04 settembre 2009

Il pazzo nell’immaginario teatrale congolese post-coloniale

fuePresentazione dell’articolo “Il pazzo nell’immaginario teatrale congolese post-coloniale” pubblicato sul numero 58 di Africa e Mediterraneo a firma Gaia Puliero.

Negli anni Settanta, in pieno periodo post-coloniale, il teatro africano, e specificamente quello congolese, porta in scena un personaggio che l’Europa aveva accolto nel suo immaginario sin dal Medioevo: il pazzo (fou). Il fou diventa il tema ricorrente e strutturante della letteratura africana degli anni 1930-50.

Dall’analisi di alcune opere teatrali della tradizione post-coloniale africana, tra cui  Tarentelle noire et  diable blanc di Sylvain Bemba e Le diable àla longue queue di Maxime N’debeka, emergono alcuni tratti che, secondo l’autrice, rendono la figura del pazzo del teatro africano peculiare rispetto a quella europea.

Lo scarto fondamentale tra il pazzo rappresentato dalla tradizione teatrale occidentale e quello africano risiede soprattutto nel diverso ruolo riconosciuto alla follia. Nel teatro post-coloniale africano la follia non è una tappa del percorso formativo dell’eroe, come in Occidente, né uno stato passeggero e funzionale alla sua realizzazione personale; non interviene come fenomeno esteriore ma si incarna nel personaggio come condizione permanente e tipizzante.

La letteratura africana fa inoltre del fou il portavoce della critica alla colonizzazione. La parola del pazzo è il risultato della violenza coloniale, l’espressione di un’emarginazione sociale, il grido del disadattato: come se attraverso questo linguaggio essa traducesse la voce dei demoni interiori di tutti i personaggi; la follia si incarica di rendere visibili dei propositi che sono e restano inascoltati.

Non solo. Il fou è portavoce di un’altra follia, quella provocata dall’Europa. Sulla scia de L’aventure ambigue di C.H Kane- romanzo guida uscito nel 1961- questo filone del tea racconta l’irriducibile contrasto tra Europa e Africa, e il malessere incurabile che colpisce chi, dopo anni di esilio occidentale, rientra nella sua terra. L’africano che si confronta con quel viaggio impazzisce e perde ogni riferimento.

L’articolo sostiene che, forse, il fou è l’unico ponte fra Africa ed Europa in seguito all’esperienza coloniale. Egli, espressione suprema della differenza, assume in sé i simboli e i tabù delle due società, traducendo un malaise che le avvicina. Sola espressione libera in un contesto sordo alla differenza, spazio onirico e maschera bifronte di reale e assurdo, la parola del pazzo appare l’unico modo di dire l’indicibile e di esprimere l’inesprimibile, linguaggio universale in un mondo che insegue l’ordine ma scivola inconsciamente nella follia.

[foto: Bukkie Opebiyi, Lunch break, Another World Bamako]

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