Africa e Mediterraneo n. 102-103 (1-2/25)
Editoriale
Appunti sul riunirsi
By BHMF
HEY
C’MON
COME OUT
WHEREVER YOU ARE
WE NEED TO HAVE THIS MEETING
AT THIS TREE
AIN’ EVEN BEEN
PLANTED
YET
June Jordan, Calling on All Silent Minorities;
from Directed by Desire: The Complete Poems of June
Jordan (Copper Canyon Press, 2005). Copyright
2005, 2017 by the June Jordan Literary Estate
But what, you may ask, is culture? It is desirable that
this should be defined in order to dissipate certain
misunderstandings and reply very precisely to
certain anxieties that have been expressed by some
of our enemies, and even by some of our friends.
The legitimacy of the Congress has, for example,
been questioned.
It has been said that if a culture must be national,
surely, to speak of Black-African culture is to speak
of an abstraction.
Aimé Cesaire, Culture and Colonisation,
Présence Africaine, 1956
La storia e l’eredità del panafricanismo sono spesso raccontate attraverso momenti di dichiarazione politica: manifesti, discorsi d’indipendenza, risoluzioni e la nascita degli Stati-nazione. Tuttavia, al di là di questi momenti – e spesso precedendoli – esiste un’altra storia, più difficile da consegnare alla memoria con i monumenti e spesso esclusa dall’archivio: una storia di incontri. Congressi, festival, scuole, piattaforme editoriali e assemblee informali sono state occasioni cruciali per mettere alla prova, negoziare, ampliare e rendere operative le idee panafricane. Il Primo e il Secondo Congresso degli Scrittori e Artisti Neri, tenutisi a Parigi nel 1956 e a Roma nel 1959, sono tappe decisive di questo percorso. Per la prima volta, artisti, scrittori, filosofi e storici sono stati al centro dei dibattiti sull’internazionalismo nero e la liberazione. Sebbene inizialmente radicati nella mobilitazione sociale e politica, tali incontri si sono gradualmente ampliati fino a dare spazio a un pensiero parallelo sulla cultura e il suo ruolo nelle lotte di liberazione e antimperialiste.
Lo spirito critico non è stato messo da parte, come testimoniano testi che vanno da Princes and Powers di James Baldwin (Présence Africaine 1957) all’inedito From the Campidoglio to the Zoo di William Demby (1959). Questi interventi cruciali, e innumerevoli altri, hanno portato alla luce una serie di tensioni irrisolte che ancora oggi plasmano il pensiero panafricano. Dalle prime tracce nell’opera di W. E. B. Du Bois e George Padmore in poi, gli incontri collettivi panafricani hanno adattato le proprie forme, obiettivi e vocabolari al mutare delle condizioni politiche. Ciononostante, quello che è passato nell’archivio resta parziale e frammentato. Le strategie, le metodologie organizzative e i progetti pratici che hanno sostenuto quei raduni restano spesso assenti o nascosti. Eppure sono proprio quegli sforzi coordinati che conservano un potenziale inestimabile per ispirare e ampliare le pratiche contemporanee di organizzazione collettiva.
Ciò che sopravvive in modo più immediato sono i verbali delle conferenze e gli atti pubblicati: da Présence Africaine a periodici neri come The Crisis, essi offrono approfondimenti sui discorsi ufficiali, le risoluzioni e le prospettive ideologiche espresse in quelle occasioni. Tali documenti e opuscoli ufficiali sono essenziali per ricostruire gli obiettivi dichiarati e le argomentazioni pubbliche avanzate nei congressi panafricani. Tuttavia essi raramente restituiscono l’intera trama degli scambi e della convivialità che hanno animato questi raduni. Quella trama emerge in modo più vivo in rari documenti audiovisivi, come i film di Sarah Maldoror sulla Conferenza della Negritudine tenutasi a Miami nel 1987, o le riprese di Paulin Soumanou Vieyra del Secondo Congresso di Scrittori e Artisti Neri a Roma nel 1959. Queste opere rendono percettibili gli incontri informali, le intimità condivise e le dimensioni affettive che hanno modellato la vita intellettuale e politica di quei convegni.
Riunirsi come infrastruttura culturale
Riunirsi significa molto più che radunare corpi in uno spazio condiviso. Significa stabilire un quadro di intelligibilità, determinare chi può parlare, quali forme di conoscenza riconoscere e come produrre significato collettivo. In questo senso, congressi e festival hanno piantato i semi del futuro. Hanno orchestrato e dato forma, parole e significato al discorso, ma anche prodotto visibilità, trasmissione e memoria. I dibattiti sulla legittimità dei Congressi del 1956 e del 1959 rivelano quanto questo lavoro fosse carico di tensioni fin dall’inizio. I critici mettevano in dubbio che una cultura “nera” o “africana” riuscisse a trovare espressione oltre lo Stato-nazione, liquidando tali sforzi come un’astrazione. Tuttavia, per figure come Aimé Césaire e Frantz Fanon, che a quegli incontri portarono riflessioni introspettive sull’eredità del colonialismo e sulle responsabilità della cultura stessa, l’astrazione non era la preoccupazione centrale (si veda l’articolo di Cannelli). Come sottolinea Mahougnon Sinsin nel suo articolo, la questione più urgente riguardava la possibilità che la cultura potesse funzionare come un processo storico e politico in grado di esprimere condizioni imposte sistematicamente e condivise senza cancellare il valore delle specificità e delle differenze. Quei congressi non intendevano dimostrare un’unità già esistente: evocavano, progettavano e davano forma concreta a una struttura provvisoria entro la quale poter discutere, contestare e riformulare l’unità.
Diversi contributi in questo numero ritornano a quei primi raduni evidenziando le frizioni geopolitiche e ideologiche che li hanno plasmati. Le architetture frammentarie e incomplete immaginate in quelle occasioni e il percorso di cui facevano parte dimostrano che strutture incomplete possono fare da incubatrici del tipo di pensiero creativo e sensibilità necessari a questo tipo di impegno culturale a lungo termine. Tali contributi promuovono una rivalutazione della componente radicale scaturita da quegli incontri, impedendo allo stesso tempo che romanticizzazioni e generalizzazioni si approprino e oscurino narrazioni emergenti, fondamentalmente sottovalutate.
Pedagogie e istituzioni postcoloniali
Se i congressi hanno offerto spazi temporanei di incontro, le istituzioni postcoloniali hanno fornito strutture più durature per la sperimentazione culturale. La trasformazione della École des Beaux-Arts di Casablanca negli anni Sessanta dimostra come la pedagogia sia diventata un’arena centrale del pensiero panafricano e decoloniale. Sotto la direzione di Farid Belkahia e le pratiche didattiche di Mohamed Melehi e Mohammed Chabaa, la scuola ha rifiutato i canoni modernisti eurocentrici a favore di genealogie radicate nelle culture visuali popolari, transregionali e vernacolari. Come dimostra il contributo di Morad Montazami, non si è trattato di un progetto ripiegato su sé stesso. La Scuola d’Arte di Casablanca è stata un nodo in una vasta costellazione di reti non allineate, panarabe e panafricane. Le sue mostre, i graffiti, i manifesti e le pubblicazioni hanno oltrepassato i confini del Marocco, interagendo con i dibattiti sull’astrazione, la modernità e l’impegno politico in tutta l’Africa e la diaspora. In questo senso, l’educazione ha funzionato come uno spazio di aggregazione permanente, capace di estendersi oltre i singoli eventi per plasmare infrastrutture culturali a lungo termine.
Festival e diplomazia culturale
Grandi festival culturali, come il Festival Culturale Panafricano tenutosi ad Algeri nel 1969 (PANAF ’69), hanno spostato la logica dei raduni su un registro differente (si vedano gli articoli di Turchetti e Colliva). Sostenuti dagli Stati da poco indipendenti e coinvolti nelle politiche internazionaliste del “Terzo Mondo”, quei festival hanno provato a dare sostanza a una solidarietà panafricana di larga portata, riunendo artisti, musicisti, scrittori e movimenti di liberazione che hanno trasformato le città in palcoscenici temporanei di diplomazia culturale. Performance, mostre e interventi politici si dispiegavano simultaneamente nello spazio urbano, annullando le differenze tra programma culturale, raduno politico e visibilità internazionale. Quelle iniziative hanno anche aumentato enormemente la partecipazione, spingendosi oltre le vecchie élite intellettuali europee per porre le popolazioni locali nel ruolo di attori e spettatori centrali.
Archivi, silenzi e rimappature femministe
Uno degli interventi più significativi di questo numero risiede nel suo confronto costante con le questioni legate alle lacune dell’archivio e alla parzialità della storiografia. Gli archivi panafricani vengono qui approcciati attraverso ciò che non riescono a registrare. La visibilità asimmetrica del lavoro e della leadership delle donne, spesso interpretata come una partecipazione marginale, è in realtà indice di come si assegni e preservi valore storico. Attraverso la prospettiva femminista e womanista, la cultura si presenta come una forma di governance attuata attraverso la cura, la pedagogia, le affinità e le strategie di sopravvivenza collettiva. Figure come Efua Sutherland, Miriam Makeba, Margaret Ekpo e Nike Davies-Okundaye emergono come soggetti istituzionali che hanno creato infrastrutture panafricane attraverso il teatro, la musica, l’organizzazione e la produzione materiale (si veda il contributo di Asha Salim). Il loro lavoro complica le narrazioni patriarcali che identificano l’agency politica esclusivamente con la leadership formale e l’arte del governo.
La rielaborazione dell’archivio proposta da Mistura Allison attraverso gli oríkì yoruba offre un intervento metodologico particolarmente generativo. Definendo l’archivio come iya iranti, madre della memoria, il testo pone in primo piano la relazionalità, il lavoro e l’affetto quali elementi costitutivi della trasmissione storica. Tali approcci sfidano gli impulsi di recupero che cercano di “aggiungere” le donne alle narrazioni dominanti senza cambiare le strutture epistemiche che ne hanno prodotto l’esclusione. Il contributo in lingua francese sulle solidarietà femministe panafricane sviluppa ulteriormente questo tema, situando l’azione collettiva delle donne all’interno dei dibattiti contemporanei sulla giustizia riparativa (Alkassoum, Almoctar, Geraci, Casale).
Poetica, terra e testimonianza cinematografica
Se molti raduni panafricani sono stati documentati attraverso testi e documentazione istituzionale, il cinema e la poesia offrono modalità alternative di trasmissione. Gli scritti raccolti in questo dossier sui film di Sarah Maldoror dedicati ad Aimé Césaire richiamano l’attenzione sul paesaggio e sulla voce in quanto testimoni politici. In queste opere la terra partecipa attivamente alla narrazione storica, portando su di sé le tracce della violenza coloniale e della resistenza. I film di Maldoror inquadrano, tagliano e stratificano atmosfere geo-specifiche che evocano le contraddizioni della condizione antillana così vigorosamente espresse da Césaire. Terra, linguaggio e lotta rimangono inseparabili e attivano un’altra dimensione del riunirsi: forme culturali capaci di chiamare gli spettatori a raccolta attraverso il tempo, stabilendo connessioni affettive e sensoriali che vanno oltre il momento dell’incontro.
Storiografia e frizioni nazionali
La questione della scala continentale contrapposta a quella nazionale ritorna con forza nell’analisi di Sakiko Nakao sull’Encyclopaedia Africana e sui congressi rivali degli storici africani negli anni Sessanta e Settanta. Concepita come un progetto panafricano sostenuto da W. E. B. Du Bois e Kwame Nkrumah, l’Encyclopaedia fu gradualmente assorbita nell’apparato ideologico e istituzionale dello stato ghanese. Questo spostamento dimostra la difficoltà di sostenere ambizioni continentali all’interno delle politiche delle nazioni di recente indipendenza. Le rivalità tra i congressi degli storici ad Accra, Dar es Salaam, Dakar e Yaoundé illustrano ulteriormente come la vita intellettuale panafricana sia stata plasmata dagli interessi nazionali e dalla competizione geopolitica.
Futuri “sankofiani” del riunirsi
Nel loro complesso i contributi pubblicati nel dossier presentano una visione del panafricanismo come pratica incompiuta, un’aspirazione al contempo realistica e speculativa, sempre dipendente dal lavoro culturale, dalla sperimentazione istituzionale e dall’autocritica. L’atto del riunirsi viene posto come una strategia ricorrente di risposta a condizioni di frammentazione, sradicamento e urgenza politica. Le iniziative contemporanee di incontro delle soggettività nere, sia in spazi fisici che digitali, continuano ad attingere a queste eredità. Lo fanno in modo selettivo, spesso implicitamente, adattando le metodologie del passato a nuovi contesti plasmati da globalizzazione, mediazione tecnologica e rinnovate richieste di giustizia riparativa. Persiste il riconoscimento della cultura come luogo primario di creazione di futuri collettivi. Questo numero doppio di Africa e Mediterraneo non va inteso come un modello da replicare e seguire pedissequamente; esso affronta tali questioni interrogando gli immaginari artistici, ideologici e spaziali mobilitati nel Primo e nel Secondo Congresso degli Scrittori e Artisti Neri (Parigi 1956; Roma 1959), insieme a iniziative successive e parallele. Offre una serie di analisi situate che invitano i lettori a soffermarsi sulla forma, la funzione e le implicazioni dei raduni passati, prestando attenzione sia ai momenti di successo, sia a quelli segnati da dubbi, esitazioni o incertezze. In tal modo, il testo afferma le eredità culturali panafricane come risorse, strumenti capaci di generare altre risorse di pensiero e azione, raduni attorno ad alberi che devono ancora essere piantati.
Africa e Mediterraneo n. 102-103 (1-2/25); Lingua: Contiene articoli in italiano inglese e francese; Codice ISSN: 1121-8495; Formato: 120 pp., 21×28 cm, brossura filo refe.