più o meno inconsapevolmente.
Ma da oggi, amico, dopo questo pezzettino di strada fatta fianco a fianco, mi sembra di esserne più consapevole, di averti visto più da vicino e di poter dire che, nonostante i litigi, ci possiamo dire amici, noi tre. Amici diseguali, amici o amiche strane, noi con questo coltello che ci ritroviamo nostro malgrado in mano, tu con le tue cicatrici profonde e che continueranno a dispetto di tutto a sanguinare.
Tu hai imparato da noi che due donne che stanno insieme non sono uno scherzo della natura, noi abbiamo imparato da te che due donne bianche e un uomo nero possono anche essere una bella famiglia.
Abbiamo tutte e tutti il diritto e dovere di imparare ad aprire le nostre menti, scardinare i chiavistelli che ci rinchiudono dentro a roccaforti di oggetti e di consumismo, che ci fanno schiavi di paure e false certezze. Soprattutto in questo periodo dove restare chiusi in casa e non vedere nessuno sembra sia l’unica possibilità, occorre il coraggio di dire no, di restare vigili e pronti ad aprire a chi bussa alla porta. Ho un adesivo in casa che ho appeso alla porta: “Se chiudi con il razzismo ti si apre un mondo”. Il bussare là fuori è sempre più forte, e ho come l’impressione che, quella porta, col nostro contributo o senza, si aprirà comunque. Anzi forse proprio cadrà a pezzi, come le frontiere che ci separano.
E allora nessuno potrà più fingere di non vedere chi c’è dall’altra parte.
Toun è arrivato qui 2 anni e mezzo fa a giugno del 2018. Era disorientato, ha bevuto un the, è uscito sul terrazzo ed è restato immobile diversi secondi che poi sono diventati due anni e mezzo a guardare gli alberi, a sentire il vento, a fumare sigarette, in quel posacenere troppo pieno. Mi ricordo che ho pensato subito che la sofferenza che portava dentro sarebbe stata l’ostacolo da combattere, non più da solo però, ma insieme.
Insieme. Insieme come abbiamo potuto, ma insieme. Insieme alla nostra prodigiosa, magica, solare rete di amici e amiche, che ci hanno sostenuto. Prima di tutto a Marco che ha traghettato Toun dal centro di accoglienza a noi e a Ivana che ha seguito tutto il percorso legale per il riconoscimento della protezione sussidiaria di Toun. Alla piccola comunità, a Ursula, Nicola, Lorenza, Andrea, agli amici della montagna e soprattutto a Rosa, amica da sempre e per sempre e a Manuele che hanno assunto Toun nella loro piccola ditta di pulizie, a tutti gli amici di Campi Aperti: a Carlo e Germana, Franco e gli altri di Fermenti Sociali, a Pier Paolo e a Lucrezia a con la quale ha lavorato nelle lunghe giornate dei mesi di marzo, aprile, maggio scorsi, senza i quali avremmo letteralmente perso pazienza e speranza. E grazie a Mcf per averci permesso con i fondi del progetto “Accoglili a casa mia” di coinvolgere queste piccole aziende contadine, in un circolo virtuoso che avremmo voluto non finisse mai… Ancora grazie a Teresa per aver captato i messaggi astrali e averci dato il contatto giusto al momento giusto per la nuova prossima casa dove Toun si appresta a trasferirsi.
E infine grazie a te Toun per ogni cosa, per averci sopportate nelle nostre sfuriate, perché:
– di notte avevi il vizio di aprire la finestra e fumarti una sigaretta guardando il fiume (e noi non sentivamo niente di poetico, ma solo la puzza di fumo);
– Toun potresti andare a prendere la legna per la stufa visto che ci sei sempre incollato (come se stare a guardare un bel fuoco non fosse una virtù);
– perché ci hai preso due uova senza dircelo? Non è perché le prendi ma almeno diccelo…
Quanto siamo state piccole, abbiamo capito di esserlo state, ma per te ci siamo sentite grandi e la casa da trilocale è diventata una reggia ( “pensa alla persone che con questo freddo dormono fuori”, ci hai detto,“come fanno?”), la nostra tavola un ristorante di tutto rispetto, il nostro caffè quello del migliore bar del centro città. E abbiamo capito, grazie a te, che oltre ad essere ricche fuori, forse potevamo permetterci il lusso di esserlo anche dentro.
Parole chiave : accoglienza, famiglia, Integrazione, Rifugiati
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L’associazione Africa e Mediterraneo è tra i 43 firmatari della “Dichiarazione di Roma”, che è stata inviata il 7 dicembre a Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea relativamente al Patto europeo per l’immigrazione e l’Asilo pubblicato dalla Commissione il 23 settembre. Il documento, elaborato collettivamente a partire da una conferenza organizzata dalla rete GREI250, contiene uno sguardo critico sul patto, in particolare sulle procedure di prima accoglienza alle frontiere dell’UE e sull’insufficiente meccanismo di solidarietà tra gli Stati nella ripartizione dei richiedenti asilo.
Il nuovo patto, che unifica e fonde, nello stesso luogo e nello stesso tempo, una procedura di ingresso e una procedura di asilo, dovrebbe prevedere modalità di ingresso dignitose, regolari e organizzate sul territorio, dell’accoglienza di queste popolazioni in Europa e dei loro diritti, invece di dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei loro ritorni o del loro respingimento.
La “Conferenza di Roma”, che si è data questo nome anche se organizzata online in quanto l’Italia “rappresenta l’insieme delle sfide connesse al fenomeno migratorio”, si è conclusa con l’elaborazione di una strategia di mobilitazione per influenzare il negoziato su questo Patto che si preannuncia lungo e complesso.
Scarica il documento “Dichiarazione di Roma” in pdf
Download the document “Rome Declaration” in pdf
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Parole chiave : Dichiarazione di Roma, GREI250, migrazione e asilo, Ursula Von der Leyen
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Accoglienza e integrazione sono tappe di un processo non facile. A ricordarlo è Papa Francesco che il giorno 10 settembre 2020 ha incontrato in Vaticano il sindaco di Lampedusa Totò Martello e i partecipanti al progetto europeo Snapshots from the Borders. Questo progetto finanziato dall’Unione Europea, che vede come ente capofila il Comune di Lampedusa e Linosa insieme a 35 partner tra cui Africa e Mediterraneo, si propone di contribuire alla creazione di una cultura nuova nei confronti dei migranti, basata sulla solidarietà e sulla responsabilità condivisa a livello nazionale ed internazionale.
A questa udienza nel Palazzo Apostolico Vaticano, a cui hanno partecipato anche i rappresentanti della nostra associazione Africa e Mediterraneo, il pontefice nel suo discorso (che si può ascoltare qui) ha illustrato la complessità dello scenario migratorio attuale, sottolineando la necessità che «le frontiere, da sempre considerate come barriere di divisione, possono invece diventare “finestre”, spazi di mutua conoscenza, di arricchimento reciproco, di comunione nella diversità; possono diventare luoghi in cui si sperimentano modelli per superare le difficoltà che i nuovi arrivi comportano per le comunità autoctone».
A questa Nel corso dell’intervento il sindaco di Lampedusa ha illustrato al Papa Francesco la campagna No more Bricks in the wall, promossa dal progetto Snapshots from the Borders, per far diventare il 3 ottobre la Giornata Europea della Memoria e dell’Accoglienza in cui si ricordano tutte le vittime delle migrazioni. «Li chiamiamo migranti, clandestini, profughi: per noi sono anzitutto esseri umani, persone», ha detto Totò Martello, invitando a essere parte di un movimento solidale e a diffondere un messaggio di umanità e solidarietà nel cuore delle istituzioni europee.
Papa Francesco conclude toccando un nodo centrale, che riguarda la comunicazione che si fa del fenomeno migratorio. «È fondamentale», afferma, «mettere al centro le persone, i volti, le storie». Da qui l’importanza «di progetti, come quello da voi promosso, che cercano di proporre approcci diversi, ispirati dalla cultura dell’incontro, che costituisce il cammino verso un nuovo umanesimo».
Al termine dell’incontro il sindaco Martello ha donato a Papa Francesco una Croce realizzata da un artigiano lampedusano con il legno delle imbarcazioni dei migranti, ed una maglietta con la scritta “Io sono pescatore”, hashtag lanciato dallo stesso Martello per ricordare che per la gente di mare non esistono barriere, e chi è in difficoltà va aiutato.
Parole chiave : 3 ottobre, No more Bricks in the wall, Papa Francesco, Snapshots from the Borders
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La didattica a distanza (DAD) ha fatto emergere le differenze, più che costruire inclusione. A sottolinearlo è il Sottosegretario dell’Istruzione Giuseppe De Cristofaro nel recente documento E’ la lingua che ci fa uguali. Note per ripartire senza dimenticare gli alunni stranieri, diffuso dall’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e l’intercultura. Il 33,8% delle famiglie in Italia non è in possesso di un tablet o un pc (Istat 2019). Inoltre il 57% dei minori deve condividere gli strumenti informatici con i familiari, e il 41,9% vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo. L’emergenza Covid-19 ha reso sempre più evidenti le diseguaglianze nell’ambito dell’istruzione: molti alunni stranieri nati in Italia, che costituiscono il 10% della popolazione scolastica complessiva secondo il comunicato stampa del Centro Studi e Ricerche IDOS, sono stati penalizzati dal lockdown e dalla chiusura delle scuole.
Alla povertà economica delle famiglie di origine immigrata si accompagna una povertà educativa per mancanza di dispositivi digitali e di una connessione internet adeguata, inoltre le basse competenze linguistiche dei genitori non agevolano il supporto didattico dei figli. Gli alunni stranieri devono affrontare anche il problema della lingua italiana: la scuola è il luogo privilegiato in cui l’esposizione alla seconda lingua è intensa, continuativa e quotidiana, ma se questo percorso è interrotto, si bloccano anche le possibilità di apprendimento, rischiando di regredire in un tempo “senza lingua”, come esplicita Giuseppe De Cristofaro. Per questo motivo, a fronte anche di una riapertura delle scuole a settembre, occorre intervenire con misure compensative a partire dai mesi estivi, promuovendo progetti, laboratori e attività extrascolastiche per agevolare gli alunni stranieri nell’apprendimento linguistico, scolastico e digitale.
La pandemia ha messo in evidenza le debolezze di un sistema scolastico ancora sprovvisto di tutte le risorse organizzative e professionali necessarie. Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, attribuisce la responsabilità alla lentezza politica e istituzionale italiana, che ostacola l’integrazione e l’inclusione sociale e culturale.
Occorre, dunque, superare l’illusione di una strategia didattica standardizzata, e quindi l’idea di una “normalità” basata sull’omogeneità di chi apprende, e privilegiare invece una visione di didattica come realtà caratterizzata da un’ampia pluralità di bisogni e necessità individuali. La didattica inclusiva dovrebbe essere intesa come una trasformazione dell’ambiente educativo, che coinvolge e favorisce l’intera comunità scolastica, valorizzando le diversità culturali.
Parole chiave : Centro Studi Idos, COVID-19, Didattica a distanza, didattica inclusiva, Educazione, Lingua italiana, scuola
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Mentre si sta ancora cercando un accordo sulla regolarizzazione ed emersione dei cittadini stranieri lavoratori in Italia, insieme ad altre organizzazioni e professionisti del settore immigrazione e asilo abbiamo sottoscritto un documento congiunto con una presa di posizione sul tema.
250 persone, rappresentanti della diaspora migrante, ricercatrici/ori dell’immigrazione, giornaliste/i, imprenditrici/ori, esperte/i del diritto del lavoro e dell’immigrazione, membri del sindacato, dell’Università, del mondo cooperativo si sono riunite nel Gruppo di Riflessione su Regolarizzazione e Inclusione (GREI-2.5.0). Siamo di fronte a un’emergenza dalla triplice dimensione: sanitaria, sociale ed economica. Ad esempio, numerosi medici dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e italiani confermano di ricevere giornalmente domande di aiuto da parte di cittadini irregolari che hanno timore a recarsi in ospedale, a meno che non siano costretti a rivolgersi al pronto soccorso.
La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità – si afferma nel Position Paper del GREI-2.5.0 – e non può essere limitata alle categorie dell’agricoltura e del lavoro domestico, ma anche ad altri settori come l’artigianato e la logistica, che è irragionevole escludere dal processo di emersione. La regolarizzazione non può essere effettuata sulla base di un permesso di pochi mesi, mentre è necessario che anche gli stranieri lavoratori in possesso di un titolo di soggiorno regolare (ad es. per richiesta d’asilo o ricorso) possano ottenere un permesso di soggiorno per lavoro, accedendo al provvedimento di regolarizzazione.
Il documento propone i termini giuridici che dovrebbero essere applicati, aderendo sostanzialmente alla proposta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Nell’arco di poche ore, il testo ha raccolto moltissime adesioni di una parte sostanziale della società civile impegnata sul fronte dell’immigrazione.
Leggi il Position Paper completo con firma degli aderenti qui
Leggi il Comunicato Stampa completo qui
Parole chiave : ASGI, GREI-2.5.0, Lavoro
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30 marzo 2020
Diaspora, affetti, fake news e Coronavirus
un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo
Già in tempi normali, se mi avessero chiesto di immaginare la mia vita senza i mezzi di comunicazione come Skype, Messenger e Whatsapp, non sarei stata capace di farlo.
Proviamo ad immaginarci adesso il lockdown per il coronavirus senza i social! Quando l’epidemia è iniziata in Italia, la diaspora africana ha ricevuto messaggi e telefonate di persone che non si facevano vive da secoli (africane e non), preoccupate per noi. Ogni mattina e ogni sera arrivano messaggi che chiedono come è andata la giornata, danno consigli su quali cibi è meglio comperare per le scorte e raccomandano di rimanere chiusi in casa. L’immediatezza, l’accessibilità e la rapidità delle comunicazioni sono rese possibili dai social. Sono arrivati sia consigli generici su come lavarsi le mani, con che cosa e quante volte, e sull’uso dei dispositivi individuali di sicurezza.

Ma anche ricette fai da te per evitare la malattia, come bere infusi come zenzero e limone, il tè, inalazioni di acqua calda con foglie dell’albero di nime… e preghiere da fare in comune o individualmente, come mi è successo qualche giorno fa.
Io vivo in Italia, ho una sorella in Germania e il resto della famiglia in Senegal. Ci siamo messi d’accordo su giorno e ora, e abbiamo scelto un rosario per pregare per noi stessi e tutta l’umanità, ci siamo dati il via su Whatsapp e abbiamo iniziato a pregare. A fine rosario, ci siamo dati un segnale, sempre su Whatsapp, e poi abbiamo detto i gnane, le preghiere dirette a Dio.
La velocità di trasmissione delle notizie è sempre sorprendente. Venerdì sera mia sorella mi ha mandato un messaggio Whatsapp chiedendomi “Siete a mille?????”, con l’apposito emoticon inorridito. Ho risposto “Non lo so ancora”. Ed era vero, perché solo allora ho acceso la televisione per assicurarmene. C’era il Papa a pregare in piazza San Pietro, vuota e sotto la pioggia: ho dovuto leggere i sottopancia che scorrevano per poter dare una conferma sui morti delle ultime 24 ore. Mi si è stretto il cuore quando mi ha passato mia nipote di sette anni, che mi ha detto: “Lave toi les mains et ne sors pas, parce que le co-ro-na-vi-rus (pronunciato lentamente ma bene) n’est pas bon.”
Da qualche settimana, con il virus Covid-19 che sta facendo il giro del mondo, il moto dell’onda di inquietudine tra Europa e Africa capovolge continuamente la sua direzione. Le famiglie in Africa sono preoccupate e subito, ecco, che sono le diaspore che, a loro volta, sono attaccate ai loro telefonini, angosciati per i loro famigliari in Africa. Una nevrosi di scambi di messaggi, che evidenziano il livello di reciproca ansia e apprensione.
Purtroppo in rete girano anche tante fake news, che, a loro volta sono smentite da altre news o contro-news. C’è n’è una che gira molto in tutti i Paesi africani in francese, inglese o nelle lingue locali, che mette in guardia gli Africani dall’accettare qualunque tipo di vaccino dall’Occidente.
L’angoscia della nostra impotenza, rivelataci da questo virus, spinge qualcuno a far circolare in rete dei proverbi, nell’intento di far riflettere, come, per esempio: “La morte è un abito che ogni essere umano porterà”. A questo signore mi sono sentita di rispondere con un altro proverbio: “Qualunque sia la durata della notte, il giorno arriva sempre.”
Meno male che l’essere umano è a volte resiliente e anche un po’ incosciente. Quell’incoscienza che porta un granello di leggerezza: circolano video (non solo in Africa) che ringraziano il “confinement”, la quarantena, perché i mariti ritornano a casa in un orario decente e giocano con i figli.
Altri video fanno capire quanto mantenere la distanza di sicurezza sia difficile in un continente dove si vive in molti in case piccole, dove si mangia tutti intorno allo stesso piatto; un video mostra persone che, con cucchiai lunghissimi, si servono da un piatto messo al centro della stanza; un altro video chiede a alcuni genitori, che evidentemente amano inventare nomi originali, di non chiamare le figlie nate quest’anno Coronatou…
Ogni sorriso che ci strappano nasconde in realtà tutta la paura che proviamo in questo momento di totale vulnerabilità.
Parole chiave : Coronavirus, COVID-19, Diaspora africana
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Il 25 abbiamo presentato nella sede della Città metropolitana di Bologna il Dossier statistico immigrazione IDOS/Confronti, il rapporto socio-statistico che ogni anno presenta e analizza il panorama migratorio europeo, italiano e regionale. Da anni Africa e Mediterraneo è focal point regionale del Dossier, che in contemporanea è stato presentato a Roma e in tutte le regioni e provincie autonome, contribuiamo alla sua diffusione, e anche alla redazione del capitolo regionale.
Dopo i saluti di Mariaraffaella Ferri, Consigliera delegata allo Sviluppo sociale della Città metropolitana di Bologna; Marco Lombardo, Assessore Lavoro, Relazioni europee e internazionali del Comune di Bologna, e Guido Armellini, della Chiesa metodista di Bologna e Modena, sono stati esposti i dati sulla migrazione in Emilia Romagna e a Bologna.
Valerio Vanelli dell’Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio ha presentato un resoconto sulle dinamiche demografiche in Emilia Romagna, dove i residenti stranieri al 31 dicembre 2018 erano 551.222, pari al 12,3% della popolazione complessiva con un incremento di 11.563 unità (+2,2%) rispetto al 2017. Le province con maggiore presenza percentuale di stranieri sono: Piacenza (14,7%), Parma (14,2%), Modena (13,2%) e Reggio Emilia (12,3%). Le nazionalità più rappresentate sono: Romania (17,2%), Marocco (11,2%), Albania (10,6%), Ucraina (6,0%), Cina (5,5%), Moldova (5,1%) e Pakistan (4,1%). I bambini nati da almeno un genitore straniero sono il 24,3% del totale, segno di una presenza stabile e strutturale, come i permessi di soggiorno di lungo periodo (oltre 5 anni di residenza) che sono il 66,7% del totale.
Andrea Stuppini, membro della redazione del Dossier, ha fatto il punto sul tema “immigrati e mercato del lavoro in Emilia Romagna”. Nella nostra regione gli occupati stranieri sono 251.462, pari al 12,5% del totale. In calo di 4.500 unità rispetto al 2017. Il 5,3% è occupato nell’agricoltura, il 32,4% nell’industria e il 62,4% nel terziario. Le retribuzioni rilevate dall’ISTAT in Emilia-Romagna corrispondono a 1.441 euro netti mensili per gli italiani e 1.097 euro per gli stranieri. Lo scarto del 23,9% dipende dalle diverse mansioni svolte e dalla minore anzianità. Le imprese con titolare straniero sono 53.046 pari all’11,7% del totale (+2,8%) rispetto al 2017. Le rimesse degli immigrati in Emilia-Romagna sono pari a 572 milioni di euro. Importanti anche le ricadute fiscali: il gettito dei duecentocinquantamila lavoratori stranieri ammonta a 1,3 miliardi di euro. I contributi previdenziali versati a 1,4 miliardi di euro.
Infine, un focus sul territorio metropolitano di Bologna è stato offerto da Angelo Stanghellini, direttore di ASP Città di Bologna. Nel territorio al 30/06/2019 i beneficiari del progetto SPRAR/Siproimi sono 1179 di cui 37 donne singole 586 uomini singoli, 3 transgender, 63 nuclei monoparentali, 245 nuclei familiari, 51 vulnerabili, 194 MSNA. Nell’area della Città Metropolitana di Bologna sono attualmente disponibili un totale di 2.090 posti suddivisi nei diversi distretti: 919 posti nel distretto Bologna città, 340 nel distretto Pianura Est, 172 nel distretto Reno – Lavino – Samoggia, 119 nel distretto Pianura Ovest, 166 nel distretto San Lazzato di Savena, 183 nel distretto Appennino Bolognese, 191 nel distretto Imola.
Nel volume presentato, si possono trovare tanti preziosi dati nazionali e regionali, nonché approfondite analisi tematiche.
Per info: https://www.dossierimmigrazione.it/
Parole chiave : Centro Studi Idos, Dossier statistico immigrazione
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14 ottobre 2019
#iosonopescatore, a Lampedusa la legge dell’umanità
Era la notte del 3 ottobre di sei anni fa, di giovedì, quando 368 persone per lo più eritree e somale morirono a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa. Una tragedia divampata nel giro di pochi secondi che ha costretto il mondo a prendere coscienza della drammaticità di un fenomeno migratorio che le sponde dell’isola conoscevano già da anni. Il barcone ospitava oltre 500 persone: 155 di queste furono salvate, ma almeno 368 morirono tra le fiamme propagate da una coperta incendiata per segnalare la propria posizione o annegate in mezzo al Mediterraneo, di fronte al porto di Lampedusa.
I primi a intervenire sul posto furono degli isolani, tra cui Vito Fiorino, Domenico Colapinto e Costantino Baratta, allertati dal vuciare dei gabbiani. «Non c’era tempo da perdere, mentre i miei amici chiamavano la Guardia Costiera, io lanciavo salvagenti, un altro si è tuffato, le mani e le braccia intrise di nafta che cercavano di aggrapparsi alle nostre», racconta Vito. «Ragazzi che urlavano, braccia alzate, volti che supplicavano aiuto, chi si aggrappava a una bottiglia o a qualsiasi pezzo di legno galleggiante. Li ho presi dalla cintura come se fossero sacchi di patate. Erano sconvolti e alcuni si vergognavano perché erano nudi. Domenico Colapinto e i suoi fratelli continuavano senza sosta a tirar su i corpi», aggiunge Costantino che con Vito non si era mai incrociato prima di allora.
A distanza di sei anni, grazie alla perseveranza di Vito e alla collaborazione del Comune di Lampedusa e Linosa – capofila del progetto Snapshots from the Borders –, finalmente i nomi di quelle persone sono stati impressi su una scultura posta in una piazza di Lampedusa. Alle 3:30 del 3 ottobre di quest’anno, per restituire la dignità della memoria a chi non è sopravvissuto, è stato inaugurato il memoriale, assieme al murales dipinto da Neve con la riproduzione della corona lanciata in mare da papa Francesco nel 2013 a ricordo dei morti nelle traversate. Al suo fianco, commossi, alcuni dei sopravvissuti che ogni anno dopo quella terribile notte tornano a Lampedusa da Vito, Costantino e Domenico per riabbracciarsi e ricordare i loro fratelli morti in modo così tragico. Una cerimonia semplice, essenziale nel buio della notte: qualche minuto dopo l’inizio, il silenzio è stato interrotto dal frusciare dell’alta palma della piazza, scossa da un forte vento improvvisamente arrivato dal mare.
Alle otto del mattino si sono dati appuntamento sulla piazza di Lampedusa, che è la finestra d’Europa – come ha sostenuto il sindaco Martello –, centinaia di studenti di tutta Italia ed Europa coinvolti dal Comitato 3 ottobre e dal Comune di Lampedusa e Linosa in collaborazione con il MIUR in un percorso di sensibilizzazione sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza. La marcia verso la Porta d’Europa, sotto lo slogan “Siamo sulla stessa barca”, ha visto protagonisti gli studenti, i sopravvissuti, i testimoni della strage, gli isolani e le associazioni coinvolte nei percorsi di accoglienza e integrazione.
Nello stesso giorno, nelle capitali dei 28 Paesi d’Europa i partner di Snapshots from the Borders realizzavano eventi dedicati alla migrazione, tra cui l’inaugurazione di una riproduzione della Porta d’Europa simbolo di Lampedusa sotto la porta di Brandeburgo a Berlino.
Africa e Mediterraneo, al fianco del Comune di Lampedusa e Linosa, ha sfilato con la maglia simbolo di questo 3 ottobre: #Iosonopescatore. Uno slogan lanciato dal sindaco Martello e diffuso dal progetto per rivendicare la legge del mare, che è poi la legge dell’umanità, contro qualsiasi forma di disumanità e contro chi vorrebbe impedire i soccorsi in mare. Perché la vita è una priorità e perché i pescatori salvano vite, la politica arriva dopo.
Parole chiave : #iosonopescatore, 3 ottobre, Costantino Baratta, Domenico Colapinto, Lampedusa, Snapshots from the Borders, Vito Fiorino
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Si chiama Tracce Migranti. Nuovi paesaggi umani il libro collettivo curato da Maurizio Masotti, che raccoglie testi e fotografie sui movimenti migratori a partire dal 1998 nella provincia di Ravenna, ma anche sui passaggi di migliaia di persone attorno a Ventimiglia verso la Francia, e gli accampamenti dei lavoratori stranieri in Calabria. I testi sono di Carla Babini, Francesco Bernabini, Marina Mannucci, Maurizio Masotti e Paolo Montanari, mentre le fotografie sono del fotografo ravennate Luca Gambi e del reporter Luciano Nadalini, fotografo della cronaca bolognese e di complesse situazioni sociali in Palestina, nei Balcani, nei Paesi Baschi (Spagna), in Medio Oriente, in Africa, in Centro America.
Si inaugurerà una mostra fotografica di questo progetto mercoledì 15 maggio 2019 alle 18.30 al Palazzo Rasponi (via D’Azeglio 2) a Ravenna all’interno del Festival delle Culture, e sarà possibile visitarla fino al 26 maggio. Un appuntamento di confronto sul tema dell’immigrazione, attraverso una selezione delle immagini che si trovano nel volume, e che raccontano modelli di integrazione e inclusione sociale sulla base di esperienze e testimonianze.
Ad esempio, Marina Mannucci testimonia un’interessante esperienza didattica che ha coinvolto un gruppo di bambine e bambini rom al Centro Quake di Ravenna, e che l’ha portata a una riflessione sul ruolo della scuola nell’integrazione delle famiglie immigrate e sulla necessità di ripensare la pratica didattica in nome del pluralismo interculturale. Luca Gambi, invece, riporta alcune fotografie scattate tra giugno e luglio 2018 in un luogo emblematico come la baraccopoli di San Ferdinando (Calabria), dove viveva Soumaila Sacko, il giovane sindacalista del Mali ucciso il 2 giugno. Una sezione iniziale del libro presenta invece le foto di alcuni bambini scattate da Luciano Nadalini alla scuola elementare Iqbal Masih a Lido Adriano. Queste foto fanno parte di un suo progetto del 2000 intitolato Ravenna – immigrazione: un mondo a parte?, che esplora i luoghi di vita, di studio, di lavoro e cultura delle varie comunità immigrate nella provincia romagnola.
Tracce migranti è, quindi, un tentativo di analizzare i profondi mutamenti avvenuti negli anni nella società, con particolare riferimento alla scuola e al mondo del lavoro, e con uno sguardo alle nuove generazioni che aspettano di essere inserite pienamente nel tessuto sociale del nostro Paese, in un contesto politico spesso ostile.
Libro e fotografie saranno protagonisti dello spazio espositivo Pr2 al Palazzo Rasponi, e i proventi della vendita del libro andranno a sostenere sia UNHCR sia l’Onlus ravennate che opera in Senegal Amici di Lourène.
Parole chiave : Festival delle Culture, fotografia, Immigrazione, Luca Gambi, Luciano Nadalini, Paesaggi umani, Ravenna
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«Signori, membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. […] A livello dei problemi abbiamo: la guerra, la malattia, il cibo etc.; quanto ai diritti dei bambini in Africa, e soprattutto in Guinea, abbiamo molte scuole con una grande mancanza di istruzione […]».
Alla fine del luglio del 1999 due adolescenti africani della Guinea, partirono alla volta di Bruxelles, imbarcandosi clandestinamente nel vano carrello di un aereo per raggiungere l’Europa. Volevano chiedere ai «Signori d’Europa» una scuola e la possibilità di «lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa». Sono stati ritrovati morti assiderati all’aeroporto di Bruxelles. Prima di partire avevano scritto una lettera a nome di tutti i bambini del Sud del mondo, che si vedono negati i diritti fondamentali. Questa lettera, e la tragica vicenda dei due ragazzi che la scrissero, colpì moltissimo l’opinione pubblica, sia come grave atto di accusa per il Nord del mondo, ma anche come simbolo delle iniziative e speranze dei giovani del Sud bloccati dalle disuguaglianze. La loro storia, ad esempio, ha ispirato il fumetto L’Ile aux oiseaux del disegnatore congolese Hissa Nsoli e dello sceneggiatore Patrick De Meersman, edito da Lai-momo/Africa e Mediterraneo nel 2005.
Migliaia di ragazze e ragazzi si sono riconosciuti nel movimento Fatti sentire, nato dal film Il sole dentro (2012) e promosso dall’Alveare Cinema, la casa di produzione cinematografica che ha riportato alla luce la storia di Yaguine e Fodè.
A distanza di vent’anni, lo scrittore Marco Sonseri e l’illustratore Rosario Riginella pubblicano il libro Yaguine e Fodè, Storia di una speranza (Buk Buk Editore, 2018) con una prefazione di Alex Zanotelli, il quale scrive che oggi si è arrivati al trionfo della «globalizzazione dell’indifferenza». Per reagire a questa indifferenza è necessario, quindi, riportare alla memoria storie realmente accadute, come quella di Yaguine e Fodè. Dentro il racconto dei due ragazzi c’è anche la forza di non arrendersi a un presente difficile e la fiducia piena nelle persone, nei genitori, nella maestra, nei libri, nelle istituzioni: c’è speranza e c’è spazio per il sogno. Come il sogno di Yaguine, nel libro di Sonseri e Riginella, che una notte sentì la madre Africa dire:
«Ricordati che la Terra è dei sognatori, Yaguine. Nei loro occhi non c’è il superfluo. Vedono le cose per ciò che dovrebbero essere. Senti i tamburi, sentili bene. È il cuore del mondo che batte».
È una storia potente, dove parole poetiche e colori caldi si mescolano per offrire una visione positiva dell’Africa, che non dimentica i drammi umani e pensa alle possibilità di un mondo migliore. Lo sguardo puro e autentico di Yaguine e Fodè, uniti da una profonda amicizia, è scevro da ogni ideologia politica, e vuole soltanto trovare gli strumenti utili per cambiare la realtà. È un libro che a tratti ricorda il capolavoro de Il piccolo principe dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry perché affronta gli stessi temi come il senso della vita, dell’amore e dell’amicizia dal punto di vista di un bambino, che è uno sguardo, appunto, semplice e disarmante, eppure in grado di interrogarsi su valori essenziali eppure «invisibili agli occhi».


















