12 maggio 2020

La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità: Africa e Mediterraneo tra i promotori del gruppo GREI-2.5.0

Mentre si sta ancora cercando un accordo sulla regolarizzazione ed emersione dei cittadini stranieri lavoratori in Italia, insieme ad altre organizzazioni e professionisti del settore immigrazione e asilo abbiamo sottoscritto un documento congiunto con una presa di posizione sul tema.

250 persone, rappresentanti della diaspora migrante, ricercatrici/ori dell’immigrazione, giornaliste/i, imprenditrici/ori, esperte/i del diritto del lavoro e dell’immigrazione, membri del sindacato, dell’Università, del mondo cooperativo si sono riunite nel Gruppo di Riflessione su Regolarizzazione e Inclusione (GREI-2.5.0). Siamo di fronte a un’emergenza dalla triplice dimensione: sanitaria, sociale ed economica. Ad esempio, numerosi medici dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e italiani confermano di ricevere giornalmente domande di aiuto da parte di cittadini irregolari che hanno timore a recarsi in ospedale, a meno che non siano costretti a rivolgersi al pronto soccorso.

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La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità – si afferma nel Position Paper del GREI-2.5.0 – e non può essere limitata alle categorie dell’agricoltura e del lavoro domestico, ma anche ad altri settori come l’artigianato e la logistica, che è irragionevole escludere dal processo di emersione. La regolarizzazione non può essere effettuata sulla base di un permesso di pochi mesi, mentre è necessario che anche gli stranieri lavoratori in possesso di un titolo di soggiorno regolare (ad es. per richiesta d’asilo o ricorso) possano ottenere un permesso di soggiorno per lavoro, accedendo al provvedimento di regolarizzazione.

Il documento propone i termini giuridici che dovrebbero essere applicati, aderendo sostanzialmente alla proposta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Nell’arco di poche ore, il testo ha raccolto moltissime adesioni di una parte sostanziale della società civile impegnata sul fronte dell’immigrazione.

Leggi il Position Paper completo con firma degli aderenti qui
Leggi il Comunicato Stampa completo qui

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09 aprile 2020

Noi e il Coronavirus: quasi una sceneggiatura a fumetti

Traduciamo la lettera che ci ha scritto il 26 marzo scorso Christophe Ngalle Edimo, educatore di comunità e sceneggiatore di fumetto franco-camerunese residente a Parigi.

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Sono contento che stiate tutti bene. Bisogna resistere. E fare sempre attenzione.
Anche qui a Parigi è complicato, soprattutto per i compagni dell’associazione “L’Afrique dessinée” che tengono corsi nelle scuole, che sono chiuse da più di tre settimane. Non c’è più nessun introito per i disegnatori che non hanno altri mestieri paralleli, perché basta workshop, basta dediche, basta festival, librerie chiuse, biblioteche chiuse (quindi niente soldi per il diritto di prestito).
Per quanto mi riguarda, sto vivendo l’interruzione totale di tutte le attività educative da due settimane. Abbiamo rimandato i giovani nelle loro case o dai genitori. Parallelamente, anche tutti i centri che seguono i giovani per aiutarli a gestire la tossicodipendenza hanno chiuso. Quindi questi giovani si ritrovano nelle strade, sono in astinenza, quindi pericolosi. Non so se questo problema in Italia è stato gestito meglio.
Comunque io sto bene, e anche gli altri colleghi fumettisti.
In Francia stiamo entrando nella stessa situazione dell’Italia, con un ritardo di due settimane. Il lato ”superiore”, altezzoso, dei Francesi sparisce un po’. Così come il lato “superiore”, un po’ altezzoso, dell’Inghilterra sparirà di qui a due settimane. Poi sarà il turno degli Stati Uniti, malgrado tutto quanto potrà dire Donald Trump.

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Le retour au pays d’Alphonse Madiba dit DaudetDessin de Al’Mata, scénario de Ch. Edimo. Paris: L’Harmattan, 2010. © Al’Mata, Ch. Edimo, L’Harmattan

Anche in Camerun il Coronavirus fa paura. Dovevo andarci a fine aprile, il viaggio è rimandato.
Ma, come si dice lì, “le Cameroun c’est le Cameroun”.
Esempio: dieci giorni fa, con uno degli ultimi voli commerciali autorizzati, un aereo della Brussel Air Lines, è atterrato a Douala, con a bordo un caso sospetto di Coronavirus. Immediatamente sono stati messi in quarantena tutti i passeggeri dell’aereo. Ma, siccome “le Cameroun c’est le Cameroun”, quelli che avevano denaro e incoscienza sono usciti dall’aeroporto dando soldi ai poliziotti e ai doganieri. Gli altri, rispettosi dei limiti di legge, sono stati messi in quarantena in un hotel requisito dal governo a Douala. Gli addetti dell’hotel hanno avuto paura nel vedere arrivare persone che potevano essere state in contatto con il virus: hanno chiuso i viaggiatori nell’hotel e sono tutti scappati!
Dopo qualche giorno, per non morire di fame, i viaggiatori hanno spaccato la porta d’entrata dell’albergo e sono tutti andati via. Forse portando con sé il virus, non si sa.

Penso che la crisi economica sarà mondiale. E il sistema economico mondiale dovrà essere rivisto totalmente. Se non lo si farà, ci saranno proteste in tutti i Paesi. Credo che questo i nostri uomini e donne della politica lo sappiano. Bisogna sperare che siano abbastanza intelligenti per lasciare il posto a coloro che potranno costruire un mondo più vivibile di quello che abbiamo oggi.

A presto.

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23 marzo 2020

Il Senegal affronta l’epidemia di Coronavirus

un articolo di
Nelly Diop per Africa e Mediterraneo

Il Coronavirus non si era ancora diffuso fuori dalla Cina che già si leggevano articoli della stampa europea preoccupata per una possibile espansione della malattia in Africa e per la catastrofe che ne sarebbe seguita. Il ragionamento, che era logico e lineare, era che il Coronavirus avrebbe fatto il suo ingresso nel continente africano tramite la Cina, grazie alla vasta collaborazione economica tra le due parti. Solo che i percorsi del Coronavirus hanno fatto vacillare qualsiasi discorso o pensiero cartesiano. Nessuno mai avrebbe pensato a un impatto cosi devastante in Europa. Nessuno avrebbe mai pensato che i primi casi di Coronavirus in Africa sarebbero arrivati tramite un francese in Senegal e un italiano in Nigeria. Sarebbe stato più logico pensare il contrario.

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Il virus alla fine è arrivato in Africa. Ora abbiamo la certezza che non soffre il caldo. Siamo tutti preoccupati dalla strage che potrebbe avere luogo, ma nel frattempo dobbiamo leggere l’emergenza Coronavirus anche da altri punti di vista. Quello dei numerosi medici, infermieri, tecnici sanitari e di laboratorio, che ogni giorno nei paesi africani, Coronavirus o no, combattono con pochi mezzi ottenendo dei risultati che non vengono quasi mai comunicati dai media europei.
Quanto segue riguarderà il Senegal perché è il Paese del quale ho più informazioni. Non darò numeri perché ci sono fonti differenti, è impossibile verificarli e comunque cambiano tutti i giorni. Vorrei, prima di tutto, parlare anche delle eccellenze, perché ci sono sul continente africano, come l’Institut Pasteur di Dakar, diretto dal Dott. Amadou Sall. L’Istituto, che ha dato un contributo enorme durante l’Ebola e altre pandemie ed è stato reso più forte da quelle esperienze, è stato designato dall’Unione Africana come uno dei due punti di riferimento per il Coronavirus in Africa. La seconda eccellenza si trova in Sudafrica – non sono riuscita ad averne totale certezza, ma mi sembra di poterla identificare con il NICD (National Insitute for Communicable Diseases). Entrambe le istituzioni non solo si occupano delle diagnosi e delle cure, ma sono attive anche nella formazione di personale medico. Per il Covid-19, hanno preparato personale sanitario di quindici Paesi africani per dare una formazione sull’esecuzione dei test e sul decorso della malattia.
Un terzo organo eccellente di ricerca è l’Institut de Recherche en Santé de Surveillance Epidémiologique et de Formation (IRESSEF) di Dakar, diretto dal Professor Mboup Souleymane, che, in collaborazione con il Ministero della Salute, sta lavorando per i test di depistage insieme ad altri laboratori di analisi sotto la supervisione dell’Institut Pasteur di Dakar.

Per quanto riguarda in particolare il Senegal, il governo ha preso i provvedimenti che tutti i governi stanno prendendo in questo momento. Ha chiuso l’aeroporto di Diass e le frontiere, anche se con un certo ritardo, tanto che un giovane comico, molto seguito su Youtube, ha scritto una canzone che esortava il presidente Macky Sall a farlo; vedi https://www.youtube.com/watch?v=PzSRCP8dT6Q.
Inoltre il Senegal ha vietato qualsiasi manifestazione e raduno pubblico per un mese e annullato anche la festa dell’Indipendenza del Senegal. Ha poi istituito un numero verde, un numero del Service d’Aide Médicale d’Urgence, il SAMU National, cui accedere per accertamenti a domicilio; e, in aggiunta, ha attivato tre altri numeri, chiamati Cellules d’alertes, in appoggio a quelli già esistenti.

È stato l’Hôpital Fann con il suo reparto di Maladies infectieuses che ha visto arrivare il primo contagiato di Covid-19. Ufficialmente, il 2 marzo.
Avendo avuto il paziente contatti con famiglia e amici nella città di Touba, il governo ha creato un presidio in quella città, chiamando l’esercito per attrezzare un ospedale militare di livello due nella stessa Touba, cosi da non spostare i contagiati su Dakar ed espandere ulteriormente il virus (https://www.youtube.com/watch?v=60TrdX8uMA4).
Sono attive inoltre a Dakar le badjenou gokh, che sono delle consigliere sociali assegnate ai diversi quartieri e hanno il ruolo di collegamenti sanitari di prossimità, ovvero di conoscenza ravvicinata del quartiere. Dopo una breve formazione, sono incaricate della sensibilizzazione degli abitanti – ora danno istruzioni riguardo il Coronavirus.
Per le quarantene sono stati individuati spazi nell’aeroporto Léopold Sédar Senghor di Yoff, adattando velocemente allo scopo il vecchio hangar che era usato dai pellegrini per la Mecca.  Il presidio è dotato di personale medico per l’accoglienza e per i test, mentre la polizia è incaricata di impedire ai famigliari di far visita ai loro cari ricoverati.

Le moschee e le chiese cattoliche, anglicane e altre, hanno volontariamente e responsabilmente chiuso tutti i luoghi di culto. Ora i muezzin nell’appello alla preghiera raccomandano di pregare a casa – come del resto hanno già fatto per primi alla Mecca.

Per quanto riguarda la pubblica istruzione e gli istituti scolastici privati, dopo aver chiuso scuole e università, il Ministro dell’Educazione Nazionale ha messo a disposizione di tutti gli studenti una piattaforma denominata Apprendre à la maison, che ha qualche problema di funzionamento e che non copre tutto il programma dell’anno academico, ma è pur sempre qualcosa di molto utile. Questo strumento si aggiunge a quelli già esistenti come Télé-Ecole e Éducation numérique pour tous, dove gli studenti possono trovare lezioni registrate ed esercizi.
Inoltre a queste iniziative, la televisione TFM (Télévision Futur Media) ha messo insieme un programma, opportunamente articolato, chiamato Salle des profs, per gli studenti delle scuole superiori. Le trasmissioni si tengono al mattino, per ventisei minuti, e nel pomeriggio, dalle ore sedici, per cinquanta minuti.

I media stanno dando un contributo fondamentale con piccoli sketch di cinque minuti interpretati da personaggi famosi, fatti in tutte le lingue nazionali, per raggiungere più persone possibile.
Y’EN A MARRE, un gruppo famoso di hip hop, ha scritto la canzone Fagaru che passa a ruota su tutte le televisioni private e pubbliche. La canzone mette in musica le raccomandazioni igieniche del governo (https://www.youtube.com/watch?v=06YbY1MLp4A).

Arrivano anche donazioni al Ministero della Sanità: Sadio Manè, il calciatore del Liverpool, ha donato 30 milioni di franchi CFA; la guida religiosa dei Mouride, Serigne Mountakha Mbacké, ha dato 200 milioni; donazioni arrivano anche dai cantanti Youssou Ndour e Wally Seck, e da un certo numero di industriali.

Stanno inoltre nascendo iniziative private come quella del giovane Alioune Sylla, che ha lanciato il sito www.marchecastor.com, per la spesa on line e la consegna gratuita di verdure, carne e pesce da uno dei mercati più grandi di Dakar, il Marché Castor. I ristoranti, che già prima del Coronavirus oltre al normale lavoro nei loro locali consegnavano pasti a famiglie che lo richiedevano, lavorano ormai soltanto per ordinazione e recapitano il cibo a casa.
Qualcuno ha anche pensato al fitness, per occupare genitori e bambini a casa. Noflaye Sen, una pagina Facebook, ha iniziato a proporre dei brevi video di fitness, suggerendo esercizi da fare a casa per occupare utilmente il tempo.

Sta andando tutto per il meglio? No. I quartieri dove ci sono i contagi, secondo la stampa, sono Mermoz, Guediawaye, Almadies e Grand Yoff. Tutti quartieri ad alta densità di popolazione. Le fake news sono all’ordine del giorno. All’inizio, una veggente, o almeno una persona che questo dice di essere, aveva predetto che il Senegal sarebbe stato protetto da non si capisce bene che cosa, per cui la malattia non avrebbe mai fatto ingresso nel Paese. C’è stato poi l’intervento illuminato di un famoso griot, che addirittura ha negato l’esistenza del virus: è stato immediatamente convocato dalla Brigade de Recherche della Gendarmerie di Faidherbes, dove ha giurato di non aprire mai più bocca sulla faccenda!

Tutti abbiamo visto il panico creato in Europa dalla paura provocata da una malattia che non si conosce. E abbiamo anche visto le persone sottovalutare la gravità dell’emergenza, e andare in giro anche quando non era necessario. Mai come oggi, il Coronavirus ci sta facendo capire quanto siamo simili dovunque. La sottovalutazione, il “non a me” e poi la fuga verso il proprio Paese e gli affetti è stata generale e ha toccato anche il Senegal: una ventina di Senegalesi si sono ritrovati bloccati in Mauritania nel loro frettoloso ritornare a casa; non essendoci più voli per Dakar, hanno creduto giudizioso passare dalla Spagna, dalla Francia e dal Marocco alla Mauritania, dove sono rimasti bloccati dalla chiusura delle frontiere fino a quando il governo non ha provveduto a recuperarli. Sono oggi in quarantena a Saint Louis, nel Nord del Senegal.

Le campagne di sensibilizzazione vanno avanti persino con una dose di humour, come per scacciar via i rischi che stiamo vivendo. Ma non si può e non si deve negare che ci sia una mancanza di mezzi, perché gli Stati africani dovrebbero mettere tutta la popolazione nelle condizioni di adeguarsi alle misure di prevenzione. Inutile dire, per esempio, quanto sarebbe fondamentale che tutti potessero avere normale accesso all’acqua potabile, e sappiamo che così non è. Tuttavia, ognuno fa gli sforzi che può con i mezzi che ha, anche se sa che non bastano. E anche sapendo che la situazione cambia di giorno in giorno.

Nelly Diop

Nelly Diop è nata in Senegal dove ha studiato e ottenuto il “Certificat de Maîtrise” in Civilizzazione e letteratura americana all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Vive dal 1995 in Italia, dove si è diplomata in traduzione alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano. Lavora come interprete e traduttrice.

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14 ottobre 2019

#iosonopescatore, a Lampedusa la legge dell’umanità

Era la notte del 3 ottobre di sei anni fa, di giovedì, quando 368 persone per lo più eritree e somale morirono a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa. Una tragedia divampata nel giro di pochi secondi che ha costretto il mondo a prendere coscienza della drammaticità di un fenomeno migratorio che le sponde dell’isola conoscevano già da anni. Il barcone ospitava oltre 500 persone: 155 di queste furono salvate, ma almeno 368 morirono tra le fiamme propagate da una coperta incendiata per segnalare la propria posizione o annegate in mezzo al Mediterraneo, di fronte al porto di Lampedusa.

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I primi a intervenire sul posto furono degli isolani, tra cui Vito Fiorino, Domenico Colapinto e Costantino Baratta, allertati dal vuciare dei gabbiani. «Non c’era tempo da perdere, mentre i miei amici chiamavano la Guardia Costiera, io lanciavo salvagenti, un altro si è tuffato, le mani e le braccia intrise di nafta che cercavano di aggrapparsi alle nostre», racconta Vito. «Ragazzi che urlavano, braccia alzate, volti che supplicavano aiuto, chi si aggrappava a una bottiglia o a qualsiasi pezzo di legno galleggiante. Li ho presi dalla cintura come se fossero sacchi di patate. Erano sconvolti e alcuni si vergognavano perché erano nudi. Domenico Colapinto e i suoi fratelli continuavano senza sosta a tirar su i corpi», aggiunge Costantino che con Vito non si era mai incrociato prima di allora.

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A distanza di sei anni, grazie alla perseveranza di Vito e alla collaborazione del Comune di Lampedusa e Linosa – capofila del progetto Snapshots from the Borders –, finalmente i nomi di quelle persone sono stati impressi su una scultura posta in una piazza di Lampedusa. Alle 3:30 del 3 ottobre di quest’anno, per restituire la dignità della memoria a chi non è sopravvissuto, è stato inaugurato il memoriale, assieme al murales dipinto da Neve con la riproduzione della corona lanciata in mare da papa Francesco nel 2013 a ricordo dei morti nelle traversate. Al suo fianco, commossi, alcuni dei sopravvissuti che ogni anno dopo quella terribile notte tornano a Lampedusa da Vito, Costantino e Domenico per riabbracciarsi e ricordare i loro fratelli morti in modo così tragico. Una cerimonia semplice, essenziale nel buio della notte: qualche minuto dopo l’inizio, il silenzio è stato interrotto dal frusciare dell’alta palma della piazza, scossa da un forte vento improvvisamente arrivato dal mare.

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Alle otto del mattino si sono dati appuntamento sulla piazza di Lampedusa, che è la finestra d’Europa – come ha sostenuto il sindaco Martello –, centinaia di studenti di tutta Italia ed Europa coinvolti dal Comitato 3 ottobre e dal Comune di Lampedusa e Linosa in collaborazione con il MIUR in un percorso di sensibilizzazione sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza. La marcia verso la Porta d’Europa, sotto lo slogan “Siamo sulla stessa barca”, ha visto protagonisti gli studenti, i sopravvissuti, i testimoni della strage, gli isolani e le associazioni coinvolte nei percorsi di accoglienza e integrazione.

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Nello stesso giorno, nelle capitali dei 28 Paesi d’Europa i partner di Snapshots from the Borders realizzavano eventi dedicati alla migrazione, tra cui l’inaugurazione di una riproduzione della Porta d’Europa simbolo di Lampedusa sotto la porta di Brandeburgo a Berlino.

Africa e Mediterraneo, al fianco del Comune di Lampedusa e Linosa, ha sfilato con la maglia simbolo di questo 3 ottobre: #Iosonopescatore. Uno slogan lanciato dal sindaco Martello e diffuso dal progetto per rivendicare la legge del mare, che è poi la legge dell’umanità, contro qualsiasi forma di disumanità e contro chi vorrebbe impedire i soccorsi in mare. Perché la vita è una priorità e perché i pescatori salvano vite, la politica arriva dopo.

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01 agosto 2018

Si chiama linciaggio

DU07-tav_1Sabato notte ad Aprilia è successo un fatto gravissimo: un cittadino marocchino di 43 anni è stato inseguito in auto da alcune persone che lo ritenevano un ladro. Uscito violentemente di strada con l’auto sulla quale fuggiva, è stato da queste non soccorso ma ancora rincorso e picchiato ed è morto (non si sa ancora se per l’incidente o per le percosse). I carabinieri stanno ancora indagando, ma da video di sorveglianza e testimonianze – e, sembra, anche ammissioni – sembra si sia trattato proprio di un linciaggio.
Ritroviamo qui, nell’Italia di oggi, una situazione che abbiamo visto narrare tante volte nel fumetto d’autore africano. Nel nostro concorso Africa Comics avevamo inserito una sezione tematica dedicata ai diritti umani. Tra le numerose storie arrivate dagli autori africani di fumetto, ricorreva spesso il racconto dell’uccisione di un ladro da parte della folla, sentito evidentemente come problema fondamentale di violazione dei diritti umani nei diversi paesi del continente. Gli inseguitori che gridano “ladro, ladro” in un mercato di città, la paura, il terrore della persona che fugge, la fine violenta senza che nessuno la difenda, la soddisfazione della folla che pensa di avere agito secondo giustizia.

Pubblichiamo qui una di queste storie, del camerunese Georges Pondy, autore di grande talento:
http://www.africacomics.net/comics/au-voleur-au-voleur/

 

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