27 gennaio 2021
Ghana. Intervista al giornalista Anas Aremeyaw Anas
di Rossana Mamberto
Giornalista investigativo pluripremiato, Anas collabora con le principali testate internazionali tra cui BBC e Al Jazeera ed è stato citato dallo stesso Barack Obama come uno come uno dei giornalisti più coraggiosi del mondo contemporaneo.
L’intervista è stata realizzata ad Accra a fine dicembre, dove Rossana Mamberto, giornalista di Controradio e collaboratrice di Africa e Mediterraneo, è riuscita a incontrarlo in un’abitazione privata. Anche in quell’occasione Anas è arrivato sotto scorta e con il volto nascosto dalla caratteristica maschera di perline, divenuta un simbolo in tutto mondo africano.
Nessuno ha mai visto pubblicamente il suo viso.
Le sue inchieste, realizzate in vari Paesi del mondo, hanno portato in tribunale centinaia di persone, ma sono anche purtroppo costate la vita a uno dei suoi più stretti collaboratori.
Anas Aremeyaw rischia la vita ogni giorno.
L’audio integrale dell’intervista è andato in onda sull’emittente toscana Controradio il 30 dicembre scorso ed è riascoltabile qui: https://www.controradio.it/podcast/lintervista-esclusiva-ad-anes-aremeyaw/.
Un ringraziamento particolare va a Maria Luisa Troncoso, senza la quale l’incontro con Anas non sarebbe stato possibile.
Accra: Anas Aremeyaw Anas e Rossana Mamberto durante l’intervista
Sei famoso in tutto il mondo per le tue inchieste, vuoi raccontare ai nostri ascoltatori chi è Anas Aremeyaw?
Sono un giornalista d’inchiesta, ho lavorato per la BBC, Al Jazeera, ed altre testate internazionali, sono anche avvocato. Il mio giornalismo non è convenzionale, io uso una camera nascosta e individuo i responsabili delle azioni illegali su cui indago, poi faccio aprire delle inchieste giudiziarie sui colpevoli. Il mio giornalismo non è convenzionale ma è un giornalismo della gente, basato su ciò che accade all’interno della società. Sono dunque un prodotto della società e faccio quello che la mia gente pensa sia giusto.
Qual è stato il tuo ultimo lavoro?
Ho svolto numerose indagini sotto copertura, mi sono fatto mettere in prigione o ricoverare come paziente in un ospedale psichiatrico. Sempre sotto copertura ho anche svolto delle indagini per aiutare bambini vittime dei trafficanti, mi sono anche mascherato, come avvocato, come professore, e anche come donna. Il mio ultimo lavoro è stato in Malawi, dove ho investigato sul fatto che molta gente veniva uccisa e fatta a pezzi per compiere rituali e produrre amuleti.
[Questa indagine, condotta per la BBC, ha dato vita al documentario Malawi’s Human Harvest https://www.youtube.com/watch?v=lgbQLLcXiUo&ab_channel=DariusBazargan N.d.R.]
Ho sviluppato questa storia insieme a una indagine sul calcio che la gente chiama “Il n.12” e la BBC ha intitolato Betraying the game [il gioco tradito] https://www.youtube.com/watch?v=-eoFI-u3m88. Questa storia riguarda il calcio, la corruzione degli arbitrii e tutta la macchina che ci sta dietro. La storia è andata oltre il calcio ghanese, ha riguardato anche la Confederazione del Calcio Africano e la Fifa, con ripercussioni sulla Coppa del Mondo. L’indagine ha portato alla rimozione di un membro della Coppa del Mondo e anche di un membro dell’esecutivo della Fifa, assieme a più di 100 persone tra arbitri e dirigenza del calcio africano.
[Insieme a una squadra di giornalisti locali, Anas si è finto un facoltoso uomo d’affari. Il suo obiettivo era quello di smascherare trafficanti e guaritori tradizionali che utilizzavano il sangue e alcune parti del corpo di bambini per creare amuleti, venduti in cambio di prosperità e salute. La situazione per il team investigativo degenerò quando un gruppo di persone del villaggio li accusò di essere loro stessi trafficanti e di voler assassinare la gente del posto. Anas e i suoi collaboratori furono attaccati dalla folla ed il reporter venne colpito da un sasso e da una coltellata fino a che non riuscirono a dimostrare la loro vera identità. N.d.R.]
Accra, quartiere Nima: due murales raffiguranti Anas Aremeyaw Anas; in quello di sinistra è anche ricordato il suo collaboratore Ahmed Hussein-Suale ucciso il 16 gennaio 2019, con la scritta “RIP Ahmed”
Lavori su temi molto forti esponendoti sempre in prima persona. C’è un’inchiesta tra quelle che hai condotto che ti ha particolarmente toccato?
Sono stato più toccato da una indagine sui diritti umani dove ho lavorato sotto copertura in una prigione: la gente innocente che rimane in prigione perché non può pagare un avvocato sono solo una piccola parte di quello che ho visto. Un’altra indagine che ho svolto è stata nell’ospedale psichiatrico dove mi sono finto paziente e sono stato sottoposto a tutto quello che quotidianamente subiscono i pazienti dell’ospedale. L’eccessiva somministrazione di farmaci, i cartelli della droga che seguono le persone fino dentro l’ospedale psichiatrico offrendo loro droga e rendendole dipendenti: queste sono storie che mi hanno molto colpito. Ma anche l’indagine del calcio, che ha portato all’uccisione del mio collaboratore Ahmed Hussein-Suale, colpito da due proiettili nel collo e uno nel petto.
Sei molto popolare in Ghana, dove è possibile un po’ ovunque vedere graffiti che ti rappresentano e richiamano alle tue indagini. Nel quartiere di Nima ho visto la tua immagine dipinta un muro accompagnata dalla scritta “sii l’Anas nella tua comunità”. Come è possibile secondo te essere Anas all’interno della propria comunità?
Io penso che non dipenda da una singola persona, ma dalla collettività. Anas rappresentata un obiettivo comune, quello di mantenere una società sana. Se le persone decidono di denunciare come io denuncio, se le persone mi prendono ad esempio, forse non riusciremo a sradicare la corruzione, ma la società potrà essere meglio di ora. Sono stati anni di lavoro, che hanno guidato il modo di pensare della gente e di reagire di fronte a determinate questioni che colpiscono la società, come la corruzione. Per questo si possono vedere film, graffiti, cartoni animati, che si rifanno alle indagini di Anas, ma non è una questione individuale, sono principi che io difendo con il lavoro che faccio.
Come riesci proteggere il tuo anonimato e allo stesso tempo essere così popolare?
Penso che il giornalismo sia un’arte. Proteggere il proprio anonimato non vuole dire che non vuoi essere conosciuto. Nel passato la gente usava pseudonimi che potevano diventare anche molto popolari. L’anonimato protegge, ma è l’impatto del lavoro, la sua costanza e l’effetto sulla società che ti rendono importante e popolare.
Puoi dirci qualcosa sulla maschera che porti davanti al viso? Raccontaci la sua storia
Considerando le minacce che ricevo per le inchieste su cui lavoro, la domanda che mi sono fatto è: “Come posso proteggere me stesso per potere raccontare una nuova storia domani? Cosa posso usare per coprire la mia faccia, e che sia sinonimo del continente africano?” E anche: “che materiale posso usare che non si possa usare solo in Ghana ma anche in Kenya, o in Nigeria?”.
Ecco perché ho scelto una maschera di perline, un materiale che si può trovare ovunque in Africa e che mi garantisce anche l’anonimato.
Come scegli i soggetti per le tue inchieste, come selezioni i casi che decidi di seguire?
La scelta del caso emerge direttamente dalla società. Abbiamo un gruppo di lavoro in cui vengono discussi i fatti che accadono nel continente africano. Più la gente parla di un fatto più questo diventa rilevante. Ma vorrei chiarire prima una cosa: quando definisco il mio giornalismo come un giornalismo di denuncia e di condanna, voglio dire che in Paesi occidentali come Inghilterra, Usa e anche Italia, il lavoro del giornalista rimane a livello di denuncia di un fatto. Poi ci si aspetta che le istituzioni giudiziarie prendano in carico il caso per un’eventuale condanna. Quando dico che sono il prodotto della mia società, voglio dire che quello che funziona nella vostra società non funziona nella mia. Le nostre istituzioni non sono molto sviluppate, non hanno la capacità di giudicare e condannare casi che vengono denunciati. Quindi, dopo che la mia storia è pubblicata, dopo che ho raccolto tutte le prove con la mia camera nascosta, le fornisco alle istituzioni. Offro loro i miei video e le mie foto, le persone vengono arrestate io testimonio direttamente nella Corte di Giustizia per garantirne la condanna. Non ha senso fare giornalismo e poi vivere insieme ai delinquenti. È molto pericoloso. Quindi testimonio per la loro colpevolezza. Questo crea molti problemi, vuol dire che le persone ti cercano per ucciderti ogni giorno, ma funziona.
Basta vedere la mia indagine sul traffico sessuale da parte della mafia cinese, dove alcune persone saranno in prigione per 45 anni, oppure la storia dell’uomo che rapiva ragazzine anche di solo tre anni che è stato condannato a 15 anni, o anche la storia del contrabbando del cacao, dove persone sono state condannate a 16 anni di prigione.
Sto parlando di un tipo di giornalismo che funziona nella mia società e che non funziona necessariamente nei paesi occidentali, un giornalismo definito per la mia società e non per qualcuno che vive in Colombia o altrove. Non sono un sostenitore del giornalismo sulla carta, come tutti lo intendono, ma pratico quello che la mia gente chiama giornalismo.
Parole chiave : Africa, Anas Aremeyaw Anas, Criminalità, Diritti umani, Giornalismo
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21 gennaio 2021
Uganda e la sfida della democrazia
Il regime di Museveni in Uganda corrompe e tortura chiunque cerchi di ostacolarlo. Nel 2017 la parlamentare Betty Nambooze, che aveva cercato di bloccare una proposta di legge che avrebbe permesso a Museveni di governare a vita, fu portata dalle forze speciali in una stanza senza telecamera. Ne uscì con due vertebre rotte. Nel 2018 il cantante ugandese Bobi Wine, dopo la sua elezione in parlamento, fu arrestato insieme ad altri suoi colleghi con l’accusa di aver lanciato pietre durante un comizio del presidente. Uscirono dal carcere che dovevano appoggiarsi alle stampelle per camminare. Lo scorso autunno, in piena emergenza sanitaria causata dalla pandemia, 16 persone sono state uccise e altre 65 sono state ferite durante due giorni di violente manifestazioni di protesta in seguito all’ennesimo arresto di Bobi Wine, candidato dell’opposizione per le presidenziali.
Yoweri Museveni, 76 anni, è l’uomo forte dell’Uganda dal 1986. Quest’anno ha vinto il suo sesto mandato nonostante le accuse di irregolarità durante la campagna elettorale del 14 gennaio 2021, ottenendo il 59% dei voti contro Bobi Wine, che ha ottenuto il 35%. Museveni è anche uno dei più stretti collaboratori africani degli Stati Uniti in materia di sicurezza: gli ugandesi hanno prestato servizio militare sotto il comando statunitense in Iraq e in Somalia, e in cambio ogni anno il Paese riceve da Washington miliardi di dollari destinati al sistema sanitario e soprattutto all’efficienza dell’esercito ugandese. Come scrive Helen Epstein, nell’articolo Vietato criticare pubblicato sul numero 1392 / anno 28 dell’Internazionale, si tratta di «una forma moderna di colonialismo, anche se Washington preferisce parlare di “partenariato” (…) Per riempire le tasche di un dittatore, e far sì che i suoi soldati combattano le guerre degli stranieri, è necessario pensare che le vite degli africani siano sacrificabili».
Attualmente Bobi Wine è agli arresti domiciliari dal giorno del voto presidenziale, ma continua a denunciare il furto elettorale, le intimidazioni e le aggressioni degli alleati al regime. Il suo attivismo poltitico gli è valso il soprannome di “presidente del ghetto” e la sua ascesa ha infiammato i giovani ugandesi, anche tra chi non aveva mai mostrato interesse per la politica. Nei testi delle sue canzoni, un misto di rap e reggae, Bobi Wine parla della disoccupazione giovanile, della povertà delle baraccopoli e della repressione del dissenso. Il cantante, dunque, si inserisce sulla scia dell’azione di protesta di diversi giovani africani che sfidano le vecchie élite al potere e aspirano al rinnovamento sociale e politico. Lo scrittore, drammaturgo e poeta nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, è intervenuto sulle elezioni ugandesi del 14 gennaio, dichiarando che «Bobi Wine, per me in questo momento, rappresenta il volto della democrazia per l’Uganda».
Segnaliamo questo documentario interessante pubblicato per DWDocumentary:
https://www.youtube.com/watch?v=9YMu55BN3Ns
Parole chiave : Bobi Wine, elezioni, Museveni, pandemia, Uganda, Wole Soyinka
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15 gennaio 2021
Scompare il fumettista camerunense Kelly Ntep
È deceduto improvvisamente il 9 gennaio, a Yaoundé, il fumettista camerunense Kelly Ntep. Attivo come disegnatore e comunicatore, aveva fatto parte del collettivo A3 e partecipato alle riviste Bitchakala e Waka. Una sua storia sulle difficoltà e ostacoli vissuti per diventare disegnatore professionista è pubblicata nel volume Africa Comics 2007-2008, ed è visibile sul sito del nostro archivio http://www.africacomics.net/comics/profession-dessinateur/. Avremmo dovuto lavorare con lui nel progetto RIME-Refugee inclusion moves Europe, un Erasmus+ di comunicazione sulla migrazione.

Yaoundé, 2018: Kelly tout seul et, ensuite, avec son ami presque frère Georges Pondy (avec la queue de cheval) et moi.
Pubblichiamo la lettera che ci ha scritto lo sceneggiatore franco-camerunese e presidente dell’associazione L’Afrique dessinée Christophe Edimo, annunciando la triste notizia. Una lettera dolorosa per un’amicizia e una collaborazione professionale così brutalmente interrotta ma che lancia anche una dura accusa al governo del Paese per la situazione sanitaria e sociale che i cittadini devono sopportare. Anche le immagini sono state raccolte da Edimo tra i lavori di Kelly e presso i suoi colleghi.
Una lettera di Christophe Ngalle Edimo
Très triste nouvelle, Kelly NTEP est décédé samedi matin à Yaoundé.
C’est terrible pour ses parents et pour sa petite sœur.
Il venait de terminer son footing matinal et préparait le petit déjeuner quand il s’est effondré. Le temps de le transporter à l’hôpital, puis que quelqu’un s’occupe de lui, il est décédé (Kelly habite dans un quartier “normal”, c’est à dire difficile d’accès et loin des infrastructures, notamment de santé).
Kelly avait été victime d’une intoxication aux médicaments en avril 2020 (une prescription erronée, ou une surdose), mais après quelques jours d’hospitalisation il s’en était sorti.
Là, on ne sait pas trop ce qui s’est passé. De ce qu’on m’a raconté je pense à un AVC [accident vasculaire cérébral]. Mais l’état du service public de santé au Cameroun ne permettra pas de savoir.
Mais pour moi Kelly est décédé surtout des conditions de vie et de la manière dont le gouvernement traite les gens au Cameroun et un peu partout en Afrique : supporter ça pendant des décennies, avec le stress qui va avec, c’est inhumain.
Il faut se méfier en Europe, car avec les gouvernements que nous avons, on y va tout droit. Beaucoup de gens en France ont été choqués par la terminologie utilisée lors de cette crise du Coronavirus : “les gens non essentiels doivent arrêter de travailler et se confiner”.
Pour moi, “non essentiel” c’est ce qu’on fait comprendre à tous ceux qui sont contraints à l’immigration en Afrique.
C’est la première fois que la toute petite communauté des dessinateurs camerounais perd quelqu’un, le choc est grand.

“En décembre 2020 à Yaoundé, rencontre d’auteurs BD, Kelly face à moi (oui, j’avoue, je faisais le malin avec le maillot de l’Atalanta de Bergame)”
Kelly, qui était aussi vidéaste, venait de recevoir deux prix (il y a une dizaine de jours), et je devais le mettre sur son CV par rapport à un projet que nous avions (avec son camarade, presque frère, le dessinateur George PONDY, également de Yaoundé), projet de roman graphique entre Cameroun, France et USA.
RIP Kelly.
Alcuni disegni con cui i colleghi hanno ricordato Kelly NTEP e alcuni suoi fumetti.
- Kelly par Georges PONDY
- Kelly par Martinien NGOLA
- Kelly par Samory AYI
- Kelly par Alone LEGEND
- Kelly NTEP, projet de couverture
- Kelly NTEP, planche pour Waka
- Kelly NTEP, l’escale des mille pintades
Parole chiave : Christophe NGalle Edimo, Fumetto, Kelly Ntep
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13 gennaio 2021
Il migliore bar del centro. Storia di un’accoglienza in famiglia
Una testimonianza di
Elena Cesari e Roberta Sireno
Sembrava un incontro quasi impossibile. Due donne che si amano, in un condominio solidale di un’associazione con forti radici cattoliche, che ospitano un uomo adulto musulmano, una persona rifugiata proveniente dal Mali. È l’amore una faccenda privata da custodire gelosamente fra 4 mura? La nostra risposta è stata no, e abbiamo deciso di intraprendere questo percorso di condivisione anche se temporanea (ma per quanto tempo non lo avevamo stabilito a priori), degli spazi di casa, del cibo, della vita.
Ma non è una storia che ha a che fare con “quanto siamo brave e buone”, è una storia che ha a che fare con fatica, incomprensioni, piccoli egoismi quotidiani, dove quello che condivido con te è comunque sempre una fettina, perché in quanto bianca, italiana, di classe media, con cittadinanza italiana, con genitori e amici, il mio piatto è sempre più pieno, la mia voce sempre più alta della tua, il coltello (o il cucchiaio) lo tengo io dalla parte del manico. SEMPRE.
Tu amico (sì, ora posso chiamarti amico, voglio chiamarti amico) che hai perso tutto, sei fuggito dall’odio e dalla violenza, mentre dentro morivi anche tu, senza aver nessun appiglio, se non la fuga. Tu amico che sei stato fermato in Italia su di un treno e che hai imparato a chiedere asilo politico come ultima fermata possibile. Tu che non hai studiato e che per questo ti senti inferiore a me, per questo mi rispetti, come se solo la scuola o i libri dessero il diritto di essere rispettati. Tu che ascolti e guardi in silenzio tutte le nostre conversazioni “normali”, su dove andare il weekend, sulle vacanze, i viaggi, sui regali di compleanno, come se il viaggiare come turisti fosse una pratica universale, come se il nostro quotidiano fosse quello di tutta l’umanità.
Ad ogni conversazione ho imparato a osservarti mentre ci osservavi, a chiedermi cosa stessi pensando mentre noi diamo per scontato la nostra vita, il nostro livello di benessere e lo facciamo tutti i giorni più o meno inconsapevolmente.
Ma da oggi, amico, dopo questo pezzettino di strada fatta fianco a fianco, mi sembra di esserne più consapevole, di averti visto più da vicino e di poter dire che, nonostante i litigi, ci possiamo dire amici, noi tre. Amici diseguali, amici o amiche strane, noi con questo coltello che ci ritroviamo nostro malgrado in mano, tu con le tue cicatrici profonde e che continueranno a dispetto di tutto a sanguinare.
Tu hai imparato da noi che due donne che stanno insieme non sono uno scherzo della natura, noi abbiamo imparato da te che due donne bianche e un uomo nero possono anche essere una bella famiglia.
Abbiamo tutte e tutti il diritto e dovere di imparare ad aprire le nostre menti, scardinare i chiavistelli che ci rinchiudono dentro a roccaforti di oggetti e di consumismo, che ci fanno schiavi di paure e false certezze. Soprattutto in questo periodo dove restare chiusi in casa e non vedere nessuno sembra sia l’unica possibilità, occorre il coraggio di dire no, di restare vigili e pronti ad aprire a chi bussa alla porta. Ho un adesivo in casa che ho appeso alla porta: “Se chiudi con il razzismo ti si apre un mondo”. Il bussare là fuori è sempre più forte, e ho come l’impressione che, quella porta, col nostro contributo o senza, si aprirà comunque. Anzi forse proprio cadrà a pezzi, come le frontiere che ci separano.
E allora nessuno potrà più fingere di non vedere chi c’è dall’altra parte.
Toun è arrivato qui 2 anni e mezzo fa a giugno del 2018. Era disorientato, ha bevuto un the, è uscito sul terrazzo ed è restato immobile diversi secondi che poi sono diventati due anni e mezzo a guardare gli alberi, a sentire il vento, a fumare sigarette, in quel posacenere troppo pieno. Mi ricordo che ho pensato subito che la sofferenza che portava dentro sarebbe stata l’ostacolo da combattere, non più da solo però, ma insieme.
Insieme. Insieme come abbiamo potuto, ma insieme. Insieme alla nostra prodigiosa, magica, solare rete di amici e amiche, che ci hanno sostenuto. Prima di tutto a Marco che ha traghettato Toun dal centro di accoglienza a noi e a Ivana che ha seguito tutto il percorso legale per il riconoscimento della protezione sussidiaria di Toun. Alla piccola comunità, a Ursula, Nicola, Lorenza, Andrea, agli amici della montagna e soprattutto a Rosa, amica da sempre e per sempre e a Manuele che hanno assunto Toun nella loro piccola ditta di pulizie, a tutti gli amici di Campi Aperti: a Carlo e Germana, Franco e gli altri di Fermenti Sociali, a Pier Paolo e a Lucrezia a con la quale ha lavorato nelle lunghe giornate dei mesi di marzo, aprile, maggio scorsi, senza i quali avremmo letteralmente perso pazienza e speranza. E grazie a Mcf per averci permesso con i fondi del progetto “Accoglili a casa mia” di coinvolgere queste piccole aziende contadine, in un circolo virtuoso che avremmo voluto non finisse mai… Ancora grazie a Teresa per aver captato i messaggi astrali e averci dato il contatto giusto al momento giusto per la nuova prossima casa dove Toun si appresta a trasferirsi.
E infine grazie a te Toun per ogni cosa, per averci sopportate nelle nostre sfuriate, perché:
– di notte avevi il vizio di aprire la finestra e fumarti una sigaretta guardando il fiume (e noi non sentivamo niente di poetico, ma solo la puzza di fumo);
– Toun potresti andare a prendere la legna per la stufa visto che ci sei sempre incollato (come se stare a guardare un bel fuoco non fosse una virtù);
– perché ci hai preso due uova senza dircelo? Non è perché le prendi ma almeno diccelo…
Quanto siamo state piccole, abbiamo capito di esserlo state, ma per te ci siamo sentite grandi e la casa da trilocale è diventata una reggia ( “pensa alla persone che con questo freddo dormono fuori”, ci hai detto,“come fanno?”), la nostra tavola un ristorante di tutto rispetto, il nostro caffè quello del migliore bar del centro città. E abbiamo capito, grazie a te, che oltre ad essere ricche fuori, forse potevamo permetterci il lusso di esserlo anche dentro.
Parole chiave : accoglienza, famiglia, Integrazione, Rifugiati
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Il dossier n. 92-93 di Africa e Mediterraneo “Corno d’Africa: prospettive e relazioni” è dedicato all’approfondimento di aspetti storici, politici e culturali di quest’area che l’attuale conflitto nella regione etiopica del Tigray sta mettendo a forte rischio d’instabilità.
Volendo andare oltre la persistente immagine negativa del Corno, dando spazio soprattutto a dinamiche che apparivano ben poco realistiche fino a poco tempo fa, come, oltre alla pace Etiopia-Eritrea del 2018, la progressiva costruzione di uno Stato somalo, con istituzioni ed economia fragili, ma non prive di una certa credibilità, e l’ascesa di una nuova classe media giovane, istruita e connessa con il mondo esterno, sempre meno incline a pensare la propria vita secondo i modelli tradizionali.
Il dossier sarà presentato Mercoledì 16 dicembre dalle ore 14,45 alle ore 16,15 sulla pagina Facebook di Africa e Mediterraneo con il seguente programma:
– Matteo Lepore, Assessore alla Cultura del Comune di Bologna
– Stefano Manservisi, Docente a Sciences Po – Paris School for International Affairs e al Collegio Europeo di Parma, co-curatore del dossier
– Emanuela C. Del Re, Vice Ministra agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale
– Romano Prodi, Presidente Fondazione per la Collaborazione tra I popoli, già Presidente dell’United Nations-African Union High-level Panel for Peacekeeping in Africa
– Nicolás Berlanga Martínez, Ambasciatore dell’Unione Europea in Somalia
– Irma Taddia, Professoressa di Storia dell’Africa all’Università di Bologna
– Tekeste Negash, Professore emerito di Storia moderna
Modera: Sandra Federici, Direttrice di Africa e Mediterraneo
L’evento è organizzato in collaborazione con:
Fondazione per la Collaborazione tra i popoli
Fondazione per l’Innovazione urbana
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Realizzare una mostra virtuale non è un processo semplice: le scelte progettuali devono scaturire da un’analisi attenta delle modalità espressive, dell’architettura e dei linguaggi in modo da creare percorsi narrativi accessibili ai diversi gruppi di utenti. Una mostra virtuale consiste in un ipertesto multimediale pubblicato sul web, in cui gli oggetti digitali sono collegati fra loro da nessi evidenti e resi fruibili attraverso le potenzialità offerte dalla tecnologia. Sempre più frequentemente i soggetti culturali ricorrono a questo tipo di forme espositive, che escono dai parametri spazio/temporali reali per collocarsi all’interno di piattaforme web. È il caso della Afropolitan Comics, una mostra virtuale che presenta caratteristiche originali ed inedite, e che fa parte del programma del National Arts Festival che si è svolto online dal 25 giugno al 5 luglio. La mostra, ancora visitabile sul sito, presenta il lavoro dei principali artisti di tutto il continente africano, e ruota intorno a tre temi principali: “Autobiografia”, “Eroi e storia” e “Folklore e il futuro”; e conterrà le opere dei maggiori artisti di fumetto, tra i quali gli artisti sudafricani Loyiso Mkize (che ha disegnato il poster della mostra) e Luke Molver, l’artista nigeriano Tayo Fatunla e l’artista camerunese Rene Dibussi.
Concepita all’interno dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, quest’esperienza multimediale innovativa è stata realizzata dal The French Institute of South Africa (IFAS) in partneriato con Cité internationale de la Bande Dessinée et de l’image. La parte relativa ai fumetti sudafricani è stata curata da Tara Weber, curatrice della Johannesburg Art Gallery e dal fumettista Raymond Whitcher, mentre la parte dedicata ai fumetti degli altri paesi del continente è stata gestita dal consulente scientifico della Cité Jean-Philippe Martin e dalla fumettista e regista Joelle Epèe Mandengue. Il progetto creativo e digitale è stato sviluppato dallo studio Cher Ami.
L’insieme delle percezioni sensoriali ed emotive provocate dalla partecipazione a una mostra “fisica” non potrà mai essere sostituito da un’alternativa sul web, tuttavia l’esperienza virtuale può essere un’opportunità di apprendimento e arricchimento della conoscenza, in particolare se si è fruitori attivi della proposta espositiva. Queste esperienze realizzate con linguaggi informatici stanno assumendo sempre più una rilevanza istituzionale: musei, archivi, biblioteche e istituzioni culturali vi fanno ricorso. Anche Africa e Mediterraneo in collaborazione con Lai-momo ha realizzato una grande collezione di fumetti, disegni e illustrazioni di autori africani che, dopo un lungo e scrupoloso lavoro di catalogazione, è stata digitalizzata e resa disponibile online per appassionati e addetti ai lavori sul sito http://www.africacomics.net/.
Queste esperienze vanno considerate perciò come un’importante attività creativa da sostenere per la crescita futura: le opere digitalizzate possono diventare protagoniste del discorso culturale.
Per maggiori informazioni sulla mostra: http://www.ifas.org.za/
Parole chiave : africa comics, Afropolitan Comics, Fumetti, Fumetto africano, Mostra virtuale
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15 aprile 2020
Il coronavirus e il senso di invulnerabilità
Un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo
“I Senegalesi vivono le loro vite come se niente fosse! Ci prepariamo al peggio!” Questa è la risposta che ho ricevuto ieri quando ho chiesto ai miei familiari a Dakar come andava. Il mio primo riflesso è stato condannare la loro incoscienza. Però, ripercorrendo l’ascesa della malattia in Europa, ci si accorge che questa “incoscienza” ha pervaso tutti i Paesi europei, e soprattutto i giovani, almeno all’inizio del diffondersi della malattia. Ospitando l’Africa il venti per cento della popolazione giovane del mondo, la conclusione era ovvia.
Tutte le nazioni europee, mentre la pandemia faceva già una strage in Lombardia, hanno continuato a vivere come se la cosa riguardasse soltanto l’Italia. L’errore di sottovalutazione è stato commesso da tutti. Ogni Paese si è considerato invulnerabile, per non si sa quale motivo, all’attacco del virus. La personificazione più nota è Boris Johnson. Senso di invulnerabilità e visione degli altri come alterità, dovremmo saperlo, non vanno di pari passo con il senso di responsabilità.

Goorgoorlou, eroe a fumetti della débrouille senegalese, ideato da T.T. Fons
Per tornare al Senegal, dopo la paura dei primi giorni di marzo, dopo la dichiarazione del coprifuoco dalle ore venti all’alba del 23 marzo, ora i Senegalesi hanno ripreso a vivere “come se niente fosse”. In realtà l’affermazione è in parte superficiale. Nel paese, come del resto, in gran parte del continente africano, la maggior parte delle famiglie vive giorno per giorno con un sistema informale conosciuto in Senegal come le système D – da débrouille – in altre parole l’arte di arrangiarsi. La certezza di uno stipendio mensile è un lusso. Per mangiare un pasto oggi o l’indomani, molti devono andare in città per vedere cosa porta la giornata. L’economia di sussistenza non permette di fare risparmi e quindi scorte di cibo. Come non permette di poter mantenere le distanze di sicurezza e di curarsi quando il bisogno si presenta. Quando le funzioni che dovrebbero essere dello stato sociale, quello permanente, organizzato e certo, sono lasciate alle famiglie e, in non pochi casi, alle rimesse degli emigrati, che adesso non possono più provvedere, ci si maschera dietro un senso di “invincibilità”, che in realtà rappresenta l’unica scelta di chi non ha scelta.
Secondo la BBC, le cifre ufficiali in Senegal hanno registrato, in data 12 aprile, 280 casi, il numero di pazienti guariti, 171, è superiore a quello dei contagiati “attivi”, 107. Sono numeri, appunto. L’altra faccia del Coronavirus. Nessuno crede più ai numeri ufficiali. Nessuno sa realmente quando è arrivato il virus (si fanno soltanto ipotesi). Nessuno sa chi è deceduto “con coronavirus” o “a causa” del coronavirus. Il silenzio di questo virus, che può abitare i nostri corpi senza dare assolutamente sintomi, rende la conta dei malati e una possibile previsione di cosa sarà del nostro futuro ancora più difficile. Aspettando di saperne di più, tutti prevedono una pandemia in Africa, tranne gli Africani che, di epidemie e di malattie gravi ne hanno conosciute nel corso degli anni una quantità spaventosa… Si preparano al peggio, augurandosi che non arrivi mai.
Parole chiave : Africa, Coronavirus, Senegal
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09 aprile 2020
Noi e il Coronavirus: quasi una sceneggiatura a fumetti
Traduciamo la lettera che ci ha scritto il 26 marzo scorso Christophe Ngalle Edimo, educatore di comunità e sceneggiatore di fumetto franco-camerunese residente a Parigi.
Sono contento che stiate tutti bene. Bisogna resistere. E fare sempre attenzione.
Anche qui a Parigi è complicato, soprattutto per i compagni dell’associazione “L’Afrique dessinée” che tengono corsi nelle scuole, che sono chiuse da più di tre settimane. Non c’è più nessun introito per i disegnatori che non hanno altri mestieri paralleli, perché basta workshop, basta dediche, basta festival, librerie chiuse, biblioteche chiuse (quindi niente soldi per il diritto di prestito).
Per quanto mi riguarda, sto vivendo l’interruzione totale di tutte le attività educative da due settimane. Abbiamo rimandato i giovani nelle loro case o dai genitori. Parallelamente, anche tutti i centri che seguono i giovani per aiutarli a gestire la tossicodipendenza hanno chiuso. Quindi questi giovani si ritrovano nelle strade, sono in astinenza, quindi pericolosi. Non so se questo problema in Italia è stato gestito meglio.
Comunque io sto bene, e anche gli altri colleghi fumettisti.
In Francia stiamo entrando nella stessa situazione dell’Italia, con un ritardo di due settimane. Il lato ”superiore”, altezzoso, dei Francesi sparisce un po’. Così come il lato “superiore”, un po’ altezzoso, dell’Inghilterra sparirà di qui a due settimane. Poi sarà il turno degli Stati Uniti, malgrado tutto quanto potrà dire Donald Trump.

Le retour au pays d’Alphonse Madiba dit Daudet. Dessin de Al’Mata, scénario de Ch. Edimo. Paris: L’Harmattan, 2010. © Al’Mata, Ch. Edimo, L’Harmattan
Anche in Camerun il Coronavirus fa paura. Dovevo andarci a fine aprile, il viaggio è rimandato.
Ma, come si dice lì, “le Cameroun c’est le Cameroun”.
Esempio: dieci giorni fa, con uno degli ultimi voli commerciali autorizzati, un aereo della Brussel Air Lines, è atterrato a Douala, con a bordo un caso sospetto di Coronavirus. Immediatamente sono stati messi in quarantena tutti i passeggeri dell’aereo. Ma, siccome “le Cameroun c’est le Cameroun”, quelli che avevano denaro e incoscienza sono usciti dall’aeroporto dando soldi ai poliziotti e ai doganieri. Gli altri, rispettosi dei limiti di legge, sono stati messi in quarantena in un hotel requisito dal governo a Douala. Gli addetti dell’hotel hanno avuto paura nel vedere arrivare persone che potevano essere state in contatto con il virus: hanno chiuso i viaggiatori nell’hotel e sono tutti scappati!
Dopo qualche giorno, per non morire di fame, i viaggiatori hanno spaccato la porta d’entrata dell’albergo e sono tutti andati via. Forse portando con sé il virus, non si sa.
Penso che la crisi economica sarà mondiale. E il sistema economico mondiale dovrà essere rivisto totalmente. Se non lo si farà, ci saranno proteste in tutti i Paesi. Credo che questo i nostri uomini e donne della politica lo sappiano. Bisogna sperare che siano abbastanza intelligenti per lasciare il posto a coloro che potranno costruire un mondo più vivibile di quello che abbiamo oggi.
A presto.
Parole chiave : Cameroun, Christophe NGalle Edimo, Coronavirus, Fumetto
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30 marzo 2020
Diaspora, affetti, fake news e Coronavirus
un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo
Già in tempi normali, se mi avessero chiesto di immaginare la mia vita senza i mezzi di comunicazione come Skype, Messenger e Whatsapp, non sarei stata capace di farlo.
Proviamo ad immaginarci adesso il lockdown per il coronavirus senza i social! Quando l’epidemia è iniziata in Italia, la diaspora africana ha ricevuto messaggi e telefonate di persone che non si facevano vive da secoli (africane e non), preoccupate per noi. Ogni mattina e ogni sera arrivano messaggi che chiedono come è andata la giornata, danno consigli su quali cibi è meglio comperare per le scorte e raccomandano di rimanere chiusi in casa. L’immediatezza, l’accessibilità e la rapidità delle comunicazioni sono rese possibili dai social. Sono arrivati sia consigli generici su come lavarsi le mani, con che cosa e quante volte, e sull’uso dei dispositivi individuali di sicurezza.

Ma anche ricette fai da te per evitare la malattia, come bere infusi come zenzero e limone, il tè, inalazioni di acqua calda con foglie dell’albero di nime… e preghiere da fare in comune o individualmente, come mi è successo qualche giorno fa.
Io vivo in Italia, ho una sorella in Germania e il resto della famiglia in Senegal. Ci siamo messi d’accordo su giorno e ora, e abbiamo scelto un rosario per pregare per noi stessi e tutta l’umanità, ci siamo dati il via su Whatsapp e abbiamo iniziato a pregare. A fine rosario, ci siamo dati un segnale, sempre su Whatsapp, e poi abbiamo detto i gnane, le preghiere dirette a Dio.
La velocità di trasmissione delle notizie è sempre sorprendente. Venerdì sera mia sorella mi ha mandato un messaggio Whatsapp chiedendomi “Siete a mille?????”, con l’apposito emoticon inorridito. Ho risposto “Non lo so ancora”. Ed era vero, perché solo allora ho acceso la televisione per assicurarmene. C’era il Papa a pregare in piazza San Pietro, vuota e sotto la pioggia: ho dovuto leggere i sottopancia che scorrevano per poter dare una conferma sui morti delle ultime 24 ore. Mi si è stretto il cuore quando mi ha passato mia nipote di sette anni, che mi ha detto: “Lave toi les mains et ne sors pas, parce que le co-ro-na-vi-rus (pronunciato lentamente ma bene) n’est pas bon.”
Da qualche settimana, con il virus Covid-19 che sta facendo il giro del mondo, il moto dell’onda di inquietudine tra Europa e Africa capovolge continuamente la sua direzione. Le famiglie in Africa sono preoccupate e subito, ecco, che sono le diaspore che, a loro volta, sono attaccate ai loro telefonini, angosciati per i loro famigliari in Africa. Una nevrosi di scambi di messaggi, che evidenziano il livello di reciproca ansia e apprensione.
Purtroppo in rete girano anche tante fake news, che, a loro volta sono smentite da altre news o contro-news. C’è n’è una che gira molto in tutti i Paesi africani in francese, inglese o nelle lingue locali, che mette in guardia gli Africani dall’accettare qualunque tipo di vaccino dall’Occidente.
L’angoscia della nostra impotenza, rivelataci da questo virus, spinge qualcuno a far circolare in rete dei proverbi, nell’intento di far riflettere, come, per esempio: “La morte è un abito che ogni essere umano porterà”. A questo signore mi sono sentita di rispondere con un altro proverbio: “Qualunque sia la durata della notte, il giorno arriva sempre.”
Meno male che l’essere umano è a volte resiliente e anche un po’ incosciente. Quell’incoscienza che porta un granello di leggerezza: circolano video (non solo in Africa) che ringraziano il “confinement”, la quarantena, perché i mariti ritornano a casa in un orario decente e giocano con i figli.
Altri video fanno capire quanto mantenere la distanza di sicurezza sia difficile in un continente dove si vive in molti in case piccole, dove si mangia tutti intorno allo stesso piatto; un video mostra persone che, con cucchiai lunghissimi, si servono da un piatto messo al centro della stanza; un altro video chiede a alcuni genitori, che evidentemente amano inventare nomi originali, di non chiamare le figlie nate quest’anno Coronatou…
Ogni sorriso che ci strappano nasconde in realtà tutta la paura che proviamo in questo momento di totale vulnerabilità.
Parole chiave : Coronavirus, COVID-19, Diaspora africana
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23 marzo 2020
Il Senegal affronta l’epidemia di Coronavirus
un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo
Il Coronavirus non si era ancora diffuso fuori dalla Cina che già si leggevano articoli della stampa europea preoccupata per una possibile espansione della malattia in Africa e per la catastrofe che ne sarebbe seguita. Il ragionamento, che era logico e lineare, era che il Coronavirus avrebbe fatto il suo ingresso nel continente africano tramite la Cina, grazie alla vasta collaborazione economica tra le due parti. Solo che i percorsi del Coronavirus hanno fatto vacillare qualsiasi discorso o pensiero cartesiano. Nessuno mai avrebbe pensato a un impatto cosi devastante in Europa. Nessuno avrebbe mai pensato che i primi casi di Coronavirus in Africa sarebbero arrivati tramite un francese in Senegal e un italiano in Nigeria. Sarebbe stato più logico pensare il contrario.
Il virus alla fine è arrivato in Africa. Ora abbiamo la certezza che non soffre il caldo. Siamo tutti preoccupati dalla strage che potrebbe avere luogo, ma nel frattempo dobbiamo leggere l’emergenza Coronavirus anche da altri punti di vista. Quello dei numerosi medici, infermieri, tecnici sanitari e di laboratorio, che ogni giorno nei paesi africani, Coronavirus o no, combattono con pochi mezzi ottenendo dei risultati che non vengono quasi mai comunicati dai media europei.
Quanto segue riguarderà il Senegal perché è il Paese del quale ho più informazioni. Non darò numeri perché ci sono fonti differenti, è impossibile verificarli e comunque cambiano tutti i giorni. Vorrei, prima di tutto, parlare anche delle eccellenze, perché ci sono sul continente africano, come l’Institut Pasteur di Dakar, diretto dal Dott. Amadou Sall. L’Istituto, che ha dato un contributo enorme durante l’Ebola e altre pandemie ed è stato reso più forte da quelle esperienze, è stato designato dall’Unione Africana come uno dei due punti di riferimento per il Coronavirus in Africa. La seconda eccellenza si trova in Sudafrica – non sono riuscita ad averne totale certezza, ma mi sembra di poterla identificare con il NICD (National Insitute for Communicable Diseases). Entrambe le istituzioni non solo si occupano delle diagnosi e delle cure, ma sono attive anche nella formazione di personale medico. Per il Covid-19, hanno preparato personale sanitario di quindici Paesi africani per dare una formazione sull’esecuzione dei test e sul decorso della malattia.
Un terzo organo eccellente di ricerca è l’Institut de Recherche en Santé de Surveillance Epidémiologique et de Formation (IRESSEF) di Dakar, diretto dal Professor Mboup Souleymane, che, in collaborazione con il Ministero della Salute, sta lavorando per i test di depistage insieme ad altri laboratori di analisi sotto la supervisione dell’Institut Pasteur di Dakar.
Per quanto riguarda in particolare il Senegal, il governo ha preso i provvedimenti che tutti i governi stanno prendendo in questo momento. Ha chiuso l’aeroporto di Diass e le frontiere, anche se con un certo ritardo, tanto che un giovane comico, molto seguito su Youtube, ha scritto una canzone che esortava il presidente Macky Sall a farlo; vedi https://www.youtube.com/watch?v=PzSRCP8dT6Q.
Inoltre il Senegal ha vietato qualsiasi manifestazione e raduno pubblico per un mese e annullato anche la festa dell’Indipendenza del Senegal. Ha poi istituito un numero verde, un numero del Service d’Aide Médicale d’Urgence, il SAMU National, cui accedere per accertamenti a domicilio; e, in aggiunta, ha attivato tre altri numeri, chiamati Cellules d’alertes, in appoggio a quelli già esistenti.
È stato l’Hôpital Fann con il suo reparto di Maladies infectieuses che ha visto arrivare il primo contagiato di Covid-19. Ufficialmente, il 2 marzo.
Avendo avuto il paziente contatti con famiglia e amici nella città di Touba, il governo ha creato un presidio in quella città, chiamando l’esercito per attrezzare un ospedale militare di livello due nella stessa Touba, cosi da non spostare i contagiati su Dakar ed espandere ulteriormente il virus (https://www.youtube.com/watch?v=60TrdX8uMA4).
Sono attive inoltre a Dakar le badjenou gokh, che sono delle consigliere sociali assegnate ai diversi quartieri e hanno il ruolo di collegamenti sanitari di prossimità, ovvero di conoscenza ravvicinata del quartiere. Dopo una breve formazione, sono incaricate della sensibilizzazione degli abitanti – ora danno istruzioni riguardo il Coronavirus.
Per le quarantene sono stati individuati spazi nell’aeroporto Léopold Sédar Senghor di Yoff, adattando velocemente allo scopo il vecchio hangar che era usato dai pellegrini per la Mecca. Il presidio è dotato di personale medico per l’accoglienza e per i test, mentre la polizia è incaricata di impedire ai famigliari di far visita ai loro cari ricoverati.
Le moschee e le chiese cattoliche, anglicane e altre, hanno volontariamente e responsabilmente chiuso tutti i luoghi di culto. Ora i muezzin nell’appello alla preghiera raccomandano di pregare a casa – come del resto hanno già fatto per primi alla Mecca.
Per quanto riguarda la pubblica istruzione e gli istituti scolastici privati, dopo aver chiuso scuole e università, il Ministro dell’Educazione Nazionale ha messo a disposizione di tutti gli studenti una piattaforma denominata Apprendre à la maison, che ha qualche problema di funzionamento e che non copre tutto il programma dell’anno academico, ma è pur sempre qualcosa di molto utile. Questo strumento si aggiunge a quelli già esistenti come Télé-Ecole e Éducation numérique pour tous, dove gli studenti possono trovare lezioni registrate ed esercizi.
Inoltre a queste iniziative, la televisione TFM (Télévision Futur Media) ha messo insieme un programma, opportunamente articolato, chiamato Salle des profs, per gli studenti delle scuole superiori. Le trasmissioni si tengono al mattino, per ventisei minuti, e nel pomeriggio, dalle ore sedici, per cinquanta minuti.
I media stanno dando un contributo fondamentale con piccoli sketch di cinque minuti interpretati da personaggi famosi, fatti in tutte le lingue nazionali, per raggiungere più persone possibile.
Y’EN A MARRE, un gruppo famoso di hip hop, ha scritto la canzone Fagaru che passa a ruota su tutte le televisioni private e pubbliche. La canzone mette in musica le raccomandazioni igieniche del governo (https://www.youtube.com/watch?v=06YbY1MLp4A).
Arrivano anche donazioni al Ministero della Sanità: Sadio Manè, il calciatore del Liverpool, ha donato 30 milioni di franchi CFA; la guida religiosa dei Mouride, Serigne Mountakha Mbacké, ha dato 200 milioni; donazioni arrivano anche dai cantanti Youssou Ndour e Wally Seck, e da un certo numero di industriali.
Stanno inoltre nascendo iniziative private come quella del giovane Alioune Sylla, che ha lanciato il sito www.marchecastor.com, per la spesa on line e la consegna gratuita di verdure, carne e pesce da uno dei mercati più grandi di Dakar, il Marché Castor. I ristoranti, che già prima del Coronavirus oltre al normale lavoro nei loro locali consegnavano pasti a famiglie che lo richiedevano, lavorano ormai soltanto per ordinazione e recapitano il cibo a casa.
Qualcuno ha anche pensato al fitness, per occupare genitori e bambini a casa. Noflaye Sen, una pagina Facebook, ha iniziato a proporre dei brevi video di fitness, suggerendo esercizi da fare a casa per occupare utilmente il tempo.
Sta andando tutto per il meglio? No. I quartieri dove ci sono i contagi, secondo la stampa, sono Mermoz, Guediawaye, Almadies e Grand Yoff. Tutti quartieri ad alta densità di popolazione. Le fake news sono all’ordine del giorno. All’inizio, una veggente, o almeno una persona che questo dice di essere, aveva predetto che il Senegal sarebbe stato protetto da non si capisce bene che cosa, per cui la malattia non avrebbe mai fatto ingresso nel Paese. C’è stato poi l’intervento illuminato di un famoso griot, che addirittura ha negato l’esistenza del virus: è stato immediatamente convocato dalla Brigade de Recherche della Gendarmerie di Faidherbes, dove ha giurato di non aprire mai più bocca sulla faccenda!
Tutti abbiamo visto il panico creato in Europa dalla paura provocata da una malattia che non si conosce. E abbiamo anche visto le persone sottovalutare la gravità dell’emergenza, e andare in giro anche quando non era necessario. Mai come oggi, il Coronavirus ci sta facendo capire quanto siamo simili dovunque. La sottovalutazione, il “non a me” e poi la fuga verso il proprio Paese e gli affetti è stata generale e ha toccato anche il Senegal: una ventina di Senegalesi si sono ritrovati bloccati in Mauritania nel loro frettoloso ritornare a casa; non essendoci più voli per Dakar, hanno creduto giudizioso passare dalla Spagna, dalla Francia e dal Marocco alla Mauritania, dove sono rimasti bloccati dalla chiusura delle frontiere fino a quando il governo non ha provveduto a recuperarli. Sono oggi in quarantena a Saint Louis, nel Nord del Senegal.
Le campagne di sensibilizzazione vanno avanti persino con una dose di humour, come per scacciar via i rischi che stiamo vivendo. Ma non si può e non si deve negare che ci sia una mancanza di mezzi, perché gli Stati africani dovrebbero mettere tutta la popolazione nelle condizioni di adeguarsi alle misure di prevenzione. Inutile dire, per esempio, quanto sarebbe fondamentale che tutti potessero avere normale accesso all’acqua potabile, e sappiamo che così non è. Tuttavia, ognuno fa gli sforzi che può con i mezzi che ha, anche se sa che non bastano. E anche sapendo che la situazione cambia di giorno in giorno.
Nelly Diop
Nelly Diop è nata in Senegal dove ha studiato e ottenuto il “Certificat de Maîtrise” in Civilizzazione e letteratura americana all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Vive dal 1995 in Italia, dove si è diplomata in traduzione alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano. Lavora come interprete e traduttrice.














