15 aprile 2020

Il coronavirus e il senso di invulnerabilità

Un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo

“I Senegalesi vivono le loro vite come se niente fosse! Ci prepariamo al peggio!” Questa è la risposta che ho ricevuto ieri quando ho chiesto ai miei familiari a Dakar come andava. Il mio primo riflesso è stato condannare la loro incoscienza. Però, ripercorrendo l’ascesa della malattia in Europa, ci si accorge che questa “incoscienza” ha pervaso tutti i Paesi europei, e soprattutto i giovani, almeno all’inizio del diffondersi della malattia. Ospitando l’Africa il venti per cento della popolazione giovane del mondo, la conclusione era ovvia.
Tutte le nazioni europee, mentre la pandemia faceva già una strage in Lombardia, hanno continuato a vivere come se la cosa riguardasse soltanto l’Italia. L’errore di sottovalutazione è stato commesso da tutti. Ogni Paese si è considerato invulnerabile, per non si sa quale motivo, all’attacco del virus. La personificazione più nota è Boris Johnson. Senso di invulnerabilità e visione degli altri come alterità, dovremmo saperlo, non vanno di pari passo con il senso di responsabilità.

goorgoorlou_eroe_senegalese
Goorgoorlou, eroe a fumetti della débrouille senegalese, ideato da T.T. Fons

Per tornare al Senegal, dopo la paura dei primi giorni di marzo, dopo la dichiarazione del coprifuoco dalle ore venti all’alba del 23 marzo, ora i Senegalesi hanno ripreso a vivere “come se niente fosse”. In realtà l’affermazione è in parte superficiale. Nel paese, come del resto, in gran parte del continente africano, la maggior parte delle famiglie vive giorno per giorno con un sistema informale conosciuto in Senegal come le système D – da débrouillein altre parole l’arte di arrangiarsi. La certezza di uno stipendio mensile è un lusso. Per mangiare un pasto oggi o l’indomani, molti devono andare in città per vedere cosa porta la giornata. L’economia di sussistenza non permette di fare risparmi e quindi scorte di cibo. Come non permette di poter mantenere le distanze di sicurezza e di curarsi quando il bisogno si presenta. Quando le funzioni che dovrebbero essere dello stato sociale, quello permanente, organizzato e certo, sono lasciate alle famiglie e, in non pochi casi, alle rimesse degli emigrati, che adesso non possono più provvedere, ci si maschera dietro un senso di “invincibilità”, che in realtà rappresenta l’unica scelta di chi non ha scelta.
Secondo la BBC, le cifre ufficiali in Senegal hanno registrato, in data 12 aprile, 280 casi, il numero di pazienti guariti, 171, è superiore a quello dei contagiati “attivi”, 107. Sono numeri, appunto. L’altra faccia del Coronavirus. Nessuno crede più ai numeri ufficiali. Nessuno sa realmente quando è arrivato il virus (si fanno soltanto ipotesi). Nessuno sa chi è deceduto “con coronavirus” o “a causa” del coronavirus. Il silenzio di questo virus, che può abitare i nostri corpi senza dare assolutamente sintomi, rende la conta dei malati e una possibile previsione di cosa sarà del nostro futuro ancora più difficile. Aspettando di saperne di più, tutti prevedono una pandemia in Africa, tranne gli Africani che, di epidemie e di malattie gravi ne hanno conosciute nel corso degli anni una quantità spaventosa… Si preparano al peggio, augurandosi che non arrivi mai.

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-coronavirus-e-il-senso-di-invulnerabilita/trackback/

19 marzo 2020

Emergenza, comunità, resilienza: l’ultimo numero della rivista Africa e Mediterraneo

Ibrahim Mahama, Maria Alasan Soh, 2019. foto: Giorgio Benni

Ibrahim Mahama,
Maria Alasan Soh, 2019.
foto: Giorgio Benni

Nel progettare l’ultimo dossier di Africa e Mediterraneo (n. 91), dedicato a “Emergenza, comunità, resilienza”, partivamo dall’esperienza concreta di gestione dell’emergenza in contesti interculturali maturata da Lai-momo nel corso del sisma in Emilia-Romagna del 2012, arricchita poi con competenze internazionali, grazie al progetto AMARE-EU, di cui Lai-momo è partner, che mira a rendere le città più resilienti e inclusive secondo un approccio multiculturale.

Partivamo, insomma, da una situazione che chi lavora nell’emergenza definisce “tempo di pace”, un momento in cui lavorare soprattutto sulla prevenzione e sulla preparazione per riconoscere i rischi e affrontare le emergenze.

Non immaginavamo certo che, nell’arco di pochi mesi, l’attualità di una nuova emergenza sarebbe intervenuta a far risuonare le nostre riflessioni nell’urgenza del presente. Ci riferiamo naturalmente all’epidemia causata dal nuovo coronavirus COVID-19: i contagi si sommano di giorno in giorno, mentre vari Paesi (tra cui l’Italia, fortemente colpita) prendono misure sempre più drastiche per isolare il virus.

Mai come in questa occasione, ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante mobilitare l’intera comunità per affrontare la crisi e l’emergenza, in modo da superarla attraverso un impegno condiviso. Pensiamo ad esempio al richiamo di Aldo Bonomi, che ricorda quanto sia importante che i tempi dell’oggi siano “tempi in cui riconoscere e riconoscersi nella comunità di cura” (Il Sole 24 ore, 10 marzo 2020), nel senso più allargato possibile: una comunità che sappia prendersi cura di sé, pur nella distanza, pur rinunciando alla prossimità. Una comunità, aggiungiamo noi, che sappia prendere in carico anche le persone più vulnerabili, che rischiano di essere escluse, ad esempio le persone di origine straniera.

Proprio questo è il punto di vista che ci ha guidato nella costruzione del dossier n. 91 di Africa e Mediterraneo, che ha voluto ragionare sulla resilienza come competenza della comunità, per costruire le condizioni per affrontare l’emergenza senza escludere nessuno.
In questo ambito la resilienza è da considerare anche come competenza dell’individuo, approccio fondamentale per favorire processi di empowerment, in cui i singoli possano sviluppare una propria linea di azione e reazione rispetto alla catastrofe. Proprio su questo aspetto si concentra l’articolo di Graziella Favaro, che, ripercorrendo le esperienze di migranti minori non accompagnati, si sofferma sul ruolo fondamentale di persone della società di accoglienza che li sappiano guidare (“persone/stella”). Anche il contributo dello psicoterapeuta Paolo Ballarin porta l’attenzione al singolo, in particolare alle persone richiedenti asilo e rifugiate in situazione di fragilità psicologica, per le quali la spiritualità può essere una risorsa per la resilienza.
Due articoli ci riportano invece alla memoria due recenti emergenze. Jean Godefroy Bidima analizza l’impatto dell’uragano Katrina (2005) sulla popolazione di New Orleans, indagando la maniera in cui i cittadini colpiti dalla devastazione hanno saputo ricostruire la propria vita, ma anche indicando con esempi concreti le lacune dell’intervento governativo, che ha ostacolato un’azione pienamente resiliente da parte della popolazione. In una chiave più locale, invece, l’articolo di Silvia Festi e Sara Saleri ripercorre l’esperienza del terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012, attraverso il prisma di una serie di parole chiave – emergenza, comunità, solidarietà – e ne esplora il portato, per proporre un approccio all’emergenza che tenga conto delle relazioni interculturali.
Anche il contributo di Francesca Borga, Cristina Demartis e Giordano Munaretto pone al centro dell’attenzione la necessità di preparare una reazione positiva delle comunità multiculturali all’emergenza, descrivendo l’azione messa in campo dalle organizzazioni che hanno preso parte al progetto AMARE-EU.
Infine, l’articolo di Anna Louise Kristensen porta al dossier l’esperienza concreta di Vejle, in Danimarca, città sottoposta a un alto rischio di inondazioni, che nel 2015 è entrata a far parte di 100 Resilient Cities, un network internazionale creato per aiutare le città a governare in maniera più inclusiva, consapevole dei rischi e lungimirante.

Per acquistare la rivista: www.africaemediterraneo.it/it/numeri-rivista/emergenza-comunita-resilienza/

Trackback url: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/emergenza-comunita-resilienza-lultimo-numero-della-rivista-africa-e-mediterraneo/trackback/