25 February 2015

L’abito non fa il monaco. E la barba non fa l’Imam

via Combo Facebook page

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Combo è un artista di strada, di padre cristiano libanese e madre musulmana marocchina, che “remixa” cultura combinando scritte e immagini. Ha iniziato esponendo per le strade di Parigi stampe del simbolo Coexist formato da una croce cristiana, la mezzaluna araba e la stella di David; il tutto corredato dall’immagine di se stesso vestito in abiti musulmani. L’esperimento sembra essersi concluso male. Il giovane artista ha scritto sulla sua pagina FB di essere stato picchiato e minacciato di ulteriori ripercussioni nel caso intenda continuare a esporre i suoi lavori.

Combo è un provocatore che nel corso di un soggiorno a Bayreuth (città della Baviera settentrionale), si è fatto crescere la barba e ha iniziato a indossare il tradizionale abito musulmano, non perché colto dal sacro fuoco della fede, ma per mettere in discussione i codici prestabiliti. Il suo ultimo lavoro comprende immagini di se stesso nei dintorni di Parigi con indosso l’abito musulmano e i commenti in vernice spray: “Lo sapevate che i musulmani concludono le loro preghiere con la parola ‘amen’ come i cristiani e gli ebrei?”, “Ci sono 50.000 soldati musulmani in Francia”, “L’abito non fa il monaco. E la barba non fa l’imam” e “Lo sapevate che il velo non è un obbligo religioso?”.

Riguardo all’identità dei suoi aggressori l’artista ha rilasciato un unico commento sulla sua pagina Facebook: “Vorrei rimanere vago sulla descrizione dei vigliacchi e il luogo esatto in cui è avvenuta l’aggressione perché per me non importa da dove vengono, il colore della loro pelle, la loro fede religiosa o le loro idee politiche. In questo frangente hanno rappresentato solamente la stupidità e l’ignoranza.”

via Combo Facebook page

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09 February 2015

Le matite non stanno ferme

Foto di Cartooning for Peace

Foto di Cartooning for Peace

L’Institut français e Cartooning for Peace hanno collaborato alla circolazione nel bacino del Mediterraneo e nell’Europa del sud della mostra Cartooning for Peace e hanno organizzato alcuni incontri aperti al pubblico con i fumettisti in presenza di Plantu, famosissimo vignettista di Le Monde. Il prossimo appuntamento è a Gerusalemme il 12 febbraio.

Nato nel 2006 da un incontro a New York tra Plantu e l’allora segretario generale dell’ONU Kofi Annan (Premio Nobel per la Pace nel 2001), Cartooning for Peace è un’associazione che difende la libertà di espressione dei fumettisti di tutto il mondo e ad oggi raggruppa più di 130 artisti. Attraverso numerosi dibattiti e mostre di fumetti, Cartooning for Peace mira a sensibilizzare il pubblico dei giovani a temi quali: la censura e la libertà di espressione, la tolleranza religiosa, i diritti universali dell’uomo, il rispetto dell’ambiente e la situazione in Medio Oriente.

Gli incontri con i professionisti della matita di tutte le nazionalità promuovono un ricco scambio di opinioni e favoriscono il riconoscimento del lavoro giornalistico dei fumettisti. Una delle punte di diamante del movimento “Cartooning for Peace” è il suo coinvolgimento in Medio Oriente.

 

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16 January 2015

“Lettre ouverte au monde musulman” da Abdennour Bidar, filosofo francese e musulmano

coran

In seguito a quanto accaduto in Francia la scorsa settimana con la sparatoria al settimanale Charlie Hebdo, numerosi sono i dibattiti, le analisi e le interpretazioni che tentano di capire come e perché sia stata resa possibile una tale esplosione di violenza. Non esiste certo una spiegazione univoca, e risulta complessa l’impresa di districare le diverse influenze che hanno portato a questa tragedia. Uno dei fili da seguire per capire questi processi è, tra tanti altri (le tensioni interne alla società francese, la “scuola del terrorismo” rappresentata dal carcere, gli errori dello Stato e della scuola pubblica, etc.), quello di approfondire il ruolo assunto dal mondo musulmano (“Umma”) come si presenta oggi, e i messaggi che trasmette ai suoi giovani. Il filosofo Abdennour Bidar, cresciuto per sua ammissione tra il taçawwuf (sufismo) e il pensiero occidentale, propone una riflessione critica nella sua “Lettera aperta al mondo musulmano”, pubblicata sul blog dell’Oratoire du Louvre in seguito all’assassinio di Hervé Gourdel, in cui porge uno sguardo critico sull’Islam di oggi e sulle derive autoritarie che troppo spesso lo caratterizzano.
Opponendosi all’atteggiamento che considera lo Stato Islamico come un’istituzione mostruosa totalmente isolata, esonerando così il resto del mondo musulmano delle sue responsabilità, cerca di approfondire la questione delle “radici del male” che si trovano in un modo di vivere l’Islam, purtroppo diffuso, basato sull’interpretazione rigida e arcaica del Corano. Con la volontà di portare una critica costruttiva alla comunità a cui appartiene, Abdennour Bidar chiama il mondo musulmano a mettere in atto delle riforme che affermino chiaramente i principi di libertà, tolleranza e parità di genere. Proponiamo qui la traduzione di alcuni estratti della sua Lettera aperta:

« Caro mondo musulmano, ti vedo partorire di un mostro che pretende chiamarsi Stato Islamico e al quale alcuni preferiscono dare un nome di demonio : DAESH. […] Protesti e dici che questo mostro usurpa la tua identità, e hai certo ragione di farlo. E’ indispensabile che proclami al mondo alto e forte che l’Islam denuncia la barbarie. Ma dalla mia posizione lontana mi pongo un’altra domanda – LA grande domanda: perché questo mostro ti ha rubato l’immagine? […]

Questo problema è quello delle radici del male. Da dove vengono i delitti di questo presupposto “Stato Islamico”? Te lo dirò, amico mio. E non ti piacerà, ma è il mio dovere di filosofo. Le radici di questo male che ti ruba il viso sono in te stesso, il mostro è uscito fuori dal tuo stesso ventre – e ne usciranno fuori altri peggiori di questo ancora fintantoché tarderai ad ammettere la tua malattia, per attaccare finalmente questa radice del male! […] le malattie croniche sono le seguenti: incapacità di istituire democrazie durature nelle quali sia riconosciuta come diritto morale e politico la libertà di coscienza nei confronti dei dogmi della religione; croniche difficoltà a migliorare la condizione delle donne nel senso dell’uguaglianza, della responsabilità e della libertà; impotenza nel separare abbastanza il potere politico dal controllo dell’autorità religiosa; incapacità di istituire rispetto, tolleranza e un vero e proprio riconoscimento del pluralismo religioso e delle minoranze religiose. […] Tutto quello sarebbe quindi colpa dell’Occidente? Quanto prezioso tempo perderai ancora, o caro mondo musulmano, con questa accusa stupida a cui te stesso non credi più, e dietro la quale ti nascondi per continuare a mentire a te stesso?

Hai scelto di considerare che Maometto è profeta e re. Hai scelto di definire l’Islam come religione politica, sociale, morale, che deve regnare come un tiranno sia sullo Stato che sulla vita civile, in strada e in casa così come all’interno di ogni coscienza. Hai scelto di credere e di imporre che Islam significa sottomissione mentre lo stesso Corano proclama che “non c’è costrizione nella religione” (La ikraha fi Dîn). […]
Tante voci che non vuoi sentire si alzano oggi nella Umma per denunciare questo tabù di una religione autoritaria e indiscutibile… […] Questo però non è imposto dal terrorismo di alcuni gruppi di pazzi fanatici imbarcati dallo Stato islamico. Quello che ho evocato – una religione tirannica, dogmatica, letterale, formalista, maschilista, conservatrice, regressiva – è troppo spesso l’Islam ordinario, l’Islam quotidiano, che soffre e fa soffrire troppe coscienze, l’Islam del passato sorpassato, l’Islam deformato da tutti quelli che lo strumentalizzano politicamente, l’Islam che finisce sempre per soffocare le Primavere arabe e le voci di tutti i suoi giovani che chiedono qualcos’altro. Quando farai finalmente questa rivoluzione che nelle società e nelle coscienze farà rimare definitivamente spiritualità e libertà? […]

Certo nel tuo immenso territorio ci sono degli isolotti di libertà spirituale. […] Ma finora rimangono condannati a vivere la propria libertà senza riconoscimento di un vero diritto, a loro rischio e pericolo di fronte al controllo comunitario o anche ogni tanto di fronte alla polizia religiosa.
Questo rifiuto del diritto alla libertà nei confronti della religione è una delle radici del male di cui soffri, o caro mondo musulmano […]. Devi iniziare riformando tutta l’educazione che dai ai tuoi figli, in ognuna delle tue scuole, ognuno dei tuoi luoghi di sapere e di potere. Li devi riformare per dirigerli secondo dei principi universali (anche se non sei l’unico a trasgredirli o a persistere nell’ignorarli): la libertà di coscienza, la democrazia, la tolleranza e il diritto di cittadinanza per tutta la diversità di visioni del mondo e di credenze, la parità fra uomini e donne e l’emancipazione femminile da ogni tutela maschile, la riflessione e la cultura critica del fatto religioso nelle università, la letteratura, i media. […]

Credo in te, credo nel tuo contributo a fare del nostro pianeta domani un universo allo stesso tempo più umano e più spirituale! Salâm, che la pace sia con te.”
Versione integrale in francese

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02 December 2014

Il premio Sakharov 2014 al dottor Mukwege che “ripara” le donne

Foto di PictureWendy

Foto di PictureWendy

Quest’anno il premio Sakharov per la libertà di pensiero è andato al dottor Denis Mukwege, il medico congolese che da 14 anni “ripara le donne”. Le pazienti che accoglie al Panzi Hospital di Bukavo, da lui diretto e fondato, sono vittime di violenza che presentano profonde lacerazioni intime causate dalle torture subite. Il dottor Denis Mukwege ricuce e ripara le loro ferite, per ridare alle donne l’integrità fisica che è stata loro tolta e aiutarle a far sì che dalla ricostruzione del corpo comincino a ricostruire identità andate in frantumi. In una delle numerose interviste che ha rilasciato dopo il premio, ha affermato che questo premio appartiene di diritto a tutte le donne che sono vittime di questa “autentica strategia di guerra (…) di distruzione della struttura sociale”.

Denis Mukwege, foto di European Parliament

Denis Mukwege, foto di European Parliament

La biografia del dottor Mukwege, che ha deciso di tornare nel suo Paese dopo essersi specializzato e avere esercitato in Francia, è scritta da Colette Braeckman ed è intitolata “Muganga, la guerra del dottor Mukwege, edita da Fandango nel 2014.

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12 November 2014

La guerra e il suo diritto nel fumetto africano: Pat Masioni a Bookcity

©DC Comics - Urban Comics - Pat Masioni - Joshua Dysart

©DC Comics – Urban Comics – Pat Masioni – Joshua Dysart

Il disegnatore e fumettista congolese Pat Masioni, vincitore della prima edizione del premio Africa e Mediterraneo per il miglior fumetto inedito di autore africano (2002), sarà presente a Milano nell’ambito della rassegna organizzata dal Dipartimento di Lingue e Letterature straniere dell’Università statale in occasione della fiera del libro Bookcity.

Droni, soldati robot e armi non letali. La guerra e il suo diritto nel fumetto africano è il titolo dell’incontro. Il grande fumettista (nato nella Repubblica Democratica del Congo nel 1961 e dal 2002 residente a Parigi) presenta il suo lavoro attorno al tema delle guerre: il conflitto in Uganda in Soldat Inconnu, il genocidio rwandese in Rwanda 94 e la recente storia a puntate commissionato dalla Croce Rosa Internazionale per riflettere sul presente e sul futuro delle azioni umanitarie all’epoca delle guerre tecnologiche “intelligenti”. Quest’ultimo album, intitolato Humanitarian Action 2064, immagina infatti l’esistenza di ‘robot umanitari’ nel 2064, a duecento anni dalla firma della prima Convenzione di Ginevra. La presenza a Bookcity di questo fumettista pluripremiato anche in Italia è volta a testimoniare la vitalità e la ricchezza del genere del fumetto in Africa e la sua capacità di farsi interprete dei temi più scottanti e attuali, non soltanto per il continente nero, con realismo e incisività.

Con: Silvia Riva, Pat Masioni, Sandra Federici (direttrice della rivista Africa e Mediterraneo)

Dove e quando: Spazio espositivo Show-room Stone Italiana, Via degli Arcimboldi 5 (ang. Via Lupetta), sabato 15 novembre ore 19-21

Seguirà un “Aperitivo tra nuvole africane” aperto al pubblico presente.

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06 November 2014

Un contributo alla fotografia maliana

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L’associazione Terzo Tropico, in collaborazione con l’Alliance Française di Bologna, l’AIRF – Associazione Italiana Reporter Fotografi e la rivista Africa e Mediterraneo, organizza un’asta di fotografie e incisioni di importanti artisti quali Mario Giacomelli, Mario Dondero, Francesco Cito, Antonio Manta, Archivio Fotografico Cineteca di Bologna, Pino Ninfa, Pierluigi Rizzato e altri che hanno donato le loro opere, aderendo al progetto Photographes au Mali.

Oggi le opere saranno visibili in mostra dalle ore 18:00 in via De’ Marchi 4 e verranno poi bandite all’asta dal noto attore bolognese Eraldo Turra il 27 novembre, dalle 17:00 alle 20:30. Il denaro raccolto andrà a finanziare il progetto Photographes au Mali che si prefigge l’obiettivo di comprare stampanti e macchine fotografiche digitali ai fotografi professionisti del Mali e sostenerli nelle loro attività professionali e artistiche.

Siete tutti invitati a partecipare!

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20 October 2014

L’Afrique en partage, cinque fumettisti africani celebrano la nona arte

La nona arte offre un autentico spazio di libertà per mettere in scena immagini e parole. Il Museo Dapper ha chiamato cinque fumettisti per arricchire la mostra “Formes et paroles”. AL’MATA (RD Congo / Francia), Jason KIBISWA (RD Congo), ODIA (Senegal), TT FONS (Senegal) e Hector SONON (Benin) hanno creato ciascuno una storia originale di 15 tavole, con uno stile caratterizzato da molte influenze. Una selezione delle loro tavole sarà presentata a novembre al centro socioculturale Boubacar Joseph Ndiaye (nell’isola di Gorée, in Senegal) insieme all’album “l’Afrique en partage” che raccoglie i loro lavori.
In concomitanza con l’apertura del quindicesimo Summit della Francofonia, l’esposizione “Formes et paroles” dimostra che le lingue si arricchiscono in contatto tra di loro e influenzano sempre di più le pratiche artistiche.
Lai-momo/Africa e Mediterraneo ha in passato pubblicato un album di TT Fons tradotto in italiano, con le avventure di “Goorgoorlou, un eroe senegalese“. Per chi fosse interessato la scheda è presente sul sito di coop. Lai-momo.

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08 October 2014

Al via i laboratori interculturali di ComiX4= Comics for Equality ad Alghero.

Foto di Africa e Mediterraneo

Africa e Mediterraneo, in partenariato con l’Istituto d’Istruzione Superiore Piazza Sulis – Alghero, l’Istituto Comprensivo N 1 e l’Istituto Comprensivo N 3 di Alghero danno il via ai laboratori interculturali di ComiX4= Comics for Equality – Sardegna. Quattro classi saranno coinvolte nella realizzazione di materiali innovativi come mini fanzine, video in stop motion, ricette illustrate e un murales. Il tema è comune: la lotta al razzismo e alla discriminazione. Gli studenti dovranno confrontarsi con i temi attualmente in gioco riguardo alla convivenza, l’obiettivo è quello di decostruire i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti delle culture con le quali siamo sempre più in contatto.

Siamo tutti concordi nel considerare la Scuola come un vero e proprio laboratorio, luogo di crescita fondamentale e terreno di cambiamento, qui i ragazzi si incontrano, le identità si mescolano e si rielaborano: ciascuno, però, manifesta e rielabora a proprio modo e secondo i propri strumenti la complessità dei fenomeni spesso descritti dai media, fenomeni che sempre più interessano la vita quotidiana di ognuno di noi.

Le attività proposte intendono proprio accompagnare i ragazzi verso una conoscenza e comprensione critica dei fenomeni attuali, verso il superamento dei pregiudizi e la comprensione delle differenti espressioni culturali, cogliendone gli aspetti di arricchimento reciproco. Crediamo, infatti, che soprattutto partendo dal basso e dai giovani si possa sviluppare una coscienza critica, al fine di contribuire alla realizzazione di un futuro e di una società migliori.

Il percorso didattico sarà suddiviso in due momenti, una prima fase di lettura-riflessione sui fumetti realizzati dai giovani con background migrante che hanno partecipato al Concorso europeo di ComiX4= Comics for Equality e una seconda fase di autoproduzione. Mentre la prima fase è necessaria nell’ambito di una didattica laboratoriale per avviare un dialogo con la classe, la seconda è di solito molto coinvolgente per i ragazzi, che vedono positivamente la possibilità di cimentarsi in un’attività creativa in cui potranno elaborare i loro prodotti.

A conclusione dei laboratori i materiali dei ragazzi saranno pubblicati sul sito e sul blog dell’associazione Africa e Mediterraneo, continuate a seguirci per scoprire il punto di vista dei nostri studenti! Il progetto è stato finanziato dalla Fondazione Banco di Sardegna.

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08 October 2014

Asilo in Europa e Rwanda: il N. 80 di Africa e Mediterraneo

Bruce Clarke, Exhibition of Upright Men at Rwanda National Library, Kigali. April 4th to July 4 2014 as part of the official commemoration in Rwanda

E’ uscito il nuovo numero di Africa e Mediterraneo, che contiene due dossier, uno dedicato al Sistema europeo comune di asilo, il secondo dedicato al ventennale del genocidio del Rwanda, in cui morirono tra 800.000 e un milione di persone. Oltre a un’ampia rassegna introduttiva di Marie José Hoyet – che ricostruisce criticamente il lavoro di memoria che è stato fatto dagli scrittori, artisti e operatori culturali, rwandesi e non, per ricordare e cercare di spiegare questo evento che ha colpito per la sua unicità, dimensione e velocità – il dossier coinvolge due scrittori africani. Dorcy Rugamba, Rwandese sopravvissuto allo sterminio completo della sua famiglia avvenuto la prima mattina del genocidio (“sono bastati tre quarti d’ora”), esplora le origini di questo “crimine industriale”, spiegando il ruolo cruciale giocato dal colonialismo e dall’imperialismo, le cui pratiche violente hanno rotto gli equilibri precedenti e sono rimaste come ferite, come ideologie e come habitus delle persone, e non potevano essere cancellate in pochi decenni di indipendenza. Il Burundese Roland Rugero mette a confronto il diverso modo di vivere il rapporto con il passato in Rwanda, dove è proibito palare pubblicamente della questione Hutu/Tutsi, e in Burundi dove se ne parla liberamente anche facendo dell’ironia. Infine, Marcel Kabanda, in un’intervista, spiega i contenuti dell’ultimo importante libro scritto con Jean-Pierre Chrétien dal titolo Rwanda, razzismo e genocidio: l’ideologia hamitica. Vi presentiamo un breve estratto dell’articolo “Raccontare la memoria: Rwanda (1994-2014). Una rassegna”, scritto da Marie-José Hoyet.

Il genocidio del Rwanda (7 aprile-4 luglio 1994), in cui morirono tra 800.000 e un milione di persone, ha avuto caratteri specifici: lunga pianificazione e velocità nell’esecuzione, sterminio di massa operato dalla massa e crimini di prossimità nel quadro istituzionale dello Stato, perpetrati con complicità internazionali in un “silenzio assordante” del mondo. In cento giorni, il genocidio più veloce e più denso della storia scatena una furia distruttrice concepita come un lavoro da compiere e devasta il Paese eliminando sistematicamente Tutsi, Hutu moderati e Twa: una parte di loro tenta di scappare sprofondando nelle paludi e solo una piccola frazione ci riuscirà. Fra i carnefici hutu in fuga nella foresta equatoriale o nei campi profughi (circa due milioni), un certo numero saranno uccisi e gli altri dovranno tornare per essere imprigionati e giudicati dai tribunali tradizionali. Fatto sconvolgente: pochi intellettuali africani denunciarono subito l’accaduto, a parte Mandela e Soyinka o chi era direttamente coinvolto sul posto, ci fu silenzio davanti a un evento che andava oltre l’umana comprensione, un silenzio che, con poche eccezioni, è proseguito troppo a lungo. Solo alla fine degli anni Novanta sono nate iniziative dovute a una presa di coscienza tardiva (domanda ricorrente: “Ma cosa stavamo facendo quando succedeva tutto questo?”), mentre il periodo successivo ha visto un fiorire di pubblicazioni, in particolare in lingua francese (convegni, incontri, mostre, proiezioni di film e documentari) che ha raggiunto l’apice in Francia nella primavera del 2014: siamo oggi di fronte alla produzione di un corpus infinito, che non accenna a diminuire, segno che l’argomento lungi dall’essere esaurito richiede sempre maggiori approfondimenti e si avvale di sempre più diversificate fonti e modalità.

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01 October 2014

CinemAfrica a Bologna, film dall’Africa e sull’Africa

Anche quest’anno torna CinemAfrica, la nona edizione della rassegna di film dall’Africa e sull’Africa che verrà ospitata al cinema Lumière di Bologna dal 17 al 19 ottobre. Un’iniziativa dell’Ass. Stud. Centro Studi “G. Donati” che da molti anni propone alla città e all’Università di Bologna momenti culturali quali incontri, seminari, conferenze e viaggi-studio nei paesi del sud del mondo.

Si parte venerdì 17 ottobre alle 20:00 con la proiezione di Nelson Mandela: the myth and me, regia di Khalo Matabane: una lettera aperta a Nelson Mandela, in cui si esamina in modo sobrio e demistificante la figura del leader e il suo ruolo nelle riforme sudafricane degli anni Novanta. Allo sguardo personale del regista si aggiungono varie interviste a politici, attivisti e intellettuali, per mettere in discussione gli ideali di libertà, riconciliazione e perdono e per capire meglio le sfide che l’eredità di Mandela comporta, in un mondo, quello attuale, fatto ancora di tanti, troppi conflitti e disuguaglianze.

Si prosegue alle 22:30 con O Grande Kilapy, regia di Zézé Gamboa: João Fraga è una sorta di Casanova scialacquatore che per diversi motivi scivola in una vita di reati fino a diventare, però, agli occhi di tutti, un paladino della lotta contro il potere coloniale. Ambientato tra la metà degli anni Sessanta e il 1974, anno dell’indipendenza dell’Angola dal Portogallo, il film offre uno sguardo acuto ed efficace sul colonialismo, i suoi valori, la sua decadenza, ma anche sulla vita della classe abbiente dell’epoca. Ispirato a una storia vera.

Sabato 18 ottobre alle ore 17:30 è la volta di Munyurangabo, regia di Lee Isaac Chung: Rwanda, 15 anni dopo. Il genocidio del 1994 continua a influenzare i rapporti tra le persone. Possono due adolescenti, uno hutu e l’altro tutsi, mantenere salda la loro amicizia, nonostante lo scontro etnico che ha sconvolto il loro paese? Muyurangabo e il suo amico Sangwa partono insieme da Kigali verso la campagna, ma in realtà ognuno intraprende un viaggio molto personale. Girato in undici giorni, con scarse risorse economiche, il film è riuscito a conquistarsi elogi in tutto il mondo.

Sempre sabato 18 ottobre alle 20:00 War Witch, regia di Kim Nguyen: candidato agli Oscar 2013 come miglior film straniero e vincitore di numerosi premi in vari festival, vanta una straordinaria recitazione della protagonista. La piccola Komona, 12 anni, viene rapita e addestrata a fare il soldato. Dopo infinite sofferenze riuscirà a scappare, per appropriarsi di un futuro diverso. Infanzia violata, orrori indicibili e violenze inaudite, ma anche amore e speranza. Questo il contenuto di un film toccante ed estremamente eloquente, che non può lasciare indifferenti.

In seconda serata, alle 22:30, viene proiettato Life above all, regia di Oliver Schmitz: in un piccolo villaggio sudafricano Lillian è malata di AIDS ed è sua figlia Chanda, dodicenne, a prendersi cura della famiglia. In una comunità in cui, a causa di superstizioni e ignoranza, la paura e i pregiudizi dilagano, energia, compassione e coraggio convivono nel cuore della piccola protagonista. Un dramma universale ed emozionante, con un’eccellente interpretazione della giovane attrice principale, premiata al Festival di Durban. Tratto dal romanzo “Chanda’s Secrets” di Allan Stratton.

Domenica 19 ottobre, alle 15:30, ultimo appuntamento con The square. Inside the revolution, regia di Jehane Noujaim: cinque protagonisti, cinque sguardi, cinque punti di vista differenti, per rappresentare gli altri milioni di cittadini radunati in piazza Tahrir tra il 2011 e il 2013 per reclamare giustizia e democrazia. Scontri sanguinosi ripresi sul campo e storie personali degli egiziani si intrecciano in un documentario coinvolgente, intenso e potente, capace di scuotere davvero le coscienze. Mostra le lotte per i diritti civili oggi ed è stato definito dalla regista “una lettera d’amore all’Egitto”.

Seguiranno in serata le repliche di Nelson Mandela: the myth and me (alle 17:45), Life above all (alle 20:00) e War witch (alle 22:30).

Vi invitiamo a partecipare numerosi e a consultare il sito della Cineteca di Bologna per informazioni riguardo alle agevolazioni e alle riduzioni.

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