Corno d’Africa: prospettive e relazioni

Africa e Mediterraneo n. 92-93 (1-2/20)

Romano Prodi, Stefano Manservisi

Editoriale del numero 92-93 (1-2/2020) di Africa e Mediterraneo “Corno d’Africa: prospettive e relazioni”

Il Corno d’Africa è stato a lungo identificato come una regione d’instabilità permanente, dove Stati falliti (Somalia) e frozen conflicts (Etiopia-Eritrea) facevano da cornice a fenomeni terroristi (Shabaab), espansionismo commerciale dei Paesi del Golfo, regolamenti di conti tra oligarchie regionali (Sudan, Sud-Sudan). L’Etiopia del Primo Ministro Meles Zenawi e sede dell’Unione Africana costituiva la potenza regionale stabilizzatrice, con la sua dimensione, la sua storia, la sua forza militare e il suo peso economico. Altri fattori segnavano l’insicurezza della zona: presidi militari a Gibuti, a sorvegliare da vicino, l’operazione europea Atalanta lungo le coste somale a combattere la pirateria.

Eppure, a una più attenta osservazione e certamente a chi viaggiava nell’area, non sfuggivano i cambiamenti economici e sociali, la vitalità culturale, l’attivismo dei giovani e delle donne. La contraddizione tra la spinta all’apertura e l’immobilismo dei vari regimi e di tutta una vecchia classe dirigente era evidente e in molti si interrogavano su cosa ciò potesse produrre. Vari fenomeni hanno contribuito nel tempo ad animare questa situazione.

La crescente presenza cinese, economica e poi anche militare, con l’apertura di una base e terminali portuali a Gibuti, ha costituito un fattore decisivo. La Via della Seta passa per l’Africa orientale ed entra nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, per poi risalire verso Suez. Importanti investimenti cinesi in Etiopia hanno contribuito ad una sostenuta crescita economica per anni, così come è forte l’investimento per il petrolio in Sudan. Va infine citata l’attenzione all’Unione Africana, i cui nuovi uffici sono ospitati in un grattacielo donato dalla Cina.

Anche le dinamiche interne alla Penisola Arabica, specie in Arabia Saudita e negli Emirati, in cerca di nuovi equilibri interni e regionali, alla luce soprattutto dell’ormai prevedibile declino della rendita petrolifera, si riflettono sul Corno d’Africa, che si ritrova a essere una sorta di retrovia strategico. La guerra della coalizione anti-Hutis nello Yemen e la strategia a guida emiratina volta a creare un Mar Rosso dall’Egitto alla Somalia libero da ogni presenza della Fratellanza Musulmana e delle influenze iraniane, hanno trasformato le vicende del Corno in una questione rilevante per tutto il Medio Oriente e fino alla Turchia. L’Eritrea ha saputo cogliere l’opportunità, offrendo una sponda (almeno logistica ad Assab) alla coalizione saudito-emiratina. La nuova dirigenza somala si è trovata spiazzata a causa dei suoi legami con Qatar e Turchia, acquisendo però una valenza strategica nuova e cercando un attento bilanciamento di interessi, che se non altro ha impedito che gli Shabaab diventassero uno strumento di destabilizzazione pilotato dall’esterno. L’Etiopia del post-Meles Zenawi si è ritrovata più debole, divisa all’interno e confrontata con una pluralità di attori e interessi che ne hanno diminuito il ruolo quasi unico di potenza regionale e di solo vero interlocutore politico.

In questo contesto, sommariamente descritto, hanno maturato e si stanno sviluppando dinamiche che apparivano ben poco realistiche fino a poco tempo fa.
La pace tra Etiopia ed Eritrea ne è l’aspetto più visibile. Il coraggio del nuovo Primo Ministro etiope Abiy Ahmed (un oromo, dopo anni di predominio tigrino), il pragmatismo del Presidente eritreo Isaias. Certo, si può discutere sui retroscena e sui calcoli di convenienza e di necessità di ognuno, ma, come diceva Mandela, «La pace non è un sogno, può diventare realtà, ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare». Un punto di partenza, comunque, non di arrivo. Lo si vede in questi giorni con le gravi tensioni in Etiopia e la difficoltà dell’Eritrea di uscire dalla logica autarchica che ne marginalizza le grandi potenzialità.

Foto: Le bandiere di Etiopia ed Eritrea davanti all’edificio FIAT Tagliero, Asmara. Foto di Stefano Manservisi.

Non è da sottovalutare il progressivo forgiarsi di uno Stato somalo, con istituzioni ed economia fragili, ma non prive di una certa credibilità e basate su un progetto federale che ha in parte sostituito la logica clanica tradizionale. Fino a poco tempo fa era impensabile un bilancio statale finanziato da imposte locali che porta la Somalia al Fondo Monetario Internazionale per negoziare la cancellazione del debito e la possibilità di finanziarsi sui mercati. E un esercito nazionale che non affida più alla sola AMISOM dell’Unione Africana la lotta a banditi e terroristi.

Altri elementi sono l’accordo tra le fazioni in Sud-Sudan, non- ché la nuova dirigenza in Sudan, emersa dai moti popolari che hanno portato all’estromissione di Omar al-Bashir.
La situazione creata dalla pandemia Covid-19 ha accelerato molto queste dinamiche e ha accentuato le fragilità. Forse ha avuto minor impatto sanitario, ma certo sta dando un serio colpo allo sviluppo, alla modernizzazione, alla lotta contro la povertà. Nel Corno, questo significa che le trasformazioni e la pace sono a rischio. La situazione attuale dovrebbe creare l’occasione non solo per una rinnovata, coraggiosa iniziativa politica, ma anche, e forse soprattutto, per una forte presa di coscienza. Fondamentale è la conoscenza delle realtà umane, sociali, culturali che spesso sono state relegate in secondo piano o approfondite solo dalla ricerca scientifica, mentre nei media mainstream ha continuato a prevalere l’immagine di instabilità descritta all’inizio, fatta di povertà, spostamenti forzati, violenza.

Ora che nuove dinamiche si sono messe in moto, questa descrizione non solo non basta, ma si rivela superficiale e certo non adatta a capire quello che sta succedendo e a consigliare chiavi di lettura per il futuro.

E l’Italia, in tutto questo? Tre Paesi sono stati sotto il governo coloniale italiano e non per breve periodo, specie l’Eritrea. La Somalia è stata sotto mandato italiano anche nel dopoguerra. Benché sia stata occupata per un breve periodo, l’Etiopia ebbe un posto importante nell’immaginario collettivo italiano. Africa e Mediterraneo ha rilevato l’amnesia coltivata nel dopoguerra, come se l’Italia non fosse stata parte attiva del brutale colonialismo europeo in Africa (vedi i dossier n. 1/96 “Italia – Africa il rapporto da ricostruire” e n. 2/96 “Storie e attualità dell’Italia in Africa”). Infatti, studi storici e speciali- stici non mancano (Del Boca, Labanca, Taddia, Triulzi, ecc.), ma poca memoria è stata coltivata, tramandata, sviluppata nell’immaginario e nell’opinione pubblica. A scuola, la questione coloniale italiana non si studia.

Ora che tanto gli avvenimenti nel Corno d’Africa quanto la questione migratoria richiamano l’attenzione su quei popoli e su quelle terre (oltre che più in generale sulle relazioni Europa-Italia-Africa), è utile e necessario riprendere il filo anche da un punto di vista italiano.

Stefano Manservisi lavora con l’Unione Europea da più di 35 anni. Ha ricoperto diverse funzioni nell’amministrazione e come massimo consigliere politico in diversi settori. È stato Capo di Gabinetto del Presidente Prodi, Dir. Gen. per lo Sviluppo e le relazioni politiche con l’Africa i Caraibi e il Pacifico, poi Dir. Gen. Migrazione e Affari interni e infine Ambasciatore dell’UE in Turchia. Il suo ultimo incarico è stato Dir. Gen. per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo. Attualmente Manservisi tiene lezioni in università (Sciences-Po / Paris School for International Affairs, European University Institute) è Fellow in vari think tank e fa consulenze per diverse agenzie specializzate delle Nazioni Unite. Recentemente è stato nominato Consigliere Speciale del Commissario Paolo Gentiloni.

Romano Prodi ha lavorato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna come docente di Organizzazione Industriale e Politica Industriale. Dopo 20 anni di attività politica a livello nazionale è stato Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004. Durante il suo mandato l’euro è stato introdotto con successo l’Unione è cresciuta fino a 10 nuovi Paesi. Dal 2008 Romano Prodi è Presidente della Foundation for Worldwide Cooperation. Dal luglio 2008 al 2010 è stato Presidente del Comitato di alto livello per il mantenimento della pace in Africa delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana. Dall’ottobre 2012 al gennaio 2014 è stato Inviato Speciale del Segretario Generale ONU per il Sahel.

 

 

 

 

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