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	<title>Africa e Mediterraneo &#187; Mediterraneo</title>
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		<title>Africa e Mediterraneo &#187; Mediterraneo</title>
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		<title>La Méditerranée traversée – Récits et figures sensibles de la mobilité. Recensione</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2026 09:53:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria e letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Simone Belletti Saïd Belguidoum e Constance De Gourcy hanno coordinato La Méditerranée traverséee: Récits et figures sensibles de la mobilité – raccolta di contributi in parte presentati nell’omonimo convegno tenutosi all’Università di Aix-Marseille in giugno 2023 &#8211; pubblicata a maggio 2025 nella collezione “Sociétés contemporaines” delle Presses universitaires de Provence. Lo studio nasce da [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Simone Belletti</em></p>
<p>Saïd Belguidoum e Constance De Gourcy hanno coordinato <a href="https://presses-universitaires.univ-amu.fr/fr/actualites/mediterranee-traversee"><em>La Méditerranée traverséee: Récits et figures sensibles de la mobilité</em></a> – raccolta di contributi in parte presentati nell’omonimo convegno tenutosi all’Università di Aix-Marseille in giugno 2023 &#8211; pubblicata a maggio 2025 nella collezione “<em>Sociétés contemporaines</em>” delle Presses universitaires de Provence.</p>
<p>Lo studio nasce da un partenariato inedito fra ricercatori universitari specializzati negli studi sulla migrazione e artisti impegnati in progetti visuali e sonori legati al continente africano. I saggi nel volume raccolgono e analizzano testimonianze di persone che hanno vissuto il Mar Mediterraneo come luogo di incontro fra culture diversamente assimilabili, ma anche come crocevia di storie complesse e passati difficili. Le ricerche presentano studi legati alla <strong>migrazione</strong>, al <strong>dialogo interculturale</strong> e agli effetti indesiderati della <strong>globalizzazione</strong>.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9991" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/cover-la-mediterranée.jpg" alt="cover la mediterranée" width="400" height="600" />Il cuore della narrazione ruota attorno al concetto di “<strong>traversata</strong>” come spazio relazionale e da trattare in modo specifico nel campo degli studi sulla migrazione: nelle varie ricerche, essa viene presentata come conseguenza diretta di condizioni di precarietà e assenza di prospettive future nel paese d’origine, che spesso rendono inevitabile la migrazione oltre le coste africane. Per molte persone, infatti, la traversata non è solo un passaggio, ma anche e soprattutto una prova (p.13), che ha reso il Mediterraneo “<em>una (non)frontiera, selettiva e mortifera</em>”, in particolare per le donne più vulnerabili.</p>
<p>Per comprendere la traversata, l’insieme dei contributi si sviluppa attorno ad alcuni pilastri complementari che costituiscono l’essenza delle storie raccontate. La prima parte si concentra sulla traversata come oggetto di studio, partendo dalla constatazione che “frontiere invisibili ma con effetti tangibili” hanno pesato e pesano sulle vite delle persone, analizzando quindi diversi vissuti, diverse figure di “traversanti” e diversi mondi narrativi, compresi gli archivi famigliari. In queste analisi, ci si interessa in particolare agli “immaginari della traversata”, cioè i miti, le convinzioni, i sogni e i desideri che alimentano i progetti dei migranti, anche in momenti storici diversi, come nel saggio di S. Belguidoum che mette a confronto le testimonianze di persone partite dallo stesso paese, Bougaa in Algeria, i paesani emigrati in Francia negli anni 50-60 e i giovani <em>harraga</em> che hanno affrontato l’<em>aventure</em> nell’ultimo decennio.</p>
<p>La seconda parte è il risultato di ricerche sociali approfondite legate alla condizione fisica dei <strong><em>corpi umani</em></strong>, alla percezione dei loro trascorsi e alle emozioni a lungo ignorate perché considerate “residue”. Servendosi di un approccio documentaristico applicato anche allo studio di prodotti artistici legati a diverse realtà sociali di provenienza, la trattazione descrive come modelli di vita e oggetti culturali vengano trasportati “da una riva all’altra” del mare (p. 17) come testimonianza di un passato iscritto nell’anima del migrante. Si insiste sul potenziale dell’arte come pratica capace di modificare l’immaginario dominante sulle traversate nel Mediterraneo, spesso distorte dal panorama mediatico e presentate in maniera controversa.</p>
<p>La ricerca si concentra sulle narrazioni più discrete, a volte sepolte nelle memorie individuali o familiari, spesso poco trattate perché lontane da eventi clamorosi: in altri termini, il lavoro dei ricercatori rivolge l’attenzione su “ciò che non fa caso – nel senso politico e mediatico del termine – ma che merita comunque attenzione” (p. 14). Cercando di analizzare la traversata come uno spazio-tempo di pratiche e di punti di vista situati, la ricerca privilegia il movimento rispetto alla stabilità, si concentra sul mare piuttosto che sulle città portuali che lo circondano, ed affronta l’errare su strade terrestri e marittime rispetto alla fissità delle residenze.</p>
<p>Le persone che affrontano la traversata vi trovano spesso una situazione di dialogo comune, e si raccontano storie che spesso presentano gradi di somiglianza, a lungo rimasti nascosti: la materia delle traversate viene filtrata attraverso racconti biografici che offrono un’alternativa qualificabile come “infra-ordinaria” (p. 15) rispetto alle notizie di rilievo mediatico.</p>
<p>Le ricerche mostrano come pregiudizi legati al “timore del diverso” abbiano ridotto le possibilità di confronto interculturale legato alla mobilità: in altre parole, si osserva come il migrante spesso fatichi a cogliere le opportunità di condivisione umana, specialmente a causa delle dure condizioni dell’esilio, ma anche a causa di fragilità emotive dovute alla migrazione forzata.</p>
<p>La terza parte del libro affronta la traversata proponendo le <strong>testimonianze</strong> da parte di uomini, donne e bambini, nelle quali il passaggio da una riva all’altra non è solo uno spostamento, ma un’esperienza che imprime un cambiamento a un’intera esistenza. Abbiamo così la possibilità di leggere, tra gli altri, il racconto di Raymon Follin (raccolto da Léna Haziza), che dopo l’Indipendenza nel 1962 lasciò l’Algeria con la sua famiglia “piangendo” e “con grande tristezza” per andare a Marsiglia, o la testimonianza di Moussa (raccolta da Andrea Galinal Arras), del suo drammatico viaggio dal Senegal al Marocco alle Isole Canarie, “l’<em>aventure</em>” in cui “quello che ha potuto imparare è più di quello che ha studiato nei libri”. Le tappe (spesso forzate) della migrazione diventano un crocevia fra fuggitivi e sognatori, piattaforme di scambio che permettono di ripensare la propria vita, offrendo reciproca comprensione delle prerogative altrui. In tal senso, il mar Mediterraneo viene presentato come il luogo in cui le maschere cadono e i cuori si aprono, svelando la vera identità di ciascun traversante.</p>
<p>Vengono dunque a crearsi i presupposti per la creazione di una “<strong>terza identità</strong>”, come rilevato da M.E. Busacchi e C. De Gourcy, favorita dall’incrocio fra esperienze diverse: un connubio di tratti culturali all’apparenza contrastanti, ma che trovano la maniera di fondersi nella riconoscimento di una forma di “familiarità” propria dello spazio mediterraneo (p. 22). In ragione di ciò, i contributi raccolti convergono nel concetto di “comunità mediterranea cosmopolita”: l’ideazione di un nuovo fronte identitario permette di costruire la propria cultura a partire dai momenti condivisi durante la migrazione; inoltre, la comunità venutasi a creare stimola indirettamente un confronto perpetuo.</p>
<p>Il Mediterraneo diventa “globale” nel momento in cui attira l’attenzione del panorama mediatico su ciò che accade nelle sue acque: tuttavia, è oggetto di critica la tendenza degli attori internazionali a occuparsi delle vicende mediterranee solamente quando vi insorge un evento di ampia rilevanza. In un mondo che dovrebbe ambire a cooperare per ridurre al minimo le tensioni, gli effetti della globalizzazione appaiono spesso ciechi di fronte allo studio sociologico delle relazioni venutesi a creare a causa della mobilità transnazionale: secondo alcune ricerche, si osserva una generale tendenza degli attori internazionali a catalogare indirettamente i gruppi umani a seconda del loro impatto nel commercio globale; tale condizione risulta in un’inevitabile (ma tragica) ignoranza rispetto alle tragedie che accadono in mare ogni giorno.</p>
<p>Al contrario, la pluralità di voci coinvolte favorisce un ricircolo di idee che, forse troppo a lungo, era rimasto fossilizzato all’interno dei limiti nazionali del continente africano, e che ora scalpita per diffondersi su scala globale. Per raggiungere questo obiettivo, i contributi proposti affrontano il concetto di “<strong>Mediterraneo come ponte</strong>”: questa prospettiva di collegamento coglie lo spontaneo diffondersi del fenomeno migratorio come opportunità per espandere oltreconfine le idee di voci a lungo zittite da condizioni di vita precarie.</p>
<p>In questi termini, la traversata mediterranea appare come la più diretta espressione di “<em>Mare Nostrum</em>”, un antico concetto che rimanda allo “spazio comune” a proiezione globale: malgrado i dammi legati alla traversata, la ricerca ambisce a presentare “l’altra faccia della medaglia”, ovvero l’opportunità offerta dalla condizione di mobilità di arricchire il proprio bagaglio culturale e accrescere la propria consapevolezza “dell’altro”.</p>
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		<title>Migrazione: l’incontro delle isole e città di confine a Malta</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 11:31:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2023/04/Msida_municipality.jpg" rel="lightbox[9392]"><img class="aligncenter  wp-image-9393" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2023/04/Msida_municipality.jpg" alt="Msida_municipality" width="716" height="320" /></a></p>
<p>“<em>Notre cher Président</em> ha avuto due giorni fa la bella idea di sciogliere tutte le amministrazioni comunali, per cui non vi posso più parlare come Vicesindaco di Sfax”. Con un ironico riferimento alla complicata attualità tunisina ha iniziato il suo discorso l’avvocato Mohamed Wajdi Aydi all’incontro “Walls and Doors in Europe: Migration Policies and European Citizenship from the Border Town and Island Perspective” del 27 marzo scorso alla Valletta. Organizzato dall’associazione <strong>Kopin</strong>, ha riunito numerose amministrazioni locali del Border Towns and Islands Network (BTIN), creato 4 anni fa sotto la guida di Lampedusa.</p>
<p>L’incontro è stato introdotto da <strong>Margaret Baldacchino Cefai</strong>, Sindaca di Msida, cittadina confinante con la Valletta ad alta densità di migranti non solo lavoratori ma anche studenti (vi ha sede l’Università di Malta), raccontando le iniziative messe in campo sul dialogo interreligioso.</p>
<p>Sono poi seguiti i due interventi molto legati all’attualità dei rappresentanti di Lampedusa e Sfax. <strong>Aldo Di Piazza</strong>, Assessore alla Sanità e al Welfare dell’isola all’estremo sud dell’Italia, ha subito sottolineato la situazione di grave emergenza in corso: “Abbiamo 3000 persone nel centro di accoglienza, con 6000 abitanti: come se a Malta, che ha 500.000 abitanti, ne arrivassero 250.000. Immaginate le questioni pratiche da risolvere in termini di approvvigionamento idrico, gestione dei rifiuti, sanità. Lampedusa ha un presidio di primo soccorso bene organizzato per la cittadinanza, ma con tante persone in più è ovvio che si sovraccarica.” La sua denuncia è proseguita in maniera molto chiara: “In questa zona di mare siamo gli unici a cercare di tenere fuori dall’acqua la gente. Io credo che una delle funzioni di questa associazione di piccole città e isole frontaliere [BTIN] debba essere quella di far presente alle ‘stanze silenziose’ di Bruxelles, che non ascoltano le grida della gente che sta affogando nel canale di Sicilia, che devono porre attenzione a questa situazione. Bisogna riformare il Regolamento di Dublino, piaccia o non piaccia. Noi continueremo a salvare come abbiamo sempre fatto, ma non so cosa potrebbe succedere a livello di opinione pubblica locale se la prossima stagione turistica andasse male.”</p>
<p>L’intervento di <strong>Wajdi Aydi</strong>, ex vicesindaco di Sfax, ha suscitato molte domande, vista l’attuale drammatica situazione in Tunisia e i conseguenti arrivi a Lampedusa. “Le amministrazioni locali sono il primo presidio della migrazione e il Presidente Sayed purtroppo le ha sciolte. Io come vicesindaco ero incaricato della cooperazione decentrata e della migrazione. Comunque, fino ai nostri giorni non c’è mai stata una politica ufficiale nazionale sulla migrazione, non c’è visione, strategia, mentre già a partire dall’ondata arrivata dalla Libia nel 2011 si è visto che gli arrivi in massa di migranti dall’Africa Subsahariana sono un tema strutturale da gestire. Sfax è la seconda città della Tunisia, polo industriale e universitario a Sud-Est della Tunisia, ed è la prima destinazione di giovani e uomini subsahariani per molte ragioni. Il governatorato di Sfax ha più di 800.000 abitanti e contiamo 126.000 tunisini di altre regioni e circa 16.000 cittadini stranieri (2%). Ma non abbiamo cifre esatte officiali sui migranti stranieri: sono presenti siriani, sudanesi, somali, tra 15-20.000, come ho detto se non c’è strategia non si monitorano nemmeno le presenze.</p>
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2023/04/IMG_53031.jpg" rel="lightbox[9392]"><img class="aligncenter  wp-image-9396" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2023/04/IMG_53031.jpg" alt="IMG_5303" width="472" height="354" /></a></p>
<p>I flussi sono stati molto forti fino al Covid a Sfax, che è città di emigrazione, immigrazione e transito. Il livello di vita è abbastanza alto per la Tunisia, le persone vengono per lavorare, per studiare, per curarsi, ma anche perché è vicina a Lampedusa. Sì, vengono per fare la traversata: siamo a 138 km da Lampedusa, si possono fare in 3 ore con una piccola barca. Arrivano dalla Libia, ma anche legalmente, “con l’aereo”, perché nel 2008-2009 abbiamo eliminato il visto per molti stati subsahariani. Non è facile lavorare sul tema della migrazione in questa situazione di grande instabilità politica e con un quadro legale obsoleto. Io ho partecipato a progetti internazionali per conoscere altre esperienze e gestire meglio il livello locale. Il ruolo dell’amministrazione, infatti, è attuare un coordinamento, facilitare e unire le forze degli altri attori. Abbiamo buone relazioni con l’OIM di Sfax e abbiamo potuto con loro dare un sostegno alla popolazione migrante, con l’aiuto di Médecins sans Frontières, Médécins du Monde, France Terre d’Asile, Tunisie terre d’asile, Caritas. Abbiamo cercato di agire per il meglio, ad esempio durante il Covid c’erano molti migranti che avevano perso il loro lavoro e hanno vissuto con i fondi raccolti da noi. Eravamo i soli a sostenerli in quel periodo. Siamo riusciti anche a ridurre le partenze illegali, perché ci sono anche migranti che vengono a Sfax per restare; abbiamo integrato tanti bambini non scolarizzati. La migrazione è un’opportunità per la città, ad esempio in agricoltura, per la nostra grande produzione di olive, se non ci fossero i migranti sarebbe un disastro. E così nei lavori pubblici, nelle costruzioni.</p>
<p>Purtroppo, la funzione dei comuni è anche seppellire i morti, a Lampedusa ci sono incidenti negli arrivi, a Sfax incidenti nelle partenze. Ma le città di frontiera possono fare molto. Ho lavorato sulla Carta di Lampedusa dell’UCLG, una visione umana e umanista della migrazione: cooperare insieme da Sud e da Nord, con un grande ruolo delle amministrazioni locali. La migrazione è un fenomeno umano: si può gestire e governare, ma bloccarla non è possibile.”</p>
<p><strong>Pietro Pinto</strong>, responsabile del progetto Siren, ha affermato che “il senso di questo meeting è riunire i componenti del BTIN e decidere il proseguimento di questo network, che esiste da 4 anni e vuole continuare a far sentire la voce delle aree di confine”. <strong>Michelle Calleja Chehab</strong> dell’IOM Malta si è soffermata sul rapporto tra il Global Compact for Refugees and Migrants, firmato da 193 stati, e l’Agenda 2030, sottolineando che la migrazione riguarda tutti.</p>
<p>A questo interessante incontro hanno partecipato anche Camilla Murgia, Assessora alle Pari opportunità della Città di Pesaro, e rappresentanti delle amministrazioni di Grande-Synthe (Nord della Francia), Kisharsány (Ungheria) e Straß in Steiermark (Austria), dell’ONG austriaca Südwind, dell’associazione greca Eloris, delle ONG italiane Amref e Africa e Mediterraneo.</p>
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2023/04/IMG_5298.jpg" rel="lightbox[9392]"><img class="aligncenter  wp-image-9401" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2023/04/IMG_5298.jpg" alt="IMG_5298" width="520" height="390" /></a></p>
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		<title>Raccontare può salvare la vita</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2021 08:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Roberta Sireno Le narrazioni delle minoranze sono spesso distorte e semplificate, rischiano di diventare una storia unica e definitiva, che priva le persone della loro individualità. A ricordarlo è la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie in una conferenza per il TED Talk 2009 dal titolo The danger of a single story (&#8216;I pericoli di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><em><span style="font-size: small;">di Roberta Sireno</span></em></p>
<p align="JUSTIFY">Le narrazioni delle minoranze sono spesso distorte e semplificate, rischiano di diventare una storia unica e definitiva, che priva le persone della loro individualità. A ricordarlo è la scrittrice nigeriana <strong>Chimamanda Ngozi Adichie</strong> in una conferenza per il TED Talk 2009 dal titolo <a href="https://www.ted.com/talks/chimamanda_ngozi_adichie_the_danger_of_a_single_story"><i><b>The danger of a single story</b></i></a> (&#8216;I pericoli di una storia unica&#8217;), ora raccolta in un volume pubblicato da Einaudi.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci sono tante storie che formano un racconto inclusivo delle realtà complesse: come questa, che è la <b>prima autobiografia pubblicata in Italia di un migrante somalo</b> sopravvissuto ai viaggi della morte.</p>
<p align="JUSTIFY"><img class="aligncenter wp-image-9104" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2021/08/Schermata-2021-08-24-alle-10.24.04.png" alt="Schermata 2021-08-24 alle 10.24.04" width="600" height="540" /></p>
<p align="JUSTIFY">È il racconto del suo <i><b>tahriib</b></i>: una parola araba che designa una forma di emigrazione sregolata praticata da migliaia di ragazzi e ragazze somali, i quali partono alla volta dell&#8217;Europa attraversando l&#8217;Etiopia, il Sudan e la Libia, e infine il Mar Mediterraneo. Raccontare può salvare la vita, e Geeldoon lo testimonia nel libro <a href="https://www.gasparieditore.it/baciammo-la-terra"><i><b>Baciammo la terra. L&#8217;odissea di un migrante dal Somaliland al Mar Mediterraneo</b></i></a> uscito nel 2020 per Gaspari Editore.</p>
<p align="JUSTIFY">«<i>Volevamo realizzare il nostro sogno di andare in Europa</i>», racconta Geeldoon durante l&#8217;intervista sulla quale è basato il libro, e che è stata condotta nel gennaio 2014 nel corso di un programma di ricerca sull&#8217;impatto della guerra sugli uomini somali condotto dal Rift Valley Institute (RVI). Tradotta in inglese mantenendo la veridicità e l&#8217;anonimato della storia, la traduzione italiana è stata voluta dallo scrittore, ricercatore e poeta italiano <strong>Raphael d&#8217;Abdon</strong>, che vive dal 2008 a Pretoria in Sudafrica. Al centro di questa testimonianza c&#8217;è «<b>una malattia chiamata </b><i><b>buufis</b></i>»: si tratta di un termine somalo che indica un desiderio smanioso di partire alla ricerca di nuove possibilità.</p>
<p align="JUSTIFY">Il punto di partenza e di ritorno della storia è il <b>Corno d&#8217;Africa</b>, una regione attraversata da continue evoluzioni e instabilità sociali (per un approfondimento, si veda <a href="https://www.laimomo.it/prodotto/corno-africa-prospettive-relazioni/"><b>dossier 92-93 della rivista Africa e Mediterraneo</b></a>): nato nella zona oggi denominata Somaliland (Nord della Somalia), Geeldoon si trasferì nel 1989 con la famiglia in Mogadiscio per fuggire dalla guerra civile.</p>
<p align="JUSTIFY"><img class="alignleft wp-image-9105" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2021/08/Schermata-2021-08-24-alle-10.26.16.png" alt="Schermata 2021-08-24 alle 10.26.16" width="400" height="405" />Dopo un breve periodo in Kenya, ritornarono in Somalia dove Geeldoon riuscì a finire le scuole superiori, e nel 2006 il suo desiderio era iscriversi all&#8217;università.</p>
<p align="JUSTIFY">Purtroppo in quegli anni le università somale erano pochissime, così Geeldoon progettò di studiare all&#8217;estero. Dopo diversi tentativi falliti di emigrare per motivi di studio, l&#8217;autore racconta che «<i>le due decisioni di studiare ed emigrare erano diventate incompatibili</i>», così si dedicò alla ricerca del lavoro, e in quel periodo venne a conoscenza del <i>tahriib</i> o cosiddetto <strong>viaggio della morte</strong>: raggiungere l&#8217;Europa per cercare nuove opportunità di vita passando dalla Libia. È a questo punto che iniziò la sua tragica odissea attraverso il confine sudanese, l&#8217;incontro con i trafficanti libici e l&#8217;attraversata a piedi del Sahara insieme a un gruppo di giovani migranti, che durò diverse settimane senza cibo e senza acqua.</p>
<p align="JUSTIFY">«<i>Continuammo a camminare per altri due giorni. A questo punto, quando uno cadeva a terra, non ci fermavamo più per soccorrerlo. Li lasciavamo dov&#8217;erano, senza mostrare alcuna pietà. […] La verità è che non provavamo più alcuna pietà, anche perché otto di noi erano già morti. Morirono uno dopo l&#8217;altro e nessuno se ne era occupato. La solidarietà se ne era andata da un pezzo.</i>» (p.51)</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo un mese di cammino, in cui ormai «<i>avevamo gli occhi incavati e sembravamo degli scheletri</i>», Geeldoon e i suoi restanti compagni di viaggio arrivarono a Tripoli, furono catturati e finirono nelle prigioni libiche dove vengono compiute alcune tra le più disumanizzanti <b>violazioni dei diritti umani</b>: torture, violenze e stupri sono all&#8217;ordine del giorno, e la liberazione può avvenire solo in cambio di quote di denaro corrisposte dalle famiglie dei prigionieri.</p>
<p align="JUSTIFY"><img class="alignleft wp-image-9109" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2021/08/viaggio.jpeg" alt="viaggio" width="400" height="542" />Dopo un lungo periodo di prigionia, Geeldoon riuscì a uscire grazie all&#8217;aiuto della sua famiglia e iniziò a lavorare a Tripoli, sperando di ricavare il guadagno necessario per partire alla volta dell&#8217;Europa. Si unì a un gruppo di trecento persone che partì su una barca per raggiungere le coste europee, ma il motore si ruppe in mezzo al mare.</p>
<p align="JUSTIFY">«<i>Fummo avvicinati da un&#8217;imbarcazione battente bandiera italiana che ci lanciò cibo, acqua e altre bevande. Mangiammo e bevemmo, convinti che saremmo stati portati in Sicilia, quando all&#8217;improvviso apparve una barca ancora più grande che ci agganciò e ci riportò a Tripoli. Fummo riportati nella stessa prigione […] e fummo di nuovo sottoposti ad abusi e torture.</i>» (p.80)</p>
<p align="JUSTIFY">Geeldoon riuscì a scappare. Il suo <i>tahriib </i>era durato sei mesi ed era arrivato a un tale esaurimento nervoso che decise di abbandonare il suo piano di emigrazione in Europa. Era la fine del 2011 quando decise di tornare con un suo amico nel Somaliland attraverso un volo aereo.</p>
<p align="JUSTIFY">«Q<i>uando arrivammo a casa baciammo la terra.</i>» (p.81)</p>
<p align="JUSTIFY">Il racconto autobiografico si chiude con una celebrazione delle proprie origini, e quindi della terra in cui si è nati. Dopo essere sopravvissuto nel tentativo di raggiungere l&#8217;Occidente, Geeldoon ha fondato in Somaliland un&#8217;associazione locale per incoraggiare i giovani ad abbandonare il <i>tahriib</i> e a costruirsi un futuro a casa propria.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo racconto fa riflettere su come sia necessario un <strong>nuovo approccio nei confronti della mobilità internazionale</strong>: le regole che determinano oggi la mobilità di persone che provengono da alcuni Paesi si basano, infatti, su profonde disparità e diseguaglianze che obbligano molti a dover affrontare viaggi durante i quali mettono a repentaglio le loro vite per poter arrivare in Europa. Lo sostiene la stessa scrittrice <strong>Oiza Q.D. Obasuyi</strong> nel suo recente libro <strong><a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/corpi-estranei">Corpi estranei</a> </strong>(People Editore, 2020), dove mette a confronto i giovani italiani che migrano all&#8217;estero per cercare migliori opportunità e le persone – in questo caso i cosiddetti migranti economici – che affrontano un viaggio rischioso, nelle mani di trafficanti e spesso in condizioni disumane per raggiungere l&#8217;Europa.</p>
<p align="JUSTIFY">La differenza sta nella la possibilità di poter ottenere i documenti che consentono di intraprendere un viaggio sicuro e legale.</p>
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		<title>Voci di Resistenza dal Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2016 13:39:17 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Attraverso le voci di chi si oppone alla miope scelta tra deriva jihadista e dittature securitarie, di chi rifiuta un&#8217;Europa fatta di Stati-nazione e arroccata sulle proprie frontiere interne ed esterne, l’Assessorato alla cultura e ai giovani di Caprarola propone di provare a immaginare un Mediterraneo diverso, un Mediterraneo di pace, un Mediterraneo senza frontiere, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2016/04/voci-di-resistenza.jpg" rel="lightbox[7568]"><img class="alignnone wp-image-7569 size-full" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2016/04/voci-di-resistenza-e1460727041315.jpg" alt="Voci di Resistenza dal Mediterraneo" width="620" height="310" /></a></p>
<p>Attraverso le voci di chi si oppone alla miope scelta tra deriva jihadista e dittature securitarie, di chi rifiuta un&#8217;Europa fatta di Stati-nazione e arroccata sulle proprie frontiere interne ed esterne,<strong> l’Assessorato alla cultura e ai giovani di Caprarola propone di provare a immaginare un Mediterraneo diverso</strong>, un Mediterraneo di pace, un Mediterraneo senza frontiere, un mare dei diritti e delle libertà per tutti e tutte nel cuore della provincia di Viterbo.</p>
<p>I recenti drammatici attacchi di Bruxelles rendono ancor più urgente una <strong>riflessione approfondita su tematiche quali il futuro dell&#8217;Europa, i diritti umani nel bacino del Mediterraneo, le situazioni interne dei paesi d&#8217;origine dei flussi migratori, la possibilità di una cittadinanza mediterranea</strong>.</p>
<p>Caprarola (VT) sarà per un giorno luogo di confronto e di scambio su tematiche di attualità internazionale grazie alla presenza di ricercatori e ricercatrici, giornalisti, attivisti e attiviste da vari paesi del Mediterraneo. L&#8217;evento, realizzato in collaborazione con COSPE, ARCI e UNIMED, è parte del<strong> Festival RESIST</strong>, organizzato dal Comitato provinciale ARCI, con l&#8217;obiettivo di <strong>promuovere una maniera diversa di raccontare la Resistenza affrontando temi storici e di attualità.</strong></p>
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/" target="_blank">Africa e Mediterraneo</a> è media partner dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>L&#8217;evento avrà luogo venerdì 22 aprile &#8211; ore 16.30 presso il Palazzo della Cultura (via della Repubblica snc) &#8211; Caprarola (VT). Tutti gli aggiornamenti possono essere consultati sulla <a href="https://www.facebook.com/events/1085038668203936/" target="_blank">pagina Facebook dell&#8217;evento</a>.</p>
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		<title>Crossing viewpoints: nuova scadenza per l&#8217;Euromed Heritage photo competition</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 13:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Concorso]]></category>
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		<description><![CDATA[Il progetto finanziato dall’Ue “Euromed Heritage IV”, ha posticipato la data di scadenza per la partecipazione al concorso “Crossing Viewpoints: Mediterranean cities as spaces of socialisation”; una competizione fotografica alla quale possono partecipare tutti i fotografi appartenenti a uno dei Paesi dell’area del Mediterraneo, nonché i cittadini dei paesi membri dell’Unione europea. La nuova data [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.enpi-info.eu/img/news/award_2011_en.jpg" alt="" width="168" height="168" /> Il progetto finanziato dall’Ue “<strong>Euromed Heritage IV”</strong>, ha posticipato la data di scadenza per la partecipazione al concorso <strong>“Crossing Viewpoints: Mediterranean cities as spaces of socialisation”</strong>; una competizione fotografica alla quale possono partecipare tutti i fotografi appartenenti a uno dei Paesi dell’area del Mediterraneo, nonché i cittadini dei paesi membri dell’Unione europea.</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova data di scadenza per la presentazione dei lavori si protrae fino al 15 ottobre 2011. Il concorso ha come obiettivo principale quello di promuovere il patrimonio culturale dell’area Euro- Mediterranea, sensibilizzando l’opinione pubblica e favorendo una maggiore consapevolezza della propria eredità culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni: <a href="http://www.enpi-info.eu/medportal/news/project/26391/Crossing-viewpoints:-new-deadline-for-Euromed-Heritage-photo-competition" target="_blank">www.enpi-info.eu</a></p>
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		<title>27/03/2010- Festival del cinema mediterraneo a Tétouan</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 11:07:24 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Agenda cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Agenda cultura aprile 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[Evento: Festival International du Cinéma Méditerranéen &#8211; 16ème édition. Dove: Tétouan. Quando: Dal 27 marzo al 3 aprile 2010. Informazioni: L&#8217;associazione &#8220;Amis du cinéma de Tétouan&#8221; organizza anche quest&#8217;anno il festival internazionale sul cinema mediterraneo, per promuovere l&#8217;arte cinematografica di questa regione del mondo e far conoscere i suoi valori, i suoi artisti e le [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2010/03/affiche-2010-150x150.jpg" alt="" title="" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-2028" /><br />
<strong>Evento: </strong> Festival International du Cinéma Méditerranéen &#8211; 16ème édition. </p>
<p><strong>Dove: </strong> Tétouan.</p>
<p><strong>Quando: </strong> Dal 27 marzo al 3 aprile 2010.</p>
<p><strong>Informazioni: </strong> L&#8217;associazione &#8220;Amis du cinéma de Tétouan&#8221; organizza anche quest&#8217;anno il festival internazionale sul cinema mediterraneo, per promuovere l&#8217;arte cinematografica di questa regione del mondo e far conoscere i suoi valori, i suoi artisti e le sue opere. <a href="http://www.festivaltetouan.org">Info. </a></p>
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