Africa e Mediterraneo lancia la call for papers per il secondo dossier dell’anno, il n. 95/2021, che sarà curato da Paul-Henri S. Assako Assako, Ivan Bargna, Giovanna Parodi da Passano, Gabi Scardi e partirà dalla constatazione che gli artisti e le artiste che lavorano sulle trasformazioni materiali e simboliche del corpo che passano dalle pratiche dell’abbigliamento possono offrire uno sguardo significativo sulle mutazioni in atto in Africa e nella Diaspora. L’abbigliamento, attraverso il gioco delle composizioni e delle scomposizioni, degli accostamenti e dei contrasti, delle novità e dei ritorni, consente di prefigurare e sperimentare nuovi e diversi stili di vita in un contesto di crescente mobilità e precarietà. Gli artisti e le artiste possono quindi essere visti/e come dei “mediatori culturali” che condensano nelle loro opere, in modo immaginativo e critico, modi di vita e sensibilità culturali più diffuse. L’abito è spesso proiezione del desiderio, sperimentazione di sé possibili e impossibili, parte di una sceneggiatura di vita: travestimenti e mascheramenti che seguono la temporalità effimera della moda o che cercano di immaginarsi un futuro, tagliando con il passato o riprendendolo sotto altre vesti.

Defustel Ndjoko, photo: Africa e Mediterraneo
Le pratiche dell’abbigliamento nell’arte contemporanea, nelle mode e nelle estetiche del quotidiano sono spazi in cui si acquisisce visibilità, si negozia e ci si impone, rimodellando le forme del proprio corpo e del proprio campo d’azione. Rivendicato o subito, l’abbigliamento è luogo e strumento di orgoglio identitario, di discriminazione ed esclusione sociale, di scambi, appropriazioni e attraversamenti di confini.
Gli artisti contemporanei sono attivamente impegnati su questo terreno sperimentando nuovi modi di “performare” corpi individuali e collettivi e modelli di relazione alternativi.
A partire da queste premesse invitiamo artisti/e, fotografi/e, designer, stilisti/e, creatori/rici di moda, attivisti/e e studiosi/e a partecipare con testi e contributi visuali che raccontino le proprie esperienze, attività professionali e ricerche.
Tra i temi di riflessione che suggeriamo:
- Estetiche quotidiane dell’abbigliamento in Africa e nella diaspora.
- Abbigliamento come luogo e strumento di trasformazione del corpo, come luogo della memoria, del desiderio, della sperimentazione e invenzione di sé.
- Abbigliamento come luogo di costruzione e decostruzione di identità individuali, culturali, “razziali” e di genere.
- Africa contemporanea e guardaroba coloniale: artisti/e, stilisti/e e che scavano e attingono a storie famigliari, comunitarie e nazionali le cui immagini raccontano di pratiche del corpo e dell’abbigliamento che sono il segno della subordinazione, dell’assimilazione, ma anche del dissenso e dell’emancipazione delle generazioni precedenti.
- Abbigliamento come presa di posizione politica.
- Abbigliamento come violenza subita e come pratica di resistenza.
- I modi attraverso i quali il movimento Black Lives Matter ha riportato i corpi razzializzati sulla scena pubblica agendo anche sulle pratiche di abbigliamento.
- Reinvenzione della tradizione nel rimodellamento delle eredità culturali locali e dentro i flussi della globalizzazione, fra nostalgia, usi ironici e disincantati del passato e proiezioni nel futuro.
- Arte e moda come campo di incontri e scontri, scambi e appropriazioni.
I/le curatori/rici
Paul-Henri Souvenir Assako Assako – Ph.D, docente senior, capo della sezione di storia dell’arte e belle arti presso l’Università di Yaoundé I in Camerun e direttore della Libre Academie des Beaux-arts (LABA) di Douala, lavora con esperti di Monaco dal 2010 per esplorare le possibilità di attività culturali e cooperazione artistica, grazie al sostegno del Goethe-Institut di Yaoundé, dal Ministero degli Esteri italiano e dall’olandese Mondriaan Stichting. La sua ricerca accademica è focalizzata sulla trasformazione dell’arte visiva nel XX secolo in Africa. Le sue ricerche prendono la forma di scrittura, curatela di esposizioni e incontri organizzati con diversi partner tra cui l’ONG italiana COE, the Goethe-Institut, Doual’art, Enough Room for Space.
Ivan Bargna – È professore ordinario all’università di Milano-Bicocca dove insegna Antropologia estetica e Antropologia de media. È presidente del corso di laurea in Scienze antropologiche ed Etnologiche, direttore del corso di perfezionamento in Antropologia museale e dell’arte e docente di Antropologia culturale all’università Bocconi. Dal 2001 conduce le sue ricerche etnografiche in Camerun dove si occupa di pratiche artistiche e cultura visuale. Collabora con artisti e curatori d’arte contemporanea nella realizzazione di progetti interdisciplinari basati sulla pratica etnografica. È membro del comitato scientifico del Museo delle Culture di Milano e curatore di mostre.
Giovanna Parodi da Passano – È docente di Antropologia africanista nel corso di laurea magistrale in “Scienze Storiche” del DAFIST, Università di Genova. Africanista di formazione, ha condotto le sue ricerche etnografiche prevalentemente in Africa occidentale, nelle aree culturali akan e yoruba. La sua attuale ricerca si concentra sulle pratiche creative dell’abbigliamento e sugli artisti contemporanei in Africa e nelle diaspore africane che utilizzano i tessuti e la costruzione e decostruzione del corpo vestito. Su questi temi ha curato mostre, partecipato a convegni internazionali e pubblicato studi, tra cui African Power Dressing (2015, a cura di).
Gabi Scardi – È storica dell’arte, curatrice di arte contemporanea e docente.
La sua ricerca si focalizza sulle ultime tendenze artistiche e sulle relazioni tra arte e ambiti limitrofi legati all’abitare e al coabitare, alle dinamiche urbane e interculturali. Si interessa di politiche culturali. Ha curato, tra l’altro, numerosi progetti pubblici. Ha lavorato con musei e istituzioni in Italia e all’estero. Tra le mostre sulla relazione tra arte e abito: miAbito (Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita Morgantin, Wurmkos), Milano 2018-19; Emilio Fantin, Ultrapelle, Farmacia Wurmkos, Milano 2018; Fashion as Social Energy, Palazzo Morando, Milano 2015; Aware: Art Fashion Identity, GSK Contemporary, Royal Academy, Londra 2010.
Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **15 luglio 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dai/le curatori/rici. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **15 ottobre 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer review anonima. Gli articoli e le proposte potranno essere nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese, ma avranno la priorità quelli in inglese e francese.
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:
Parole chiave : Abbigliamento, Arte contemporanea, Call for papers, Rivista Africa e Mediterraneo
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/black-to-the-future-arte-contemporanea-e-pratiche-creative-dellabbigliamento-in-africa-e-nella-diaspora-e-aperta-la-nuova-call-for-papers-di-africa-e-mediterraneo/trackback/
Ius Migrandi è un “poderoso volume”, come definito dalle stesse curatrici del testo, che raccoglie 38 saggi redatti da una cinquantina di autori, esperti di diritto dell’immigrazione: avvocati, magistrati ed accademici. Voci autorevoli che, con angolature differenti, analizzano da un punto di vista giuridico e sociologico il fenomeno migratorio in un’analisi diacronica, volgendo lo sguardo al passato e ripercorrendo l’evoluzione delle politiche e della legislazione in materia di immigrazione in Italia, quindi alzando lo sguardo al futuro, con proposte concrete, studiate e nel pieno rispetto dei diritti delle persone straniere.
Così ASGI e Magistratura democratica celebrano i 20 anni di vita di Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, una rivista dichiaratamente “dalla parte dei diritti”, mettendo liberamente a disposizione attraverso la piattaforma FrancoAngeli Open Access, materiale di grande valore e interesse scientifico, non solo per gli addetti ai lavori, per cui non mancano spunti di approfondimento, ma anche per chi si avvicinasse per la prima volta alla materia, compendiando in un unico manuale un’accurata panoramica del complesso e sfaccettato mondo dello Ius Migrandi, un diritto incompiuto, permeato di politica.
La prima parte del volume, suddiviso in cinque sezioni, si concentra sulle politiche e sugli interventi normativi intervenuti in materia di immigrazione sviluppatisi in Europa e specificamente in Italia dalla fine degli anni ’80, quando si realizzano i primi interventi legislativi significativi in materia, ad oggi. L’excursus consente di evidenziare come il ricorso alla decretazione d’urgenza, motivata da un approccio emergenzialista e destrutturato al fenomeno migratorio, si confermi fino ai giorni nostri, a dimostrazione di un sostanziale fallimento di un razionale ed efficiente governo dello stesso.
La seconda parte del volume prosegue l’approfondimento in materia di ingresso e soggiorno sul territorio italiano, rimarcando da un lato l’irrazionalità del sistema di ingresso per motivi di lavoro sul territorio, dall’altro l’approccio utilitaristico della legislazione in materia, funzionale alle esigenze del mercato del lavoro, che considera il cittadino straniero in quanto forza lavoro, vincolando la permanenza regolare sul territorio al soddisfacimento di stringenti requisiti reddituali, fatte salve specifiche posizioni giuridiche maggiormente tutelate e di lunga permanenza. L’analisi prosegue approfondendo il diritto all’unità familiare e alla vita privata e familiare ai sensi dell’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), fornendo spunti in riferimento alla sua applicazione nell’ordinamento italiano. L’attenzione viene quindi rivolta alle politiche di integrazione dei cittadini stranieri e ai diritti di cittadinanza, per molti dei quali la lotta per il riconoscimento è ancora in corso. Vivo è il dibattito sui banchi della politica in materia di cittadinanza, per cui il volume analizza una terza via rispetto alla dicotomia ius sanguinis/ius soli, nella direzione del c.d. ius culturae.
La terza parte del volume è dedicata alle frontiere del diritto e analizza sotto diverse lenti alcuni fenomeni strettamente legati alle persone migranti: lo sfruttamento lavorativo e la tratta delle persone. Gli strumenti di tutela previsti dal sistema, purtroppo non sempre sufficienti ed efficaci, possono tuttavia rappresentare una forma di emancipazione da situazioni di assoggettamento e di tutela dei diritti. Viene approfondita l’evoluzione del sistema anti-tratta italiano, che compie vent’anni, e le sue interconnessioni con il sistema di protezione internazionale, cui è dedicato uno specifico approfondimento nella quarta parte del volume.
Chiudono il volume le riflessioni di Bruno Nascimbene e Livio Pepino, protagonisti delle due associazioni che hanno promosso Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, che, volgendo uno sguardo al futuro, auspicano che la rivista possa continuare a offrire un’informazione qualificata del fenomeno migratorio agli operatori del diritto e ai cultori della materia e che possa altresì ispirare scelte politiche e normative più mature e consapevoli nei prossimi anni.
Sicuramente, quanto al primo obiettivo, può dirsi che quest’opera abbia fornito un contributo prezioso.
Eleonora Ghizzi Gola
Coordinatrice Area Legale
Lai-momo soc. coop. soc.
Parole chiave : ASGI, cittadinanza, Diritto, Immigrazione, Ius Migrandi
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/ius-migrandi-trentanni-di-politiche-e-legislazione-sullimmigrazione-in-italia/trackback/
Secondo le stime delle Nazioni Unite, da qui al 2050 il mondo consumerà risorse pari a tre pianeti, a fronte di una crescita della popolazione che, nello stesso periodo, raggiungerà i 9,6 miliardi di persone. Ci troviamo di fronte a un aumento della domanda di materie prime necessarie allo sviluppo economico e al tempo stesso a una scarsità delle risorse, che mette in crisi un modello economico a crescita illimitata.
Già nella Conferenza di Rio de Janeiro nel 1992 si era espresso un consenso sulla necessaria cooperazione nella lotta al degrado ambientale, con responsabilità comuni ma differenziate: le nazioni più sviluppate hanno riconosciuto la loro responsabilità verso uno sviluppo sostenibile, sulla base della loro maggiore impronta sul pianeta e delle risorse tecnologiche e finanziarie che possiedono. Negli ultimi anni il tema è affermato in maniera sempre più urgente, in particolare con i 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile, adottati dalle NU nel 2015 all’interno dell’Agenda 2030.
Nei Paesi africani gli attivisti e le organizzazioni della società civile da tempo sollevano il tema (l’esempio di Ken Saro-Wiwa resta paradigmatico, così come quello di Wangari Maathai), e non mancano iniziative a livello continentale, come la creazione nel 2008 della piattaforma Pan African Climate Justice Alliance, che riunisce più di 1000 organizzazioni e comunità.
Nella consapevolezza dei fattori che contribuiscono al degrado ambientale, a partire dal predominio del modello di sviluppo “energivoro”, l’Africa si trova tuttavia a dover gestire varie dimensioni: l’essere ormai attore globale che dialoga, commercia e si allea con tanti partner secondo i propri interessi (EU, USA, Cina, India, Turchia, mondo arabo, ecc.); il voler crescere e creare condizioni per il mercato interno (è stata da poco creata l’African Continental Free Trade Area-AfCFTA) e per gli investimenti esteri, valorizzando al meglio le sue risorse (naturali e umane); il dover accrescere drammaticamente le infrastrutture materiali (strade, ferrovie, porti, aereoporti, energetiche) e immateriali e l’utilizzo sostenibile delle fonti energetiche.
Un tema cruciale è quello dei rifiuti smaltiti in Africa, nonostante sia in vigore dal 1998 la Convenzione di Bamako che proibisce ai Paesi africani di importare rifiuti pericolosi, compresi quelli radioattivi. Oltre che sulla circolazione globale di questi materiali, da reinserire in catene di valore, è necessario concentrarsi sulla condizione dei raccoglitori di rifiuti che vivono in condizioni di grave marginalità, impiegati in lavori pericolosi e sottopagati e, ancora a monte, sul problema della crescita dei consumi. Tutto questo crea opportunità e contraddizioni che dovranno sfociare in una via alla crescita sostenibile concepita e voluta dagli Africani.
Dal punto di vista delle istituzioni, un rilancio green arriva in Africa dalla visione dell’Agenda 2063, the Africa we want, un piano strategico comune per la trasformazione socioeconomica del continente lanciato nel 2013 dall’Unione africana. Parallelamente, la strategia per l’Africa del Global Compact delle NU richiama il ruolo del settore privato e dell’impresa responsabile, al fine di “creare mercati più integrati, società più resilienti e raggiungere uno sviluppo duraturo e sostenibile”, mentre l’Unione europea ha varato nel 2020 il Green New Deal, che prevede anche una strategia di partenariato con l’Africa basata su un nuovo mix di aiuti e di investimenti privati per creare insieme con alleanze e crescita sostenibile. La devastazione economica e sociale portata dalla pandemia Covid-19 nel continente sembra stimolare un’accelerazione dell’azione dei vari stakeholder: nel 7° Africa Regional Forum on Sustainable Development tenutosi dall’1 al 4 marzo 2021, l’idea che ha permeato gli interventi è che la ricostruzione post-Covid-19 dovrà seguire traiettorie green e tendenti alla minima emissione di carbonio.
Una risposta a queste sfide è individuata nella transizione verso l’economia circolare, che può aprire nuovi scenari, tra cui la sicurezza energetica, la minore dipendenza dagli altri Paesi, la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Le sue declinazioni sono molteplici: ad esempio, il settore della moda produce interessanti progetti applicando questi principi, mentre quello della produzione agricola e del food sta sperimentando da tempo nuove soluzioni tecniche. Dal punto di vista espressivo, se il riciclo è da molto tempo interpretato tecnicamente e tematicamente dagli/lle artisti/e africani/e, il mondo della comunicazione è sempre più impegnato in questa direzione. Anche il mondo accademico africano si interroga sulla persistenza degli approcci scientifici occidentali nelle università del continente, mentre invece inserire le conoscenze indigene nei curriculum di studio porterebbe risultati applicativi più adatti. Inoltre, molte culture africane sono tradizionalmente sostenibili e le pratiche del recupero stanno ritornando molto tra i giovani. In questo senso anche il recycling/upcycling assume un valore diverso, improntato non solo all’innovazione, ma anche all’imprenditoria sociale e culturale.
A partire da queste premesse, il nuovo dossier di Africa e Mediterraneo vuole approfondire il concetto di economia circolare in Africa, indagandone le diverse sfaccettature, con il suo consueto approccio multidisciplinare. Tra le questioni su cui questo dossier intende concentrarsi:
- Quali sono le connessioni tra politiche e pratiche di economia circolare in una prospettiva africana? Come si intrecciano le politiche di lungo termine con le micro-pratiche di riciclo dei rifiuti urbani, industriali, agricoli? Quale può essere il ruolo della società civile e della ricerca scientifica nel favorire un cambiamento di paradigma su larga scala? Quale il ruolo del settore privato?
- Come cambia la categoria del consumo e come cambia lo statuto di un oggetto nelle traiettorie che esso compie, da scarto a oggetto di valore? Si sta formando una nuova estetica nel continente relativa agli oggetti derivati da modelli produttivi basati sull’up-cyling?
- Se si tende a pensare alla sostenibilità incrociando fattori ambientali, economici e socio-politici, cosa succede se si prova a spostare l’attenzione sulle componenti culturali?
- In Africa sostenibilità significa esplicitamente ripensare i rapporti di potere globale e assumere un ruolo di leadership per il Sud del mondo. Si tratta di un ripensamento profondo, un progetto che ben si inserisce nel filone della decolonialità. Che ruolo possono avere formazione, comunicazione, filosofia ed espressione artistica in questo processo?
- Sguardi letterari presenti e passati (ad es., Ayi Kwei Armah in Ghana, Ken Bugul in Senegal e Benin, Bessie Head in Botswana, ecc.)
Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **30 aprile 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dal comitato di redazione. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **30 giugno 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer reviewers. Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/tutela-ambientale-rifiuti-ed-economia-circolare-in-africa-e-aperta-la-nuova-call-for-papers-di-africa-e-mediterraneo/trackback/
22 marzo 2021
La Giornata Mondiale dell’Acqua
di Sante Maurizi
L’inflazione di giornate dedicate a temi o ricorrenze non intacca la costante attualità della Giornata Mondiale dell’Acqua, che l’ONU volle istituire nel 1992 durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro.
Secondo l’UNDP (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) in tutto il mondo circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile sicura, 4,2 miliardi non sono dotate di servizi igienici efficienti e 700 milioni potrebbero emigrare a causa della scarsità d’acqua entro il prossimo decennio.
Contribuiscono alla crisi idrica mondiale una serie di fattori legati ai cambiamenti climatici quali l’aumento delle temperature, l’incostanza e la violenza delle precipitazioni, gli eventi meteorologici estremi. Fenomeni che inoltre si sovrappongono a consumi idrici globali aumentati di sei volte negli ultimi cento anni: impieghi che continuano a crescere a un tasso costante dell’1% annuo a causa dell’aumento della popolazione, dello sviluppo economico e del mutamento dei modelli di consumo.
Perciò fra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’ONU nel 2015 l’acqua è nominata espressamente ai numeri 6 e 14 fra i diciassette da raggiungere entro la data temerariamente fissata nel 2030. Ma diciamo che l’acqua è una pre-condizione, l’elemento che connette tutti i temi indicati dall’ONU: un anno fa lo Studio Ambrosetti ha licenziato il libro bianco “Valore acqua”, valutando che 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono influenzati da una gestione efficiente e sostenibile delle risorse idriche, che può impattare positivamente su 53 dei 90 target relativi.
L’agricoltura è la principale attività per la quale l’acqua rappresenta un input produttivo primario (69% dei prelievi annui a livello mondiale: settore industriale al 19%, usi civili al 12%). È dunque particolarmente vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici, che influenzano la disponibilità, la qualità e la quantità delle risorse idriche, già sottoposte a forti pressioni.
Accanto all’incremento delle capacità di accumulo e all’efficienza dei sistemi di distribuzione, uno dei temi-chiave è l’uso di “acque non convenzionali”: una delle priorità nella politica europea e di cooperazione internazionale sulle acque. Menawara è uno dei progetti finanziati dall’UE (attraverso il programma ENI CBC Med) sul riutilizzo delle acque reflue. Condotto dal Nucleo Ricerca sulla Desertificazione dell’Università di Sassari, il progetto coinvolge Giordania, Palestina Spagna, Italia e Tunisia. Quest’ultimo Paese è fra i più esposti alle minacce climatiche per l’aumento delle temperature, precipitazioni ridotte, innalzamento del livello del mare, inondazioni e siccità sempre più frequenti. Uno dei nodi è rappresentato dai contrasti legati all’utilizzo dell’acqua da parte delle strutture turistiche sulla costa: tipica situazione in cui la governance del sistema ha valore almeno pari alle soluzioni tecniche da adottare.
Uno degli obiettivi di tutto il programma ENI CBC Med è quello di coinvolgere la popolazione residente nelle aree di intervento, perché i risultati di progetto possano essere condivisi, accettati e trasferiti alle comunità locali. Tutte le politiche di cooperazione delle varie organizzazioni internazionali hanno identico approccio, nel quale trovano grande spazio lo studio delle forme adatte di comunicazione e lo storytelling.
Un esempio in questo senso è dato dalla fiaba “Il topo e la montagna” che Antonio Gramsci incluse in una lettera del 1931 indirizzata, tramite la cognata Giulia, ai figli: testo utilizzato come “cornice” del video conclusivo (con musiche di Paolo Fresu) del progetto Wadis-Mar che NRD condusse alcuni anni fa nel Maghreb.
Parole chiave : cambiamenti climatici, Giornata mondiale dell'acqua, sviluppo sostenibile
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/la-giornata-mondiale-dellacqua/trackback/
15 marzo 2021
Patrick-Joël Tatcheda Yonkeu – Le temps de la mue
Di Elisabetta Degli Esposti Merli
Dal 20 febbraio al 30 aprile 2021 presso gli spazi della OH Gallery, a Dakar, sarà esposta Le temps de la mue, prima mostra personale dell’artista camerunense Patrick-Joël Tatcheda Yonkeu.
Yonkeu nasce a Douala nel 1985 e resta in Camerun fino a che, dopo una formazione scientifica al college e un paio di esperienze all’università, decide di dedicarsi all’arte e si trasferisce a Bologna. Qui si iscrive all’Accademia di Belle Arti, si laurea in pittura e infine ottiene un master’s degree in Arti Visive con una tesi sullo Zen nell’arte. Dopo aver completato gli studi comincia la sua esperienza artistica tra l’Africa e l’Italia, collaborando con numerose associazioni e scuole e partecipando a diverse mostre ed esperienze collettive. È l’iniziatore e animatore del Black History Month-Bologna, quest’anno alla sua seconda edizione, in collegamento con il più “antico” BHM-Firenze, fondato dall’artista e insegnante afroamericano Justin Randolph Thompson.
Le temps de la mue, letteramente “Il tempo della muta”, è composto da opere realizzate principalmente su carta nel corso degli ultimi dieci anni. Arriva quindi alla fine di un percorso personale dell’artista camerunense, che si chiude lasciando spazio a una nuova forma e a un nuovo capitolo, come quando gli animali mutano pelle per evolversi e passare allo stadio successivo della propria esistenza.
Al livello personale, però, Yonkeu lega anche una riflessione più collettiva, un pensiero sul posto dell’essere umano nella storia e nel mondo, in relazione ai suoi simili ma anche al pianeta sul quale cammina. La muta è infatti un momento di ripensamento complessivo, di riflessione sul tempo che passa e sui cambiamenti ancora da venire. E il lavoro di Yonkeu è fortemente influenzato dalle sue ricerche e dal suo interesse nella mitologia, nella storia e nelle modalità con le quali l’essere umano si è percepito durante il suo viaggio, modalità che fondano la nostra consapevolezza attuale: nelle sue stesse parole, quella “conoscenza essenziale che ancora oggi permea il mondo”. Le opere di Le temps de la mue vogliono essere un processo di riscoperta di un senso morale più giusto e più adatto ai nostri tempi, che ci consenta di interagire con gli altri esseri umani imparando dagli errori del passato. Come recita un proverbio africano citato dallo stesso autore, “Se, passeggiando nella foresta, ripassi sempre intorno allo stesso albero diverse volte, qualcosa è andato storto, ti sarai perso”.
L’abbandono di una prospettiva monocentrica in favore di una multilaterale è fondamentale in questo percorso di rifondazione etica. Per questo la creazione delle opere di Yonkeu è fortemente ritualizzata: l’artista non presta attenzione tanto al risultato finale quanto al processo necessario per raggiungerlo, performando un rito che lo porta ad abbandonare la consapevolezza di sé, alla dissoluzione dell’ego nell’atto creativo. Al tempo stesso, però, l’utilizzo della carta come superficie e di pigmenti e olii naturali, in richiamo alle tradizioni del proprio Paese natìo, impongono a Yonkeu dei tempi di asciugatura e di completamento dell’opera estremamente lunghi, che rendono le tele di Le temps de la mue sono così vive e vibranti.
E proprio la scelta di tecniche e materiali evidenzia un altro aspetto della produzione dell’artista. Le tradizioni espressive camerunensi e africane in genere si radicano nella consapevolezza animista, condivisa in questo con il Buddhismo asiatico, che l’essere umano sia calato al pari delle altre creature in un mondo che non è sfondo passivo delle sue azioni, ma coprotagonista attivo di tutto quanto succede sulla Terra. Le filosofie occidentali e monoteiste, invece, che sia per conquista o per diritto divino, vedono l’uomo come fulcro del creato e sua espressione apicale. È un altro risvolto dell’abbandono della prospettiva unica in favore di una più sfaccettata, che comprenda la complessità dei sistemi in cui ci muoviamo, siano essi antropici e sociali oppure naturali.
Per informazioni:
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/patrick-joel-tatcheda-yonkeu-le-temps-de-la-mue/trackback/
Di Sandra Federici
Si è tenuto in dall’1 al 4 marzo con incontri a Brazzaville e online il 7° Africa Regional Forum on Sustainable Development (ARFSD), per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e dell’Agenda 2063: The Africa We Want, nella consapevolezza della “devastazione economica e sociale portata dalla pandemia”, e decidere le misure politiche da adottare. L’idea che ha permeato gli interventi è che anche qui la ricostruzione post-Covid19 dovrà seguire traiettorie green e tendenti alla minima emissione di carbonio, per poter costruire un’Africa resiliente inclusiva e sostenibile.
Ma molti relatori hanno affermato che, proprio ora che si è inaugurata la “decade of action” per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, si prevede che molti paesi falliranno nell’ottenerli, in particolare, a detta del rappresentante regionale per l’Africa della FAO, Abebe Haile-Gabriel, per quanto riguarda il numero 1: “fame zero”. “Ci sono troppe criticità dovute al cambiamento climatico, alla povertà economica e all’impatto negativo del Covid19, così come alla scarsità degli investimenti pubblici” che dovrebbero sostenere misure di protezione sociale verso i più vulnerabili. Tuttavia, il fatto di aver creato l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA) costituisce un’opportunità unica per trasformare il sistema alimentare del continente, se gli impegni ad alto livello si uniranno a investimenti e azioni locali e nazionali.
Il report Building Forward for an African Green Recovery lanciato dall’ECA contestualmente al Forum, spiega che, prima della pandemia, i paesi africani crescevano in media di più del 3%, più che altre aree del mondo, anche se le disparità di reddito erano in aumento in tutta la regione e più del 50% della popolazione dell’Africa centrale viveva sotto la soglia di povertà estrema. Se l’impatto della pandemia non sarà limitato entro la fine del 2021, si rischia di distruggere i progressi fatti nell’ultimo decennio.
James Murombedzi, esperto dell’ECA’s African Climate Policy Centre (ACPC), ha garantito che il suo ente supporterà la Commissione dell’Unione africana nel finalizzare la African Climate Change Strategy (2020-2030), per inquadrare l’azione degli stati verso l’abbassamento delle emissioni di anidride carbonica. Il cammino verso la crescita economica, ha sottolineato, dovrà essere verde, perché il cambiamento climatico distrugge le economie nazionali, gli ecosistemi e le vite, e la possibilità per l’Africa di raggiungere gli obiettivi 2030 e 2063. Murombedzi ha indicato tra le sfide da raggiungere quella di integrare i servizi digitali di informazione climatica nei processi di sviluppo, e la promozione di interventi green che sicuramente, come è provato anche dal Report dell’ECA, genereranno posti di lavoro “ecosostenibili”.
Il forum ha dato molto spazio al tema degli investimenti e dei finanziamenti. James Kinyangi dell’African Development Bank (AfDB) ha notato che si prevede di raddoppiare i finanziamenti per la diminuzione delle emissioni di carbonio e la resilienza climatica da $12.5 miliardi nel 2016-2020 a $25 nel periodo 2021-2025. Gli investimenti pubblici sono in effetti cruciali: Chris Toe del WFP ha affermato che i paesi africani devono investire prioritariamente nella trasformazione del settore agricolo, nello sviluppo di infrastrutture sostenibili e nel capitale umano. Il rappresentante del Ministero dell’Agricoltura Congolese, Mukena Bantu, ha affermato che la nuova amministrazione è determinata a sviluppare l’agricoltura, e che vuole far sì che “il suolo prevalga sul sottosuolo”.
Germain Mpassi, il Direttore Generale per lo Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e del Turismo della Repubblica del Congo, ha affermato che l’Africa deve giocare un ruolo nell’ottenimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi COP21, e ha posto l’accento sull’importanza del bacino del Congo, secondo polmone del pianeta, come riserva globale contro l’emissione di carbonio, e spiegato le misure che stanno prendendo per proteggere la foreste e le popolazioni che vi sono insediate.
Razi Bozekri, del Ministero dell’Ambiente marocchino, ha sottolineato la traiettoria verso l’energia pulita intrapresa dal suo governo, attraverso l’uso del solare e dell’energia eolica. Ha citato come success story il Noor Ouarzazate Solar Complex, che nel 2016 è stato collegato alla rete principale del Marocco ed è stato finanziato anche dalla AfDB, e ricordato l’African Action Summit organizzato dal re del Marocco a margine della COP22 tenuta a Marrakech nel 2016. L’importanza del finanziamento delle azioni contro il cambiamento climatico e della digitalizzazione e dell’accesso ai sistemi di informazione climatica è stata sottolineata da Mithika Mwenda della Pan African Climate Justice Alliance (PACJA), coalizione con sede a Nairobi che riunisce più di mille ONG, comunità, fondazioni e network, e dall’attivista nigeriana Chinma George.
Numerosi documenti e studi relativi alla conferenza sono disponibili sul sito dell’United Nation Economic Commission for Africa (UNECA), che ha organizzato l’evento.
Parole chiave : Africa Regional Forum on Sustainable Development, cambiamento climatico, Forum africano, pandemia, rivoluzione green
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/lafrica-potra-raggiungere-gli-obiettivi-dellagenda-2030-solo-con-una-rivoluzione-green-il-7-forum-africano-sullo-sviluppo-sostenibile/trackback/
Con l’inizio del 2021, il progetto europeo CLARINET (Communication of Local AuthoRities for INtegration in European Towns), a cui Africa e Mediterraneo partecipa, è entrato nel suo terzo e ultimo anno.
Il progetto, co-finanziato dal programma AMIF (Asylum, Migration and Integration Fund) della Commissione Europea, ha come capofila il Comune di Lampedusa e Linosa ed è portato avanti da un partenariato di 20 enti basati in 10 Paesi dell’Unione Europea.
Per gli otto comuni partner del progetto, tutti situati in aree di confine, questa ultima fase è capitale poiché coincide con l’implementazione delle tre attività chiave a livello locale: la formazione dei propri dipendenti per rafforzarne le capacità comunicative sui temi che riguardano la migrazione e l’integrazione, l’accoglienza di artisti in residenza e lo sviluppo di una campagna di comunicazione locale.
La situazione sanitaria globale ha portato sfide supplementari ai partner del progetto: in molti Paesi la realizzazione delle 80 ore di formazione previste e indirizzate ad almeno 10 dipendenti in presenza è una cosa impensabile in questo periodo. Per questo motivo, molti hanno adottato soluzioni ibride che hanno permesso di implementare almeno una parte delle lezioni online.
Ogni comune ha progettato una formazione in grado di rispondere alle esigenze specifiche del proprio territorio, affiancato da un’organizzazione della società civile dello stesso Paese. Ad esempio, il comune di Burgas in Bulgaria ha avviato una riflessione sull’opportunità di collaborare con i mass media per sviluppare campagne di comunicazione di successo sull’integrazione dei migranti.
In quello di Costanza, in Romania, l’attenzione si è spostata sul discorso pubblico riguardo la Rotta Balcanica, e in particolare sulla situazione al confine tra Romania e Serbia.
Nel comune di Agios Athanasios di Cipro, un modulo è stato dedicato all’organizzazione di eventi inclusivi.
Il comune austriaco di Traiskirchen ha invece deciso di concentrarsi sulle sfide del linguaggio usato dalle amministrazioni locali, per fare in modo di comunicare con i cittadini in modo chiaro e inclusivo, tanto nella diffusione di informazioni ufficiali quanto nelle campagne di comunicazione.
Infine sulla piattaforma interattiva di CLARINET è disponibile per i formatori e le formatrici il Manuale di Storytelling positivo sulla migrazione per enti locali [link: https://www.clarinetproject.eu/it/toolkit-ita/], materiale didattico che si collega all’ampia panoramica di campagne pubbliche di successo svolte in 11 Paesi europei e raccolte nell’ambito del Premio CLARINET.
Parole chiave : Clarinet, Comune di Lampedusa e Linosa, migrazione
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/clarinet-otto-comuni-europei-formano-i-dipendenti-sul-tema-comunicare-la-migrazione/trackback/
“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità, di verità”
Smisurata Preghiera, di Fabrizio De André
Era il 1996 quando, durante un concerto, Fabrizio De André spiegò con queste parole il senso di Smisurata preghiera, un brano che rendeva omaggio alle minoranze: «è una preghiera, una sorta di invocazione…un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze. Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi… dire «Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni…” e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze. La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.»
Le parole del poeta e cantante De André a distanza di più di 25 anni sono ancora drammaticamente attuali: così attuali che Black History Month Florence e Black History Month Bologna hanno scelto “OSTINATO” come tema dell’edizione del 2021.
All’inizio del XX secolo lo storico statunitense Carter G. Woodson, che non accettava l’indifferenza di una società razzista che rappresentava le persone di colore in modo distorto e fuorviante e ne ignorava i contributi, lavorò con determinazione e ostinazione per raccontare al mondo la ricchezza della loro storia. Così iniziò a organizzare una serie di eventi dedicati alla storia dei neri, ogni anno, a febbraio, in occasione dei compleanni dell’abolizionista Frederick Douglass e di Abram Lincoln. In questa settimana, gli insegnanti ed educatori proponevano rievocazioni storiche di alcuni dei momenti cruciali della storia dei neri, venivano pubblicati articoli storici e si celebravano anche le abilità artistiche dei neri nella musica, nella letteratura e nell’arte.
Dal 1976 il Black History Month è diventata poi una celebrazione a cadenza annuale, di cui Black History Month Florence e Black History Month Bologna sono le declinazioni italiane.
L’edizione del 2021 è organizzata nel quadro tematico di OSTINATO, che intende essere allo stesso tempo un invito e una critica. L’invito è quello a un atteggiamento ostinato nell’impegno e nel lavoro socio-culturale di cui la nostra società ha sempre più bisogno. Mentre la critica è rivolta all’ostinazione con cui le istituzioni e la società oppongono resistenza al riconoscimento della lotta degli afro-discendenti rispetto all’accesso alla cittadinanza, al diritto al lavoro, alla casa e a una reale inclusione sociale nel contesto italiano.
Così come nel linguaggio musicale “ostinato” è una frase o un motivo che si ripete, sopra il quale avviene l’improvvisazione, Black History Month Florence e Black History Month Bologna intendono creare ritmi ripetitivi che sostengono le culture afrodiscendenti, fornendo quella coerenza e vivacità necessarie per dare spazio ad ogni cultura per esprimersi in libertà.
E come Africa e Mediterraneo siamo lieti di poter essere partner di questo progetto, portando il nostro contributo al dibattito, organizzando un incontro dal titolo “To Blanch an Aethiop”, discutendo il topos biblico-letterario, presente già nelle favole di Esopo, che racchiude il portato tematico-semantico della bellezza femminile legata alla pelle bianca in epoca contemporanea e che rivela le origini antiche della pratica dello sbiancamento chimico della pelle nelle popolazioni africane o di origine africana. Il tema, contenuto nell’ultimo numero della rivista “Corno d’Africa: prospettive e relazioni”, dedicato all’approfondimento di aspetti storici, politici e culturali del Corno d’Africa, sarà al centro di un dibattito che intende porre l’attenzione su quanto sia fondamentale guardare al passato, antico e recente per decostruire la memoria semantica della colonizzazione, quel sentimento di superiorità degli uni che ha come controparte il sentimento di vergogna degli altri, il razzismo che procede fianco a fianco con la fissazione dello sguardo, a volte affascinato ma quasi sempre distorto, dell’Occidente.
L’evento si terrà online il 24 febbraio dalle 16.00 alle 18.00.
Il resto del ricchissimo programma prevede workshop, laboratori teatrali gratuiti a cura di Cantieri Meticci sul tema “Corpi Che Cambiano – Corpi di versi po’ etici – Per un na(rra)zione antirazzista”, dibattiti e conversazioni sulla geopolitica dei corpi in collaborazione con Decolonising Accademy
e Black Lives Matter Bologna e tanto altro.
Per maggiori informazioni:
https://bhmbo.it/copia-di-eventi-2020
https://www.facebook.com/BHM.BO
Parole chiave : afrodiscendenti, Black History Month, Black History Monyh Bologna, Corno d'Africa
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/ledizione-black-history-month-2021-viaggia-in-direzione-ostinata-e-contraria/trackback/
27 gennaio 2021
Ghana. Intervista al giornalista Anas Aremeyaw Anas
di Rossana Mamberto
Giornalista investigativo pluripremiato, Anas collabora con le principali testate internazionali tra cui BBC e Al Jazeera ed è stato citato dallo stesso Barack Obama come uno come uno dei giornalisti più coraggiosi del mondo contemporaneo.
L’intervista è stata realizzata ad Accra a fine dicembre, dove Rossana Mamberto, giornalista di Controradio e collaboratrice di Africa e Mediterraneo, è riuscita a incontrarlo in un’abitazione privata. Anche in quell’occasione Anas è arrivato sotto scorta e con il volto nascosto dalla caratteristica maschera di perline, divenuta un simbolo in tutto mondo africano.
Nessuno ha mai visto pubblicamente il suo viso.
Le sue inchieste, realizzate in vari Paesi del mondo, hanno portato in tribunale centinaia di persone, ma sono anche purtroppo costate la vita a uno dei suoi più stretti collaboratori.
Anas Aremeyaw rischia la vita ogni giorno.
L’audio integrale dell’intervista è andato in onda sull’emittente toscana Controradio il 30 dicembre scorso ed è riascoltabile qui: https://www.controradio.it/podcast/lintervista-esclusiva-ad-anes-aremeyaw/.
Un ringraziamento particolare va a Maria Luisa Troncoso, senza la quale l’incontro con Anas non sarebbe stato possibile.
Accra: Anas Aremeyaw Anas e Rossana Mamberto durante l’intervista
Sei famoso in tutto il mondo per le tue inchieste, vuoi raccontare ai nostri ascoltatori chi è Anas Aremeyaw?
Sono un giornalista d’inchiesta, ho lavorato per la BBC, Al Jazeera, ed altre testate internazionali, sono anche avvocato. Il mio giornalismo non è convenzionale, io uso una camera nascosta e individuo i responsabili delle azioni illegali su cui indago, poi faccio aprire delle inchieste giudiziarie sui colpevoli. Il mio giornalismo non è convenzionale ma è un giornalismo della gente, basato su ciò che accade all’interno della società. Sono dunque un prodotto della società e faccio quello che la mia gente pensa sia giusto.
Qual è stato il tuo ultimo lavoro?
Ho svolto numerose indagini sotto copertura, mi sono fatto mettere in prigione o ricoverare come paziente in un ospedale psichiatrico. Sempre sotto copertura ho anche svolto delle indagini per aiutare bambini vittime dei trafficanti, mi sono anche mascherato, come avvocato, come professore, e anche come donna. Il mio ultimo lavoro è stato in Malawi, dove ho investigato sul fatto che molta gente veniva uccisa e fatta a pezzi per compiere rituali e produrre amuleti.
[Questa indagine, condotta per la BBC, ha dato vita al documentario Malawi’s Human Harvest https://www.youtube.com/watch?v=lgbQLLcXiUo&ab_channel=DariusBazargan N.d.R.]
Ho sviluppato questa storia insieme a una indagine sul calcio che la gente chiama “Il n.12” e la BBC ha intitolato Betraying the game [il gioco tradito] https://www.youtube.com/watch?v=-eoFI-u3m88. Questa storia riguarda il calcio, la corruzione degli arbitrii e tutta la macchina che ci sta dietro. La storia è andata oltre il calcio ghanese, ha riguardato anche la Confederazione del Calcio Africano e la Fifa, con ripercussioni sulla Coppa del Mondo. L’indagine ha portato alla rimozione di un membro della Coppa del Mondo e anche di un membro dell’esecutivo della Fifa, assieme a più di 100 persone tra arbitri e dirigenza del calcio africano.
[Insieme a una squadra di giornalisti locali, Anas si è finto un facoltoso uomo d’affari. Il suo obiettivo era quello di smascherare trafficanti e guaritori tradizionali che utilizzavano il sangue e alcune parti del corpo di bambini per creare amuleti, venduti in cambio di prosperità e salute. La situazione per il team investigativo degenerò quando un gruppo di persone del villaggio li accusò di essere loro stessi trafficanti e di voler assassinare la gente del posto. Anas e i suoi collaboratori furono attaccati dalla folla ed il reporter venne colpito da un sasso e da una coltellata fino a che non riuscirono a dimostrare la loro vera identità. N.d.R.]
Accra, quartiere Nima: due murales raffiguranti Anas Aremeyaw Anas; in quello di sinistra è anche ricordato il suo collaboratore Ahmed Hussein-Suale ucciso il 16 gennaio 2019, con la scritta “RIP Ahmed”
Lavori su temi molto forti esponendoti sempre in prima persona. C’è un’inchiesta tra quelle che hai condotto che ti ha particolarmente toccato?
Sono stato più toccato da una indagine sui diritti umani dove ho lavorato sotto copertura in una prigione: la gente innocente che rimane in prigione perché non può pagare un avvocato sono solo una piccola parte di quello che ho visto. Un’altra indagine che ho svolto è stata nell’ospedale psichiatrico dove mi sono finto paziente e sono stato sottoposto a tutto quello che quotidianamente subiscono i pazienti dell’ospedale. L’eccessiva somministrazione di farmaci, i cartelli della droga che seguono le persone fino dentro l’ospedale psichiatrico offrendo loro droga e rendendole dipendenti: queste sono storie che mi hanno molto colpito. Ma anche l’indagine del calcio, che ha portato all’uccisione del mio collaboratore Ahmed Hussein-Suale, colpito da due proiettili nel collo e uno nel petto.
Sei molto popolare in Ghana, dove è possibile un po’ ovunque vedere graffiti che ti rappresentano e richiamano alle tue indagini. Nel quartiere di Nima ho visto la tua immagine dipinta un muro accompagnata dalla scritta “sii l’Anas nella tua comunità”. Come è possibile secondo te essere Anas all’interno della propria comunità?
Io penso che non dipenda da una singola persona, ma dalla collettività. Anas rappresentata un obiettivo comune, quello di mantenere una società sana. Se le persone decidono di denunciare come io denuncio, se le persone mi prendono ad esempio, forse non riusciremo a sradicare la corruzione, ma la società potrà essere meglio di ora. Sono stati anni di lavoro, che hanno guidato il modo di pensare della gente e di reagire di fronte a determinate questioni che colpiscono la società, come la corruzione. Per questo si possono vedere film, graffiti, cartoni animati, che si rifanno alle indagini di Anas, ma non è una questione individuale, sono principi che io difendo con il lavoro che faccio.
Come riesci proteggere il tuo anonimato e allo stesso tempo essere così popolare?
Penso che il giornalismo sia un’arte. Proteggere il proprio anonimato non vuole dire che non vuoi essere conosciuto. Nel passato la gente usava pseudonimi che potevano diventare anche molto popolari. L’anonimato protegge, ma è l’impatto del lavoro, la sua costanza e l’effetto sulla società che ti rendono importante e popolare.
Puoi dirci qualcosa sulla maschera che porti davanti al viso? Raccontaci la sua storia
Considerando le minacce che ricevo per le inchieste su cui lavoro, la domanda che mi sono fatto è: “Come posso proteggere me stesso per potere raccontare una nuova storia domani? Cosa posso usare per coprire la mia faccia, e che sia sinonimo del continente africano?” E anche: “che materiale posso usare che non si possa usare solo in Ghana ma anche in Kenya, o in Nigeria?”.
Ecco perché ho scelto una maschera di perline, un materiale che si può trovare ovunque in Africa e che mi garantisce anche l’anonimato.
Come scegli i soggetti per le tue inchieste, come selezioni i casi che decidi di seguire?
La scelta del caso emerge direttamente dalla società. Abbiamo un gruppo di lavoro in cui vengono discussi i fatti che accadono nel continente africano. Più la gente parla di un fatto più questo diventa rilevante. Ma vorrei chiarire prima una cosa: quando definisco il mio giornalismo come un giornalismo di denuncia e di condanna, voglio dire che in Paesi occidentali come Inghilterra, Usa e anche Italia, il lavoro del giornalista rimane a livello di denuncia di un fatto. Poi ci si aspetta che le istituzioni giudiziarie prendano in carico il caso per un’eventuale condanna. Quando dico che sono il prodotto della mia società, voglio dire che quello che funziona nella vostra società non funziona nella mia. Le nostre istituzioni non sono molto sviluppate, non hanno la capacità di giudicare e condannare casi che vengono denunciati. Quindi, dopo che la mia storia è pubblicata, dopo che ho raccolto tutte le prove con la mia camera nascosta, le fornisco alle istituzioni. Offro loro i miei video e le mie foto, le persone vengono arrestate io testimonio direttamente nella Corte di Giustizia per garantirne la condanna. Non ha senso fare giornalismo e poi vivere insieme ai delinquenti. È molto pericoloso. Quindi testimonio per la loro colpevolezza. Questo crea molti problemi, vuol dire che le persone ti cercano per ucciderti ogni giorno, ma funziona.
Basta vedere la mia indagine sul traffico sessuale da parte della mafia cinese, dove alcune persone saranno in prigione per 45 anni, oppure la storia dell’uomo che rapiva ragazzine anche di solo tre anni che è stato condannato a 15 anni, o anche la storia del contrabbando del cacao, dove persone sono state condannate a 16 anni di prigione.
Sto parlando di un tipo di giornalismo che funziona nella mia società e che non funziona necessariamente nei paesi occidentali, un giornalismo definito per la mia società e non per qualcuno che vive in Colombia o altrove. Non sono un sostenitore del giornalismo sulla carta, come tutti lo intendono, ma pratico quello che la mia gente chiama giornalismo.
Parole chiave : Africa, Anas Aremeyaw Anas, Criminalità, Diritti umani, Giornalismo
Trackback url: https://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/ghana-intervista-al-giornalista-anas-aremeyaw-anas/trackback/
21 gennaio 2021
Uganda e la sfida della democrazia
Il regime di Museveni in Uganda corrompe e tortura chiunque cerchi di ostacolarlo. Nel 2017 la parlamentare Betty Nambooze, che aveva cercato di bloccare una proposta di legge che avrebbe permesso a Museveni di governare a vita, fu portata dalle forze speciali in una stanza senza telecamera. Ne uscì con due vertebre rotte. Nel 2018 il cantante ugandese Bobi Wine, dopo la sua elezione in parlamento, fu arrestato insieme ad altri suoi colleghi con l’accusa di aver lanciato pietre durante un comizio del presidente. Uscirono dal carcere che dovevano appoggiarsi alle stampelle per camminare. Lo scorso autunno, in piena emergenza sanitaria causata dalla pandemia, 16 persone sono state uccise e altre 65 sono state ferite durante due giorni di violente manifestazioni di protesta in seguito all’ennesimo arresto di Bobi Wine, candidato dell’opposizione per le presidenziali.
Yoweri Museveni, 76 anni, è l’uomo forte dell’Uganda dal 1986. Quest’anno ha vinto il suo sesto mandato nonostante le accuse di irregolarità durante la campagna elettorale del 14 gennaio 2021, ottenendo il 59% dei voti contro Bobi Wine, che ha ottenuto il 35%. Museveni è anche uno dei più stretti collaboratori africani degli Stati Uniti in materia di sicurezza: gli ugandesi hanno prestato servizio militare sotto il comando statunitense in Iraq e in Somalia, e in cambio ogni anno il Paese riceve da Washington miliardi di dollari destinati al sistema sanitario e soprattutto all’efficienza dell’esercito ugandese. Come scrive Helen Epstein, nell’articolo Vietato criticare pubblicato sul numero 1392 / anno 28 dell’Internazionale, si tratta di «una forma moderna di colonialismo, anche se Washington preferisce parlare di “partenariato” (…) Per riempire le tasche di un dittatore, e far sì che i suoi soldati combattano le guerre degli stranieri, è necessario pensare che le vite degli africani siano sacrificabili».
Attualmente Bobi Wine è agli arresti domiciliari dal giorno del voto presidenziale, ma continua a denunciare il furto elettorale, le intimidazioni e le aggressioni degli alleati al regime. Il suo attivismo poltitico gli è valso il soprannome di “presidente del ghetto” e la sua ascesa ha infiammato i giovani ugandesi, anche tra chi non aveva mai mostrato interesse per la politica. Nei testi delle sue canzoni, un misto di rap e reggae, Bobi Wine parla della disoccupazione giovanile, della povertà delle baraccopoli e della repressione del dissenso. Il cantante, dunque, si inserisce sulla scia dell’azione di protesta di diversi giovani africani che sfidano le vecchie élite al potere e aspirano al rinnovamento sociale e politico. Lo scrittore, drammaturgo e poeta nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, è intervenuto sulle elezioni ugandesi del 14 gennaio, dichiarando che «Bobi Wine, per me in questo momento, rappresenta il volto della democrazia per l’Uganda».
Segnaliamo questo documentario interessante pubblicato per DWDocumentary:
https://www.youtube.com/watch?v=9YMu55BN3Ns



