21 luglio 2026

Le diverse forme dell’abitare una casa nel mondo: recensione a They asked me to design a house, I asked them to design a home

di Teresa Colliva

Ilaria Palmieri e Georgina Pantazopoulou – curatrici del libro They asked me to design a house, I asked them to design a home pubblicato da Set Margins’ – si sono incontrate nei Paesi Bassi. Frequentavano il Master di Interior Architecture alla Royal Academy of Art a L’Aia, ed erano entrambe in cerca di un senso di familiarità, un qualcosa a cui aggrapparsi, lontane dai loro Paesi d’origine, l’Italia e la Grecia. Unite da questo desiderio, hanno fondato CommonGround, uno spazio in cui indagare le dimensioni della vita domestica, dei legami, dello spaesamento nato dallo sradicamento, ma anche della ricerca di uno spazio sicuro lontano dalla casa in cui si è nate. Le basi teoriche delle loro pratiche collettive si trovano nei lavori di studiose che si muovono nell’intersezione di diverse discipline: teoria femminista, queer studies, migration studies, critical race theory, architettura, urbanistica. Le parole di Sara Ahmed, citata più volte nell’introduzione al libro, ben colgono le radici vive della ricerca di Ilaria e Georgina; «the question of home and being at home can only be addressed by considering the question of affect: being at home is here a matter of how one feels or how one might fail to feel».

L’idea, e l’esperienza personale, da cui le curatrici del volume partono, è che non si può parlare di casa e di spazio domestico senza considerare come esso sia modellato dal movimento e dalla trasformazione. Allo stesso modo, i sentimenti e le emozioni legate alla casa, propria e/o desiderata, sono soggetti a continui mutamenti, che lasciano ampio spazio anche alla contraddizione. Riferendosi ancora ad Ahmed, quella con la casa è una relazione in cui l’individuo dà forma allo spazio, così come lo spazio, a sua volta, plasma l’individuo. Parallelamente, Palmieri e Pantazopoulou riflettono sulle radici dell’architettura contemporanea, che spesso si rifanno a concetti come la scala di proporzioni Modulor teorizzata da Le Corbusier: essa si basava su un tipo di utente standard, e cioè uomo, bianco, occidentale e cisgender.

imagesVolendo decostruire ciò che le varie società hanno dato per scontato o condiviso riguardo l’idea di casa, i contributi raccolti nella pubblicazione propongono punti di vista che si approcciano in modi diversi agli spazi domestici. Data l’intimità di quello che si vuole osservare, con il significativo carico di memorie, ricordi, desideri, sogni, impossibilità che si sprigiona inevitabilmente quando si tocca il tema della casa, il libro è innervato da storie, esperienze personali, pratiche collettive, luoghi tra loro distanti che si avvicinano attraverso i movimenti delle persone. Infatti, ciò che accomuna molti dei contributi del volume è che gli autori e le autrici hanno sperimentato la transizione tra quella che una volta veniva chiamata casa a ciò che ora considerano una re-created home. L’obiettivo comune è condividere vari modi di comprendere e creare lo spazio domestico. Dato lo scopo, una dimensione necessaria da considerare è la relazione, tutt’altro che neutrale, tra architettura e domesticità, una dimensione la cui emersione è strettamente legata alla nascita del capitalismo industriale e dell’imperialismo. I cambiamenti storici derivati da queste trasformazioni hanno definito e saldato i ruoli e gli spazi dei generi: le donne nel privato domestico della casa e della cura, gli uomini nello spazio pubblico della politica e del lavoro.

L’approccio femminista e intersezionale del volume mira a unire prospettive diverse per indagare l’ambito dell’architettura e del design attraverso tre dimensioni interconnesse: personale, comunitaria e istituzionale. I contributi della prima sezione del libro propongono di rimettere al centro dell’architettura e del design la loro dimensione relazionale, dando la priorità alla cura, alle diversità e ai bisogni degli abitanti come aspetti centrali della pratica dell’architettura domestica. La seconda sezione si concentra su come dare forma pratica a queste idee, soprattutto attraverso la forma del workshop che, per le due curatrici, è diventata una delle fondamenta del loro approccio, ispirandosi anche ai laboratori femministi di Phyllis Birkby dei primi anni Settanta.

Tra i contributi, di particolare interesse per lo sguardo di Africa e Mediterraneo è l’articolo A Spatial Dialogue in the Emerging City of Addis Ababa: Bridging the Gaps between Informality and Formality, di Feven Gebeyehu Zeru, progettista e ricercatrice di architettura di base a Berlino, e curatrice del focus African Modernity and Spatial Agency alla Pan-African Biennale 2026 di Nairobi. In esso l’autrice si sofferma sulla dicotomia “moderno” e “tradizionale” che, in architettura e nel mondo del design come in altri ambiti, è densa dello sguardo e delle categorie occidentali. Gebeyehu Zeru si chiede che cosa succede quando entrambe le dimensioni si materializzano nello stesso posto e in che modo gli architetti si posizionano tra questi concetti polarizzati.

Addis Abeba è uno di quei luoghi in cui formalità e informalità si intrecciano; una città piena di contraddizioni, dove grattacieli con uffici vetrati si affacciano su banchi del mercato autocostruiti, fatti da lamiere e teloni di plastica. Questa dicotomia appare in tutta la sua evidenza se si considera la situazione abitativa della capitale dell’Etiopia. La maggioranza della popolazione vive infatti in abitazioni chiamate sefer che, seguendo il vocabolario e i criteri occidentali, sarebbero l’equivalente degli slum. Ma questi insediamenti tradizionali hanno una lunga storia e rappresentano una parte fondamentale nella morfologia urbana. In essi i nuclei famigliari vivono in stretta prossimità, dal punto di vista sociale ed economico. Lo spazio abitativo favorisce le interazioni sia all’interno che verso l’esterno, essendo caratterizzato da una forte permeabilità: gli spazi della casa possono quindi funzionare sia per la quotidianità che per il lavoro.

Negli ultimi anni la capitale ha conosciuto una sostanziale crescita della popolazione, soprattutto dovuta alle migrazioni interne dalle aree rurali alla città. Il governo gestisce la situazione attraverso il Grand Housing Program (GHP), un progetto iniziato nel 2004 che prevede la costruzione di unità abitative popolari inserite nei cosiddetti condominiums. Esaminando i progetti, Gebeyehu Zeru mette in luce un cambiamento profondo degli schemi abitativi tradizionali: il design e l’architettura del condominum, infatti, permetteranno una domesticità molto diversa da quella dei sefer, rendendo per questo molto difficile l’integrazione tra la vita interna alla casa e quella esterna quotidiana. Se da un lato gli insediamenti tradizionali non sono più sostenibili in una città in rapido cambiamento come Addis Abeba, dall’altro le nuove unità abitative rendono evidente quanto la dicotomia formale/informale ma anche moderno/tradizionale possa essere perniciosa per l’ambiente che si vuole innovare.

Per governare questo importante cambiamento, l’autrice suggerisce che occorrerebbe innanzitutto togliere lo stigma dai sefer, riconoscendo come questi insediamenti informali siano inestricabilmente uniti alla vita delle persone, e adottare nei loro confronti un atteggiamento più pragmatico e meno giudicante. Dalla sua posizione di architetta tedesca ed etiope, Gebeyehu Zeru si sente all’intersezione tra il riconoscimento della vitalità ed importanza di questi insediamenti per il tessuto urbano, e la necessità di nuove case dovuta all’incremento della popolazione che non può essere ospitata nei sefer esistenti. Tra l’agosto e il dicembre 2022 ha portato avanti una ricerca etnografica per comprendere i bisogni abitativi specifici delle persone coinvolte nella trasformazione abitativa in corso. Attraverso fotografie, collages, render, ha ricostruito le abitazioni in cui entrò, accompagnandole con i racconti delle persone che ci vivevano. Questo metodo le ha consentito di fare una giustapposizione tra due abitazioni antitetiche: una piccola casa a Kirko, uno degli insediamenti più poveri di Addis Ababa, e un appartamento in un condominium a Yeka Ababa, una delle più recenti costruzioni in periferia. La ricerca ha rivelato una inaspettata somiglianza nel rapporto tra i residenti e i loro spazi abitativi interni ed esterni, pur essendo completamente diversi. Gli appartamenti del condominium venivano modificati per renderli più aderenti ai propri desideri abitativi, per esempio attraverso l’ampliamento del salotto, la riduzione dello spazio delle camere da letto e la trasformazione del balcone in un’altra stanza. Alcune attività tipiche del sefer venivano però abbandonate, come la produzione di prodotti casalinghi. La ricerca ha quindi messo in luce l’estrema vicinanza tra gli alloggi formali e informali nelle modalità in cui le persone si appropriavano del proprio spazio abitativo.

Gebeyehu Zeru suggerisce a chi si occupa di design e architettura di abbandonare categorie rigide come moderno/tradizionale e formale/informale. Le sfumature sono la chiave per riuscire a comprendere e apprezzare gli insediamenti informali e i modi di vita ad essi legati. Essi incarnano punti di forza intrinseci e dinamiche comunitarie uniche che si sono evolute in modo organico nel corso del tempo, intrecciandosi profondamente con la cultura locale. Riconoscendo e integrando questi punti di forza nella progettazione abitativa contemporanea si può colmare il divario tra i concetti moderni e le pratiche tradizionali.

Anche i contributi delle due curatrici sono di particolare interesse: in How to Teach Someone to Design a Home (?), Pantazopoulou racconta della sua continua riflessione sul significato di “casa” (house vs. home), immaginata non solo come riparo fisico ma anche come spazio che protegge e racconta le storie e le identità di chi la abita. In The Living Memory of Displacement, Palmieri ripercorre l’esperienza fatta del 2017 in un centro di accoglienza per richiedenti asilo in Sicilia. In questi contesti le persone sono considerate come meri destinatari di aiuto, non come agenti attivi degli spazi che saranno costretti ad abitare. Le conseguenze di questo atteggiamento si manifestano nei luoghi: spersonalizzazione, standardizzazione, precarietà e nessun interesse nell’incontrare i bisogni delle persone migranti. Nelle conclusioni, l’autrice fa riferimento al lavoro di Alessandro Petti e Sandi Hilal (DAAR – Decolonizing Architecture Art Research): riconoscendo i campi profughi come luoghi aventi una storia, si potranno vedere come spazi in cui nascono attività e iniziative significative, basati non solo sulla sopravvivenza, ma sui continui sforzi indirizzati a ricostruire vite e rivendicare legittimità.

 

Il volume They asked me to design a house, I asked them to design a home evidenzia la centralità dello scambio e della dimensione comunitaria nelle pratiche artistiche e politiche. Il lavoro permette di scoprire diverse realtà e gruppi di studio sparsi nel mondo, animati da persone che interpretano la complessità del reale attraverso la propria esperienza di soggetti in movimento. Un ultimo elemento di pregio è l’eccellente veste grafica dell’edizione, impreziosita dalle illustrazioni di Georgina Pantazopoulou.

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20 settembre 2012

I musei africani protagonisti nella 3a conferenza su Musei e diritti umani

Il prossimo 9 e 10 ottobre l’International Slavery Museum, inaugurato cinque anni fa a Liverpool, in Gran Bretagna, ospiterà la terza conferenza organizzata dalla Federazione internazionale Diritti umani e musei.

Questa conferenza vuole discutere i progressi fatti dalle diverse istituzioni museali nell’ambito della difesa e promozione dei diritti umani. È sempre più diffusa, infatti, l’idea che i musei possano ricoprire un ruolo attivo nel sostegno dei diritti fondamentali.

Con il patrocinio dell’UNESCO, questo convegno vuole quindi affrontare argomenti quali: la schiavitù, la lotta contro le discriminazioni e le disegualianze di genere ed etniche, tradizione, religione e memoria.

Come parte della conferenza vi sarà anche la possibilità di partecipare al workshop Anniversary — an act of memory sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Diretto da Monica Ross, questa serie di performances in 60 atti, vedrà svolgersi il suo 46esimo atto proprio alla fine delle due giornate di discussione quando una recitazione collettiva porrà l’accento sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. L’adesione a questo laboratorio è gratuita e aperta a tutti i partecipanti alla conferenza.

Per maggiori informazioni vai al sito ufficiale della Conferenza sui diritti umani organizzata dalla Federation of International Human Rights

Segnaliamo infine due numeri della rivista Africa e Mediterraneo dedicati interamente a musei africani, 4/07 L’Africa nei musei e nelle collezioni occidentali e 2-3/07 “Oggetti d’arte” nei musei e nelle collezioni nell’Africa contemporanea: le poste in gioco.

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24 marzo 2010

24/03/2010- Seminario antropologico sul furto di statue del Kenya ad Urbino

Evento: Il lungo viaggio di ritorno a casa: Furto e rimpatrio delle statue degli antenati (Vigango) in Kenya.

Dove: Università di Urbino, Facoltà di Scienze Politiche

Quando: mercoledì 24 marzo 2010, ore 15.

Informazioni: Per il ciclo “Le memorie trafugate”, Urbino- Africa Seminars organizza un seminario per discutere sulla vicenda del furto e del rimpatrio delle statue degli antenati in Kenya. Relatrice del seminario sarà la professoressa Linda Giles, Antropologa Culturale all’Illinois Wesleyan University. Ad introdurre invece, la professoressa Francesca Declich dell’Università d’Urbino. Info.

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18 settembre 2009

Ricordare e ricostruire il passato di schiavitù in Bénin

montone_sasso_marconiPresentazione dell’articolo “Remembering and reconstructing Brazilian slave past in Bénin” pubblicato sul numero 67 di Africa e Mediterraneo a firma di Ana Lucia Arujia, assistant professor al dipartimento di Storia all’Howard University (Washington DC).

L’articolo esamina il ruolo rivestito dalla cultura visuale per la ricostruzione della storia della schiavitù prendendo in esame le immagini presenti in un museo fondato da un discendente degli ex schiavi, che deportati dall’Africa in Brasile, fecero successivamente ritorno sulla costa beninese.

 
Dopo la ribellione malês (1835) di Bahia (Brasile), molti degli schiavi africani, prevalentemente di estrazione yoruba, diedero vita ad un movimento di ritorno verso la costa occidentale dell’Africa. Nel golfo del Bénin, questi schiavi tornati in Africa si stanziarono nelle città di Agoué, Ouidah, Porto Novo e Lagos e qui, unendosi ai mercanti di schiavi portoghesi e brasiliani, formarono una comunità afro-luso-brasiliana, nota come Aguda.

Mentre la storia dei discendenti dei commercianti degli schiavi è supportata da una documentazione scritta, quella dei discendenti degli schiavi, essendo legata soprattutto all’oralità, è segnata da lacune documentarie. A partire dagli anni ’90 progetti dell’UNESCO come La via degli schiavi hanno cercato di porre lo studio della storia della schiavitù e il problema dell’identità della comunità afro-luso-brasiliana al centro del dibattito pubblico. Accanto ad un interesse genuino per la storia della schiavitù maturò la tendenza a fare della discendenza dagli schiavi un modo per guadagnare potere politico.
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16 luglio 2009

L’UNESCO e l’isola di Gorée, diaspora senza memoria collettiva

in: Turismo

gore-senegalPresentazione dell’articolo “L’isola di Gorée, patrimonio mondiale dell’UNESCO: le contraddizioni memoriali di un sito riconosciuto e abitato” pubblicato sul numero 65-66 di Africa e Mediterraneo.

L ’isola di Gorée (Senegal), dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, costituisce un sito turistico di notevole interesse in quanto rappresenta un simbolo e un riferimento identitario strettamente legato sia ai suoi visitatori occidentali sia agli “Africani della Diaspora”. Tuttavia, oltre ad essere un luogo della memoria, Gorée è uno spazio abitato e, in virtù di tale duplice identità, costituisce l’oggetto di usi e rappresentazioni estremamente diversi. Inoltre, la popolazione locale si caratterizza per la sua costante ricomposizione, un fenomeno strettamente legato all’attrattiva turistica che il sito genera a partire dagli anni 80 del secolo scorso.

Le politiche culturali, locali e internazionali si sono interrogate troppo poco rispetto al duplice valore di questo patrimonio dell’umanità che, di fatto, si rivolge ai visitatori stranieri. Ne consegue che la popolazione dell’Isola di Gorée non ha costruito una “memoria collettiva” attorno a questo sito e ancor meno si è ancorata al ricordo di una schiavitù fortemente mediatizzata, commemorata dai turisti, dallo Stato e dall’UNESCO.

Gli studi e le ricerche condotte in Senegal mostrano che tale assenza di identificazione e di memoria collettiva locale in relazione alla tratta degli schiavi non concerne solo la popolazione dell’isola, ma anche quella di Dakar, quindi del Paese nel suo complesso. Gorée, a livello locale, rappresenta una vecchia città coloniale divenuta meta turistica, dove si va per piacere, solitamente durante il periodo estivo, a godere della tranquillità delle spiagge. Il ricordo della tratta schiavista resta qualcosa di molto teorico: il periodo storico che evoca ha radici troppo lontane per poter ravvivare qualunque tipo di investimento locale.

La società senegalese, infatti, non si è strutturata a partire dalle conseguenze socio-politiche della tratta atlantica, contrariamente a quanto si è verificato per le comunità sorte dalla schiavitù delle piantagioni, ma si è costituita principalmente at- torno all’evento storico della colonizzazione. Inoltre, la valorizzazione di tale passato non può essere il frutto di una rivendicazione locale comu- ne, in quanto non è compreso in un più ampio patrimonio culturale transgenerazionale: solo i membri delle antiche famiglie meticce dell’isola possono essere portatori di questa memoria collettiva. Il problema è che le famiglie in questione, designate dall’amministrazione come “antica anima di Gorée”, non contribuiscono all’elaborazione di una memoria locale della storia dell’isola poiché non vi abitano più.

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