09 luglio 2009

Un reading poetico in Mozambico

Lebo mashile

Lebo mashile


Ho visto un reading di poeti “Poetry Africa” al centro culturale franco mozambicano di Maputo e mi ha colpito molto: il pubblico partecipava, era coinvolto (ed erano almeno 150 persone). Applaudivano, facevano gli ululati di festa, rispondevano e dialogavano con i poeti sul palco… Erano poeti di vari paesi africani. Io sono arrivata appena prima dell’esibizione di Lebo Mashile, cantante, poeta e presentatrice della televisione sudafricana. Ricordo la poesia che iniziava ogni paragrafo con “What kind of a woman…?” ed enunciava i dolori, le fatiche e le gioie delle donne. Il pubblico era entusiasta, anche perché Lebo è una star della televisione.

Poi ha preso la parola Paco Sininho, poeta di Maputo, accompagnato da un giovane virtuoso suonatore di marimba, lo strumento nazionale mozambicano. Mi ha spiegato Matteo Angius dell’Istituto Camoes di Maputo, che era seduto a fianco a me, che Sininho lavorava in banca e ha lasciato il lavoro per fare il poeta e performer. La poesia che ha recitato era una lunga critica sociale e politica alla società di Maputo, e a un certo punto mi sono accorta che la gente sapeva dei versi a memoria e li recitava assieme a lui.

Ho chiesto a Matteo: “ma come, conoscono questa poesia a memoria?” “Sì”, mi ha risposto lui, “questa poesia è famosa”. Una poesia contemporanea famosa. Tanto da saperne delle parti a memoria. Impensabile per noi. C’era anche il poeta zimbabwano Chirikurè Chirikurè: mi è venuto in mente il reading contro Robert Mugabe che avevo organizzato con Vittoria Ravagli nel 2007 alla Fiera di Pontecchio. La fondazione Peter Weiss aveva lanciato un reading mondiale per sollevare l’attenzione sulla dittatura dello Zimbabwe e io ho organizzato la lettura italiana alla Fiera degli Sdazzi di Pontecchio.

Organizzammo anche la traduzione delle poesie in italiano, che fu curata da Anna Lombardo, e la Fondazione poté pubblicare una pagina italiana dell’iniziativa. La poesia zimbabwana non c’entrava nulla con questa fiera popolare vecchia di 300 anni, ma la data mondiale era quella e il posto è comunque bellissimo. Ma delle centinaia, forse migliaia, di persone che circolavano in quel momento in fiera se ne sono fermate non più di 20.

Beh, quella sera a Maputo era proprio diverso. Le parole erano ascoltate, ripetute, commentate e ho visto la poesia non solo come atto di resistenza linguistica, ma come partecipazione, divertimento, espressione del contemporaneo riconosciuta dal pubblico.

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27 giugno 2009

Cultura e sviluppo con i tessuti tinti a mano

esposizioneC’è un interessante progetto che è esposto qui al campo, il “Centro de artes Paulo Mabuno”. Si tratta della realizzazione di tessuti (sciarpe, borse, tovagliette e capulane cioè parei), di carte fatte a mano e di ceramiche da parte di giovani orfani o socialmente deboli a causa dell’AIDS. I ragazzi, che vivono in zone rurali, sono formati all’esercizio della professione in modo che abbiano un reddito, autonomia e un reinserimento sociale. I prodotti sono venduti in un negozio all’aeroporto e in alberghi di lusso. Una percentuale delle vendite è destinata a un fondo per la realizzazione di formazione e sensibilizzazione sul tema della salute nella comunità.

I tessuti e i disegni sono bellissimi, sono esposti qui al campus, ma non è facile comprarli. Non costano neanche pochissimo, ma sono fatti a mano, ed è questo il loro valore. Nello stand di fronte ci sono orribili magliette importate dalla Cina Popolare e stampate con scritte tipo Mozambique, e vestiti all’africana cuciti dalle donne ma con stoffe sintetiche sempre cinesi.

Dunque, ho dovuto faticare per convincere il responsabile della vendita a vendermi una capulana che mi piaceva, perché era della nuova collezione e non me la voleva vendere. Alla fine me l’ha venduta, e con prezzo abbastanza alto. Ci sono anche bellissime carte, quaderni e tovagliette tessute a mano.
Il progetto è sostenuto dalla fondazione di Graça Machel, vedova del presidente Samora e attuale moglie di Nelson Mandela.

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27 giugno 2009

Il fascino dell’Italia: tradurre Boccaccio in kikuyu

Langui wa Goro riceve i complimenti per la sua originale ed elegante mise da Alphadi il maggiore stilista africano e fondatore del Festival internazionale della moda africana che si tiene ogni anno in Niger

Langui wa Goro riceve i complimenti per la sua originale ed elegante mise da Alphadi il maggiore stilista africano e fondatore del Festival internazionale della moda africana che si tiene ogni anno in Niger

Qui al Campus ho conosciuto una studiosa kenyana che sta traducendo il Decameron in lingua kikuyu. Si chiama Wangui wa Goro, e ha studiato a Firenze letteratura italiana. Gira le università africane e europee insegnando la sua materia: traduzioni nelle lingue africane.

Dice che tradurre Boccaccio in kikuyu è molto difficile, perché è una lingua senza letteratura. Ma lei ci lavora, da 7 anni, ha tradotto circa 70 novelle e intende tradurle tutte e 100, poi pubblicherà il libro a sue spese. Con Wangui abbiamo parlato in italiano, e mi ha raccontato della sua grande passione per la nostra cultura.

Quando incontro intellettuali o giornalisti africani che parlano italiano, mi fa piacere, ma mi sorprende anche. Qui c’è anche Paul Nchoji Nkwi, professore al Centre for Applied Social Science Research and Training e presidente della associazione panafricana degli antropologi, che ha studiato a Perugia, e Jean Marc Matwaki, giovane giornalista di Radio Okapi in Congo, che ha seguito dei corsi all’ambasciata italiana di Kinshasa.

Si sa che la politica di promozione della lingua italiana all’estero, e in particolare in Africa, è debole. I portoghesi hanno gli Istituti Camoes, gli inglesi i British Council, per non parlare dei Centri Culturali Francesi, che hanno avuto tanti fondi e potere in passato che ancora oggi, nonostante i tagli crudeli di Sarkozy, restano importantissimi poli culturali nelle città africane. Adesso, con l’avanzata in Africa della cooperazione spagnola, che è giovane ma molto rampante e con Zapatero ha fatto un investimento enorme, si comincia a parlare anche questa lingua.
Gli istituti Dante Alighieri, invece, sono una tristezza e praticamente inesistente è l’attività di animazione e cooperazione dei centri culturali italiani in Africa.
Così, quando si parla di cultura africana non lo si fa mai in italiano.

Peccato, perché si sente che la nostra lingua ha un fascino enorme, che è considerata qualcosa di antico, legato all’arte e alla bellezza.
E poi, oltre che di tutto il clero cattolico (che non è poco), è la lingua ufficiale della musica classica. Viene studiata in tutti i conservatori del mondo. Non sarebbe male fare qualcosa di più per promuoverla.
Comunque, tutti ci vogliono bene: Italiani? Mamma mia! Amore mio!
Consoliamoci così, in mancanza di meglio…

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25 giugno 2009

Formazione per l’industria culturale: la Escola de Artes Visuais de Maputo

ceramichemondlane
Oggi è il 25 giugno, festa dell’indipendenza del Mozambico. Ieri sera c’è stato un gran concerto in piazza per festeggiare l’anniversario, e stamattina le cerimonie ufficiali del governo. Qui la retorica della resistenza è ancora molto forte, ed è normale: l’indipendenza è stata raggiunta solo nel 1975.

Al Campus di Maputo è stata allestita una mostra degli allievi della Escola de Artes Visuais dedicata ad Eduardo Mondlane, eroe della resistenza contro il dominio coloniale portoghese, “architetto della unità nazionale e Primo presidente del Fronte di Liberazione del Mozambico”. Sono disegni, acquarelli e ceramiche, ripresi dalle foto storiche che circolano.

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25 giugno 2009

Berlusconi e le città africane

tavolo-relatori-maputo

Stamattina al Campus di Maputo si è parlato di Migrazione e cultura nel contesto euroafricano.
Moderava Benigna Zamba, direttrice del Dipartimento di Storia dell’Università Eduardo Mondlane del Mozambico. Sono intervenuti: Eugene Campbell, dell’Università di Botswana; Simao Souindoula, vicepresidente del Comitato scientifico internazionale del progetto La ruta de los esclavos dell’UNESCO e assessore del Ministero della cultura dell’Angola; e Christian Kravagna, professore di Studi postcoloniali dell’Accademia di Belle Arti di Vienna.

Hanno parlato del contributo delle rimesse dei migranti africani nella lotta contro la povertà. I migranti hanno preso la decisione di partire assieme alla famiglia, dunque c’è un legame fortissimo tra gli Africani in diaspora e i loro parenti. C’è la fuga dei cervelli, che è un fatto negativo. Ma la diaspora trasferisce conoscenze, modi di vita, costumi e stili.
I politici europei hanno reso difficile per gli Africani venire in Europa, molti sono morti nel tentativo di attraversare il mare. Tutti questi sforzi e investimenti per regolare l’immigrazione, accompagnati da accordi con stati africani, non hanno fermato questa migrazione.
E’ importante lavorare sugli stereotipi attraverso l’arte e la cultura. Kravagna ha mostrato immagini da una mostra interessante fatta in Austria su Angelus Solimanus, schiavo nero alla corte dell’imperatore austriaco.
Alla fine c’era lo spazio agli interventi del pubblico e sono intervenuta.
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25 giugno 2009

Il poeta Kama Kamanda al Campus di Maputo

Kama Kamanda

Kama Kamanda

Come vi avevamo anticipato siamo in questi giorni al Campus Euroafricano di Maputo sulla cooperazione culturale. Lunedì sera siamo stati all’inaugurazione di una mostra sulla Cooperazione spagnola alla Fortaleza.
La Fortaleza è un posto bellissimo per le mostre, e soprattutto per il cocktail, che si fa nel giardino quadrato, circondato da mura basse ma possenti, con l’erba curata, le palme e i fiori illuminati discretamente. La musica, il vino, i salatini, la temperatura ideale: le chiacchiere possono scorrere all’infinito, e il primo degli scopi di questo campus, “generare dinamiche di rete tra i partecipanti, durante e dopo l’evento”, sembra raggiunto.

Ho fatto una lunga chiacchierata con Olivier Barlet, ci siamo raccontati reciprocamente le difficoltà e gli aspetti positivi di dirigere riviste sulla cultura africana (lui dirige Africultures). Ma tu paghi gli articoli? E con il sito come va? Conosci il tale? Cosa fa il talaltro adesso? A un certo punto mi ha mostrato un signore alto quasi due metri, dicendomi “Lui è Kama Kamanda”. “Kama Kamanda il poeta? – ho risposto – Noi abbiamo pubblicato un articolo su di lui nel ’96!”

Dopo ho incontrato Kamanda e gli ho detto “Signor Kama Kamanda, sono di Africa e Mediterraneo e…” Non l’avessi mai detto!
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