10 luglio 2009

Il Progetto risorse per l’Intercultura a scuola di Lai-momo

Laboratori del grande fumettista senegalese T.T. Fons nelle scuole del Piemonte

Laboratori del grande fumettista senegalese T.T. Fons nelle scuole del Piemonte

Pubblichiamo il documento programmatico del “Progetto risorse per l’Intercultura a scuola” in cui Lai-momo è impegnata nei 15 comuni del distretto di Pianura Est della Provincia di Bologna.

Risorse per l’intercultura a scuola

Obiettivi
Dall’attività che Lai momo svolge nei 15 comuni del distretto di Pianura Est della Provincia di Bologna attraverso gli sportelli Punto Migranti, è scaturita un’idea che si è poi concretizzata nel progetto “Risorse per l’Intercultura a Scuola”, rivolto a tutti gli Istituti Comprensivi, Direzioni Didattiche e Scuole Superiori presenti nel territorio.
Obiettivo generale del progetto è uniformare le modalità di intervento nel campo dell’intercultura a scuola, rendendole coerenti con le politiche di distretto per quanto riguarda i servizi di genitorialità e infanzia, altri servizi sociali, interventi di tipo socio-sanitario sui soggetti, attività di orientamento sociale e lavorativo, relazioni con l’associazionismo. Tale obiettivo si declina in altri due obiettivi specifici:
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09 luglio 2009

Un reading poetico in Mozambico

Lebo mashile

Lebo mashile


Ho visto un reading di poeti “Poetry Africa” al centro culturale franco mozambicano di Maputo e mi ha colpito molto: il pubblico partecipava, era coinvolto (ed erano almeno 150 persone). Applaudivano, facevano gli ululati di festa, rispondevano e dialogavano con i poeti sul palco… Erano poeti di vari paesi africani. Io sono arrivata appena prima dell’esibizione di Lebo Mashile, cantante, poeta e presentatrice della televisione sudafricana. Ricordo la poesia che iniziava ogni paragrafo con “What kind of a woman…?” ed enunciava i dolori, le fatiche e le gioie delle donne. Il pubblico era entusiasta, anche perché Lebo è una star della televisione.

Poi ha preso la parola Paco Sininho, poeta di Maputo, accompagnato da un giovane virtuoso suonatore di marimba, lo strumento nazionale mozambicano. Mi ha spiegato Matteo Angius dell’Istituto Camoes di Maputo, che era seduto a fianco a me, che Sininho lavorava in banca e ha lasciato il lavoro per fare il poeta e performer. La poesia che ha recitato era una lunga critica sociale e politica alla società di Maputo, e a un certo punto mi sono accorta che la gente sapeva dei versi a memoria e li recitava assieme a lui.

Ho chiesto a Matteo: “ma come, conoscono questa poesia a memoria?” “Sì”, mi ha risposto lui, “questa poesia è famosa”. Una poesia contemporanea famosa. Tanto da saperne delle parti a memoria. Impensabile per noi. C’era anche il poeta zimbabwano Chirikurè Chirikurè: mi è venuto in mente il reading contro Robert Mugabe che avevo organizzato con Vittoria Ravagli nel 2007 alla Fiera di Pontecchio. La fondazione Peter Weiss aveva lanciato un reading mondiale per sollevare l’attenzione sulla dittatura dello Zimbabwe e io ho organizzato la lettura italiana alla Fiera degli Sdazzi di Pontecchio.

Organizzammo anche la traduzione delle poesie in italiano, che fu curata da Anna Lombardo, e la Fondazione poté pubblicare una pagina italiana dell’iniziativa. La poesia zimbabwana non c’entrava nulla con questa fiera popolare vecchia di 300 anni, ma la data mondiale era quella e il posto è comunque bellissimo. Ma delle centinaia, forse migliaia, di persone che circolavano in quel momento in fiera se ne sono fermate non più di 20.

Beh, quella sera a Maputo era proprio diverso. Le parole erano ascoltate, ripetute, commentate e ho visto la poesia non solo come atto di resistenza linguistica, ma come partecipazione, divertimento, espressione del contemporaneo riconosciuta dal pubblico.

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08 luglio 2009

Cairoscope a Bologna

cairoSegnalo questa iniziativa (Bologna, Museo della Musica, 8 e 9 luglio), che presenta per la prima volta in Italia opere di Hala Elkoussy, Christoph Oertli, Iman Issa, Shady El Noshokaty, Hermann Huber, Doa Aly, Khaled Hafez e Ahmed Khaled.

Immagini di alcuni di questi artisti sono stati pubblicate da Africa e Mediterraneo:

  • Hala Elkoussy sul 49/2005, a commento di un articolo di Vittorio Ricci su Jacques Derrida; Peripheral, Videoinstallation 2005, 28 min., college of FineArts Nueremberg, Iwalewa Haus Bayreyth; Einstein Forum Postdam, June 2005; e la bella immagine di copertina del numero 47-48/2004 (Re)constructione #2, 2003.
    Hala El Koussi, (Re)constructione #2

    Hala El Koussi, (Re)constructione #2

  • Iman Issa sul 50/2004, il progetto Going Places; questo è il link alla scheda su Going Places fatta da Iolanda Pensa nell’ambito del nostro progetto “Glocal Youth. Testi e contesti mediatici per giovani nel Nord e nel Sud del mondo”.
  • Khaled Hafez, Anubis-Batman and other gods on downward motion, 2002 sul 47-48/2004.
  • Abbiamo pubblicato anche un articolo di William Wells sulla Townhouse Gallery del Cairo, che realizza progetti di arte urbana ambientati nel quartiere, sul numero 50/2004.
  • Sul 47-48/2004 compare l’articolo di Basim Magdy Walk like an Egyptian. The issue of diversity concerning representation of contemporary Egyptian art, dove l’autore, artista trentenne che vive e lavora al Cairo, lamenta il fatto che gli artisti del “terzo mondo” che vogliono esprimersi in modo personale mescolando influssi ed interessi diversi si ritrovano ingabbiati da chi li vuole concentrati su argomenti socio-politici e chi li accusa di essere troppo occidentali e di ignorare la loro identità locale. Lo ripubblico qui (Pdf).
  • Finalmente a Bologna qualcosa di interessante.

    Segue il comunicato stampa dell’iniziativa:

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    07 luglio 2009

    Il razzismo sottile, la sopravvalutazione della capacità di sbagliare

    In: Cultura

    Di Biancoenero

    Mi raccontava un’amica di un esperimento che alcuni mediatori culturali hanno realizzato a Milano. Nella città lombarda viveva un gruppo di migranti provenienti da un villaggio africano che non ricordo, i quali regolarmente mandavano le loro rimesse a casa. Questi migranti avevano capito che se nel paese fossero state spedite delle canoe anzichè del denaro, l’economia, che in quel momento giaceva in condizioni disperate, sarebbe migliorata significativamente. Così si decise di trattenere parte delle rimesse, fino a ottenere la somma per l’acquisto delle canoe; dopo di che invece dei soldi si sono mandate le barche in Africa. Dopo un po’ di tempo i migranti sono tornati al loro paese e hanno trovato le canoe del tutto inutilizzate e il paese che versava nella solita miseria estrema.

    Che cosa era successo? Gli anziani del paese avevano avuto la sensazione che se fosse iniziata la pesca con l’uso delle canoe avrebbero perso la loro posizione di comando e quindi avevano impedito ogni azione. Così l’amica commentava che gli operatori avevano “sbagliato”, perchè non avrebbero previsto questa reazione da parte degli anziani della comunità.

    La situazione è molto complessa e occorrerebbe conoscere tutti i dati per formulare un giudizio meditato. Però credo che sia importante evitare alcuni errori nella valutazione di questo tipo di episodi. Si tende ad attribuire agli operatori occidentali il libero arbitrio di scegliere diverse strategie, mentre i poveri “negri” sarebbero del tutto succubi della loro “Cultura” e si comporterebbero come una sorta di macchine automatiche. In questa storia a me verrebbe da biasimare più il conservatorismo degli anziani del villaggio che la poca lungimiranza degli operatori.

    Uno dei fenomeni tipici della sopravvalutazione di se stessi, messa in luce dalla recente psicologia delle illusioni cognitive, consiste proprio nel considerare i nostri errori come evitabili, attribuendo invece quelli degli altri alla loro indole! L’atteggiamento dell’amica, che a prima vista sembrerebbe anti-occidentale e favorevole alla cultura del villaggio africano, in realtà nasconde una sottile forma di razzismo culturale, come se la cultura del villaggio sia una sorta di monade impenetrabile che guida deterministicamente i comportamenti degli abitanti del villaggio, mentre noi avremmo la libertà di comportarci in modi diversi. Sarà sempre troppo tardi quando cominceremo a considerare gli stranieri come persone e non come pedine portatrici di una cultura altra!

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    07 luglio 2009

    Il film “Come un uomo sulla terra” in onda sulla Rai

    come-un-uomo-sulla-terraVerrà trasmesso per la prima volta in televisione – il prossimo 9 luglio su Rai 3, ore 23:40 – il film “Come un uomo sulla terra”. Per l’occasione pubblichiamo la recensione che abbiamo dedicato al documentario, pubblicata sul numero 65-66 di Africa e Mediterraneo.

    Come un uomo sulla terra
    regia di Andrea Segre e Dagmawi Yimer
    Produzione: Italia, 2008, Alessandro Triulzi, Marco Carsetti e Andrea Sefìgre per Asinitas Onlus, in collaborazione con ZaLab
    Durata: 60 minuti

    In Italia il ministro dell’interno annuncia che nel 2009 gli sbarchi dalla Libia cesseranno, grazie al sistema delle espulsioni collettive (procedura che viola gli articoli 6 e 47 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonché l’art.10 del Testo Unico sull’Immigrazione del 1998, oltre aessere già stata condannata da una Risoluzione del Parlamento europeo nel 2005 quando l’allora ministro Pisanu ordinò le espulsioni verso la Libia da Lampedusa). In Francia il Ministro dell’Immigrazione si vanta delle sue 29.799 espulsioni che superano l’obiettivo di 26.000, prefissato a inizio anno.

    In tutta Europa è stata adottata la direttiva della vergogna che prevede un periodo di detenzione di 18 mesi, l’espulsione anche dei minori e un’interdizione di 5 anni dal territorio europeo per tutti coloro che tentano di entrare senza documenti. Fino a quando le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina continueranno a essere improntate su questo tipo di soluzioni drastiche, fino a quando si baseranno su procedure prive di accordi politici seri, prive di canali umanitari per i richiedenti asilo, fino a quando la sola possibilità di ingresso in Europa sarà costituita da inconsistenti decreti flussi o da carte blu, ovvero permessi unici di lavoro e residenza, concessi rapidamente, e riservati agli immigrati extracomunitari altamente qualificati, fino a quel momento i migranti spinti da necessità economiche e i richiedenti asilo politico saranno sempre di più costretti a battere le strade dell’immigrazione irregolare. E la situazione resterà invariata.
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    03 luglio 2009

    Il dossier su Immigrazione e salute e il “pacchetto sicurezza”

    Presentazione di AeM all'Ospedale San Gallicano di Roma

    Presentazione di AeM all'Ospedale San Gallicano di Roma

    Ieri il decreto sicurezza è stato approvato al senato. Rispetto al giorno della prima approvazione alla Camera, il 13 maggio, sono cambiate molte cose. Le elezioni sono passate, la Lega ha avuto le sue soddisfazioni, ma gli scandali privati del Premier sembrano aver spezzato quell’incantesimo per cui ogni cosa che faceva era accolta con entusiasmo dal popolo italiano.

    Quei giorni sono stati davvero scoraggianti per chi lavora con l’immigrazione. Il 6 maggio il Governo si era spinto molto avanti con l’azione anti-immigrati: tre barconi con a bordo 227 persone (40 donne di cui tre incinte e molti malati) erano stati soccorsi in acque maltesi da motovedette italiane, al largo di Lampedusa, ed erano stati riportati in Libia. Nessuno dei migranti era libico, mentre i loro luoghi di provenienza – Nigeria, Etiopia, Somalia – avrebbero dovuto farli riconoscere dalle Istituzioni italiane quali rifugiati, con diritto alla protezione umanitaria in base alla Convenzione di Ginevra.
Questo il clima in cui abbiamo fatto la nostra presentazione. La gente sembrava entusiasta della linea dura, in più, il terremoto dell’Abruzzo si era trasformato da tragedia in occasione di comunicazione e consenso per il Governo.

    Il 13 maggio noi eravamo a Roma, all’ospedale San Gallicano (INMP – Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti ed il Contrasto delle Malattie della Povertà ), a presentare il nostro dossier, dedicato al tema “Medicina e Migrazione” .
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    30 giugno 2009

    Il turismo nelle colonie. L’esempio del Maghreb

    In: Turismo

    Medina di Gabès. Foto di Marco Mensa, Ethnos

    Medina di Gabès. Foto di Marco Mensa, Ethnos

    Presentazione dell’articolo “Le tourisme dans les colonies. L’exemple du Maghreb (1880-1939)” pubblicato sul numero 65-66 di Africa e Mediterraneo a firma di Colette Zytnicki, docente presso l’Università di de Toulouse-Le Mirail.

    Nel 1880, in Algeria e Tunisia, si creano le condizioni per lo sviluppo di un turismo di tipo borghese profondamente condizionato dal sistema coloniale. I primi visitatori stabiliscono una selezione di siti degni di nota, contribuendo a far emergere nei cittadini europei un desiderio di viaggiare reso accessibile dalla nuova configurazione politica. La colonizzazione garantisce infatti, nei territori controllati dalla Francia, una sicurezza totale fino alle regioni più remote, poiché, in caso di necessità, i turisti possono ricorrere alla protezione dell’esercito. Inoltre, sempre sotto la spinta della colonizzazione, si sviluppano infrastrutture per i trasporti che consentono spostamenti a costi sempre più ridotti.

    Hotel e mezzi di trasporto confortevoli mettono a proprio agio i turisti consigliati da guide sempre aggiornate. Alla fine del XIX secolo, in Europa e nelle colonie dell’Africa del Nord, il turismo cambia aspetto e da esperienza essenzialmente individuale diventa un’attività sociale, inquadrata in un complesso di istituzioni quali i Comités d’hivernage, sindacati e sezioni locali del Touring Club francese che appoggiano le diverse iniziative. Sollecitati dagli uomini incaricati della conservazione del patrimonio culturale, dagli ambienti finanziari e dagli intellettuali locali, i responsabili politici coloniali si interessano a loro volta al turismo, un’attività politicamente necessaria ed economicamente conveniente.
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    27 giugno 2009

    Cultura e sviluppo con i tessuti tinti a mano

    esposizioneC’è un interessante progetto che è esposto qui al campo, il “Centro de artes Paulo Mabuno”. Si tratta della realizzazione di tessuti (sciarpe, borse, tovagliette e capulane cioè parei), di carte fatte a mano e di ceramiche da parte di giovani orfani o socialmente deboli a causa dell’AIDS. I ragazzi, che vivono in zone rurali, sono formati all’esercizio della professione in modo che abbiano un reddito, autonomia e un reinserimento sociale. I prodotti sono venduti in un negozio all’aeroporto e in alberghi di lusso. Una percentuale delle vendite è destinata a un fondo per la realizzazione di formazione e sensibilizzazione sul tema della salute nella comunità.

    I tessuti e i disegni sono bellissimi, sono esposti qui al campus, ma non è facile comprarli. Non costano neanche pochissimo, ma sono fatti a mano, ed è questo il loro valore. Nello stand di fronte ci sono orribili magliette importate dalla Cina Popolare e stampate con scritte tipo Mozambique, e vestiti all’africana cuciti dalle donne ma con stoffe sintetiche sempre cinesi.

    Dunque, ho dovuto faticare per convincere il responsabile della vendita a vendermi una capulana che mi piaceva, perché era della nuova collezione e non me la voleva vendere. Alla fine me l’ha venduta, e con prezzo abbastanza alto. Ci sono anche bellissime carte, quaderni e tovagliette tessute a mano.
    Il progetto è sostenuto dalla fondazione di Graça Machel, vedova del presidente Samora e attuale moglie di Nelson Mandela.

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    27 giugno 2009

    Il fascino dell’Italia: tradurre Boccaccio in kikuyu

    Langui wa Goro riceve i complimenti per la sua originale ed elegante mise da Alphadi il maggiore stilista africano e fondatore del Festival internazionale della moda africana che si tiene ogni anno in Niger

    Langui wa Goro riceve i complimenti per la sua originale ed elegante mise da Alphadi il maggiore stilista africano e fondatore del Festival internazionale della moda africana che si tiene ogni anno in Niger

    Qui al Campus ho conosciuto una studiosa kenyana che sta traducendo il Decameron in lingua kikuyu. Si chiama Wangui wa Goro, e ha studiato a Firenze letteratura italiana. Gira le università africane e europee insegnando la sua materia: traduzioni nelle lingue africane.

    Dice che tradurre Boccaccio in kikuyu è molto difficile, perché è una lingua senza letteratura. Ma lei ci lavora, da 7 anni, ha tradotto circa 70 novelle e intende tradurle tutte e 100, poi pubblicherà il libro a sue spese. Con Wangui abbiamo parlato in italiano, e mi ha raccontato della sua grande passione per la nostra cultura.

    Quando incontro intellettuali o giornalisti africani che parlano italiano, mi fa piacere, ma mi sorprende anche. Qui c’è anche Paul Nchoji Nkwi, professore al Centre for Applied Social Science Research and Training e presidente della associazione panafricana degli antropologi, che ha studiato a Perugia, e Jean Marc Matwaki, giovane giornalista di Radio Okapi in Congo, che ha seguito dei corsi all’ambasciata italiana di Kinshasa.

    Si sa che la politica di promozione della lingua italiana all’estero, e in particolare in Africa, è debole. I portoghesi hanno gli Istituti Camoes, gli inglesi i British Council, per non parlare dei Centri Culturali Francesi, che hanno avuto tanti fondi e potere in passato che ancora oggi, nonostante i tagli crudeli di Sarkozy, restano importantissimi poli culturali nelle città africane. Adesso, con l’avanzata in Africa della cooperazione spagnola, che è giovane ma molto rampante e con Zapatero ha fatto un investimento enorme, si comincia a parlare anche questa lingua.
    Gli istituti Dante Alighieri, invece, sono una tristezza e praticamente inesistente è l’attività di animazione e cooperazione dei centri culturali italiani in Africa.
    Così, quando si parla di cultura africana non lo si fa mai in italiano.

    Peccato, perché si sente che la nostra lingua ha un fascino enorme, che è considerata qualcosa di antico, legato all’arte e alla bellezza.
    E poi, oltre che di tutto il clero cattolico (che non è poco), è la lingua ufficiale della musica classica. Viene studiata in tutti i conservatori del mondo. Non sarebbe male fare qualcosa di più per promuoverla.
    Comunque, tutti ci vogliono bene: Italiani? Mamma mia! Amore mio!
    Consoliamoci così, in mancanza di meglio…

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    25 giugno 2009

    Formazione per l’industria culturale: la Escola de Artes Visuais de Maputo

    ceramichemondlane
    Oggi è il 25 giugno, festa dell’indipendenza del Mozambico. Ieri sera c’è stato un gran concerto in piazza per festeggiare l’anniversario, e stamattina le cerimonie ufficiali del governo. Qui la retorica della resistenza è ancora molto forte, ed è normale: l’indipendenza è stata raggiunta solo nel 1975.

    Al Campus di Maputo è stata allestita una mostra degli allievi della Escola de Artes Visuais dedicata ad Eduardo Mondlane, eroe della resistenza contro il dominio coloniale portoghese, “architetto della unità nazionale e Primo presidente del Fronte di Liberazione del Mozambico”. Sono disegni, acquarelli e ceramiche, ripresi dalle foto storiche che circolano.

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