La pietra d’angolo

Editoriale di Sandra Federici del numero 79 di Africa e Mediterraneo, "Donne nella migrazione"

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Una donna con i propri figli all’interno di una tenda comune in un campo profughi Saharawi. Fotografia di Paolo Brutti

La questione migratoria in Italia e in Europa è stata, in passato,  letta principalmente attraverso una lente maschile, trascurando la dimensione femminile o relegandola a un ruolo passivo e subalterno: le donne migranti entravano nella discussione accademica in quanto mogli, madri, figlie di uomini migranti.

Ora, negli studi sull’immigrazione, grazie anche all’apporto di altre discipline, in particolare dei gender studies, il genere è arrivato a occupare un rilievo non secondario. Sono numerose le ricerche che applicano questo approccio ai vari aspetti della migrazione, mettendo in luce il fatto che sempre più le donne si spostano indipendentemente dal proprio nucleo famigliare, che nel percorso migratorio le donne risultano capaci di costruire difficili relazioni transnazionali e mantenere i piedi in due mondi, che è con le donne che è opportuno lavorare per ricostruire le relazioni e mettere in moto il processo circolare e reciproco della convivenza.

È stato ipotizzato che questa attenzione al genere potrebbe essere dovuta anche alla presenza negli studi sull’immigrazione di un grande numero di studiose; in ogni caso, rileviamo che al lancio del nostro appello a ricevere proposte per il dossier hanno risposto quasi esclusivamente donne, alcune ricercatrici, altre, la maggior parte, operatrici attive in progetti sociali, culturali e sanitari indirizzati a donne migranti, che hanno colto l’occasione di condividere con gli altri una riflessione sulla loro esperienza.

In Italia nel 2012 le donne erano il 53,1% del totale degli stranieri regolarmente residenti in Italia (Immigrazione Dossier Statistico IDOS/UNAR, 2013) e a livello europeo esse rappresentavano il 48,71% (Eurostat) del totale dei flussi migratori del 2011. Queste donne sono lavoratrici, studentesse, professioniste, madri di famiglia che fruiscono di servizi, intessono relazioni e negoziano quotidianamente il loro ruolo di genere. A volte sono persone in difficoltà che stanno vivendo percorsi di isolamento, sfruttamento, esclusione, violenza. È avendo in mente la ricchezza di questa complessità che abbiamo sollecitato e accolto le voci di questo dossier.

Nella riflessione sulla migrazione è fondamentale l’apporto dei gender studies, con la loro attenzione alla produzione delle identità e al rapporto tra soggetto, società e cultura, soprattutto in relazione ai processi emancipatori delle società postcoloniali e globalizzate. È questo il quadro teorico delineato da Letizia Lambertini nel saggio di apertura, che si sofferma in particolare sulla teoria dei saperi situati, che consiste nel porre al centro il punto di vista particolare e parziale della singola persona, posizionata in un certo tempo e luogo e con determinate esperienze, e nel considerare ogni sistema un insieme di posizioni individuali interconnesse tra loro e inserite in una rete di rapporti che le strutturano. Questa visione ci aiuta ad adeguare la comprensione e l’azione alla complessità reale del sistema, senza schematizzare le interpretazioni e chiudere le frontiere: un approccio non solo teorico ma anche politico.

Ivana Trevisani applica questo atteggiamento al lavoro psicologico e all’intervento sociale, sottolineando l’importanza di non abbandonarsi allo stereotipo – da qualunque parte esso venga – che introduce semplificazione e ordine dove c’è complessità, mentre pone il rischio di sminuire l’esperienza e chiudere alla speranza del cambiamento. Nel presentare alcuni progetti realizzati con donne native e migranti, essa passa in rassegna le criticità che le migrazioni femminili possono far emergere (solitudine, lavoro sottoqualificato, violenza…), e descrive le pratiche che hanno cercato e trovato soluzioni attraverso la relazione di scambio tra pari, l’attenzione all’altra, la messa in comune delle difficoltà, la ricerca attiva di vie d’uscita.

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Giovani donne in un pomeriggio a Trafalgar Square. Foto di Garry Knight

La capacità di vivere e lavorare tra due culture è il tema dello  studio antropologico di Anne Grosfilley sulle donne ivoriane che lavorano come “tate” per le famiglie medio- borghesi di Parigi. Esse sono portate ad annullare la loro origine a causa del lavoro che svolgono, in famiglie che non gradirebbero una esposizione forte della loro identità africana, ma quando si ritrovano con le connazionali indossano i pagne ivoriani. Queste stoffe, realizzate in Olanda in tessuto Wax su disegni batik con significati e nomi ben precisi (come “Dévaluation” o “Le coeur de Barack Obama”), rappresentano un modo per restare collegate al  Paese di origine.

Le donne migranti impegnate nei lavori di cura sono spesso sottoposte a condizioni di sfruttamento, disprezzo, razzismo, spesso a causa della loro clandestinità. Un caso limite, descritto da Omar Bortolazzi,  è costituito dal Libano, dove le collaboratrici domestiche immigrate, provenienti soprattutto da  Sri Lanka ed Etiopia, sono tenute in condizioni di totale dipendenza da parte dei datori di lavoro che sequestrano loro i documenti, limitano la loro libertà e le sottopongono a condizioni durissime di lavoro fino ad arrivare alle violenze più estreme.

Tre articoli raccontano le implicazioni sociali e psicologiche della pratica del lavoro di cura da parte delle donne migranti. Innanzitutto si delinea un’interdipendenza dei sistemi di welfare collocati ai due poli del processo migratorio, nei luoghi di origine delle collaboratrici famigliari, dove qualcuno deve occuparsi delle  famiglie rimaste senza la figura materna, e nei luoghi di destinazione, dove il compito della cura lasciato scoperto dalle donne europee emancipatesi con il lavoro è svolto da altre donne portatrici di un triplo svantaggio: il genere, l’origine straniera e l’appartenenza a un ceto medio-basso (Beatrice Credi). Un altro aspetto messo in evidenza è che solo se l’intera comunità (le persone straniere e i nativi) diventa consapevole della fondamentale presenza di queste persone nelle famiglie si può avviare una vera integrazione che porti a cogliere il meglio da questo incontro, ad aumentare il senso di appartenenza alla comunità e a sopperire alle difficoltà affrontate dalle migranti (Paolo Ballarin, Tatiana Di Federico). Infine, lo studio di Marta Bertagnolli sulle badanti moldave e i loro figli rimasti in patria trasmette pienamente la fatica e la forza impiegate dalle donne nella costruzione e soprattutto nel mantenimento della famiglia transnazionale e della parentela attraverso i confini.

La questione strategica della salute delle donne migranti e della sua tutela è affrontata da Giulia Capitani e Sara Barsanti che hanno realizzato una serie di focus group in Toscana per analizzare le dinamiche dell’accesso ai servizi sanitari degli utenti stranieri e le eventuali criticità, applicando un approccio di genere.

Tre articoli si concentrano sul problema della tratta e della privazione della libertà, delineando l’utilità dei percorsi terapeutici basati sull’etnopsichiatria nella presa in carico di vittime di violenze e tratta (Francesca Vallarino Gancia); esaminando con una lucida analisi antropologica elementi storici, sociali e culturali del reclutamento delle giovani donne nigeriane destinate alla prostituzione (Irene Peano); denunciando l’utilizzo da parte dei trafficanti delle procedure di asilo per fare soggiornare regolarmente in Italia donne coinvolte nella tratta (Daniela Peruzzo). Tra le tante pratiche che limitano la libertà delle donne di origine straniera, emerge il problema dei matrimoni forzati, trattato in Italia in maniera ancora estemporanea e casuale, quasi solo in relazione ai drammi che emergono nelle cronache. L’associazione Trama di Terre racconta qui il suo lavoro di mappatura del fenomeno, di definizione delle basi giuridiche e di elaborazione di metodologie di prevenzione e contrasto che coinvolgono anche le autorità locali e nazionali.

Un aspetto importante per tante donne migranti è quello della spiritualità: Laura Ferrero sottolinea la necessità di una maggiore attenzione alle pratiche religiose e alle “religiosità di genere” presentando il caso delle attività culturali ed educative organizzate da un gruppo di donne nella “moschea egiziana” di Torino.

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Tavola tratta da Burocrazy di Angela Wanjiku Njoroge. Progetto ComiX4Equality

L’emigrazione è per se stessa un’esperienza intensa e complessa, un “fattore di rischio” per il percorso esistenziale di una persona, per le problematiche sociali e psicologiche che implica. Non sempre è inquadrata in un progetto consapevole e programmato nella sua interezza: a volte, per le donne la cui libertà è molto limitata dalle strutture famigliari, essa è desiderata come una via (non facile ma unica) di emancipazione. Sara Bruni ha studiato le donne della provincia marocchina di Beni Mellal che possono aspirare a uscire dalla loro condizione di dipendenza e povertà solo attraverso il matrimonio con compaesani emigrati in Europa, che sia combinato dalle famiglie o che sia pagato dalle donne come atto esclusivamente formale per avere i documenti di soggiorno. Gaia Vianello per la realizzazione del documentario Aicha è tornata ha svolto una ricerca sui ritorni in Marocco da parte di donne di varia età, in seguito a percorsi migratori o matrimoniali fallimentari; Ilaria Rossini, analizzando il libro pubblicato in Spagna La Niña de la calle, presenta il caso di un percorso esistenziale e di liberazione difficilissimo, che si conclude e si corona con un viaggio nella patria di origine, ancora il Marocco, visitato come il mondo altro e lontano dell’infanzia, da cui partire per cominciare definitivamente a vivere.
Il dossier si conclude con due contributi artistici: il delicato racconto di una storia di amicizia tra una donna italiana e una ragazza marocchina, ambientato nella quotidianità della provincia bolognese (Patrizia Caffiero), e le immagini e i testi di una esposizione dedicata ad alcune giovani donne artiste che hanno vissuto la migrazione (Emanuela Termine).

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Il mercato del sabato, Sidi Ifni, Marocco. Foto di Sara Bruni

In questo dossier sono consegnate, da parte di chi pratica e studia il lavoro sociale partendo dalla prospettiva di genere, numerose testimonianze dirette delle donne immigrate. L’ascolto dell’Altra in un rapporto paritetico è possibile se viviamo la consapevolezza della “parzialità” del nostro punto di vista, della necessità di comprendere ogni percorso individuale nella sua specificità e senza imprigionarlo in categorie universali, della non applicabilità del concetto-prigione dell’identità a soggetti singoli che sono il risultato di un insieme di esperienze, saperi e poteri. Le donne sono la pietra d’angolo su cui si costruisce la convivenza: la loro forza e autonomia è la variabile che  determina l’integrazione dell’intero nucleo famigliare. E anche quando sono sole, separate dalle famiglie, esse si mostrano maestre della transnazionalità delle famiglie, del welfare, del lavoro. La dimensione della relazione è vitale, e se le difficoltà degli spostamenti e delle diversità portano a vivere una chiusura, uno scacco, essa va ricostruita, segnalando la possibilità di una relazione nuova, da vivere nella consapevolezza del proprio valore, della propria capacità di essere ponte tra culture, dell’efficacia potente dell’aiuto reciproco tra donne.