07 marzo 2014

Nass Belgica: la mostra dedicata alla comunità marocchina in Belgio, fino al 27 aprile a Bruxelles

Su iniziativa dell’Università libera di Bruxelles è stata inaugurata il 21 febbraio Nass Belgica, la mostra itinerante dedicata alla comunità marocchina in Belgio, in partenariato con Le Botanique e l’Università di Liegi. L’espressione Nass Belgica significa letteralmente “la gente del Belgio” in dialetto marocchino e dà il nome a questa mostra che celebra l’anniversario della firma dell’accordo belga – marocchino del 17 febbraio 1964 relativo all’occupazione di lavoratori marocchini in Belgio. L’obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza del contributo che gli immigrati marocchini e i loro discendenti hanno dato alla storia del Belgio, al suo sviluppo economico e sociale e alla sua vita culturale.

La mostra è arricchita da testimonianze pubbliche e archivi familiari, fotografie, disegni e altri documenti e incorpora frammenti di vita, immagini di ieri e di oggi, testi, spezzoni di film, mappe, manifesti, manufatti e dispositivi interattivi. Ragione ed emozione sono i due poli attorno ai quali si articola l’esposizione che fa appello allo humor attraverso brevi video comici, sketch e spezzoni di spettacoli. L’intento è quello di essere uno strumento per decostruire gli stereotipi da entrambe le parti, sia quelli della società d’accoglienza, sia quelli della comunità marocchina, così da promuovere il valore e la ricchezza del vivere insieme.

La mostra è aperta fino al 27 aprile presso Le Botanique, rue Royale 236, Bruxelles.

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20 dicembre 2013

La moda in Africa: la bellezza come strategia di riscatto sociale

La moda africana è un fenomeno complesso che andrebbe analizzato attraverso una prospettiva antropologica in modo da cogliere il significato degli usi sociali del corpo e degli ornamenti. Il progetto Ethical Fashion Initiative (EFI) dell’International Trade Centre sembra muoversi proprio in quest’ottica portando case di moda o di distribuzione europee a produrre in Africa presso comunità svantaggiate per favorire l’empowerment femminile e dare maggiori opportunità all’artigianato africano. Per saperne di più vi presentiamo qui un estratto dell’articolo L’Ethical Fashion Initiative (EFI): conversazione con Simone Cipriani a cura di Giovanna Parodi da Passano pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo.

Vivienne Westwood clutch detail in production, Ethical Fashion Initiative. Courtesy of ITC

Che il futuro della couture sia in Africa è opinione condivisibile senza esitazioni da chi, come me, ha una qualche esperienza di ricerca sul terreno in Africa occidentale. Vale a dire in società dove nel gioco delle apparenze – molto presente nelle culture locali come del resto, più in generale, nella maggior parte delle culture dell’Africa subsahariana – la performance del corpo vestito tradizionalmente assume forme di assoluta rilevanza e significatività. Con una tale enfasi sull’abito e sull’ornamento da far ritenere che il primato nel culto della bellezza e dell’eleganza appartenga già alle civiltà africane.

Se è vero infatti che le società mirano tutte alla gestione ottimale del corpo sul mercato dei segni, è in special modo nei mondi africani che vestiti, tessuti, monili, acconciature e marchi servono a mettere il corpo in posizione di centralità e a iscrivere l’individuo nel discorso sociale. In effetti risultano sorprendenti, perlomeno al nostro sguardo di occidentali, le tante e inventive modalità, dal forte radicamento sociale, di abitare il proprio corpo abitando i propri vestiti che animano i teatri della quotidianità africana.

Il fatto è che in Africa l’eleganza esibita è vissuta come esigenza e come forza: l’abito elegante reinstalla i corpi in se stessi, dona loro pienezza e coerenza, li reinveste del loro potere d’azione e d’emozione. In altre parole, il corpo potenziato in bellezza non solo è fonte di soddisfacimento estetico, e in qualche modo etico, ma si configura come un vero e proprio traguardo di vita, come strategia di rafforzamento e di sopravvivenza in contesti di competizione o ancora, specie in situazioni di marginalità, come riscatto esistenziale. […]

Nell’odierna ossessione per la moda che trionfa sul continente traspare senza dubbio un magmatico immaginario collettivo asservito a logiche di ostentazione. Il peso del fashion nell’arena sociale (e anche in quella politica) implica questo orientamento esasperato allo sfoggio vestimentario, senza tuttavia spiegare del tutto la dimensione del fenomeno. Non di rado infatti il bisogno di apparire eleganti, di vestirsi all’ultima moda, viene declinato in comportamenti talmente estremi da portare ancora una volta a chiedersi da quale concezione del potere attribuito alla spettacolare messa in scena di un corpo addobbato (per essenza quindi culturale) emerga il loro prodursi, indipendentemente dai modelli culturali di cui sono veicolo.

In conclusione, per dirla alla maniera antropologica, la moda in Africa si presenta quale “fatto sociale totale”, ossia è una materia da affrontare come qualcosa di estremamente complesso, imbrigliato nei processi storici locali, legato agli usi sociali del corpo e calato nella contemporaneità.

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06 dicembre 2013

Per ricordare Nelson Mandela

Maseru (Lesotho) Summit della Southern African Development Community, 1996. Foto di Andrea Marchesini Reggiani.

Mandela is saying goodbye…

Per ricordare Nelson Mandela sono andata a ricuperare questo testo che avevo messo da parte tempo fa, nel 2011, quando Madiba era stato ricoverato di nuovo e i Sudafricani e il mondo intero avevano cominciato a prepararsi alla sua perdita. Si tratta del brano di una recensione, pubblicata su The Nation dallo scrittore cileno Ariel Dorfman, del libro di Mandela Conversations With Myself.

Perché si possono ricordare tante cose: la sua lotta, il fatto che abbia cambiato il mondo, la geniale scelta della riconciliazione, ma quello che abbiamo sentito tutti più forte in questo lungo addio – dall’ultima apparizione ufficiale durante i mondiali in Sudafrica nel 2010 – era l’importanza della sua figura morale, e il fatto che il mondo l’avrebbe persa, ed è proprio a questo che Dorfman si riferisce quando parla delle lettere scritte da Mandela dalla prigione di Robben Island.

“… Leggendole ci accorgiamo che Mandela tiene conto dei suoi censori. Lui sta anche scrivendo a loro, attraverso di loro, vuole entrargli dentro, si può percepire la loro presenza nella sua mente, la sua certezza che le sue parole sulla loro crudeltà e mancanza di decenza avrebbero fatto vergognare questi custodi. Si capisce come stia mettendo in scena una teoria della liberazione appositamente per questa audience di secondini; si coglie tra le righe come stia educando i suoi carcerieri malgrado i loro pregiudizi. E si vede, allo stesso modo, come sta educando se stesso, preparandosi al compito di ricomporre la divisione razziale e di classe che minacciava di distruggere il Sudafrica. Come stia diventando Nelson Mandela.

Forse per questo è così contrariato dalla sua trasformazione in un santo. Non è perché è stato lontano dagli altri, dal male, dalla debolezza di un’umanità fragile, che ha vinto. È stato perché è sprofondato dentro ciò che c’era di negativo in lui e nel doloroso mondo attorno a lui che è stato capace di sviluppare “tutto quanto ci fosse di buono”, come scrive nel suo libro. Come farlo? Una parola affiora continuamente: integrità. La sua integrità e la fiducia nel fatto che essa esiste in ogni persona del pianeta, non importa quanto duramente nascosta dalla paura e dall’intolleranza, e che se tu ti appelli a quanto di meglio c’è negli altri loro, alla fine, risponderanno. Ma lo faranno solo se sentiranno che tu sei fedele a te stesso e ai tuoi principi, al tuo desiderio di un mondo più giusto e umano, che tu sei pronto a tracciare una linea sulla polvere della storia.

È un messaggio che il suo paese deve ascoltare ancora una volta. Il suo meraviglioso Sudafrica, che è ancora in pericolo di smarrire la sua strada. La sua terra, che presto dovrà affrontare un lungo secolo di rinnovata lotta per la solidarietà e la verità e la pace senza la guida di Madiba. La necessità di affrontare questa imminente assenza ci fa arrivare al cuore non detto e nascosto di questo libro: Mandela sta dicendo addio.”

Il brano si trova sul bellissimo blog dell’intellettuale sudafricano Sean Jacobs Africa is a Country. Sul blog hanno pubblicato una compilation di canzoni sudafricane dedicate a Mandela.

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05 dicembre 2013

Fundraising senza pietismo: Rusty Radiator Award

Il fondo Norwegian Students’ and Academics’ International Assistance ha istituito un concorso per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle campagne di fundraising. Spesso infatti queste fanno un uso smodato di stereotipi che le rendono patetiche e offensive nei confronti delle stesse persone che intendono aiutare. “Stereotypes harm dignity” è il grido di battaglia di questa iniziativa che il 10 dicembre assegnerà due premi: il Rusty Radiator Award alla campagna più stereotipata e il Golden Radiator Award alla campagna più creativa. Potete esprimere il vostro parere votando gli otto video finalisti e contribuire così a dire no al pietismo delle celebrities coinvolte e alla retorica della povertà e della fame che nuoce più di quanto non ottenga.

Divertente il video di presentazione, dove un simpaticissimo ragazzino africano spiega di essere il tipico “protagonista di video con star impegnate nell’aiuto umanitario”, grazie alla sua faccia particolarmente triste, e si mostra con gag esilaranti nelle varie situazioni in cui deve sopportare con pazienza la commozione e i pietosi regali delle star.

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02 dicembre 2013

La zakāt: l’importanza del dono nella cultura islamica

in: Cultura

"Martyrs" by Mostafa Ahmed Abdel Atti. Courtesy of the European Commission.

E’ noto che l’elemosina, il dono ai poveri, è uno dei 5 pilastri dell’Islam, di conseguenza riguarda tanti cittadini di fede musulmana che abitano nelle nostre città e con cui conviviamo quotidianamente. Ma cosa ne sappiamo veramente? I fondamenti teologici e gli sviluppi sociali di questa pratica sono analizzati nell’articolo “La zakāt: una tradizionale forma di donazione islamica”, pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo a firma di Omar Bortolazzi, ricercatore del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna e coordinatore del PHaSI – Philanthropy and Social Innovation Research Centre – dello stesso Dipartimento.

La zakāt è una delle varie forme di donazione riconducibile alla tradizione islamica. Le donazioni sono fortemente incoraggiate nell’Islām come forma di purificazione della propria ricchezza e con lo scopo di migliorare le condizioni dei sofferenti e dei poveri. Ci sono due categorie di istituzioni che si occupano della raccolta e distribuzione delle donazioni: la prima si occupa delle risorse donate da un singolo individuo o una famiglia, dette waqf, la seconda categoria invece racchiude istituzioni che raccolgono la zakāt con l’obiettivo di creare un fondo per motivi caritatevoli. La zakāt è una quantità di denaro che ogni musulmano/a deve pagare per aiutare alcune categorie svantaggiate, se la sua ricchezza supera una certa soglia (niāb); essa si fonda sull’idea che ogni cosa appartiene ad Allah e che quindi la ricchezza è data solo in prestito agli esseri umani.

La zakāt è uno dei cinque pilastri dell’Islām e consiste in una tassa annuale il cui scopo è da una parte purificare la ricchezza di chi la offre e dall’altra purificare dall’invidia chi la riceve. In paesi come l’Arabia Saudita, la Malesia o il Sudan, il governo, o le sue agenzie, sono responsabili della raccolta della zakāt, in altri come il Bahrein ci sono invece delle istituzioni specializzate, infine in paesi non islamici ogni buon musulmano deve pagare la sua zakāt attraverso organizzazioni caritatevoli, centri islamici o moschee.

"Move forward Egypt" by Mohamed Kamal Mohamed Abdel Rahman. Courtesy of the European Commission.

Vi è una soglia minima, chiamata niāb, al di sotto della quale non vige più l’obbligatorietà della donazione, la šarī‘ah ne specifica i livelli per ogni categoria di ricchezza o possedimento. Nella letteratura islamica classica sono indicate otto tipologie di persone che possono ricevere la zakāt: i poveri, i bisognosi, gli amministratori della zakāt, i pellegrini, i debitori, coloro i cui cuori devono essere riconciliati, i musulmani che devono liberarsi da “schiavitù” e coloro i quali lavorano alla causa di Allah. I poveri e i bisognosi sono considerate due categorie distinte. Secondo le principali interpretazioni giuridiche, i poveri sono coloro che non hanno alcun bene o mezzo di sostentamento, mentre i bisognosi sono coloro i cui guadagni non sono sufficienti per soddisfare le necessità di base. Fino ad oggi i singoli individui, insieme alle organizzazioni religiose e di volontariato, sono stati i principali fruitori della filantropia islamica, ma il dibattito contemporaneo si sta orientando verso la possibilità di allargare queste categorie per affrontare nuovi bisogni: utilizzare quindi la zakāt per progetti di sviluppo e di infrastrutture finanziando istituzioni caritatevoli, organizzazioni ambientaliste od ONG.

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25 novembre 2013

Nella “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” ricordiamo il premio Sakharov a Malala Yousafzai

Il premio Sakharov per la libertà di pensiero quest’anno è andato a  Malala Yousafzai. La sedicenne pachistana, che lotta per il diritto all’istruzione delle donne e che già a tredici anni documentava il regime dei talebani pakistani sul blog curato da lei per la BBC, è stata insignita del prestigioso premio il 20 novembre.

Foto di Alde CommunicationPoco più di un anno fa Malala è sopravvissuta a un attentato rivendicato dai talebani, un commando di uomini armati ha assalito l’autobus sul quale stava tornando a casa da scuola e ha aperto il fuoco ferendola alla testa e al collo. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, la considera “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”. Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo, l’ha definita “una sopravvissuta, un’eroina, una donna straordinaria”, “icona globale” e “simbolo della lotta al fanatismo”.

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ci pare opportuno ricordare l’esempio di questa ragazza tenace e coraggiosa che ha detto “I don’t mind if I have to sit on the floor at school. All I want is education. And I am afraid of no one”. Parafrasando Malala possiamo dire che “non ci importa ricevere regali. Tutto quello che vogliamo è rispetto. E non abbiamo paura di nessuno. O meglio, non vogliamo averla. Mai più”.

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11 novembre 2013

Tontine e harambee, esempi di filantropia orizzontale in Africa

Ethical Fashion Initiative. Courtesy of ITC

L’Africa non è solo un continente che riceve aiuto, ma un laboratorio dove si sperimentano forme di solidarietà “tra pari” che si distinguono per i risultati ottenuti. Queste forme di “filantropia orizzontale” da sempre praticate in diversi Paesi africani sono approfondite nell’articolo “La nuova sfida della filantropia orizzontale in Africa”, pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo a firma di Giuliana Gemelli, Professoressa di Storia Contemporanea e Storia della Filantropia all’Università di Bologna e direttrice del PHaSI – Philanthropy and Social Innovation Research Centre – del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna.

[…] Le forme più durevoli e antiche di filantropia orizzontale si ritrovano in Africa, anche se ve n’è qualche traccia anche in Europa, come per esempio la tradizione della mutualité. La filantropia orizzontale valorizza sia le donazioni in beni materiali sia quelle in beni immateriali, dando più importanza al gesto in sé che non alla quantità della donazione. Mentre le elargizioni nella filantropia verticale sono viste come atti di altruismo caritatevoli, in quella orizzontale si fondano sulla necessità di reciprocità e sul senso di mutua sopravvivenza e queste azioni rappresentano più un dovere sociale che un atto di generosità. In questo tipo di filantropia l’aiuto è una combinazione di prossimità e richiesta: come prossimità viene inteso sia il senso di vicinanza fisica sia quello di affinità. […]

Due esempi di filantropia africana sono la pratica delle tontine e dell’harambee. La prima è una pratica gestita principalmente dalle donne della comunità che, raccogliendo denaro, creano un fondo monetario comune. Questo fondo serve a finanziare una serie di prestiti a rotazione. L’obiettivo è di sponsorizzare diversi tipi di attività ed è regolamentato da regole precise per la restituzione del prestito. L’harambee invece è una pratica di mutuo aiuto caratteristica del Kenya. L’origine del termine è controversa, vi sono studiosi che ritengono che sia legato al termine di lingua bantu halambee, “mettiamoci insieme”. Altri osteggiano questo termine perché credono che abbia un’origine induista e non cristiana. A ogni modo, esso rappresenta un sistema di messa in comune delle risorse in cui i cittadini lavorano insieme per raccogliere fondi allo scopo di sviluppare progetti utili per la comunità. Si tratta quindi sia di un’attività filantropica che di un meccanismo di ridistribuzione delle risorse grazie al quale le comunità più povere riescono a ottenere servizi. Generalmente questo meccanismo inizia con l’individuazione di un bisogno e successivamente si indicano le persone che possono soddisfarlo.

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06 novembre 2013

Biennale di Venezia 2013 e arte africana, gli ultimi giorni per visitarla

J.D. ‘Okhai Ojeikere, Onile Gogoro or Akaba, 50 x 60 cm, Gelatin silver print, 1975, date of signature: 04.10.2010. Courtesy André Magnin (MAGNIN-A), Paris © J. D. ’Okhai Ojeikere

Qual è la presenza dell’Africa nella Biennale di Venezia di quest’anno, la cui chiusura è prevista il 24 novembre? Si può leggere un’analisi dettagliata nell’articolo “Spiriti indipendenti: arte e Africa alla Biennale di Venezia 2013”, pubblicato sul numero 78 di Africa e Mediterraneo, a firma di Mary Angela Schroth, direttrice della Sala 1 – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea – di Roma, che qui presentiamo brevemente.

Ogni due anni Venezia accoglie più di 500.000 visitatori che da giugno a novembre decidono di immergersi in quelle che possono essere considerate come le Olimpiadi dell’Arte: la 55a esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. La Biennale d’arte ha luogo da ormai quasi un secolo, ma è solo dal 1990 che l’Africa vi partecipa in maniera significativa. Quest’anno sono ben 88 i Paesi rappresentati, tra essi fanno la loro prima comparsa, padiglioni quali quello dell’Angola e della Costa d’Avorio.

Prendendo ispirazione dal progetto Palazzo enciclopedico di Marino Auriti, Massimiliano Gioni, curatore di questa nuova edizione, ha creato un’esposizione che include più di 4.800 opere d’arte: un impulso universale verso la creazione di contatto e uno sguardo alla molteplicità sono le linee guide di questa mostra.

Il “leone d’oro” è stato assegnato al padiglione dell’Angola, new entry di quest’anno. Questo padiglione si trova all’interno della galleria di Palazzo Cini, dove immaginari album fotografici dalle enormi dimensioni si mescolano, giustapponendosi, all’estetica delle opere di Botticellli e di Piero della Francesca. Dal titolo evocativo, Luanda. Encyclopedic city, i visitatori possono girare per le installazioni fotografiche composte dalle immagini di Edson Chagas: 23 foto dal titolo The not found object impilate su pallet di legno.

Lo Zimbabwe con il suo Dudziro – interrogating the visions of religious beliefs consacra il padiglione all’etnografia socio-religiosa con rappresentazioni che rievocano le tradizioni delle sette pentecostali, afro-cattoliche, cristiane o afro-apostoliche come anche la religione musulmana attraverso la calligrafia islamica.

Altri Paesi africani già presenti nella scorsa edizione del 2011 che riconfermano il loro ruolo artistico sono l’Egitto, il Sudafrica e il Kenya. Non è da tralasciare la presenza africana in altri padiglioni, primo tra tutti quello dell’Irlanda, dove espone il fotografo Richard Mosse con le sue immagini che ritraggono la Repubblica Democratica del Congo. Grazie all’utilizzo di una pellicola fotografica scaduta, l’artista crea paesaggi surreali dove il verde naturale si trasforma in un fucsia sgargiante.

Grazie al lavoro pionieristico di curatori africani quali Grace Stanislaus, Olu Oguibe, Salah Hassan, Okwui Enwezor, Simon Njami e Ferdinando Alvim, la presenza africana alla Biennale di Venezia è diventata ormai parte del sistema, discostandosi da qualsiasi agenda politica.

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24 ottobre 2013

CinemAfrica 2013, la rassegna di film dall’Africa e sull’Africa

Dal 25 al 27 ottobre si svolgerà presso il Cinema Perla di Bologna l’ottava edizione di CinemAfrica, la rassegna cinematografica a cura del Centro Studi “Donati”.

Eritrea, Mali, Senegal, Somalia, Kenya, Algeria sono i paesi protagonisti di questa edizione: 6 proiezioni di grandissima qualità, 6 racconti che spaziano attraverso storia, immigrazione, guerra, economia, 6 momenti per raccontare l’Africa e attraverso queste storie decifrare la realtà.

I film in programma (clicca sul titolo per vedere il trailer):

Scarica il comunicato stampa

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16 ottobre 2013

Un secolo di immigrazione a fumetti: a Parigi la mostra “Albums”

Al Musée de l’histoire de l’immigration di Parigi è stata appena inaugurata la mostra Albums – Bande dessinée et immigration. 1913-2013, che sarà aperta al pubblico fino al 27 aprile 2014.

Con più di cinquecento opere in esposizione tra carte e documenti originali, tavole, bozzetti, film di animazione, interviste video e  fotografie, la mostra prende in considerazione il fenomeno migratorio visto attraverso l’arte di 117 fumettisti.

Il percorso comincia da Goscinny e Uderzo, padri dell’eroe nazionale Asterix, che hanno avuto entrambi una storia di migrazione e finisce con gli autori africani residenti in Francia come rifugiati politici.

Anche un po’ di Africa e Mediterraneo sarà a Parigi, tra le opere esposte infatti vi segnaliamo:

  • alcune tavole originali di Une éternité à Tanger di Eyoum Ngangué e Fustin Titi (Africa e Mediterraneo, 2004);
  • la proiezione su schermo della storia Le voyage di Paul Assako Assako, tra i vincitori del premio Africa e Mediterraneo 2007/2008.

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