01 settembre 2026
Là dove il vento cambia. Il libro di Kossi Komla-Ebri
Recensione del libro Là dove il vento cambia di Kossi Komla-Ebri – prefazione di Chiara Piaggio; postfazione di Remo Cacciatori, Cosmo Jannone Editore, 2025
di Francesca Romana Paci
Prima di immergersi nelle cinquecento e tre pagine di Là dove il vento cambia, il lettore è portato a soffermarsi sul titolo. Un titolo che dal punto di vista grammaticale è una frase in sé completa e dal punto di vista concettuale è un’espressione metaforica e una dichiarazione di intenti dello scrittore. Quando cominciamo a leggere, pagina dopo pagina capiamo che il “vento” cambia gli esseri umani del romanzo – a volte molto, a volte non abbastanza, e a volte soffia inascoltato. Il vento nel romanzo certamente coinvolge e “cambia” alcuni, se non tutti i destini umani, e fa sperare in qualcosa di più del miglioramento di singole vite. Nonostante sia comprensibile vedere il Togo come centro del romanzo, l’argomento vero della narrazione si rivela un “rapporto”, con tutto quello che un rapporto può implicare, tra un paese africano e un paese europeo – in questo caso Togo e Italia, ma, con qualche attenzione, estendibile ad altri paesi europei e africani.
Quanto allo scrittore, è importante ricordare che Kossi Komla-Ebri è cattolico, nato in una famiglia molto numerosa, tutta cattolica. Dopo la Laurea ha ottenuto la specializzazione in Chirurgia generale presso l’Università di Milano e lavorato presso l’Ospedale “Sacra Famiglia” di Erba Fatebenefratelli. Oltre alla sua attività di medico ospedaliero ha collaborato, e tuttora collabora, con enti e istituti di ricerca, tra cui l’associazione REDANI (Rete della Diaspora Africana Nera in Italia), la Medicus Mundi, per la quale tiene corsi di Antropologia Medica, l’organizzazione Medici con l’Africa CUAMM.

A tutto questo ha sommato l’attività di scrittore, scegliendo di scrivere principalmente in italiano. Tra le sue maggiori pubblicazioni troviamo le raccolte di racconti Imbarazzismi (2002); All’incrocio dei sentieri (2003); Nuovi imbarazzismi (2004); La sposa degli dei (2005) – il racconto eponimo pubblicato anche da solo come novella; Vita e sogni (2007); All’incrocio dei sentieri (2009); il romanzo Neyla (2002); a tutto questo si aggiunge una considerevole produzione saggistica. Molti dei suoi lavori sono stati tradotti e pubblicati in francese e alcuni in inglese.
L’autore implicito di Là dove il vento cambia è un narratore onnisciente, che sceglie di conoscere atti, motivazioni, sentimenti e pensieri dei suoi personaggi, quasi uno per uno. Da questa opzione deriva la struttura del romanzo, che è composto da capitoli per lo più identificati con i nomi dei personaggi principali, dei quali sono raccontati al lettore i fatti e gli aspetti salienti della vita e della professione precedenti all’arrivo all’ospedale “La Providence”. Questo è posto in una zona interna del Togo, nel villaggio di Ouati, che non ha realtà geografica ma è creazione di Komla-Ebri. Dalle prime pagine l’ospedale “La Providence” si impone come qualcosa che c’era prima dell’arrivo dei personaggi del romanzo e continuerà a esserci dopo l’ultimo capitolo del romanzo.
La narrazione si apre con l’italiana Luciana Tosetti, infermiera, cattolica, buona, peccatrice per amore di un uomo sposato, desiderosa di riscatto, in cerca di positività. Non è esattamente la protagonista, ma certamente è portatrice di una linea di pensiero circa il concetto di “rapporto” tra culture. È importante riconoscere qui la coerenza del messaggio di Komla-Ebri e la funzione di passaggio che hanno l’ospedale e la sua attività: il romanzo si chiude e il futuro si apre, suggellato dal rapporto interpersonale di Luciana con il futuro medico togolese, Jean Philippe Boko, detto Jafi, per Komla-Ebri personaggio esemplare. Si può osservare con un po’ di malignità che il “medico” è un uomo e la donna è e rimane una “infermiera” – in effetti in tutto il romanzo i dottori sono sempre e solo uomini.
Subito dopo il capitolo di presentazione di Luciana Tosetti, leggiamo che a “La Providence” lavora «Herr Doktor» Hans Spiegel, svizzero tedesco: cattolico, dentista, vicino al pensionamento, ha deciso con sua moglie di affrontare l’esperienza africana, non come dentista ma come ginecologo, incoraggiato da amici religiosi e da colleghi medici: «Di ginecologia proprio non so niente. Lì dovrò fare il chirurgo a tutto raggio, e ho sentito dire che in Africa fanno tanti cesarei» obietta Spiegel. «Non è un problema», lo rassicura un suo collega appunto ginecologo, «Verrai a esercitarti una settimana con me in sala operatoria.» (20). Un altro dei personaggi maggiori è il Dottor Edem Kuevi, togolese, laureato e specializzato in Italia, sposato con un’italiana e ora di ritorno per esercitare in Togo. Segue poi un capitolo sul Dottor Giorgio Gabrielli, italiano, ambizioso, carrierista, spregiudicato, pronto a esperimenti con cavie umane, ma, avanti nel racconto, il suo percorso troverà una svolta. Poi uno dopo l’altro si susseguono decine di capitoli e capitoletti, quasi sempre identificati con nomi, mentre i personaggi aumentano di numero e diventano tanti che è impossibile darne conto: l’ospedale “La Providence” si configura come contenitore emblematico, come, appunto, il “Là”, dove avvengono cambiamenti importanti.
Se non è possibile redigere un riassunto tradizionale del romanzo, è possibile evidenziarne almeno alcuni elementi caratterizzanti. Le pagine traboccano di umanità, di vicende tragiche e dolorose, di ironia variegata e spesso di sarcasmo, di critica sociale e di apprezzamento, e anche di posizioni preconcette dei personaggi, forse inconsce, o meglio ereditate pigramente dai contesti. Non ci sono personaggi solo buoni o solo cattivi, solo intelligenti o solo stupidi; anche i personaggi più simpatici hanno pecche e défaillances, anche i più antipatici, e talvolta repulsivi, hanno qualche qualità. Nello stesso tempo, però, Komla-Ebri non è tenero con nessuno. La stupideria, l’ignoranza, l’arbitrio del potere, anche del più esiguo e meschino dei poteri, che aveva descritto nei due libri di Imbarazzismi e Nuovi imbarazzismi, entrano anche in Là dove il vento cambia, attribuiti questa volta anche ai togolesi, o perlomeno ad alcune fasce sociali del Togo, dove brulicano tentativi di approfittarsi degli altri, truffe reciproche, furti, e innocenti accusati di azioni che non hanno commesso (p. 218 e seguenti). Komla-Ebri è cosciente della questione delle fasce sociali e della loro importanza nei rapporti interpersonali, ma in questo romanzo la sua posizione rimane implicita.
Uno dei temi più significativi è il razzismo e la sua gamma di manifestazioni da entrambe le parti. È una gamma molto ampia che va dal giocoso «Yovo Yovo, bonsoir! Ça va bien? Merci!» rivolto dai bambini a tutti gli europei all’offensivo razzismo del personaggio Vittorio Biccari e di sua moglie. In questo, la stratificazione sociale e l’educazione sono cruciali. Il razzismo è subdolo e sa insinuarsi anche nel suo contrario. Anche il paternalismo, per quanto affettuoso e sincero, è una forma di razzismo. Generalizzando, ma in fondo non troppo, i bianchi si sentono sicuri di saper gestire i neri locali, vedi l’acquisto di una macchina, ma i neri locali si propongono: «Mia du ga vide na yovoawo!»; tradotto in nota: «Freghiamo un po’ di soldi a questi bianchi». Però – così lo crea l’autore – l’acquirente, Vittorio Biccari, è un eccezionale meccanico e la truffa finisce in una farsa tragica (pp. 151-152). I neri a modo loro non sono meno razzisti dei bianchi e non hanno meno preconcetti.
Komla-Ebri fa spesso uso di interpolazioni per richiamare dati storici e scientifici e per esprimere riflessioni dell’autore attraverso il pensiero di alcuni dei personaggi. Un passo particolarmente importante segue un momento tragico dell’attività di Gabrielli: Kuevi in uno stato di forte alterazione per la morte di un paziente percorre vicende storiche, rivendica eccellenze africane e mette in campo problemi incancreniti nel tempo: «Questo complesso di inferiorità che gli africani avevano interiorizzato […] Ovunque perseverava il privilegio bianco» (pp. 275-280). Bisognerebbe rileggere e continuare a rileggere spesso Discours sur le Colonialism di Aimé Césaire e Peau noire, masques blancs di Frantz Fanon, pubblicati rispettivamente nel 1950 (seconda edizione 1955) e nel 1952.
Il romanzo è ricco di descrizioni naturali. Nel villaggio inventato da Komla-Ebri la vegetazione è ricca, colorata, profumata, mentre molte delle aree antropizzate, quelle povere, non sono né belle né curate dagli abitanti, che non tesaurizzano la bellezza della natura. All’inizio del libro, sulla strada che dall’aeroporto conduce al villaggio di Ouati si incontra una palude maleodorante «La vettura stava percorrendo un largo viale […] Più avanti lasciarono il boulevard […] di colpo per interminabili minuti, l’aria dell’abitacolo fu invasa da miasmi nauseabondi […] Padre Ambrogio disse soltanto: “Stiamo passando sul ponte della laguna!”» (p. 13). Luciana Tosetti è stupefatta in negativo, ma ancora di più sarà colpita in positivo dalla bellezza delle colline che lei stessa, Jafy e il medico togolese Elom Semadoe, molto più avanti nel libro, incontrano muovendosi verso il nord del Togo «tra piantagioni di caffè, cacao, avocado e ananas, tra montagne verdi e cascate». E ancora: «Il paesaggio si estendeva davanti a loro come un quadro vivente, un angolo di paradiso nascosto tra dolci colline. […] La vegetazione rigogliosa si estendeva a perdita d’occhio: un mare verde che ondeggiava placido» (p. 406).
A questa bellezza segue uno dei momenti più sulfurei di Komla-Ebri. Luciana Tosetti ragiona su quello che vede: «Questo paese ha tanta terra fertile, acqua e coltivazioni. Non dovrebbe avere problemi di nutrizione» (407). E invece, le rispondono il dottor Semadoe e Jafy «i contadini sono poveri». Jafy spiega senza mezzi termini: «Colpa delle grandi imprese di Lomé. Comprano il raccolto alla semina. I contadini, incerti sul clima, preferiscono l’uovo oggi che la gallina domani, […] e poi devono ricomprare a caro prezzo ciò che loro stessi hanno coltivato!» Nelle pagine seguenti, l’autore in chiave narrativa evoca grandi problemi, dal land grabbing straniero alla coltivazione della soia, dalle operazioni truffaldine straniere alla corruzione locale: il quadro è pesante.
Eppure, nonostante la situazione dei contadini e dei lavoratori, la bellezza letteralmente trionfa anche nei mercati all’aperto offerti soprattutto ai turisti: merci colorate e soprattutto frutti accatastati come in nuovi quadri rinascimentali – altri frutti, altro mezzo di rappresentazione, linguaggio verbale al posto di una palette.
Il cibo non manca alla Providence, cibo togolese e cibo italiano. La scarsità di cibo dei poveri non entra direttamente nel narrato, ma affiora dai pensieri e commenti. Qualche volta è evocata proprio dall’abbondanza di vivande, per esempio quando le suore producono un banchetto per la festa di congedo dell’amato Prof. Mario Peverelli, che deve ritornare in Italia per motivi di salute. Vale la pena citare: «Dopo la messa di ringraziamento […] le suore sfoggiarono le loro abilità culinarie. In cucina sbocciarono: insalatina di mais, avocado e gamberetti in salsa rosa; affettati vari; tortellini alla bolognese; cernia in bellavista; maialino al forno con patatine fritte; riso alla creola con, a scelta, sugo di fagiano o di pecora. […] la famosa torta di Suora Roberta […] l’immancabile panettone […]. Vennero scolate bottiglie e bottiglie di vino, birra e spumante… alla faccia della chiesa dei poveri» (pp. 71-72). Altrettanto sovrabbondante la parata di vivande nei grandi alberghi turistici di Lomé e non meno sovrabbondanti nel ricordo di togolesi che hanno trascorso lunghi periodi in Italia sono le orge di cibo e di vini incontrate in varie occasioni italiane.
Tema pervasivo del romanzo è la sessualità, vissuta con grande intensità da tutti i personaggi in una gamma di situazioni diverse tra loro, nel bene e nel male. Non è vista come peccato, ma come un dono da saper usare. Se è accompagnata da sentimento reciproco diventa parte integrante dell’amore, o meglio, è un modo fondamentale di esprimere amore in una coppia – non il solo, ma irrinunciabile.
La sessualità acquista la sua gloria più autentica quando è vissuta da coppie innamorate, che in questo libro sono sempre coppie miste, le vicende delle quali sono tanto pervasive da far pensare che tutto il romanzo sia dedicato a loro. La coppia esemplare, come si è accennato, è quella di Luciana e Jafy. Altre coppie significative sono il Dottor Kuevi e sua moglie Anna, e, inaspettatamente, il Dottor Gabrielli e l’infermiera togolese Angèle. Komla- Ebri esamina le difficoltà culturali delle coppie miste soprattutto nei capitoli dedicati al Dottor Kuevi e a sua moglie Anna, in particolare quando lei esprime la sua insofferenza per l’ingerenza nella loro vita privata della numerosa famiglia del marito, estesa a molteplici zii e cugini, e per le continue richieste di «sostegno economico». Il marito cerca di spiegarle la «solidarietà africana», ma Anna chiama quel comportamento «parassitismo» e alla fine il marito apre un conto bancario segreto per fare invii ai parenti (pp. 415-423).
Non tutti i parenti sono uguali, però. Komla-Ebri crea la famiglia di Jafy e la zia di Angèle in modo molto accattivante. Il Dottor Gabrielli, invitato a cena trova la casa della zia di Angèle ordinata, pulita, aggraziata.
La stessa sensazione di armonia e ordine domina quando Luciana cena a casa di Jafy con la madre di lui e i familiari più stretti: «La madre di Jafy, una donna prosperosa dal sorriso gentile, si affrettò loro incontro […]. Le stanze erano illuminate da una luce calda e accogliente, e l’odore di cibo appena cucinato impregnava l’ambiente […].» (p. 496). Non può sfuggire quanto somiglianti siano le rappresentazioni delle due case, e quanto dicano sulle famiglie che le abitano, entrambe governate da una esperta mater familias. Si può parlare di borghesia, e si potrebbe perseguire un lungo discorso sulla fenomenologia delle aspirazioni borghesi in Togo, in Italia e nella maggior parte del nostro globo.
Là dove il vento cambia arriva alla sua temporanea conclusione con Luciana e Jafi all’inizio della loro vita in comune. Potrebbero essere loro, dopo cinquant’anni, il nonno e la nonna uniti e felici del racconto Sognando una favola, parte della raccolta di racconti Vita e sogni, che, come sopra già indicato, Komla-Ebri ha pubblicato nel 2007 – loro e altri come loro.
Parole chiave : Biblioteca Amilcar Cabral, Cosmo Iannone Editore, Kossi Komla-Ebri, Là dove il vento cambia, ospedale, scrittura, Togo
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02 dicembre 2025
Sorella d’inchiostro. 23 racconti per Kaha Mohaned Aden
Recensione al libro Sorella d’inchiostro. 23 racconti per Kaha Mohaned Aden
a cura di Gabriella Ghermandi, Kossi Komla-Ebri, Itala Vivan (Aiep Editore, 2025)
di Francesca Romana Paci
Era piena di vita, di desideri e di slanci Kaha, nonostante il peso della sua malattia. Aveva anche progetti di scrittura per il futuro, sia creativa sia di indagine letteraria e critica. Ma il destino, caso o ananke, ha deciso per lei.
L’Introduzione è di Itala Vivan, che la intitola Una ghirlanda di racconti. Così scrive: «Questo libro si compone di ventitré racconti che altrettanti scrittori afroitaliani hanno dedicato all’amica scrittrice Kaha Mohamed Aden, loro sorella d’inchiostro, scomparsa nel 2023. Non è quindi un’antologia, né il frutto di una scelta critica, ma un corpus naturale offerto come fosse un mazzo di fiori» (9).
Nella prima parte dell’Introduzione, dopo un breve cenno globale ai racconti, Vivan fornisce una succinta traccia dei recenti fenomeni di emigrazione/immigrazioni – recenti ma comunque ancora frutto del colonialismo. L’immigrazione in Italia, fa notare Vivan, arriva dopo gli anni Ottanta, considerevolmente tarda rispetto all’immigrazione in Francia e nel Regno Unito. L’Italia non è preparata, e non sono preparati gli immigrati, che per la maggior parte arrivano senza sapere la lingua italiana. Ma la imparano, la fanno propria, la manipolano e scrivono. Più difficile per loro che per gli africani francofoni e anglofoni, che hanno imparato francese e inglese nella vita quotidiana e a scuola. La varietà delle produzioni degli immigrati che si sono fermati in Italia è notevole. Inoltre, aggiungerei, il fenomeno della scrittura italofona di emigranti, non solo dall’Africa, ma da tutto il mondo, è tuttora in fieri e aumenta di anno in anno – i primi immigrati storici, inoltre, sono tuttora attivi e sulla breccia.
Vivan conclude l’Introduzione con una essenziale biografia di Kaha, dove racconta del suo arrivo in Italia, di suo padre, Mohamed Aden Sheikh, uomo politico e medico chirurgo, incarcerato da Siad Barre, accolto in Italia, dove poi lavorò come medico fino alla morte e dove scrisse un’autobiografia, pubblicata in varie successive edizioni.
Vivan racconta degli studi universitari di Kaha, del suo sposarsi e stabilirsi a Pavia, del suo lavoro interculturale, delle sue prime esperienze teatrali e letterarie, e dei suoi libri, Fra-intendimenti, una raccolta di racconti pubblicata nel 2010, e il romanzo Dalmar – La disfavola degli elefanti, pubblicato nel 2019. Tutto il resto avrebbe potuto essere nel futuro.

I ventitré racconti, in ordine di comparsa nel libro, sono opera di Emmanuel Edson Moukoko, nato in Camerun, si occupa anche di teatro; Hamid Barole Abdu, nato in Eritrea, narratore e saggista; Jorge Canifa Alves, originario di Capo Verde, si dedica anche al teatro; Amor Dekhis, nato in Ageria, scrive ed è specializzato in Industrial Design; Erminia Dell’Oro, nata ad Asmara, da genitori italiani; Soumaila Diawara, nata nel Mali, a Bamako, è un personaggio politico di notevole rilievo, le è assegnata protezione internazionale; Abdou M. Diouf, originario del Senegal, biologo, scrive ed è un appassionato di musica italiana; Shirin Ramzanali Fazel, nata a Mogadiscio, da madre somala e padre pakistano, studiosa e plurilinguista; Gabriella Ghermandi, nata ad Addis Abeba, di madre etiope e padre italiano; Pap (Abdoulaye) Khouma, senegalese, scrittore e giornalista; Kossi Komla-Ebri, proveniente dal Togo, scrittore e medico chirurgo; Tahar Lamri, nato ad Algeri, scrittore, traduttore e artista poliedrico; Karim Metref, algerino, insegnante di Educazione Artistica in Italia; Sonia Lima Morais, proveniente da Capo Verde, mediatrice familiare e griotte; Ingy Mubiayi, nata al Cairo, insegnante, studiosa e libraia; Paul Bakolo Ngoi, nato nella Repubblica Democratica del Congo, giornalista e studioso; Rahma Nur, nata in Somalia, insegnante, narratrice e poeta; Judicael Ouango, originario del Burkina Faso, narratore, poeta e campione di basket; Paola Pastacaldi, scrittrice, giornalista, nipote di due nonni vissuti in Africa; Angelica Pesarini, professore universitario a Toronto, Canada; Igiaba Scego, nata a Roma da padre e madre somali, scrittrice e studiosa; Abdelmalek Smari, algerino, narratore e psicologo di formazione; Maria Abbebu Viarengo, nata in Etiopia, educatrice interculturale e scrittrice.
Dei ventitré racconti tre hanno Kaha protagonista o comunque agonista, Il nostro incontro di Emmanuel Edson Moukoko; La disfavola dell’elefante nella stanza di Abdou M. Diouf; e Ti rubarono a noi come una spiga di Tahar Lamri, da dove proviene il titolo del libro, Sorella d’inchiostro. Ma Kaha è implicitamente nell’humus e nel sostrato generativo di tutti. Non si può riassumere un libro come questo: l’unico modo di capirlo è leggerlo.
Parole chiave : afrodiscendenti, afroitaliani, Bologna, Kaha Mohaned Aden, scrittura
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20 dicembre 2023
La Somalia negli scritti di Kaha Mohamed Aden
di Roberta Sireno
«Vorrei tanto consegnare a qualcuno questo sogno. Qualcuno degno di aprire questo sogno. Aprire il sogno, si dice letteralmente così in somalo. […] Il sogno non è aperto se non ne discutono due soggetti: il sognatore e una persona X scelta da lui. La persona scelta dovrebbe trovare e dare un senso al sogno. […] Io ho scelto di consegnare a voi l’incubo. Non è possibile discuterne con voi, né voi potete discuterne con me.»
(Kaha Mohamed Aden, da Fra-intendimenti, Ed. nottetempo, Roma, 2010)
Condividiamo il dolore e ricordiamo con affetto Kaha Mohamed Aden, che da alcuni giorni è venuta a mancare. La rivista Africa e Mediterraneo aveva avuto la sua preziosa e qualificata collaborazione con diversi articoli e racconti, ma anche in incontri pubblici sui temi dell’intercultura e del dialogo. Kaha è una voce ineguagliabile nel panorama letterario attuale; aveva raccontato attraverso i suoi ironici e pungenti racconti e le sue intelligenti narrazioni la storia coloniale italiana e la sua personale esperienza di migrazione dalla Somalia all’Italia, la sua fuga dalla guerra civile con il padre, noto esponente politico imprigionato dalla dittatura di Siad Barre. Negli anni Novanta si era stabilita a Pavia, laureandosi in Economia e conseguendo un Master in Cooperazione allo Sviluppo nella Scuola Universitaria Superiore di Pavia (IUSS). Da allora aveva svolto varie attività nel settore della mediazione culturale occupandosi di temi quali l’immigrazione e l’intercultura.
ph. 2017, Mariarosa Delleani
Il padre e la figlia sono stati accomunati da un’attiva partecipazione sia alla vita politica transnazionale che a quella letteraria di scrittori: Aden Sheikh è stato ministro del primo governo Barre e poi consigliere municipale della giunta comunale di Torino, e nel suo libro uscito nel 2010 La Somalia non è un’isola dei Caraibi. Memorie di un pastore somalo in Italia scrive:
«I miei figli hanno affrontato il loro trasferimento in Italia armati della capacità di pensare con la propria testa e della libertà di esprimere il proprio pensiero.» (cit., p. 225)
Inseguendo la scia del padre, Kaha Mohamed Aden nel 2010 aveva pubblicato il romanzo Fra-intendimenti, nel quale descriveva l’inizio del conflitto somalo, ma anche le difficoltà nell’adattarsi alla nuova vita in Italia. Nel 2019 era uscita Dalmar. La disfavola degli elefanti, una favola distopica che diventa lo sfondo per una narrazione a più livelli che cerca di affrontare il trauma della guerra (recensita su AeM n. 91/2019 da Francesca Romana Paci). La sua scrittura e il suo attivismo l’aveva portata a scrivere anche riflessioni critiche e articoli per diverse riviste come “Nuovi Argomenti” n° 27 (2004), “Geografie della psicoanalisi”, Psiche, 1, 2008, “Incontri – Rivista Europea di Studi Italiani”, Volume 32 (2) 2017, e per la nostra rivista “Africa e Mediterraneo” aveva pubblicato Nabad iyo Caano. Pace e Latte, n. 2/14, Cambio d’abito – n. 1/17, Un felice goffo volo dallo Yaya Centre – n. 1-2/20. Africa e Mediterraneo aveva inoltre promosso la sua presenza all’incontro per la Pace delle scuole di Lampedusa in aprile 2022. Anche se la sua partecipazione si è potuta realizzare solo solo online, Kaha è riuscita a incantare insegnanti, studenti e studentesse con intelligenti parole di dialogo e pace.
La ricostruzione storica delle vicende familiari e la prospettiva postcoloniale sono sempre stati elementi fondanti nelle riflessioni e nelle opere della scrittrice italo-somala, che, appunto, ci ha consegnato «l’incubo» della migrazione personale e collettiva, il racconto di un esilio. Tuttavia, non manca mai nelle sue scritture la manifestazione, spesso umoristica e ironica, di un desiderio incoraggiante, in cui il presente della società di arrivo e il passato vissuto nella società di origine si incrociano e si mescolano, in direzione del dialogo, dell’integrazione e dell’arricchimento interculturale.


