19 gennaio 2010

4-7/2/2010 – Salone delle Letterature africane a Bruxelles

Evento: Salone delle letterature africane sul tema ‘Lo scritto come strumento d’integrazione’.

Dove: Bruxelles.SALON-2010-afrique

Quando: Dal 4 al 7 Febbraio.

Informazioni: Il Salone riunirà autori ed editori per presentare la letteratura africana, scritta ed orale, in diverse lingue dell’Unione Europea (francese, inglese, italiano, olandese).
Nei 4 giorni del Salone, oltre a dibattiti e conferenze, vi saranno spazi dedicati ai bambini. Ulteriori informazioni sul sito.

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19 gennaio 2010

4-6/2/2010 – Il fumetto africano a Parigi. Tre giorni di incontri

fumetto africano
Evento: Il fumetto africano in Francia.

Dove: Musée du quai Branly, Parigi.

Quando: dal 4 al 6 febbraio.

Informazioni: Un’interessante tre giorni di studio, esposizioni e conferenze per fare il punto sul fumetto africano nel 2010. Il programma della manifestazione è reperibile sul sito ufficiale.

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19 gennaio 2010

Rosarno – Ministro Maroni, come è umano lei!

rosarno Oggi ho letto sul giornale che ieri sera il ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, ha affermato “A una decina di immigrati irregolari coinvolti negli scontri di Rosarno e sottoposti a violenza, sarà concesso lo status di protezione internazionale”. Mi è venuta subito nella testa la battuta di Fracchia/Villaggio “Com’è umano lei!”.

Digitando su Google la parola Rosarno per cercare notizie, esce tra i primi un titolo che colpisce per la sua durezza “Rosarno: gambizzati 2 immigrati”. E il sottotitolo “Feriti da colpi di fucile da caccia”. La cosa peggiore è il fucile da caccia: l’arma che può avere in casa una persona comune, non un delinquente o un poliziotto. E’ una notizia dell’Ansa della sera in cui è iniziato tutto: l’8 gennaio.

Voglio provare a ripercorrere le varie fasi di questo episodio, perché penso che questa pagina di storia per il terzo governo Berlusconi sarà ricordata – come il G8 di Genova per il secondo – come una delle più oscure e significative dal punto di vista dei diritti umani. Peggio dei respingimenti, perché anche qui – come a Genova – c’è stata una battaglia che era una comunicazione. Un fatto di linguaggio, nei confronti del quale il governo ha espresso la sua reazione. E tutto questo resterà. Come uno scritto.

Cosa hanno fatto gli immigrati a Rosarno?

Nel vivace e documentato blog siciliano Nuovo Soldo “Centinaia di immigrati, lavoratori agricoli della Piana di Gioia Tauro, per lo più neri, si sono rivoltati oggi pomeriggio e stasera contro chiunque si trovasse a tiro per le strade di Rosarno. Il tutto è scaturito dal ferimento di due di loro, uno rifugiato politico del Togo, provocato dall’esplosione di colpi d’arma ad aria compressa. Sono centinaia le auto distrutte, i cassonetti bruciati e le abitazioni danneggiate. (…) A maggio del 2009, proprio a Rosarno sono state arrestate tre persone con l’accusa di riduzione in schiavitù di lavoratori immigrati. Già alla fine di dicembre del 2008 erano stati esplosi colpi di arma da fuoco contro gli immigrati da giovani razzisti e/o mafiosi della zona.”

Sin dalla sera dell’8 il blog prevedeva quello che sarebbe successo in seguito “Probabilmente i fatti di oggi non rimarranno senza conseguenze, perché la ‘ndrangheta non dimentica, così come non ha dimenticato la camorra casalese di Castel Volturno, nel casertano, quando fece strage di sei immigrati africani”.

Infatti, quello che hanno fatto gli immigrati a Rosarno è stata soprattutto una protesta contro la ‘ndrangheta. Le indagini giornalistiche hanno raccontato agli Italiani le condizioni di sfruttamento di queste persone: lavoro in nero per 20 euro per 12/14 ore di lavoro al giorno, di cui 5 da dare al caporale e 3 al pulmino. All’immigrato lavoratore ne restano 12 per una giornata di 12 ore, cioè 1 euro all’ora. Una situazione conosciuta e tollerata da tanto tempo, perché inserita nel tessuto mafioso dell’economia del territorio.

La protesta degli immigrati, bisogna dirlo, è stata violenta. D’altronde che tempo e possibilità hanno degli schiavi per fare riunioni sindacali e collettivi per organizzare una manifestazione con tanto di bandiere, comunicati stampa e permesso di occupazione del suolo pubblico?

Cosa è successo dopo questa protesta?

Dopo la protesta degli immigrati, c’è stato un pogrom. Sì, si può usare questa terribile parola, con cui venivano indicate le sommosse popolari e i massacri antisemiti, avvenuti in Russia con il consenso delle autorità, e che poi è stata usata per indicare la persecuzione sanguinosa del popolo verso una minoranza. Rileggendo le cronache di Rosarno infatti mi vengono in mente le scene che ricordo meglio del romanzo di Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio, dove l’autore rivisita in chiave epica la saga della sua famiglia ebraica, che dalla Russia inizia un viaggio che la porterà in Cile, passando appunto da un pogrom all’altro.

Il coordinamento migranti Itali ha affermato “Nell’era del ‘pacchetto sicurezza’, in Italia si è aperta la caccia al migrante che alza la voce. Rosarno non è un puro frutto della criminalità: la violenza della ‘ndrangheta si è nutrita negli anni della legge Bossi-Fini e delle connivenze dello Stato. A tutto questo, il razzismo ormai diffuso ha fatto da perfetta cornice. Un razzismo istituzionale coltivato nel tempo e che oggi esplode di fronte alla crisi.”

Bisogna dire che la reazione di alcuni cittadini di Rosarno è evidentemente il segno di un tessuto sociale disgregato, dove non si è fatto nulla nel campo delle politiche di integrazione. Queste sono, sì, costose, complesse, soggette a fallimenti, ma sono l’unica via per evitare che scoppino queste guerre tra poveri.

Questi immigrati in fondo hanno fatto quello che gli Italiani non hanno avuto il coraggio di fare: ribellarsi. Ha scritto su MicroMega don Paolo Farinella “Gli immigrati in Calabria si ribellano alla ‘ndrangheta e al sistema perverso dei caporalato (…). Invece di ringraziare questa gente, il ministro Maroni non trova di meglio che le parole d’ordine della sua cricca: ‘tolleranza 0′”.

Cosa ha fatto il ministro Maroni?
A parte l’intervento delle forze dell’ordine locali, il ministro ha reagito così: ha fatto trasferire gli immigrati in centri di prima accoglienza a Crotone e Bari e ha affermato subito che queste persone sarebbero state identificate e, se trovate prive di documenti di soggiorno, espulse. Il che equivale a una legittimazione dell’azione violenta condotta dalle ronde di Rosarno e a un guadagno per quei datori di lavoro che non hanno pagato le misere paghe dovute a questi braccianti. Infatti, una volta espulsi nel loro paese di origine, nessuno di loro potrà più rivendicare la retribuzione per il lavoro svolto nelle campagne calabresi.

In più, c’è una legge che andrebbe rispettata: l’ASGI esortato il governo a fare rispettare l’art. 18 del testo Unico sull’immigrazione n. 286 secondo il quale “quando, nel corso di operazioni di polizia (…) ovvero nel corso di interventi assistenziali dei servizi sociali degli enti locali, siano accertate situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero, ed emergano concreti pericoli per la sua incolumità, per effetto dei tentativi di sottrarsi ai condizionamenti di un’associazione dedita ad uno dei predetti delitti o delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari o del giudizio, il questore, anche su proposta del Procuratore della Repubblica, o con il parere favorevole della stessa autorità, rilascia uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”.

Come ha scritto il prof. Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo, sul sito della rete MigrEurop, “Appare a tutti evidente, meno che al ministro Maroni purtroppo, che gli immigrati cacciati via da Rosarno erano (e rimangono) vittime di una gravissima sopraffazione quotidiana garantita dal sistema economico-mafioso locale che estorceva quotidianamente tutte le loro energie lavorative per pochi euro all’ora, costringendoli a vivere in condizioni disumane. (…) Nessuno dei testimoni dei soprusi subiti a Rosarno deve essere espulso, perché ciascun immigrato allontanato costituirà una sorta di garanzia di impunità per quei datori di lavoro che continuano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in Calabria come nelle altre regioni meridionali”.

Quali sono state le reazioni?

La Chiesa ha reagito subito con una critica del cardinal Bertone; il segretario PD, dopo una settimana di silenzio assordante, si è deciso a organizzare un’iniziativa di solidarietà; Angelo Panebianco nel suo articolo del giorno dopo La fermezza e l’ipocrisia sul Corriere ha avuto il coraggio di dire – dopo aver buttato lì qualcosa sul presepe (che fa sempre effetto, e poi erano appena finite le feste natalizie… Mannaggia, San Francesco si rivolta nella tomba), e qualcos’altro sulla Jihad (cosa c’entrava?) – che dichiarare incostituzionale la legge sull’immigrazione clandestina equivale a dire che l’Italia non è uno Stato, equivale a rinunciare alla sovranità. Ecco, professore, è la sovranità. Gli immigrati di Rosarno ci hanno detto che laggiù lo Stato italiano non comanda, perché comanda l’illegalità mafiosa.

Le parole più belle, che al di là delle strumentalizzazioni della paura ci riportano alla realtà della convivenza quotidiana che si realizza in tante micro-situazioni, le ha dette il parroco di Rosarno durante l’omelia: “Vedo (…) che manca qualcuno (…) Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli.

“Mancano anche Christian, Laurent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati”.

Intanto si sta organizzando lo sciopero dei migranti, con un tam tam su Facebook. “24 ore senza di noi” si intitola, sarà il 1° marzo 2010 e la stessa cosa avverrà in Francia, dove è partita l’idea.

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10 gennaio 2010

“Welcome”, quando una parola resta solo sullo zerbino. Un film di Philippe Lioret

In: Cinema

affiche-film-welcome“Welcome”, “Benvenuto” è ciò che troviamo scritto a caratteri cubitali all’ingresso delle nostre città oppure è ciò che leggiamo sugli zerbini davanti alle porte di numerosi appartamenti.

Ed è anche quello che l’Unione Europea dovrebbe dire a quelle persone che si mettono in viaggio, che migrano per dirla con termini più attuali, per sfuggire a situazioni di vita difficilmente sostenibili, come conflitti armati, persecuzioni, carestie o cataclismi naturali (e di cui spesso i paesi industrializzati sono i principali responsabili).
Ma come ci fa intendere il regista francese Philippe Lioret questa parola, che è anche il titolo del suo film, non viene né pronunciata così facilemente come si può credere, né diventa una pratica adottata dalle autorità politico-governative, soprattutto alle frontiere nei confronti dei cosiddetti immigrati clandestini.
“Direttiva del ritorno” (che promuove il ritorno volontario degli immigrati illegali), “delitto di solidarietà” (che punisce chi offre il proprio aiuto a immigrati clandestini) sono alcune delle direttive adottate in Francia (e da numerosi altri paesi Europei) che hanno rinforzato le barriere della fortezza europea, ma che causano ogni giorno il maltrattamento, la violazione dei diritti fondamentali e a volte la morte di numerosi stranieri immigrati.

Lioret ci racconta la storia di un giovane rifugiato Curdo in fuga dall’Iraq e diretto in Gran Bretagna. Una storia come ne esistono a centinaia, ma delle quali i media non sono soliti parlare. Bilal, questo il nome del ragazzo, dopo aver percorso migliaia di chilometri resta bloccato a Calais (Francia): l’unica speranza di raggiungere l’altra sponda della Manica (dove lo attende Mina, la sua fidanzata) è attraversare quel braccio di mare a nuoto.
In questa impresa colossale e disperata lo affianca Simon, istruttore di nuoto in una piscina comunale di Calais. Questo aiuto inizialmente non è disinteressato: Simon, infatti, spera attraverso questo slancio di solidarietà di riconquistare punti agli occhi della ex moglie, impegnata come volontaria nell’assistenza agli immigrati bloccati nella Jungle di Calais e che lo ha spesso accusato di immobilismo e di indifferenza davanti ai drammi della vita.
La vita di Simon, disperato e in crisi, scorre in parallelo a quella di Bilal: la sola differenza è che mentre il ragazzo è disposto ad attraversare chilometri di acque fredde e agitate da forti correnti, l’uomo non è riuscito nemmeno ad attraversare la strada per fermare la donna amata mentre si allontanava da lui.
Ed è cosi che Simon nell’aiutare Bilal aiuta se stesso ad uscire da un buco nero di inerzia. E l’aiuto “interessato” diventa giorno dopo giorno disinteressato, evolve in affetto, compassione e comprensione delle necessità dell’altro. E Simon si fa paladino della causa dei sans papiers.

Vincitore del Premio Lux (premio che il Parlamento Europeo assegna a opere cinematografiche che illustrano o si interrogano sui valori costitutivi dell’identità europea, sulla diversità delle culture o sul dibattito sull’integrazione dell’Unione Europea) ha riscosso un enorme successo nelle sale francesi. E speriamo pure in Italia.

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07 gennaio 2010

Il Viaggio di Céline, un inno contro la guerra

louis-ferdinand-celine-a-meudonIn queste vacanze di Natale ho letto Céline, “Viaggio al termine della notte”. L’ho letto a fondo per la prima volta, dopo averlo incontrato di striscio nei miei studi di letteratura e nel mio lavoro di giornalista, e ho avuto conferma del fatto che è uno dei libri “della vita”. Ogni due pagine c’è una frase da annotare sul diario, perché ci si trovano i temi di fondo dell’esistenza affermati con giudizi secchi e lapidari, resi più pungenti dal sarcasmo e dall’irrisione violenta, da quel disincanto universale della modernità che non ha ancora trovato uno straccio di valore a cui agganciarsi.

Un disincanto espresso con la voce narrante di un antieroe rassegnato di non potere fare affidamento su nessuna morale, che osserva l’umanità sconfitta senza giudicarla, perché sa che il suo punto di vista è quello di chi cerca solo di sopravvivere. Per il protagonista Ferdinando Bardamu, “la grande fatica dell’esistenza non è forse insomma se non l’enorme pena che ci si dà per durare ragionevoli vent’anni, quarant’anni, o di più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, ossia immondi, atroci, assurdi. Incubo di dover presentare sempre come un piccolo ideale universale, come un superuomo, da mattino alla sera, il sottuomo zoppicante che ci è stato affidato.” Un disincanto che non è ancora cambiato, lo stesso che ha portato Vasco Rossi, mi si permetta la citazione, a dire “Siamo solo noi. Che tra demonio e santità è lo stesso, basta che ci sia il posto”.

Nel Viaggio c’è tutto il Novecento, con i suoi temi storici fondamentali. Si comincia dalla seconda pagina, con una definizione della razza, buttata in faccia al nazionalismo ridondante dei Francesi impegnati nella Prima guerra mondiale. A un patriota che lodava la “razza francese” come “la più bella del mondo”, Ferdinando risponde con un lucido realismo che taglia le gambe a ogni assolutizzazione identitaria: “La razza, quello che tu chiami così, è soltanto un’accozzaglia di poveracci del mio stampo, sfessati, pidocchiosi, scoglionati che sono finiti qui perseguitati dalla fame, la peste, i tumori e il freddo, venuti, vinti, dai quattro angoli della terra. Non potevano andar più oltre. Ché c’era il mare. Questa è la Francia e questi sono i Francesi”.

E questo per cominciare. Poi il libro continua nella sua osservazione distaccata dell’umanità – inguaribilmente malata – affrontando attraverso le avventure del protagonista tutti i temi fondamentali della modernità occidentale: la guerra come assurda tragedia per le popolazioni, la violenza del colonialismo in Africa con il suo corredo di sradicati che cercano nelle colonie una via di fuga (e Céline ovviamente mette se stesso tra questi falliti), il viaggio come fuga e conoscenza, le grandi migrazioni verso l’America, le metropoli americane con le loro folle anonime, il Fordismo e l’alienazione della fabbrica, il cinema come fucina di sogni, la famiglia borghese con le sue misere preoccupazioni, la povertà e la solitudine delle periferie urbane, l’angoscia e il disagio mentale…

Ma visto che all’inizio dell’anno si usa fare auguri di pace, per questo inizio del 2010 vorrei citare la visione della guerra di Céline. E’ un discorso pacifista senza tempo, valido per denunciare l’assurdità di tutte le guerre, che dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici.

Raccontando la sua esperienza al fronte nella Prima guerra mondiale, l’autore ne fa una critica durissima, mettendola in bocca al protagonista, giovane sradicato che ha fatto l’errore di partire volontario ma si accorge ben presto del suo tragico errore. Le sue parole di limpido, razionale buon senso hanno un valore immutato per ridicolizzare ogni retorica militarista e patriottica e l’incosciente logica di chi punta sulla guerra come soluzione dei contrasti.

“Quel colonnello! Era dunque un mostro? Ora, n’ero sicuro, peggio d’un cane non immaginava il suo trapasso. Ne conclusi nello stesso tempo che ce ne dovevan essere parecchi come lui nel nostro esercito, dei prodi, e poi senza dubbio un egual numero nell’esercito di fronte. Chi lo sa quanti? Uno, due, parecchi milioni forse. E da quel momento la mia fifa diventò panico.
Con dei tipi simili, quell’imbecillità infernale poteva continuare all’infinito… Perché si sarebbero arrestati? (…)
Perduto tra due milioni di pazzi eroici e scatenati e armati sino ai denti? Con l’elmo, senza cavalli, su delle moto, urlanti, in automobili, fischianti, cecchini, complottatori, volanti, in ginocchio, in atto di scavare il suolo, di sfilare, di caracollare sui sentieri, petardeggiando, cacciati sotterra come in un manicomio, per distruggere tutto, Germania, Francia e Continenti, tutto ciò che respira, distruggere, più arrabbiati che cani, adorando la loro rabbia (ciò che i cani non fanno), cento, mille volte più arrabbiati che mille cani e talmente più ringhiosi. Oh, sì, stavamo freschi! (…)
Chi avrebbe potuto prevedere, prima d’entrare veramente nella guerra, tutto ciò che conteneva la sudicia anima eroica e pigra degli uomini? Ora, ero preso in quella corsa immensa, verso il delitto in comune, verso il fuoco. Veniva dalle profondità ed era arrivato.
Il colonnello continuava a tacere, lo guardavo ricevere, sul pendio, biglietti del generale ch’egli strappava subito minutamente, dopo averli letti senza fretta, tra le pallottole. In nessuno di essi c’era dunque l’ordine di arrestare quella cosa abominevole? Non gli si diceva dunque, dall’alto, ch’era fesso? Abominevole errore? Sbaglio? Che ci si era ingannati? (…)
Dunque, ciò che si faceva, quello spararsi addosso senza manco vedersi, non era proibito! Rientrava nelle cose che si possono fare senza meritarsi una scenata. Anzi era riconosciuto, incoraggiato senza dubbio dalle persone serie, come una lotteria, come un fidanzamento, come una caccia alla volpe! Nulla da dire. Ad un tratto avevo scoperto la guerra intera. Avevo capito”.

Mi sembra che basti come augurio per un anno di pace…

Nota: Un blog di foto di Céline .
Le citazioni sono tratte dall’edizione dall’Oglio, 1982, con la traduzione di Alex Alexis, pubblicata nel 1933.

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30 dicembre 2009

Laboratorio interculturale di auto-narrazione sul corpo femminile

Venerdì 9 dicembre a Crevalcore (Bo) abbiamo presentato il CD ROM “Culture Femminili in Valigia”, che racchiude l’esperienza di un laboratorio interculturale di auto-narrazione sul corpo femminile, realizzato dalla Cooperativa Lai-momo tra il 2007 e il 2008.
Tale attività era parte del progetto “Intercultura ad Ovest”1, un’iniziativa tuttora in corso che propone un modello innovativo di lavoro di rete sul tema dell’inclusione sociale della popolazione immigrata, con specifiche azioni positive per le donne migranti.

Gli interventi orientati al femminile, previsti da tale progetto, hanno l’obiettivo di coinvolgere donne migranti e native in attività di gruppo che da un lato favoriscono l’espressione e la valorizzazione della propria identità e della cultura di appartenenza in una logica dialettica e di confronto reciproco, e dall’altro gettano le basi o rafforzano le metodologie di un agire insieme verso obiettivi comuni.

Il lavoro svolto a Crevalcore ha interessato un gruppo molto numeroso di donne migranti, complessivamente si sono avuti, infatti, circa 40 contatti con persone provenienti dal Marocco, dalla Tunisia, dal Sudan, dalla Moldavia e dal Pakistan.

Complessivamente sono stati organizzati 7 incontri della durata di 2 ore ciascuno su quattro tematiche: la cura del corpo femminile, il concetto di bellezza e il tema dell’esibizione del corpo femminile nella sfera pubblica, sia in situazioni quotidiane, sia in situazioni particolari come il matrimonio.

Il laboratorio aveva la conduzione di un’operatrice di Lai-momo e una madiatrice linguistico-culturale di lingua araba. Di volta in volta sono stati proposti gli argomenti elencati e si è favorito lo scambio di narrazioni tra le partecipanti, mentre l’operatrice aveva il compito di trascrivere le testimonianze.
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28 dicembre 2009

I graffianti disegni di Anton Kannemeyer

In: Fumetto

b-for-blackAnton Kannemeyer, uno dei miei artisti preferiti nel panorama africano, ha appena concluso una mostra personale alla prestigiosa galleria Brodie/Stevenson di Johannesburg. Kannemeyer ha presentato una selezione di disegni e tavole originali, inclusi alcuni schizzi dagli album a fumetti.

Perché Anton è anche, anzi soprattutto, fumettista, con il nome d’arte Joe Dog. Assieme a Conrad Botes, studente con lui alla Stellenbosch University (Western Cape), fondò nel 1992 la rivista Bitterkomix, appartenente al genere underground, famosa per i suoi attacchi alla cultura e alla lingua afrikaner, e per la feroce critica alla società sudafricana, all’ipocrisia delle convenzioni morali, alla violenza nascosta sotto l’ordine delle strutture familiari.

Nei loro fumetti Botes e Kannemeyer fanno numerosi riferimenti alla situazione politica del loro paese, divertendosi a collocare il punto di vista nel recente passato dell’Apartheid o nella storia della dominazione coloniale bianca.

Con le sue satire velenose, Kannemeyer, figlio di un prestigioso accademico e critico della letteratura afrikaans, ha rappresentato suo padre – e l’establishment bianco da lui rappresentato – implicato in crimini impensabili per la bigotta società sudafricana dell’Apartheid.

Kannemeyer ha una capacità camaleontica di adottare gli stili di altri autori e generi, come si vede nei lavori presentati in questa esposizione personale, incluse due nuove versioni in grande formato della sua famosa reinterpretazione di Tintin, una parodia critica del personaggio di Hergé legato alla colonizzazione belga in Congo. Inoltre, all’interno della serie Alphabet of Democracy sono esposte alcune stampe rare e in particolare Z is for Zuma.

In Africa e Mediterraneo n. 38 (4/01), il cui dossier era dedicato al Sudafrica, abbiamo pubblicato un articolo del critico e sceneggiatore Andy Mason dal titolo “Black and White in Ink: Discourses of Resistance in South African Cartooning”, dove viene tracciata una storia del fumetto sudafricano con un capitolo dedicato a Bitterkomix.

Di Botes e Kannemeyer Mason dice: “Lavorando in un modo davvero personale e confessionale con questi temi, questi artisti hanno prodotto una serie di documenti che scavano nella psiche dell’Apartherid più in profondità di quanto ogni altra vignetta satirica o fumetto abbiamo mai fatto, e probabilmente tagliano più profondamente di ogni altro lavoro prodotto in altre discipline”.

Pubblichiamo qui alcune immagini che Anton ci ha inviato. Abbiamo invece messo sulla cover del numero di AeM che sta uscendo un suo splendido e inquietante disegno, che non anticipiamo qui, dove l’autore ha davvero dispiegato tutta la sua abilità tecnica…

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16 dicembre 2009

Il diritto di voto per i marocchini residenti all’estero

maroccoLa settimana scorsa eravamo a Casablanca per partecipare alla prima conferenza dei marocchini nel mondo organizzata dalla stessa società civile marocchina.

Il convegno è la conclusione di un lungo percorso animato da 450 associazioni, confluite nel movimento “Daba 2012”, ovvero “Adesso 2012”, un titolo che rimanda alla necessità di definire fin da ora il tema del diritto al voto dei cittadini marocchini immigrati alle elezioni politiche che si svolgeranno in Marocco nel 2012.

Le altre tappe del percorso hanno interessato le città di Imola, Amsterdam, Parigi e Madrid, i luoghi che rappresentano le nazioni dove risiedono la maggior parte degli immigrati marocchini.

Hamid Bichri, Presidente dell’Unione Democratica delle Associazioni dei Marocchini in Italia e uno dei promotori del movimento “Daba 2012”, ha affermato che i 3.500.000 migranti provenienti dal Marocco non possono essere più considerati solo fonti di reddito, ma devono diventare un vero e proprio soggetto politico.

L’obiettivo di “Daba 2012” è di sensibilizzare e spingere il Governo e i partiti politici del Marocco ad attivare le procedure per permettere ai marocchini residenti all’estero di votare i propri rappresentati in patria e di potersi candidare.

Bichri sottolinea come la situazione attuale sia profondamente ingiusta in quanto la Costituzione del Marocco prevede il diritto di voto per tutti i suoi cittadini, ma questo non è possibile nei fatti.

Complessivamente al convegno si sono avute 150 presenze, di cui 80 erano persone venute dall’estero, un successo per gli organizzatori.

La prima parte della giornata di venerdì è stata dedicata agli interventi di 5 partiti politici e 3 sindacati, che hanno dimostrato all’unanimità la necessità di ottenere il diritto di voto per i cittadini marocchini nel mondo.

Nel pomeriggio invece si è affrontato il tema della dimensione sociale, culturale, economica e politica della migrazione, attraverso la presentazione di buone prassi emerse da progetti in corso in Olanda, Francia, Belgio, Germania, Italia e Canada.

In tale ambito siamo stati invitati a presentare i risultati della ricerca sul fenomeno migratorio su uno dei territori in cui Lai-momo, la nostra cooperativa, opera, il Distretto “Pianura Est” della Provincia di Bologna. La presentazione è stata fatta insieme alla Dott.ssa Loredana Naborri, Responsabile dei servizi sociali del Comune di Baricella, nel quale coordina progetti realizzati con l’Associazione Hilal – Sport e Cultura del Marocco.

Infine sabato sono stati discussi i temi della rappresentanza della comunità marocchina nelle istituzioni nazionali, della democratizzazione della partecipazione dei cittadini marocchini residenti all’estero al consiglio della comunità e delle potenzialità delle nuove generazioni marocchine.

Sul sito Daba2012 sarà presto pubblicato un documento che riassumerà le raccomandazioni politiche e gli intenti emersi dalla Conferenza.

Tatiana di Federico

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10 dicembre 2009

Il convegno dei marocchini in diaspora a Casablanca

poster-convegnoSegnaliamo la nostra partecipazione al convegno Citoyenneté et participation politique des Marocains de l’Etranger, che si terrà a Casablanca l’11 e il 12 dicembre.

La conferenza è organizzata dal movimento Daba 2012 pour tous al quale aderiscono più di 450 associazioni e centinaia di personalità, quadri e attori della comunità marocchina in diaspora.

La conferenza di Casablanca è una tappa importante di una serie di incontri organizzati dal movimento a Parigi, Madrid e Amsterdam e ha l’ambizione di fare la sintesi delle raccomandazioni e delle proposte per sollecitare la partecipazione politica dei cittadini marocchini residenti all’estero.

Nell’ambito di tale evento Tatiana Di Federico, coordinatrice di progetto della cooperativa Lai-momo, presenterà i risultati della ricerca sul fenomeno dell’immigrazione nel Distretto Socio Sanitario “Pianura Est”, illustrando le presenze e le principali caratteristiche della popolazione migrante che vi risiede.

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08 dicembre 2009

10/12/09 – Nìguri, storie dai grandi campi di accoglienza d’Europa

Evento: Presentazione di “Nìguri”, un documentario di Antonio Martino.

Dove: Bologna, Cinema dell’Antoniano, via Guinizelli 3.

Quando: Giovedi 10 dicembre, ore 19:30.

Informazioni: Film documentario girato in uno dei campi accoglienza più grandi d’Europa, nei dintorni del CPA di Sant’Anna, frazione di Isola Capo Rizzuto. Il film vuole essere una riflessione poetica della condizione di attesa dei richiedenti asilo “parcheggiati nel campo”, ma anche una riflessione sulla difficoltà che i residenti del villaggio, sito a ridosso del campo, hanno nell’accettare questa gente “diversa”. Il trailer del documentario può essere visto su Youtube.

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