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	<title>Africa e Mediterraneo &#187; African Art in Venice Forum</title>
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		<title>Africa e Mediterraneo &#187; African Art in Venice Forum</title>
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		<title>African Art in Venice Forum: ricordare la visione di Koyo Kouoh oltre le contestazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 10:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[africaemediterraneo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[African Art in Venice Forum]]></category>
		<category><![CDATA[Biennale di Venezia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Sandra Federici Cosa sarebbe successo se durante il colonialismo le statuette e le maschere africane si fossero improvvisamente animate e si fossero ribellate, anche lottando con violenza, a chi le stava strappando dai loro contesti originari per portarle nelle collezioni e nei musei europei? Questo ha immaginato l’artista camerunese Zora Snake nella videoanimazione proiettata [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Sandra Federici</em></p>
<p>Cosa sarebbe successo se durante il colonialismo le statuette e le maschere africane si fossero improvvisamente animate e si fossero ribellate, anche lottando con violenza, a chi le stava strappando dai loro contesti originari per portarle nelle collezioni e nei musei europei? Questo ha immaginato l’artista camerunese <strong><a href="https://zorasnake.com/" target="_blank">Zora Snake</a></strong> nella videoanimazione proiettata nell’ultima parte della sua performance <em>L’Opéra du villageois</em> all’<strong><a href="https://www.aavforum.com/" target="_blank">African Art in Venice Forum</a></strong> lo scorso 6 maggio.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9963" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/twitter-banner-1-1024x341.jpg" alt="twitter-banner-1" width="600" height="200" /></p>
<p>Nonostante il vortice mediatico legato alle contestazioni contro i padiglioni Russia e Israele che si svolgevano davanti all’Arsenale, i lavori del Forum sono rimasti concentrati sul tema <strong><a href="https://www.aavforum.com/?fbclid=IwY2xjawRv18JleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFVanI3TDFMcXNtVk10T05Oc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHvzj2Xtb4T48Ql7lemYsEIOWB_olNmpz4DN8z8fIalD1SSzXDIIWxU6fESFb_aem_sTj14tvnUn91Jvs-EjitJw" target="_blank">Oltre la visibilità: un metodo di indagine</a></strong>, e soprattutto sull’impostazione tematica data dalla curatrice <strong><a href="https://www.labiennale.org/it/arte/2026/direttrice" target="_blank">Koyo Kouoh</a></strong> – scomparsa prematuramente un anno fa – alla Biennale 2026, intitolata “In Minor Keys”. Con questo concetto musicale Kouoh aveva voluto indicare una chiave interpretativa della contemporaneità che cercava non spettacolo, clamore o monumentalità, ma toni bassi, sfumature, ascolto e intensità emotiva, dando spazio a realtà marginali, outsider o poco rappresentate, valorizzando pratiche artistiche legate a diaspora, postcolonialismo e auto‑rappresentazione. Questa visione è stata la linea guida del Forum, dove è stata ricordata più volte, e analizzata nel dettaglio da <a href="https://beyagillegacha.com/"><strong>Beya Gille Gacha</strong></a>, artista e curatrice del padiglione Camerun. Inoltre, guardare alle realtà “minori” vuol dire anche puntare a ridefinire gli equilibri del sistema dell’arte, come si è visto con il coinvolgimento di una istituzione importante come il National Museum of African Art Smithsonian.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9971" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/1-768x1024.jpg" alt="1" width="400" height="533" /></p>
<p>Il Forum non vuole sostituirsi ai padiglioni – quest’anno peraltro numerose sono le partecipazioni africane – ma essere uno spazio laterale ma necessario che funzioni come “infrastruttura relazionale [che] mette in dialogo voci che altrimenti rimarrebbero frammentate”.</p>
<p>Se le relazioni tra attori (artisti/e, gallerie, musei, studiosi/e, media) interessati all’arte contemporanea africana sono l’aspetto più importante di questo appuntamento, di grande valore sono stati i panel e le performance, dove hanno trovato spazio collaborazioni culturali e pratiche spesso difficili da inserire in categorie rigide.</p>
<p>È stato lanciato e discusso l’importante progetto <em>Here: Pride and Belonging in African Art</em> dello Smithsonian, la più vasta iniziativa museale di questo tipo fino ad oggi, volta a ricercare, esporre, collezionare e integrare artisti africani che realizzano opere legate alle loro esperienze di individui queer. Il progetto è strutturato in capitoli tematici che definiscono in vario modo l’identità e gli aspetti esistenziali dell’essere queer, come attivismo, visibilità, famiglia, gioia, intimità, spiritualità&#8230; Un&#8217;opportunità per ascoltare artist* come <a href="https://www.instagram.com/solaolulode/" target="_blank"><strong>Ṣọlá Olúlòde</strong></a> (UK/Nigeria), <a href="https://www.instagram.com/buhlebezwesiwani/" target="_blank"><strong>Buhlebezwe Siwani</strong> </a>(South Africa), <a href="https://www.instagram.com/pamina_sebastiao/" target="_blank"><strong>Pamina Sebastião</strong></a> (Angola). Molto forte la testimonianza di <a href="https://www.instagram.com/khookha.queer/" target="_blank"><strong>Khookha McQueer</strong> </a>(Tunisia) artista e attivista queer, trans e non binario, che ha raccontato come dopo aver cominciato a postare autoritratti sui social e avendo ricevuto un notevole riscontro, ha continuato la sua ricerca artistica diventando una voce di spicco sui social media. Khookha con i suoi autoritratti ispirati all’estetica delle dive arabe degli anni ’80 e ’90 si batte per la visibilità delle identità trans, queer e femministe, in un contesto conservatore, in cui i suoi coming out pubblici rappresentano atti di coraggio che gettano luce sulla violenza sistemica subita dalle persone genderqueer, ma si sforzano anche di immaginare una Tunisia più inclusiva, equa e vivibile.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-9975" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/3-1024x768.jpg" alt="3" width="600" height="450" /></p>
<p>Interessante anche l’esposizione di <a href="https://www.instagram.com/damien.a.a/" target="_blank"><strong>Damien Ajavon </strong></a>che nella sua pratica tessile esplora la propria multipla eredità culturale plasmata dalle culture africane e occidentali (definisce la sua origine francese, togolese e senegalese, e vive in Norvegia) e dalla comunità queer: un modo per realizzare opere che fondono generazioni di artigianato africano con prospettive diasporiche e transoceaniche.</p>
<p>Nel panel <strong><a href="https://www.eventbrite.it/e/north-africa-at-the-center-rethinking-cultural-geographies-tickets-1987792619234" target="_blank"><em>North Africa at the Center: Rethinking Cultural Geographies</em></a>, moderato dal fondatore del Forum Neri Torcello</strong><strong>, hanno dialogato rappresentanti di gallerie, collezioni, riviste che incentrano la loro attività nel</strong> Nord Africa, opponendosi alla sua collocazione periferica, come La La Lande Gallery a Parigi, che ha cominciato con l’arte tunisina per poi allargarsi ad altri autor*e <em>DIPTYK magazine</em>, che parla dell’arte rappresentandola dal punto di vista specifico di Casablanca.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9979" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/4-768x1024.jpg" alt="4" width="400" height="533" /></p>
<p>Nel Foyer noi di <em>Africa e Mediterraneo</em> con il collettivo curatoriale BHMF (Justin Randolph Thompson e Janine Gaëlle Djeudi) abbiamo realizzato un’attività di incontro e scambio con i materiali d’archivio che sono confluiti nel progetto “Eredità culturali panafricane: Attivare i beni comuni” a The Recovery Plan (Firenze), e nell&#8217;ultimo numero di <em>Africa e Mediterraneo</em>. Grazie alla concretizzazione di elementi di archivio (poster, manoscritti, copertine) in due cassette degli attrezzi, abbiamo ripercorso gli incontri panafricani, mettendo in evidenza le reti informali e i sistemi di conoscenza alternativi, e invitando i partecipanti a interagire attraverso la lettura, l&#8217;interpretazione e lo scambio collettivo.</p>
<p>Molto interessante il panel sulle masquerade <em>Traditions Today: Performing and Processing Toward a Holistic History</em>, durante il quale ricercatrici e ricercatori di <strong>African Art Dialogues</strong> e del <a href="https://africa.si.edu/" target="_blank"><strong>National Museum of African Art Smithsonian</strong></a>, si sono interrogati sul concetto di “processione”: cosa significa creare e innovare le cosiddette pratiche artistiche “tradizionali”, come le maschere urbane dell&#8217;Africa occidentale, in un contesto contemporaneo? In che modo gli artisti performativi ci permettono di entrare in empatia e incarnare esperienze di riparazione epistemica? Questioni affrontate da relatrici e relatori con la necessaria consapevolezza delle implicazioni etiche che esse comportano.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-9981" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/wp-content/uploads/2026/05/5-768x1024.jpg" alt="5" width="400" height="533" /></p>
<p>Il secondo giorno si sono tenute due potenti performance. Nella prima, <em>The Dash</em>, abbiamo visto due corridore gareggiare in una corsa al rallentatore per esattamente un’ora. La performance si è svolta nel foyer, dove le artiste <a href="https://www.instagram.com/wuraogunji/" target="_blank"><strong>Wura-Natasha Ogunji </strong></a>e <a href="https://www.instagram.com/ruby_onyinyechi_draws/" target="_blank"><strong>ruby onyinyechi amanze</strong></a>, in abiti fucsia, hanno corso fianco a fianco lentissimamente, superandosi l’un l’altra di pochi centimetri in maniera ricorrente, e arrivando insieme, mentre noi pubblico siamo stati chiamati ad avere un ruolo, segnando con applausi e grida di incitamento l’ora di partenza, il punto intermedio e il passaggio sul traguardo.</p>
<p>Nella seconda performance, <em>L’Opéra du villageois</em>, il performer <a href="https://www.instagram.com/zorasnake/" target="_blank"><strong>Zora Snake</strong></a> con l’accompagnamento sonoro di <a href="https://www.instagram.com/missmaddly/" target="_blank"><strong>Maddly Mendy Sylva</strong></a> ha messo in scena un dialogo tra un corpo vivente e alcuni oggetti tradizionali africani, dando una sua visione sui dibattiti in corso su restituzione, memoria, restauro e ritorno. Concentrandosi in particolare su maschere e statuette che ora sono oggetti esposti nelle teche dei musei, Snake ha rappresentato una riattivazione delle loro dimensioni spirituali, proponendo il loro simbolico ritorno alle comunità di origine. Interessante il video con le animazioni di immagini coloniali e oggetti d’arte trasformati in super eroi che si muovono, lottano o se ne vanno per una loro strada di libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli stessi giorni di inizio di una Biennale contestata, il Forum con la sua coerenza tematica e la ricchezza delle riflessioni proposte si è tenuto fuori dalla distrazione di cause pur importanti ma a volte oggetto di attivismo superficiale e un po’ rituale, per concentrarsi in un lavoro concreto e approfondito sul tema scelto, l’arte africana “oltre la visibilità”, ribadendo la necessità di un metodo di indagine che valorizza la collaborazione, il <strong>dialogo continuo</strong> e l&#8217;ascolto reciproco come strumenti essenziali per affrontare un campo in continua evoluzione.</p>
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