30 agosto 2019

Geografia delle terre africane nelle narrazioni letterarie

Di Francesca Romana Paci

 

Riflessioni in margine al volume di Luigi Gaffuri, Racconto del territorio africano. Letterature per una geografia (Prefazione di Massimo Fusillo; Postfazione di Eleonora Fiorani, Lupetti Editore, Milano 2018, pp. 318)

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La geografia è una scienza antichissima e molto complessa. Da un lato è resa unitaria dal suo essere di base legata alla realtà naturale terrestre, dall’altro, simultaneamente, è resa plurale dalla vita dell’uomo sulla terra: l’uomo che costruisce geografie, e, insieme, l’uomo che le indaga, studiando e cercando di capire le loro sfaccettature diacroniche e sincroniche. Nel suo Racconto del territorio africano Luigi Gaffuri, geografo, epistemologo e studioso del pensiero geografico, si propone una completezza di discussione che lo porta a strutturare il suo lavoro in due parti. La prima parte, un discorso sul metodo, è propedeutica alla seconda, e necessaria per capire i quattro saggi che costituiscono la seconda parte. I primi tre sono letture geografiche di famose narrazioni letterarie di argomento africano: i romanzi Tempo di uccidere di Ennio Flaiano; La mia Africa di Karen Blixen; Cuore di tenebra di Joseph Conrad – tre opere di scrittori europei che guardano l’Africa. Il quarto saggio prende in considerazione l’estremo africano dell’asse di indagine, ovvero come alcuni intellettuali e artisti africani guardano l’Africa; inserita in molto altro, Gaffuri analizza la pièce teatrale Che ne è di Ignoumba il cacciatore? del congolese Sylvain Bemba. I quattro saggi, che potrebbero essere del tutto autonomi, come l’autore subito informa i lettori, sono stati scritti e pubblicati singolarmente nell’arco di anni; il che spiega perché il discorso metodologico ritorni come parte integrante anche di ciascuno di essi.

Uno dei due motti collocati exergo nella prefazione di Massimo Fusillo a questo libro è tratto da un articolo del famoso geografo, sociologo e antropologo David Harvey: «L’immaginazione geografica è un fatto troppo pervasivo e importante nella vita intellettuale per essere lasciata soltanto ai geografi» (Knowledge in the Eye of Power: Reflections on Derek Gregory’s Geographical Imagination, in «Annals of the Association of American Geographers», 85, 1, 1995, p. 161). Harvey, di libera formazione marxista, in realtà non vuole affidare la geografia a diverse aree di indagine, quanto introdurre nella ricerca geografica procedimenti che coinvolgano la pluralità delle scienze, della cultura, del sapere e soprattutto del potere nelle sue manifestazioni politiche e sociali. La parola «immaginazione», inoltre, apre molte strade agli studiosi (non solo strade africane!), tante da rischiare una lusinghiera ebrezza di possibilità, ma anche, senza contraddizione, da dichiarare un caveat molto serio su quanto possa fare la «immaginazione» al servizio del «potere».  Per inciso, Derek Gregory (nato nel 1951) ha largamente scritto sul Colonialismo, quello di ieri e soprattutto quello contemporaneo in qualunque modo travestito. Il suo Geographical Imaginations (1994) sussiste nel retroterra del libro di Gafffuri, e l’affermazione di David Harvey può, in effetti, essere un buon motto per tutto il libro, che si apre con le pagine di Fusillo e si chiude con uno scritto dell’epistemologa e storica dell’arte Eleonora Fiorani, intitolato Dalla letteratura all’arte africana contemporanea. Il saggio di Fiorani è un regesto, necessariamente succinto, ma efficacemente commentato, di eventi relativamente recenti legati all’arte africana e alle attività di artisti e di studiosi (particolarmente enfatizzata la figura di Sarenco, Isaia Mabellini, purtroppo ormai scomparso) che se ne sono occupati. Una lista degli artisti coinvolti è impossibile, ma si deve almeno notare come Fiorani si adoperi per rendere giustizia a tutte le arti visive, dalla scultura alla fotografia, includendo anche il design, le installazioni e qualche incursione nel cinema, riconducendo infine il tutto a fondamentali rapporti con le vicende coloniali e post coloniali.

Racconto del territorio africano non è un libro facile: richiede al lettore attenzione e una base di passione culturale. È strutturato, come sopra accennato, in due parti. La prima è di per sé una vasta introduzione, che occupa centotrenta delle duecento sessantotto pagine di Gaffuri (escludendo, quindi, il contributo di Eleonora Fiorani e la ricca bibliografia), e, a sua volta, è composta da un primo esteso capitolo, intitolato “Introduzione – Quali Afriche? Voci europee e sguardi da dentro”, e da altri due capitoli, altrettanto estesi, “Raccontare il territorio” e “Immaginari geografici e riflessività”. La precisazione circa il numero di pagine non è pedanteria, ma una sottolineatura dell’importanza che Gaffuri attribuisce al suo humus intellettuale e al lavoro di altri studiosi, geografi e non solo, e soprattutto al metodo di indagine adottato.

All’inizio dell’Introduzione, Gaffuri afferma con chiarezza: «Questo libro si occupa di letteratura dal punto di vista della geografia. In particolare, l’attenzione è focalizzata su alcune narrazioni d’ambientazione africana, emblematiche della letteratura europea d’epoca coloniale e della letteratura africana subsahariana del Novecento» (p. 15). Individuata l’estensione del campo d’indagine in oggetto, gli si impone un pre-discorso sul metodo, che si deve necessariamente estendere diacronicamente e sincronicamente, dalle pratiche storiche e geografiche del passato alla nascita, indubbiamente rivoluzionaria, dei Postcolonial Studies e dei Cultural Studies.

È impossibile seguire il testo di Gaffuri segmento per segmento per l’ampiezza dei suoi riferimenti e anche per la sua tecnica di scrittura, che procede per “aggancio” di dati e fattori culturali, cosicché omettendone qualcuno si compromette il percorso: l’unica via efficace è leggerlo nella sua interezza. Si possono, però, estrarre alcuni elementi particolarmente importanti, partendo dal riconoscere la posizione permanentemente liminale, «lo spazio del tra», dello scrittore europeo che affronta l’Africa. Un primo elemento è costituito dalla domanda che Gaffuri costringe il lettore a farsi: per chi scrive lo scrittore europeo (ma anche il filosofo) tra Ottocento e prima metà del Novecento? Per chi scrivono Hegel, Conrad, Blixen, Flaiano? Gaffuri non si addentra, ma sottolinea come ci sia una «asimmetria» geografica che perdura in asimmetria del pensiero, necessariamente legata al Colonialismo e al pensiero coloniale (p. 30). Le narrazioni dei romanzieri europei dicono, alla fine, più sull’Europa che sull’Africa. Da tutto questo nascono spontaneamente altre domande: per chi scrivono Said, Bhabha, Ngugi wa Thiong’o, Spivak, e Achebe?  Nel libro di Gaffuri questi interrogativi sono costantemente sottesi e in movimento, inducendo il lettore a ripercorrere la storia e a rendersi conto di come ogni nuovo evento storico, anche contemporaneo, modifichi non solo il presente, ma anche la comprensione e valutazione del passato.

In un punto chiave della Introduzione, per esempio, Gaffuri ricorda che in un suo discorso del 1973 Achebe, richiamando la leggendaria frase di Metternich sull’Italia, dice che l’Africa non è «solo un’espressione geografica»; la frase di Metternich (comunque interpretata) lo porta, perseguendo la sua tecnica di “aggancio”, a interrogarsi sul tema della lingua: quale lingua per l’Africa? Il colonialismo linguistico oggi è una realtà che si potrebbe discutere per migliaia di pagine. Gaffuri non se ne serve direttamente, ma è impossibile leggere questa parte del suo libro e non pensare a Cheikh Anta Diop, che nel breve, spinosissimo e visionario capitolo sulla lingua del suo Les fondaments économiques et culturels d’un état fédéral d’Afrique Noire, (Présence Africaine, 1960 e 1974) auspica come necessaria alla decolonizzazione una «unité linguistique» africana (pp. 20; 29). I tempi di Cheikh Anta Diop (come quelli di un altro grande storico africano, Joseph Ki Zerbo) sembrano lontani, ma sono una delle cerniere fondamentali per tentare di capire non solo la mise en roman dell’Africa e l’imperialismo linguistico (non solo in Africa!), ma anche lo spazio geo-politico contemporaneo. Gaffuri si spinge oltre nel passato, ricordando più volte nel libro la seconda Conferenza di Berlino, 1884-1885, dove si è divisa e spartita l’Africa tra i poteri europei, istituendo il diritto di depredare le sue risorse. Una Conferenza quasi ignorata da molti manuali europei di storia, ma largamente presente nei programmi e nei testi scolastici africani (un solo esempio: i manuali senegalesi per le scuole sia inferiori sia superiori). Si deve aggiungere che se il tema della lingua era spinoso in Cheikh Anta Diop e in Ki Zerbo, ora lo è altrettanto: alle Nazioni Unite non è contemplata alcuna lingua africana, e del resto se uno scrittore africano vuole essere letto non può scrivere solo in una lingua africana – Soyinka e Ngugi wa Thiong’o possono permettersi di scrivere nella loro madrelingua, ma solo dopo aver raggiunto un successo planetario, e comunque pubblicando i loro lavori anche in inglese.

Nelle pagine seguenti compaiono, necessariamente, Gaston Bachelard (la poetica dello spazio e altro), Édouard Glissant (il rizoma), Pierre Bourdieu (forse la teoria dei campi potrebbe entrare maggiormente nel discorso), Gregory Bateson, marito di Margaret Mead (i metaloghi). Infine, Gaffuri afferma e difende il suo procedimento di soggetto-ricercatore, il «modellizzare scientificamente la ricerca sul campo», non scartare «dissonanze» ed «emozioni», accettare la «imprevedibilità» del reale materiale – la materia del mondo, direbbe il filosofo Giovanni Piana – e dell’inconscio. E, completando la sua affermazione in nota con riferimenti all’io cartesiano e a Lacan, aggiunge:

 

A questo proposito, il discorso può essere articolato su tre nuclei epistemici: il soggetto della scienza in geografia (che gioca tra autoriferimento dell’enunciazione e eteroriferimento dell’enunciato; l’inconscio del ricercatore geografo sul terreno (che mette in causa la questione dell’infinito e delle sue possibili rappresentazioni; l’etica (che ha a che fare con l’incertezza e l’azione). […] è solo all’interno di questo sistema tripolare che può essere affrontato un discorso  sul geografo-osservatore come soggetto di una modernità plurale. (p. 53).

 

Dopo questa lunga indispensabile “Introduzione”, Gaffuri procede con i due capitoli a loro modo ancora introduttivi, “Raccontare il territorio” e “Immaginari geografici e riflessività”. Nel primo dei due, il percorso inizia con Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione) e prende subito una strada semiotica: «La produzione e il consumo di segni e simboli sono dunque i tratti caratterizzanti della condizione umana» (p. 59). Il sistema di produzione e consumo crea, dunque, una cultura, ovvero le culture. Quello che Gaffuri desidera qui dimostrare, è la necessità di «aprire il terreno alle relazioni tra geografia e semiotica», creare una geografia che consideri i luoghi anche per i loro valori culturali – e, si deve aggiungere, disvalori. Dopo avere, in parte con Hilary Putnam, «destituita di fondamento» la «contrapposizione […] tra scienza e arte», il contributo del Racconto del territorio africano a questo, quasi nuovo, «campo di frontiera» è proprio, dice Gaffuri, il prendere in considerazione narrazioni letterarie in quanto nello stesso tempo interpretative e tributarie del sapere geografico:

 

Il racconto del territorio è portatore di un’istanza scientifica che, nel concepire la geografia come forma territoriale dell’azione sociale, si confronta con alcune espressioni letterarie analizzate in questo volume. Le forme narrative, e in primis la letteratura, sono qui considerate come dispositivi di rappresentazione nei quali cercare la geografia, connaturata alle esperienze e alle condizioni esistenziali delle persone, a loro volta organizzate in società che intrattengono relazioni con lo spazio terrestre. (p. 63).

 

Quello che segue è un vero discorso sul metodo, che propone usi più precisi e differenziati di tre termini geografici, spesso utilizzati come sinonimi, e qui identificati in aspetti e funzioni proprie: «ambiente, territorio e paesaggio». La geografia che operi sulla base e di questa triade è evidentemente una geografia complessa, che deve fare tesoro di dati dovunque li possa trovare, incluse le letterature e le arti. Gaffuri si sofferma su concetti e dati di realtà, enfatizzando appunto la complessità, soprattutto per quanto riguarda la territorializzazione dell’ambiente, e anche del paesaggio: «Il territorio è l’ambito sociale che nasce dall’azione trasformativa dell’uomo sulla natura, sullo spazio fisico, piegando cognitivamente e concretamente l’ambiente ai propri fini […]» (p. 66). Il passaggio da territorio naturale a territorio «sociale» è un tema inesauribile in tutti i sensi. Dalla storia alla politica, dalla letteratura alle arti visive la territorializzazione rappresenta una linea guida  che non si interrompe mai, intrecciandosi alla storia stessa della civilizzazione. Per quanto riguarda la letteratura, e in particolare la letteratura ispirata dal Colonialismo, il lettore di queste pagine, o almeno il lettore che qui scrive, non può non pensare a numerosi romanzi, come Robinson Crusoe di Daniel Defoe, Tocaja grande di Jorge Amado, The Grass Is Singing di Doris Lessing, per non fare che tre esempi, ma anche alla ricca produzione di romanzi di fantascienza sulla colonizzazione di nuovi mondi.

Dal canto suo, Gaffuri in queste pagine insiste sul potere di controllo della territorializzazione sulla vita umana, un potere dal quale non sembra possibile fuggire nemmeno per l’arte – soprattutto per l’architettura, ovviamente, ma anche per le arti figurative, e con debita differenza, per la letteratura. Sono qui particolarmente illuminanti le citazioni del pensiero di Denis Cosgrove, geografo americano scomparso ormai da più di dieci anni, ma tuttora attualissimo e ispiratore di grandi aperture. Ancora una volta le possibilità di indagine che Gaffuri spalanca davanti allo studioso di letteratura provocano una specie di ebrezza, perché suggeriscono implicitamente riletture di un grande numero di testi letterari, soprattutto romanzi ottocenteschi e novecenteschi, ma non solo. Ovviamente Gaffuri suggerisce un metodo non un elenco di romanzi. Se un elenco è impensabile, lo sprone è irresistibile: quasi a caso, si può pensare a romanzi come Fame e Il risveglio della terra di Knut Hamsun, a North and South di Elizabeth Gaskell, a Waiting for the Barbarians di J. M. Coetzee , e persino a Paul et Virginie di Bernardin de Saint Pierre e, con un salto di tempo e di luogo, al lavoro teatrale Translations dell’irlandese Brian Friel.

Nel secondo dei due capitoli deutero-introduttivi, “Immaginari geografici e riflessività”, Gaffuri, che chiama il capitolo «interludio filosofico», prende le mosse da un basilare, ma non semplice, «essere significa […] essere da qualche parte» (p. 89), e si lancia in una cavalcata esperta attraverso un campo ricchissimo, da Platone a Cartesio a Vico; e poi a Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Bachelard, Foucault, Derrida per discutere l’essere nel tempo affiancato all’essere nello spazio e arrivare al «luogo», allo «spatial turn» e a una heideggeriana «topologia dell’essere». Seguono, necessariamente, riferimenti ai più noti studiosi di Colonialismo, Postcolonialismo, diversità e incroci, da Bhabha (terzo spazio), a Spivak, Said, Appadurai, e altri. Per arrivare alla pratica della riflessività (non solo sociologica, ma anzi allargata anche alla auto-analisi) e al suo scavo teso a mettere in luce i rapporti fra letteratura e geografia, Gaffuri passa anche attraverso riferimenti a scrittori universalmente noti e approda, alla fine del capitolo, all’affermazione centrale, fulcro del suo lavoro: «I romanzi, mettendo in scena uomini e società nei loro spazi e nei loro luoghi, funzionano come giacimenti di sapere” (p. 122). Forse non tutti i romanzi, ma quasi tutti, e certo lo fanno i tre romanzi che ha scelto di studiare, tutti e tre opere di scrittori per i quali l’Africa è un luogo “altro”.

 

A questo punto, mantenendo vivace la tecnica dell’aggancio, Gaffuri si dedica al primo e unico romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere – Il Fascismo italiano in Etiopia, pubblicato nel 1947, liberamente basato sul diario che Flaiano teneva quando era tenente di complemento del Genio durante la Guerra d’Etiopia dal novembre 1935 al maggio 1936. Per inciso, il periodo coloniale italiano, dopo la sventurata Guerra d’Abissinia (1895-1896), si situa tra il 1936 e il 1941. Proporre oggi una rilettura di Tempo di uccidere è uno dei meriti di Gaffuri, che pur mantenendo fisso lo scandaglio geografico, porta a riflettere su numerosi altri aspetti e sullo stesso genere romanzo (questo, dunque, e qualunque romanzo) concepito come “insieme”. Le citazioni dal testo di Flaiano sono numerose, eppure spesso si è portati a desiderarne di più. Particolarmente denso di elementi il brano in cui Flaiano, autore implicito, “guarda” dentro il suo romanzo, dove il protagonista e narratore “guarda” l’àscaro Johannes che “guarda” una vallata e la valuta in toto, come ambiente naturale, territorio e paesaggio (p. 134; con tacito richiamo a p. 63; e, in nota, una illuminante citazione dal Poema africano della Divisione ’28 ottobre’ di Marinetti). Per inciso, ma non troppo, per Johannes, qui e altrove, i luoghi importanti sono quelli dove c’è acqua.

Gaffuri raggruppa e ordina passi del testo di Flaiano in citazioni multiple, collegando per senso e immagini brani che nel romanzo compaiono in pagine diverse, anche lontane fra loro. Caldo, aridità, fiume apparentemente inefficiente al benessere, fatica, colori estenuanti, persino un aggettivo isolato, «morbida», usato etimologicamente nel senso di “malsana”, “malata” in unione a «atmosfera» (p. 137), concorrono tanto alla rappresentazione di Flaiano, quanto a quella di Gaffuri. Il romanzo non include dati e riflessioni storiche (Gaffuri, invece, abbonda), ma indugia numerose volte sulle carte geografiche: immagini, indicazioni, denominazioni – le citazioni di molti di questi passi sono utilmente raggruppate con il metodo multiplo adottato da Gaffuri (pp. 141 e 143, e nota sulla Guida dell’Africa Orientale Italiana della Consociazione Turistica Italiana). L’illusione coloniale italiana, l’esotismo, gli errori sociali, economici, umani sono esposti spietatamente sia da Flaiano sia da Gaffuri; Gaffuri lo fa sia tramite Flaiano sia facendo ricorso a filosofi e studiosi contemporanei – o quasi. Particolarmente forte – fra geografia e letteratura – il tema della terra coltivabile, collegato a quello della fame.

 

A Flaiano segue Karen Blixen con il memoir-romanzo La mia Africa (Out of Africa). Il capitolo, o meglio il saggio, intitolato “Cartografia, paesaggio e letteratura nel Kenya coloniale”, è preceduto da un motto, liberamente tratto da una fiaba Ekoi del Camerun, dove un’antropomorfizzata topolina intesse bambini-racconto di tutto quello che vede, e «a ciascuno di loro diede una veste di un colore diverso […] I racconti diventarono i suoi figli e vissero in casa sua e la servirono perché lei non aveva figli suoi» (p. 163). Se non sulla geografia dei luoghi, il motto dice moltissimo sulla narratività africana e introduce in modo affascinante La mia Africa, che è di per sé un’opera passionale, consapevole, intrecciata alla storia, determinata da luogo e spazio. Pubblicato nel 1937, scritto direttamente in inglese (il titolo inglese, Out of Africa, forse comunica meglio la passionalità e la privazione), il romanzo è una miniera di conoscenza per lo studio del Colonialismo.

Gaffuri tocca momenti e aspetti fondamentali, come la Conferenza di Berlino del 1884-1885 e il sanzionamento europeo dei confini africani; la cartografia coloniale; la cartografia moderna e l’isotropia; la scala lineare nelle carte geografiche – l’universo è isotropo, ma noi lo facciamo diventare anisotropo cercando fonti/fonte di percezione; anche in poesia, nei romanzi, nelle arti figurative. Stupefacente l’estensione dei possedimenti europei in Africa, che potevano essere persino maggiori dei «tremila ettari» di Karen Blixen (p. 171).

Anche per leggere geograficamente La mia Africa, Gaffuri fa largo uso di citazioni che raggruppa in frammenti, susseguenti nel libro, ma in pagine anche lontane fra loro. La tecnica fa diventare le citazioni un deutero-testo quasi simultaneo, rendendo, però, necessaria molta attenzione ai numeri di pagina. Molto belle e utili le citazioni che rappresentano numerose “visioni dall’alto” (pp. 174-176; 177; 179-180; 181-182-183; 184). È in questo saggio su Karen Blixen che Gaffuri propone con ancora più chiarezza le tre categorie analitiche di «ambiente naturale», «territorio» e «paesaggio» (p. 186), e i loro collegamenti concomitanti, approfonditi nei commenti alle citazioni. Sono particolarmente interessanti i passi, sia di Blixen sia di Gaffuri, che ci portano a riflettere sulla territorializzazione, dalla centralità urbana di Nairobi, imitazione europea, dove però si doveva andare a cavallo o con un carro (p. 193), alla tassazione degli squatters, che avrebbero fatto a meno di strade, treni, illuminazione e anche polizia (pp. 196-197). Impossibile a questo punto per il lettore non pensare agli investimenti cinesi in Africa, e, ampliando il tema, a quali categorie sociali interessano strade e collegamenti.

Il saggio si conclude con ulteriori riflessioni sulla cartografia, dalle mappazioni coloniali come «inventari delle risorse umane e naturali», che alla fine diventano un «progetto politico» (p. 197), al riconoscere che le carte geografiche vogliono porsi come neutre, ma non lo sono: dalla rappresentazione dell’ambiente naturale ai nomi sono, appunto, anche progetti di politica economica. Pure, la cartografia è necessaria, guardandosi dal pericolo di farla diventare sussidiaria di un grave impoverimento culturale. Molto belle a questo proposito, principalmente per natura, cultura e visione unidirezionale, le citazioni di Blixen, da Ombre sull’erba e da Out of Africa (p. 201) – quasi-conclusive del saggio.

 

Il terzo romanzo esaminato è Heart of Darkness di Joseph Conrad. Un’opera breve, spesso definita dagli studiosi anglofoni novella, ma traboccante di temi e irta di problemi interpretativi: nulla è univoco, neppure l’aspirazione, mai esplicita e pure sepolta nel profondo inquieto della narrazione, a un ideale bilateralismo tra “noi” e “l’altro”. Il titolo del saggio e capitolo, “Squarciare le tenebre: il Congo coloniale tra Conrad e Schmitt”, rispecchia in qualche modo la complessità che il lettore è invitato ad affrontare.

Primo preludio alla lettura di Heart of Darkness è ancora una volta per Gaffuri la Conferenza di Berlino del 1884-1885 (il viaggio di Conrad in Congo è del 1890), dandone per noti gli elementi salienti. Vale la pena, comunque, ricordare che Bismarck volle la partecipazione di quattordici stati, alcuni con poteri maggiori e acquisiti come Inghilterra, Francia e Portogallo, altri, come l’Italia, con molto meno peso. Parteciparono, con differenze di posizione, anche gli Stati Uniti e l’Impero Ottomano. In funzione delle posizioni di Conrad è importante ricordare anche che la Conferenza di Berlino è stata spesso chiamata Kongokonferenz, principalmente perché confermava i possessi privati del Re Leopoldo del Belgio in Congo. Berlino è il primo preludio, comunque, perché c’è un secondo preludio, che collega il “diritto coloniale” alla teorizzazione del “nomos” come “Rechtskraft”, “forza di legge”, “forza di diritto” nel pensiero di Carl Schmitt (1888-1985). Sono pagine (pp. 207-215) da leggere con attenzione, che richiederebbero approfondimenti quasi a ogni paragrafo, perché Schmitt, importante teorico della destra, cattolico, prolifico, attivo ben oltre la Seconda Guerra Mondiale, è un pensatore inquietante e il suo lungo percorso presenta variazioni fino alla fine.

«Agli esordi il diritto poggia sull’occupazione territoriale e sulle delimitazioni […]» (p. 208); in seguito il potere diretto e arbitrario di dichiarare un possesso terriero evolve fino alle complessità coloniali e a oggi. Leggendo Schmitt, Gaffuri procede succintamente all’esame dei processi di territorializzazione coloniale, aggiungendo in nota (p. 211) una fondamentale citazione di Schmitt da Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum auropaeum” (ed. or. 1950; Adelphi 1991). È particolarmente importante (anche per la nostra contemporaneità) che il nomos della terra non trascuri il mare e il suo ordinamento spaziale. Qui si potrebbe aggiungere, in altra sede, una rassegna, o un racconto, della funzione emotiva del mare e delle distanze che il mare materialmente rappresenta nella creazione del concetto di “scoperta” e della liceità di occupazione (e quindi di possesso) di territori non europei: un immaginario potente e indistruttibile, che agisce in gradi, ambiti e piani molto diversi.

Nella sua lettura di Heart of Darkness, Gaffuri, come gli è consueto, fa largo uso di citazioni dal testo con il metodo adoperato in Tempo di uccidere e Out of Africa, creando gruppi collegati dal significato e non dalla contiguità diretta. Se da un lato questo obbliga il lettore a prestare attenzione ai numeri delle pagine indicate tra parentesi dopo ogni gruppo, questi testi “estratti” dal testo sono uno strumento di comprensione maggiore, e spesso qualcosa come una rivelazione. Particolarmente interessanti quei passi, citati e commentati, dove l’ambiente naturale africano grava immane, minaccioso perché impenetrabile e, molto più che ostile, indifferente all’uomo (pp. 217 e 218); qui si aprirebbero altre strade – pensando, per esempio, al Canada e alla letteratura canadese, e non solo. Le citazioni sono numerose e ben scelte, eppure qualche volta se ne desidererebbero ancora di più; per esempio, il passo in cui Marlow dice «The woods were unmoved […] heavy, like the closed door of a prison» (Heart of Darknes, Penguin, p.81).

Gaffuri, comunque, mantiene salda la rotta geografica, dal famoso passo di Heart of Darkness,  «Now when I was a little chap I had a passion for maps», al Congo Diary (pubblicato solo nel 1978). Dedica spazio, inoltre, all’incontro e all’amicizia di Conrad con Roger Casement, il cui famosissimo Report circa la situazione del Congo è molto più tardo dell’incontro con Conrad, ma che certamente aiuta la lettura sia di Heart of Darkness sia del racconto An Outpost of Progress, che Gaffuri non può fare a meno di citare e commentare in funzione della territorializzazione coloniale – prima fra tutte, allora, la costruzione della ferrovia Matadi-Léopoldville. Il saggio è veramente ricchissimo e apre molte possibili vie di indagine, non vie alternative e non deviazioni, quanto collegamenti tra discipline e conoscenze, e, soprattutto dimostra quanto profondamente il passato coloniale sia radicato nella nostra contemporaneità e quanto complesso si presenti il futuro.

 

Il quarto saggio, “Lo spazio geografico nelle narrazioni africane”, modifica l’asse ottico e prende in esame l’Africa vista e interpretata da scrittori e artisti africani. Non tratta, per ora, di una visione africana dell’Europa, ma tra le righe affiora la possibilità che i futuri lavori di Gaffuri possano includere anche quell’ambito. Il saggio, che affronta un argomento evidentemente molto ampio, è introdotto da pagine che ripercorrono i primi anni dell’arrivo editoriale di produzioni letterarie africane in Italia – arrivo tardivo, collocabile negli anni ’50 – e del conseguente se pur limitato fiorire di studi africani. Notevole spazio è dedicato a commentare molto favorevolmente il volume Letterature dell’Africa, curato da Cristina Brambilla (pubblicato da Jaca Book nel 1994), che offre interventi di importanti studiosi, e consente a Gaffuri di offrire a sua volta un panorama generale importante, inclusivo di temi come la négritude, l’ideologia panafricana, le nuove territorializzazioni, le élite nere, i nuovi caratteri regionali, la risposta all’Europa.

L’interesse precipuo è, comunque, l’arte e in particolare la produzione letteraria. Riferendosi al Sudafrica, ma in realtà anche alle altre letterature africane, Gaffuri scrive: «In effetti, per ciò che qui importa, molta letteratura sudafricana è geografia, e lo è precisamente nel senso che rappresenta lucidamente le forme territoriali dell’azione sociale che, sul filo del tempo, si sono succedute su quel territorio» (p. 252). E sorge ancora il tema di chi sia l’interlocutore dei «messaggi letterari» africani.

Una intensa lettura della pièce di Sylvain Bemba, Qu’est devenu Ignoumba le chasseur? (messo in scena nel 1986), conclude il saggio. Ancora una volta il villaggio di Ignoumba non è solo la «cornice in cui si svolge una storia ma un luogo, una collocazione geografica […]» con la sua cultura, i suoi valori, la sua storia (p. 262); e il cacciatore Ignoumba «si fa homo geographicus», con taciuto eppure palese riferimento al pensiero del geografo statunitense Robert David Sack (p. 259). Ma c’è anche una seconda conclusione, o meglio una dichiarazione d’intenti: « il circoscritto compito che qui ci siamo assegnati è quello di sottrarre il territorio a una percezione diffusa, di origine culturale, che lo relega alla banale dimensione di sfondo», quello che Gaffuri vuole è «rendere palese il fatto che la geografia intesa come forma territoriale dell’azione sociale non solo è presente [nella maggior parte delle opere letterarie] ma diventa protagonista» (p. 265).

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23 luglio 2019

Contro le discriminazioni: un processo educativo che parte dal basso

È importante, per chi opera nel settore sociale a contatto con le comunità, formarsi continuamente e confrontarsi sul tema delle discriminazioni. Di grande interesse è stata la nostra partecipazione al Seminario sul tema delle discriminazioni su base etnica, di orientamento sessuale e di genere) e delle misure a contrasto dell’hate speech, rivolto agli operatori dei servizi sociali, scolastici e del Terzo Settore, in particolare a coloro che fanno parte della Rete Regionale Antidiscriminazioni dell’Emilia Romagna.

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È parte della Rete il progetto Punto Migranti, gestito dalle cooperative sociali Abantu e Lai-momo, che trova presso il Comune di Castel Maggiore il nodo principale.
Nelle giornate di giovedì 18 e venerdì 19 luglio a Rimini, nella sede dell’Innovation Center, presso lo storico Palazzo Buonadrata, il Seminario condotto da Udo Enweruzor, responsabile tematico COSPE su Migrazioni, Minoranze e Diritti di Cittadinanza, si è innanzitutto soffermato sul concetto di appartenenza, usando l’Italianometro, un “aggeggio di fantasia” creato per misurare l’italianità di ciascuno dei partecipanti.

Ne è scaturito che l’idea di quantificare l’appartenenza sia già in sé poco appropriata, in quanto essa, per sua natura, è un concetto dinamico e circolare, non statico, e perciò non misurabile. Si è riflettuto su quanto risulti più semplice definire la diversità che vediamo negli altri, piuttosto che saper definire se stessi dentro al proprio contesto di appartenenza: è più facile mettere etichette agli altri (ad esempio i tedeschi definiti come “crucchi”, freddi, rigidi e iperpuntuali), e quindi ricorrere all’uso di stereotipi sugli altri, che lavorare su quelli che gli altri hanno su di noi (italiani = pizza, Pavarotti, mafiosi e ossessionati dalla moda). La nostra reazione dapprima è quella di sorridere sugli stereotipi che all’estero hanno di noi, per poi subito dopo arrabbiarci, perché ci sentiamo incasellati e sviliti; essere italiano è una complessità di concetti e tradizioni, questa semplificazione genera dispiacere e rabbia. Se viene poi diffusa tramite i social media di cui disponiamo oggi, questo tipo di informazione molto semplificata si amplifica a livello planetario in tempi brevissimi, generando la diffusione di massa di stereotipi spesso marginalizzanti. Si è trovata occasione per pensare allo “zainetto culturale” di cui ognuno di noi dispone, fatto di stereotipi dettati dalla nostra società, di cui si può arrivare a pensare di essere privi, e che invece ci appartengono profondamente.

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La seconda giornata si è aperta con un invito a pensare a quali persone in Italia sono maggiormente discriminate; dal brainstorming emergono tante categorie “fragili”, primi fra tutti i richiedenti asilo, le donne, i musulmani, le persone LGBTQIA+, ecc. Si sono messe in evidenza le azioni, a livello personale, di gruppo o istituzionale, che discriminano queste categorie, analizzando i tipi di discriminazione diretta ed indiretta. La prima, in genere, si basa sull’età, la disabilità, la religione, il credo, l’orientamento sessuale, la condizione socio-economica, eccetera. Essa risulta più facile da individuare e quindi da arginare. La seconda riguarda regole e provvedimenti che possono escludere persone, ad esempio, da concorsi pubblici per motivi irrilevanti (come ad esempio l’altezza minima, richiesta un tempo per partecipare alla selezione pubblica per veterinari in Italia, e che ora è stata rimossa, dopo un’azione contro di essa).

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In chiusura ci si è congedati con il proposito di non tacere contro comportamenti discriminanti, di non ridere davanti a freddure a sfondo razzista, anzi di reagire, spiegando il motivo del nostro dissenso, partecipando a un processo educativo che parte dal basso e che vuole resistere alla disinformazione digitale dilagante.

Angela Bortolotti, Abantu cooperativa sociale

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04 maggio 2018

“Mai avremmo pensato che un pezzo di carta può essere tanto violento”: storie di richiedenti asilo al Festival della letteratura di Budrio

Noi visti da loro, in un racconto che mette in luce i tanti preconcetti e gli episodi di ordinario razzismo, spesso inconsapevole, a cui devono assistere, ma anche la gratitudine per chi li ha accolti e li aiuta a integrarsi e a rendersi autonomi. Di questo hanno scritto cinque richiedenti asilo, ospiti del Centro di accoglienza straordinaria della frazione di Mezzolara, gestito dalla cooperativa sociale Lai-momo. Il pensiero senza censure di chi ha scelto l’Italia “perché è un paese dove c’è la libertà di stampa e d’espressione”. I testi sono stati letti davanti al pubblico, in occasione dell’appuntamento dedicato alle “Storie d’Africa”, all’interno del Festival della Letteratura di Budrio.

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Le storie di questi ragazzi – partiti dal Senegal, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea, dal Togo, dal Niger, dal Camerun – hanno in comune “la ricerca di protezione, di una vita tranquilla e di migliori condizioni di salute”, dopo il viaggio che li ha visti attraverso prima il deserto, poi una Libia in guerra e infine la traversata in mare. Un percorso affrontato “con coraggio, pazienza, paura”, che altre persone possono fare in aereo in poche ore con un semplice visto. “Mai avremmo pensato che un pezzo di carta può essere tanto violento, decidere tra la vita e la morte delle persone”, si legge nei loro testi.

Adesso la loro ricerca di una nuova vita riparte da Mezzolara di Budrio, dalla grande casa rossa in cui abitano con la bandiera della pace sul cancello. Con uno sguardo privo di pregiudizi, giudicano più alto il rispetto che gli italiani hanno verso le persone perché “qui le macchine si fermano per lasciar passare le biciclette, mentre nei nostri Paesi raramente si dà la precedenza a un ciclista, che spesso rischia la vita”. E anche il rispetto della natura, “perché l’ambiente è pulito, non si possono buttare cose per terra, le case sono curate come anche i giardini e le strade”, e degli animali “che vengono a volte curati quasi come delle persone”.

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Il loro sguardo ci riporta anche che “qui le donne sono molto belle e curate, gli anziani attivi e sempre impegnati”. Molti degli ospiti lavorano in aziende agricole e conoscono tanti contadini di una certa età che ancora lavorano la terra con passione. La gente di Mezzolara – continuano a raccontare – è gentile e cordiale, “ci saluta quando ci incontra”. Il riconoscersi per strada li fa sentire sicuri reciprocamente.

Hanno conosciuto tante persone speciali dicono: “abbiamo lasciato le nostre mamme ma qui ne abbiamo trovata un’altra. Noi la chiamiamo Mamma Africa, anche se in realtà si chiama Mirella. […] Lei e gli altri operatori ci hanno insegnato tante cose, come fare la spesa e cercare le offerte più convenienti”. Ma hanno anche insegnato a tenere in mano una matita ai ragazzi che nel loro Paese non erano mai andati a scuola.

Un altro punto di riferimento nella comunità è il meccanico delle biciclette che, con pazienza, ha insegnato ai ragazzi a riparare il mezzo di locomozione che è stato loro regalato da qualche cittadino. Le competenze poi vengono messe in comune perché “quello che ci ha insegnato il meccanico Valerio lo utilizziamo anche per aiutare i ragazzi di un altro centro di accoglienza, a Miravalle”.

La dimensione del paese aiuta l’integrazione, mentre la città spersonalizza e rende diffidenti: “A Bologna spesso le persone ci guardano male e sul treno non vengono a sedersi nei posti liberi vicino a noi”. Gli anziani, dicono, sono più cordiali dei giovani, ma l’ignoranza porta a gesti sgarbati e offensivi: “Ci è capitato che, durante la Messa, quando è il momento di scambiarsi un segno di pace le persone siano imbarazzate a darci la mano e ci guardino con diffidenza”. Alcuni ospiti sono impegnati nel servizio civile in una casa di riposo ed è successo che alcuni degli anziani pazienti in carrozzina non volessero essere spinti da uno di loro perché nero. Questi episodi li mortificano ma sanno anche prenderli con ironia: uno di loro racconta di avere trovato un telefono a terra fatto squillare dalla persona che lo aveva perduto, di averlo riconsegnato alla legittima proprietaria e di essersi sentito dire: “Grazie, sei molto bravo anche se sei nero”.

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Ciò che li preoccupa di più è la mancanza di certezze sui propri documenti, sulla possibilità di rimanere in Italia: “Da un lato ci stiamo sempre più integrando e dall’altro non sappiamo se potremo restare. Per questo cerchiamo di tenerci impegnati, di pregare, di essere positivi”. Ma la paura è tanta.

Nel quotidiano, vorrebbero che i trasporti da Bologna per Budrio e viceversa non terminassero troppo presto la sera e nei giorni festivi. L’aspirazione di tutti è quella di trovare una collocazione nel mondo del lavoro per condurre una vita propria in una dimensione autonoma, una volta usciti dal progetto di accoglienza.

La narrazione degli ospiti di Mezzolara si chiude con un appello: “Vogliamo dire che siamo venuti in pace, non vogliamo fare male a nessuno; vogliamo solo lavorare, vogliamo stare bene, in una parola vivere”. Il pubblico di Budrio li saluta con un applauso e con la richiesta di una stretta di mano. Forse non sarà alta letteratura la loro, ma certamente con le loro parole hanno aiutato i cittadini a conoscerli meglio e superato alcune barriere.

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24 febbraio 2018

A sostegno dello storico Isidore Ndaywel e del Comitato di coordinamento dei laici (CLC) della Repubblica Democratica del Congo

La Repubblica Democratica del Congo vive in questi mesi momenti molto bui, in cui a pagare il prezzo più alto è la popolazione, vittima dei conflitti civili per il controllo dei territori e delle risorse. A questo si aggiunge la cruenta repressione politica messa in atto dal presidente Joseph Kabila, che oltre un anno fa si era detto disponibile a indire, finalmente, nuove elezioni presidenziali entro la fine del 2017. Così non è stato e il Comitato di coordinamento dei laici (CLC) ha indetto per domani, 25 febbraio, una manifestazione per chiedere, una volta ancora, le dimissioni di Kabila.

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Le ultime contestazioni del 21 gennaio scorso hanno avuto un esito tragico con almeno 6 morti e numerose decine di arresti. Per questo oggi Henri Lopes e altri scrittori e intellettuali dell’Africa  hanno voluto lanciare un appello affinché la marcia che si terrà tra pochi giorni non venga respinta nel sangue. Temono che la repressione possa colpire gli intellettuali che hanno deciso di unirsi alle richieste del popolo. In particolare fanno riferimento allo storico Isidore Ndaywel, ex-funzionario dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia, molto attivo nella promozione interculturale.

“Noi intellettuali, creativi, artisti, dell’Africa e del mondo francofono intero, democratici e attivisti per i diritti umani lanciamo questo appello per sollecitare le autorità della RDC alla moderazione, a preferire il dialogo alla repressione. Prendendo consapevolezza, mettendo gli interessi della nazione al di sopra di ogni altra cosa, accogliendo positivamente le legittime richieste del popolo, le autorità saranno all’altezza del destino di un paese al centro della storia e della geografia del grande continente che è l’Africa”.

Di seguito condividiamo l’appello intero, e in lingua originale, che sottoscriviamo e rilanciamo.

 

Soutien à l’historien Isidore Ndaywel et à ses amis du Comité Laïc de Coordination (CLC) en République Démocratique du Congo
Depuis quelques mois, la République Démocratique du Congo traverse des heures tragiques dont le plus lourd tribut est payé par des populations civiles innocentes.
Tout récemment, un groupe d’intellectuels de ce pays a entrepris la courageuse démarche de s’associer à leur peuple dans leur volonté de faire assurer les conditions démocratiques les plus élémentaires pour l’organisation d’élections réellement crédibles dans leur pays.
Il n’est question ici que du respect des libertés publiques, revendiqué au nom d’une communauté nationale qui n’a que trop souffert et ne cesse de souffrir des effets de conflits successifs dont sont victimes les couches les plus vulnérables de la population. Il s’agit d’un mouvement pacifique qui monte des profondeurs du pays auquel s’associent les autorités religieuses dont on ne peut suspecter le désir de paix et qui sont par nature opposées à toute forme de violence. Or, la réponse qui leur est opposée est précisément la violence armée. Par deux fois, au cours des manifestations du 31 décembre 2017 et du 21 janvier 2018 des pertes de vies humaines ont été déplorées, et la liberté d’universitaires qui ont pris fait et cause pour leur peuple est menacée.
Nous craignons que le 25 février, date programmée pour la prochaine marche des chrétiens, soit l’occasion d’une nouvelle répression disproportionnée dont seront victimes des participants aux mains nues.
Des universitaires ont pris l’initiative de se joindre à la clameur populaire et de s’en faire l’écho. Ce ne sont pas des professionnels de la politique, ce sont de simples citoyens conscients de leurs responsabilités devant l’histoire. Les nouvelles qui nous parviennent nous amènent à nous inquiéter sur leur sort.
Parmi eux, Isidore Ndaywel dont les travaux sur l’histoire de son pays font autorité et constituent des ouvrages de référence. Cet éminent homme de culture, ancien fonctionnaire de l’Organisation Internationale de la Francophonie, qui a participé au combat pour la promotion de la diversité culturelle, a été l’un des artisans les plus efficaces de la création du prestigieux /Prix des Cinq/ /Continents/ qui a honoré et révélé tant d’écrivains francophones. Isidore Ndaywel enfin a été le commissaire de la RDC chargé de l’organisation du XIVe Sommet de la Francophonie à Kinshasa, en 2012. Il s’est acquitté avec succès de cette tâche dont les résultats ont été au bénéfice du gouvernement de son pays. Parce que ses amis et lui sont d’authentiques intellectuels,  parce qu’il s’agit du plus grand pays francophone du monde, il est de notre devoir de veiller à ce que la liste des martyrs déjà longue ne s’allonge pas.
Nous lançons cet appel en tant qu’intellectuels, créateurs, artistes, d’Afrique et de la Francophonie tout entière, démocrates et militants pour le respect des droits humains, et demandons aux autorités de la RDC de faire preuve de retenue, de privilégier le dialogue à la répression. En prenant de la hauteur, en mettant les intérêts de la Nation au-dessus de toute autre considération, en faisant preuve de maturité, en répondant de manière positive aux exigences légitimes de leur peuple, elles se hisseront à la hauteur du destin d’un pays situé au centre géographique et historique du grand continent qu’est l’Afrique.

Henri Lopes (Écrivain), Adama Ba-Konaré (Historienne), Kidi Bebey (Ecrivaine), Catherine Coquery-Vitrovitch (Historienne, Professeur Emérite, Paris Diderot), Bob Kabamba (Directeur Cellule d’Appui politologique Afrique-Caraïbes, CAPAC-ULiège, Faculté de Droit, de Science politique et de Criminologie), Henri Lopes (Ecrivain), Boniface Mongo-Mboussa (Critique littéraire), Roland Pourtier (Professeur Emérite, Université Paris I, Panthéon Sorbonne).

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09 ottobre 2017

L’Africa si racconta: la nuova call di Africa e Mediterraneo!

È uscita la nuova call for papers della rivista Africa e Mediterraneo. Tema del dossier sarà il racconto che l’Africa fa a se stessa, in particolare tramite le forme espressive dei nuovi media.

Profili Facebook e Instagram, canali YouTube, blog, veicolano oggi un flusso costante di informazioni, condividendo video, immagini, contenuti, creando reti e incentivando altre condivisioni, in un codice linguistico in continua evoluzione. Influencer, blogger e figure social, originari del continente, hanno pagine seguite e commentate da numerosi utenti, con l’immediatezza e la velocità proprie della comunicazione 2.0.
Resta grande il seguito del mezzo televisivo: programmi come reality show e soap opera hanno un vasto riscontro di pubblico e propri codici linguistici e comunicativi.
Inoltre, da non trascurare, è l’impatto del racconto dei media africani sulla comunità della diaspora, in un linguaggio transnazionale che passa anche per la musica e la danza, nella condivisione di un’identità e di un’appartenenza comune.

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I mass media contemporanei fanno sì, quindi, che oggi più che mai le popolazioni dei Paesi africani siano al tempo stesso produttrici e fruitrici autonome di un discorso – tramite canali in parte tradizionali in parte innovativi – sulla vita in Africa e sull’identità delle comunità africane, con una narrazione che travalica i confini dei singoli Paesi e del continente stesso.

A partire da queste premesse il numero 87 di Africa e Mediterraneo intende riflettere su forme e contenuti del racconto che l’Africa fa a se stessa, in particolare, ma non esclusivamente, nelle nuove dinamiche interattive del web 2.0.

Le proposte potranno trattare i seguenti temi, secondo vari approcci disciplinari:
– chi sono i maggiori influencer africani
– forme, diffusione e fruizione dei media tradizionali in Africa
– forme, diffusione e fruizione dei nuovi media in Africa
– tipologia dei contenuti e delle immagini veicolate
– impatto che hanno sulle comunità della diaspora
– modalità di ingresso di comunicatori africani nel campo mediatico europeo
– impatto sulla percezione dell’Africa e dei Paesi africani su altre culture

Scadenze per l’invio:
Invio delle proposte (400 parole al massimo): 25 ottobre 2017
Invio del contributo (in caso di accettazione): 30 novembre 2017
Le proposte dovranno pervenire agli indirizzi:
s.federici@africaemediterraneo.it e m.scrivo@africaemediterraneo.it.
Gli articoli e le proposte potranno essere inviate in italiano, inglese e francese.

Qui di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers.

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04 maggio 2017

Summer School on Forced Migration and Asylum: a Multidisciplinary Approach. 3-8 July 2017 – BOLOGNA (IT)

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Dal 3 al 8 luglio si svolgerà a Bologna presso la sede di coop. Lai-momo in Via Boldrini la seconda edizione della Summer School on Forced Migration and Asylum. Il progetto è realizzato da Lai-momo in collaborazione con l’associazione Africa e Mediterraneo e con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna. Durante le giornate di formazione si affronteranno cinque temi che sono considerati cruciali per comprendere e affrontare l’attualità della migrazione forzata e dell’asilo in Europa:

  • Paesi di origine
  • Integrazione lavorativa dei rifugiati
  • Migrazione circolare e rimpatri volontari
  • Salute mentale e assistenza terapeutica
  • Comunicazione sulla migrazione e hate speech

Le lezioni e i seminari con esperti del settore e docenti provenienti da diversi stati europei vogliono offrire, attraverso un metodo multidisciplinare e trasversale, nuove prospettive sui temi della migrazione e migliorare l’efficacia di chi lavora, o che è disposto a lavorare, nell’ambito professionale dell’integrazione sociale dei migranti, così come nella comunicazione e nella ricerca accademica relative a questo argomento. Le sessioni teoriche della Summer School saranno accompagnate da visite di studio presso i centri di accoglienza per fornire anche una formazione pratica e concreta su come l’accoglienza e l’integrazione operano nel campo. I candidati ideali per partecipare a queste sessioni di studio sono i ricercatori, i giornalisti, gli esperti, gli studenti e gli operatori sociali che lavorano nel settore. La Summer School è un’importante occasione di approfondimento e aggiornamento, che si pone l’obiettivo di creare un networking proficuo e condiviso, gestendo in modo arricchente le diverse relazioni di scambio ed interazione a livello locale e internazionale.

Per maggiori informazioni e iscriversi: www.migrationschool.eu

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23 dicembre 2016

Borse in esposizione e scambio di auguri al Polo Formativo di Lama di Reno

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Giovedì 22 dicembre 2016, il Polo Formativo e di Accoglienza Lama di Reno ha aperto le sue porte al pubblico, per mostrare alcune delle borse realizzate in questi primi mesi di formazione dai 18 richiedenti asilo ospitati nel centro. Un’occasione importante per condividere con la comunità locale l’esperienza di accoglienza e per scambiarsi gli auguri di Natale.

Grazie alla collaborazione tra Lai-momo e ITC Ethical Fashion Initiative, il Centro offre percorsi di qualificazione e autonomia ai richiedenti asilo, affinché sia favorito un loro successivo inserimento lavorativo, in Italia o nei Paesi di origine.

Dalla sua apertura nel luglio 2016, infatti, il Polo formativo fornisce ai suoi ospiti, accanto al tradizionale percorso di accoglienza, una formazione professionale nel settore della sartoria e della lavorazione della pelle. Le persone coinvolte provengono da Pakistan, Senegal, Bangladesh, Guinea, Burkina Faso, hanno un’età compresa tra i 19 e i 30 anni e sono state selezionate in base alla motivazione e alle loro esperienze pregresse nel settore.

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Nel laboratorio di cucito sono state esposte le borse finora realizzate – dai primi semplici modelli agli ultimi più elaborati – esaminate con curiosità e apprezzate dai presenti, che hanno anche potuto interrogare gli artefici sulla loro realizzazione.

Per l’occasione sono intervenuti il sindaco di Marzabotto, Romano Franchi, e la sua vice, Valentina Cuppi, che insieme al presidente di Lai-momo Andrea Marchesini Reggiani hanno tracciato un breve bilancio di questi primi cinque mesi di formazione e lavoro, congratulandosi con gli ospiti del Centro, con il formatore artigiano e con gli operatori che li assistono per quanto fatto finora. È stata evidenziata l’importanza di questa sperimentazione nell’ambito dell’accoglienza e rilevato come in poco tempo si sia arrivati alla realizzazione di prodotti di qualità, che non sfigurerebbero nel mercato attuale.

Presenti anche due rappresentanti dell’associazione Gli Amici di Aurora per AGEOP (Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica), che hanno ricevuto in dono alcune borse realizzate nel centro.

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In chiusura, tradizionale brindisi natalizio e scambio di auguri, con l’auspicio che il 2017 possa vedere il progredire del progetto, sul quale è appena stato pubblicato online un video. https://www.youtube.com/watch?v=bVOHDsD93sI

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27 settembre 2016

Africalia. Cultura e sviluppo sostenibile.

Il 15 e il 16 Giugno al Tour&Taxis nella capitale belga l’associazione Africalia è stata tra i protagonisti delle Giornate europee dello sviluppo (European Development Days), il più importante forum europeo sulla cooperazione internazionale e allo sviluppo. Il video Africalia at the European Development Days (EDD16), pubblicato in data 20 Settembre 2016 dalla stessa associazione, inizia con una frase significativa: «Culture, where art thou?». In questo appuntamento internazionale che si tiene ormai dal 2006, infatti, la cultura ha svolto un ruolo importante offrendo un programma di ampio respiro: da mostre, spettacoli, installazioni alla presenza di attività culturali e di industrie creative in un’ottica di responsabilizzazione e di partecipazione degli individui e gruppi alla vita artistica e culturale africana. Si è creato uno spazio piuttosto ricco e fertile con l’obiettivo di risaltare le diversità culturali, mettendo in evidenza la rilevanza strategica della cultura come motore della crescita e di un progresso non soltanto economico e tecnologico, ma anche sociale e umano. Si è posta l’attenzione sull’urgenza di una cultura dell’innovazione, e quindi, di un’etica della condivisione e dell’inclusione che costruiscano un nuovo tessuto sociale internazionale.

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22 settembre 2016

The National Museum of African American History and Culture. Un nuovo museo sulla storia afroamericana a Washington.

Change will not come if we wait for some other
person or some other  time.
We are the ones we’ve been waiting for.
We are the change that we seek.

(Barak Obama, 44th President of the United States)

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Sabato 24 settembre a Washington ci sarà la cerimonia di apertura del National Museum of African American History and Culture e sarà presente il presidente Barak Obama. Costruito lungo il National Mall, il viale monumentale dove in un giorno del 1963 si affollarono duecentomila persone per ascoltare Martin Luther King nel celebre discorso “I have a dream”, il museo è un’imponente struttura che si erge su cinque piani, di cui tre interrati. La storia e la cultura afroamericane sono raccontate cronologicamente tramite l’esposizione di oggetti storici: alcuni sono emotivamente forti, ad esempio nei piani sotterranei si trova un collare da schiavo di dimensioni talmente piccole da essere utilizzato da un bambino. Il racconto parte, dunque, dalla lunga e dolorosa epoca della schiavitù dall’Africa alle piantagioni di cotone e di tabacco nel “nuovo mondo”; si prosegue con la stagione delle lotte contro la segregazione razziale considerando il 1968 come anno di svolta. Ai piani superiori sono esposti oggetti di culto di alcuni personaggi pubblici che sono diventati simboli di riscatto, ad esempio il cappello di Michael Jackson o la Cadillac rosso ciliegia di Chuck Berry. L’esposizione prosegue il suo racconto fino alla rivoluzionaria presidenza di Barack Obama e ai recenti movimenti di protesta contro la violenza sui neri.

La creazione di un museo, che scava nelle fondamenta della storia americana, è stata una scelta di grande importanza, che vuole mostrare le verità sulle discriminazioni pratiche e culturali degli afroamericani nel passato e nel presente. Si è cercato, infatti, un difficile equilibrio tra un pezzo di storia degli Stati Uniti che è stata persecutoria e l’incompleta storia dell’integrazione. È un museo, dunque, come dichiara lo stesso Barack Obama, diverso dagli altri perché mette a nudo le sofferenze di una singola comunità, quella afroamericana, in un lungo percorso verso l’uguaglianza razziale, il cambiamento sociale e l’affermazione dei diritti civili.

 

Per maggiori informazioni sul museo e sugli eventi:
https://nmaahc.si.edu/

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23 giugno 2016

Accoglienza, una scelta positiva

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Lunedì 20 giugno, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, è stato lanciato il video di animazione realizzato da Bologna cares!, la campagna di comunicazione del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) del Comune di Bologna.

L’accoglienza dei richiedenti asilo come attività necessaria e ordinaria dello scenario sociale di oggi e del futuro: questo il tema della campagna Bologna cares! 2016.

Ѐ su quest’idea che si fonda il video di animazione della campagna, realizzato dallo studio Bloomik: un sistema di accoglienza strutturato ha ricadute positive e costruttive su tutto il tessuto sociale, mentre, al contrario, la “mancanza di accoglienza” produce povertà ed esclusione. Scegliere l’accoglienza quindi significa favorire la costruzione di un sistema che produce relazioni, integrazione e crescita. Il video è stato proiettato il 20 giugno in Piazza Maggiore nell’ambito della rassegna “Sotto le Stelle del Cinema” diretta dalla Cineteca di Bologna, ed è stato molto apprezzato dal pubblico.

 

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