21 giugno 2018
A scuola di legalità per favorire l’integrazione
Integrazione significa prendere consapevolezza dei propri doveri nel Paese ospitante, ma anche dei propri diritti per non divenire vittima di racket, tratta o sfruttamento lavorativo. Per questo, nell’ambito del progetto “Welcoming Bologna”, è stato portato avanti un innovativo percorso denominato Scuola di legalità, in collaborazione con il Distretto socio-sanitario di Pianura Ovest dell’area metropolitana bolognese e con la fattiva partecipazione del Comando Provinciale dei Carabinieri, in cui i richiedenti asilo accolti nei CAS in gestione a coop. Lai-momo e dislocati nel distretto hanno potuto approcciare in maniera diversa le forze di polizia rendendosi conto che esse non rappresentano per gli stranieri soltanto un elemento di controllo ma anche una tutela dai pericoli e un aiuto nell’espletamento delle pratiche amministrative e lavorative.
Gli ospiti richiedenti asilo sono stati divisi in due gruppi per omogeneità linguistica, un gruppo costituito principalmente da pakistani e bengalesi (con mediazioni in lingua urdu e bengalese) e un gruppo costituito da ospiti originari di diversi Paesi africani, a maggioranza francofoni e anglofoni. Gli incontri con i rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri e dell’Ispettorato del Lavoro, svoltisi nel mese di maggio, sono stati due per ciascun gruppo e hanno riguardato l’uno il contrasto al lavoro sommerso e irregolare, con un focus sui diritti e i doveri dei lavoratori, l’altro i reati relazionali e la violenza nelle relazioni di genere. Due tematiche, scelte in accordo con le forze dell’ordine, di grande importanza perché toccano da vicino la vita dei richiedenti asilo, possibili vittime di sfruttamento e mancate tutele lavorative, ma anche non sempre a conoscenza della cultura italiana nei rapporti interpersonali, del rispetto della parità dei generi e delle tutele per i minori.Gli incontri, che si sono svolti nella sala riunioni dell’Ospedale San Salvatore a San Giovanni in Persiceto, messa a disposizione dal Distretto Pianura Ovest, hanno ottenuto un riscontro positivo sia da parte dei relatori sia dei corsisti, che al termine hanno ricevuto un attestato di partecipazione.
Venire a conoscenza dei propri diritti e di quanto prevede l’ordinamento legislativo italiano permette ai richiedenti asilo di non finire vittime di sfruttamento e di non farsi trascinare in situazioni che potrebbero danneggiarne il percorso di inclusione.
Lo ha sottolineato lo stesso Comando Provinciale dell’Arma sostenendo anche che, se i benefici si potranno vedere solo nel lungo periodo, il contributo all’integrazione è già evidente a tutti. Gli effetti sono stati positivi da entrambe le parti: per le forze dell’ordine perché hanno avuto modo di conoscere meglio gli ambienti d’origine di riferimento degli ospiti e i potenziali rischi a cui sono esposti gli immigrati, per i richiedenti asilo perché hanno potuto modificare posizioni preconcette nei confronti delle forze di pubblica sicurezza in Italia.
Le reazioni dei richiedenti asilo sono risultate diversificate per gruppi: più entusiaste quelle di pachistani e bengalesi, più reticenti quelle dei ragazzi africani. Gli asiatici si sono detti interessati alle tematiche trattate, in particolare quelle concernenti le tutele sul lavoro, forse perché appartengono a comunità già meglio inserite nel tessuto produttivo e desiderose di apprendere le leggi del Paese ospitante. Un ragazzo pachistano ha proposto di attivare iniziative di questo tipo fin dall’inizio del percorso di accoglienza, in modo che possano essere più consapevoli delle leggi del paese che li accoglie e delle conseguenze. Altri, soprattutto tra gli ospiti originari dei diversi paesi africani, hanno superato il timore iniziale legato alla divisa e iniziato a percepire le forze dell’ordine con uno sguardo differente, a tutela di tutti, così come più volte è stato detto durante gli incontri. Infatti, nei loro contesti d’origine non sempre la divisa è simbolo della tutela della legalità.
La Scuola di Legalità di “Welcoming Bologna” rappresenta un progetto pilota che, secondo il Comando dell’Arma, dovrebbe diventare un percorso strutturale: “Il nostro intervento istituzionale in tale contesto può essere fondamentale per sottolineare il rapporto tra il cittadino e le forze di polizia che esiste nel nostro Paese e per chiarire i meccanismi di diritti e doveri del singolo”. Uno sforzo particolare, sottolineano i Carabinieri, dovrebbe essere fatto nel campo del diritto di famiglia, delle tutele di genere e del diritto del lavoro, senza creare false aspettative ma fornendo gli elementi fondamentali delle differenze rispetto ai Paesi d’origine. Inoltre, particolare attenzione viene posta al contrasto all’insorgere di circuiti di criminalità organizzata di origine etnica pronti a sfruttare i connazionali di recente immigrazione, sessualmente o sul lavoro.
Quali ricadute positive sul territorio può avere un’iniziativa come questa? La risposta del Comando Provinciale dei Carabinieri è di disarmante semplicità: “Non notare effetti sul territorio è da considerare la prima ricaduta positiva”.
Per maggiori informazioni: www.welcomingbologna.eu/it/
Parole chiave : Comando Provinciale dei Carabinieri, Lavoro, Legalità, Welcoming Bologna
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Incontrarsi, raccontare e creare per ripensare la vita di comunità attraverso l’arte. Con questi propositi Juliane Wedell, operatrice dell’accoglienza e esperta di arte sociale, ha condotto il laboratorio “Racconti di passaggio. Appunti, storie e immagini”. Il laboratorio è stato inaugurato il 9 marzo 2018: il programma prevedeva un incontro a settimana, nella sede della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riola, frazione di Grizzana Morandi (Bo).
Partendo dalla positiva esperienza del laboratorio artistico Closlieu, conclusosi l’anno passato a Riola, anche quest’anno, Lai-momo soc. coop., in collaborazione con Africa e Mediterraneo, ha dato vita alla seconda edizione del laboratorio, che in questo caso era rivolto non solo ai richiedenti asilo ma anche ai cittadini del territorio. La Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riola si è proposta di offrire gli spazi per la realizzazione degli incontri, con la speranza che il laboratorio possa diventare uno spazio permanente di interazione tra i cittadini e gli ospiti richiedenti asilo accolti nei centri situati nei Comuni dell’Unione dei Comuni dell’ Appennino Bolognese.
L’attività che si è svolta a Riola nasce soprattutto con l’obiettivo di creare legami e incentivare il dialogo e l’ascolto tra i partecipanti, in un percorso di conoscenza reciproca e di condivisione libero da giudizi e da preoccupazioni interiori, almeno per qualche ora.
I partecipanti, immergendosi nella dimensione positiva del laboratorio, guidati dall’animatrice, hanno provato a raccontarsi e ad ascoltare, per poi reinterpretare le proprie emozioni attraverso la libera espressione artistica. Il laboratorio è stato seguito da un gruppo di circa dieci partecipanti, ospiti provenienti dal Pakistan e da altri Paesi africani, non solo del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) di Riola, ma anche provenienti da altre strutture di accoglienza dislocate nei Comuni del Distretto Unione Comuni Appennino Bolognese (nello specifico: Vergato, Castel d’Aiano, Granaglione, Lizzano) e da alcuni cittadini dei Comuni limitrofi. La sfida iniziale di aprire il laboratorio anche ai cittadini di Riola è stata accolta positivamente, nonostante le difficoltà legate al coinvolgimento dei cittadini del territorio: dagli impegni di ognuno dei partecipanti, alla difficoltà di pensare a un laboratorio artistico come ad una tra le priorità.
Le attività si sono svolte principalmente all’aperto, proprio nella piazza della Parrocchia di Riola, attirando così la curiosità dei passanti. Al centro della piazza Juliane ha posto un tavolo lungo e stretto intorno al quale i partecipanti sono stati chiamati a condividere le proprie esperienze. Al centro del tavolo i colori, i fogli, i pennarelli e i libri illustrati dai quali trarre ispirazione. Tra questi, il capolavoro dell’illustratore australiano Shaun Tan, lungo racconto senza parole di una storia di migrazione, di un’umanità senza tempo. Dopo le riflessioni ognuno si è concentrato sul disegno: in totale libertà si poteva pensare al soggetto da rappresentare, ascoltando i propri tempi, utilizzando un colore per volta e dipingendo liberi da ogni pensiero, ma con impegno e coscienza di sé.
L’ultimo incontro è stato incentrato sulla scoperta di alcuni dei luoghi più affascinanti offerti dal territorio ospitante, così i partecipanti hanno visitato le cascate di Labante. A conclusione dell’escursione c’è stato un momento di incontro e dialogo con alcuni abitanti del luogo che hanno condiviso con i partecipanti la loro passione per la montagna per poi dedicarsi insieme alla reinterpretazione artistica.Per quest’anno il percorso si è concluso, speriamo di poter continuare questa esperienza così arricchente per tutte le parti in gioco e poter consolidare il laboratorio nel tempo.
Parole chiave : Racconti di passaggio, Riola
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10 maggio 2018
Dak’Art – Biennal of Contemporary African Art
Aimé Césaire scrive nell’edizione de “L’étudiant noir” del maggio 1935 che la parola Négritude «[…] designa in primo luogo un rifiuto. Il rifiuto di una certa immagine dell’uomo nero passivo ed incapace di creare una civiltà». Sulla scia di questa poetica della negritudine, di cui Léopold Sédar Senghor e Aimé Césaire sono i padri fondatori, ha preso avvio l’edizione del 2018 della Dak’Art – Biennal of Contemporary African Art dal 3 maggio al 2 giugno a Dakar.

(Malaïka Dotou Sankofa, Laeïla Adjovi / Loïe Hoquet)
Il tema proposto quest’anno «L’heure rouge» è tratto, inoltre, dall’opera “Et les chiens se taisaient” (1956) di Césaire: l’ora rossa rappresenterebbe il momento della trasformazione e dell’emancipazione delle comunità africane dopo il passato coloniale. L’inaugurazione della Biennale è accompagnata da un importante mini-festival, organizzato in tre giorni, e intitolato Afropunk Fest The Takeover Dakar, che celebra attraverso la musica, la diversità creativa e culturale della capitale senegalese.

(Anorher Day Without You Series, Franck Fanny)
Durante la cerimonia di apertura della 13a Biennale sono stati assegnati i premi agli artisti della mostra Une Nouvelle Humanité, curata dal direttore artistico Simon Njami: tra i 75 artisti provenienti per la maggior parte dal continente africano, il gran premio Léopold Sédar Senghor è stato assegnato alla fotografa e artista del Benin Laeïla Adjovi con la serie fotografica Malaïka Dotou Sankofa, che indaga il modo con il quale l’Africa è descritta dai media occidentali.

(Elders of Ten, Tejuoso Olanrewaj)
Altri premi assegnati, l’UEMOA al fotografo ivoriano Franck Fanny, le cui immagini catturano il realismo crudo di alcune situazioni sociali, mentre il premio alla Diversità dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia è attribuito alla marocchina Souad Lahlou per l’organizzazione di una residenza artistica formativa e originale. Infine, il Ministero della Cultura senegalese ha assegnato il Premio Rivelazione all’artista nigeriano Tejuoso Olanrewaj, che affronta le questioni relative ai cambiamenti climatici e al degrado ambientale.

(Lettre aux Absents, Rina Ralay-Ranaivo)
In questa mostra internazionale la questione del tempo, e quindi dell’heure rouge, diventa cruciale, come dimostrano le diverse installazioni e i video presenti: ad esempio, l’idea del tempo che scorre è presente nell’installazione Temps perdu II della cubana Glenda Leon, dove una clessidra è posta sopra una duna di sabbia; oppure le fotografie del senegalese Kan-Si riportano un piede su un pavimento di terra che svanisce, e rimangono solo impronte o tracce; un’altra installazione-video Lettre aux Absents della malgascia Rina Ralay-Ranaivo offre un paesaggio sospeso tra assenza e bellezza.

(Photographies, Kan-Si)
Sono testimonianze artistiche che portano a interrogarsi, e che gettano uno sguardo alla storia passata per capire meglio il presente e immaginare un futuro. Se oggi la negritudine non è più condivisa da molti intellettuali e artisti africani, tuttavia il suo ruolo storico è incontestabile per comprendere la ricomposizione della vita culturale delle comunità africane, che continuano ancora oggi a stimolare un nuovo modo di raccontare la storia del continente.
Parole chiave : Afropunk, Aimé Césaire, Biennale, Dakar, Laeïla Adjovi, Léopold Sédar Senghor, negritudine
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Noi visti da loro, in un racconto che mette in luce i tanti preconcetti e gli episodi di ordinario razzismo, spesso inconsapevole, a cui devono assistere, ma anche la gratitudine per chi li ha accolti e li aiuta a integrarsi e a rendersi autonomi. Di questo hanno scritto cinque richiedenti asilo, ospiti del Centro di accoglienza straordinaria della frazione di Mezzolara, gestito dalla cooperativa sociale Lai-momo. Il pensiero senza censure di chi ha scelto l’Italia “perché è un paese dove c’è la libertà di stampa e d’espressione”. I testi sono stati letti davanti al pubblico, in occasione dell’appuntamento dedicato alle “Storie d’Africa”, all’interno del Festival della Letteratura di Budrio.
Le storie di questi ragazzi – partiti dal Senegal, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea, dal Togo, dal Niger, dal Camerun – hanno in comune “la ricerca di protezione, di una vita tranquilla e di migliori condizioni di salute”, dopo il viaggio che li ha visti attraverso prima il deserto, poi una Libia in guerra e infine la traversata in mare. Un percorso affrontato “con coraggio, pazienza, paura”, che altre persone possono fare in aereo in poche ore con un semplice visto. “Mai avremmo pensato che un pezzo di carta può essere tanto violento, decidere tra la vita e la morte delle persone”, si legge nei loro testi.
Adesso la loro ricerca di una nuova vita riparte da Mezzolara di Budrio, dalla grande casa rossa in cui abitano con la bandiera della pace sul cancello. Con uno sguardo privo di pregiudizi, giudicano più alto il rispetto che gli italiani hanno verso le persone perché “qui le macchine si fermano per lasciar passare le biciclette, mentre nei nostri Paesi raramente si dà la precedenza a un ciclista, che spesso rischia la vita”. E anche il rispetto della natura, “perché l’ambiente è pulito, non si possono buttare cose per terra, le case sono curate come anche i giardini e le strade”, e degli animali “che vengono a volte curati quasi come delle persone”.
Il loro sguardo ci riporta anche che “qui le donne sono molto belle e curate, gli anziani attivi e sempre impegnati”. Molti degli ospiti lavorano in aziende agricole e conoscono tanti contadini di una certa età che ancora lavorano la terra con passione. La gente di Mezzolara – continuano a raccontare – è gentile e cordiale, “ci saluta quando ci incontra”. Il riconoscersi per strada li fa sentire sicuri reciprocamente.
Hanno conosciuto tante persone speciali dicono: “abbiamo lasciato le nostre mamme ma qui ne abbiamo trovata un’altra. Noi la chiamiamo Mamma Africa, anche se in realtà si chiama Mirella. […] Lei e gli altri operatori ci hanno insegnato tante cose, come fare la spesa e cercare le offerte più convenienti”. Ma hanno anche insegnato a tenere in mano una matita ai ragazzi che nel loro Paese non erano mai andati a scuola.
Un altro punto di riferimento nella comunità è il meccanico delle biciclette che, con pazienza, ha insegnato ai ragazzi a riparare il mezzo di locomozione che è stato loro regalato da qualche cittadino. Le competenze poi vengono messe in comune perché “quello che ci ha insegnato il meccanico Valerio lo utilizziamo anche per aiutare i ragazzi di un altro centro di accoglienza, a Miravalle”.
La dimensione del paese aiuta l’integrazione, mentre la città spersonalizza e rende diffidenti: “A Bologna spesso le persone ci guardano male e sul treno non vengono a sedersi nei posti liberi vicino a noi”. Gli anziani, dicono, sono più cordiali dei giovani, ma l’ignoranza porta a gesti sgarbati e offensivi: “Ci è capitato che, durante la Messa, quando è il momento di scambiarsi un segno di pace le persone siano imbarazzate a darci la mano e ci guardino con diffidenza”. Alcuni ospiti sono impegnati nel servizio civile in una casa di riposo ed è successo che alcuni degli anziani pazienti in carrozzina non volessero essere spinti da uno di loro perché nero. Questi episodi li mortificano ma sanno anche prenderli con ironia: uno di loro racconta di avere trovato un telefono a terra fatto squillare dalla persona che lo aveva perduto, di averlo riconsegnato alla legittima proprietaria e di essersi sentito dire: “Grazie, sei molto bravo anche se sei nero”.
Ciò che li preoccupa di più è la mancanza di certezze sui propri documenti, sulla possibilità di rimanere in Italia: “Da un lato ci stiamo sempre più integrando e dall’altro non sappiamo se potremo restare. Per questo cerchiamo di tenerci impegnati, di pregare, di essere positivi”. Ma la paura è tanta.
Nel quotidiano, vorrebbero che i trasporti da Bologna per Budrio e viceversa non terminassero troppo presto la sera e nei giorni festivi. L’aspirazione di tutti è quella di trovare una collocazione nel mondo del lavoro per condurre una vita propria in una dimensione autonoma, una volta usciti dal progetto di accoglienza.
La narrazione degli ospiti di Mezzolara si chiude con un appello: “Vogliamo dire che siamo venuti in pace, non vogliamo fare male a nessuno; vogliamo solo lavorare, vogliamo stare bene, in una parola vivere”. Il pubblico di Budrio li saluta con un applauso e con la richiesta di una stretta di mano. Forse non sarà alta letteratura la loro, ma certamente con le loro parole hanno aiutato i cittadini a conoscerli meglio e superato alcune barriere.
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Un racconto che passa attraverso storie, dati e buone pratiche territoriali, per dimostrare che il fenomeno migratorio può rappresentare una grande opportunità di sviluppo e arricchimento della nostra società.
È questo, in breve, il progetto Voci di Confine, al quale partecipa anche l’associazione Africa e Mediterraneo. L’obiettivo principale è raggiungere 4 milioni di contatti, offrendo una narrazione alternativa a quella che racconta la migrazione come un’invasione, un “problema” da risolvere. La realtà – dei fatti, dei dati e delle singole storie – smentisce, infatti, questa visione purtroppo diffusa. Voci di Confine vuole quindi dare visibilità alle opportunità che la migrazione può generare, non solo per chi parte, ma anche per chi accoglie.
Per raggiungere questo obiettivo, il sito Voci di Confine dedica una sezione alle storie di migranti, che testimoniano la ricchezza degli incontri fra culture, un’altra ai dati statistici, che chiariscono l’effettiva portata del fenomeno migratorio ed evidenziano le possibilità di sviluppo.
Si racconta l’aspetto economico del fenomeno, ma anche quello sociale, con approfondimenti su razzismo, religioni, corridoi umanitari, seconde generazioni e molto altro. Tra i temi, oltre a quello del lavoro, la campagna toccherà quello dei matrimoni misti, che sono circa il 10% del totale delle unioni nel nostro Paese, attestandosi tra i 20 e 17 mila celebrati ogni anno.
Molti sono i dati a livello economico, forniti dal Centro Studi e Ricerche IDOS e raccolti nel sito di Voci di Confine. Basti pensare che i lavoratori stranieri versano ogni anno 9 miliardi di contributi previdenziali, un apporto fondamentale per il sistema pensionistico italiano. I numeri smentiscono anche alcuni luoghi comuni molto diffusi: secondo le stime fornite da IDOS, per esempio, l’Africa è il continente con la più bassa percentuale di migranti internazionali nel mondo (13,4%).
Tra i canali utilizzati dalla campagna ci sarà anche la radio, con vari passaggi su diverse emittenti nazionali, che daranno esposizione ad alcune storie significative. Inoltre, saranno promossi video realizzati in alcune regioni africane di confine, come quello che racconta la risposta dell’Uganda per quanto riguarda l’accoglienza di profughi sudsudanesi e non solo.
Il progetto prevede anche percorsi educativi nelle scuole e negli spazi di educazione informale; incontri territoriali che vedranno protagonisti le associazioni delle diaspore e di volontariato, gli enti locali, le ONG e i soggetti privati.
Voci di Confine è un progetto finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo.
Amref Health Africa è capofila di una rete composta da Amref Health Africa – Headquarters, Africa e Mediterraneo, Associazione Le Réseau, CSV Marche – Centro Servizi per il Volontariato delle Marche, Centro Studi e Ricerche Idos (IDOS), Comitato Permannte per il Partenariato Euromediterraneo (COPPEM), Comune di Lampedusa, Comune di Pesaro, Etnocom, Internationalia, Provincia Autonoma di Bolzano, Regione Puglia, Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (REDANI), Step4, Terre des Hommes Italia.
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L’Africa non è solo uno spazio geografico, ma una pluralità di immaginari, culture, temporalità. Crescono in un’ottica transnazionale riviste, esposizioni, mostre, pubblicazioni, istituzioni che ne fanno il proprio orizzonte di riferimento: la stessa definizione di arte o cultura “africana” si svuota di significato nel momento in cui si attiva un’interazione e una contaminazione tra comunità creative differenti. Ad esempio, il progetto di Palazzo Litta Cultura a Milano si pone l’obiettivo di valorizzare la trasversalità delle visioni artistiche, portando sulla scena contemporanea realtà culturali apparentemente lontane come il Giappone e, appunto, l’Africa subsahariana.
(Nyanye, Osborne Macharia)
Con la mostra AfricaAfrica, exploring the Now of African design and photography, dal 15 marzo al 2 aprile 2018, e patrocinata dall’Ambasciata della Costa d’Avorio, dal Consolato del Sudafrica e dal Consolato del Burkina Faso, la fotografia e il design di artisti africani hanno offerto in questo spazio italiano un’estetica e un linguaggio che vogliono essere dinamici e interdisciplinari: non riguardano, come riferisce Maria Pia Bernardoni – curatrice dei progetti internazionali di LagosPhoto Festival – «solo il continente ma hanno una risonanza globale».

(Chair Recycled Arms, Gonçalo Mabunda)
Questa esposizione, dunque, ideata da MoscaPartners e MIA Photo Fair Projects, si è articolata in 40 progetti di design e 55 opere fotografiche che si sono prestate a una narrazione collettiva, ad esempio, sugli eventi storici di guerra e devastazione nelle installazioni di Gonçalo Mabunda, dove proiettili, pistole, bombe e armi recuperati nel 1992 alla fine della guerra civile in Mozambico, diventano mobili e scultore antropomorfe; uno sguardo fantastico a un problema urgente è stato dato invece dall’afrofuturista Osborne Macharia, le cui immagini si sono concentrate su un gruppo di ex circoncisori femminili; la fotografa ivoriana Joana Choumali ha esplorato i paesaggi della migrazione e ha offerto ritratti di donne che vacillano tra naturalezza e bellezza convenzionale; le tinte e la fantasia dei tessuti africani sono stati presentati dallo storico marchio olandese Vlisco.

(Adorn, Joana Choumali)
Cifre tecniche, stilistiche e tematiche si sono incrociate sperimentando un pensiero aperto alle pluralità e alle possibilità. Porre la questione della trasversalità creativa significa attuare nuove forme di conoscenza e di soggettivazione, oltre che attivare un processo di riorganizzazione sociale intorno a un’estetica capace di pensare e pensarsi al di fuori delle definizioni restrittive: in questo modo, si può pensare alla differenza in termini di risorsa e vantaggio per lo sviluppo intellettuale e culturale.
Parole chiave : AfricaAfrica, design, fotografia, Gonçalo Mabunda, Joana Choumali, Osborne Macharia, Vlisco
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La rivista Africa e Mediterraneo dedicherà il dossier del prossimo numero al tema dell’Integrazione lavorativa di migranti e richiedenti asilo.
L’aspetto economico e lavorativo ha un ruolo rilevante nel dibattito odierno sulla migrazione: in Italia, i cittadini stranieri, che costituiscono l’8,3% dei residenti, rappresentano il 10% degli occupati e producono l’8,8% del Pil. Inoltre, un terzo dei nuovi assunti è di origine straniera (fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2017).
Negli ultimi anni le priorità dei Paesi UE sono state focalizzate sul tema degli sbarchi e sulla gestione dell’accoglienza: oggi si stanno spostando dalla prima accoglienza ad azioni a più lungo termine, finalizzate all’integrazione sociale ed economica dei migranti nel tessuto sociale e produttivo europeo.
Vi è un consenso ampiamente condiviso tra gli esperti sul fatto che la partecipazione al mercato del lavoro è il passo più importante per un’integrazione riuscita nelle società ospitanti e per un impatto economico positivo, poiché presumibilmente un numero elevato di richiedenti asilo e rifugiati rimarrà nell’UE per diversi anni.
Nel 2016 la Commissione europea ha istituito un piano d’azione sull’integrazione dei cittadini di Paesi terzi, che ha stabilito i principi di base per rispondere alle sfide dell’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro, e da allora la questione è al centro del dibattito europeo. L’istruzione e la formazione sono tra gli strumenti più potenti per favorire l’occupazione: l’accesso ad essi dovrebbe essere garantito e promosso prima possibile.
Se si analizza tuttavia la situazione attuale emergono numerose differenze nelle condizioni lavorative dei cittadini di Paesi terzi rispetto agli autoctoni nella maggior parte degli Stati membri, pur presentando condizioni, linee politiche ed esperienze molto diverse tra di loro.
Infine, un altro tema fondamentale da affrontare per favorire l’accesso al mercato del lavoro è quello della certificazione delle competenze, dibattito aperto e di non facile risoluzione.
Le proposte per contribuire al dossier potranno trattare, secondo vari approcci disciplinari, differenti temi, tra cui: le politiche rispetto all’inserimento lavorativo dei migranti in Europa; possibilità e opportunità offerte nell’ambito dell’autoimprenditoria dei migranti e il loro apporto al tessuto economico europeo; discriminazioni nel mondo del lavoro e criticità del percorso di inserimento; certificazioni e riconoscimenti dei titoli di studio e delle competenze; migrazione circolare e sviluppo dei Paesi di origine.
Scadenze per l’invio
Invio delle proposte (400 parole al massimo): 30 aprile 2018
Invio del contributo (in caso di accettazione): 20 giugno 2018.
Le proposte dovranno pervenire agli indirizzi:
s.federici@africaemediterraneo.it e m.scrivo@africaemediterraneo.it.
Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.
Di seguito è possibile scaricare la call for papers completa in italiano e in inglese.
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Come si racconta, oggi, l’Africa e in Africa?
L’elaborazione di narrazioni, la comunicazione di opinioni e l’informazione sull’attualità passano oggi per forme e modi caratterizzati da immediatezza, velocità, interattività. Profili Facebook e Instagram, canali YouTube, blog e produzioni televisive veicolano un flusso costante di storie, immagini, rappresentazioni.
Anche in gran parte dei Paesi africani, i media contemporanei fanno sì che le persone siano al tempo stesso produttrici e fruitrici autonome di una narrazione sulle questioni sociali, i rapporti umani, la politica, i grandi temi come la povertà, la corruzione, la democrazia. Una narrazione – resa globale, interattiva e social grazie al web 2.0 – che va oltre i confini dei singoli Paesi e del continente stesso.
Partendo da queste premesse, il dossier del numero 87 di Africa e Mediterraneo propone una riflessione sulle modalità e i contenuti del racconto che l’Africa fa a se stessa e di se stessa, spesso reinterpretando in maniera originale – a partire dalle specifiche e diversissime contingenze locali – le nuove dinamiche iperconnettive del web, tra la persistenza di media tradizionali e l’irrompere di nuove piattaforme.
La condivisione social offre spazi alternativi di dialogo, soprattutto quando la libertà di espressione è limitata. L’articolo di Irene Brunotti analizza la pratica delle contestazioni diffuse online nei confronti dei messaggi scritti sulla lavagna Sauti ya Kisonge, uno strumento usato a Zanzibar per diffondere affermazioni a favore del partito di governo.
Anche serie tv popolari inducono a riflettere su importanti temi sociali: il contributo di Dieynaba Gabrielle Ndiaye evidenzia come in Senegal l’economia di mercato e il consumismo abbiano avuto un impatto sul sistema di valori: un cambiamento che emerge, inevitabilmente, anche in prodotti culturali come film e serie tv.
L’articolo di Nelly Diop individua linee di continuità e innovazione nei temi e negli strumenti espressivi di varie modalità di racconto, dal teatro alle serie tv, della società senegalese dall’indipendenza a oggi.
La panoramica nei media africani curata da Rossana Mamberto, infine, presenta casi da Nigeria, Kenya, Senegal, Ghana, Camerun: giovani designer, giornalisti-rapper e blogger che innovano i codici comunicativi e conquistano un pubblico trasversale, promuovendo il potenziale africano e rispondendo alla sfida del digitale.
Ulteriori spunti e approfondimenti provengono dalle altre sezioni della rivista: immigrazione, fumetto, arte ed eventi.
Al seguente link è possibile consultare il sommario e acquistare la rivista: http://bit.ly/2FD2Zb9
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12 marzo 2018
MYFRO 2018
«In una società che appare sempre più multietnica, spesso ci si dimentica
di quanto lo sia già stata concettualmente da sempre per
influenze d’arte, culturali e religiose. Una ricchezza per l’evoluzione della specie
e del pensiero, e che solo l’approfondimento culturale può far emergere
in tutta la sua positiva potenzialità.»
(F. Tadini e M. Scalise, fondatori della Casa Museo Spazio Tadini)
Ogni dettaglio vuole rappresentare uno specifico linguaggio ancestrale. I tessuti ricchi di simbolismi geometrici e di colori vivaci alludono ad affascinanti tradizioni. Le stesse acconciature comunicano una propria emotività o appartenenza. Anche la produzione e lo stile africano, dunque, trovano spazio come innovazione creativa ma anche come ‘argomento vendita’ nel mondo della moda. A dimostrarlo è la Afro Fashion Week, che si è tenuta a Milano dal 22 al 25 febbraio 2018: un evento che ha avuto come tema MYFRO, e che ha visto l’Africa protagonista nella sua originalità stilistica e nelle sue specificità estetiche.

PhotoMilano – Silvia Pampallona
Questo appuntamento, che si è svolto in tre location di Milano – il Museo d’Arte e di Scienza, Spazio Tadini e Byblos Milano – è stato organizzato dall’associazione Afro Fashion, fondata nel 2015 nella capitale della moda: si tratta di una piattaforma a forte impatto interculturale, che offre la possibilità a designers e artisti emergenti di farsi conoscere da un nuovo pubblico, di penetrare nuovi mercati, di acquisire esperienze e notorietà a livello internazionale. Sfilate di moda, mostre fotografiche, workshop, esposizioni, body painting, performances e Afro after party sono i momenti che hanno animato queste giornate, riprese nelle foto dinamiche di PhotoMilano, mediapartner fotografico dell’evento.
Tra le creazioni esposte, sono spiccate quelle della giovane ChiBeKa (Togo) con la collezione ‘Ashanti’ che ha utilizzato le preziose stoffe provenienti dal Ghana; interessante è stata anche la collezione di tessuti ankara ‘Blakanda’ di Flixbry Culture (Nigeria). Altri artisti che hanno partecipato: Maison Jemann (Camerun), NatFash (Nigeria), Urban Fashion Paris (Francia), Anapenda (Italia), Amnon Kivity (Israele). Il settore della moda africana è un’industria creativa dal grande potenziale, e sta assumendo un ruolo sempre più centrale a livello mondiale. È infatti un fenomeno culturale ed economico in forte crescita, una produzione stimolante dal punto di vista del marketing, ma che consente anche di rappresentare la continua evoluzione delle società. L’evento MYAFRO è nato dall’accostamento di due parole, MY e AFRO. Per rappresentare, appunto, la disposizione Afro che ognuno di noi può avere, offrendo esempi di integrazione sociale, scambio e arricchimento reciproco: questi esempi sono elementi fondamentali per la progettazione di scenari futuri positivi di largo respiro e per la formazione di società multiculturali ricche e dinamiche.

PhotoMilano – Silvia Pampallona
Evento realizzato con la collaborazione di: Couleurs du Monde, Mas, Museo di arte e scienza, Casa Museo Spazio Tadini, Anapenda, Afro Italian Souls, Yuna, African Fashion Wear, PhotoMilano, Wacom4u.
Parole chiave : Afro Fashion, moda africana, MYAFRO
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La Repubblica Democratica del Congo vive in questi mesi momenti molto bui, in cui a pagare il prezzo più alto è la popolazione, vittima dei conflitti civili per il controllo dei territori e delle risorse. A questo si aggiunge la cruenta repressione politica messa in atto dal presidente Joseph Kabila, che oltre un anno fa si era detto disponibile a indire, finalmente, nuove elezioni presidenziali entro la fine del 2017. Così non è stato e il Comitato di coordinamento dei laici (CLC) ha indetto per domani, 25 febbraio, una manifestazione per chiedere, una volta ancora, le dimissioni di Kabila.
Le ultime contestazioni del 21 gennaio scorso hanno avuto un esito tragico con almeno 6 morti e numerose decine di arresti. Per questo oggi Henri Lopes e altri scrittori e intellettuali dell’Africa hanno voluto lanciare un appello affinché la marcia che si terrà tra pochi giorni non venga respinta nel sangue. Temono che la repressione possa colpire gli intellettuali che hanno deciso di unirsi alle richieste del popolo. In particolare fanno riferimento allo storico Isidore Ndaywel, ex-funzionario dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia, molto attivo nella promozione interculturale.
“Noi intellettuali, creativi, artisti, dell’Africa e del mondo francofono intero, democratici e attivisti per i diritti umani lanciamo questo appello per sollecitare le autorità della RDC alla moderazione, a preferire il dialogo alla repressione. Prendendo consapevolezza, mettendo gli interessi della nazione al di sopra di ogni altra cosa, accogliendo positivamente le legittime richieste del popolo, le autorità saranno all’altezza del destino di un paese al centro della storia e della geografia del grande continente che è l’Africa”.
Di seguito condividiamo l’appello intero, e in lingua originale, che sottoscriviamo e rilanciamo.
Soutien à l’historien Isidore Ndaywel et à ses amis du Comité Laïc de Coordination (CLC) en République Démocratique du Congo
Depuis quelques mois, la République Démocratique du Congo traverse des heures tragiques dont le plus lourd tribut est payé par des populations civiles innocentes.
Tout récemment, un groupe d’intellectuels de ce pays a entrepris la courageuse démarche de s’associer à leur peuple dans leur volonté de faire assurer les conditions démocratiques les plus élémentaires pour l’organisation d’élections réellement crédibles dans leur pays.
Il n’est question ici que du respect des libertés publiques, revendiqué au nom d’une communauté nationale qui n’a que trop souffert et ne cesse de souffrir des effets de conflits successifs dont sont victimes les couches les plus vulnérables de la population. Il s’agit d’un mouvement pacifique qui monte des profondeurs du pays auquel s’associent les autorités religieuses dont on ne peut suspecter le désir de paix et qui sont par nature opposées à toute forme de violence. Or, la réponse qui leur est opposée est précisément la violence armée. Par deux fois, au cours des manifestations du 31 décembre 2017 et du 21 janvier 2018 des pertes de vies humaines ont été déplorées, et la liberté d’universitaires qui ont pris fait et cause pour leur peuple est menacée.
Nous craignons que le 25 février, date programmée pour la prochaine marche des chrétiens, soit l’occasion d’une nouvelle répression disproportionnée dont seront victimes des participants aux mains nues.
Des universitaires ont pris l’initiative de se joindre à la clameur populaire et de s’en faire l’écho. Ce ne sont pas des professionnels de la politique, ce sont de simples citoyens conscients de leurs responsabilités devant l’histoire. Les nouvelles qui nous parviennent nous amènent à nous inquiéter sur leur sort.
Parmi eux, Isidore Ndaywel dont les travaux sur l’histoire de son pays font autorité et constituent des ouvrages de référence. Cet éminent homme de culture, ancien fonctionnaire de l’Organisation Internationale de la Francophonie, qui a participé au combat pour la promotion de la diversité culturelle, a été l’un des artisans les plus efficaces de la création du prestigieux /Prix des Cinq/ /Continents/ qui a honoré et révélé tant d’écrivains francophones. Isidore Ndaywel enfin a été le commissaire de la RDC chargé de l’organisation du XIVe Sommet de la Francophonie à Kinshasa, en 2012. Il s’est acquitté avec succès de cette tâche dont les résultats ont été au bénéfice du gouvernement de son pays. Parce que ses amis et lui sont d’authentiques intellectuels, parce qu’il s’agit du plus grand pays francophone du monde, il est de notre devoir de veiller à ce que la liste des martyrs déjà longue ne s’allonge pas.
Nous lançons cet appel en tant qu’intellectuels, créateurs, artistes, d’Afrique et de la Francophonie tout entière, démocrates et militants pour le respect des droits humains, et demandons aux autorités de la RDC de faire preuve de retenue, de privilégier le dialogue à la répression. En prenant de la hauteur, en mettant les intérêts de la Nation au-dessus de toute autre considération, en faisant preuve de maturité, en répondant de manière positive aux exigences légitimes de leur peuple, elles se hisseront à la hauteur du destin d’un pays situé au centre géographique et historique du grand continent qu’est l’Afrique.
Henri Lopes (Écrivain), Adama Ba-Konaré (Historienne), Kidi Bebey (Ecrivaine), Catherine Coquery-Vitrovitch (Historienne, Professeur Emérite, Paris Diderot), Bob Kabamba (Directeur Cellule d’Appui politologique Afrique-Caraïbes, CAPAC-ULiège, Faculté de Droit, de Science politique et de Criminologie), Henri Lopes (Ecrivain), Boniface Mongo-Mboussa (Critique littéraire), Roland Pourtier (Professeur Emérite, Université Paris I, Panthéon Sorbonne).
















