01 settembre 2021

Territori di confine e migrazione: 8 residenze artistiche per esplorarne i legami

Sono territori di confine, toccati dai flussi migratori che confluiscono verso l’Europa. È da questo particolare aspetto che partono 16 artisti in residenza selezionati per lavorare in 8 comuni sui temi della migrazione e dell’integrazione in Bulgaria, Slovenia, Austria, a Cipro, in Ungheria, Romania, Grecia e Italia. Tra la primavera e l’autunno del 2021, si stanno svolgendo queste residenze artistiche negli otto territori coinvolti nel progetto Clarinet.

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Residenza artistica a Črnomelj, Slovenia

Il progetto Clarinet è infatti entrata nella sua fase finale: è arrivato il momento di mettere in pratica le buone pratiche scambiate e condivise dall’inizio del progetto, in particolare attraverso il Premio Clarinet rivolto agli Enti Locali Europei per Campagne Di Comunicazione su Migrazione e Integrazione e il Manuale di Storytelling positivo sulla migrazione per enti locali. Dopo aver concluso percorsi di formazione specifici sulla comunicazione della migrazione, gli enti locali partner, in collaborazione con organizzazioni della società civile locali, hanno identificato le problematiche prioritarie e sviluppato un piano di azione su questi temi. La prima tappa di questo piano consiste nella realizzazione di una residenza artistica in loco, a partire dalla quale si costruirà una campagna di comunicazione locale.

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L’artista Ifigenia Papageorgiou in residenza a Limassol, Cipro

Le residenze artistiche sono coordinate da BJCEM – Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée che, grazie alla sua expertise nel settore, guida i partner attraverso le diverse tappe del processo, dalla scelta degli artisti alla realizzazione di eventi con la comunità. I progetti artistici sono tanto diversi quanto lo sono i territori europei coinvolti, e le discipline spaziano dalla scultura alla pittura, dalla fotografia al film-making, dal graffito al ricamo.

IphigeniaP_2Molti hanno scelto di occupare fisicamente lo spazio pubblico con opere d’arte che lasceranno una traccia permanente. Per esempio, sia la città di Burgas in Bulgaria che il comune di Črnomelj in Slovenia hanno sviluppato un concetto di panchina pubblica capace di accogliere chi passa e raccontandogli qualcosa sui migranti che vivono, hanno vissuto o attraversato il loro luogo di vita. Nel comune di Limassol a Cipro è stato realizzato un murales usando tecniche miste su un muro del paese. Al centro del progetto artistico c’è sempre un legame forte e concreto con la storia del territorio. Così a Burgas, le opere testimoniano della presenza di stranieri lungo i secoli nella città in quanto porto commerciale. Nella provincia di Baranya in Ungheria, la residenza si articola attorno alla presenza di un’importante comunità Rom, parte integrante della popolazione. A Traiskirchen in Austria, hanno collaborato un artista afghano, rifugiato nel paese, e un artista austriaco, lavorando insieme sulla storia personale del primo. In Romania, i due artisti si sono interfacciati con mediatori interculturali e migranti provenienti dalla Siria per sviluppare opere visive che li rappresentino appieno. A Lampedusa invece, lo scultore Guglielmo Vecchietti Massacci realizzerà una scultura dedicata a tutti i migranti che attraversano il Mediterraneo per trovare la libertà.

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Nemat e suo figlio Hikmat nel progetto “Blackbox inverted” con Victor Jaschke in residenza a Traiskirchen, Austria

Si possono trovare informazioni dettagliate su ogni residenza artistica sulla pagina dedicata del sito di Clarinet, aggiornata regolarmente.

Nei prossimi mesi, saranno realizzate campagne di comunicazione locali su migrazione e integrazione in ognuno di questi territori, basate sulle riflessioni aperte nell’ambito delle residenze artistiche e utilizzando le opere d’arte prodotte.

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Victoria Ghilas e Constantin Rusu in residenza a Constanta, Romania

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25 maggio 2021

Kubuni, l’Africa a fumetti a Angoulême

Dopo le grandi mostre panafricane À l’ombre du Baobab (Angoulême 2001), Matite Africane (Bologna, Accademia di Belle arti 2002), Bulles d’Afriques (Bruxelles, Centre Belge de la Bande dessinée 2003) e Africacomics (New York, The Studio Museum in Harlem 2006), che hanno necessariamente “costruito” un canone del fumetto africano che allora era ancora molto poco conosciuto, si sentiva evidentemente il bisogno di inserire questa forma espressiva nella stagione Africa 2020 del Governo francese ancora attraverso una mostra “panafricanista”. Kubuni, organizzata con la collaborazione del BililiBD Festival di Brazzaville (Congo), coinvolge oltre 50 artiste e artisti chiamati a rappresentare il fumetto storico e contemporaneo dell’Africa subsahariana ed è in corso fino al 26 settembre 2021 alla Cité Internationale de la Bande Dessiné et de l’Image di Angoulême.

KubuniKubuni significa “creazione immaginaria” in swahili. La mostra ha l’ambizione di offrire un riassunto della storia del fumetto nell’Africa nera dalle origini, partendo da precursori dell’inizio del XX secolo, passando all’influenza della colonizzazione, fino all’attuale creazione di fumetti sempre più diversi e stilisticamente sfaccettati.

“Entrando nel 21° secolo, il fumetto africano si sta diversificando e stanno emergendo molti generi e talenti, in Congo, Costa d’Avorio, Camerun e Benin. C’è un interesse crescente, sia da parte del mondo del fumetto in Occidente, ma anche dei lettori che sono sempre più interessati a queste produzioni che purtroppo non sono ancora sufficientemente diffuse”, dice Jean-Philippe Martin, uno dei curatori della mostra, già curatore dell’esposizione Afropolitan Comics.

Le opere esposte provengono da quasi cinquanta Paesi dell’Africa subsahariana, con una forte prevalenza del Camerun e molte assenze eccellenti (Masioni, Pahé, TT Fons), un po’ inspiegabili vista l’ambizione curatoriale dichiarata nella comunicazione. Sono state concepite e realizzate da più di cinquanta autori e autrici residenti o della diaspora e distribuite in Occidente e nel continente africano, attraverso album, giornali e applicazioni per smartphone.

Attraverso una molteplicità di realizzazioni che riflettono diversi volti dell’Africa, la mostra vuole mostrare una visione plurale del continente, come evidenziato dalla “s” apposta su “Afrique.s”, dove le influenze della “Linea chiara”, dei fumetti supereroistici e dei manga, con le quali il fumetto è entrato nel continente, danno luogo a creazioni totalmente originali, come l’Afrofuturismo, un’estetica che mescola la fantascienza e la rivendicazione del patrimonio nero.

99145214414c597e5d84ff97f18ea3d0Ritroviamo alcuni dei collaboratori al progetto europeo RIME (a cui partecipa coop. Lai-momo), lo sceneggiatore Christophe Ngalle Edimo e i fumettisti Hamed Prislay Koutawa (KHP), Adjim Danngar, Al’Mata Mamengi, Roger N’Guessan Koffi

Artisti in mostra:

Marguerite Abouet (Côte d’Ivoire), Barly Baruti (République Démocratique du Congo), Serge Diantantu (République Démocratique du Congo), Reine Dibussi (Cameroun), Tayo Fatunla (Nigeria), Christophe Ngalle Edimo (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Didier Kassaï (Centrafrique), Adjim Danngar (Tchad), Koffi R. N’Guessan (Côte d’Ivoire), Liyoso Mkize (Afrique du Sud), Bill Masuku (Zimbabwe), Karamba Dramé (Sénégal), Zineb Benjelloun (Maroc), Sultan Ibrahim Njoya (Cameroun), Bernard Dufossé (France), Tche Gourgel (Angola), Constantin Adja (Bénin),Damien Hertor Sonon (Bénin), Chemola (Cameroun), Gaspard Njock (Cameroun), Joelle Esso (Cameroun / Bénin), Simon Pierre Mbumbo (Cameroun / France), Massengo Rhys (Congo Brazzaville), KHP – Koutawa Hamed Prislay (Congo / Brazzaville), Jussie Nsana (Congo Brazzaville), Valery Badik’art (Congo Brazzaville), Ramon Essono (Guinée équatoriale) POV-William Rasoanaivo (Madagascar), Idah Razafindrakoto (Madagascar), Dwa (Madagascar), MADA – DIDIER Randriamanantena (Madagascar), Massire Tounkara (Mali), Alix Fuilu (République Démocratique du Congo), Yann Kumbozi (République démocratique du Congo), Jérémie Nsingi (République Démocratique du Congo), AL’MATA- Alain Mata Mamengi (République Démocratique du Congo / France), Mawuto Assem Paulin (Togo), Adrien K (Togo), Daniel et James Clarke (Afrique du Sud), Hugues Bertrand Biboum (Cameroun), Elyon’s (Cameroun), Olivier Madiba (Cameroun), Otili Bengol (Cameroun), Pam Chan (Cameroun), Cédric Minlo (Cameroun), Maître Show (Cameroun), Nathanael Ejob (Cameroun), Annick Kamgang (Cameroun), Christian N’zellat (Congo Brazzaville), Kiyindou Yamakasi (Congo Brazzaville / Nigéria), Eyram (Ghana), Comfort Arthur (Ghana), Salim Busur (Kenya), Issaka Galadima (Niger / France), Jide Martins (Nigeria), Ziki Nelson (Nigéria / UK), Juni BA (Sénégal), Tinodiwa Zambe Makoni (Zimbabwe)

http://www.citebd.org/spip.php?article10732

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09 marzo 2021

CLARINET: otto comuni europei formano i dipendenti sul tema “comunicare la migrazione”

Con l’inizio del 2021, il progetto europeo CLARINET (Communication of Local AuthoRities for INtegration in European Towns), a cui Africa e Mediterraneo partecipa, è entrato nel suo terzo e ultimo anno.
Il progetto, co-finanziato dal programma AMIF (Asylum, Migration and Integration Fund) della Commissione Europea, ha come capofila il Comune di Lampedusa e Linosa ed è portato avanti da un partenariato di 20 enti basati in 10 Paesi dell’Unione Europea.
Per gli otto comuni partner del progetto, tutti situati in aree di confine, questa ultima fase è capitale poiché coincide con l’implementazione delle tre attività chiave a livello locale: la formazione dei propri dipendenti per rafforzarne le capacità comunicative sui temi che riguardano la migrazione e l’integrazione, l’accoglienza di artisti in residenza e lo sviluppo di una campagna di comunicazione locale.

CLARINE_IMG_formazione_enti_locali._AEMjpgLa situazione sanitaria globale ha portato sfide supplementari ai partner del progetto: in molti Paesi la realizzazione delle 80 ore di formazione previste e indirizzate ad almeno 10 dipendenti in presenza è una cosa impensabile in questo periodo. Per questo motivo, molti hanno adottato soluzioni ibride che hanno permesso di implementare almeno una parte delle lezioni online.

Ogni comune ha progettato una formazione in grado di rispondere alle esigenze specifiche del proprio territorio, affiancato da un’organizzazione della società civile dello stesso Paese. Ad esempio, il comune di Burgas in Bulgaria ha avviato una riflessione sull’opportunità di collaborare con i mass media per sviluppare campagne di comunicazione di successo sull’integrazione dei migranti.
In quello di Costanza, in Romania, l’attenzione si è spostata sul discorso pubblico riguardo la Rotta Balcanica, e in particolare sulla situazione al confine tra Romania e Serbia.
Nel comune di Agios Athanasios di Cipro, un modulo è stato dedicato all’organizzazione di eventi inclusivi.
Il comune austriaco di Traiskirchen ha invece deciso di concentrarsi sulle sfide del linguaggio usato dalle amministrazioni locali, per fare in modo di comunicare con i cittadini in modo chiaro e inclusivo, tanto nella diffusione di informazioni ufficiali quanto nelle campagne di comunicazione.

Infine sulla piattaforma interattiva di CLARINET è disponibile per i formatori e le formatrici il Manuale di Storytelling positivo sulla migrazione per enti locali [link: https://www.clarinetproject.eu/it/toolkit-ita/], materiale didattico che si collega all’ampia panoramica di campagne pubbliche di successo svolte in 11 Paesi europei e raccolte nell’ambito del Premio CLARINET.

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01 febbraio 2021

L’edizione Black History Month 2021 viaggia in direzione ostinata e contraria

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità, di verità”

Smisurata Preghiera, di Fabrizio De André

Era il 1996 quando, durante un concerto, Fabrizio De André spiegò con queste parole il senso di Smisurata preghiera, un brano che rendeva omaggio alle minoranze: «è una preghiera, una sorta di invocazione…un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze. Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi… dire «Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni… e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze. La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.»

Le parole del poeta e cantante De André a distanza di più di 25 anni sono ancora drammaticamente attuali: così attuali che Black History Month Florence e Black History Month Bologna hanno scelto “OSTINATO” come tema dell’edizione del 2021.

manifestoAll’inizio del XX secolo lo storico statunitense Carter G. Woodson, che non accettava l’indifferenza di una società razzista che rappresentava le persone di colore in modo distorto e fuorviante e ne ignorava i contributi, lavorò con determinazione e ostinazione per raccontare al mondo la ricchezza della loro storia. Così iniziò a organizzare una serie di eventi dedicati alla storia dei neri, ogni anno, a febbraio, in occasione dei compleanni dell’abolizionista Frederick Douglass e di Abram Lincoln. In questa settimana, gli insegnanti ed educatori proponevano rievocazioni storiche di alcuni dei momenti cruciali della storia dei neri, venivano pubblicati articoli storici e si celebravano anche le abilità artistiche dei neri nella musica, nella letteratura e nell’arte.

Dal 1976 il Black History Month è diventata poi una celebrazione a cadenza annuale, di cui Black History Month Florence e Black History Month Bologna sono le declinazioni italiane.

L’edizione del 2021 è organizzata nel quadro tematico di OSTINATO, che intende essere allo stesso tempo un invito e una critica. L’invito è quello a un atteggiamento ostinato nell’impegno e nel lavoro socio-culturale di cui la nostra società ha sempre più bisogno. Mentre la critica è rivolta all’ostinazione con cui le istituzioni e la società oppongono resistenza al riconoscimento della lotta degli afro-discendenti rispetto all’accesso alla cittadinanza, al diritto al lavoro, alla casa e a una reale inclusione sociale nel contesto italiano.
Così come nel linguaggio musicale “ostinato” è una frase o un motivo che si ripete, sopra il quale avviene l’improvvisazione, Black History Month Florence e Black History Month Bologna intendono creare ritmi ripetitivi che sostengono le culture afrodiscendenti, fornendo quella coerenza e vivacità necessarie per dare spazio ad ogni cultura per esprimersi in libertà.

Progetto senza titoloE come Africa e Mediterraneo siamo lieti di poter essere partner di questo progetto, portando il nostro contributo al dibattito, organizzando un incontro dal titolo “To Blanch an Aethiop”, discutendo il topos biblico-letterario, presente già nelle favole di Esopo, che racchiude il portato tematico-semantico della bellezza femminile legata alla pelle bianca in epoca contemporanea e che rivela le origini antiche della pratica dello sbiancamento chimico della pelle nelle popolazioni africane o di origine africana. Il tema, contenuto nell’ultimo numero della rivista “Corno d’Africa: prospettive e relazioni”, dedicato all’approfondimento di aspetti storici, politici e culturali del Corno d’Africa, sarà al centro di un dibattito che intende porre l’attenzione su quanto sia fondamentale guardare al passato, antico e recente per decostruire la memoria semantica della colonizzazione, quel sentimento di superiorità degli uni che ha come controparte il sentimento di vergogna degli altri, il razzismo che procede fianco a fianco con la fissazione dello sguardo, a volte affascinato ma quasi sempre distorto, dell’Occidente.

L’evento si terrà online il 24 febbraio dalle 16.00 alle 18.00.

Il resto del ricchissimo programma prevede workshop, laboratori teatrali gratuiti a cura di Cantieri Meticci sul tema “Corpi Che Cambiano – Corpi di versi po’ etici – Per un na(rra)zione antirazzista”, dibattiti e conversazioni sulla geopolitica dei corpi in collaborazione con Decolonising Accademy
e Black Lives Matter Bologna e tanto altro.

Per maggiori informazioni:

https://bhmbo.it/copia-di-eventi-2020
https://www.facebook.com/BHM.BO

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05 dicembre 2019

Teatro No’hma. Premio Internazionale X edizione dedicato al “Teatro Nudo” di Teresa Pomodoro. Premiazione Stagione 2018-2019

Di Francesca Romana Paci

Le marionette “Sogolon” di Yaya Coulibaly hanno vinto il premio del Progetto Africa dato dalla giuria del pubblico del Teatro Spazio No’hma – Teresa Pomodoro a Milano. Come ogni anno ormai da dieci anni, prima dell’inizio di ogni nuova stagione, il teatro diretto da Livia Pomodoro dedica spazio alla premiazione di spettacoli della stagione precedente. Per il conferimento dei premi, l’impostazione culturale del teatro prevede una Giuria Spettatori e una Giuria Internazionale. Entrambe le giurie, oltre ai premi, possono attribuire menzioni speciali.

Nella serata di giovedì 7 novembre 2019, il teatro ha comunicato i risultati del lavoro delle giurie per la stagione 2018-2019, costruendo la serata in modo da farla essere a sua volta uno spettacolo, durante il quale sono stati richiamati momenti particolari delle rappresentazioni premiate. Un’operazione piuttosto impegnativa, considerando l’effettiva presenza sul palcoscenico di alcuni degli attori che avevano recitato negli spettacoli premiati, la ricostruzione, sia pure succinta, di elementi della scenografia, e/o la proiezioni di filmati. La serata, in realtà, pur mantenendo il focus sulle opere premiate, ha implicitamente riproposto l’attività di una intera stagione, e, ovviamente, rinnovato anche la varietà di risposte del pubblico del teatro No’hma, pubblico che si dimostra costantemente attentissimo e tutt’altro che passivo.

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Dei sei spettacoli che nel 2018-2019 hanno formato la serie “Progetto Africa”, intitolato Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, il quinto spettacolo, Le baptême du lionceau, ha vinto il Premio Giuria Spettatori, e il terzo, The New Africa, ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria Internazionale. Gli altri premi e menzioni sono stati assegnati a spettacoli non compresi nella serie africana.

Le baptême du lionceau, una favola carica di significati storici, politici e tradizionali, appartiene al repertorio della compagnia di  Marionette “Sogolon”, creata nel 1980 a Bamako, in Mali, da Yaya Coulibaly, che da allora la dirige, coadiuvato da suo figlio e da altri marionettisti che lui stesso prepara professionalmente. Maître Coulibaly, come comunemente lo chiamano, tiene particolarmente a ricordare che i Coulibaly sono marionettisti da secoli, e che inventano, costruiscono e operano le loro marionette direttamente e personalmente. Una caratteristica importante della compagnia è la scelta di manovrare le marionette non dietro uno schermo, ma apertamente in palcoscenico, in modo che marionettisti e marionette agiscono visivamente insieme sulla scena, così come anche le marionette temporaneamente non in uso sono accumulate ai lati del palco in piena vista del pubblico. Maître Coulibaly e suo figlio sono venuti personalmente a ricevere il premio No’hma.

The New Africa è una produzione parte della omonima giovane e prorompente compagnia dello Zimbabwe, attiva di base a Harare, parte del gruppo Kumran Arts and Media. Nello spettacolo, alle parti recitate – in prosa e poesia – si uniscono musica di percussioni e corde, canto, coreografie di danza, e una  impetuosa e colorata ricchezza di costumi. Testi, in inglese, e regia sono di Billy Kabasa. I costumi sono stati appositamente creati da Jasper Mandizera, produttore cinematografico e scrittore, che afferma di considerare il suo design non una professione, ma un hobby culturale; per New Africa, come ha avuto occasione di affermare, si è ispirato liberamente alla tradizione africana in toto, non solo a quella dello Zimbabwe, ma anche a quella di altri paesi africani. La Menzione Speciale è stata ritirata dal Console dello Zimbabwe a Milano.

I sei spettacoli africani della stagione No’hma 2018-2019 sono stati più ampiamente commentati in questo blog prima dell’intervallo estivo: http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/il-multiforme-teatro-dei-paesi-africani-al-teatro-nohma-di-milano/.

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14 giugno 2019

Il multiforme teatro dei paesi africani al Teatro No’hma di Milano

Di Francesca Romana Paci

Da marzo a giugno 2019 il Teatro Spazio No’hma, fondato nel 1994 dall’attrice e scrittrice Teresa Pomodoro e ora diretto dalla giurista e studiosa Livia Pomodoro, ha offerto un suo “Progetto Africa”, strutturato in sei incontri con la produzione teatrale africana contemporanea. Il titolo della serie, Le mille sfumature del continente dalla terra rossa, mostra ancora una volta (non è il primo anno che No’hma allestisce una serie, studiata, di spettacoli africani) la coscienza della vastità dell’Africa. L’Africa è, appunto, un continente, del quale si deve riconoscere tanto la pluralità geografica e storica quanto una unità culturale immanente, quella che Cheikh Anta Diop invoca, nella ormai storica introduzione al suo libro, L’unité culturelle de l’Afrique Noire (Présence Africaine, 1959; 1982), come “notre unitè culturelle organique”. L’importanza del tema della storia dovrebbe essere scontata, ma in realtà deve tuttora essere rivendicata come centrale, perché per troppo tempo il mondo non africano, soprattutto europeo, ha fatto iniziare la storia africana con l’inizio della colonizzazione. Una fallacia dovuta al punto di osservazione, certamente, e ora in parte superata, ma solo in parte e tuttora spesso furtivamente operante su molti piani: nella molteplicità dei fatti della politica odierna e nei commenti che ne sono fatti, ovviamente, ma anche in alcuni studi di antropologia, letteratura, poesia e teatro inclusi, e non raramente nell’incontro con tutte le arti africane, scultura, pittura, musica, danza e loro incroci e filiazioni. Uno dei meriti (ma ce ne sono altri) della serie dei sei spettacoli che il Teatro Spazio No’hma ha messo in scena è proprio quello di ricordarci che la storia africana è ben più ampia di quella determinata dai colonialismi e dai post-colonialismi. Un auspicio veramente sentito è che anche per la prossima stagione 2020 il Teatro No’hma possa e voglia proseguire il “Progetto Africa”.

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Le Baptême du Lionceau (Mali)

Il primo spettacolo, “Broods of Any – Figli di nessuno” (13 e 14 marzo 2019), viene dalla Repubblica dello Zambia. Autore e regista della pièce è lo zambiano Martin Llunga Chishimba, poco più che trentenne, primo africano diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro. Chishimba lavora tra lo Zambia e l’Italia, e dedica la sua competenza di attore e regista alle realtà contemporanee difficilissime del suo paese – realtà, che sono in parte esiti di un passato storico molto complesso, legato tanto a spostamenti migratori endoafricani quanto a una movimentata colonizzazione inglese. “Broods of Any ”, scritto e recitato in inglese con inserti di espressioni francesi (No’hma provvede traduzioni su apposito schermo),  narra, su un palcoscenico di nudità brechtiana, la vita, o dovremmo dire la sopravvivenza, di bambini di strada, dalla lotta per il cibo, all’agguato dello sfruttamento sessuale, al loro sniffare colla, fino a un’ansia lacerante di speranza. Gli attori di Chishimba – ragazzi tuttora giovanissimi – erano bambini di strada. La recitazione verbale e corporea è diretta, essenziale, pugnace anche per la scelta di coordinata semplicità del linguaggio e del gesto. Il fenomeno dei bambini di strada, come è noto, è esteso a molte parti del mondo, dall’India al Sudafrica, al Brasile, al Messico, e a molti altri paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America del Sud, e anche ad alcuni paesi occidentali. Fondatore nel 2016 dell’associazione Twangale (nella lingua dei Bemba, una delle lingue dello Zambia, “giochiamo”), Chishimba si assume la sua parte, tanto quanto può, entro un impegno mondiale enorme.

Il secondo spettacolo, “Eli Ohna – Land of the People” (3 e 4 aprile 2019) è nigeriano. La compagnia Emage Dot Com Global Theatre, che fa riferimento all’etnia Ikverre, parte della più ampia etnia Igbo, mette in scena quasi una silloge della lunga storia, prima e dopo l’Indipendenza, delle contraddizioni e dei divari economici e sociali di un paese geograficamente molto esteso e differenziato, per natura potenzialmente ricco, come quello che ora è la Repubblica Federale della Nigeria. Il Colonialismo, formalmente concluso nel 1960, ancora incombe, metamorfizzato in un Neocolonialismo di sfruttamento, trascinato dal petrolio, e in buona parte responsabile di gravissimi guasti umani contemporanei. La regia è di Ovunda Chikwe Ihunwo; i movimenti coreografici di Sampson Kelvin Melvin; gli arrangiamenti della versione italiana sono di Elisabetta Jankovic – gli attori recitano in inglese; dei testi non si specifica l’origine autoriale. Vale la pena notare che all’interno della struttura storico-narrativa di “Land of the People” entrano i nomi di importanti scrittori nigeriani, diversamente grandi e dai destini molto dissimili, come Chinua Achebe e Ken Saro Wiwa; quasi d’obbligo, a un certo punto nel testo suona la menzione di Nelson Mandela. Lo spettacolo è misto di recitazione danza e canto; l’insieme vivace e trascinante, sostenuto anche dai costumi colorati e dalla proiezione di immagini sullo sfondo del palcoscenico.

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Le Baptême du Lionceau (Mali)

Il terzo appuntamento, “The New Africa” (8 e 9 maggio 2019), è una produzione della compagnia Kumran Media&Arts, tutta composta di giovani, nata e operante in Zimbabwe. Il soggetto, i testi e la regia sono di Billy Kabasa; le coreografie e i costumi sono di Jasper Mandizera; le musiche sono di Billy Kabasa, Kasmiro Chadenga, e Aaron Chikalipo. È un lavoro teatrale che si avvicina al genere “musical”, misto di prosa, musica, danza e  canto, colorato, veloce e molto accattivante. La linea narrativa, usando strumenti metateatrali e di ironia autoreferenziale, racconta della tentazione del leader di una compagnia dello Zimbabwe di usufruire da solo dell’invito di un teatro italiano (individuabile come il No’hma) a partecipare a un festival internazionale, escludendo gli altri componenti del gruppo; durante la rappresentazione gli è dimostrato per gradi, attraverso rivisitazioni moderne della tradizione africana e della storia, che l’unione è più forte dell’individualismo – sia nel campo dell’arte sia in quello della politica. Sottesa alla spettacolarità travolgente di ritmi, canti, colori e scontri verbali scorrono allusioni alla storia dello Zimbabwe, dal passato Precoloniale, al Colonialismo, a Cecil Rhodes, all’Indipendenza, riconosciuta internazionalmente solo nel 1980, alle susseguenti lotte interne, alle varie fasi del potere di Mugabe, fino agli ultimi, noti, avvenimenti del 2017.

Lune Kune Nga Ca – Everyone Has Something Inside” (15 e 16 maggio 2019), quarta puntata della serie, viene dal Senegal. Il testo della pièce non è attribuito a un autore singolo, quanto piuttosto a una cooperazione di tutti partecipanti della compagnia, che è parte del Collettivo Kàddu Yaraax Théâtre-Forum (fondato a Dakar nel 1994 e attivo internazionalmente), coordinato dal regista Mouhamadou Diol. Diol è uno studioso e un artista evidentemente molto colto e molto raffinato, capace di armonizzare nella contemporaneità scelte teatrali ispirate tanto dalla tradizione autoctona quanto da interpretazioni di esperienze di maestri europei del Novecento. I temi portanti di “Lune Kune Nga Ca” sono politici: società, equità, economia, tassazione, diritti sociali, doveri sociali, moralità pubblica e individuale, e soprattutto conoscenza e diritto alla conoscenza. Gli attori, che nella finzione scenica sono gli abitanti di un villaggio decentrato, vivono e discutono problemi come l’acqua, la sanità, l’istruzione, gli stipendi statali, i privilegi, e persino aspetti della religione. Il testo e la recitazione sono divisi in scene, ritmate dalle uscite e dal rientro degli attori; il palcoscenico è quasi nudo; gli attori portano con sé contenitori metallici cilindrici che, se alludono alle tradizionali calabasse (gusci svuotati di zucche) e alle loro sostituzioni di plastica o metallo, cambiano di volta in volta funzione proprio come oggetti scenici; i costumi sono moderati, ma culturalmente espliciti – il “potere” entro la gerarchia governativa è segnalato da abiti occidentali; gli attori recitano in wolof (a fondo palco No’hma proietta traduzioni in italiano), con inclusioni di brevi passi in francese. Nonostante l’essenzialità e la povertà di arredi e i frequenti cambi di scena, non ci sono confusioni e difficoltà per il pubblico, ma, anzi, l’impressione è di fondamentale realismo. È interessante notare nel testo la menzione, sommariamente spiegata, dell’espressione “citoyens lambda” – impossibile a questo punto non pensare al filosofo francese Marc Foglia, e anche, dopo decenni, alla paradigmatica poesia di W. H. Auden, “The Unknown Citizen” (1939), con la quale “Lune Kune Nga Ca” può rivaleggiare nell’uso di ironia e commedia per indagare le strutture sociali e i sistemi di governo, ma anche le risposte dei cittadini.

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The New Africa (Zimbabwe)

Le baptême de lionceau” (29 e 30 maggio 2019), il quinto spettacolo, viene dal Mali. È un lavoro teatrale della Troupe Sogolon, specializzata nell’animazione di marionette, fondata nel 1980 da Youssouf (Yaya) Coulibaly, che da allora la dirige. L’uso delle marionette di questa compagnia si differenzia da quello di altri teatri di marionette nel mondo, perché le loro marionette lignee non sono manovrate da operatori nascosti, ma gestite sul palcoscenico da attori, che a tutti gli effetti formano con le marionette un’unità recitante, accompagnata dai suoni opportunamente differenziati di tamburi diversi tra loro e quindi di sonorità diverse. Coulibaly, “Maître Marionnetiste”, proviene da una lunga linea familiare di marionettisti professionali: lui stesso progetta, disegna, realizza le sue marionette, che aggiunge a quelle ereditate dai predecessori; nello stesso tempo costruisce le storie che mette in scena, ispirandosi sia alla tradizione narrativa del Sahel (non solo del Mali), sia alla storia africana, sia a momenti contemporanei. Coulibaly mostra in ogni aspetto del suo lavoro un occhio attento a possibili nessi e somiglianze, così che le marionette comunicano verità ben oltre il divertimento. La scelta di dare alla compagnia il nome di Sogolon indica immediatamente il rapporto con la tradizione: Sogolon, infatti, è il nome della madre di Sundjata, eroe dell’epopea mandinga omonima, “fils du Lion, fils du Buffle”, figlio del saggio e amato Re Maghan il Bello, il cui totem è il leone, e della sua seconda moglie, Sogolon, brutta ma ardita, sapiente e saggia, il cui totem è il bufalo. In “Le baptême de lionceau”, versione di un racconto di origine bambara, la leonessa, moglie del leone re, invita tutti gli animali alla festa per la nascita del leoncino, mettendo in palio oro per il miglior danzatore; non tutto va nel modo più semplice, e deve quindi intervenire la saggezza del re e padre. Il giorno precedente la prima milanese, Maître Coulibaly e il Teatro No’hma hanno concesso un assaggio dello spettacolo e un contatto diretto con la troupe. Griot oltre che marionettista, Coulibaly è anche commentatore di se stesso e delle funzioni culturali della sua impresa teatrale. Racconta della tradizione familiare di marionettisti; ricorda di quando, non essendo bûcheron (artigiani del legno), non potevano costruirsi da soli le marionette (l’allusione alla struttura in “caste” è palese); insiste nel far notare che le marionette quando rappresentano animali hanno solo la testa di animali, mentre il corpo è antropomorfo (e, aggiungiamo, indossano abiti umani); alcune, non poche, delle marionette, inoltre, rappresentano direttamente esseri umani, sia africani sia europei (ci sono anche alcuni personaggi coloniali bianchi, matrone bianche, preti e soldati). In questo modo, dice Coulibaly, le marionette si caricano di significati metaforici, e, aggiungiamo, si collegano e collegano gli spettatori con la storia. Ne deriva in questo caso, prosegue Coulibaly, una lettura metaforica del leoncino, che rappresenta la continuità attraverso la nuova nascita; anche uno stato appena nato è un “bebé” (la parola usata è proprio questa) come il leoncino, e il papà, il leone re – il governo – deve assumersi la responsabilità del “bebé”, e farlo unendo la forza alla giustizia e alla saggezza. L’elemento didascalico è evidentemente forte, tradotto e temperato dal contenitore narrativo della favola e della festa.

L’ultimo spettacolo della serie è “Mashujaa wa Africa – Eroi d’Africa” (5 e 6 giugno 2019), un lavoro recitato dalla compagnia Italo-Keniana Kambilolo Ndogo & Friends, e dedicato in particolare ai Giriama, vasto gruppo etnico della costa del Kenia. I testi e la regia sono di Mela Tomaselli, studiosa italiana, che dal 1997 collabora con il Kenia e ne testimonia la cultura, mostrandosi attenta a includere elementi del passato nella contemporaneità. Gli attori, tre dei quali sono pre-adolescenti, con racconti, suoni, danze e canti, evocano, cronologicamente personaggi che occupano posti importanti nella storia e nell’immaginario del Kenia: Mepoho, profetessa vissuta prima dell’arrivo di stranieri invasori, che avrebbero provocato danni alla natura e al paese; Mekatilij, figura storica di combattente, che, nel secondo decennio del ’900, resiste e si oppone all’occupazione territoriale e culturale dei colonizzatori; Lwanda Magere, leggendario guerriero, che sarà ucciso da un nemico quando una delle sue mogli rivela che la sua vulnerabilità segreta è nella sua ombra – un colpo inferto alla sua ombra lo uccide; e, infine, Caleb Onka, l’adolescente e per quasi un decennio bambino di strada, che un giorno da una stazione radiofonica di Nairobi propone di eleggere un “Presidente Bambino”; la sua proposta è raccolta e fatta conoscere al pubblico in versione rap da un artista famoso; la storia, piuttosto complessa, approda anche in Italia e ritorna poi in Kenia dove rappresenta il World Children’s Parliament al World Social Forum di Nairobi del 2007. A Caleb Onka la regista Mela Tomaselli ha dedicato, nello stesso anno 2007, un documentario, producendolo lei stessa e affidandone la regia a Elena Bedei. “Mashujaa wa Africa” è una pièce trascinante e ricca di energia; tutti gli attori recitano in ottimo italiano (e cantano in swahili); la prima attrice e danzatrice, Madeleine Mbita Nna, che è evidentemente anche leader e maestra dei tre attori quasi bambini, è una grande artista, creativa e capace di suscitare fiducia e passione; i tre giovanissimi sono molto bravi e lo saranno presto ancora di più.

 

 

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10 giugno 2019

Verso un’industria culturale sostenibile: il programma ACP-UE

È stato lanciato ufficialmente il programma di cooperazione culturale ACP-UE, che ha l’obiettivo di finanziare e sostenere i settori culturali e creativi dei 79 Paesi ACP (Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico). L’annuncio è stato dato da Léonard Emile Ognimba, Vicesegretario Generale del gruppo ACP, e da Stefano Manservisi, Direttore Generale del dipartimento di cooperazione internazionale e sviluppo alla Commissione Europea (DEVCO), in occasione del cinquantesimo anniversario del Festival panafricano del cinema e della televisione (FESPACO) a Ouagadougou in Burkina Faso.

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La cooperazione culturale dell’Unione europea con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico si inscrive all’interno delle relazioni UE-ACP, oggi definite da una convenzione nota come Accordo di Cotonou: firmato nel 2000, è un accordo di partenariato che intende ridurre la povertà e contribuire all’integrazione progressiva dei paesi ACP nell’economia mondiale.
Il nuovo programma ACP-UE per un’industria culturale sostenibile, con un budget complessivo di 40 milioni di euro, intende sostenere i settori culturali e creativi attraverso:

  1. la creazione/produzione di beni e servizi di qualità, a costi competitivi e in quantità maggiori grazie alla tecnologia digitale;
  2. accesso ai mercati regionali, nazionali e internazionali; circolazione/diffusione/promozione di beni e servizi ACP, ed educazione all’immagine;
  3. migliorare l’accesso ai finanziamenti attraverso processi innovativi, consentendo il cofinanziamento, e mirando a ridurre la dipendenza degli operatori culturali ACP dai finanziamenti internazionali.

Il bilancio di 40 milioni di euro verrà suddiviso in tre componenti principali:

  • sostegno ai settori culturali e creativi nei paesi ACP (26 milioni di euro);
  • sostegno alle produzioni audiovisive nei paesi ACP (10 milioni di euro);
  • gestione di una piattaforma digitale per imprenditori e operatori culturali dei paesi ACP, dei paesi europei e dei partner UE.

Pilastro fondamentale dello sviluppo, dell’integrazione e della coesione sociale, la cultura rappresenta una priorità per l’Unione europea, e sta acquisendo forza anche nei processi di sviluppo economico e sociale dei Paesi meno avanzati.

Per riflettere sul futuro di queste politiche è stato organizzato a Bruxelles per il 16-17 giugno il colloquio Culture for the Future. A dieci anni dal primo grande colloquio “Cultural and Creativity: vectors for Development” e della pubblicazione della “Brussels Declaration of EU-ACP Professionals of the Creative Industries”, la Commissione invita operatori culturali e artisti per fare il punto su quanto la cultura e la creatività siano effettivamente fattori di sviluppo e per ancorare questa fondamentale dimensione nella cooperazione europea.
Come 10 anni fa, coop. Lai-momo è stata invitata a partecipare al colloquio per portare il proprio contributo, in ragione della sua esperienza nei campi del fumetto di autore africano e dell’arte contemporanea.

Le politiche culturali nei Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico, inoltre, sono affrontati in modo approfondito nel dossier n. 68 della nostra rivista Africa e Mediterraneo, le industrie culturali in Africa sono analizzate nel n. 47-48, mentre il settore del libro è l’argomento dell’ultimo dossier, il n. 89.

 

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06 giugno 2019

La 58esima Biennale di Venezia 2019: May You Live in Interesting Times. Anche quest’anno l’Africa segna la sua presenza

Di Mary Angela Schroth

È stata inaugurata l’11 maggio la più importante manifestazione d’arte contemporanea al mondo: la Biennale, con un’esposizione internazionale di oltre 70 artisti curata da Ralph Rugoff, e con 87 padiglioni nazionali che vedono per la prima volta la partecipazione di Paesi come la Repubblica Dominicana, il Ghana, il Madagascar e la Malesia.

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(Biennale Arte 2019 – Ghana)

Il nuovo direttore del LACMA (Los Angeles County Museum of Art) Hamza Walker è il presidente della giuria. Come negli anni precedenti, la diaspora africana (che include anche gli afroamericani) è presente in diversi progetti, ed è incoraggiante vedere il ritorno di padiglioni nazionali di Egitto, Zimbabwe, Sudafrica, Costa D’Avorio, Mozambico. Jimmie Durham ha vinto il Leone d’oro alla carriera, mentre Arthur Jafa ha vinto come miglior artista e Haris Epaminonda come migliore giovane artista, invece la Lituania ha vinto come migliore padiglione nazionale.

Alcuni miei preferiti:

> USA: Liberty / Libertà con lo scultore afroamericano Martin Puryear, uno degli artisti più importanti degli Stati Uniti, estremamente significativo per un’interpretazione personale di oggetti monumentali che collegano la storia con la contemporaneità.

> France: Deep See Blue Surrounding You di Laure Prouvost, che ha realizzato un interessante progetto cinematografico e un’installazione, rappresentando un mondo sotterraneo fluido e globalizzato.

Laure Prouvost, Pavilion of France
(Laure Prouvost, Biennale Arte 2019 – France)

> Ghana: Ghana Freedom mostra alcune delle migliori opere d’arte attuali, in particolare il regista John Akomfrah, lo scultore El Anatsui, e la pittrica Lynette Yiadom-Boakye in uno splendido padiglione progettato da Sir David Adjaye. Questa opera non riguarda solo il Ghana come Paese, ma offre un messaggio artistico universale.

> Filippine: la scultura interattiva Island Weather di Mark Justiniani, che consente al pubblico di sperimentare il clima, la geografia (con le sue migliaia di isole!), la storia sociale e coloniale.

> Madagascar: l’artista Joël Andrianomearisoa infonde la modernità del quadrato nero con una sconfinata nostalgia nell’opera I have forgotten the night.

Martin Puryear, Pavilion USA
(Martin Puryear, Biennale Arte 2019 – USA)

L’esposizione internazionale May You Live in Interesting Times, curata da Rugoff, “include opere d’arte che riflettono sugli aspetti precari della nostra esistenza attuale, fra i quali le molte minacce alle tradizioni fondanti, alle istituzioni e alle relazioni dell’“ordine postbellico”. Riconosciamo però fin da subito che l’arte non esercita le sue forze nell’ambito della politica. Per esempio, l’arte non può fermare l’avanzata dei movimenti nazionalisti e dei governi autoritari, né può alleviare il tragico destino dei migranti forzati in tutto il pianeta (il cui numero ora corrisponde a quasi l’un percento dell’intera popolazione mondiale). In modo indiretto, tuttavia, forse l’arte può offrire una guida che ci aiuti a vivere e pensare in questi ‘tempi interessanti’.” (R. Rugoff, comunicato stampa)

Le sue scelte che riguardano l’Africa e la sua diaspora, e che comprendono alcuni degli artisti più importanti sulla scena mondiale, che espongono per la prima volta alla Biennale: Michael Armitrage (Kenya), Frida Arupabo (Norvegia), Njideka Akunyili Crosby (Nigeria), Julie Mehretu (Etiopia), Zanele Muholi (Sudafrica), Nkanga Otobong (Nigeria), Henry Taylor (Los Angeles), Stan Douglas (Vancouver), Kemang Wa Lehulere (Sudafrica), Arthur Jafa (Los Angeles), Anthea Hamilton (UK).

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(Biennale Arte 2019 – Egitto)

Sono 20 anni di presidenza per Paolo Baratta, che ha saputo trasformare la Biennale di Venezia in un’organizzazione internazionale autonoma (rara in Italia), che include non solamente l’arte visiva, ma anche le biennali dedicate all’architettura, alla danza, al cinema, al teatro, alla musica. E’ stata visitata da oltre 600.000 visitatori e 6.000 giornalisti. È difficile integrare le scelte internazionali dei diversi curatori del progetto centrale (quest’anno è Ralph Rugoff, americano che dirige la Hayward Gallery di Londra) con i diversi contenuti dei vari padiglioni nazionali e le innumerevoli mostre parallele. Ma Baratta ha portato progressi significativi nel corso degli anni (è stato nominato direttore nel 1998 da Walter Veltroni), dall’iniziale mostra “Aperto” fuori dai Giardini allo sviluppo dell’”Arsenale”, che accoglie anche la Biennale di Architettura, offrendo spazi a quei Paesi che hanno portato alle 90 partecipazioni. Una sorta di “Olimpiadi d’arte, Venezia è diventata il fulcro universale della cultura, e questo è dovuto soprattutto a Paolo Baratta.

Biennale Arte 2019
May You Live In Interesting Times
Dal 11 maggio > 24 novembre 2019
Chiuso di lunedì (eccetto 13 maggio, 2 settembre, 18 novembre)

Giardini: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: aperto dalle 10 alle 18
Arsenale: giovedì e domenica fino al 5 ottobre, aperto dalle 10 alle 20

Per maggiori informazioni: www.labiennale.org

 

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02 aprile 2019

17 obiettivi per un futuro sostenibile

Dal 1 al 4 aprile torna a Bologna la Children’s Book Fair (BCBF), il più importante appuntamento dedicato all’editoria per bambini e ragazzi. La 56esima edizione vede nei padiglioni di BolognaFiere 1400 espositori da oltre 80 paesi con la Svizzera come Paese Ospite d’Onore. Da sempre impegnata nella promozione della lettura e della conoscenza, la fiera bolognese aderisce quest’anno al Sustainable Development Goals Book Club: si tratta di un progetto multilingue che, partendo dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, ogni mese per 17 mesi pubblica una lista di titoli per bambini e ragazzi con lo scopo di approfondire uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.

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Lo scopo del progetto è, quindi, di sensibilizzare i giovani sulle questioni attuali per mobilitarli a essere responsabili di un futuro migliore, e per prepararli ad affrontare sfide globali quali la povertà, la disuguaglianza, il cambiamento climatico, il degrado ambientale, la pace, la giustizia. I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da realizzare entro il 2030 sono i seguenti:

  • Nessuna povertà
  • Zero fame
  • Buona salute e benessere
  • Educazione di qualità
  • Parità dei sessi
  • Acqua pulita e sanificazione
  • Energia accessibile e pulita
  • Lavoro dignitoso e crescita economica
  • Innovazione e infrastrutture del settore
  • Disuguaglianze ridotte
  • Città e comunità sostenibili
  • Consumo responsabile e produzione
  • Azione per il clima
  • La vita sott’acqua
  • La vita sulla terra
  • Pace, giustizia e istituzioni forti
  • Partnership per gli obiettivi

Al progetto partecipano editori internazionali, librerie e biblioteche, autori di libri per ragazzi, ma anche enti come l’International Federation of Librarian Associations (IFLA), l’European & International Booksellers Federation (EIBF), l’International Board on Books for Young People (IBBY), e l’International Publishers Association (IPA), la cui vicepresidente Bodour Al Qasimi ha partecipato con un articolo al numero 89 della nostra rivista Africa e Mediterraneo.
Durante le giornate della fiera, martedì 2 aprile, a Bologna nella sede di Lai-momo in Via Boldrini 14/G, sarà presentato, infatti, il numero 89 di Africa e Mediterraneo, il primo dossier di una rivista italiana dedicato al mercato del libro in Africa, con la partecipazioni del co-curatore Raphael Thierry e di due editori di libri per ragazzi, che da diversi anni partecipano alla Children’s Book Fair: Paulin Assem (éd. Ago Media, Lomè/Togo) e Agnes Gyr-Ukunda (éd. Bakame, Kigali/Rwanda).

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04 dicembre 2018

Senegal. L’inaugurazione del museo panafricano

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Il ministro della cultura del Senegal Abdou Latif Coulibaly ha dichiarato, durante la conferenza stampa di presentazione del Musée des civilisations noires a Dakar, che il Paese chiederà alla Francia la restituzione «di tutte le opere d’arte identificate come appartenenti al Senegal». Anche altri Paesi africani, come il Benin e la Costa D’Avorio, hanno richiesto la restituzione di opere d’arte portate in Francia a fine Ottocento, in piena epoca coloniale. Si sta infatti discutendo di un processo di decolonizzazione culturale all’interno delle società africane contemporanee: lo scorso 23 novembre Felwine Sarr – economista e scrittore senegalese – e Bénédicte Savoy – storica dell’arte francese – hanno presentato al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron un rapporto sul patrimonio africano conservato in Francia, con lo scopo di chiedere la restituzione di beni culturali al proprio contesto di origine. Il nuovo museo senegalese, costruito grazie a una donazione dalla Cina e che sarà inaugurato il 6 dicembre 2018, vuole aprire la strada, infatti, alla più grande collezione di arte africana raccolta in un unico luogo. Questo edificio circolare, la cui idea era stata lanciata per la prima volta nel 1966 proprio dal padre dell’indipendenza senegalese, il poeta-presidente Léopold Sédar Senghor, fa parte del parco culturale conosciuto con il nome di Parco delle sette meraviglie di Dakar, dove hanno attualmente sede il Gran Teatro, il Museo d’Arte contemporanea, la Biblioteca nazionale, gli Archivi nazionali, l’Accademia delle Belle Arti, la Scuola di Architettura e il Palazzo della Musica.
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(Abdoulaye Konaté / Photo: Peter Mallet)

L’obiettivo principale di questo museo, secondo il suo direttore, non è quello di diventare un monumento statico, ma di aprire uno spazio in costante movimento, dove sia possibile un incontro di civiltà e un dialogo tra culture differenti. Il tema della mostra inaugurale Civilisations africaines: création continue de l’humanité celebra il valore e l’opera umana dell’uomo africano nella storia: in uno spazio su due livelli, i visitatori viaggeranno dal Neolitico all’Età del Ferro fino a scenografie più moderne e contemporanee, che vantano anche dell’uso delle ultime tecnologie. Si scopriranno così manufatti, dipinti, sculture, maschere e capolavori di artisti africani affermati come Abdoulaye Konaté, tra i maggiori rappresentanti delle arti plastiche del Mali, che espone sculture tessili che racchiudono i simboli segreti delle società maliane, e lo scultore haitiano Edouard Duval-Carrié, che ha realizzato un baobab in argilla di 20 tonnellate e alto 12 metri. Questo museo è, dunque, un progetto definito «panafricano», che si propone di valorizzare il ruolo determinante delle civiltà africane nella storia mondiale.

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