08 marzo 2011

Imagine… l’8 marzo su Arab News

Si può leggere oggi un interessante articolo sul sito di Arab News, il principale quotidiano in lingua inglese pubblicato in Arabia Saudita, sul tema della Giornata internazionale della donna. La giornalista Somayya Jabarti, ispirandosi alla canzone di John Lennon, intitola l’articolo “Immagina se le donne potessero guidare…” E continua: immagina che sia l’anno 3000 e le donne guidano la macchina in Arabia Saudita. Vanno a prendere i bimbi da scuola, fanno un po’ di spesa, e vanno al lavoro.

Poi inizia il racconto della vita di un’avvocata (di cui, dice, è tutto vero tranne il fatto di guidare da un luogo all’altro). Elenca la lista delle “cose da fare oggi”: la stazione di polizia, il dipartimento dei passaporti, la banca, il villaggio turistico. Alla stazione di polizia l’avvocata ha pagato la cauzione di una donna incarcerata e presenta la pratica per farla scarcerare. E scatta la domanda del silenzioso e impassibile uomo in uniforme “Lui dov’è?”  “Chi?” “Il tutore legale maschio. Se non c’è, lei resta in cella”. Si reca dal giudice per fare valere i diritti della sua cliente ma questo non vuole né vederla né ascoltarla perché è una donna.

Arrabbiata, la protagonista si reca al dipartimento dei passaporti per rinnovarlo. “Dov’è il tuo tutore legale maschio?” chiede l’impiegato. “E’ solo per un rinnovo.” “Non importa, ci vuole un marito, un fratello, uno zio. Tu non puoi.”

Furiosa, va alla banca con sua figlia diciassettenne per aprire un conto. Ma anche qui, la sua figura non vale niente, la minore ha bisogno di un “legal male guardian” per aprire un conto.

Con la pressione a mille, va in un resort sulla spiaggia con la figlia, ma anche qui non può entrare, e nemmeno noleggiare una barca, perché non ha il formulario firmato dal suo tutore legale maschio.

Conclusione, in Arabia Saudita:

Solo un uomo può far uscire una donna dalla prigione

Solo un uomo può vedere e parlare con un giudice

Solo un uomo può aprire un conto bancario per il proprio figlio

Solo un uomo può noleggiare una barca

Solo un uomo…

Siamo adulte noi? Si chiede alla fine.

Ma è interessante anche la successione dei commenti dei lettori, tutti molto positivi, tranne qualche rara voce che recita predicozzi del tipo:

“L’articolo è scritto come se andare alla stazione di polizia, passaporti, banca, resort fossero le sole importanti questioni nella vita di una donna.”

“Cara Sorella, guarda cosa è diventata New Dehli. Nessuna donna è al sicuro là. La maggior parte di quelle che sono state aggredite o erano al lavoro o stavano ritornando dal lavoro (Non mi credi? Vedi Google Times di India Newspaper)”

“L’Islam ha dato alle donne più diritti di ogni altra religione: Le persone che chiedono questi diritti sono spiriti corrotti che vogliono vedere le donne fuori nelle strade cosicché i loro corrotti desideri siano soddisfatti. Per queste persone dubbiose Allah ha ordinato l’INFERNO.”

Che dire? Auguri per l’8 marzo alle cittadine dell’Arabia Saudita… Ne hanno bisogno, ma vediamo che il pensiero intelligente e le parole circolano, quindi bisogna essere ottimiste.

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26 febbraio 2011

Breve ricordo dell’artista Goddy Leye

Il 19 febbraio 2011 l’artista camerunese Goddy Leye è morto dopo una breve malattia all’ospedale di Bonassama a Douala.

Era uno dei più conosciuti artisti africani, presente in numerose mostre e progetti sull’arte contemporanea africana e internazionale, e promotore lui stesso di iniziative artistiche importanti, punto di riferimento per tanti artisti, non solo in Camerun. Nel 2003 aveva iniziato il progetto Art Bakery, un programma di residenze artistiche ospitato nel suo studio di Bonendale, vicino a Douala.

Goddy Leye realizzava soprattutto video e video installazioni.

Il suo lavoro si concentra sui temi della memoria, della costruzione della storia, dell’identità, del postcolonialismo, sulle trasformazioni urbane.

Oltre che per la sua importanza nell’arte contemporanea, lo ricordiamo come un intellettuale colto, intelligente e gentile.

Alcune frasi dal suo sito (http://goddyleye.lecktronix.net/):

My work is about MEMORY. I am interested in stories and histories, myths and mysteries lying underneath the surface of things, events , places, people.

Having been born and bred in an environment where the past was either forbidden or intentionally distorted in order to create a schizophrenic mind in the post-colony, I guess there has always been/there is still, the need to rewrite HISTORY.

For a decade now, I have been busy exploring my memory


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25 febbraio 2011

Appunti sulle sollevazioni arabe

Pubblichiamo un articolo del sociologo e saggista Adel Jabbar che traccia una interessante analisi delle rivolte di Egitto e Tunisia.

In questa analisi dello storico cambiamento a cui stiamo assistendo, apprezziamo in particolare i punti 5 e 6, dove si  propongono interpretazioni che danno fiato alla speranza che inizi un nuovo e più autentico rapporto tra cittadini del mondo arabo e dell’Occidente, a cominciare dai giovani.

14 gennaio 2011: E’ questa la data che segna la svolta tanto agognata dalle moltitudini dei paesi arabi, in cui  il despota (al-taghiya) Ben Ali è fuggito. Il tiranno  che ha tenuto in ostaggio la Tunisia per ben 23 anni non c’è più.

25 gennaio 2011: E’ stato il giorno in cui in Egitto la gioventù ha accolto l’invito del movimento giovanile 6 aprile a manifestare per porre fine al strapotere di un altro  dittatore arabo che ha fatto delle leggi di emergenza una sistematica prassi di governo trasformando l’intero paese di ben ottanta milioni di cittadini in una tenuta di famiglia.

Queste due date indicano una radicale rottura con decenni di stagnazione, che rischiava di diventare un aspetto peculiare delle società arabe. Le proteste (al-tadhahurat) l’insurrezione (al-wathba), la sollevazione (l’intifada) e la rivoluzione (al-thawra) che stanno attraversando l’intera area araba, dalla Mauritania fino allo Yemen, evidenziano il desidero di una primavera di rinascimento (nahdha), delle popolazioni e la volontà di riscatto oltre che  di rinnovamento (tajdid). Questi accadimenti avvengono dopo un lunghissimo periodo caratterizzato da infinite angherie, repressioni, persecuzioni, impoverimento generale dell’intera società ad eccezione di una  ristretta cerchia di familiari e di cortigiani. Sono stati anni di arretramento politico e socioculturale,  di pesanti sconfitte sul piano della politica estera e della perdita di sovranità. L’intero mondo arabo, in effetti,  si è ritrovato, di nuovo, a subire dei condizionamenti che rimandano alla memoria l’epoca coloniale.

Grazie ai movimenti giovanili milioni di abitanti dell’area araba, cominciano in questi giorni a scorgere la fine del tunnel e a intravedere la luce di un nuovo e necessario risveglio (sahawa).

Gli avvenimenti che stanno scuotendo  le società arabe e travolgendo i vari vassalli e satrapi dimostrano:

1) che le popolazione hanno superato  la paura che li ha paralizzati per decenni e, di fatto hanno trovato la forza di  sconfiggere la cultura dell’intimidazione e del terrore  che i tiranni  hanno usato e usano  come unico modo per governare;

2) che  le élite,   spesso  secolari,  non  sono altro che combriccole familistiche di stampo mafioso;

3) che i poteri dell’occidente democratico hanno sostenuto regimi corrotti e violenti mettendo in primo piano i propri interessi materiali dimenticando del tutto la cultura dei diritti umani, della quale fanno uso, non di rado, in termini meramente strumentali;

4) una  maturità e una  consapevolezza politica delle fasce giovanili smarcata da riferimenti ideologici novecenteschi;

5) che  larghi settori assumono la nonviolenza e la disobbedienza civile come prassi per rivendicare i propri diritti e  la propria dignità, quindi smentendo e confutando il luogo comune che vuole le società arabe  imbevute  di violenza e di fanatismo religioso, appiattendo  l’immagine degli arabi sulla figura di Bin Laden e di al-Qa‘aida;

6) l’assenza di retorica anti occidentale – non sono stati presi di mira né interessi né persone né simboli occidentali – e il sapere parlare un linguaggio transculturale in grado di comunicare in un mondo di differenze e di molteplicità attraverso parole d’ordine quali dignità, libertà e giustizia.

In molti  si chiedono quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni. Si può tentare sommariamente di indicare due plausibili cambiamenti,  uno di natura interna e l’altro di natura esterna. Relativamente alla realtà interna, si potrebbe avviare un corso politico caratterizzato  dal riconoscimento di soggetti politici diversi che tenderanno a posizionarsi in un primo momento nel nuovo scenario creatosi e in un secondo momento competeranno per l’acquisizione del consenso popolare  tramite le urne. In questo panorama le varie e variegate visioni di stampo islamico giocheranno certamente  un ruolo significativo, tuttavia non si tratterebbe di un ruolo totalizzante e egemonico, a differenza di quello che sostengono alcuni analisti.

Anche se qualche formazione islamica occuperà una posizione determinante nei nuovi assetti sarà comunque molto vicina all’esperienza dell’attuale compagine turca democratico-islamica e quindi avrà delle similitudini con  alcune delle esperienze democratiche cristiane in Europa. Riguardo al secondo aspetto, cioè quello esterno, i cambiamenti  che avverranno saranno più lenti e si svilupperanno con una certa cautela.

Uno dei cambiamenti prevedibili riguarderà un ripensamento delle relazioni interarabe in funzione di una maggiore collaborazione al fine di ripristinare un qualche ruolo sulla scena mondiale e acquisire un peso politico rispetto alcuni temi caldi e sensibili, come per esempio la questione del popolo palestinese, la situazione della Somalia e i rapporti con l’Iran. In oltre si cercherà di smarcarsi da alcune decisioni della politica statunitense e di trovare una voce autonoma, senza doversi appiattire sulle scelte di Washington com’è avvenuto negli ultimi decenni (per esempio la partecipazione alla guerra contro l’Iraq, l’appoggio alla guerra contro l’Afghanistan e l’adesione ad un eventuale attacco contro l’Iran).

Quello che è certo e lo dimostrano gli accadimenti in atto, è che le genti arabe hanno già conquistato un ruolo determinante nell’agenda politica sia nazionale che internazionale, avendo oggi una perfetta consapevolezza del proprio ruolo, dei propri diritti e della propria dignità.

Adel Jabbar

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22 febbraio 2011

Il sangue non è acqua: a proposito di Saif el-Islam Gheddafi

E’ stato impressionante vedere in televisione il figlio di Gheddafi, Saif el-Islam, dire con aria serissima che è in atto un «complotto» contro la nazione da parte di un non meglio precisato «movimento separatista», e che «questi scontri possono portare alla guerra civile», che i libici combatteranno fino all’ultimo uomo.

Impressionante perché 8 anni fa abbiamo pubblicato sulla nostra rivista Africa e Mediterraneo (n. 43-44, Arte contemporanea del Nord Africa, vedi http://laimomo.it/front-end/detail_new.php?p=94&c=5&a=0&pd=N) delle opere d’arte contemporanea realizzate da lui, e una scheda su Saif el-Islam Gaddafi come artista.

Avevamo fatto un numero sull’arte dei cinque paesi del Nord Africa e tra questi erano incluse anche le poche informazioni che eravamo riusciti ad avere dalla Libia. La fonte principale era stato il materiale della mostra “Il deserto non è silente”, ospitata nel 2002 a Castel Sant’Angelo Roma e in seguito a Milano al Palazzo della Ragione, e promossa proprio dalla , di cui Saif el-Islam è presidente.

E pensare che alcune opere non erano neanche male. Lui è un architetto, ed è stato sempre visto a livello internazionale come la speranza della modernizzazione e del buon governo in Libia, interessato a puntare sui rapporti euro-mediterranei, sulla cultura e il turismo. Ad esempio ultimamente aveva presentato un bel progetto per la creazione di un parco naturalistico ed archeologico presso Cirene.

Insomma, sembrava una persona normale. Invece, si vede che il sangue non è acqua, e di fronte al pericolo di perdere il potere si è fatto sentire.

Comunque… questa è una foto di quando inaugurava la mostra a Roma, a fianco di Massimo D’Alema. Forse si divertiva di più che a guidare la repressione del suo popolo in rivolta. Chissà.

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12 febbraio 2011

Moataz Nasr e la frustrazione dei giovani egiziani

Ieri il presidente egiziano Mubarak si è dimesso, e continua questa bellissima cosa del successo delle proteste dei cittadini nel mondo arabo.

Un po’ come l’elezione di Obama, una impresa impensabile, uno di quei sogni a cui opporre un “ma va, non ce la faranno mai”, che invece abbiamo avuto la fortuna di vedere.

Con un grande ruolo dei social network di cui si diceva: sì, permettono di comunicare, di essere informati in tempo reale, ma contro polizia, esercito, lobby economiche cosa possono fare? E invece…

Complimenti per l’aderenza all’attualità della Galleria Continua di San Gimignano (http://www.galleriacontinua.com/), che inaugura proprio oggi 12 febbraio una mostra dell’artista egiziano Moataz Nars, classe ’61, già presente alla Biennale di Dakar nel 2002 (dove ha vinto il Premio del Ministro della Cultura con il video The Water), alla Biennale di Venezia nel 2003 e nella mostra Africa Remix.

La mostra si intitola “The other side of the mirror” e sarà aperta dal 12/02/2011 al 01/05/2011.

“Considerato tra i maggiori esponenti dell’arte pan-araba contemporanea, Moataz Nasr concepisce questa mostra come un vero e proprio viaggio filosofico e spirituale, invitandoci a meditare sul senso delle cose e del vivere insieme. Il pensiero del mistico filosofo e poeta sufi Ibn Arabi (1165-1240), punto d’incontro fra la cultura araba e cattolica, il Doctor Maximus per gli europei, Il sommo Maestro per gli islamici, ispira molte opere in mostra.” (dal comunicato stampa)

La Galleria continua ha fatto un’altra mostra di Nasr nel 2008, dal titolo “A memory fills with holes”.

In quelle opere Nasr mostrava le varie aree di conflitto che ci sono nel mondo e la fragilità di questo equilibrio. Fragilità e potere, povertà e bellezza, armonia e conflitto, oppressione e liberazione erano i temi del percorso. Consiglio di vedere su Exibart il servizio sulla mostra http://tv.exibart.com/news/2008_lay_notizia_02.php?id_cat=78&id_news=6291. C’è un punto (al minuto 3,12) in cui si scorge un video di Nasr “Two faces of a coin”, del 2008. Si vedono diversi giovani, che assomigliano ai ragazzi egiziani che abbiamo visto manifestare in questi giorni, nell’atto di infilarsi delle magliette occidentali che hanno però il buco per la testa cucito. Solo le braccia escono, e loro continuano un po’ confusi a cercare di infilare la testa ma restano più intrappolati di prima.

Esprime benissimo secondo me la frustrazione di questi giovani che abbiamo visto in piazza al Cairo, giovani consapevoli, diplomati e laureati, stanchi delle mancate promesse di modernità, di non potere vivere una vita dignitosa come tanti altri giovani in altre parti del mondo.

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07 febbraio 2011

Alemanno e i Rom: meno urla, più assistenti sociali

Non sto a ripetere lo schifo e la vergogna della morte dei 4 fratellini rom ieri a Roma. Morti bruciati vivi, soli, non ci si può pensare.

E allora il sindaco Alemanno si è messo a urlare. Come faceva a trattenersi, vedendo le scarpine dei bimbi? Il problema è che le cose che ha urlato, di fronte a quella situazione, erano delle assurdità. Ha detto che la colpa è dei “numerosi impedimenti burocratici che hanno rallentato la costruzione dei campi regolari” e che chiederà “urlando” al governo di assegnare poteri speciali al prefetto.

Sulle cronache si legge che il micro-accampamento abusivo di via Appia Nuova in passato era stato più volte sgomberato, ma i nomadi erano tornati con i loro accampamenti. Per forza, caro Alemanno, anche se i Rom li si vuole considerare come rifiuti da sgomberare, da “ruspare”, bisogna pensare che da qualche parte poi bisogna appoggiarli!

Si dice che è colpa loro, che sono loro a volere vivere così. Che sono “nomadi”.

E invece no. Non sono nomadi. E nemmeno stranieri.

La maggioranza dei Sinti e Rom che vivono in Italia sono italiani (http://www.operanomadinazionale.it/) e la maggior parte di loro vive in casa. Alcune famiglie scelgono di vivere nei camper perché fanno i giostrai. Poi c’è una minoranza nella minoranza che proviene di solito dalla ex Jugoslavia e vive in condizione estreme. Sono particolarmente emarginati e visibili e hanno bisogno di essere sostenuti con opportunità e diritti. Certo, alcuni di loro hanno tratti culturali che creano molti problemi, come i matrimoni precoci, il mancato controllo delle nascite. E allora? Cosa vogliamo fare? Li lasciamo nelle baracche che prendono fuoco?

L’idea di togliergli i figli dandoli in affido, emersa in questo fatto dei fratellini morti a Roma, è paternalista e feroce.

È ovvio che se c’è segregazione, c’è anche emarginazione, degrado, illegalità.

Le politiche di integrazione costano ma bisogna dire che anche le politiche di non integrazione, cioè le politiche di emergenza, costano, e molto. Si sono costruiti campi nomadi inutili con misure di sicurezza esagerate (a cominciare a Roma è stata la giunta Veltroni). I numeri sono piccoli, in realtà (nel censimento di giugno 2008 è stata registrata la presenza nei campi, in tutta Italia, di 12.346 persone). Si può lavorare su piccoli progetti di integrazione e avere grandi risultati, le esperienze positive sono tante.

Invece, i contribuenti pagano per tenere in piedi un sistema assurdo e costoso in nome dell’emergenza sicurezza. Sarebbe più economico in termini di risultati avere meno telecamere, meno vigilantes, più assistenti sociali, più progetti di integrazione. Ma paga di più politicamente coltivare ad arte l’idea di essere in una situazione di emergenza.

Il presidente Napolitano ha appena detto che le comunità che vivono in “accampamenti di fortuna, degradati e insicuri, debbono essere tempestivamente ricollocate in alloggi stabili e dignitosi”.

Copio qui sotto un brano dall’articolo di Dimitris Argiropoulos, che abbiamo pubblicato sull’ultimo numero di Africa e Mediterraneo (http://www.africaemediterraneo.it/), dal titolo Campi “nomadi”. La mediazione socio-culturale e l’estremo delle nostre periferie.

Il campo “nomadi” è un terreno alla periferia della città dotato di opere urbanistiche e servizi igienico-sanitari per poter essere abitato da persone in stato di povertà e di cultura differente. Il campo è una situazione abitativa particolare perché deve dare risposte istituzionali di domicilio a un bisogno di tipo abitativo espresso da persone che sono percepite a partire non dalla considerazione delle loro somiglianze ma da quella delle loro differenze. Il campo è una situazione eccezionale, straordinaria ed è concepito per dare risposte a una categoria inventata: i nomadi.

Nel campo la povertà relazionale ed economica colloca famiglie, gruppi e individui in una condizione di estremo degrado, nonché di estremo bisogno. Condizione che si autoalimenta, poiché l’eccezionalità del campo è la sua “eterna provvisorietà”, una provvisorietà intenzionalmente permanente.

Un campo concentra una categoria di persone. Il criterio omologante è quello della categoria etnica: il campo è omoetnico. Un campo “nomadi”, nella sua modalità, è di fatto un campo di concentramento. Le modalità dell’esistenza del campo “nomadi” hanno a che fare con i seguenti fattori concreti: lontananza dal centro della città (sono sempre collocati in periferia); strutture e i servizi poveri e degradati, al limite dell’essenziale; la forte promiscuità e il sovraffollamento di persone; unità abitative di una provvisorietà e povertà uniche; la presenza di categorie professionali specifiche (educatori, sacerdoti, poliziotti, ecc.); facilitazioni per il pagamento delle utenze o la loro totale copertura da parte dell’ente locale; l’assorbimento dell’ostilità circostante. Si tratta, ad ogni modo, di luoghi che concentrano su di sé l’aggressività dei territori limitrofi.

Il campo “nomadi” è una soluzione abitativa speciale, proposta per i Rom e i Sinti e diventata il modello abitativo anche per proposte e soluzioni nei confronti dei migranti, dei profughi e di altre categorie di persone che richiedono la casa.

La soluzione campo “nomadi”, centro di prima ed eterna accoglienza, è diventata la soluzione di problematicità nell’affrontare i bisogni di intere fasce di popolazione povere, che richiedono una molteplicità di risposte.

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23 gennaio 2011

Perché l’immigrazione ci fa bene?

Sono finalmente riuscita ad andare a una presentazione del Dossier Caritas Migrantes 2010. (http://www.dossierimmigrazione.it/)

Ieri mattina, sabato 22 gennaio 2011 a Castello d’Argile c’era un convegno sull’immigrazione i cui principali relatori erano Franco Pittau della Caritas, che presentava il Dossier 2010, e Andrea Stuppini della Regione Emilia-Romagna chiamato a parlare del bilancio costi-benefici dell’immigrazione (lo stesso tema da lui trattato all’interno del Dossier).

E’ il primo di 6 incontri sul rapporto tra immigrazione e territorio organizzati dall’Ufficio di Piano di Pianura Est della Provincia di Bologna e dalla Coop. Lai-momo, che si terranno in altrettanti paesi del Distretto, con il bel titolo “La comunità che cambia”.

Tra il pubblico, un gruppo di studenti della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, diversi amministratori locali dei comuni vicini, alcuni partecipanti a un corso di formazione per mediatori interculturali organizzato dalla Provincia.

Pittau è stato coinvolgente come al solito. Ha detto che nonostante il numero di chi partecipa a questi convegni sia limitato, hanno una grande importanza perché chi è presente deve poi essere un moltiplicatore di informazioni. “Ognuno di voi, ha detto, deve convincere gli altri con grinta e determinazione che è necessario che il nostro Paese cambi atteggiamento verso l’immigrazione, perché la Storia ha messo sul nostro cammino l’immigrazione e se noi non ‘facciamo pace’ con questo fenomeno seguiamo una strada sbagliata. Certo noi che siamo qui siamo tutti convinti, quello che dobbiamo fare è convincere gli altri, spiegare con calma servendoci dei dati. E fare rete, perché l’Italia è piena di organizzazioni e persone che lavorano con professionalità e creatività e stare in collegamento non può che aiutarci.”

Poi ha iniziato a parlare del Dossier, cominciando dalla sua storia. Ha subito tenuto a precisare che “I numeri del Dossier Caritas sono tutti presi da statistiche ufficiali, lo dico perché la Lega ogni tanto dice che noi ci inventiamo i numeri. Noi prendiamo i dati e li mettiamo insieme, e dal confronto dei numeri vengono fuori letture significative del fenomeno”.

Il Dossier è nato nel ’91 poco dopo la Legge Martelli sull’immigrazione. Quell’anno gli immigrati erano 500.000. Adesso, dopo 20 anni, sono 5.000.000.

Precisamente, i dati del 2009 riportano 4.235.000 regolari. A questi, la Caritas aggiunge una stima di 684.000 persone regolari ma non ancora registrate all’anagrafe, per un totale di 4.919.000 persone.

L’incidenza delle donne è del 51,3 %.

Interessante il confronto con il quadro europeo. Nei 27 stati UE ci sono 29.690.000 stranieri. Dunque, in Italia vive poco meno di 1/6 degli immigrati in Europa. Al primo posto c’è la Germania con 7.000.000 di stranieri. Lì i flussi sono molto stretti e impostati sul lavoro stagionale e qualificato. E poi, molti possono facilmente diventare cittadini tedeschi. Comunque, 1/6 di quelli che abitano in Germania ha “un passato migratorio”.

Si prevede che l’Italia diventi il primo paese se continua con questi ritmi.

La maggioranza delle presenze è al Nord Ovest (31,6) e al Nord Est (26,6).

Le provenienze si sono scombussolate negli ultimi anni: la maggioranza ora viene dall’Europa. Romania (887.000), Albania (466.000), Marocco (431.000), Cina (188.000), Ucraina (194.000), Filippine (123.000), India (105.000), Polonia (105.000), Moldova (105.000), Tunisia (103.000).

Le nuove nascite sono state nel 2009 77.000, e si arriverà presto a 100.000, quindi, anche se si chiudessero tutte le frontiere come vuole qualcuno, ci sarebbe comunque un aumento considerevole ogni anno.

Pittau è poi passato a descrivere l’importanza della presenza straniera per il nostro Paese, attraverso una breve analisi demografica. Dal 2000 al 2009, l’età media in Italia è passata da 31,5 a 43,3 anni. Gli ultra 65enni in Italia hanno un’incidenza del 20% sugli italiani, del 2,2% sulla popolazione straniera.

40% degli immigrati sono addetti a lavori disagiati (di sera, di notte, di domenica).

Comunque, se il trend si mantiene, nel 2050 saranno più di 12 milioni, 1/6 del totale.

“E a questa gente è giusto dare pari opportunità - ha concluso – una giusta accoglienza, altrimenti il nostro Paese, che già va male, andrà sempre peggio, perché chiusura e diffidenza non portano da nessuna parte. Comunque siamo pieni di coppie miste, associazioni miste, programmi culturali misti: l’Italia migliore sta facendo questo, ed è quella che deve vincere.”

Della ricca relazione di Andrea Stuppini della Regione Emilia Romagna, sul bilancio contributi/costi degli immigrati, riportiamo l’interessante affermazione che gli immigrati negli ultimi 10 anni hanno dato un contributo fondamentale al risanamento del bilancio nell’INPS. Gli stranieri pagano ogni anno 7,5 miliardi di contributi previdenziali e, essendo la maggioranza non anziani, non costano quasi nulla, perché già nel 2002 la legge Bossi Fini aveva portato a 65 anni l’età di pensionamento per gli stranieri, uomini e donne. E anche sulle spese sociali incidono pochissimo, proprio per il fatto che sono giovani, perché la maggior parte delle spese di welfare in Italia vanno per pensioni e sanità, quindi per gli anziani.

E’ ora di sfatare anche il mito delle case popolari. Ha chiesto al sindaco di Castello D’Argile Michele Giovannini: quanti immigrati ci sono qui? L’8%. E quanti stranieri nelle case popolari? 14%. “Ecco, ha ragione la Lega, pensate solo a loro!” Ha scherzato. “In realtà, quando l’80% delle famiglie italiane è proprietaria della casa in cui vive, non è possibile fare un confronto di questo tipo: bisogna tenere conto dei cittadini che sono in affitto, che sono quelli che hanno davvero bisogno della casa popolare. E tutto si ridimensiona.”

“Certo che quanto a miti ce ne sono tanti – ha confermato il Sindaco. – Pensi che vengo spesso fermato dai cittadini che mi chiedono: ma è vero che ai servizi sociali vengono tanti stranieri perché ogni volta che si presentano gli date 30 euro?”

Leggende metropolitane nella pianura bolognese…

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08 novembre 2010

10/11/2010- L’esecuzione di Ken Saro-Wiwa: la distruzione di una bellissima testa

email_view_relatedEvento: Ti ricordi di Ken Saro-Wiwa?

Dove: Brancaleone, via Levanna 11, Roma.

Quando: Mercoledi 10 novembre 2010, ore 20.

Informazioni: Il 10 novembre 1995 il regime militare nigeriano, nonostante le pressioni internazionali, impiccò lo scrittre Ken Saro-Wiwa. Era uno scrittore molto prolifico e popolare nel suo paese, e si era impegnato come ambientalista e attivista per la difesa dei diritti umani, diventando leader del MOSOP (Movimento per la Salvaguardia del Popolo Ogoni) movimento che si batteva per difendere gli Ogoni contro i disastri ecologici causati dalle compagnie petrolifere.

Con quell’impiccagione, il regime nigeriano non si rese responsabile solo di una ignobile violazione dei diritti umani e della libertà del popolo Ogoni di difendere la propria vita e la propria terra. Spegnendo quella vita, togliendo ossigeno a quello straordinario cervello, hanno distrutto un bene prezioso, fonte di orgoglio per la Nigeria. Hanno soppresso una delle più alte voci della letteratura africana, un grande che ha dato tanto al patrimonio letterario mondiale e che chissà cosa ancora avrebbe potuto dare.

Ho amato molto “Foresta di Fiori”, la raccolta di racconti pubblicata da Edizioni Socrates nel 2004, dove la società nigeriana sia rurale che urbana viene raccontata con ironia e amarezza, con una prosa diretta e incisiva che sembra non lasciare molte speranze a miglioramenti o rinnovamenti dall’interno. Anche le figure positive, che vedono e cercano di resistere o di cambiare le cose, escono sconfitte. Ricordo che leggendolo ho pensato: per forza la gente fa di tutto per emigrare. Hanno un bel da dire “sviluppatevi, prendete l’iniziativa, lavorate 12 ore al giorno come un piccolo imprenditore italiano, e vedrete…” Ma chi ci ci può riuscire in quelle condizioni di corruzione, povertà civile, strapotere delle autorità? Questo ci diceva Saro-Wiwa, senza perdere tempo in vittimismi o stereotipate accuse all’Occidente. Lui si rivolgeva agli africani: delle élite e non, cercando di spingerli a prendersi le loro responsabilità.

Copio qui un brano del racconto “E giù, le stelle”, che mi sembra emblematico di questa situazione di impotenza e solitudine di chi è consapevole della situazione e vuole lottare per migliorarla.

Quella mattina Ezi arrivò agli uffici del ministero degli Affari esteri con quarantacinque minuti di ritardo. Fu uno dei primi a entrare. L’ascensore non funzionava; ancora una di quelle interminabili interruzioni di corrente – una peculiarità della nazione. Dovette fare a piedi le scale buie e sporche fino all’ottavo piano, dove si trovava il suo ufficio. Salì lentamente, sforzandosi di ignorare la sporcizia delle scale, che non venivano pulite da mesi: i muri erano senza pittura e pieni di graffiti e ogni pianerottolo era cosparso di schizzi di cataro. Si sentì sollevato quando alla fine raggiunse l’ottavo piano. (…)
Eliza, la dattilografa, stava mangiando rumorosamente su un piatto smaltato. La stanza era impregnata dell’odore di peperoncino, olio di palma rossa e cipolle. Ezi trattenne il respiro per un secondo.
“Eliza?”
“Signore” rispose.
“Sarebbe meglio che spruzzassi un po’ di deodorante appena finisci di fare colazione. Sarei più contento se consumassi i tuoi pasti a casa tua o nella mensa del personale”.
“Sì, signore” rispose e mise via la colazione senza averla terminata. Ezi andò a grandi passi nella stanza adiacente, che era il suo ufficio.
Non appena si mise seduto, sentì Eliza mormorare sottovoce parole che non riusciva a capire. E la risata sommessa di Ade. Aggrottò le sopracciglia. Loro pensavano che fosse pedante, fosse scemo. Lo sapeva benissimo. (…)
Mise la ventiquattrore sul tavolo e si guardò intorno. L’ufficio era pulito e ben tenuto. A veva sempre insistito che fosse pulito in modo impeccabile. Aveva perfino mostrato come spolverare la stanza ad Abel, il quale non sembrava aver gradito molto: troppo lavoro. Oltretutto, nessun altro in tutto il palazzo si interessava minimamente alla pulizia del proprio ufficio. Ezi voleva dare a vedere di essere diverso: questo pensava Abel e lo aveva detto ai suoi colleghi. Più di uno aveva detto a Ezi che la sua mania per l’ordine era considerata una malattia. Ma a lui non importava. La sua stanza era un rifugio, un rifugio dalla sporcizia delle scale, dalla puzza dell’ascensore, dal degrado dell’edificio.

Mercoledi 10 novembre a Roma un evento celebrativo ricorderà l’anniversario dell’impiccagione dello scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, autore di Sozaboy, avvenuta nel 1995 ad opera del regime militare di allora. L’iniziativa vuole riportare alla memoria il coraggio civile e la generosità di uno straordinario artista e intellettuale che denunciò lo scempio dell’ecosistema del Delta del Niger a causa dello sfruttamento petrolifero selvaggio.

Sandra Federici

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05 novembre 2010

Ruby, una ragazza ‘di seconda generazione’

In questi giorni sto scrivendo un articolo su un laboratorio didattico indirizzato ai giovani detti “di seconda generazione”, cioè i figli di immigrati nati in Italia o giunti in Italia in età pre-scolare, e riflettevo sul fatto che Ruby, la ragazza marocchina per cui Berlusconi ha fatto le famose telefonate alla Questura di Milano, è una ragazza “di seconda generazione”.

I ragazzi “G2″ vivono l’appartenenza a due o più culture: quella/e della famiglia di origine e quella del paese di accoglienza. Usano due lingue, conoscono più paesi, frequentano gruppi culturali differenti.

L’attenzione degli studiosi su questa categoria (la cui definizione G2 è dibattuta, ma usiamola per comodità) cresce. Si studiano i loro problemi: il fatto di essere costretti a gestire diversi registri, di vivere a cavallo tra due mondi. «Il figlio di migranti, come tutti i bambini ma con una nitidezza maggiore che deriva dalla condizione di separazione tra l’interno della famiglia e l’esterno, si costruisce nel punto d’incrocio tra i due processi: un processo di filiazione “sono il figlio di…” e un processo di affiliazione “appartengo a questo o quel gruppo”.» (Marie Rose Moro)

Di loro si parla anche come elemento che arricchisce la nostra società «per l’apertura mentale, per la capacità di relazionarsi con codici diversi, per la voglia di partecipare a livello di società civile in misura maggiore rispetto ai coetanei italiani, per la capacità di “prendere pubblicamente la parola” in modo diverso dalle G1» (Silvia Festi).

Questa ragazza marocchina, Karima El Mahroug soprannominata Ruby Rubacuori, sembra avere pochi dubbi ed è evidente che tra i due modelli culturali e sociali con cui si è confrontata ha scelto decisamente quello del paese che l’ha accolta. Prendendone la parte peggiore, che l’ha affascinata esattamente come affascina tante sue coetanee italiane. Nelle poche interviste al padre, ambulante residente in Sicilia che riesce a malapena a guadagnare 20 euro al giorno, si coglie la fatica dell’educazione di questa figlia che ha rifiutato in toto i valori della sua famiglia per aderire a quelli predicati dalla sottocultura della televisione italiana (una sintesi incisiva e dolorosa è nel documentario di Lorella Zanardo www.ilcorpodelledonne.it). Valori ormai penetrati nelle giovani coscienze grazie a un bombardamento mediatico quotidiano: culto del corpo, trash estetico, denaro facile, visibilità in televisione, carriera veloce grazie a favori e conoscenze.

Si dice che le seconde generazioni sono la prova del fatto che l’immigrazione provoca inevitabilmente un cambiamento anche nella società di accoglienza: non si può parlare di gruppo minoritario che si modifica per adeguarsi a un gruppo maggioritario e immutabile. Volenti o nolenti, nell’incontro tutti necessariamente cambiano e si crea una nuova realtà, che prima non esisteva.

Abbiamo così giovani scrittrici di origine straniera che raccontano in italiano, con ironica intelligenza, questi processi, come Randa Ghazy con “Oggi forse non ammazzo nessuno”, Sumaya Abdel Qader con “Porto il velo, adoro i Queen”; abbiamo riviste come Yalla Italia e Mixamag; abbiamo la Rete G2 – Seconde generazioni, e tante altre iniziative che più o meno esplicitamente partono da questo nuovo, interessantissimo punto di vista.

E però, questa nuova realtà che è la società italiana dopo 20 anni di immigrazione strutturale, comporta anche il fatto che fra le varie escort/veline/cubiste/letterine ce ne possa essere una “extracomunitaria”. Non brasiliana, ma proprio figlia di un immigrato, di un marocchino venditore ambulante che è partito come tantissimi altri da una provincia marocchina di emigrazione, e ha vissuto il percorso di migrante economico. Insomma, Ruby è un segno dei tempi, in tanti sensi.

Comunque, in tutta questa folle vicenda, quello che dice le cose più ragionevoli, almeno a quanto si è letto finora sui giornali, è il padre M’Hamed.

Primo, come farebbe qualsiasi padre normale, si vergogna della faccenda. Incredibile. Secondo, non si fa fotografare con Berlusconi come il padre di Noemi e non lo si è ancora visto in talk show e reality. Terzo, ha detto che l’ultima volta che le forze dell’ordine lo hanno contattato per chiedergli per l’ennesima volta se poteva riprendersi la figlia, a marzo, non ha potuto abbandonarla, come farebbe qualsiasi padre (poi lei è subito scappata). Quarto, guarda solo la tv in lingua araba, a parte il meteo che gli serve per sapere se potrà allestire la sua bancarella sul lungomare. “Mia figlia invece era malata di televisione – ha detto ai giornalisti di Repubblica-Palermo – Guardava i programmi in italiano e quando la scoprivo rimettevo i canali arabi”.

Insomma lui ci ha provato, ma forse quello che lo ha “tradito” è stato proprio rifiutare di conoscere, per combatterla meglio, la rivale con cui doveva competere nell’educazione di sua figlia: l’invadente, potente, pervasiva maestra-televisione.

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19 luglio 2010

Il primo week end senza mondiale e senza Sudafrica

E’ finito da alcuni giorni il mondiale e la magica euforia che lo ha accompagnato, approfittiamone per fare un po’ di valutazioni. Cominciamo dalle critiche, che vengono soprattutto dalla società civile sudafricana e dai suoi intellettuali e sono rivolte alle classi dirigenti politiche e sportive che hanno partecipato e soprattutto beneficiato dell’organizzazione.

Sono disponibili sulla rete delle slide redatte da Patrick Bond del Centre for Civil Society dell’Universtiy of Kwazulu Natal (cliccare il post “World Cup Watch. A political economy of the 2010 World Cup”) che sintetizzano le proteste di questi ultimi anni in 6 “cartellini rossi” per la FIFA, quindi contro le élite della Coppa del mondo:

1. Priorità dubbie, con spese eccessive (e ci si riferisce agli elefanti bianchi sudafricani: nuovi stadi a Durban, Città del Capo, Port Elizabeth, Nelspruit, Polokwane, Soccer city a Johannesburg, nessuno dei quali sarà più riempito dopo la fine del mondiale, al costo totale di 3 miliardi di dollari USA) e un’impronta ecologica devastante della fase preparatoria e dell’intera manifestazione.

2. Profitti per la FIFA, con corruzione politica (si citano inchieste di vari giornali e il libro Fourl: the secret world of FIFA di Andrei Jennings) e persino misteriosi omicidi e sparizioni di politici e imprenditori coinvolte negli affari legati alla costruzione degli stadi.

3. Debito e importazioni, crisi economica (le spese per la preparazione del mondiale e per la costruzione degli stadi, che ammontano in totale a 4,1 miliardi di dollari USA, hanno causato una enorme spesa per importazione e un aumento nel debito estero dell’85 %; un investimento di cui non è garantito il ritorno; in più, la FIFA non paga tasse quindi non c’è ricaduta sulle finanze sudafricane dai suoi profitti), aumento dei prezzi degli immobili in un meccanismo di bolla immobiliare.

4. Errori, e promesse tradite: Un parlamentare dell’ANC, Shiaan-Bin Huang ha importato (da un’impresa cinese che tra l’altro paga lavoratori adolescenti 3 dollari al giorno) 2,3 milioni di leopardi “Zakumi”, il gadget ufficiale della manifestazione. Ai venditori informali è stato proibito di vendere gadget. Le prenotazioni di camere d’albergo sono state di molto inferiori alle previsioni della FIFA. Alcuni ospedali selezionati sono stati svuotati a metà per l’occasione, spostando in lungo degenti e sospendendo alcune attività di cura ordinarie. Le associazioni calcistiche hanno deplorato l’approccio top-down che non ha portato benefici al calcio “di base”.

5. Sospensione delle libertà democratiche: Si cita l’operazione della polizia di Durban che ha letteralmente “rimosso” i bambini di strada, trasportandoli in periferia, affinché non fossero visibili ai turisti. Tutte le forme di protesta e le manifestazioni sono state dichiarate illegali fino al 15 luglio 2010. Agli ambulanti è stato proibito di vendere nelle zone vicine agli stadi, nelle strade e nei parchi se non con un permesso speciale rilasciato dalla FIFA. La SA Broadcasting corporation ha rifiutato di mandare in onda un documentario critico sulla FIFA: Fahrenheit 2010: Warming up for the world cup in South Africa. Il Comitato organizzativo locale della 2010 FIFA World cup non ha reso noti i documenti sulle gare d’appalto (richiesti ripetutamente dal giornale Mail & Guardian), dichiarando di essere un ente privato e di non dovere sottostare ai principi di trasparenza. Alla fine ha ottenuto la copia delle 17 garanzie che il Governo ha dovuto dare alla FIFA per ottenere di ospitare il Mondiale: condizioni abbastanza vessatorie per i cittadini e i giornalisti sudafricani in termini di libertà costituzionali, nell’accettazione di quella che è stata definita una vergognosa e umiliante colonizzazione.

6. Proteste affrontate con la repressione: Le slide si concludono con i link a diversi rap di denuncia e con le immagini delle diverse manifestazioni di protesta organizzate negli anni precedenti al Mondiale.
Le slide sono dedicate alla memoria di Dennis Brutus (1924-2009), importante poeta, attivista ed economista politico dello sport, compagno di prigionia di Mandela a Robben Island; critico delle corporazioni sportive, organizzatore del boicottaggio del Sudafrica bianco alle olimpiadi degli anni 60 e fortemente critico nei confronti delle modalità di organizzazione del Mondiale sudafricano.

Anche la rivista Social Text ha pubblicato un insieme di post di analisi critica della manifestazione.

Insomma, il bilancio sembra negativo, soprattutto per i Sudafricani che non si accontentano dell’inebriante vertigine della febbre del calcio e dell’orgoglio patriottico di avere ospitato per prima tra le nazioni africane un mondiale.
Però, bisogna rilevare che per il pubblico e i media globali la Coppa del Mondo dal punto di vista organizzativo è stato un successo. L’immagine del Sudafrica che circolava era caratterizzata da grande criminalità, conflittualità etnica, problemi di xenofobia, e disorganizzazione, ci si aspettavano solo omicidi e stadi non finiti, in base alla “soft bigotry of low expectations”, una definizione coniata da un collaboratore di George Bush e ripresa dall’economista Dambisa Moyo per descrivere la sfiducia nei confronti dell’Africa. Invece…

Invece per un mese il mondo ha sentito parlare di Città del Capo, Pretoria, Johannesburg, Nelspruit, il tutto costantemente collegato a quel sogno universale che è il calcio. Collegato al divertimento, allo sport, allo spettacolo. Ha seguito i servizi di approfondimento sulla realtà sudafricana realizzati dalle troupe televisive di tutto il mondo che si sono date appuntamento lì. Certo, i formati del servizio giornalistico televisivo e dell’articolo di quotidiano costringono a sintesi, retorica e anche superficialità, e le Vuvuzelas sono state l’argomento principale… Ma sono convinta che i giornalisti non abbiano applicato parametri diversi quando hanno trattato il “colore locale” in margine ai mondiali ospitati dalla Germania o dall’Italia.

Insomma, forse qualcosa di buono da questo South Africa 2010 possiamo prenderlo ed è la straordinaria potenza simbolica di questo successo organizzativo nel controbilanciare la sfiducia e il razzismo nei confronti dell’Africa. E’ un meccanismo semplice, anzi semplicistico, come semplicistico è il pensiero razzista. Chi sa approfondire sa che dietro questo emozionante spettacolo ci sono difficoltà che persistono, ingiustizie e corruzione. Chi spera in un’Africa diversa avrebbe preferito che fosse colta l’occasione di sperimentare percorsi e modalità alternativi (ma già candidarsi per una gara come l’organizzazione del Mondiale vuol dire accettare le condizioni di un meccanismo globalizzato che difficilmente si lascia cambiare).

Ma contro il pensiero razzista, e contro il razzismo inconscio, il pensiero razionale basato sui fatti non funziona. Funzionano le emozioni, gli eventi simbolici, come l’elezione di Obama. Quindi, consapevoli del lato B, prendiamoci il lato A, e godiamocelo come momento storico da poter mettere sul piatto della bilancia come contrappeso al pregiudizio, al pessimismo, all’ignoranza.

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