24 agosto 2021

Raccontare può salvare la vita

di Roberta Sireno

Le narrazioni delle minoranze sono spesso distorte e semplificate, rischiano di diventare una storia unica e definitiva, che priva le persone della loro individualità. A ricordarlo è la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie in una conferenza per il TED Talk 2009 dal titolo The danger of a single story (‘I pericoli di una storia unica’), ora raccolta in un volume pubblicato da Einaudi.

Ci sono tante storie che formano un racconto inclusivo delle realtà complesse: come questa, che è la prima autobiografia pubblicata in Italia di un migrante somalo sopravvissuto ai viaggi della morte.

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È il racconto del suo tahriib: una parola araba che designa una forma di emigrazione sregolata praticata da migliaia di ragazzi e ragazze somali, i quali partono alla volta dell’Europa attraversando l’Etiopia, il Sudan e la Libia, e infine il Mar Mediterraneo. Raccontare può salvare la vita, e Geeldoon lo testimonia nel libro Baciammo la terra. L’odissea di un migrante dal Somaliland al Mar Mediterraneo uscito nel 2020 per Gaspari Editore.

«Volevamo realizzare il nostro sogno di andare in Europa», racconta Geeldoon durante l’intervista sulla quale è basato il libro, e che è stata condotta nel gennaio 2014 nel corso di un programma di ricerca sull’impatto della guerra sugli uomini somali condotto dal Rift Valley Institute (RVI). Tradotta in inglese mantenendo la veridicità e l’anonimato della storia, la traduzione italiana è stata voluta dallo scrittore, ricercatore e poeta italiano Raphael d’Abdon, che vive dal 2008 a Pretoria in Sudafrica. Al centro di questa testimonianza c’è «una malattia chiamata buufis»: si tratta di un termine somalo che indica un desiderio smanioso di partire alla ricerca di nuove possibilità.

Il punto di partenza e di ritorno della storia è il Corno d’Africa, una regione attraversata da continue evoluzioni e instabilità sociali (per un approfondimento, si veda dossier 92-93 della rivista Africa e Mediterraneo): nato nella zona oggi denominata Somaliland (Nord della Somalia), Geeldoon si trasferì nel 1989 con la famiglia in Mogadiscio per fuggire dalla guerra civile.

Schermata 2021-08-24 alle 10.26.16Dopo un breve periodo in Kenya, ritornarono in Somalia dove Geeldoon riuscì a finire le scuole superiori, e nel 2006 il suo desiderio era iscriversi all’università.

Purtroppo in quegli anni le università somale erano pochissime, così Geeldoon progettò di studiare all’estero. Dopo diversi tentativi falliti di emigrare per motivi di studio, l’autore racconta che «le due decisioni di studiare ed emigrare erano diventate incompatibili», così si dedicò alla ricerca del lavoro, e in quel periodo venne a conoscenza del tahriib o cosiddetto viaggio della morte: raggiungere l’Europa per cercare nuove opportunità di vita passando dalla Libia. È a questo punto che iniziò la sua tragica odissea attraverso il confine sudanese, l’incontro con i trafficanti libici e l’attraversata a piedi del Sahara insieme a un gruppo di giovani migranti, che durò diverse settimane senza cibo e senza acqua.

«Continuammo a camminare per altri due giorni. A questo punto, quando uno cadeva a terra, non ci fermavamo più per soccorrerlo. Li lasciavamo dov’erano, senza mostrare alcuna pietà. […] La verità è che non provavamo più alcuna pietà, anche perché otto di noi erano già morti. Morirono uno dopo l’altro e nessuno se ne era occupato. La solidarietà se ne era andata da un pezzo.» (p.51)

Dopo un mese di cammino, in cui ormai «avevamo gli occhi incavati e sembravamo degli scheletri», Geeldoon e i suoi restanti compagni di viaggio arrivarono a Tripoli, furono catturati e finirono nelle prigioni libiche dove vengono compiute alcune tra le più disumanizzanti violazioni dei diritti umani: torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, e la liberazione può avvenire solo in cambio di quote di denaro corrisposte dalle famiglie dei prigionieri.

viaggioDopo un lungo periodo di prigionia, Geeldoon riuscì a uscire grazie all’aiuto della sua famiglia e iniziò a lavorare a Tripoli, sperando di ricavare il guadagno necessario per partire alla volta dell’Europa. Si unì a un gruppo di trecento persone che partì su una barca per raggiungere le coste europee, ma il motore si ruppe in mezzo al mare.

«Fummo avvicinati da un’imbarcazione battente bandiera italiana che ci lanciò cibo, acqua e altre bevande. Mangiammo e bevemmo, convinti che saremmo stati portati in Sicilia, quando all’improvviso apparve una barca ancora più grande che ci agganciò e ci riportò a Tripoli. Fummo riportati nella stessa prigione […] e fummo di nuovo sottoposti ad abusi e torture.» (p.80)

Geeldoon riuscì a scappare. Il suo tahriib era durato sei mesi ed era arrivato a un tale esaurimento nervoso che decise di abbandonare il suo piano di emigrazione in Europa. Era la fine del 2011 quando decise di tornare con un suo amico nel Somaliland attraverso un volo aereo.

«Quando arrivammo a casa baciammo la terra.» (p.81)

Il racconto autobiografico si chiude con una celebrazione delle proprie origini, e quindi della terra in cui si è nati. Dopo essere sopravvissuto nel tentativo di raggiungere l’Occidente, Geeldoon ha fondato in Somaliland un’associazione locale per incoraggiare i giovani ad abbandonare il tahriib e a costruirsi un futuro a casa propria.

Questo racconto fa riflettere su come sia necessario un nuovo approccio nei confronti della mobilità internazionale: le regole che determinano oggi la mobilità di persone che provengono da alcuni Paesi si basano, infatti, su profonde disparità e diseguaglianze che obbligano molti a dover affrontare viaggi durante i quali mettono a repentaglio le loro vite per poter arrivare in Europa. Lo sostiene la stessa scrittrice Oiza Q.D. Obasuyi nel suo recente libro Corpi estranei (People Editore, 2020), dove mette a confronto i giovani italiani che migrano all’estero per cercare migliori opportunità e le persone – in questo caso i cosiddetti migranti economici – che affrontano un viaggio rischioso, nelle mani di trafficanti e spesso in condizioni disumane per raggiungere l’Europa.

La differenza sta nella la possibilità di poter ottenere i documenti che consentono di intraprendere un viaggio sicuro e legale.

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12 agosto 2021

Le misure europee di sostegno alla migrazione professionale

Si stima che nei prossimi anni diseguaglianze socio-economiche, cambiamento climatico e conflitti provocheranno un aumento significativo dei flussi migratori in diverse aree del pianeta, Europa inclusa. Mentre il nostro continente si prepara alla transizione ecologica, l’impatto della migrazione sullo sviluppo sostenibile non va sottostimato. I migranti rappresentano già una porzione significativa del tessuto sociale europeo, a cui contribuiscono come lavoratori, cittadini e consumatori, eppure la prospettiva dominante sulla migrazione è quella di un fenomeno da contenere e sottoporre a misure di sicurezza.

L’emergenza sanitaria del 2020 ha dato risalto al ruolo fondamentale dei migranti nell’assicurare servizi essenziali, come quelli legati alla salute e al cibo, che spesso diamo per scontati. La pandemia ha fatto emergere le inter-dipendenze planetarie che rendono il benessere una merce di immenso valore, ma altrettanto rara. Questi stessi lavoratori essenziali sono infatti anche i più vulnerabili perché sono tra le categorie maggiormente a rischio di trovare occupazioni formali e precarie che non concedono un reddito stabile e sicuro, né forme di protezione sociale.

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Dato il declino demografico pressoché inarrestabile, l’Europa è destinata a diventare sempre più dipendente dai lavoratori stranieri per colmare le mancanze del mercato del lavoro e preservare la propria competitività. L’Africa, in particolare, è stata identifica come fornitrice principale di manodopera. Il Patto Europeo sulla Migrazione [https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_1706], pubblicato alla fine del 2020, pur se criticato dalle organizzazioni della società civile per la scelta di continuare a dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei ritorni e respingimenti, include alcune revisioni ai programmi di migrazione per lavoratori qualificati e tratteggia (seppur in modo ancora vago) la creazione di Talent Pool e Talent Partnership per attrarre questo tipo di manodopera. Queste iniziative sembrerebbero proseguire nel solco della Mobility Partnership Facility [https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/policies/international-affairs/global-approach-to-migration/mobility-partnership-facility_en] con cui singoli paesi europei possono creare accordi bilaterali di cooperazione con paesi esteri e acquisire professionisti di medio livello [https://www.cgdev.org/blog/eu-migration-pact-putting-talent-partnerships-practice]. Ulteriori passi in questa direzione sono previsti anche dall’Agenda 2030. Diversi obiettivi di sviluppo sostenibile [https://sdgs.un.org/goals] – i cosiddetti SDG (sustainable development goals) – fanno riferimento alla migrazione, prevedendo misure per facilitare la mobilità umana regolare (10), ridurre il lavoro precario e porre fine allo sfruttamento (8), e incrementare il sostegno ai paesi in via di sviluppo che vogliano avviare azioni di capacity building (17). 

Tuttavia, queste proposte hanno scopi limitati e non sembrano concentrarsi sull’impatto della migrazione su settori quali la sanità, la convivenza urbana, la protezione sociale, la cittadinanza, il genere, né tengono conto delle enormi differenze in termini demografici, di competenze professionali, di accoglienza etc, tra paesi di origine e paesi di destinazione della migrazione. Per ultimo, le iniziative menzionate sembrano riguardare solo persone qualificate, e non i lavoratori privi di qualifiche e conoscenze. Quale sarà il posto di questi ultimi nel nuovo framework europeo sulla migrazione che cerca un nuovo equilibrio tra responsabilità e solidarietà? La prossima edizione della International School on Migration [https://www.migrationschool.eu/] affronterà questi interrogativi, esplorando possibili soluzioni per fare in modo che la transizione ecologica non lasci nessuno indietro.

 

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European labour migration policies 

 

In the next decades climate emergencies, conflict, and socio-economic inequalities will trigger massive migration flows across the planet, including towards Europe. As the continent works to achieve its green goal, the impact of migration on sustainable development cannot be underestimated. Migrants already make up a significant portion of Europe’s population, contributing to its growth as workers, citizens, and consumers. And yet, the general perspective on migration presents it almost only through the lens of containment and security.  

The crucial role of migrant workers came to the fore during the COVID pandemic of 2020, when their efforts in essential sectors, like health care and the food industry, put a face on some of the taken-for-granted services we are so dependent on. The emergency spotlighted the invisible planetary interdependencies that make well-being a valuable, but also rare commodity. These same crucial workers are however also extremely vulnerable in that, as a category, they are most at risk to work informally and precariously, without the security of a stable and decent income and no access to social protection.

As Europe’s demographic decline continues, the continent will become increasingly dependent on foreign labor to fill its market gaps and preserve competitiveness. Africa, in particular, has been singled out as a key supplier of skills. The EU Migration Pact [https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_20_1706], released in 2020, although criticised by civil society organizations for the choice of prioritizing preventing arrivals and organizing returns and deportations, includes revisions to skilled migration schemes and outlines (only vaguely, so far) the establishment of a Talent Pool and Talent Partnerships to attract skilled professionals. The latter seem to follow in the footsteps of the Mobility Partnerships Facility [https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/policies/international-affairs/global-approach-to-migration/mobility-partnership-facility_en], which sets up bilateral cooperation projects between individual European and non-European countries focusing on mid-level professions [https://www.cgdev.org/blog/eu-migration-pact-putting-talent-partnerships-practice]. Another step in this direction is envisioned in Agenda 2030. Several SDGs mention migration, setting out to facilitate regular human mobility (10), curb precarious employment, end exploitation and child labor (8), and enhance capacity building support in developing countries (17). 

However, these proposals have a limited scope that does not address the impact of migration on sectors like health, urbanisation, social protection, citizenship, and gender, nor does it take into account the huge differences between origin countries and countries of destination in terms of demographic trends, skills, hospitality, etc. Finally, migration seems to be restricted to skilled and educated individuals, but what about unskilled or semi-skilled workers? How will they fit into the development framework of a continent seeking a new balance between responsibility and solidarity? The forthcoming edition of the International School on Migration [https://www.migrationschool.eu/] will address these questions and explore solutions to ensure that the green transition leaves no one behind.

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21 luglio 2021

Oltre il take-make-waste: la moda ha bisogno di una rivoluzione sociale

Che ruolo ha il settore privato nella transizione ecologica? E, in particolare, come si posiziona la moda in questo contesto? Si parlerà di questo il 4 ottobre a Lampedusa, alla giornata conclusiva della International School on Migration. 

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È diventato ormai un luogo comune associare moda e cambiamento climatico. I dati del suo impatto ambientale sono impietosi e sono la prima ragione per invocare una vera e propria rivoluzione del nostro stile di vita. Il modello lineare di produzione e consumo dei capi – il cosiddetto take–make–waste –  assorbe risorse immense, restituendo al pianeta tipologie molteplici di rifiuti che compromettono i già instabili meccanismi rigenerativi del nostro sistema antropocentrico. Il fast fashion, la moda usa e getta, alimenta comportamenti iper-consumistici che giustificano l’acquisto compulsivo di capi – e l’altrettanto compulsiva eliminazione degli stessi che avviene entro una finestra d’uso sempre più ridotta – come una risposta al susseguirsi acceleratissimo dei trend, una strategia commerciale minuziosa che arriva a immettere sul mercato – fisico e digitale – anche due collezioni in un mese. I report pubblicati da organizzazioni internazionali come la Ellen McArthur Foundation [https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/A-New-Textiles-Economy_Summary-of-Findings_Updated_1-12-17.pdf] restituiscono la fotografia di un’industria che fa ancora troppo poco per interrompere la catena dello sfruttamento. 

La pandemia ha anzi esacerbato questo modello commerciale, rendendo ancora più marcati i suoi effetti sui lavoratori e le loro geografie sociali di appartenenza. Il Sud e le periferie del mondo, che sono la fucina della moda usa e getta, hanno subito il contraccolpo dell’atrofizzazione dei consumi scatenata dal lockdown [https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/15487733.2020.1829848?needAccess=true]. La contrazione dei consumi nel Nord ha accresciuto la vulnerabilità sociale nel Sud e messo a nudo la natura sistemica dello sfruttamento in cui produttori e consumatori condividono la responsabilità del cambiamento. Inoltre, alcuni paesi del Sud fungono da discarica dell’enorme quantità di abiti gettati al sistema di consumo del fast fashion [https://www.afrosartorialism.net/2021/02/26/sustainability-files-managing-fashion-waste-in-ghana/] Come risponde il made in Italy a questo stato delle cose? In che modo l’industria leader che alimenta e confeziona da decenni il sogno di fare la differenza affronta la sfida di lasciare spazio alla differenza? Il quarto modulo della School approfondirà le pratiche di transizione sostenibile nell’industria della moda italiana, analizzando in che modo le aziende assicurano il rispetto dei diritti umani e attuano i principi etici di responsabilità verso la collettività, ricerca del benessere, giustizia e uguaglianza.  


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Beyond take-make-waste: fashion needs a social revolution

 

What is the role of the private sector in the green transition? And where does fashion stand in this context? The final session of the International School on Migration happening in Lampedusa on 4 October will address these questions. 

It is well known that fashion has a huge impact on climate change. The figures on its environmental impact are staggering, giving cause for us to call for a revolution of our ways of life. The  take – make – waste linear model of production and consumption of clothes requires immense resources, yields such quantities of material and immaterial waste that compromise the ability of our Anthropocentric planet to regenerate itself.  Fast fashion triggers hyper-consumeristic behaviours of compulsive shopping and disposing of new clothes in short spans of time, taking place in a scenario of hyper-accelerated seasonal change that sees mega retailers producing up to two new collections every month. The reports published by international bodies like the Ellen McArthur Foundation [https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/A-New-Textiles-Economy_Summary-of-Findings_Updated_1-12-17.pdf] present the picture of an industry that has not step up yet to ending exploitation. 

The pandemic has instead exacerbated this commercial model, accentuating its negative effects on workers and their social geographies. The peripheries and South of the world, where fast fashion factories are located,  have suffered the consequences of the decline of consumption that followed the lockdown of 2020[https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/15487733.2020.1829848?needAccess=true].  Moreover, a number of countries in the South of the world operate as actual landfills of the huge amount of textile waste generated by the fast fashion system [https://www.afrosartorialism.net/2021/02/26/sustainability-files-managing-fashion-waste-in-ghana/]This phenomenon originating in the richer North increased social vulnerability in the South, unveiling the systemic nature of exploitation and the shared responsibility of producers and consumers to enact change. How has made in Italy reacted to this state of affairs? How is the industry that for decades has nurtured and manufactured the dream of distinction making a difference? The fourth session of the School will examine good practices of sustainable transition in Italian fashion with respect to human rights protection, equality, workers prosperity, and social justice.

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07 luglio 2021

La responsabilità sociale di città e territori per l’inclusione

La prossima edizione della International School on Migration si concentrerà sulle sfide sociali della transizione ecologica per ripensare l’inclusione in chiave sostenibile. Il piano verde dell’Unione Europea pone infatti la coesione sociale come punto di partenza del passaggio al modello circolare. Per raggiungere questo obiettivo, l’Unione ha predisposto un piano di interventi che garantiranno lavoro dignitoso e integrazione economica ai più vulnerabili.

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La nuova policy della prosperità mette insieme crescita, inclusione e benessere. I confini europei e le aree ultraperiferiche dove la migrazione viene vissuta direttamente sono interessati in maniera massiccia dalle criticità dell’accoglienza e dell’integrazione, rappresentando un interlocutore imprescindibile per affrontare l’impatto economico e sociale della transizione. Qui, infatti,  già si sperimentano modelli di sostenibilità sociale che coniugano sviluppo, accoglienza e diritti umani, modelli che rendono questi luoghi laboratori di innovazione e riflessione collettiva sulle prospettive di crescita orizzontale e democratica. Il progetto “Snapshots from the Borders” [http://www.snapshotsfromtheborders.eu/], nell’ambito del quale è organizzata la Scuola, porta avanti la comprensione e attuazione degli obiettivi della crescita sostenibile SDG partendo appunto dalle esperienze delle aree di frontiera interessate dai flussi migratori e dai loro effetti socio-economici. In concerto con altre realtà europee, il progetto promuove il coinvolgimento diretto degli attori del territorio nei processi decisionali, di gestione e attuazione delle policy europee di transizione giusta.

La seconda parte della School guarderà a questi territori, analizzando il ruolo delle autorità locali e dei protagonisti dell’accoglienza nell’attuazione degli obiettivi sociali del Patto Verde europeo, con particolare attenzione alla protezione dalla povertà e dall’esclusione. Il terzo modulo, che si svolgerà in modalità online, approfondirà la conoscenza delle strategie locali di sostenibilità inclusiva, le pratiche di tutela dei lavoratori fragili – persone sottoqualificate o scarsamente qualificate – e le iniziative di responsabilità sociale attuate sul territorio. L’ultima sessione della School avrà invece luogo a Lampedusa, in presenza. Questo luogo simbolo delle complessità del progetto europeo di sostenibilità sociale è il contesto migliore per tirare le conclusioni della School e progettare insieme proposte, etiche e sostenibili, che riflettano le esigenze e le specificità dei territori e delle comunità vulnerabili che li abitano.

 

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06 luglio 2021

Il Report 2021 dell’Ufficio Europeo per l’Asilo (EASO): con la pandemia le domande di asilo sono calate di più del 30%

Il 29 giugno è stato presentato il nuovo Report annuale 2021 dell’Ufficio Europeo per l’Asilo (EASO) (https://www.easo.europa.eu/asylum-report).  L’analisi 2021 presentata da EASO si riferisce alle principali evoluzioni e trend in materia di politiche per l’asilo, sistemi di accoglienza e accesso alle procedure avvenute nell’annualità 2020.

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Il report è strutturato in 4 grandi aree tematiche. La prima sezione riporta una panoramica generale della situazione a livello globale in termini di migrazioni forzate, sfollati interni e rifugiati.

A giugno 2020, infatti, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) segnalava che vi erano circa 80 milioni di persone a rischio di migrazioni forzate, di cui la maggioranza proveniente da soli cinque paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. La prima sezione, inoltre, pone particolare accento anche su due settori specifici quali la digitalizzazione delle procedure e il reinsediamento.

La seconda sezione del report si concentra sul Sistema Comune Europeo per l’Asilo (CEAS) presentando una panoramica della sua evoluzione e concentrandosi sulla principale novità avvenuta a settembre 2020: la presentazione da parte della Commissione europea del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo.

Già nel 2016 e nel 2018 erano state presentate proposte di riforme dell’ambito normativo in materia di immigrazione, asilo e controllo delle frontiere nell’ottica di riformulare le rispettive Direttive (“Qualifiche”, “Procedure”, “Accoglienza”, ecc.) e il regolamento c.d. “Dublino III”, tuttavia non si era trovato un accordo comune tra i vari capi di Stato e di governo per concretizzare questo ambizioso piano di riforme.

In quest’ottica, spiega il report, a settembre 2020, è stato presentato il nuovo impianto normativo che si prefigge di partire dalle proposte già negoziate negli anni precedenti, salvo per quanto riguardo il regolamento Dublino, per cui la Commissione ha ritirato la proposta precedente sostituendola con quella di un nuovo regolamento per la gestione dell’asilo e dell’immigrazione, aggiungendo a esso nove strumenti supplementari (per maggiori dettagli vedi https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/promoting-our-european-way-life/new-pact-migration-and-asylum_it).

Questa sezione fornisce infine anche una panoramica degli indirizzi giurisprudenziali in materia di protezione internazionale, presentando le sentenze emanate dalla Corte di Giustizia Europea (CJEU), organo garante per un’applicazione della normativa sull’asilo quanto più uniforme all’interno dell’UE.

La terza sezione è dedicata all’azione svolta nel 2020 da EASO nello specifico in merito al suo ruolo di sostegno ai paesi UE nella gestione e implementazione del CEAS.

Negli ultimi dieci anni di lavoro di EASO, è stato fornito un sostegno operativo a vari Stati dell’Unione, in primis la Grecia, con la quale è stato firmato il primo accordo nell’aprile 2011. Il supporto di EASO è stato fornito a Svezia, Lussemburgo, Bulgaria, Italia, Cipro, Malta e infine, nel 2020, anche in Spagna. Il 2020 è stato un anno particolarmente complesso per gli Stati UE a fronte della situazione pandemica da Covid-19, mettendo a dura prova sia i sistemi di asilo nazionali che il CEAS nel suo complesso.

Si sottolinea che proprio il giorno di presentazione del rapporto annuale 2021 di EASO, è stato raggiunto l’accordo politico tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione europea su un nuovo, e ampliato, mandato che istituisce l’Agenzia Europea per l’Asilo (EUAA), che andrà a sostituire e ad ampliare i piani operativi di EASO.

La quarta sezione rappresenta il cuore del rapporto andando ad analizzare sia in termini qualitativi sia quantitativi tutti gli aspetti del CEAS. Di particolare interesse l’impatto della pandemia da Covid-19 sulle domande di asilo e sull’accesso alle procedure.

Nel 2020 sono state presentate circa 485.000 prime domande di protezione internazionale all’interno della zona UE+ (Paesi dell’UE con l’aggiunta di Norvegia e Svizzera). Tali numeri, se confrontati con l’anno precedente, mostrano come ci sia stato un calo del 32% in termini di domande di asilo, il numero più basso dal 2013.

Il dato è ovviamente da mettere in prospettiva con le restrizioni di movimento che hanno caratterizzato l’annualità 2020 a livello mondiale, dovute alla pandemia da Covid-19: sintomatico osservare come i dati delle domande presentate a gennaio e febbraio 2020 in realtà fossero superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2019, tuttavia il peggioramento della situazione sanitaria ha provocato un brusco calo a partire da marzo 2020. Il Paese maggiormente colpito dal calo delle domande è stata la Grecia (-37.000, -48%), mentre alcuni Paesi della fascia est-europea, quali la Romania (+3.565, +138%) hanno invece testimoniato un aumento delle stesse.

Il 63% delle domande di protezione internazionale sono state presentate in soli tre paesi: Germania (122.000), Francia (93.000) e Spagna (89.000) seguite a distanza dalla Grecia (41.000) e dall’Italia (27.000). Si può quindi affermare che solo cinque paesi dell’area EU+ hanno ricevuto più del 76% di tutte le domande presentate nel 2020.

Photo ©: Martin Leveneur

Photo ©: Martin Leveneur

Le principali nazionalità di provenienza delle persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale nel 2020 sono rimaste pressoché immutate rispetto al 2019, con al primo posto persone provenienti da Siria (70.000), Afghanistan (50.000), Venezuela (31.000), Colombia (30.000) e Iraq (20.000).

Nel 2020, anche il tasso di riconoscimento in prima istanza rimane più o meno stabile, intorno al 42% se comprensivo anche delle diverse forme integrative di protezione nazionali. Tale tasso di riconoscimento si riduce al 31% se si analizzano invece i dati relativi esclusivamente alla protezione internazionale (status di rifugiato e protezione sussidiaria).

Per quanto riguarda i gruppi con esigenze specifiche è importante sottolineare che i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) hanno rappresentato il 3% (14.200) delle domande presentate. Si tratta principalmente di ragazzini maschi (90%) provenienti dall’Afghanistan (40%).

Infine, per quanto riguarda il numero di domande di protezione internazionale ancora pendenti si è visto un calo, ma non così significativo: sono infatti ancora 773.600 le domande di asilo a cui non è stata data ancora risposta, con una diminuzione del 18 % rispetto al 2019 a fronte di un calo generale delle domande del 32%.

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24 giugno 2021

Gli aspetti sociali del Green Deal europeo

Il Green Deal europeo indica il 2050 come data ultima per raggiungere la neutralità climatica in Europa. Cosa significa? Fermare il cambiamento climatico e conquistare la sostenibilità ambientale e sociale richiedono una vera e propria rivoluzione del nostro stile di vita. Alla base di questa transizione c’è un progetto di sviluppo sostenibile alimentato dall’economia circolare, un modello di crescita che restituisce al pianeta più di quanto prende. Questo si traduce in un insieme di iniziative volte a controllare l’inquinamento, ridurre le emissioni di gas serra e minimizzare la dipendenza dalle risorse non rinnovabili con l’obiettivo di attuare pratiche verdi e rigenerative di produzione e consumo e preservare in questo modo la biodiversità – il nostro capitale naturale.

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L’obiettivo finale è passare a un’economia dematerializzata che applica soluzioni innovative e sviluppa relazioni più strette con i consumatori tramite strumenti digitali come i big data, l’intelligenza artificiale e l’Internet delle Cose. L’Action Plan sull’Economia Circolare prevede che il patto verde abbia effetti positivi diffusi sulla qualità della vita, promuovendo inclusione e prosperità sociale “a condizione che i lavoratori acquisiscono le competenze necessarie per la transizione verde”. Ma tutti i cittadini e le cittadine che vivono in Europa sono pronti/e a fare questo passo? Mentre alcuni settori della popolazione si adatteranno facilmente ai cambiamenti che ci aspettano, altri probabilmente resteranno indietro. Si tratta delle frange dei meno preparati e degli emarginati, inclusi i migranti, che hanno già un accesso limitato al mercato del lavoro. L’economia sociale promossa dal Green Deal rifletterà la capacità dell’unione e delle autorità locali di attuare policy di supporto, solidarietà e cura di queste soggettività vulnerabili. Su questo lavoreranno docenti e partecipanti alla International School on Migration di settembre, sviluppando una lettura critica delle policy proposte per proporre soluzioni a sostegno di una crescita realmente inclusiva per tutti. https://www.migrationschool.eu/

La transizione deve infatti essere accompagnata da politiche solide di sostegno sociale. Le azioni da attuare dovranno combattere la disuguaglianza e la polarizzazione, sia in termini di possibilità che di condizioni delle persone, rese ancora più urgenti dal passaggio al digitale reso necessario dalla pandemia. Consentire a tutti/e di acquisire le competenze e abilità per partecipare all’economia non lineare è uno dei punti fermi del percorso verso un futuro sostenibile. Per raggiungere questo obiettivo, l’Europa intende adottare un nuovo Patto per le Competenze e una “Skills Agenda”. Per saperne di più su questa strategia di economia sociale visita questo link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/economy-works-people_en

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The social side of the European Green Deal

 

The European Union set 2050 as the deadline to become the first climate-neutral continent. What does it mean, in practice? Halting climate change will require a revolution of our way of life and a vision of sustainability that has environmental and social goals. The building blocks of the European Green Deal are sustainable development and a circular economy model that gives back to the planet more than it takes. This translates into a set of actions targeted at controlling pollution, reducing gas emissions, and minimising dependency on non-renewable materials, in order to implement cleaner and regenerative practices of production and consumption that preserve Europe’s biodiversity – its natural capital.

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The final objective is moving towards a dematerialised economy of new relationships with consumers and innovative solutions powered by digital technologies like big data, artificial intelligence, and the Internet of Things. The Circular Economy Action Plan envisions that the Green Deal will have positive widespread effects on quality of life, fostering inclusion and prosperity, “provided that workers acquire the skills required.” Indeed, are Europeans fit for this? Whereas sectors of the population will easily adapt to the changes ahead, others will most likely be left behind. These are the culturally-disempowered, the migrants, the uneducated that already have limited to no access to the labour market due to low qualifications. The social economy that will grow out of the Green Deal will reflect whether Europe will be able to implement policies of care and support of its vulnerable subjects. The speakers and participants of the forthcoming International School on Migration will look critically at Europe’s green policies, elaborating solutions in support of a truly inclusive growth for all. https://www.migrationschool.eu/

The transition must be accompanied by solid social policies. Actions will have to be aimed at combating inequalities and polarization of people’s possibilities and conditions, which have become even more urgent in the light of the switch to digital accelerated by the pandemic. Developing skills and abilities to bring everyone up to date with the functioning of the non-linear economy is a mandate of the path to a sustainable future. To meet these goals the Union will implement an updated Skills Agenda, a new Pact for Skills, and the Action Plan for Social Economy. Read more about Europe’s plan for the social economy at this link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/economy-works-people_en

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17 giugno 2021

Richard Mosse, fotografo dell’invisibile

Di Sandra Federici

Sono ricominciati gli eventi al MAST, museo privato diventato ormai fondamentale per la vita culturale della città di Bologna.
L’occasione è la mostra Displaced di Richard Mosse, autore irlandese già presente nella collezione del museo con alcune foto, intorno alle quali la Fondazione MAST ha costruito, con una grande intuizione, la prima mostra antologica mai dedicata a questo autore, affidandola alla curatela di Urs Stahel.

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Fotografo quarantenne formatosi con studi in Letteratura inglese e Cultural studies, ha iniziato la sua attività di fotografo in Palestina, Iraq e al confine tra Messico e USA (e anche questi Early works sono presentati in mostra). La sua notorietà è cresciuta notevolmente con il lavoro svolto fra il 2010 e il 2015 durante le guerre nella Repubblica Democratica del Congo, da cui deriva la serie Infra, già presentata alla Biennale di Venezia del 2013 e di cui come Africa e Mediterraneo abbiamo parlato (n.78, anno 2013), tanto che il giovane fotografo ci regalò una iconica foto per la copertina.

aem_78Anche la videoinstallazione The Enclave racconta queste zone del Congo, mostrando su diversi schermi non sincronizzati persone in festa, bambini curiosi e giovani armati fino ai denti filmati durante un momento di festa comunitaria.

Fin dal principio della sua ricerca, l’artista ha lavorato sul tema della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare e intendere la realtà. I luoghi devastati dalla guerra sono fotografati e filmati con l’utilizzo di tecnologie di derivazione militare, che stravolgono la rappresentazione fotografica, creando immagini che colpiscono per la loro estetica, ma al contempo suscitano una riflessione. Con l’utilizzo della pellicola Kodak Aerochrome, che registra la clorofilla presente nella vegetazione, si crea una colorazione rosa-fucsia con effetto surreale e che ha reso da subito estremamente riconoscibile il lavoro di Mosse.

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L’esposizione, visitabile gratuitamente su prenotazione fino al 19 settembre 2021, è arricchita da alcune conferenze sui temi trattati: “migrazione, conflitto e cambiamento climatico”. Stefano Allovio, docente di Antropologia culturale all’Università Statale di Milano, nel suo talk del 27 maggio, con il quale il MAST ha ricominciato gli eventi in presenza, ha ripercorso la storia del Congo-Zaire. Si è soffermato in particolare sulla disgregazione socio-politico-amministrativa degli anni Novanta, in cui si possono individuare le principali cause dei conflitti su cui ha lavorato Mosse, ora divenuti endemici. Attraverso il racconto di alcune esperienze vissute personalmente durante i suoi “terreni di ricerca” in questi difficili luoghi, ha completato il discorso sottolineando la capacità di resilienza della popolazione congolese, la creatività sociale ed economica da lui sempre osservata nella sua ricerca.

Nella mostra, il cui allestimento è stato seguito dall’autore, le fotografie di grande formato e i video generano un percorso unico in termini di impatto visivo e sonoro, capace di rovesciare il modo in cui rappresentiamo e percepiamo la realtà. In particolare, i 16 video dell’installazione Moria (Grid), girati con termografia ad infrarosso, rivelano i particolari della vita nel tristemente famoso campo profughi sull’isola greca di Lesbo.

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Notevole anche la videoinstallazione Incoming, realizzata con l’uso della termocamera, che dà un segno scuro tanto più l’oggetto filmato emette calore. Anche quest’opera è incentrata sulla questione migratoria, presentandoci da una parte le meticolose operazioni di partenza di un aereo caccia militare in Siria, in cui la perfetta organizzazione, la tecnologia e la collaborazione tra gli uomini sono messi in campo per fare partire uno strumento di morte, e dall’altra le “consuete” immagini degli sbarchi di migranti. Queste scene viste decine di volte, rappresentate con questo accostamento e con questa tecnica diventano sorprendentemente inedite ed emozionanti, quasi ipnotiche.

Si vede qui un’immagine che a mio parere è il cuore della mostra. Scorrono le immagini lente delle varie operazioni di sbarco e accoglienza di naufraghi. Una persona è sdraiata, immobile, evidentemente stremata. Un’altra persona, forse un soccorritore, le friziona la schiena coperta da un lenzuolo, per scaldarla: la telecamera registra il calore della mano, scuro, sul lenzuolo bianco. Ecco, Mosse filma e ci presenta l’invisibile, quello che non potremmo vedere a occhio nudo o con strumenti normali: l’universale e il concreto del calore di una mano che sta dando aiuto.

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07 giugno 2021

Sono aperte le iscrizioni alla prossima International School on Migration. Si parlerà di transizione ecologica e inclusione sociale

Dopo una pausa di due anni torna l’International School on Migration, il progetto di Africa e Mediterraneo e coop. Lai-momo che dal 2016 crea conoscenza e consapevolezza sui temi della migrazione e dell’interdipendenza globale. L’edizione del 2021, inserita nell’ambito del progetto europeo Snapshots from the Borders, è dedicata all’impatto sociale della transizione ecologica e formerà i partecipanti a pensare e praticare la sostenibilità in chiave inclusiva e democratica.

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L’anno scorso l’Unione Europea con il Green Deal ha formalizzato l’impegno per il passaggio a un sistema di crescita a impatto ambientale zero che assicuri un livello orizzontale e diffuso di prosperità sociale. La sfida dell’Agenda 2030 sarà estendere l’obiettivo del benessere collettivo alle soggettività fragili e culturalmente prive di potere, in particolare quelle che giungono in Europa sull’onda di migrazioni accelerate dal cambiamento climatico. Fornire lavoro dignitoso sarà fondamentale per garantire l’assorbimento di questi flussi e creare la società giusta e tollerante che immaginiamo oggi.

La prossima edizione della School approfondirà le opzioni di sviluppo sostenibile e giustizia sociale inerenti all’inclusione in Europa e ai rapporti Europa-Africa nati intorno alla sfida ambientale attuale, avvalendosi della partecipazione di esperti, accademici e attivisti ambientali. Le quattro sessioni proporranno altrettanti percorsi analitici multidisciplinari sulle basi giuridiche internazionali della transizione ecologica, gli strumenti di uguaglianza e inclusione del nuovo mercato del lavoro e il ruolo di autorità locali e settore produttivo nella transizione ecologica – in particolare a lampedusa si incontreranno alcuni stakeholder della moda. I partecipanti prenderanno parte a dei project work indirizzati ad approfondire il tema della valutazione di impatto delle buone pratiche di sostenibilità sociale e ambientale.

L’evento prenderà il via il 10 settembre e si svilupperà in 4 moduli, di cui tre saranno on-line. L’ultimo si svolgerà invece in presenza e online sull’isola di Lampedusa il 3, 4 e 5 ottobre, in concomitanza con l’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013.

Le iscrizioni sono già aperte. La registrazione early bird, che permette di partecipare alla International School al costo ridotto di 150 €, è valida fino al 31 luglio.

https://www.migrationschool.eu/registration/

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Registrations are now open for the International School on Migration 2021, on social inclusion and the ecological transition

The International School on Migration, the project by Africa e Mediterraneo and cooperative Lai-momo, is back after a two-year hiatus. Since 2016, the School has been raising awareness and creating knowledge on migration and global interdependency. The 2021 edition will focus on the social impact of the ecological transition, training participants on practicing sustainability in inclusive and democratic ways.

Last year the European Union announced the Green Deal, formalising its commitment to moving toward a zero-impact growth model that will ensure widespread and horizontal levels of social prosperity. The challenge of Agenda 2030 is to extend the goal of collective well-being to vulnerable and culturally-powerless subjectivities, especially climate migrants. Providing dignified employment will be crucial to ensuring that these flows are absorbed and creating the tolerant and just society that we imagine today.

The School’s upcoming edition will delve, with the help of experts, scholars, and climate activists, into the options of sustainable development and social justice inherent in the European inclusion and the Europe-Africa relationships connected with the contemporary environmental challenge. The four sessions will offer multidisciplinary analyses on the international legal bases of the ecological transition, the tools of equality and inclusion of the new job market, and the role of local authorities and the private sector in the ecological transition. In particular, some fashion stakeholders will take part in the Lampedusa session scheduled for October. The participants will also join project works aimed at exploring the theme of impact assessment of good practices of social and environmental sustainability.

The School will start on 10 September and will be divided into four sessions. The first three will take place online, the fourth will be held in person on the island of Lampedusa on 3, 4, and 5 October, in conjunction with the anniversary of the shipwreck of 3 October, 2013.

The early-bird registration is open until 31 July to get a discounted fee of 150€.

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25 maggio 2021

Kubuni, l’Africa a fumetti a Angoulême

Dopo le grandi mostre panafricane À l’ombre du Baobab (Angoulême 2001), Matite Africane (Bologna, Accademia di Belle arti 2002), Bulles d’Afriques (Bruxelles, Centre Belge de la Bande dessinée 2003) e Africacomics (New York, The Studio Museum in Harlem 2006), che hanno necessariamente “costruito” un canone del fumetto africano che allora era ancora molto poco conosciuto, si sentiva evidentemente il bisogno di inserire questa forma espressiva nella stagione Africa 2020 del Governo francese ancora attraverso una mostra “panafricanista”. Kubuni, organizzata con la collaborazione del BililiBD Festival di Brazzaville (Congo), coinvolge oltre 50 artiste e artisti chiamati a rappresentare il fumetto storico e contemporaneo dell’Africa subsahariana ed è in corso fino al 26 settembre 2021 alla Cité Internationale de la Bande Dessiné et de l’Image di Angoulême.

KubuniKubuni significa “creazione immaginaria” in swahili. La mostra ha l’ambizione di offrire un riassunto della storia del fumetto nell’Africa nera dalle origini, partendo da precursori dell’inizio del XX secolo, passando all’influenza della colonizzazione, fino all’attuale creazione di fumetti sempre più diversi e stilisticamente sfaccettati.

“Entrando nel 21° secolo, il fumetto africano si sta diversificando e stanno emergendo molti generi e talenti, in Congo, Costa d’Avorio, Camerun e Benin. C’è un interesse crescente, sia da parte del mondo del fumetto in Occidente, ma anche dei lettori che sono sempre più interessati a queste produzioni che purtroppo non sono ancora sufficientemente diffuse”, dice Jean-Philippe Martin, uno dei curatori della mostra, già curatore dell’esposizione Afropolitan Comics.

Le opere esposte provengono da quasi cinquanta Paesi dell’Africa subsahariana, con una forte prevalenza del Camerun e molte assenze eccellenti (Masioni, Pahé, TT Fons), un po’ inspiegabili vista l’ambizione curatoriale dichiarata nella comunicazione. Sono state concepite e realizzate da più di cinquanta autori e autrici residenti o della diaspora e distribuite in Occidente e nel continente africano, attraverso album, giornali e applicazioni per smartphone.

Attraverso una molteplicità di realizzazioni che riflettono diversi volti dell’Africa, la mostra vuole mostrare una visione plurale del continente, come evidenziato dalla “s” apposta su “Afrique.s”, dove le influenze della “Linea chiara”, dei fumetti supereroistici e dei manga, con le quali il fumetto è entrato nel continente, danno luogo a creazioni totalmente originali, come l’Afrofuturismo, un’estetica che mescola la fantascienza e la rivendicazione del patrimonio nero.

99145214414c597e5d84ff97f18ea3d0Ritroviamo alcuni dei collaboratori al progetto europeo RIME (a cui partecipa coop. Lai-momo), lo sceneggiatore Christophe Ngalle Edimo e i fumettisti Hamed Prislay Koutawa (KHP), Adjim Danngar, Al’Mata Mamengi, Roger N’Guessan Koffi

Artisti in mostra:

Marguerite Abouet (Côte d’Ivoire), Barly Baruti (République Démocratique du Congo), Serge Diantantu (République Démocratique du Congo), Reine Dibussi (Cameroun), Tayo Fatunla (Nigeria), Christophe Ngalle Edimo (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Didier Kassaï (Centrafrique), Adjim Danngar (Tchad), Koffi R. N’Guessan (Côte d’Ivoire), Liyoso Mkize (Afrique du Sud), Bill Masuku (Zimbabwe), Karamba Dramé (Sénégal), Zineb Benjelloun (Maroc), Sultan Ibrahim Njoya (Cameroun), Bernard Dufossé (France), Tche Gourgel (Angola), Constantin Adja (Bénin),Damien Hertor Sonon (Bénin), Chemola (Cameroun), Gaspard Njock (Cameroun), Joelle Esso (Cameroun / Bénin), Simon Pierre Mbumbo (Cameroun / France), Massengo Rhys (Congo Brazzaville), KHP – Koutawa Hamed Prislay (Congo / Brazzaville), Jussie Nsana (Congo Brazzaville), Valery Badik’art (Congo Brazzaville), Ramon Essono (Guinée équatoriale) POV-William Rasoanaivo (Madagascar), Idah Razafindrakoto (Madagascar), Dwa (Madagascar), MADA – DIDIER Randriamanantena (Madagascar), Massire Tounkara (Mali), Alix Fuilu (République Démocratique du Congo), Yann Kumbozi (République démocratique du Congo), Jérémie Nsingi (République Démocratique du Congo), AL’MATA- Alain Mata Mamengi (République Démocratique du Congo / France), Mawuto Assem Paulin (Togo), Adrien K (Togo), Daniel et James Clarke (Afrique du Sud), Hugues Bertrand Biboum (Cameroun), Elyon’s (Cameroun), Olivier Madiba (Cameroun), Otili Bengol (Cameroun), Pam Chan (Cameroun), Cédric Minlo (Cameroun), Maître Show (Cameroun), Nathanael Ejob (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Christian N’zellat (Congo Brazzaville), Kiyindou Yamakasi (Congo Brazzaville / Nigéria), Eyram (Ghana), Comfort Arthur (Ghana), Salim Busur (Kenya), Issaka Galadima (Niger / France), Jide Martins (Nigeria), Ziki Nelson (Nigéria / UK), Juni BA (Sénégal), Tinodiwa Zambe Makoni (Zimbabwe)

http://www.citebd.org/spip.php?article10732

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05 maggio 2021

Black to the Future. Arte contemporanea e pratiche creative dell’abbigliamento in Africa e nella Diaspora. È aperta la nuova call for papers di Africa e Mediterraneo

Africa e Mediterraneo lancia la call for papers per il secondo dossier dell’anno, il n. 95/2021, che sarà curato da Paul-Henri S. Assako Assako, Ivan Bargna, Giovanna Parodi da Passano, Gabi Scardi e partirà dalla constatazione che gli artisti e le artiste che lavorano sulle trasformazioni materiali e simboliche del corpo che passano dalle pratiche dell’abbigliamento possono offrire uno sguardo significativo sulle mutazioni in atto in Africa e nella Diaspora. L’abbigliamento, attraverso il gioco delle composizioni e delle scomposizioni, degli accostamenti e dei contrasti, delle novità e dei ritorni, consente di prefigurare e sperimentare nuovi e diversi stili di vita in un contesto di crescente mobilità e precarietà. Gli artisti e le artiste possono quindi essere visti/e come dei “mediatori culturali” che condensano nelle loro opere, in modo immaginativo e critico, modi di vita e sensibilità culturali più diffuse. L’abito è spesso proiezione del desiderio, sperimentazione di sé possibili e impossibili, parte di una sceneggiatura di vita: travestimenti e mascheramenti che seguono la temporalità effimera della moda o che cercano di immaginarsi un futuro, tagliando con il passato o riprendendolo sotto altre vesti.

Defustel Ndjoko, photo: Africa e Mediterraneo

Le pratiche dell’abbigliamento nell’arte contemporanea, nelle mode e nelle estetiche del quotidiano sono spazi in cui si acquisisce visibilità, si negozia e ci si impone, rimodellando le forme del proprio corpo e del proprio campo d’azione. Rivendicato o subito, l’abbigliamento è luogo e strumento di orgoglio identitario, di discriminazione ed esclusione sociale, di scambi, appropriazioni e attraversamenti di confini.
Gli artisti contemporanei sono attivamente impegnati su questo terreno sperimentando nuovi modi di “performare” corpi individuali e collettivi e modelli di relazione alternativi.

A partire da queste premesse invitiamo artisti/e, fotografi/e, designer, stilisti/e, creatori/rici di moda, attivisti/e e studiosi/e a partecipare con testi e contributi visuali che raccontino le proprie esperienze, attività professionali e ricerche.

Tra i temi di riflessione che suggeriamo:

  • Estetiche quotidiane dell’abbigliamento in Africa e nella diaspora.
  • Abbigliamento come luogo e strumento di trasformazione del corpo, come luogo della memoria, del desiderio, della sperimentazione e invenzione di sé.
  • Abbigliamento come luogo di costruzione e decostruzione di identità individuali, culturali, “razziali” e di genere.
  • Africa contemporanea e guardaroba coloniale: artisti/e, stilisti/e e che scavano e attingono a storie famigliari, comunitarie e nazionali le cui immagini raccontano di pratiche del corpo e dell’abbigliamento che sono il segno della subordinazione, dell’assimilazione, ma anche del dissenso e dell’emancipazione delle generazioni precedenti.
  • Abbigliamento come presa di posizione politica.
  • Abbigliamento come violenza subita e come pratica di resistenza.
  • I modi attraverso i quali il movimento Black Lives Matter ha riportato i corpi razzializzati sulla scena pubblica agendo anche sulle pratiche di abbigliamento.
  • Reinvenzione della tradizione nel rimodellamento delle eredità culturali locali e dentro i flussi della globalizzazione, fra nostalgia, usi ironici e disincantati del passato e proiezioni nel futuro.
  • Arte e moda come campo di incontri e scontri, scambi e appropriazioni.

I/le curatori/rici

Paul-Henri Souvenir Assako Assako – Ph.D, docente senior, capo della sezione di storia dell’arte e belle arti presso l’Università di Yaoundé I in Camerun e direttore della Libre Academie des Beaux-arts (LABA) di Douala, lavora con esperti di Monaco dal 2010 per esplorare le possibilità di attività culturali e cooperazione artistica, grazie al sostegno del Goethe-Institut di Yaoundé, dal Ministero degli Esteri italiano e dall’olandese Mondriaan Stichting. La sua ricerca accademica è focalizzata sulla trasformazione dell’arte visiva nel XX secolo in Africa. Le sue ricerche prendono la forma di scrittura, curatela di esposizioni e incontri organizzati con diversi partner tra cui l’ONG italiana COE, the Goethe-Institut, Doual’art, Enough Room for Space.

Ivan Bargna – È professore ordinario all’università di Milano-Bicocca dove insegna Antropologia estetica e Antropologia de media. È presidente del corso di laurea in Scienze antropologiche ed Etnologiche, direttore del corso di perfezionamento in Antropologia museale e dell’arte e docente di Antropologia culturale all’università Bocconi. Dal 2001 conduce le sue ricerche etnografiche in Camerun dove si occupa di pratiche artistiche e cultura visuale. Collabora con artisti e curatori d’arte contemporanea nella realizzazione di progetti interdisciplinari basati sulla pratica etnografica. È membro del comitato scientifico del Museo delle Culture di Milano e curatore di mostre.

Giovanna Parodi da Passano – È docente di Antropologia africanista nel corso di laurea magistrale in “Scienze Storiche” del DAFIST, Università di Genova. Africanista di formazione, ha condotto le sue ricerche etnografiche prevalentemente in Africa occidentale, nelle aree culturali akan e yoruba. La sua attuale ricerca si concentra sulle pratiche creative dell’abbigliamento e sugli artisti contemporanei in Africa e nelle diaspore africane che utilizzano i tessuti e la costruzione e decostruzione del corpo vestito. Su questi temi ha curato mostre, partecipato a convegni internazionali e pubblicato studi, tra cui African Power Dressing (2015, a cura di).

Gabi Scardi – È storica dell’arte, curatrice di arte contemporanea e docente.
La sua ricerca si focalizza sulle ultime tendenze artistiche e sulle relazioni tra arte e ambiti limitrofi legati all’abitare e al coabitare, alle dinamiche urbane e interculturali. Si interessa di politiche culturali. Ha curato, tra l’altro, numerosi progetti pubblici. Ha lavorato con musei e istituzioni in Italia e all’estero. Tra le mostre sulla relazione tra arte e abito: miAbito (Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita Morgantin, Wurmkos), Milano 2018-19; Emilio Fantin, Ultrapelle, Farmacia Wurmkos, Milano 2018; Fashion as Social Energy, Palazzo Morando, Milano 2015; Aware: Art Fashion Identity, GSK Contemporary, Royal Academy, Londra 2010.

Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **15 luglio 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dai/le curatori/rici. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **15 ottobre 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer review anonima. Gli articoli e le proposte potranno essere nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese, ma avranno la priorità quelli in inglese e francese.

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:

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