23 maggio 2010

Qualche nota sull’abbigliamento africano e la letteratura narrativa post-coloniale

In: Moda

Presentazione dell’articolo “Qualche nota sull’abbigliamento africano e la letteratura narrativa post-coloniale”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Francesca Romana Paci, docente di Inglese e Letterature post-coloniali presso l’Università del Piemonte Orientale.

Il tema dell’abbigliamento e delle modalità del vestire in Africa, così come si presentano nell’opera letteraria di alcuni scrittori africani, è di considerevole complessità diacronica e sincronica.
Sul piano diacronico, si può riconoscere un primo gruppo, quello degli scrittori bianchi che descrivono abbigliamenti e costumi africani come diversi e primitivi, comunque esotici. Di un secondo gruppo possono fare parte scrittori contemporanei, sia bianchi sia neri, che scelgono, la modalità antropologica e primitivistica (Chinua Achebe e André Brink).
Sul piano sincronico il problema si complica ulteriormente, perché l’abbigliamento diventa un elemento che è parte della politica, della struttura sociale, e dell’economia. Certamente si può azzardare l’indicazione dell’esistenza di un gruppo prevalente che favorisce, come segno di conquista sociale e di diritti, un abbigliamento di derivazione europea contemporanea (Léopold Sédar Senghor, Yvonne Vera, Fatima Mernissi etc.).
Ma l’abbigliamento europeo è anche sottoposto a critica e a rappresentazioni negative, soprattutto in connessione con la realtà economica: si trova, per esempio, l’elemento delle charities, gli abiti usati che soprattutto Europa e Stati Uniti da decenni mandano in Africa. La condanna dell’abito europeo entra soprattutto nella letteratura politica, (Mobuto), ma è certamente anche legata alla moda, si pensi alle camicie di Mandela. Mentre, con una incursione nel campo della poesia, molto più complessa è la condanna dell’abito europeo in Léon Damas, che non è tecnicamente africano, ma è incluso da Senghor nella sua Anthologie de la nouvelle poésie nègre.
E’ interessante, inoltre, notare la pervasiva presenza nella narrativa africana delle uniformi, delle divise militari, paramilitari e persino scolastiche; un elemento che accomuna la maggior parte degli scrittori africani e che ha una palese radice coloniale, ma anche un certo numero d’altre implicazioni politiche più o meno contemporanee, oltre che innegabili elementi distopici.

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22 maggio 2010

Africanews24: una televisione panafricana sul satellite

E’ stato presentato in anteprima durante il meeting internazionale “Africa 53 countries, One continent” (Bologna 21 maggio 2010) il progetto Africanews24, una nuova rete televisiva per il continente africano da realizzare sul modello di Euronews24. Il progetto è stato presentato con un video realizzato da Mimma Nocelli, direttrice artistica di NewCo Rai Internationa durante l’importante convegno organizzato dalla Foundation for World Wide Cooperation di Romano Prodi.

Thabo Mbeki, ex presidente del Sudafrica, interviene al convegno di bologna

Thabo Mbeki, ex presidente del Sudafrica, interviene al convegno di bologna

L’ex presidente della Commissione europea è riuscito a convocare a Bologna personaggi del calibro di Abdoulaye Wade, presidente del Senegal, Thabo Mbeki, ex presidente del Sudafrica, Asha Rose Mgiro, Vice Segretario Generale dell’ONU, Andrie Piebalgs, Commissario per lo Sviluppo della Commissione Europea, Maxwell Mkewezalamba, Commissario all’Economia dell’Unione Africana, Zhan Shu, Ambasciatore del dipartimento Africa del governo cinese. Il tema era l’identificazione di una road map per l’integrazione africana, con la partecipazione di tutti gli attori presenti nel continente: Unione africana, Nazioni unite, Unione europea, Cina e USA.

Logo di Africanews 24

Logo di Africanews 24


Il progetto Africanews24 è stato presentato dalla rete televisiva Euronews alla Commissione Europea, che ha dato il via libera, ed è in corso di realizzazione. Sarà la prima televisione panafricana, avrà sede in Africa, sarà multilingue e satellitare e presenterà una selezione di news dai media africani, ripetuta più volte al giorno, e programmi prodotti appositamente, come documentari e approfondimenti su temi importanti e talk show sulla realtà socioculturale africana.

I pubblici a cui si indirizza sono quello africano quello europeo e in generale quello mondiale, con una particolare attenzione alla diaspora Africana. Sarà chiesta la partecipazione di agenzie dell’ONU, Banca Mondiale e Banca Africana di Sviluppo, cooperazione bilaterale e multilaterale.

Gli attori strategici del continente come leader politici, decision maker, operatori nel settore dell’educazione e dei media potranno così avere un mezzo molto potente per fare sentire la loro voce.

Ha spiegato P.L. Malesani di Euronews “Ogni paese ha i suoi media locali ma manca una televisione che offra una visione panafricana trasmettendo da una sede interna al continente (…) La prima TV africana che ha aderito è quella della Costa d’Avorio, e ne stiamo contattando altre, per creare un network di televisioni sorelle. Nella fase iniziale saranno 8-10”.

“Il modello è Euronews”, ha aggiunto P. Cayla, manager del canale paneuropeo con sede a Lione, “che è internazionale (dà informazioni su Europa e resto del mondo) e multingue (trasmette in 9 lingue, in Africa si potrebbero utilizzare le 3 lingue europee usate e 3 lingue africane ad ampia diffusione)”.

Sarà realizzato anche un sito interattivo con archivio delle notizie, diffondibili anche via telefono cellulare. Per la sede della redazione, si è parlato finora di Dakar e Accra, ma non è ancora stato deciso nulla.

Sandra Federici

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22 maggio 2010

Teriya Bugu – la Capanna dell’amicizia. Un modello di turismo solidale a sostegno dello sviluppo rurale integrale

In: Turismo

Presentazione dell’articolo “Teriya Bugu – la Capanna dell’amicizia. Un modello di turismo solidale a sostegno dello sviluppo rurale integrale”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Igino Schraffl, docente universitario a Roma e Reggio Calabria; senior expert volontario delle Nazioni Unite, attualmente impegnato in una missione consultiva al Ministero del turismo del Mali.

In vita, il frate francese Bernard Vanspieren (1924-2003) recatosi in Mali nel 1951, dedicò i successivi 40 anni un’attività multiforme che andava dall’agricoltura (in origine era agronomo) all’idraulica e alle energie rinnovabili, dall’igiene all’istruzione e alla promozione della donna.
La caccia era l’unico svago che Verspieren si concedeva. E durante una delle sue battute nel 1965 strinse amicizia con un pescatore dell’etnia Somono. Dai loro sogni comuni espressi nelle conversazioni nella capanna che il padre di costruì sulla riva del fiume Bani, sarebbe nato il progetto di dare vita a una fattoria modello, un’ oasi ideale che fungesse anche da laboratorio per lo sfruttamento di energie alternative. Al centro fu dato il nome della prima capanna: Capanna dell’amicizia – Teriya Bugu in lingua bambara.
Alla sua morte nel 2003, una sessantina tra i suoi collaboratori decisero di continuare l’opera, che ora è gestita da l’Association d’entraide pour le développement rural (AEDR). Nel 2005 fu deciso di aprirsi al turismo. Attualmente, il centro si presenta come una piattaforma di sviluppo sostenibile con una gamma di componenti che vanno dall’attività turistica come fonte di reddito complementare, a varie attività agricole, alla produzione di energia alternativa da fonti rinnovabili, all’erogazione di vari servizi alla comunità. La struttura turistica è costituita da una serie di casupole in muratura con bagno autonomo, aria condizionata e TV, un ristorante, un’aula seminariale, con attrezzature per manifestazioni didattiche e simili, due piscine all’aperto, attrezzature sportive.
Comprensibilmente un’iniziativa di tale complessità non poteva essere autosufficiente fin dall’inizio. Finora il centro, che ha avviato l’attività turistica solo recentemente e adattando gradualmente la struttura ricettiva, ha beneficiato di diversi tipi di sostegno o partenariato.
Teriya Bugu rappresenta, a nostro modesto avviso, un modello che andrebbe attuato ed efficacemente sostenuto non solo in Mali, ma in tutte le realtà africane in via di sviluppo e anche in altri continenti, per gli evidenti effetti positivi che ne scaturiscono in termini di attenuazione della povertà, coesione sociale, sviluppo endogeno e sostenibile, tutela dell’identità culturale, protezione dell’ambiente.

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21 maggio 2010

Diventare un vodun: gli abiti come agenti della performance rituale

In: Moda

Presentazione dell’articolo “Diventare un vodun: gli abiti come agenti della performance rituale”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Alessandra Brivio, ricercatrice in Antropologia Culturale presso l’Università di Milano-Bicocca

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Partendo dall’affermazione di Hildi Hendrickson, secondo cui “il vestire e gli altri trattamenti della superficie del corpo sono i principali simboli della performance attraverso cui la modernità – e quindi la storia – sono state concepite, costruite e sfidate in Africa”,

Porto novo, Benin, novembre 2006. Foto A. Brivio

Porto novo, Benin, novembre 2006. Foto A. Brivio

l’autore analizza il ruolo dei vestiti, indossati dalle vodussi, cioè le adepte del vodù. In particolare Brivio prende in considerazione le vodussi di un particolare ordine religioso, il gorovodu, ovvero il vudù della noce di cola. Questo ordine, diffuso in Togo e Benin, si distacca dal panorama dei vodù “tradizionali” per la sua presupposta “modernità” e per l’attenzione alle religioni universali.
Gli abiti indossati dalle adepte del gorovudu durante la trance sono carichi di significati storici oltre che simbolici; i tessuti, i colori, le forme si discostano infatti da quelli abitualmente usati dalle vodussi. Infatti la natura delle divinità, la cui presenza viene messa in scena attraverso gli abiti, ed il loro percorso storico e geografico (in questo ordine normalmente le divinità provengono dal Nord dell’attuale Ghana), mostra la particolare attenzione all’altro, all’incontro, al conflitto e alla pluralità degli elementi culturali, propria di questo ordine. Rispetto ad un vudù “tradizionale” c’è quindi uno sbilanciamento verso l’alterità, il nuovo e l’esotico. L’origine e il percorso delle divinità sono quindi alla base della costituzione di uno spazio identitario che ha come cardine una certa idea di “modernità” veicolata dalle affinità con le religioni universali, dalla memoria degli incontri coloniali, da un’estrema plasticità, e dal forte spirito imprenditoriale che caratterizza gli adepti.
L’articolo mira innanzitutto a mostrare come la pratica del vestire sia un linguaggio attraverso il quale la storia è stata costruita e sfidata in Africa. In secondo luogo, vuole mostrare come gli abiti, oltre a veicolare significati e storia, siano parte integrante della pratica rituale, partecipando a essa come soggetti attivi. I vestiti incorporano forza spirituale e diventano parte del corpo dell’adepta e della sua relazione con il mondo dell’invisibile: una “trama” attraverso cui il visibile e l’invisibile si uniscono.

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20 maggio 2010

Bottiglie, noccioline e sacchi di riso. Sfilart, tra moda, arte e riciclo

In: Moda

Presentazione dell’articolo “Bottiglie, noccioline e sacchi di riso. Sfilart, tra moda, arte e riciclo”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Simona Cella.

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Nel 1990 un gruppo di cittadini senegalesi e italiani ha creato l’onlus Sunugal, un’associazione socio-culturale che si propone di favorire iniziative di scambio tra Italia e Senegal.
Da alcuni anni Sunugal promuove un progetto alternativo di sartoria, educazione e sviluppo a sostegno del Centro socio-culturale di formazione en Coupe et Couture di Dakar. Il progetto prevede una prima fase destinata alla formazione delle giovani donne di Dakar e una seconda destinata allo sviluppo di un’imprenditoria sociale.
Le allieve del centro, una volta terminato il corso, vengono inserite presso strutture lavorative locali, riunitesi in una rete di microimprese, volta a contrastare il flusso di emigrazione e la prostituzione. La produzione di abiti da parte delle allieve è valorizzata da sfilate che si propongono come occasione di promozione, aggregazione ma anche di sostegno economico alle attività che si svolgono all’interno dell’istituto e al finanziamento delle spese annuali per quelle allieve che provengono da famiglie povere e fortemente disagiate.
Negli ultimi anni, le allieve del centro, coordinate dal sarto Mbaye Diouf, hanno realizzato alcune collezioni di “moda etica” che utilizzando materiale di recupero hanno anche lo scopo di sensibilizzare su alcune problematiche del Paese. Materiale di base sono i sacchi di iuta usati per il riso, alimento principale della cucina senegalese ma anche ricordo di una cultura imposta dalla Francia ai tempi della colonizzazione. Imposizione che ha portato il paese a dipendere dall’importazione di riso, dall’Indocina prima e dall’India ora. Altro ricordo dei tempi della colonizzazione e di una monocultura che ha causato la desertificazione è legato ai gusci di arachidi che decorano gonne e giacche. Infine bottiglie di plastica che ricordano la privatizzazione dell’acqua e il monopolio dell’acqua minerale francese e il problema della plastica che invade e inquina non solo le città ma anche i villaggi.
La collezione Sfilart è stata presentata in Senegal e in Italia.

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19 maggio 2010

21/05/2010- Reportage fotografico sui migranti in Calabria ad Ancona

rosarnoEvento: Cena calabrese e proiezione foto “Rosarno Riace storie di migranti in Calabria”.

Dove: Circolo Culturale Africa, Ancona.

Quando: 21 maggio 2010, ore 20,30.

Informazioni: Il Circolo Culturale Africa organizza la proiezione dei reportages fotografici di Andrea Polzoni, svolti a Rosarno e a Riace, nel dicembre 2009, che testimoniano la vita dei lavoratori stagionali africani, all’alba della rivolta nella cittadina calabrese. La proiezione verrà accompagnata da una cena a base di specialità culinarie calabresi. Info.

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19 maggio 2010

La moda in Sudafrica

In: Moda

Presentazione dell’articolo “La moda in Sudafrica”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Lakshimi Parther, dottoranda in Storia dell’arte africana presso l’Université Paris 1 – Panthéon Sorbonne.

A partire dal 2000, v’è stata una vera e propria esplosione della moda sudafricana soprattutto a partire dall’istituzione della prima “settimana della moda”, eccellente vetrina internazionale per gli stilisti. Attraverso la partecipazione a questi rituali, come le sfilate in genere, gli stilisti affermano il loro status e il loro diritto di identificare degli oggetti come “rari” attraverso il meccanismo della griffe. La moda, in questi termini, si caratterizza come un vero e proprio sistema di credenze che include le capacità creatrici degli stilisti, l’approvazione di professionisti del settore e il credo dei consumatori.
Pather_1Ma non tutta la moda in Sudafrica passa per le passerelle. In Sudafrica si confrontano infatti due “reti” della moda. Questo concetto di rete viene utilizzato proprio per mettere in risalto le relazioni tra l’insieme di persone che comunicano e che collaborano per crearla e darle rilievo. Delle due reti, una è istituzionalizzata – legittimata da scuole di moda, settimana della moda, media, riconoscimento dei consumatori, ecc. – mentre l’altra, definita in senso dispregiativo “tradizionale”, ha la sua sede in tanti piccoli laboratori- boutique sparsi nelle grandi città.
A questo binomio corrispondono due diverse figure di stilista. Lo stilista “riconosciuto” gode infatti di grande visibilità ma, dovendo confrontarsi con l’Occidente e con la sua definizione di moda e di maniera “africana” di vestirsi, vive forti tensioni identitarie. Gli stilisti “non riconosciuti”, ai margini della rete della moda, hanno invece un rapporto migliore con la cultura del luogo. Questi, infatti, producono gli abiti specifici per particolari pratiche culturali (ad esempio matrimoni, cerimonie in genere). Tale produzione viene legittimata dal valore sociale e culturale dell’abito, e diffusa grazie al passa-parola, alla comunicazione del quotidiano.
Gli stilisti “non riconosciuti” sono in gran parte immigrati da Mali, Nigeria, Ghana, Repubblica
Democratica del Congo, Burundi, Malawi, Zimbawe. Le loro produzioni sono per lo più indossate da immigrati provenienti dall’Africa Occidentale, ma sempre più questi modelli sono graditi anche dai Sudafricani, che apprezzano le innovazioni, provenienti da lontano, apportate ai loro abiti “tradizionali”.
Si compie, in questo modo, nella moda sudafricana, quella che Bourdieu definisce una “rivoluzione
specifica”, ovvero una rivoluzione costituita dalla «sincronizzazione d’una rivoluzione interna
e di qualcosa che succede fuori, nell’universo inglobante».

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18 maggio 2010

23/05/2010- Documentario “Marichica foi a primeira” a Roma

email.view.related.phpEvento: Marichica foi a primeira.

Dove: Cafè Cretcheu, Roma.

Quando: 23 maggio 2010, ore 18,30.

Informazioni: Tambankaonlus (associazione onlus che si occupa della diffusione della cultura capoverdiana in Italia) presenta a Roma un documentario sulle donne capoverdiane e sul loro progetto migratorio. In particolare, il documentario si riferisce a quelle donne, che dopo aver passato una gran parte della loro vita in Italia, decidono di ritornare nel loro Paese d’origine. Interverranno inoltre, Maria de Lourdes Jesus et Marzio Marzot. Info.

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18 maggio 2010

I fastidiosi gusti delle donne africane

In: Moda

Presentazione dell’articolo “I fastidiosi gusti delle donne africane”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Karin Pallaver, assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna.

Il tema della globalizzazione è un argomento di grande attualità, che viene generalmente, e giustamente, analizzato nei termini dello sfruttamento che rapporti economici globali determinano sulle realtà locali dei paesi del sud del mondo. Concentrandosi su come il potere economico si sia incentrato nelle mani di soggetti economici dominanti, gli analisti della globalizzazione hanno tuttavia spesso tralasciato di considerare come alcune realtà locali, considerate storicamente marginali, abbiano influenzato trend economici globali. Il caso dell’Africa orientale nel corso del XIX è in questo ambito un caso storico significativo. Il potere d’acquisto degli africani residenti in quest’area conobbe un’ampia crescita nel corso del XIX secolo grazie al loro coinvolgimento nel commercio di avorio, schiavi e copale dalle regioni dell’interno verso la costa, e poi verso l’Europa, l’America e l’India. Questi prodotti venivano acquistati da europei, arabi, indiani e africani con tessuti, perle di vetro e fili d’ottone provenienti dall’Europa, dall’America e dall’Asia. Come è già stato dimostrato nel caso dei tessuti il ruolo delle popolazioni africane interessate da queste reti commerciali nell’influenzare processi economici mondiali è stato decisivo: i gusti ben definiti e la rapidità del cambiamento delle mode delle popolazioni africane, influenzarono, ad esempio, la produzione tessile di centri situati in parti opposte del mondo, come Salem, in Massachusettes e Bombay, in India, contribuendo in maniera decisiva al loro sviluppo industriale. Un discorso parallelo può essere fatto per le perle di vetro prodotte a Venezia. Sebbene considerate in Europa come oggetti senza valore “buoni solo per i selvaggi e i negri”, come veniva affermato al tempo, le conterie veneziane divennero uno dei prodotti più ricercati sui mercati dell’Africa orientale nel XIX secolo, assumendo importanti funzioni economiche, culturali e simboliche. Come quella per i tessuti d’importazione, anche la domanda per le perline veneziane era soggetta a rapidi mutamenti, che causavano non pochi problemi ai commercianti ed esploratori del tempo. Lo scopo di questo articolo è esplorare i fattori, tra cui la moda, alla base dei rapidi mutamenti nella domanda di conterie in Africa orientale nel XIX secolo, ponendo particolare attenzione alla connessione tra il mercato africano e il maggiore centro produttivo di perline di vetro in Europa, Venezia.

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17 maggio 2010

I creatori africani d’alta moda: tra ridefinizione dell’abito e ricerca d’identità

In: Moda

Presentazione dell’articolo “I creatori africani d’alta moda: tra ridefinizione dell’abito e ricerca d’identità”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Anne Grosfilley, antropologa, specialista dei tessuti e degli stilisti dell’Africa Occidentale.

Alla fine degli anni ’80, Abidjan e le grandi capitali dell’Africa Occidentale assistono all’emergere di una generazione di stilisti che, seguendo l’esempio del sarto maliano Chris Seydou, diventano idetori di un nuovo codice d’abbigliamento.
Innanzitutto questi stilisti ridefiniscono il rapporto tra corpo e tessuto; se l’abbondanza di stoffa è stata a lungo un segno d’eleganza, adesso l’alta moda africana propone una riduzione dei tessuti che vengono proporzionati al corpo. La più radicale innovazione introdotta si muove in questa direzione e consiste nel taglio del tessuto, il quale tradizionalmente vedeva il suo valore legato alla possibilità di disporne ingenti quantità per un unico abito.
In secondo luogo questi stilisti costituiscono una filiera tessile che comprende sia artigiani che industrie: insieme a tintori e tessitori gli stilisti elaborano così le proprie collezioni di tessuti, riuscendo non solo a valorizzare il ruolo dei tessuti tradizionali ma anche le capacità e il potenziale creativo degli artigiani. Il settore industriale, daparte sua, richiede loro consulenze e fornisce supporto, ad esempio sponsorizzando le sfilate.
Questi nuovi artefici della moda, che si sono formati nei laboratori sartoriali africani secondo l’apprendistato tradizionale, introducendo innovazioni nell’abbigliamento africano, permettono a questo di trovare una via propria all’eleganza,
svincolandosi dalle tenute all’occidentale, e quindi “africanizzando” l’alta moda del continente.
Clienti illustri come Mandela contribuiscono inoltre a promuovere questa nuova rotta.
Ma dopo gli anni Ottanta si assiste a un cambiamento degli attori. I sarti formati attraverso l’apprendistato lasciano il posto a stilisti formati nelle scuole parigine e londinesi. I nuovi stilisti si caratterizzano più per le loro qualità artistiche e
di concezione, piuttosto che per reali capacità di realizzazione. Il valore di questi nuovi soggetti si misura nel loro successo economico, nella diffusione delle imitazioni dei loro modelli, nel fascino che esercitano sui giovani che intendono intraprendere lo stesso mestiere.
Il rapporto con l’Occidente è centrato sul desiderio di riconoscimento, riconoscimento che se per i primi stilisti si basava sulla qualità e l’accuratezza del lavoro, per la generazione attuale si misura in termini d’audacia e sperimentazione.
Questi stilisti sono ancora esponenti della moda africana o artisti che rivendicano visibilità sulla scena internazionale al di là d’ogni appartenenza e frontiera?

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