27 gennaio 2021

Ghana. Intervista al giornalista Anas Aremeyaw Anas

di Rossana Mamberto

Giornalista investigativo pluripremiato, Anas collabora con le principali testate internazionali tra cui BBC e Al Jazeera ed è stato citato dallo stesso Barack Obama come uno come uno dei giornalisti più coraggiosi del mondo contemporaneo.
L’intervista è stata realizzata ad Accra a fine dicembre, dove Rossana Mamberto, giornalista di Controradio e collaboratrice di Africa e Mediterraneo, è riuscita a incontrarlo in un’abitazione privata. Anche in quell’occasione Anas è arrivato sotto scorta e con il volto nascosto dalla caratteristica maschera di perline, divenuta un simbolo in tutto mondo africano.
Nessuno ha mai visto pubblicamente il suo viso.
Le sue inchieste, realizzate in vari Paesi del mondo, hanno portato in tribunale centinaia di persone, ma sono anche purtroppo costate la vita a uno dei suoi più stretti collaboratori.
Anas Aremeyaw rischia la vita ogni giorno.

L’audio integrale dell’intervista è andato in onda sull’emittente toscana Controradio il 30 dicembre scorso ed è riascoltabile qui: https://www.controradio.it/podcast/lintervista-esclusiva-ad-anes-aremeyaw/.

Un ringraziamento particolare va a Maria Luisa Troncoso, senza la quale l’incontro con Anas non sarebbe stato possibile.

Accra: Anas Aremeyaw Anas e Rossana Mamberto durante l’intervista

Sei famoso in tutto il mondo per le tue inchieste, vuoi raccontare ai nostri ascoltatori chi è Anas Aremeyaw?
Sono un giornalista d’inchiesta, ho lavorato per la BBC, Al Jazeera, ed altre testate internazionali, sono anche avvocato. Il mio giornalismo non è convenzionale, io uso una camera nascosta e individuo i responsabili delle azioni illegali su cui indago, poi faccio aprire delle inchieste giudiziarie sui colpevoli. Il mio giornalismo non è convenzionale ma è un giornalismo della gente, basato su ciò che accade all’interno della società. Sono dunque un prodotto della società e faccio quello che la mia gente pensa sia giusto.

Qual è stato il tuo ultimo lavoro?
Ho svolto numerose indagini sotto copertura, mi sono fatto mettere in prigione o ricoverare come paziente in un ospedale psichiatrico. Sempre sotto copertura ho anche svolto delle indagini per aiutare bambini vittime dei trafficanti, mi sono anche mascherato, come avvocato, come professore, e anche come donna. Il mio ultimo lavoro è stato in Malawi, dove ho investigato sul fatto che molta gente veniva uccisa e fatta a pezzi per compiere rituali e produrre amuleti.
[Questa indagine, condotta per la BBC, ha dato vita al documentario Malawi’s Human Harvest https://www.youtube.com/watch?v=lgbQLLcXiUo&ab_channel=DariusBazargan N.d.R.]
Ho sviluppato questa storia insieme a una indagine sul calcio che la gente chiama “Il n.12” e la BBC ha intitolato Betraying the game [il gioco tradito] https://www.youtube.com/watch?v=-eoFI-u3m88. Questa storia riguarda il calcio, la corruzione degli arbitrii e tutta la macchina che ci sta dietro. La storia è andata oltre il calcio ghanese, ha riguardato anche la Confederazione del Calcio Africano e la Fifa, con ripercussioni sulla Coppa del Mondo. L’indagine ha portato alla rimozione di un membro della Coppa del Mondo e anche di un membro dell’esecutivo della Fifa, assieme a più di 100 persone tra arbitri e dirigenza del calcio africano.

[Insieme a una squadra di giornalisti locali, Anas si è finto un facoltoso uomo d’affari. Il suo obiettivo era quello di smascherare trafficanti e guaritori tradizionali che utilizzavano il sangue e alcune parti del corpo di bambini per creare amuleti, venduti in cambio di prosperità e salute. La situazione per il team investigativo degenerò quando un gruppo di persone del villaggio li accusò di essere loro stessi trafficanti e di voler assassinare la gente del posto. Anas e i suoi collaboratori furono attaccati dalla folla ed il reporter venne colpito da un sasso e da una coltellata fino a che non riuscirono a dimostrare la loro vera identità. N.d.R.]

Accra, quartiere Nima: due murales raffiguranti Anas Aremeyaw Anas; in quello di sinistra è anche ricordato il suo collaboratore Ahmed Hussein-Suale ucciso il 16 gennaio 2019, con la scritta “RIP Ahmed”

Lavori su temi molto forti esponendoti sempre in prima persona. C’è un’inchiesta tra quelle che hai condotto che ti ha particolarmente toccato?

Sono stato più toccato da una indagine sui diritti umani dove ho lavorato sotto copertura in una prigione: la gente innocente che rimane in prigione perché non può pagare un avvocato sono solo una piccola parte di quello che ho visto. Un’altra indagine che ho svolto è stata nell’ospedale psichiatrico dove mi sono finto paziente e sono stato sottoposto a tutto quello che quotidianamente subiscono i pazienti dell’ospedale. L’eccessiva somministrazione di farmaci, i cartelli della droga che seguono le persone fino dentro l’ospedale psichiatrico offrendo loro droga e rendendole dipendenti: queste sono storie che mi hanno molto colpito. Ma anche l’indagine del calcio, che ha portato all’uccisione del mio collaboratore Ahmed Hussein-Suale, colpito da due proiettili nel collo e uno nel petto.

Sei molto popolare in Ghana, dove è possibile un po’ ovunque vedere graffiti che ti rappresentano e richiamano alle tue indagini. Nel quartiere di Nima ho visto la tua immagine dipinta un muro accompagnata dalla scritta “sii l’Anas nella tua comunità”. Come è possibile secondo te essere Anas all’interno della propria comunità?
Io penso che non dipenda da una singola persona, ma dalla collettività. Anas rappresentata un obiettivo comune, quello di mantenere una società sana. Se le persone decidono di denunciare come io denuncio, se le persone mi prendono ad esempio, forse non riusciremo a sradicare la corruzione, ma la società potrà essere meglio di ora. Sono stati anni di lavoro, che hanno guidato il modo di pensare della gente e di reagire di fronte a determinate questioni che colpiscono la società, come la corruzione. Per questo si possono vedere film, graffiti, cartoni animati, che si rifanno alle indagini di Anas, ma non è una questione individuale, sono principi che io difendo con il lavoro che faccio.

Come riesci proteggere il tuo anonimato e allo stesso tempo essere così popolare?
Penso che il giornalismo sia un’arte. Proteggere il proprio anonimato non vuole dire che non vuoi essere conosciuto. Nel passato la gente usava pseudonimi che potevano diventare anche molto popolari. L’anonimato protegge, ma è l’impatto del lavoro, la sua costanza e l’effetto sulla società che ti rendono importante e popolare.

Puoi dirci qualcosa sulla maschera che porti davanti al viso? Raccontaci la sua storia
Considerando le minacce che ricevo per le inchieste su cui lavoro, la domanda che mi sono fatto è: “Come posso proteggere me stesso per potere raccontare una nuova storia domani? Cosa posso usare per coprire la mia faccia, e che sia sinonimo del continente africano?” E anche: “che materiale posso usare che non si possa usare solo in Ghana ma anche in Kenya, o in Nigeria?”.
Ecco perché ho scelto una maschera di perline, un materiale che si può trovare ovunque in Africa e che mi garantisce anche l’anonimato.

Come scegli i soggetti per le tue inchieste, come selezioni i casi che decidi di seguire?
La scelta del caso emerge direttamente dalla società. Abbiamo un gruppo di lavoro in cui vengono discussi i fatti che accadono nel continente africano. Più la gente parla di un fatto più questo diventa rilevante. Ma vorrei chiarire prima una cosa: quando definisco il mio giornalismo come un giornalismo di denuncia e di condanna, voglio dire che in Paesi occidentali come Inghilterra, Usa e anche Italia, il lavoro del giornalista rimane a livello di denuncia di un fatto. Poi ci si aspetta che le istituzioni giudiziarie prendano in carico il caso per un’eventuale condanna. Quando dico che sono il prodotto della mia società, voglio dire che quello che funziona nella vostra società non funziona nella mia. Le nostre istituzioni non sono molto sviluppate, non hanno la capacità di giudicare e condannare casi che vengono denunciati. Quindi, dopo che la mia storia è pubblicata, dopo che ho raccolto tutte le prove con la mia camera nascosta, le fornisco alle istituzioni. Offro loro i miei video e le mie foto, le persone vengono arrestate io testimonio direttamente nella Corte di Giustizia per garantirne la condanna. Non ha senso fare giornalismo e poi vivere insieme ai delinquenti. È molto pericoloso. Quindi testimonio per la loro colpevolezza. Questo crea molti problemi, vuol dire che le persone ti cercano per ucciderti ogni giorno, ma funziona.
Basta vedere la mia indagine sul traffico sessuale da parte della mafia cinese, dove alcune persone saranno in prigione per 45 anni, oppure la storia dell’uomo che rapiva ragazzine anche di solo tre anni che è stato condannato a 15 anni, o anche la storia del contrabbando del cacao, dove persone sono state condannate a 16 anni di prigione.
Sto parlando di un tipo di giornalismo che funziona nella mia società e che non funziona necessariamente nei paesi occidentali, un giornalismo definito per la mia società e non per qualcuno che vive in Colombia o altrove. Non sono un sostenitore del giornalismo sulla carta, come tutti lo intendono, ma pratico quello che la mia gente chiama giornalismo.

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26 aprile 2016

Un incontro su inclusione dei migranti e diritti umani a Bologna

Amitie code

Il Comune di Bologna-Ufficio Cooperazione e Diritti Umani, in collaborazione con la Società Cooperativa Lai-momo organizza un incontro di confronto sull’applicazione dell’approccio basato sui diritti umani nell’ambito dell’inclusione e dell’accoglienza dei migranti. L’incontro è promosso nel quadro del progetto AMITIE CODE, progetto di educazione allo sviluppo e ai diritti umani, cofinanziato dalla Commissione Europea, che coinvolge 14 partner da 6 paesi europei, coordinato dal Comune di Bologna.

L’incontro è aperto a tutti e rivolto principalmente alle associazioni di migranti ed ai soggetti (associazioni, cooperative, sindacati ed enti pubblici) che si occupano di accoglienza, inclusione e contrasto alle discriminazioni. Obiettivo finale della giornata sarà di condividere i contenuti dei due corsi di formazione rivolti rispettivamente a insegnanti ed enti locali, previsti dal progetto, e di raccogliere in merito le osservazioni e i contributi dei partecipanti.

Il programma prevede gli interventi di vari attori locali, permettendo di avvicinare i partecipanti al tema dei diritti umani in Italia e del loro intreccio con i temi delle migrazioni, ai servizi e progetti di accoglienza rivolti ai migranti sul territorio e ai progetti di formazione sui diritti umani rivolti alla pubblica amministrazione e agli insegnanti. I partecipanti saranno poi divisi in quattro tavoli tematici al fine di approfondire alcuni aspetti attraverso il metodo del world café.

L’incontro si terrà sabato 7 maggio dalle 15 alle 17 presso il Centro Interculturale Massimo Zonarelli a Bologna. Il programma dell’incontro è disponibile qui.

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22 novembre 2012

“Per scelta, non per caso. Pianificazione familiare, diritti umani e sviluppo” – Il rapporto di UNFPA

Il 14 novembre, presso la Sala Stampa Estera in Roma, AIDOS (Associazione Italiana donne per lo sviluppo) e UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), hanno presentato il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2012: “Per scelta, non per caso. Pianificazione familiare, diritti umani e sviluppo”.

Il rapporto si concentra sul diritto di ogni coppia alla pianificazione familiare esortando tutti i Governi che ancora stentano a garantirla a promuovere, entro il 2015, l’accesso universale a metodi affidabili di pianificazione familiare e ai servizi di salute riproduttiva.

Alla base vi è la priorità di difendere il diritto fondamentale dell’individuo di poter scegliere responsabilmente il numero dei figli da avere e quando averli, esercitando così i propri diritti riproduttivi.

Come specificato nel rapporto, la tutela della salute sessuale e riproduttiva richiede, però, la messa in campo di una serie di servizi integrati: l’assistenza sanitaria (assistenza pre-natale, durante il parto e post-natale); prevenzione e cure adeguate per l’infertilità; la possibilità di praticare l’aborto in modo sicuro; trattamento delle infezioni dell’apparato riproduttivo; prevenzione e cura delle infezioni a trasmissione sessuale e dell’HIV/AIDS; educazione alla sessualità e la salute riproduttiva; prevenzione in materia di violenza contro le donne e assistenza alle vittime di violenza nonché azioni volte alla prevenzione di alcune pratiche lesive del corpo femminile come le mutilazioni dei genitali.

Nei Paesi in via di sviluppo la pianificazione familiare è un diritto ancora da tutelare e l’obiettivo del rapporto risiede proprio nel fornire risposte esaustive relative a questa materia, con l’auspicio che ogni Governo si doti di strutture adeguate che ne garantiscano il rispetto e il monitoraggio.

Sul piano internazionale, anche l’agenda post- MDGs ha focalizzato la sua attenzione sulla necessità di investire nella pianificazione familiare, ponendola come fondamento per la tutela di altri diritti ad essa connessi.

Le traduzioni italiane dei rapporti di UNFPA sono pubblicate da AIDOS, puoi scaricare la versione italiana dei rapporti nella sezione “pubblicazioni” – “rapporti UNFPA”

Per un approfondimento sull’argomento vedi anche www.mdgscreens.eu nella sezione dedicata all’obiettivo del millennio n.5 “Migliorare la salute materna” o scarica la pubblicazione del progetto Screens nella sezione download del sito.

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20 settembre 2012

I musei africani protagonisti nella 3a conferenza su Musei e diritti umani

Il prossimo 9 e 10 ottobre l’International Slavery Museum, inaugurato cinque anni fa a Liverpool, in Gran Bretagna, ospiterà la terza conferenza organizzata dalla Federazione internazionale Diritti umani e musei.

Questa conferenza vuole discutere i progressi fatti dalle diverse istituzioni museali nell’ambito della difesa e promozione dei diritti umani. È sempre più diffusa, infatti, l’idea che i musei possano ricoprire un ruolo attivo nel sostegno dei diritti fondamentali.

Con il patrocinio dell’UNESCO, questo convegno vuole quindi affrontare argomenti quali: la schiavitù, la lotta contro le discriminazioni e le disegualianze di genere ed etniche, tradizione, religione e memoria.

Come parte della conferenza vi sarà anche la possibilità di partecipare al workshop Anniversary — an act of memory sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Diretto da Monica Ross, questa serie di performances in 60 atti, vedrà svolgersi il suo 46esimo atto proprio alla fine delle due giornate di discussione quando una recitazione collettiva porrà l’accento sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. L’adesione a questo laboratorio è gratuita e aperta a tutti i partecipanti alla conferenza.

Per maggiori informazioni vai al sito ufficiale della Conferenza sui diritti umani organizzata dalla Federation of International Human Rights

Segnaliamo infine due numeri della rivista Africa e Mediterraneo dedicati interamente a musei africani, 4/07 L’Africa nei musei e nelle collezioni occidentali e 2-3/07 “Oggetti d’arte” nei musei e nelle collezioni nell’Africa contemporanea: le poste in gioco.

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23 aprile 2010

Eritrea. La pace lontana, i diritti negati. Resoconto dell’incontro di Milano del 14 aprile 2010

email.view.related.phpPubblico nella sezione dei miei appunti questo interessante resoconto di un incontro pubblico sulla terribile situazione dell’Eritrea, e sul conseguente afflusso di richiedenti asilo eritrei nel nostro paese, tenutosi a Milano lo scorso 14 aprile. Autore del testo e organizzatore dell’incontro è Marco Cavallarin, collaboratore di Africa e Mediterraneo da anni impegnato in attività di studio, informazione e sensibilizzazione sulle violazioni dei diritti umani in Eritrea. Sono attività serie, curate, di base.

Marco ha organizzato assieme alla nostra associazione la mostra Arte d’Eritrea. Radici e diaspora, curando il relativo catalogo, che resta uno dei rarissimi documenti sull’arte contemporanea di questo tormentato paese. E’ anche co-autore, assieme al fotografo e regista Marco Mensa, della mostra Ebrei in Eritrea e del video Shalom Asmara, sulla piccola comunità ebrea presente nella capitale eritrea. Un ringraziamento a Marco per questo testo e soprattutto per il suo impegno.

Pur se con una settimana di ritardo, mi sembra però doveroso, soprattutto per chi non c’era, riassumere in qualche riga l’incontro Eritrea. La pace lontana, i diritti negati. Quale prospettiva? svoltosi il 14 Aprile scorso, ospitato dal Circolo PD Quindici Martiri di Milano.

I temi proposti, quelli della involuzione in senso fortemente autoritario dittatoriale di quel regime e quelli delle prospettive perché il popolo eritreo possa tornare a godere di dignità umana e dei diritti civili, sono stati ampiamente esaminati dall’inviato del “Corriere della Sera”, Massimo Alberizzi e dal rappresentante in Italia del Partito Democratico del Popolo Eritreo, Desbele Mehari. Lo scrivente queste note ha coordinato l’incontro.

Massimo Alberizzi ha una importante esperienza delle vicende del Corno d’Africa, tanto da essere stato nominato consulente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’investigazione del traffico d’armi nel Corno d’Africa. Catturato dai militari della dittatura in Eritrea, Alberizzi in Somalia ha anche subito il rapimento da parte delle Corti islamiche nel dicembre del 2006. Per i risultati cui è pervenuto nel suo lavoro, naturalmente non è ben visto dalla dittatura eritrea che a lui, come alla gran parte dei giornalisti, nega il permesso di entrare nel Paese.
Desbele Mehari vive da moltissimi anni in Italia, lavora in INCA-CGIL, si occupa attivamente delle vicende del suo paese di origine cercando di consolidare in Europa e in Italia le basi del movimento democratico degli eritrei che vogliono che nel loro paese si attui la costituzione deliberata a suo tempo dal Parlamento, si possano costituire partiti politici, si convochino le elezioni politiche da sempre promesse e mai attuate, si sospenda l’uso della tortura, si stabilisca la libertà di stampa, si conceda la libertà ai giornalisti incarcerati, si conceda agli organismi internazionali come la Croce Rossa di visitare i detenuti politici che da un decennio languono in carceri segrete, privi di ogni contatto perfino coi familiari che non sanno nemmeno se i loro cari sono ancora in vita, ecc.

Sullo stato di oppressione del popolo eritreo i relatori hanno prodotto documentazioni indiscutibili, rinforzate dalle relazioni annuali degli organismi umanitari (Amnesty International, Reporter sans Frontieres, Human Rights Watch, …), dalle prese di posizione contro la dittatura di Isayas Afwerki dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, e via dicendo. Le inumane condizioni di vita in Eritrea, il servizio militare a tempo indeterminato, il clima di terrore, la negazione di ogni libertà individuale e sociale, l’arresto dei giornalisti, la persecuzione dei religiosi, il blocco di ogni attività produttiva (a parte le poche straniere che si avvalgono della mano d’opera a basso costo per delocalizzare produzioni o per erodere le pochissime risorse nazionali), oltre alla sempre più diffusa miseria, sono la causa prima della fuga, spesso verso la morte, di centinaia di migliaia di giovani verso paesi, come l’Italia, in cui sperano di trovare dignità di vita e rispetto umano.

Nel corso dell’incontro sono emerse anche a chiare lettere corrispondenze di interessi tra la dittatura eritrea e centri di potere italiani, già a suo tempo ampiamente ribadite anche dall’inchiesta del giornalista dell'”Espresso” Fabrizio Gatti (http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2111969) e da pochi altri giornalisti in Italia. Perché in Italia il problema “Eritrea” continua ad essere ignorato dai media, e spesso generica è l’informazione sul Corno d’Africa.

La via che il Partito Democratico del Popolo Eritreo (uno dei partiti dell’opposizione che possono operare – e con grandi difficoltà – soltanto all’estero) è quella della transazione democratica e pacifica, favorita dalle pressioni internazionali sul dittatore Isayas, verso la liberalizzazione dei partiti e la realizzazione di libere elezioni, imponendo nel contempo alla confinante Etiopia il rispetto dei confini territoriali.
E’ stato sottolineato come la questione Eritrea non potrà trovare soluzione se non in quadro generale che affronti i problemi del Corno d’Africa e la sua centralità negli scottanti temi di quell’ampio e importante quadrante del mondo. Anche su questi argomenti la dittatura ha imposto il silenzio, come sulle recenti elezioni in Sudan.

Molto altro si è detto, come ad esempio sul fatto che l’Eritrea sia stata in guerra con tutti i paesi confinanti, e molto più nel dettaglio si è entrati nel corso della serata. Per necessità di sintesi non ritengo di poter, in questa sede, argomentare oltre.

Il pubblico ha seguito con molta attenzione le relazioni che rendevano chiaro come quella eritrea contro la colonizzazione etiope fosse una rivoluzione tradita, e quale sia lo stato in cui si trova quel paese che, ai primi anni ’90, sembrava offrire all’Africa e al mondo un’immagine nuova di sviluppo.
Con occhi sbarrati il pubblico ha ascoltato, con occhi addolorati eritrei privi del riconoscimento di asilo politico in Italia sono intervenuti, con occhi sconfortati eritrei privi della possibilità di parlare per paura delle ritorsioni sui loro cari in Eritrea hanno taciuto, con occhi irridenti e aggressivi alcuni filo-governativi eritrei hanno preso la parola e tentato di gettare il discredito sugli oratori ricorrendo agli insulti e alle minacce.

Non è la prima volta che gruppi di filo-governativi irrompono come manipoli negli incontri organizzati dagli organismi che lottano per il rispetto dei diritti umani in Eritrea. Solo qualcuno in questi gruppi è però animato da convinzioni politiche, anche se discutibili. La gran parte di essi viene invece intruppata dallo stesso regime e dai suoi rappresentanti diplomatici in provocazioni anti-democratiche il cui scopo è quello di intimorire, di aggredire, di impedire la riflessione democratica su quanto succede nel loro Paese. A causa della mancanza di argomenti da proporre alla conversazione, tutto si conclude, come in questo caso, con l’uscita chiassosa dal campo. Il dibattito con il pubblico ha ripreso poi i toni della civiltà, e chi ignorava in quale stato viva il popolo eritreo trova nella violenza di queste aggressioni nuovi elementi di comprensione di quella realtà.

E’ stato un incontro lungo, attento e partecipato da cui molti cittadini e cittadine milanesi sono usciti con più precise informazioni sulle ragioni della fuga degli eritrei dall’Eritrea.

Marco Cavallarin

[Foto: Suleman Abdela, Birhae Saho, 2001, olio su tela, 60×80 cm]

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19 marzo 2010

21-24/03/2010- Conferenza sull’arte e la giustizia sociale a Durban

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Evento: Art and social justice conference.

Dove: Durban (Sudafrica).

Quando: Dal 21 al 24 marzo 2010.

Informazioni: La Durban University of Technology organizza in contemporanea con l’esibizione ‘Dialogue among Civilisations’ alla Durban Art Gallery, una conferenza sull’arte come strumento di promozione per i diritti umani e la giustizia sociale. Info.

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