26 marzo 2021

Tutela ambientale, rifiuti ed economia circolare in Africa. È aperta la nuova call for papers di Africa e Mediterraneo

Secondo le stime delle Nazioni Unite, da qui al 2050 il mondo consumerà risorse pari a tre pianeti, a fronte di una crescita della popolazione che, nello stesso periodo, raggiungerà i 9,6 miliardi di persone. Ci troviamo di fronte a un aumento della domanda di materie prime necessarie allo sviluppo economico e al tempo stesso a una scarsità delle risorse, che mette in crisi un modello economico a crescita illimitata.
Già nella Conferenza di Rio de Janeiro nel 1992 si era espresso un consenso sulla necessaria cooperazione nella lotta al degrado ambientale, con responsabilità comuni ma differenziate: le nazioni più sviluppate hanno riconosciuto la loro responsabilità verso uno sviluppo sostenibile, sulla base della loro maggiore impronta sul pianeta e delle risorse tecnologiche e finanziarie che possiedono. Negli ultimi anni il tema è affermato in maniera sempre più urgente, in particolare con i 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile, adottati dalle NU nel 2015 all’interno dell’Agenda 2030.

Nei Paesi africani gli attivisti e le organizzazioni della società civile da tempo sollevano il tema (l’esempio di Ken Saro-Wiwa resta paradigmatico, così come quello di Wangari Maathai), e non mancano iniziative a livello continentale, come la creazione nel 2008 della piattaforma Pan African Climate Justice Alliance, che riunisce più di 1000 organizzazioni e comunità.

plastic-bottles-115071_1920Nella consapevolezza dei fattori che contribuiscono al degrado ambientale, a partire dal predominio del modello di sviluppo “energivoro”, l’Africa si trova tuttavia a dover gestire varie dimensioni: l’essere ormai attore globale che dialoga, commercia e si allea con tanti partner secondo i propri interessi (EU, USA, Cina, India, Turchia, mondo arabo, ecc.); il voler crescere e creare condizioni per il mercato interno (è stata da poco creata l’African Continental Free Trade Area-AfCFTA) e per gli investimenti esteri, valorizzando al meglio le sue risorse (naturali e umane); il dover accrescere drammaticamente le infrastrutture materiali (strade, ferrovie, porti, aereoporti, energetiche) e immateriali e l’utilizzo sostenibile delle fonti energetiche.
Un tema cruciale è quello dei rifiuti smaltiti in Africa, nonostante sia in vigore dal 1998 la Convenzione di Bamako che proibisce ai Paesi africani di importare rifiuti pericolosi, compresi quelli radioattivi. Oltre che sulla circolazione globale di questi materiali, da reinserire in catene di valore, è necessario concentrarsi sulla condizione dei raccoglitori di rifiuti che vivono in condizioni di grave marginalità, impiegati in lavori pericolosi e sottopagati e, ancora a monte, sul problema della crescita dei consumi. Tutto questo crea opportunità e contraddizioni che dovranno sfociare in una via alla crescita sostenibile concepita e voluta dagli Africani.

Dal punto di vista delle istituzioni, un rilancio green arriva in Africa dalla visione dell’Agenda 2063, the Africa we want, un piano strategico comune per la trasformazione socioeconomica del continente lanciato nel 2013 dall’Unione africana. Parallelamente, la strategia per l’Africa del Global Compact delle NU richiama il ruolo del settore privato e dell’impresa responsabile, al fine di “creare mercati più integrati, società più resilienti e raggiungere uno sviluppo duraturo e sostenibile”, mentre l’Unione europea ha varato nel 2020 il Green New Deal, che prevede anche una strategia di partenariato con l’Africa basata su un nuovo mix di aiuti e di investimenti privati per creare insieme con alleanze e crescita sostenibile. La devastazione economica e sociale portata dalla pandemia Covid-19 nel continente sembra stimolare un’accelerazione dell’azione dei vari stakeholder: nel 7° Africa Regional Forum on Sustainable Development tenutosi dall’1 al 4 marzo 2021, l’idea che ha permeato gli interventi è che la ricostruzione post-Covid-19 dovrà seguire traiettorie green e tendenti alla minima emissione di carbonio.

climate-change-2241061_1920Una risposta a queste sfide è individuata nella transizione verso l’economia circolare, che può aprire nuovi scenari, tra cui la sicurezza energetica, la minore dipendenza dagli altri Paesi, la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Le sue declinazioni sono molteplici: ad esempio, il settore della moda produce interessanti progetti applicando questi principi, mentre quello della produzione agricola e del food sta sperimentando da tempo nuove soluzioni tecniche. Dal punto di vista espressivo, se il riciclo è da molto tempo interpretato tecnicamente e tematicamente dagli/lle artisti/e africani/e, il mondo della comunicazione è sempre più impegnato in questa direzione. Anche il mondo accademico africano si interroga sulla persistenza degli approcci scientifici occidentali nelle università del continente, mentre invece inserire le conoscenze indigene nei curriculum di studio porterebbe risultati applicativi più adatti. Inoltre, molte culture africane sono tradizionalmente sostenibili e le pratiche del recupero stanno ritornando molto tra i giovani. In questo senso anche il recycling/upcycling assume un valore diverso, improntato non solo all’innovazione, ma anche all’imprenditoria sociale e culturale.

A partire da queste premesse, il nuovo dossier di Africa e Mediterraneo vuole approfondire il concetto di economia circolare in Africa, indagandone le diverse sfaccettature, con il suo consueto approccio multidisciplinare. Tra le questioni su cui questo dossier intende concentrarsi:

  • Quali sono le connessioni tra politiche e pratiche di economia circolare in una prospettiva africana? Come si intrecciano le politiche di lungo termine con le micro-pratiche di riciclo dei rifiuti urbani, industriali, agricoli? Quale può essere il ruolo della società civile e della ricerca scientifica nel favorire un cambiamento di paradigma su larga scala? Quale il ruolo del settore privato?
  • Come cambia la categoria del consumo e come cambia lo statuto di un oggetto nelle traiettorie che esso compie, da scarto a oggetto di valore? Si sta formando una nuova estetica nel continente relativa agli oggetti derivati da modelli produttivi basati sull’up-cyling?
  • Se si tende a pensare alla sostenibilità incrociando fattori ambientali, economici e socio-politici, cosa succede se si prova a spostare l’attenzione sulle componenti culturali?
  • In Africa sostenibilità significa esplicitamente ripensare i rapporti di potere globale e assumere un ruolo di leadership per il Sud del mondo. Si tratta di un ripensamento profondo, un progetto che ben si inserisce nel filone della decolonialità. Che ruolo possono avere formazione, comunicazione, filosofia ed espressione artistica in questo processo?
  • Sguardi letterari presenti e passati (ad es., Ayi Kwei Armah in Ghana, Ken Bugul in Senegal e Benin, Bessie Head in Botswana, ecc.)

Scadenza per l’invio:

Le proposte (400 parole al massimo) dovranno pervenire entro il **30 aprile 2021** agli indirizzi s.federici@africaemediterraneo.it e s.saleri@laimomo.it Le proposte saranno esaminate dal comitato di redazione. In caso di accettazione la consegna del contributo, completo di abstract (100 parole, in inglese) e bionota, dovrà avvenire entro il **30 giugno 2021**.
Africa e Mediterraneo si avvale di peer reviewers. Gli articoli e le proposte potranno essere inviate nelle seguenti lingue: italiano, inglese e francese.

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in italiano:

Di seguito è possibile leggere e scaricare la call for papers in inglese:

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22 marzo 2021

La Giornata Mondiale dell’Acqua

di Sante Maurizi

image1L’inflazione di giornate dedicate a temi o ricorrenze non intacca la costante attualità della Giornata Mondiale dell’Acqua, che l’ONU volle istituire nel 1992 durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di  Rio de Janeiro.

Secondo l’UNDP (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) in tutto il mondo circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile sicura, 4,2 miliardi non sono dotate di servizi igienici efficienti e 700 milioni potrebbero emigrare a causa della scarsità d’acqua entro il prossimo decennio.

Contribuiscono alla crisi idrica mondiale una serie di fattori legati ai cambiamenti climatici quali l’aumento delle temperature, l’incostanza e la violenza delle precipitazioni, gli eventi meteorologici estremi. Fenomeni che inoltre si sovrappongono a consumi idrici globali aumentati di sei volte negli ultimi cento anni: impieghi che continuano a crescere a un tasso costante dell’1% annuo a causa dell’aumento della popolazione, dello sviluppo economico e del mutamento dei modelli di consumo.

Perciò fra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’ONU nel 2015 l’acqua è nominata espressamente ai numeri 6 e 14 fra i diciassette da raggiungere entro la data temerariamente fissata nel 2030. Ma diciamo che l’acqua è una pre-condizione, l’elemento che connette tutti i temi indicati dall’ONU: un anno fa lo Studio Ambrosetti ha licenziato il libro bianco “Valore acqua”, valutando che 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono influenzati da una gestione efficiente e sostenibile delle risorse idriche, che può impattare positivamente su 53 dei 90 target relativi.

image2L’agricoltura è la principale attività per la quale l’acqua rappresenta un input produttivo primario (69% dei prelievi annui a livello mondiale: settore industriale al 19%, usi civili al 12%). È dunque particolarmente vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici, che influenzano la disponibilità, la qualità e la quantità delle risorse idriche, già sottoposte a forti pressioni.

Accanto all’incremento delle capacità di accumulo e all’efficienza dei sistemi di distribuzione, uno dei temi-chiave è l’uso di “acque non convenzionali”: una delle priorità nella politica europea e di cooperazione internazionale sulle acque. Menawara è uno dei progetti finanziati dall’UE (attraverso il programma ENI CBC Med) sul riutilizzo delle acque reflue. Condotto dal Nucleo Ricerca sulla Desertificazione dell’Università di Sassari, il progetto coinvolge Giordania, Palestina Spagna, Italia e Tunisia. Quest’ultimo Paese è fra i più esposti alle minacce climatiche per l’aumento delle temperature, precipitazioni ridotte, innalzamento del livello del mare, inondazioni e siccità sempre più frequenti. Uno dei nodi è rappresentato dai contrasti legati all’utilizzo dell’acqua da parte delle strutture turistiche sulla costa: tipica situazione in cui la governance del sistema ha valore almeno pari alle soluzioni tecniche da adottare.

Uno degli obiettivi di tutto il programma ENI CBC Med è quello di coinvolgere la popolazione residente nelle aree di intervento, perché i risultati di progetto possano essere condivisi, accettati e trasferiti alle comunità locali. Tutte le politiche di cooperazione delle varie organizzazioni internazionali hanno identico approccio, nel quale trovano grande spazio lo studio delle forme adatte di comunicazione e lo storytelling.

image3Un esempio in questo senso è dato dalla fiaba “Il topo e la montagna” che Antonio Gramsci incluse in una lettera del 1931 indirizzata, tramite la cognata Giulia, ai figli: testo utilizzato come “cornice” del video conclusivo (con musiche di Paolo Fresu) del progetto Wadis-Mar che NRD condusse alcuni anni fa nel Maghreb.

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