24 giugno 2021
Gli aspetti sociali del Green Deal europeo
Il Green Deal europeo indica il 2050 come data ultima per raggiungere la neutralità climatica in Europa. Cosa significa? Fermare il cambiamento climatico e conquistare la sostenibilità ambientale e sociale richiedono una vera e propria rivoluzione del nostro stile di vita. Alla base di questa transizione c’è un progetto di sviluppo sostenibile alimentato dall’economia circolare, un modello di crescita che restituisce al pianeta più di quanto prende. Questo si traduce in un insieme di iniziative volte a controllare l’inquinamento, ridurre le emissioni di gas serra e minimizzare la dipendenza dalle risorse non rinnovabili con l’obiettivo di attuare pratiche verdi e rigenerative di produzione e consumo e preservare in questo modo la biodiversità – il nostro capitale naturale.
L’obiettivo finale è passare a un’economia dematerializzata che applica soluzioni innovative e sviluppa relazioni più strette con i consumatori tramite strumenti digitali come i big data, l’intelligenza artificiale e l’Internet delle Cose. L’Action Plan sull’Economia Circolare prevede che il patto verde abbia effetti positivi diffusi sulla qualità della vita, promuovendo inclusione e prosperità sociale “a condizione che i lavoratori acquisiscono le competenze necessarie per la transizione verde”. Ma tutti i cittadini e le cittadine che vivono in Europa sono pronti/e a fare questo passo? Mentre alcuni settori della popolazione si adatteranno facilmente ai cambiamenti che ci aspettano, altri probabilmente resteranno indietro. Si tratta delle frange dei meno preparati e degli emarginati, inclusi i migranti, che hanno già un accesso limitato al mercato del lavoro. L’economia sociale promossa dal Green Deal rifletterà la capacità dell’unione e delle autorità locali di attuare policy di supporto, solidarietà e cura di queste soggettività vulnerabili. Su questo lavoreranno docenti e partecipanti alla International School on Migration di settembre, sviluppando una lettura critica delle policy proposte per proporre soluzioni a sostegno di una crescita realmente inclusiva per tutti. https://www.migrationschool.eu/
La transizione deve infatti essere accompagnata da politiche solide di sostegno sociale. Le azioni da attuare dovranno combattere la disuguaglianza e la polarizzazione, sia in termini di possibilità che di condizioni delle persone, rese ancora più urgenti dal passaggio al digitale reso necessario dalla pandemia. Consentire a tutti/e di acquisire le competenze e abilità per partecipare all’economia non lineare è uno dei punti fermi del percorso verso un futuro sostenibile. Per raggiungere questo obiettivo, l’Europa intende adottare un nuovo Patto per le Competenze e una “Skills Agenda”. Per saperne di più su questa strategia di economia sociale visita questo link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/economy-works-people_en
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The social side of the European Green Deal
The European Union set 2050 as the deadline to become the first climate-neutral continent. What does it mean, in practice? Halting climate change will require a revolution of our way of life and a vision of sustainability that has environmental and social goals. The building blocks of the European Green Deal are sustainable development and a circular economy model that gives back to the planet more than it takes. This translates into a set of actions targeted at controlling pollution, reducing gas emissions, and minimising dependency on non-renewable materials, in order to implement cleaner and regenerative practices of production and consumption that preserve Europe’s biodiversity – its natural capital.
The final objective is moving towards a dematerialised economy of new relationships with consumers and innovative solutions powered by digital technologies like big data, artificial intelligence, and the Internet of Things. The Circular Economy Action Plan envisions that the Green Deal will have positive widespread effects on quality of life, fostering inclusion and prosperity, “provided that workers acquire the skills required.” Indeed, are Europeans fit for this? Whereas sectors of the population will easily adapt to the changes ahead, others will most likely be left behind. These are the culturally-disempowered, the migrants, the uneducated that already have limited to no access to the labour market due to low qualifications. The social economy that will grow out of the Green Deal will reflect whether Europe will be able to implement policies of care and support of its vulnerable subjects. The speakers and participants of the forthcoming International School on Migration will look critically at Europe’s green policies, elaborating solutions in support of a truly inclusive growth for all. https://www.migrationschool.eu/
The transition must be accompanied by solid social policies. Actions will have to be aimed at combating inequalities and polarization of people’s possibilities and conditions, which have become even more urgent in the light of the switch to digital accelerated by the pandemic. Developing skills and abilities to bring everyone up to date with the functioning of the non-linear economy is a mandate of the path to a sustainable future. To meet these goals the Union will implement an updated Skills Agenda, a new Pact for Skills, and the Action Plan for Social Economy. Read more about Europe’s plan for the social economy at this link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/economy-works-people_en
Parole chiave : circular economy, economia circolare, Green Deal, International School on Migration 2021, justtransition, reskilling, socialsustainability, sustainable development, sviluppo sostenibile
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17 giugno 2021
Richard Mosse, fotografo dell’invisibile
Di Sandra Federici
Sono ricominciati gli eventi al MAST, museo privato diventato ormai fondamentale per la vita culturale della città di Bologna.
L’occasione è la mostra Displaced di Richard Mosse, autore irlandese già presente nella collezione del museo con alcune foto, intorno alle quali la Fondazione MAST ha costruito, con una grande intuizione, la prima mostra antologica mai dedicata a questo autore, affidandola alla curatela di Urs Stahel.
Fotografo quarantenne formatosi con studi in Letteratura inglese e Cultural studies, ha iniziato la sua attività di fotografo in Palestina, Iraq e al confine tra Messico e USA (e anche questi Early works sono presentati in mostra). La sua notorietà è cresciuta notevolmente con il lavoro svolto fra il 2010 e il 2015 durante le guerre nella Repubblica Democratica del Congo, da cui deriva la serie Infra, già presentata alla Biennale di Venezia del 2013 e di cui come Africa e Mediterraneo abbiamo parlato (n.78, anno 2013), tanto che il giovane fotografo ci regalò una iconica foto per la copertina.
Anche la videoinstallazione The Enclave racconta queste zone del Congo, mostrando su diversi schermi non sincronizzati persone in festa, bambini curiosi e giovani armati fino ai denti filmati durante un momento di festa comunitaria.
Fin dal principio della sua ricerca, l’artista ha lavorato sul tema della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare e intendere la realtà. I luoghi devastati dalla guerra sono fotografati e filmati con l’utilizzo di tecnologie di derivazione militare, che stravolgono la rappresentazione fotografica, creando immagini che colpiscono per la loro estetica, ma al contempo suscitano una riflessione. Con l’utilizzo della pellicola Kodak Aerochrome, che registra la clorofilla presente nella vegetazione, si crea una colorazione rosa-fucsia con effetto surreale e che ha reso da subito estremamente riconoscibile il lavoro di Mosse.
L’esposizione, visitabile gratuitamente su prenotazione fino al 19 settembre 2021, è arricchita da alcune conferenze sui temi trattati: “migrazione, conflitto e cambiamento climatico”. Stefano Allovio, docente di Antropologia culturale all’Università Statale di Milano, nel suo talk del 27 maggio, con il quale il MAST ha ricominciato gli eventi in presenza, ha ripercorso la storia del Congo-Zaire. Si è soffermato in particolare sulla disgregazione socio-politico-amministrativa degli anni Novanta, in cui si possono individuare le principali cause dei conflitti su cui ha lavorato Mosse, ora divenuti endemici. Attraverso il racconto di alcune esperienze vissute personalmente durante i suoi “terreni di ricerca” in questi difficili luoghi, ha completato il discorso sottolineando la capacità di resilienza della popolazione congolese, la creatività sociale ed economica da lui sempre osservata nella sua ricerca.
Nella mostra, il cui allestimento è stato seguito dall’autore, le fotografie di grande formato e i video generano un percorso unico in termini di impatto visivo e sonoro, capace di rovesciare il modo in cui rappresentiamo e percepiamo la realtà. In particolare, i 16 video dell’installazione Moria (Grid), girati con termografia ad infrarosso, rivelano i particolari della vita nel tristemente famoso campo profughi sull’isola greca di Lesbo.
Notevole anche la videoinstallazione Incoming, realizzata con l’uso della termocamera, che dà un segno scuro tanto più l’oggetto filmato emette calore. Anche quest’opera è incentrata sulla questione migratoria, presentandoci da una parte le meticolose operazioni di partenza di un aereo caccia militare in Siria, in cui la perfetta organizzazione, la tecnologia e la collaborazione tra gli uomini sono messi in campo per fare partire uno strumento di morte, e dall’altra le “consuete” immagini degli sbarchi di migranti. Queste scene viste decine di volte, rappresentate con questo accostamento e con questa tecnica diventano sorprendentemente inedite ed emozionanti, quasi ipnotiche.
Si vede qui un’immagine che a mio parere è il cuore della mostra. Scorrono le immagini lente delle varie operazioni di sbarco e accoglienza di naufraghi. Una persona è sdraiata, immobile, evidentemente stremata. Un’altra persona, forse un soccorritore, le friziona la schiena coperta da un lenzuolo, per scaldarla: la telecamera registra il calore della mano, scuro, sul lenzuolo bianco. Ecco, Mosse filma e ci presenta l’invisibile, quello che non potremmo vedere a occhio nudo o con strumenti normali: l’universale e il concreto del calore di una mano che sta dando aiuto.
Parole chiave : Fondazione MAST, fotografia, Richard Mosse
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Dopo una pausa di due anni torna l’International School on Migration, il progetto di Africa e Mediterraneo e coop. Lai-momo che dal 2016 crea conoscenza e consapevolezza sui temi della migrazione e dell’interdipendenza globale. L’edizione del 2021, inserita nell’ambito del progetto europeo Snapshots from the Borders, è dedicata all’impatto sociale della transizione ecologica e formerà i partecipanti a pensare e praticare la sostenibilità in chiave inclusiva e democratica.
L’anno scorso l’Unione Europea con il Green Deal ha formalizzato l’impegno per il passaggio a un sistema di crescita a impatto ambientale zero che assicuri un livello orizzontale e diffuso di prosperità sociale. La sfida dell’Agenda 2030 sarà estendere l’obiettivo del benessere collettivo alle soggettività fragili e culturalmente prive di potere, in particolare quelle che giungono in Europa sull’onda di migrazioni accelerate dal cambiamento climatico. Fornire lavoro dignitoso sarà fondamentale per garantire l’assorbimento di questi flussi e creare la società giusta e tollerante che immaginiamo oggi.
La prossima edizione della School approfondirà le opzioni di sviluppo sostenibile e giustizia sociale inerenti all’inclusione in Europa e ai rapporti Europa-Africa nati intorno alla sfida ambientale attuale, avvalendosi della partecipazione di esperti, accademici e attivisti ambientali. Le quattro sessioni proporranno altrettanti percorsi analitici multidisciplinari sulle basi giuridiche internazionali della transizione ecologica, gli strumenti di uguaglianza e inclusione del nuovo mercato del lavoro e il ruolo di autorità locali e settore produttivo nella transizione ecologica – in particolare a lampedusa si incontreranno alcuni stakeholder della moda. I partecipanti prenderanno parte a dei project work indirizzati ad approfondire il tema della valutazione di impatto delle buone pratiche di sostenibilità sociale e ambientale.
L’evento prenderà il via il 10 settembre e si svilupperà in 4 moduli, di cui tre saranno on-line. L’ultimo si svolgerà invece in presenza e online sull’isola di Lampedusa il 3, 4 e 5 ottobre, in concomitanza con l’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013.
Le iscrizioni sono già aperte. La registrazione early bird, che permette di partecipare alla International School al costo ridotto di 150 €, è valida fino al 31 luglio.
https://www.migrationschool.eu/registration/
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Registrations are now open for the International School on Migration 2021, on social inclusion and the ecological transition
The International School on Migration, the project by Africa e Mediterraneo and cooperative Lai-momo, is back after a two-year hiatus. Since 2016, the School has been raising awareness and creating knowledge on migration and global interdependency. The 2021 edition will focus on the social impact of the ecological transition, training participants on practicing sustainability in inclusive and democratic ways.
Last year the European Union announced the Green Deal, formalising its commitment to moving toward a zero-impact growth model that will ensure widespread and horizontal levels of social prosperity. The challenge of Agenda 2030 is to extend the goal of collective well-being to vulnerable and culturally-powerless subjectivities, especially climate migrants. Providing dignified employment will be crucial to ensuring that these flows are absorbed and creating the tolerant and just society that we imagine today.
The School’s upcoming edition will delve, with the help of experts, scholars, and climate activists, into the options of sustainable development and social justice inherent in the European inclusion and the Europe-Africa relationships connected with the contemporary environmental challenge. The four sessions will offer multidisciplinary analyses on the international legal bases of the ecological transition, the tools of equality and inclusion of the new job market, and the role of local authorities and the private sector in the ecological transition. In particular, some fashion stakeholders will take part in the Lampedusa session scheduled for October. The participants will also join project works aimed at exploring the theme of impact assessment of good practices of social and environmental sustainability.
The School will start on 10 September and will be divided into four sessions. The first three will take place online, the fourth will be held in person on the island of Lampedusa on 3, 4, and 5 October, in conjunction with the anniversary of the shipwreck of 3 October, 2013.
The early-bird registration is open until 31 July to get a discounted fee of 150€.
Parole chiave : Green Deal, Migration School, Summer school, sviluppo sostenibile
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25 maggio 2021
Kubuni, l’Africa a fumetti a Angoulême
Dopo le grandi mostre panafricane À l’ombre du Baobab (Angoulême 2001), Matite Africane (Bologna, Accademia di Belle arti 2002), Bulles d’Afriques (Bruxelles, Centre Belge de la Bande dessinée 2003) e Africacomics (New York, The Studio Museum in Harlem 2006), che hanno necessariamente “costruito” un canone del fumetto africano che allora era ancora molto poco conosciuto, si sentiva evidentemente il bisogno di inserire questa forma espressiva nella stagione Africa 2020 del Governo francese ancora attraverso una mostra “panafricanista”. Kubuni, organizzata con la collaborazione del BililiBD Festival di Brazzaville (Congo), coinvolge oltre 50 artiste e artisti chiamati a rappresentare il fumetto storico e contemporaneo dell’Africa subsahariana ed è in corso fino al 26 settembre 2021 alla Cité Internationale de la Bande Dessiné et de l’Image di Angoulême.
Kubuni significa “creazione immaginaria” in swahili. La mostra ha l’ambizione di offrire un riassunto della storia del fumetto nell’Africa nera dalle origini, partendo da precursori dell’inizio del XX secolo, passando all’influenza della colonizzazione, fino all’attuale creazione di fumetti sempre più diversi e stilisticamente sfaccettati.
“Entrando nel 21° secolo, il fumetto africano si sta diversificando e stanno emergendo molti generi e talenti, in Congo, Costa d’Avorio, Camerun e Benin. C’è un interesse crescente, sia da parte del mondo del fumetto in Occidente, ma anche dei lettori che sono sempre più interessati a queste produzioni che purtroppo non sono ancora sufficientemente diffuse”, dice Jean-Philippe Martin, uno dei curatori della mostra, già curatore dell’esposizione Afropolitan Comics.
Le opere esposte provengono da quasi cinquanta Paesi dell’Africa subsahariana, con una forte prevalenza del Camerun e molte assenze eccellenti (Masioni, Pahé, TT Fons), un po’ inspiegabili vista l’ambizione curatoriale dichiarata nella comunicazione. Sono state concepite e realizzate da più di cinquanta autori e autrici residenti o della diaspora e distribuite in Occidente e nel continente africano, attraverso album, giornali e applicazioni per smartphone.
Attraverso una molteplicità di realizzazioni che riflettono diversi volti dell’Africa, la mostra vuole mostrare una visione plurale del continente, come evidenziato dalla “s” apposta su “Afrique.s”, dove le influenze della “Linea chiara”, dei fumetti supereroistici e dei manga, con le quali il fumetto è entrato nel continente, danno luogo a creazioni totalmente originali, come l’Afrofuturismo, un’estetica che mescola la fantascienza e la rivendicazione del patrimonio nero.
Ritroviamo alcuni dei collaboratori al progetto europeo RIME (a cui partecipa coop. Lai-momo), lo sceneggiatore Christophe Ngalle Edimo e i fumettisti Hamed Prislay Koutawa (KHP), Adjim Danngar, Al’Mata Mamengi, Roger N’Guessan Koffi
Artisti in mostra:
Marguerite Abouet (Côte d’Ivoire), Barly Baruti (République Démocratique du Congo), Serge Diantantu (République Démocratique du Congo), Reine Dibussi (Cameroun), Tayo Fatunla (Nigeria), Christophe Ngalle Edimo (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Didier Kassaï (Centrafrique), Adjim Danngar (Tchad), Koffi R. N’Guessan (Côte d’Ivoire), Liyoso Mkize (Afrique du Sud), Bill Masuku (Zimbabwe), Karamba Dramé (Sénégal), Zineb Benjelloun (Maroc), Sultan Ibrahim Njoya (Cameroun), Bernard Dufossé (France), Tche Gourgel (Angola), Constantin Adja (Bénin),Damien Hertor Sonon (Bénin), Chemola (Cameroun), Gaspard Njock (Cameroun), Joelle Esso (Cameroun / Bénin), Simon Pierre Mbumbo (Cameroun / France), Massengo Rhys (Congo Brazzaville), KHP – Koutawa Hamed Prislay (Congo / Brazzaville), Jussie Nsana (Congo Brazzaville), Valery Badik’art (Congo Brazzaville), Ramon Essono (Guinée équatoriale) POV-William Rasoanaivo (Madagascar), Idah Razafindrakoto (Madagascar), Dwa (Madagascar), MADA – DIDIER Randriamanantena (Madagascar), Massire Tounkara (Mali), Alix Fuilu (République Démocratique du Congo), Yann Kumbozi (République démocratique du Congo), Jérémie Nsingi (République Démocratique du Congo), AL’MATA- Alain Mata Mamengi (République Démocratique du Congo / France), Mawuto Assem Paulin (Togo), Adrien K (Togo), Daniel et James Clarke (Afrique du Sud), Hugues Bertrand Biboum (Cameroun), Elyon’s (Cameroun), Olivier Madiba (Cameroun), Otili Bengol (Cameroun), Pam Chan (Cameroun), Cédric Minlo (Cameroun), Maître Show (Cameroun), Nathanael Ejob (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Christian N’zellat (Congo Brazzaville), Kiyindou Yamakasi (Congo Brazzaville / Nigéria), Eyram (Ghana), Comfort Arthur (Ghana), Salim Busur (Kenya), Issaka Galadima (Niger / France), Jide Martins (Nigeria), Ziki Nelson (Nigéria / UK), Juni BA (Sénégal), Tinodiwa Zambe Makoni (Zimbabwe)
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Africa e Mediterraneo lancia la call for papers per il secondo dossier dell’anno, il n. 95/2021, che sarà curato da Paul-Henri S. Assako Assako, Ivan Bargna, Giovanna Parodi da Passano, Gabi Scardi e partirà dalla constatazione che gli artisti e le artiste che lavorano sulle trasformazioni materiali e simboliche del corpo che passano dalle pratiche dell’abbigliamento possono offrire uno sguardo significativo sulle mutazioni in atto in Africa e nella Diaspora. L’abbigliamento, attraverso il gioco delle composizioni e delle scomposizioni, degli accostamenti e dei contrasti, delle novità e dei ritorni, consente di prefigurare e sperimentare nuovi e diversi stili di vita in un contesto di crescente mobilità e precarietà. Gli artisti e le artiste possono quindi essere visti/e come dei “mediatori culturali” che condensano nelle loro opere, in modo immaginativo e critico, modi di vita e sensibilità culturali più diffuse. L’abito è spesso proiezione del desiderio, sperimentazione di sé possibili e impossibili, parte di una sceneggiatura di vita: travestimenti e mascheramenti che seguono la temporalità effimera della moda o che cercano di immaginarsi un futuro, tagliando con il passato o riprendendolo sotto altre vesti.

Defustel Ndjoko, photo: Africa e Mediterraneo
Le pratiche dell’abbigliamento nell’arte contemporanea, nelle mode e nelle estetiche del quotidiano sono spazi in cui si acquisisce visibilità, si negozia e ci si impone, rimodellando le forme del proprio corpo e del proprio campo d’azione. Rivendicato o subito, l’abbigliamento è luogo e strumento di orgoglio identitario, di discriminazione ed esclusione sociale, di scambi, appropriazioni e attraversamenti di confini.
Gli artisti contemporanei sono attivamente impegnati su questo terreno sperimentando nuovi modi di “performare” corpi individuali e collettivi e modelli di relazione alternativi.
A partire da queste premesse invitiamo artisti/e, fotografi/e, designer, stilisti/e, creatori/rici di moda, attivisti/e e studiosi/e a partecipare con testi e contributi visuali che raccontino le proprie esperienze, attività professionali e ricerche.
Tra i temi di riflessione che suggeriamo:
- Estetiche quotidiane dell’abbigliamento in Africa e nella diaspora.
- Abbigliamento come luogo e strumento di trasformazione del corpo, come luogo della memoria, del desiderio, della sperimentazione e invenzione di sé.
- Abbigliamento come luogo di costruzione e decostruzione di identità individuali, culturali, “razziali” e di genere.
- Africa contemporanea e guardaroba coloniale: artisti/e, stilisti/e e che scavano e attingono a storie famigliari, comunitarie e nazionali le cui immagini raccontano di pratiche del corpo e dell’abbigliamento che sono il segno della subordinazione, dell’assimilazione, ma anche del dissenso e dell’emancipazione delle generazioni precedenti.
- Abbigliamento come presa di posizione politica.
- Abbigliamento come violenza subita e come pratica di resistenza.
- I modi attraverso i quali il movimento Black Lives Matter ha riportato i corpi razzializzati sulla scena pubblica agendo anche sulle pratiche di abbigliamento.
- Reinvenzione della tradizione nel rimodellamento delle eredità culturali locali e dentro i flussi della globalizzazione, fra nostalgia, usi ironici e disincantati del passato e proiezioni nel futuro.
- Arte e moda come campo di incontri e scontri, scambi e appropriazioni.
I/le curatori/rici
Paul-Henri Souvenir Assako Assako – Ph.D, docente senior, capo della sezione di storia dell’arte e belle arti presso l’Università di Yaoundé I in Camerun e direttore della Libre Academie des Beaux-arts (LABA) di Douala, lavora con esperti di Monaco dal 2010 per esplorare le possibilità di attività culturali e cooperazione artistica, grazie al sostegno del Goethe-Institut di Yaoundé, dal Ministero degli Esteri italiano e dall’olandese Mondriaan Stichting. La sua ricerca accademica è focalizzata sulla trasformazione dell’arte visiva nel XX secolo in Africa. Le sue ricerche prendono la forma di scrittura, curatela di esposizioni e incontri organizzati con diversi partner tra cui l’ONG italiana COE, the Goethe-Institut, Doual’art, Enough Room for Space.
Ivan Bargna – È professore ordinario all’università di Milano-Bicocca dove insegna Antropologia estetica e Antropologia de media. È presidente del corso di laurea in Scienze antropologiche ed Etnologiche, direttore del corso di perfezionamento in Antropologia museale e dell’arte e docente di Antropologia culturale all’università Bocconi. Dal 2001 conduce le sue ricerche etnografiche in Camerun dove si occupa di pratiche artistiche e cultura visuale. Collabora con artisti e curatori d’arte contemporanea nella realizzazione di progetti interdisciplinari basati sulla pratica etnografica. È membro del comitato scientifico del Museo delle Culture di Milano e curatore di mostre.
Giovanna Parodi da Passano – È docente di Antropologia africanista nel corso di laurea magistrale in “Scienze Storiche” del DAFIST, Università di Genova. Africanista di formazione, ha condotto le sue ricerche etnografiche prevalentemente in Africa occidentale, nelle aree culturali akan e yoruba. La sua attuale ricerca si concentra sulle pratiche creative dell’abbigliamento e sugli artisti contemporanei in Africa e nelle diaspore africane che utilizzano i tessuti e la costruzione e decostruzione del corpo vestito. Su questi temi ha curato mostre, partecipato a convegni internazionali e pubblicato studi, tra cui African Power Dressing (2015, a cura di).
Gabi Scardi – È storica dell’arte, curatrice di arte contemporanea e docente.
La sua ricerca si focalizza sulle ultime tendenze artistiche e sulle relazioni tra arte e ambiti limitrofi legati all’abitare e al coabitare, alle dinamiche urbane e interculturali. Si interessa di politiche culturali. Ha curato, tra l’altro, numerosi progetti pubblici. Ha lavorato con musei e istituzioni in Italia e all’estero. Tra le mostre sulla relazione tra arte e abito: miAbito (Francesco Bertelé, Francesca Marconi, Margherita Morgantin, Wurmkos), Milano 2018-19; Emilio Fantin, Ultrapelle, Farmacia Wurmkos, Milano 2018; Fashion as Social Energy, Palazzo Morando, Milano 2015; Aware: Art Fashion Identity, GSK Contemporary, Royal Academy, Londra 2010.
Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **15 luglio 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dai/le curatori/rici. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **15 ottobre 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer review anonima. Gli articoli e le proposte potranno essere nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese, ma avranno la priorità quelli in inglese e francese.
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:
Parole chiave : Abbigliamento, Arte contemporanea, Call for papers, Rivista Africa e Mediterraneo
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Ius Migrandi è un “poderoso volume”, come definito dalle stesse curatrici del testo, che raccoglie 38 saggi redatti da una cinquantina di autori, esperti di diritto dell’immigrazione: avvocati, magistrati ed accademici. Voci autorevoli che, con angolature differenti, analizzano da un punto di vista giuridico e sociologico il fenomeno migratorio in un’analisi diacronica, volgendo lo sguardo al passato e ripercorrendo l’evoluzione delle politiche e della legislazione in materia di immigrazione in Italia, quindi alzando lo sguardo al futuro, con proposte concrete, studiate e nel pieno rispetto dei diritti delle persone straniere.
Così ASGI e Magistratura democratica celebrano i 20 anni di vita di Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, una rivista dichiaratamente “dalla parte dei diritti”, mettendo liberamente a disposizione attraverso la piattaforma FrancoAngeli Open Access, materiale di grande valore e interesse scientifico, non solo per gli addetti ai lavori, per cui non mancano spunti di approfondimento, ma anche per chi si avvicinasse per la prima volta alla materia, compendiando in un unico manuale un’accurata panoramica del complesso e sfaccettato mondo dello Ius Migrandi, un diritto incompiuto, permeato di politica.
La prima parte del volume, suddiviso in cinque sezioni, si concentra sulle politiche e sugli interventi normativi intervenuti in materia di immigrazione sviluppatisi in Europa e specificamente in Italia dalla fine degli anni ’80, quando si realizzano i primi interventi legislativi significativi in materia, ad oggi. L’excursus consente di evidenziare come il ricorso alla decretazione d’urgenza, motivata da un approccio emergenzialista e destrutturato al fenomeno migratorio, si confermi fino ai giorni nostri, a dimostrazione di un sostanziale fallimento di un razionale ed efficiente governo dello stesso.
La seconda parte del volume prosegue l’approfondimento in materia di ingresso e soggiorno sul territorio italiano, rimarcando da un lato l’irrazionalità del sistema di ingresso per motivi di lavoro sul territorio, dall’altro l’approccio utilitaristico della legislazione in materia, funzionale alle esigenze del mercato del lavoro, che considera il cittadino straniero in quanto forza lavoro, vincolando la permanenza regolare sul territorio al soddisfacimento di stringenti requisiti reddituali, fatte salve specifiche posizioni giuridiche maggiormente tutelate e di lunga permanenza. L’analisi prosegue approfondendo il diritto all’unità familiare e alla vita privata e familiare ai sensi dell’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), fornendo spunti in riferimento alla sua applicazione nell’ordinamento italiano. L’attenzione viene quindi rivolta alle politiche di integrazione dei cittadini stranieri e ai diritti di cittadinanza, per molti dei quali la lotta per il riconoscimento è ancora in corso. Vivo è il dibattito sui banchi della politica in materia di cittadinanza, per cui il volume analizza una terza via rispetto alla dicotomia ius sanguinis/ius soli, nella direzione del c.d. ius culturae.
La terza parte del volume è dedicata alle frontiere del diritto e analizza sotto diverse lenti alcuni fenomeni strettamente legati alle persone migranti: lo sfruttamento lavorativo e la tratta delle persone. Gli strumenti di tutela previsti dal sistema, purtroppo non sempre sufficienti ed efficaci, possono tuttavia rappresentare una forma di emancipazione da situazioni di assoggettamento e di tutela dei diritti. Viene approfondita l’evoluzione del sistema anti-tratta italiano, che compie vent’anni, e le sue interconnessioni con il sistema di protezione internazionale, cui è dedicato uno specifico approfondimento nella quarta parte del volume.
Chiudono il volume le riflessioni di Bruno Nascimbene e Livio Pepino, protagonisti delle due associazioni che hanno promosso Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, che, volgendo uno sguardo al futuro, auspicano che la rivista possa continuare a offrire un’informazione qualificata del fenomeno migratorio agli operatori del diritto e ai cultori della materia e che possa altresì ispirare scelte politiche e normative più mature e consapevoli nei prossimi anni.
Sicuramente, quanto al primo obiettivo, può dirsi che quest’opera abbia fornito un contributo prezioso.
Eleonora Ghizzi Gola
Coordinatrice Area Legale
Lai-momo soc. coop. soc.
Parole chiave : ASGI, cittadinanza, Diritto, Immigrazione, Ius Migrandi
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Secondo le stime delle Nazioni Unite, da qui al 2050 il mondo consumerà risorse pari a tre pianeti, a fronte di una crescita della popolazione che, nello stesso periodo, raggiungerà i 9,6 miliardi di persone. Ci troviamo di fronte a un aumento della domanda di materie prime necessarie allo sviluppo economico e al tempo stesso a una scarsità delle risorse, che mette in crisi un modello economico a crescita illimitata.
Già nella Conferenza di Rio de Janeiro nel 1992 si era espresso un consenso sulla necessaria cooperazione nella lotta al degrado ambientale, con responsabilità comuni ma differenziate: le nazioni più sviluppate hanno riconosciuto la loro responsabilità verso uno sviluppo sostenibile, sulla base della loro maggiore impronta sul pianeta e delle risorse tecnologiche e finanziarie che possiedono. Negli ultimi anni il tema è affermato in maniera sempre più urgente, in particolare con i 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile, adottati dalle NU nel 2015 all’interno dell’Agenda 2030.
Nei Paesi africani gli attivisti e le organizzazioni della società civile da tempo sollevano il tema (l’esempio di Ken Saro-Wiwa resta paradigmatico, così come quello di Wangari Maathai), e non mancano iniziative a livello continentale, come la creazione nel 2008 della piattaforma Pan African Climate Justice Alliance, che riunisce più di 1000 organizzazioni e comunità.
Nella consapevolezza dei fattori che contribuiscono al degrado ambientale, a partire dal predominio del modello di sviluppo “energivoro”, l’Africa si trova tuttavia a dover gestire varie dimensioni: l’essere ormai attore globale che dialoga, commercia e si allea con tanti partner secondo i propri interessi (EU, USA, Cina, India, Turchia, mondo arabo, ecc.); il voler crescere e creare condizioni per il mercato interno (è stata da poco creata l’African Continental Free Trade Area-AfCFTA) e per gli investimenti esteri, valorizzando al meglio le sue risorse (naturali e umane); il dover accrescere drammaticamente le infrastrutture materiali (strade, ferrovie, porti, aereoporti, energetiche) e immateriali e l’utilizzo sostenibile delle fonti energetiche.
Un tema cruciale è quello dei rifiuti smaltiti in Africa, nonostante sia in vigore dal 1998 la Convenzione di Bamako che proibisce ai Paesi africani di importare rifiuti pericolosi, compresi quelli radioattivi. Oltre che sulla circolazione globale di questi materiali, da reinserire in catene di valore, è necessario concentrarsi sulla condizione dei raccoglitori di rifiuti che vivono in condizioni di grave marginalità, impiegati in lavori pericolosi e sottopagati e, ancora a monte, sul problema della crescita dei consumi. Tutto questo crea opportunità e contraddizioni che dovranno sfociare in una via alla crescita sostenibile concepita e voluta dagli Africani.
Dal punto di vista delle istituzioni, un rilancio green arriva in Africa dalla visione dell’Agenda 2063, the Africa we want, un piano strategico comune per la trasformazione socioeconomica del continente lanciato nel 2013 dall’Unione africana. Parallelamente, la strategia per l’Africa del Global Compact delle NU richiama il ruolo del settore privato e dell’impresa responsabile, al fine di “creare mercati più integrati, società più resilienti e raggiungere uno sviluppo duraturo e sostenibile”, mentre l’Unione europea ha varato nel 2020 il Green New Deal, che prevede anche una strategia di partenariato con l’Africa basata su un nuovo mix di aiuti e di investimenti privati per creare insieme con alleanze e crescita sostenibile. La devastazione economica e sociale portata dalla pandemia Covid-19 nel continente sembra stimolare un’accelerazione dell’azione dei vari stakeholder: nel 7° Africa Regional Forum on Sustainable Development tenutosi dall’1 al 4 marzo 2021, l’idea che ha permeato gli interventi è che la ricostruzione post-Covid-19 dovrà seguire traiettorie green e tendenti alla minima emissione di carbonio.
Una risposta a queste sfide è individuata nella transizione verso l’economia circolare, che può aprire nuovi scenari, tra cui la sicurezza energetica, la minore dipendenza dagli altri Paesi, la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Le sue declinazioni sono molteplici: ad esempio, il settore della moda produce interessanti progetti applicando questi principi, mentre quello della produzione agricola e del food sta sperimentando da tempo nuove soluzioni tecniche. Dal punto di vista espressivo, se il riciclo è da molto tempo interpretato tecnicamente e tematicamente dagli/lle artisti/e africani/e, il mondo della comunicazione è sempre più impegnato in questa direzione. Anche il mondo accademico africano si interroga sulla persistenza degli approcci scientifici occidentali nelle università del continente, mentre invece inserire le conoscenze indigene nei curriculum di studio porterebbe risultati applicativi più adatti. Inoltre, molte culture africane sono tradizionalmente sostenibili e le pratiche del recupero stanno ritornando molto tra i giovani. In questo senso anche il recycling/upcycling assume un valore diverso, improntato non solo all’innovazione, ma anche all’imprenditoria sociale e culturale.
A partire da queste premesse, il nuovo dossier di Africa e Mediterraneo vuole approfondire il concetto di economia circolare in Africa, indagandone le diverse sfaccettature, con il suo consueto approccio multidisciplinare. Tra le questioni su cui questo dossier intende concentrarsi:
- Quali sono le connessioni tra politiche e pratiche di economia circolare in una prospettiva africana? Come si intrecciano le politiche di lungo termine con le micro-pratiche di riciclo dei rifiuti urbani, industriali, agricoli? Quale può essere il ruolo della società civile e della ricerca scientifica nel favorire un cambiamento di paradigma su larga scala? Quale il ruolo del settore privato?
- Come cambia la categoria del consumo e come cambia lo statuto di un oggetto nelle traiettorie che esso compie, da scarto a oggetto di valore? Si sta formando una nuova estetica nel continente relativa agli oggetti derivati da modelli produttivi basati sull’up-cyling?
- Se si tende a pensare alla sostenibilità incrociando fattori ambientali, economici e socio-politici, cosa succede se si prova a spostare l’attenzione sulle componenti culturali?
- In Africa sostenibilità significa esplicitamente ripensare i rapporti di potere globale e assumere un ruolo di leadership per il Sud del mondo. Si tratta di un ripensamento profondo, un progetto che ben si inserisce nel filone della decolonialità. Che ruolo possono avere formazione, comunicazione, filosofia ed espressione artistica in questo processo?
- Sguardi letterari presenti e passati (ad es., Ayi Kwei Armah in Ghana, Ken Bugul in Senegal e Benin, Bessie Head in Botswana, ecc.)
Scadenza per l’invio:
Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **30 aprile 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dal comitato di redazione. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **30 giugno 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer reviewers. Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:
Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:
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22 marzo 2021
La Giornata Mondiale dell’Acqua
di Sante Maurizi
L’inflazione di giornate dedicate a temi o ricorrenze non intacca la costante attualità della Giornata Mondiale dell’Acqua, che l’ONU volle istituire nel 1992 durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro.
Secondo l’UNDP (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) in tutto il mondo circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile sicura, 4,2 miliardi non sono dotate di servizi igienici efficienti e 700 milioni potrebbero emigrare a causa della scarsità d’acqua entro il prossimo decennio.
Contribuiscono alla crisi idrica mondiale una serie di fattori legati ai cambiamenti climatici quali l’aumento delle temperature, l’incostanza e la violenza delle precipitazioni, gli eventi meteorologici estremi. Fenomeni che inoltre si sovrappongono a consumi idrici globali aumentati di sei volte negli ultimi cento anni: impieghi che continuano a crescere a un tasso costante dell’1% annuo a causa dell’aumento della popolazione, dello sviluppo economico e del mutamento dei modelli di consumo.
Perciò fra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’ONU nel 2015 l’acqua è nominata espressamente ai numeri 6 e 14 fra i diciassette da raggiungere entro la data temerariamente fissata nel 2030. Ma diciamo che l’acqua è una pre-condizione, l’elemento che connette tutti i temi indicati dall’ONU: un anno fa lo Studio Ambrosetti ha licenziato il libro bianco “Valore acqua”, valutando che 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono influenzati da una gestione efficiente e sostenibile delle risorse idriche, che può impattare positivamente su 53 dei 90 target relativi.
L’agricoltura è la principale attività per la quale l’acqua rappresenta un input produttivo primario (69% dei prelievi annui a livello mondiale: settore industriale al 19%, usi civili al 12%). È dunque particolarmente vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici, che influenzano la disponibilità, la qualità e la quantità delle risorse idriche, già sottoposte a forti pressioni.
Accanto all’incremento delle capacità di accumulo e all’efficienza dei sistemi di distribuzione, uno dei temi-chiave è l’uso di “acque non convenzionali”: una delle priorità nella politica europea e di cooperazione internazionale sulle acque. Menawara è uno dei progetti finanziati dall’UE (attraverso il programma ENI CBC Med) sul riutilizzo delle acque reflue. Condotto dal Nucleo Ricerca sulla Desertificazione dell’Università di Sassari, il progetto coinvolge Giordania, Palestina Spagna, Italia e Tunisia. Quest’ultimo Paese è fra i più esposti alle minacce climatiche per l’aumento delle temperature, precipitazioni ridotte, innalzamento del livello del mare, inondazioni e siccità sempre più frequenti. Uno dei nodi è rappresentato dai contrasti legati all’utilizzo dell’acqua da parte delle strutture turistiche sulla costa: tipica situazione in cui la governance del sistema ha valore almeno pari alle soluzioni tecniche da adottare.
Uno degli obiettivi di tutto il programma ENI CBC Med è quello di coinvolgere la popolazione residente nelle aree di intervento, perché i risultati di progetto possano essere condivisi, accettati e trasferiti alle comunità locali. Tutte le politiche di cooperazione delle varie organizzazioni internazionali hanno identico approccio, nel quale trovano grande spazio lo studio delle forme adatte di comunicazione e lo storytelling.
Un esempio in questo senso è dato dalla fiaba “Il topo e la montagna” che Antonio Gramsci incluse in una lettera del 1931 indirizzata, tramite la cognata Giulia, ai figli: testo utilizzato come “cornice” del video conclusivo (con musiche di Paolo Fresu) del progetto Wadis-Mar che NRD condusse alcuni anni fa nel Maghreb.
Parole chiave : cambiamenti climatici, Giornata mondiale dell'acqua, sviluppo sostenibile
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15 marzo 2021
Patrick-Joël Tatcheda Yonkeu – Le temps de la mue
Di Elisabetta Degli Esposti Merli
Dal 20 febbraio al 30 aprile 2021 presso gli spazi della OH Gallery, a Dakar, sarà esposta Le temps de la mue, prima mostra personale dell’artista camerunense Patrick-Joël Tatcheda Yonkeu.
Yonkeu nasce a Douala nel 1985 e resta in Camerun fino a che, dopo una formazione scientifica al college e un paio di esperienze all’università, decide di dedicarsi all’arte e si trasferisce a Bologna. Qui si iscrive all’Accademia di Belle Arti, si laurea in pittura e infine ottiene un master’s degree in Arti Visive con una tesi sullo Zen nell’arte. Dopo aver completato gli studi comincia la sua esperienza artistica tra l’Africa e l’Italia, collaborando con numerose associazioni e scuole e partecipando a diverse mostre ed esperienze collettive. È l’iniziatore e animatore del Black History Month-Bologna, quest’anno alla sua seconda edizione, in collegamento con il più “antico” BHM-Firenze, fondato dall’artista e insegnante afroamericano Justin Randolph Thompson.
Le temps de la mue, letteramente “Il tempo della muta”, è composto da opere realizzate principalmente su carta nel corso degli ultimi dieci anni. Arriva quindi alla fine di un percorso personale dell’artista camerunense, che si chiude lasciando spazio a una nuova forma e a un nuovo capitolo, come quando gli animali mutano pelle per evolversi e passare allo stadio successivo della propria esistenza.
Al livello personale, però, Yonkeu lega anche una riflessione più collettiva, un pensiero sul posto dell’essere umano nella storia e nel mondo, in relazione ai suoi simili ma anche al pianeta sul quale cammina. La muta è infatti un momento di ripensamento complessivo, di riflessione sul tempo che passa e sui cambiamenti ancora da venire. E il lavoro di Yonkeu è fortemente influenzato dalle sue ricerche e dal suo interesse nella mitologia, nella storia e nelle modalità con le quali l’essere umano si è percepito durante il suo viaggio, modalità che fondano la nostra consapevolezza attuale: nelle sue stesse parole, quella “conoscenza essenziale che ancora oggi permea il mondo”. Le opere di Le temps de la mue vogliono essere un processo di riscoperta di un senso morale più giusto e più adatto ai nostri tempi, che ci consenta di interagire con gli altri esseri umani imparando dagli errori del passato. Come recita un proverbio africano citato dallo stesso autore, “Se, passeggiando nella foresta, ripassi sempre intorno allo stesso albero diverse volte, qualcosa è andato storto, ti sarai perso”.
L’abbandono di una prospettiva monocentrica in favore di una multilaterale è fondamentale in questo percorso di rifondazione etica. Per questo la creazione delle opere di Yonkeu è fortemente ritualizzata: l’artista non presta attenzione tanto al risultato finale quanto al processo necessario per raggiungerlo, performando un rito che lo porta ad abbandonare la consapevolezza di sé, alla dissoluzione dell’ego nell’atto creativo. Al tempo stesso, però, l’utilizzo della carta come superficie e di pigmenti e olii naturali, in richiamo alle tradizioni del proprio Paese natìo, impongono a Yonkeu dei tempi di asciugatura e di completamento dell’opera estremamente lunghi, che rendono le tele di Le temps de la mue sono così vive e vibranti.
E proprio la scelta di tecniche e materiali evidenzia un altro aspetto della produzione dell’artista. Le tradizioni espressive camerunensi e africane in genere si radicano nella consapevolezza animista, condivisa in questo con il Buddhismo asiatico, che l’essere umano sia calato al pari delle altre creature in un mondo che non è sfondo passivo delle sue azioni, ma coprotagonista attivo di tutto quanto succede sulla Terra. Le filosofie occidentali e monoteiste, invece, che sia per conquista o per diritto divino, vedono l’uomo come fulcro del creato e sua espressione apicale. È un altro risvolto dell’abbandono della prospettiva unica in favore di una più sfaccettata, che comprenda la complessità dei sistemi in cui ci muoviamo, siano essi antropici e sociali oppure naturali.
Per informazioni:
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Di Sandra Federici
Si è tenuto in dall’1 al 4 marzo con incontri a Brazzaville e online il 7° Africa Regional Forum on Sustainable Development (ARFSD), per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e dell’Agenda 2063: The Africa We Want, nella consapevolezza della “devastazione economica e sociale portata dalla pandemia”, e decidere le misure politiche da adottare. L’idea che ha permeato gli interventi è che anche qui la ricostruzione post-Covid19 dovrà seguire traiettorie green e tendenti alla minima emissione di carbonio, per poter costruire un’Africa resiliente inclusiva e sostenibile.
Ma molti relatori hanno affermato che, proprio ora che si è inaugurata la “decade of action” per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, si prevede che molti paesi falliranno nell’ottenerli, in particolare, a detta del rappresentante regionale per l’Africa della FAO, Abebe Haile-Gabriel, per quanto riguarda il numero 1: “fame zero”. “Ci sono troppe criticità dovute al cambiamento climatico, alla povertà economica e all’impatto negativo del Covid19, così come alla scarsità degli investimenti pubblici” che dovrebbero sostenere misure di protezione sociale verso i più vulnerabili. Tuttavia, il fatto di aver creato l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA) costituisce un’opportunità unica per trasformare il sistema alimentare del continente, se gli impegni ad alto livello si uniranno a investimenti e azioni locali e nazionali.
Il report Building Forward for an African Green Recovery lanciato dall’ECA contestualmente al Forum, spiega che, prima della pandemia, i paesi africani crescevano in media di più del 3%, più che altre aree del mondo, anche se le disparità di reddito erano in aumento in tutta la regione e più del 50% della popolazione dell’Africa centrale viveva sotto la soglia di povertà estrema. Se l’impatto della pandemia non sarà limitato entro la fine del 2021, si rischia di distruggere i progressi fatti nell’ultimo decennio.
James Murombedzi, esperto dell’ECA’s African Climate Policy Centre (ACPC), ha garantito che il suo ente supporterà la Commissione dell’Unione africana nel finalizzare la African Climate Change Strategy (2020-2030), per inquadrare l’azione degli stati verso l’abbassamento delle emissioni di anidride carbonica. Il cammino verso la crescita economica, ha sottolineato, dovrà essere verde, perché il cambiamento climatico distrugge le economie nazionali, gli ecosistemi e le vite, e la possibilità per l’Africa di raggiungere gli obiettivi 2030 e 2063. Murombedzi ha indicato tra le sfide da raggiungere quella di integrare i servizi digitali di informazione climatica nei processi di sviluppo, e la promozione di interventi green che sicuramente, come è provato anche dal Report dell’ECA, genereranno posti di lavoro “ecosostenibili”.
Il forum ha dato molto spazio al tema degli investimenti e dei finanziamenti. James Kinyangi dell’African Development Bank (AfDB) ha notato che si prevede di raddoppiare i finanziamenti per la diminuzione delle emissioni di carbonio e la resilienza climatica da $12.5 miliardi nel 2016-2020 a $25 nel periodo 2021-2025. Gli investimenti pubblici sono in effetti cruciali: Chris Toe del WFP ha affermato che i paesi africani devono investire prioritariamente nella trasformazione del settore agricolo, nello sviluppo di infrastrutture sostenibili e nel capitale umano. Il rappresentante del Ministero dell’Agricoltura Congolese, Mukena Bantu, ha affermato che la nuova amministrazione è determinata a sviluppare l’agricoltura, e che vuole far sì che “il suolo prevalga sul sottosuolo”.
Germain Mpassi, il Direttore Generale per lo Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e del Turismo della Repubblica del Congo, ha affermato che l’Africa deve giocare un ruolo nell’ottenimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi COP21, e ha posto l’accento sull’importanza del bacino del Congo, secondo polmone del pianeta, come riserva globale contro l’emissione di carbonio, e spiegato le misure che stanno prendendo per proteggere la foreste e le popolazioni che vi sono insediate.
Razi Bozekri, del Ministero dell’Ambiente marocchino, ha sottolineato la traiettoria verso l’energia pulita intrapresa dal suo governo, attraverso l’uso del solare e dell’energia eolica. Ha citato come success story il Noor Ouarzazate Solar Complex, che nel 2016 è stato collegato alla rete principale del Marocco ed è stato finanziato anche dalla AfDB, e ricordato l’African Action Summit organizzato dal re del Marocco a margine della COP22 tenuta a Marrakech nel 2016. L’importanza del finanziamento delle azioni contro il cambiamento climatico e della digitalizzazione e dell’accesso ai sistemi di informazione climatica è stata sottolineata da Mithika Mwenda della Pan African Climate Justice Alliance (PACJA), coalizione con sede a Nairobi che riunisce più di mille ONG, comunità, fondazioni e network, e dall’attivista nigeriana Chinma George.
Numerosi documenti e studi relativi alla conferenza sono disponibili sul sito dell’United Nation Economic Commission for Africa (UNECA), che ha organizzato l’evento.







