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	<title>Africa e Mediterraneo &#187; Massimo Cacciari</title>
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		<title>Africa e Mediterraneo &#187; Massimo Cacciari</title>
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		<title>Marzabotto e la paura dell&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 11:18:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione.]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Eccidio di Marzabotto]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Cacciari]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
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		<description><![CDATA[Mi è arrivato in un giro di e-mail il discorso che Massimo Cacciari ha pronunciato a Marzabotto per la cerimonia di commemorazione dell’Eccidio, che si tiene ogni anno a inizio ottobre. Me ne aveva già parlato un’amica, Silvia, raccontandomi che quella domenica mattina aveva detto alle sue due bimbe di 7 e 15 anni: “oggi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/cinzia_t/1451714862/"><img src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2009/10/marzabotto-300x219.png" alt="marzabotto" title="marzabotto" width="300" height="219" class="alignright size-medium wp-image-956" /></a>Mi è arrivato in un giro di e-mail il discorso che Massimo Cacciari ha pronunciato a Marzabotto per la cerimonia di commemorazione dell’Eccidio, che si tiene ogni anno a inizio ottobre. Me ne aveva già parlato un’amica, Silvia, raccontandomi che quella domenica mattina aveva detto alle sue due bimbe di 7 e 15 anni: “oggi non si va a messa, si va a Marzabotto”.</p>
<p>Effettivamente, quella cerimonia ha qualcosa di sacro. Io ci sono stata qualche anno fa e sono rimasta impressionata dalla quantità di città, provincie, regioni e associazioni italiane presenti. Puntuali, ogni anno scendono dai pullman e si concentrano in una piazza strapiena, con i loro gonfaloni decorati, i gagliardetti e i fazzoletti al collo, a dire “ci siamo”. Poi c’è chi dice che è un’abitudine retorica e meccanica, però loro, cascasse il mondo, ogni anno a <em>Marzabotto ci sono</em>. E si vedono anche tantissimi giovani, studenti fuori sede che vengono su da Bologna, famiglie con i bambini.</p>
<p>Comunque, Silvia mi aveva detto di essere rimasta colpitissima dall’orazione di Cacciari, tanto da essersi a un certo punto scambiata con uno sconosciuto anziano signore uno sguardo di comune meraviglia e un commento ammirato “che discorso!”.</p>
<p>Beh, anche se non si è lì, perché davvero <em>essere lì</em> è un’esperienza che conta, questo testo è proprio da leggere. I punto in cui parla della paura colpisce molto, se si pensa alla retorica xenofoba (e ultimamente anche omofoba e misogina, per continuare con i vocaboli strani) che infetta il discorso politico in Italia: “Tutti questi crimini, nella loro sovra-umanità, vengono da una sistematica, nei paesi che li commettono, negli eserciti che li commettono, vengono da una sistematica <em>educazione alla paura</em>. Vengono da una sistematica ricerca, di fronte alle difficoltà, alle crisi, alle contraddizioni, da una sistematica ricerca del nemico.”</p>
<p>Ma c’è un punto che mi ha fatto venire un brividino nella schiena ed è quello in cui parla del “consenso”. “Ormai abbiamo tutti i dati, tutti gli elementi che confermano che fino a sotto i bombardamenti la gente in Germania appoggiava sostanzialmente Hitler, perché aveva un tenore di vita – fintanto che le loro città non sono state rase al suolo – un tenore di vita alto e diffuso.” Infatti, il regime nazista era riuscito ad ottenere “il totale assorbimento nell’ordine dato delle coscienze personali.” Non aggiungo altro, qui sotto copio il discorso.</p>
<p><span id="more-955"></span></p>
<p><em>MASSIMO CACCIARI<br />
Sindaco di Venezia</em><br />
<strong><br />
ORAZIONE per il 65° anniversario dell’eccidio di Marzabotto</strong> (4 ottobre 2009)</p>
<p>Buongiorno a tutti, ai miei colleghi e a voi e un ringraziamento in particolare al Sindaco di<br />
Marzabotto che mi ha onorato con questo invito. </p>
<p>Ho riflettuto al significato che poteva avere questo invito e ho pensato che si dovesse a un’idea, che<br />
io sia in grado di aiutare un po’ tutti, me per primo, a riflettere su questa strage, sull’evento tragico<br />
che ha colpito questi luoghi. </p>
<p>È un giorno di ricordo e di pianto, perché i morti, soprattutto i morti ammazzati in questo modo, si<br />
piangono. </p>
<p>Però c’è lacrima e lacrima. </p>
<p>Ci sono lacrime che offuscano lo sguardo, che confondono, che impediscono di vedere, e ci sono le<br />
lacrime che tengono l’occhio sgombro, pulito, e che fanno vedere meglio. </p>
<p>E dobbiamo piangere così. </p>
<p>E così hanno pianto gli amici e i colleghi che mi hanno preceduto. </p>
<p>Di quale crimine parliamo? </p>
<p>Perché è essenziale chiedercelo. </p>
<p>È evidente che non si tratta di omicidi, o di semplici omicidi di massa. L’omicidio colpisce<br />
l’individuo. L’omicidio è qualcosa di facilmente definibile e determinabile. È un atto che colpisce<br />
una persona o un insieme di persone. Qui non siamo di fronte ad un omicidio, lo comprendiamo<br />
subito, non è una questione semplicemente quantitativa. Può esserci anche un omicidio di cento<br />
persone, di duecento persone, di mille persone, se si intende colpire l’individuo. </p>
<p>Qui no. </p>
<p>Qui anzitutto sono degli omicidi che sono avvenuti su un teatro, in un teatro, all’interno di una<br />
guerra. </p>
<p>Sono allora crimini di guerra? </p>
<p>Si tratta di crimini di guerra? </p>
<p>No, perché il crimine di guerra, così come è definito anche nel diritto di guerra – perché, ahimé, vi<br />
è anche un terribile, tremendo, diritto di guerra, che le comunità internazionali hanno sempre<br />
riconosciuto, riconoscendo con ciò che la guerra è in qualche modo inevitabile… </p>
<p>Vi è un diritto di guerra. </p>
<p>Ma ci troviamo di fronte ad un crimine che offende il diritto di guerra?<br />
Il diritto di guerra regola i rapporti tra eserciti, regola il modo in cui vengono trattati i prigionieri.<br />
Qui noi ci troviamo di fronte sì a una guerra, ma non alla violazione del diritto di guerra, non ad un<br />
crimine di guerra. </p>
<p>A che cosa ci troviamo di fronte? </p>
<p>È questa la drammatica questione, che va pensata. </p>
<p>Ci troviamo di fronte ad un crimine contro l’umanità. </p>
<p>Contro l’umanità. </p>
<p>Questo avvertiamo, no? </p>
<p>Avvertiamo che non è un omicidio, avvertiamo che non è un crimine di guerra, avvertiamo che non<br />
è un omicidio-massacro qualsiasi. </p>
<p>Ci rendiamo conto che è un crimine contro l’umanità. E non è un fatto quantitativo. Avvertiamo che<br />
certi crimini ledono l’umanità, l’essere umano. </p>
<p>Questo avvertiamo. </p>
<p>Questa è la forza del sacrificio di Marzabotto. </p>
<p>Questo è la sua dimensione, in qualche modo metastorica. E su questo dobbiamo interrogarci. </p>
<p>Perché, vedete?, diritto… crimine di guerra… I crimini di guerra si inseriscono in una situazione<br />
in cui sempre più le guerre, anche quelle che viviamo, e giustamente prima è stato ricordato, sono<br />
state indicate queste analogie fra la situazione di allora e l’attuale… Giusto. </p>
<p>Ci sono crimini di guerra che continuano, perché la guerra sempre di più assume nel mondo<br />
moderno un carattere terroristico. </p>
<p>Cosa significa? </p>
<p>Significa che non faccio più la guerra contro l’esercito, ma terrorizzo la popolazione. </p>
<p>Significa che il nemico non è più quel nemico che ha quella divisa eccetera, ma è la nazione<br />
nemica: il popolo diventa il mio nemico. E le ideologie totalitarie hanno sempre portato a questo<br />
esito: nemico non è più quel nemico politico in senso determinato, non è più quell’esercito contro<br />
cui combatto. </p>
<p>È il popolo il nemico. </p>
<p>Donne, bambini, vecchi. Sono nemici, esattamente come i soldati. </p>
<p>La mobilitazione ideologica dei regimi totalitari ha sempre portato a questo. E continua a portarlo. </p>
<p>E tuttavia qui a Marzabotto siamo oltre questi limiti. Siamo appunto non a crimini di guerra, che<br />
derivano dal carattere terroristico della guerra moderna e contemporanea, ma siamo di fronte – e lo<br />
avvertiamo – a un crimine contro l’umanità.<br />
Contro l’umanità. </p>
<p>È una fattispecie nuova di reato, che cominciamo a pensare anche da un punto di vista giuridico<br />
proprio con le stragi della Seconda guerra mondiale. Proprio con le stragi nazifasciste appare<br />
tremendamente questa nuova fattispecie di reato, appare questo reato davvero che ha l’aspetto del<br />
male assoluto, perché non si colpisce più l’individuo, non si colpisce più l’esercito, non si fa più<br />
neppure una guerra terroristica contro un paese, una nazione, già in sé cosa tremenda… </p>
<p>No. </p>
<p>Si colpisce l’umano. </p>
<p>E questo appare nel mondo contemporaneo, nella civilissima Europa. </p>
<p>Capite? </p>
<p>Che cos’è? Quali sono le fattispecie di questo nuovo, straordinario crimine? </p>
<p>Quali sono le fattispecie? </p>
<p>Sono il genocidio. Il genocidio. </p>
<p>Il genocidio programmato, voluto, pianificato. </p>
<p>Ci sono state forme precedenti di genocidio, ma non così deliberatamente e programmaticamente<br />
voluto come dal regime nazista. </p>
<p>E tuttavia forme analoghe di genocidio continuano ad esserci. </p>
<p>Prima era stata citata la situazione africana. Ma che cos’è la cosiddetta pulizia etnica se non una<br />
fattispecie di genocidio? E di pulizie etniche continuiamo a parlare. </p>
<p>E allora ci viene la tremenda domanda: è mai possibile che questo tipo di crimini, una volta<br />
individuato nella sua dis-umanità, possa ripetersi? </p>
<p>Questa è la drammatica domanda che dobbiamo porci qui a Marzabotto, che è testimonianza di<br />
questa nuova, tremenda fattispecie criminale. Che qui si inaugura, durante la Seconda guerra<br />
mondiale, qui, e ad Auschwitz, e nei campi di concentramento, queste forme straordinarie di guerra<br />
terroristica e di crimine contro l’umanità. </p>
<p>Qui ci si spalanca di fronte davvero un abisso: è possibile che si ripetano? C’è qualcosa nella nostra<br />
natura che conduce a questo? </p>
<p>No, non credo che si possa parlare di un male radicale in questo senso. Di fronte all’abisso che ci si<br />
spalanca quando pensiamo questi crimini, bisogna comprenderne le cause che rendono la loro<br />
possibilità permanente. </p>
<p>E io credo che sul piano storiografico, sul piano politico, noi possiamo individuarle queste cause, e<br />
rifletterci sopra. </p>
<p>Rifletterci sopra con quelle lacrime che tengono lo sguardo pulito. </p>
<p>Vedete? Tutti questi crimini, nella loro sovra-umanità, vengono da una sistematica, nei paesi che li<br />
commettono, negli eserciti che li commettono, vengono da una sistematica educazione alla paura.<br />
Vengono da una sistematica ricerca, di fronte alle difficoltà, alle crisi, alle contraddizioni, da una<br />
sistematica ricerca del nemico. </p>
<p>C’è la crisi. Ci sono queste difficoltà. Faccio fatica. Di chi è la colpa? Dove sta il nemico che mi fa<br />
stare male? </p>
<p>È l’altro il nemico, è quello che non è identico a me, il nemico. E di quel nemico che non è identico<br />
a me, di quell’altro, devo avere paura, lo devo combattere, lo devo negare. </p>
<p>È così, amici.<br />
La storia questo ci deve insegnare. </p>
<p>Questa è la regolarità di fondo. </p>
<p>Questa paura che conduce alla violenza contro l’altro è la causa fondamentale di tutte le forme di<br />
violenza estrema, che possono condurre fino a quello che noi diciamo “crimine contro l’umanità”. </p>
<p>Non Marzabotto.<br />
Non Stazzema. </p>
<p>L’umanità. </p>
<p>Questa è la causa. E si prepara lungamente, si educa per anni a questa violenza estrema. </p>
<p>Le stragi naziste non nascono durante la guerra. Auschwitz non nasce nel ’41-’42. Nel 1935 il<br />
regime nazista promulga le Leggi di Norimberga che legalizzano la sistematica spoliazione di ogni<br />
diritto e di ogni proprietà degli ebrei e di tutti gli oppositori politici. Ebbene, queste Leggi di<br />
Norimberga sono riconosciute dagli altri Stati europei. Il Olanda, in Belgio, eccetera, prima<br />
dell’occupazione, quando questi paesi erano paesi totalmente liberi, non potevano celebrarsi<br />
matrimoni tra tedeschi di razza mista: un tedesco in Olanda non poteva nel ’35 sposare una donna<br />
ebrea. </p>
<p>Che cosa ci insegna questo? </p>
<p>Che la passività nei confronti non della violenza estrema, ma delle cause che conducono, che<br />
possono condurre alla violenza estrema, è complice della violenza estrema quando si produce. </p>
<p>Che se non c’è attenzione internazionale, se non c’è senso di responsabilità internazionale nei<br />
confronti di paesi che preparano anche atti di violenza estrema, questa poi alla fine corre il rischio<br />
di compiersi. </p>
<p>È questa una grande responsabilità internazionale di tutti gli Stati, che devono difendere la legalità,<br />
che devono difendere l’umanità, le cui leggi, il cui diritto, devono essere espressione di una volonta&#8217;<br />
ferma di combattere il tipo di crimini che ho cercato di indicarvi.<br />
Ma vi è anche un altro aspetto. </p>
<p>Non vi è solo la passività e la complicità degli Stati di fronte a ciò che poi ha prodotto la violenza<br />
estrema dei nazisti. </p>
<p>Vi è anche una complicità interna, amici, e su questo giustamente il vostro Sindaco, il Sindaco di<br />
Marzabotto, ha richiamato l’attenzione. </p>
<p>Vi è una complicità che può riguardare, ahimé, tutti noi, tutti noi. </p>
<p>Vedete, recentemente ho letto un libro che si intitola “ Lo Stato sociale di Hitler”. Noi parliamo<br />
spesso di Stato sociale, noi vorremmo welfare – Stato sociale, no? C’era anche uno Stato sociale di<br />
Hitler. E lo Stato sociale di Hitler ha permesso a quel regime di godere, fino all’ultimo,<br />
praticamente fino all’ultimo di una reale adesione di massa, che in Italia non c’è mai stata perché<br />
Mussolini non è riuscito a fare lo Stato sociale di Mussolini. </p>
<p>E come si reggeva questo Stato sociale?<br />
 Si reggeva attraverso operazioni di sistematica rapina, di<br />
sistematico ladroneggio ovunque i nazisti arrivavano, e di distribuzione di queste risorse alla<br />
popolazione. </p>
<p>Alla popolazione. </p>
<p>Ormai abbiamo tutti i dati, tutti gli elementi che confermano che fino a sotto i bombardamenti la<br />
gente in Germania appoggiava sostanzialmente Hitler, perché aveva un tenore di vita – fintanto che<br />
le loro città non sono state rase al suolo – un tenore di vita alto e diffuso. I soldati mandavano a casa<br />
dai vari paesi occupati pacchi e pacchetti. I treni erano pieni di beni che andavano distribuendosi<br />
alla popolazione. </p>
<p>Vi è una complicità interna. Dobbiamo sentirci davvero fino in fondo responsabili. </p>
<p>Questo vuol dire che non ci possiamo nascondere dietro nessun ordine, dietro nessun comando. </p>
<p>Che non possiamo confondere la nostra personalità e il nostro essere uomini all’interno di nessun<br />
gregge. </p>
<p>Che dobbiamo saper dire di no ad ogni ordine e ad ogni comando che sia ingiusto e che leda la<br />
dignità dell’uomo e della persona, qualunque essa sia. </p>
<p>Badate che la prima parola che testimonia la nostra libertà è esattamente questo: la capacità di dire<br />
no a ciò che ci sembra ingiusto e lesivo della dignità della persona. </p>
<p>In Germania questo era avvenuto. Questo il regime nazista era riuscito ad ottenere. E in parte anche<br />
in Italia. Il totale assorbimento nell’ordine dato delle coscienze personali. </p>
<p>E badate che una certa logica identitaria, per cui io sono me stesso e non ho niente a che fare con<br />
l’altro, è una causa che conduce a questa “obbedienza a prescindere” all’ordine dato. E si obbedisce<br />
spesso in cambio di sicurezza. </p>
<p>Tu mi dai la sicurezza e io obbedisco alle tue leggi, qualunque esse siano. </p>
<p>Tu mi dai la sicurezza e mi proteggi dall’altro, e io obbedirò alle tue leggi, qualunque esse siano,<br />
anche se le tue leggi prevedono la spoliazione degli ebrei, anche se le tue leggi prevedono appunto<br />
che i poveri che provengono dall’Africa muoiano ammazzati nel Mar di Sicilia. </p>
<p>Non importa. </p>
<p>Tu mi dai la sicurezza. Io sono sicuro. Io sono sicuro e ti obbedisco. </p>
<p>Questo, la perdita di libertà, inizia nelle coscienze di ognuno di noi. </p>
<p>È qui che inizia la perdita di libertà. </p>
<p>E l’umano, amici, l’umano resiste solo lì dove non si è assorbiti, fagocitati nell’ordine dato. </p>
<p>È lì che inizia l’umano. Dentro ognuno di noi. E non è semplice. Non è facile. È facile adesso<br />
dircelo, ma è difficile fuori di qui farlo, ognuno di noi, nel proprio mestiere, nel proprio ufficio,<br />
nella propria scuola. </p>
<p>Ma è questo che ci insegnano le tragedie che stiamo ricordando oggi. È questo che ci insegnano le<br />
tragedie: a combattere quella presunta normalità per cui appunto noi siamo la nostra tribù, noi siamo<br />
la nostra identità, e qui dobbiamo essere sicuri, e le leggi servono soltanto a proteggerci… </p>
<p>No. </p>
<p>Le leggi servono a sviluppare i diritti umani. </p>
<p>Le leggi servono a fare accoglienza, a riconoscerci l’uno con l’altro. Certo, con fatica. Certo, anche<br />
con dolore. Ma le persone forti, gli organismi forti, sono quelli che sanno farsi altro, non difendersi<br />
dall’altro. </p>
<p>Farsi altro. </p>
<p>E molte volte la violenza contro l’altro è appunto segno di debolezza, segno di impotenza, segno di<br />
frustrazione. E non ne facciamo costantemente esperienza nella nostra vita, che sono i più deboli, i<br />
più fragili psicologicamente, quelli che hanno paura dell’altro? La paura non è segno di debolezza,<br />
di fragilità, di impotenza? E da lì nasce la violenza. </p>
<p>La violenza non nasce mai dalla forza. </p>
<p>La forza ti rende possibile convincere l’altro. </p>
<p>La forza produce responsabilità, capacità di convinzione. Non produce violenza. </p>
<p>Permettetemi di concludere. </p>
<p>Che fare? </p>
<p>Perché questo è un tema a cui tengo particolarmente, un tema che ha una dimensione, uno spessore<br />
anche più essenziale direi anche rispetto a quanto ho cercato e abbiamo cercato di dirvi. </p>
<p>Si ripete spesso, in situazioni come questa, che dobbiamo fare uno sforzo, dobbiamo cercare dopo<br />
sessantacinque anni, eccetera, di perdonare. </p>
<p>Proviamo, per concludere, a riflettere su questo grande tema. </p>
<p>Siamo qui di fronte a una chiesa, no? Questa è stata anche una cerimonia religiosa. </p>
<p>Perdonare. </p>
<p>È possibile in politica? È possibile nelle relazioni sociali, politiche, laiche nel senso letterale del<br />
termine, cioè che riguardano il nostro mondo quotidiano, profano, è possibile perdonare? </p>
<p>Io direi no, se per perdonare intendiamo davvero quello che c’è scritto ad esempio nel Vangelo. </p>
<p>In politica quel tipo di perdono non credo sia possibile. </p>
<p>Quel tipo di perdono che rispetto al nemico giunge fino a quel supremo atto che Gesù ci indica<br />
come esempio, cioè la parola più alta, davvero sovrumana, del Vangelo, davvero divina, direi, del<br />
Vangelo: ama il nemico. </p>
<p>Che significa: porgi l’altra guancia quando ti colpisce. </p>
<p>Ecco, questa misura così divina di perdono io credo che non sia possibile in politica. </p>
<p>È una idea che bisogna tener viva, che bisogna sentire, di cui diciamo che, facendo politica,<br />
dobbiamo sentire – facendo politica, nei nostri affari quotidiani, nel nostro impegno civile di ogni<br />
giorno – dobbiamo sentire questa nostra incapacità di porgere l’altra guancia e di perdonare in<br />
questo modo come una mancanza profonda. Dobbiamo sentire dolore di non poterlo fare. Non dire:<br />
non lo possiamo fare. No. Dobbiamo sentire dolore di non poterlo fare. Ma non lo possiamo fare, se<br />
siamo onesti con noi stessi. Quella misura non è possibile. </p>
<p>Ma guai ad ascoltare l’invito del perdono, come spesso avviene, come fosse un invito a dimenticare. </p>
<p>Perché questo è il trucco, fra virgolette: bisogna riuscire a perdonare come significasse<br />
“dimentichiamo”. </p>
<p>No. Gesù non dimentica. Tant’è vero che dice: ama il nemico. Quindi sa che è un nemico. Ha di<br />
fronte un nemico. Lo sa. Non dice: mi sono dimenticato che è un nemico. </p>
<p>Quindi il perdono non significa comunque affatto dimenticare. Non può significare affatto<br />
dimenticare. </p>
<p>Anzi, per perdonare è necessario ricordare con ancora più intensità, passione e dolore, che se si<br />
volesse semplicemente un’opera di vendetta. </p>
<p>Questo è il punto fondamentale da capire. </p>
<p>Ebbene sì, forse non siamo capaci di perdonare come ci dice Gesù, ma siamo capaci di ricordare. </p>
<p>E ricordare è in qualche modo la forma nostra di perdono, perché nel ricordare che cos’è che<br />
ricordiamo? Che cos’è che ricordiamo oggi qui a Marzabotto? </p>
<p>Ricordiamo l’incommensurabilità tra la colpa che qui è stata commessa e ogni ordine di pena. </p>
<p>Nessuna pena è sufficiente per quello che è stato commesso. Non c’è pena per crimini contro<br />
l’umanità. </p>
<p>Non c’è pena per crimini contro l’umanità. </p>
<p>E quindi non chiediamo vendetta. Non saremo capaci forse politicamente di perdonare, ma se<br />
ricordiamo non chiederemo vendetta, perché se ricordiamo, ricordiamo che quello che qui è stato<br />
commesso non può essere risarcito in nessun modo, che nessuna pena basterebbe. </p>
<p>Questo è un perdono laico. </p>
<p>Questo è un perdono politico. </p>
<p>Il ricordare è il nostro perdono. </p>
<p>E il ricordare nei termini che qui abbiamo detto, non il ricordare soltanto ciò che è stato, ma il<br />
ricordare le cause di ciò che è stato, essere attenti e responsabili nei loro confronti, perché quelle sì<br />
si ripetono continuamente e possono portare fino a quell’estremo. </p>
<p>E essere responsabili significa, e essere responsabili qui a Marzabotto significa che noi, davvero,<br />
non potremo ritenere questa Terra, questo mondo, e ormai siamo un mondo, e Marzabotto fa parte<br />
di un mondo, e tutti noi siamo globalizzati, volenti o nolenti… Non possiamo, dobbiamo dircelo,<br />
no, noi non riteniamo che si possa vivere in un mondo dove ci sono, anche soltanto ci fosse un solo<br />
angolo di inferno. </p>
<p>Noi, qui, questa è la nostra responsabilità. </p>
<p>Qui a Marzabotto questo dobbiamo dirci. </p>
<p>Ricordando quello che è stato, questo dobbiamo dirci. </p>
<p>Noi non riterremo umano un mondo fintanto che in questo mondo ci sarà un solo angolo di inferno. </p>
<p>E purtroppo non c’è un solo angolo di inferno a questo mondo. </p>
<p>C’è mezzo mondo che è ancora un inferno. </p>
<p>E questo non è sopportabile. Non è più sopportabile. E questo deve chiamare in causa ogni Stato,<br />
ogni governo, ogni organismo sopranazionale, ma anzitutto, per le ragioni che ho detto, la coscienza<br />
di ognuno di noi. </p>
<p>Grazie, amici. </p>
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