23 maggio 2017

Rapporti tra culture. Una storia di malintesi e… fake news

Bufale e hate speech, affermazioni inverosimili e polemiche: come sappiamo, il panorama mediatico è invaso da un’aggressività inquietante che disorienta e, anche, spaventa un po’. Tra le forme di resistenza alla superficialità on-line che si vedono emergere sempre più, abbiamo conosciuto l’associazione “Gli incontri di Sant’Antonino”. Attiva da circa due anni nella divulgazione culturale, affronta temi attuali secondo approcci diversi: storici, filosofici, antropologici, teologici. I partecipanti agli incontri – rigorosamente off-line e cioè reali – approfondiscono le ragioni dei problemi attuali, cercando di delineare scenari futuri. Il gruppo si riunisce presso l’antica dimora Sgaravatti di Sant’Antonino (Casalgrande, RE). Non c’è appartenenza politica o religiosa, solo l’interesse ad approfondire e a dialogare. Mettendoci tempo, pensiero, curiosità. Il tema di domenica 7 maggio, ad esempio, è stato: “Rapporti interculturali. Una storia di malintesi”.

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Francesco Maria Feltri, storico e docente di liceo (fortunati gli studenti a cui tocca come professore di storia e filosofia…) ha spiegato come l’ideologia razzista nei confronti di ebrei, moriscos e marrani, diffusa nella Spagna del 500, è stato il bagaglio di mentalità intollerante con il quale l’Europa è arrivata nelle Americhe e, in seguito, ha sviluppato le sue imprese coloniali. Un “razzismo teologico” nei confronti degli ebrei, etichettati come la razza perversa degli assassini di Cristo, portatori nel sangue di una macchia che nemmeno il battesimo poteva lavare. E’ stato questo l’inizio di una dissertazione storica che, di documento in documento, ha ripercorso le tappe dell’atteggiamento violento dell’Occidente nei confronti degli Altri, un atteggiamento di cui torna ancora qualche eco negli striscioni razzisti con slogan irripetibili che vediamo negli stadi. Di seguito Guido Armellini, autore del manuale di letteratura italiana Armellini-Colombo e componente della chiesa valdese di Bologna, ha raccontato cosa vuol dire “Essere protestante nell’era di Francesco”. Mostrando un curioso Playmobil raffigurante Martin Lutero, prodotto e diffuso in Germania dall’azienda di giochi in occasione dei 500 anni dall’affissione delle 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg, ha spiegato cosa un protestante non celebra 500 anni dopo la riforma. Non celebra la posizione di Lutero verso i contadini, quella verso gli ebrei, l’appoggio che i governi hanno avuto dalle autorità per imporre la loro idea ai sudditi con la forza (il famoso cuius regio eius religio). Ha però anche spiegato i punti di differenza tra cattolicesimo e riforma, sottolineando ad esempio la responsabilità nei confronti delle scelte morali a cui sono chiamati i credenti protestanti, che non hanno un clero che faccia da intermediario con Dio.

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Il dialogo è proseguito con domande dei presenti e interventi dei due esperti, fino a concludere che la storia continua a dimostrare che l’intolleranza “non conviene”, che i popoli che si sono chiusi agli altri hanno anche rinunciato all’apporto economico e all’innovazione portata dalle altre culture. La decadenza della Spagna che cacciò moriscos ed ebrei fece la ricchezza degli olandesi che invece dissero: venite, c’è posto per tutti. E molti governanti lo capirono, tornando sui loro passi nel corso del 600. “Lo spirito dei nostri incontri”, ha affermato il presidente Vanni Sgaravatti, “è aiutare a capire il presente, guardando con più attenzione il passato e immaginando il futuro attraverso una migliore capacità di dialogo con l’altro. Le persone partecipano per il bisogno di trovare il punto di incontro tra necessità di riflessione, impegno, conoscenza, ma anche di relazione in un luogo piacevole, famigliare, umano, dove pensare non è disgiunto da gustare, ascoltare, sorridere”.

Per info: https://www.facebook.com/anticadimorasgaravatti

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12 maggio 2017

La fotografia in Africa

L’arte e la cultura sono componenti fondamentali per lo sviluppo individuale e sociale perché sono legate alla creatività, stimolano il dialogo interculturale, influenzano il cambiamento, sostengono identità positive: questo è l’approccio di Africalia, associazione del governo belga che si occupa di sostenere la produzione culturale contemporanea in Africa.

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(Mustache Mupwanya, Repubblica democratica del Congo)

La stessa fotografia fa parte di questi processi perché fotografare è esprimere una visione del mondo, è mettere a fuoco la propria idea per raccontare la realtà. Ma purtroppo esistono poche scuole di fotografia in Africa. Per affrontare questa sfida, Africalia ha così organizzato a Dakar dal 13 al 17 febbraio 2017 una masterclass sul Creative Photography per rafforzare la capacità dei fotografi africani di catturare immagini che sono espressione delle loro identità e delle loro idee. Hanno presentato domanda 85 persone, tra queste sono stati scelti 15 fotografi promettenti, e il gruppo comprende anche diverse donne. Questi giovani fotografi provengono da paesi differenti dell’Africa sub-sahariana e sono stati selezionati in base alla loro motivazione, la loro storia, il loro livello tecnico e il loro punto di vista fotografico.

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(Gosette Lubondo, Repubblica democratica del Congo)

Ad esempio, sono molto interessanti le fotografie di Gosette Lubondo che hanno un carattere visionario e di forte impatto sociologico: esse illustrano la condizione femminile nel continente, situando le donne in uno spazio che vacilla tra assenza e presenza. La condizione dei bambini, i limiti e i sogni dell’infanzia invece sono raccontati da Mustache Mupwanya in un’ottica inquieta. Questi partecipanti hanno già una certa esperienza nel campo della fotografia, e questa formazione è stata per loro un’occasione di approfondimento per evolvere in termini di tecnica e di contenuto.

Per maggiori informazioni: www.masterclasse.africalia.be

 

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04 maggio 2017

Summer School on Forced Migration and Asylum: a Multidisciplinary Approach. 3-8 July 2017 – BOLOGNA (IT)

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Dal 3 al 8 luglio si svolgerà a Bologna presso la sede di coop. Lai-momo in Via Boldrini la seconda edizione della Summer School on Forced Migration and Asylum. Il progetto è realizzato da Lai-momo in collaborazione con l’associazione Africa e Mediterraneo e con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna. Durante le giornate di formazione si affronteranno cinque temi che sono considerati cruciali per comprendere e affrontare l’attualità della migrazione forzata e dell’asilo in Europa:

  • Paesi di origine
  • Integrazione lavorativa dei rifugiati
  • Migrazione circolare e rimpatri volontari
  • Salute mentale e assistenza terapeutica
  • Comunicazione sulla migrazione e hate speech

Le lezioni e i seminari con esperti del settore e docenti provenienti da diversi stati europei vogliono offrire, attraverso un metodo multidisciplinare e trasversale, nuove prospettive sui temi della migrazione e migliorare l’efficacia di chi lavora, o che è disposto a lavorare, nell’ambito professionale dell’integrazione sociale dei migranti, così come nella comunicazione e nella ricerca accademica relative a questo argomento. Le sessioni teoriche della Summer School saranno accompagnate da visite di studio presso i centri di accoglienza per fornire anche una formazione pratica e concreta su come l’accoglienza e l’integrazione operano nel campo. I candidati ideali per partecipare a queste sessioni di studio sono i ricercatori, i giornalisti, gli esperti, gli studenti e gli operatori sociali che lavorano nel settore. La Summer School è un’importante occasione di approfondimento e aggiornamento, che si pone l’obiettivo di creare un networking proficuo e condiviso, gestendo in modo arricchente le diverse relazioni di scambio ed interazione a livello locale e internazionale.

Per maggiori informazioni e iscriversi: www.migrationschool.eu

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06 aprile 2017

La possibilità di sopravvivenza delle lingue africane

L’Africa ha un patrimonio linguistico immenso: le lingue valutate sono tra 1.250 e 2.100, ma altre stime parlano addirittura di 3.000 lingue. Molte sono lingue vivissime, parlate. La classificazione attualmente in uso presso la comunità scientifica è per lo più basata sull’opera del linguista e antropologo statunitense Joseph Greenberg “The Languages of Africa” (1963), che raggruppa la maggior parte delle lingue africane in 4 famiglie:

  • Afro-asiatiche: 374 lingue diffuse nel Nord Africa e Corno d’Africa, sono generalmente suddivise dai linguisti in 6 sottogruppi (lingue berbere, ciadiche, cuscitiche, omotiche, semitiche, lingua egiziana) e comprendono l’arabo, l’amarico, l’oromo, l’hausa.
  • Niger-Congo: questa famiglia di lingue è una delle più ampie del mondo (1532 lingue), sono diffuse nella parte più vasta dell’Africa (Africa sub-sahariana e Africa del sud) e parlate da circa l’85% della popolazione africana. I tre principali sottogruppi sono il cosiddetto gruppo Niger-Congo A, il gruppo Niger-Congo B (lingue bantu) e il gruppo delle lingue kordofaniane. Fanno parte della famiglia Niger-Congo il wolof, il fula, lo swahili, lo yoruba, l’igbo.
  • Nilosahariane: 205 lingue diffuse nell’Africa centro-settentrionale (la zona più estesa interessa il Sudan), tra il bacino del Nilo e il Sahara centrale. A questo gruppo appartengono il Luo, il Kanuri, il Masai.
  • Khoisan: sono 27 lingue distribuite principalmente nella zona del Kalahari e di alcune zone nella Tanzania. La maggior parte sono in via di estinzione, alcune sono già scomparse.

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Ma in un continente di 55 paesi e oltre 2.000 lingue, è sconvolgente che le lingue ufficiali prevalentemente utilizzate sono lingue straniere (francese, inglese, spagnolo, portoghese). Ad esempio, il francese in Africa, secondo le stime ufficiali dell’OIF per il 2006, è parlato come lingua madre o come seconda lingua da milioni di persone: ciò fa dell’Africa il continente più francofono del mondo. Tale cifra è destinata ad aumentare fortemente nei prossimi anni, anche a causa dell’aumento della scolarizzazione e dell’uso delle lingue straniere nelle istituzioni scolastiche. La marginalizzazione delle lingue indigene lascia molte lingue africane senza un ruolo da svolgere. Una lingua, per sopravvivere, deve avere un ruolo definito nella società: infatti, ad esempio, il francese è comunemente utilizzato come mezzo di comunicazione che consente di superare le barriere culturali. Inoltre i parlanti spesso adottano una lingua diversa da quella delle proprie origini per motivi politici, economici e religiosi. Con la mancanza di un ruolo ben definito, dunque, una lingua tende ad essere meno utilizzata, e alla fine muore. Infatti, molti parlanti africani si sono spostati verso altre lingue, e molte lingue africane sono sul punto di essere in via di estinzione. Le lingue africane, comunque, possono essere non solo conservate, ma anche imparate e trasmesse alle generazioni per ragioni di varia natura, ad esempio ci sono alcuni popoli che continuano a coltivare la tradizione e a trasmettere la lingua delle origini; e ci sono diversi tentativi di tenere vive le lingue anche in contesti ufficiali come nella scuola primaria ed elementare, oppure, ad esempio, gli stessi politici spesso usano le loro lingue madri per rivolgersi ai concittadini. Ci sono anche i contesti accademici, come il Journal of West African Languages il cui scopo è pubblicare articoli e saggi sugli aspetti legati alle lingue africane, poi ci sono le Università e i corsi online o siti web come il CultureTreeTvYoruba, che è un progetto pensato da una mamma nigeriana trasferitasi nel Regno Unito, che ha deciso di far apprendere la sua lingua madre, lo yoruba, ai bambini espatriati. Tutto è partito dal desiderio che i suoi figli imparassero questa lingua per non perdere il senso di appartenenza alla loro cultura. Così tra favole, filastrocche, canzoni, si insegna una lingua straniera a un bambino. Proponiamo in questa sede un video dell’attività di questa mamma nigeriana.

 

un articolo di Roberta Sireno

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16 marzo 2017

La crisi della biennale del cinema panafricano

Un buon film agisce sullo spettatore, provoca emozione e destabilizzazione, genera la riflessione e la mobilitazione. Un festival del cinema illustra solitamente un ricco e variegato programma di produzioni cinematografiche che si distinguono per la loro bellezza ed originalità, e non per il semplice consumo o dilettantismo: questa è la riflessione critica di Olivier Barlet, esperto di cinema africano e giornalista fondatore di Africultures, che è stato presente, a partire dal 1993, a ogni edizione del festival del cinema panafricano FESPACO. La 25a edizione di questo festival si è svolta, infatti, dal 25 febbraio al 4 marzo, a Ouagadougou, nella capitale del Burkina Faso, visibilmente presidiata dalla polizia e dall’esercito a causa degli attacchi terroristici dello scorso anno. Questo festival vuole continuare a essere uno dei più importanti luoghi della creatività e della condivisione della cultura africana attraverso il cinema. Il film Frontières di Apolline Traore, incentrato sulla migrazione intercontinentale, è stato il più discusso in questa edizione, oltre che vincitore del Prix des institutions, mentre l’Etalon d’or è spettato al film Félicité di Alain Gomis, che narra la storia di una donna, una madre, che lotta per curare il figlio nella difficile condizione sociale di una città africana.

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(Félicité, un film di Alain Gomis)

Ma la scelta dei film, l’organizzazione della 25a edizione, sono stati giudicati decisamente di bassa qualità: ad esempio, la mancanza dei sottotitoli in molte proiezioni anglofone, l’aumento dei prezzi dei biglietti, il mimetismo con i peggiori prodotti televisivi occidentali, l’eccessivo sentimentalismo e anche la violenza di alcune pellicole e l’emarginazione di alcuni film significativi non hanno contribuito a dare a questa manifestazione fondamentale il necessario spessore culturale. La visibilità internazionale di FESPACO permette a molti giovani registi africani di far conoscere al mondo la cultura e la storia del continente, quindi è necessario e urgente reagire con un programma che colmi le lacune e dia il giusto risalto alla ricchezza delle produzioni cinematografiche africane.

Per una visione del trailer di Félicité di Alain Gomis:

 

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03 marzo 2017

“Ritornare”: la nuova call di Africa e Mediterraneo!

È uscita la call for papers per il prossimo numero della rivista Africa e Mediterraneo. Il dossier sarà incentrato sul tema, sempre più attuale, dei ritorni dei migranti nei loro Paesi di origine. Un fenomeno difficile da stimare, ma di grande rilevanza e dai molteplici risvolti: politici, economici, sociali.
Il tema si inserisce nel discorso più ampio relativo alla circolarità delle migrazioni e rappresenta un nuovo capitolo nel dibattito, da tempo aperto, sul rapporto tra migrazione e sviluppo. Molti studiosi considerano, infatti, le migrazioni di ritorno un’occasione di sviluppo economico e sociale, sia per il Paese di partenza, sia per quello di destinazione, sia per il migrante.
I governi europei sostengono i ritorni cosiddetti assistiti, destinati a coloro ai quali viene respinta la richiesta d’asilo. Spesso tali programmi si sono rivelati inefficaci o hanno avuto risultati insoddisfacenti. È da considerare, inoltre, che per chi ha abbandonato il proprio Paese a costo di grandi sacrifici, ritornare può voler dire accettare un fallimento, una sconfitta.
Eppure, diverse esperienze suggeriscono come ritornare a volte possa tradursi nel mettere a frutto competenze acquisite nel territorio ospitante, e contribuire attivamente allo sviluppo del proprio Paese di origine. Il reale potenziale dei “ritorni” sembra essere, dunque, ancora tutto da valorizzare.

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Le proposte potranno trattare, ma non solo, i seguenti temi, secondo vari approcci disciplinari:

  • incidenza (qualitativa e quantitativa) dei ritorni
  • motivazioni che portano a intraprendere il percorso indietro
  • sostenibilità del rientro: modalità di reinserimento economico e sociale nei Paesi d’origine
  • impegno attivo dei Paesi interessati ed effettiva riuscita delle politiche di rimpatrio assistito
  • reti commerciali ed economiche attivate grazie alla migrazione circolare
  • quali i Paesi più interessati e perché?

Scadenze per l’invio:

Invio delle proposte (400 parole al massimo): 5 aprile 2017
Invio del contributo (in caso di accettazione): 5 giugno 2017

Le proposte dovranno pervenire agli indirizzi:
s.federici@africaemediterraneo.it e m.scrivo@africaemediterraneo.it.

Gli articoli e le proposte potranno essere inviate in italiano, inglese e francese.

 

Qui di seguito è possibile leggere e scaricare la Call for Papers.

 

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24 febbraio 2017

La vie d’Andolo

‘La vie d’Andolo’ è un fumetto scritto e disegnato da due autori africani, lo sceneggiatore di album di successo Christophe Ngalle Edimo (Francia-Camerun) e il giovane estremamente promettente Fati Kabuika (R.D.Congo). Andolo è uno studente brillante e molto popolare nel suo quartiere. La sua vita nel Congo verrà bruscamente cambiata da eventi traumatici, come la guerra e la partenza della fidanzata. Quale sarà il suo futuro? Riuscirà a ritrovare la serenità?

La casa editrice, creata dal disegnatore camerunese Simon Mbumbo, ha lanciato una raccolta di fondi per pubblicarlo tramite il crowdfunding. Africa e Mediterraneo partecipa, consapevole del valore di questi autori. Per sapere di più vai a questo link: http://bit.ly/2kWCgPy

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14 febbraio 2017

Il Black History Month. Per una cultura delle differenze

«If a race has no history, it has no worthwhile
tradition, it becomes a negligible factor in the
thought of the world, and it stands in danger of
being exterminated.»

 «Se una razza non ha una storia, non ha delle
tradizioni utili, essa diventa un fattore
insignificante nel pensiero del mondo, e si trova
in pericolo di essere sterminata.»

(Carter G. Woodson)

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Una storia che ricordi le differenze sociali e culturali tra persone di diversa provenienza geografica è ancora oggi determinante: la differenza, infatti, genera spesso i luoghi della discriminazione e fomenta i processi dell’intolleranza e del razzismo. Per questo motivo negli USA il mese di febbraio è dedicato al contributo della cultura afro-americana alla crescita della civiltà statunitense. La tradizione del Black History Month fu iniziata da un figlio di una coppia di ex schiavi africani, Carter G. Woodson, che, dopo aver frequentato l’università di Chicago e aver completato gli studi storici con un dottorato ad Havard, si rese conto che la storia dei suoi antenati non era correttamente rappresentata o spesso era del tutto assente dai libri. Fu così che nel 1915 fondò The Association for the Study of Negro Life and History (ASNLH) e in seguito raccolse le storie di milioni di afro-americani nel Journal of Negro History, oggi conosciuto come Journal of African American History. Nella seconda settimana di febbraio del 1926, spalleggiato da un vasto numero di sostenitori, Woodson fondò la prima Annual Negro History Week con lo scopo di celebrare la storia dei neri d’America con i compleanni dei presidenti americani Abraham Lincoln e Frederick Douglass. Successivamente nel 1976 il presidente Gerald R. Ford decise di estendere la Annual Negro History Week all’intero mese di febbraio, dando vita a quello che oggi è conosciuto come Black History Month. L’insegnamento della storia e della tradizione africana, in particolare nelle scuole pubbliche della nazione, era indispensabile per garantire, secondo Woodson, i processi dell’integrazione fra culture diverse e la sopravvivenza fisica ed intellettuale della razza all’interno della società più ampia.

Quest’anno sono tante le iniziative in diversi paesi che durante il mese di febbraio offrono occasioni per conoscere la cultura afro-americana: ad esempio, in Italia il Black History Month Florence, fondato e diretto da Justin Randolph Thompson, curatore e docente di arte statunitense, da tempo residente a Firenze, offre un ricco e variegato programma di mostre d’arte, eventi enogastronomici, concerti, spettacoli proiezioni di film e letture di libri che vogliono riflettere sulla storia della diaspora africana e sul suo impatto sul panorama contemporaneo. Anche Africa e Mediterraneo contribuisce al progetto fiorentino con una mostra delle opere di George Zogo, l’artista camerunese recentemente scomparso. Attingendo ai 50 anni di eredità del Black History Month negli Stati Uniti e i 30 anni nel Regno Unito, anche l’Italia, dunque, mira a celebrare i contributi culturali della diaspora che ha influenzato la cultura italiana in differenti modi.

Per maggiori informazioni sul programma del Black History Month Florence: http://blackhistorymonthflorence.com/index.php/project/bhmf-2017/

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07 febbraio 2017

Contaminare con l’arte. George Zogo e Joan Mirò

In occasione del Black History Month Florence, il college internazionale d’arte SACI inaugura giovedì 16 febbraio alla Jules Maidoff Gallery di Firenze “Vita Quotidiana”, la mostra di uno degli artisti africani residenti in Italia maggiormente conosciuti e apprezzati dalla critica, George Abraham Zogo (1935-2016). Il titolo dato all’esposizione si ispira all’omonima opera dell’artista africano, che per certi tratti si avvicina alla poetica figurativo-fantastica del pittore spagnolo Joan Mirò: ci sono somiglianze, infatti, visive e simboliche tra il dipinto tratto dalla serie Vita quotidiana (2001) di Zogo e il trittico Bleu (1961) di Mirò.

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George Zogo, Vita quotidiana (2001)

Su una distesa spaziale vuota e colorata scorrono, in entrambe le opere, linee in fuga e figure geometriche che si disfano a favore di una lirica della spontaneità e dell’immediatezza, che si dimentica degli oggetti per gioire nel movimento. Nelle opere dell’artista camerunense e dell’artista spagnolo si può parlare, quindi, di contaminazione degli elementi simbolici europei con quelli propri dell’arte africana.

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Joan Mirò, Bleu (1961)

George Zogo fece parte, infatti, della prima generazione di intellettuali e artisti africani che arrivavano in Europa negli anni ’60, e rappresenta un esempio di necessità di uscire dall’isolamento culturale e tecnologico dei paesi africani per inserirsi nei circuiti dell’arte internazionale. La stessa arte contemporanea africana ha giocato un ruolo significativo nel panorama europeo del Novecento, attraendo, oltre a Joan Mirò, artisti noti come Picasso e Matisse, che riconoscevano la forza dell’ispirazione visiva proveniente dal mondo africano. Anche oggi s’insiste sulla natura “interculturale” dell’arte, sul fatto che essa possa costituire un prezioso strumento per ampliare l’immaginario delle persone, facilitando l’incontro con l’alterità: la riflessione, dunque, su una contaminazione estetica può fornire alcune direzioni per superare la rigida dicotomizzazione tra “noi” e gli “altri”, e rendere più permeabili i confini tra le identità e le culture.

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George Zogo, Les lignes croisèes (2000)             George Zogo, Symbolisme (2001)

 

La mostra verrà inaugurata il 16 febbraio alla Jules Maidoff Gallery di Firenze. Per maggiori informazioni su tutto il programma del Black History Month Florence: www.blackhistorymonthflorence.com

Roberta Sireno

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30 gennaio 2017

Lavoro in movimento: i linguaggi differenti della videoarte.

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In concomitanza con Arte Fiera 2017, la Fondazione MAST di Bologna inaugura la prima mostra dedicata interamente alle immagini in movimento: il curatore Urs Stahel definisce l’esposizione come «una selezione di video che si configurano come piccole galassie, nelle quali la singola opera ha un valore autonomo ma trova il suo significato soprattutto in relazione alle altre». Diversamente dal solito, quindi, non saranno le immagini fotografiche, ma l’occhio fluido e mosso della videoarte a restituire una visione dinamica ed interconnessa del mondo del lavoro in rapporto con le identità e la realtà quotidiana.

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Gli aspetti sociali, economici, storici ed esistenziali propri del sistema produttivo e finanziario, infatti, vengono posti in relazione tra loro per risaltare dimensioni differenti: tra i 14 artisti di fama internazionale presenti in mostra, ad esempio, si spazia dall’opera di Thomas Vroege, So help me god (2014), che racconta la quotidianità di un imprenditore impegnato negli affari, all’opera Permanent Error (2010) del noto fotografo e videoartista sudafricano Pieter Hugo che descrive grottescamente il lavoratore all’interno di ambienti tossici e disumani, fino all’opera poetica e visionaria di un cielo con stormi di uccelli di Armin Linke, Flocking (2008), che è un richiamo alla natura. Una narrazione filmica, dunque, che si muove su piani paralleli, e che vuole scandire attraverso linguaggi diversi le contraddizioni, le ambiguità e le nuove possibilità della realtà lavorativa, intensificando la visione di un mondo in rapido e continuo movimento.

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Per maggiori informazioni sulla mostra: http://www.mast.org/lavoro-in-movimento

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