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	<title>Africa e Mediterraneo &#187; Arti della scena</title>
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		<title>Ucciso Juliano Mer Khamis, fondatore del Freedom Theatre a Jenin</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 09:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti della scena]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[campi profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom Theatre]]></category>
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		<description><![CDATA[Probabilmente, al di fuori dei confini mediorientali, il nome di Juliano Mer Khamis sarà familiare a pochi. Eppure la sua attività e il suo impegno lo hanno reso uno di quei personaggi importanti, di quelli che si sono sempre battuti per rendere la società palestinese meno conflittuale. Attore di teatro e di cinema, nato dall’unione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Probabilmente, al di fuori dei confini mediorientali, il nome di <strong>Juliano Mer Khamis</strong> sarà familiare a pochi. Eppure la sua attività e il suo impegno lo hanno reso uno di quei personaggi  importanti, di quelli che si sono sempre battuti per rendere la società palestinese meno conflittuale.</p>
<p><strong>Attore di teatro e di cinema</strong>, nato da<a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/04/800_juliano_mer_khamis_ap_110404_4702641.jpg" rel="lightbox[3847]"><img class="alignright size-medium wp-image-3856" title="800_juliano_mer_khamis_ap_110404_470264" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/04/800_juliano_mer_khamis_ap_110404_4702641-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>ll’unione di un’israeliana, Arna Mer, e di un palestinese cristiano, Saliba Khamis,<a href="http://www.rainews24.rai.it/it/foto-gallery.php?galleryid=151628&amp;photoid=283752"> è s</a><a href="http://www.rainews24.rai.it/it/foto-gallery.php?galleryid=151628&amp;photoid=283752">tato ucciso tre giorni fa con cinque colpi d&#8217;arma da fuoco, sparati da un uomo a volto coperto</a>. Si trovava proprio fuori dal suo <strong><em>Freedom Theatre</em></strong>, la scuola di teatro che aveva fondato nel 2006 nel campo profughi di Jenin, e che poi sarebbe diventata uno dei più importanti luoghi di <strong>produzione artistica e culturale indipendente</strong> nei Territori Occupati.</p>
<p>Il suo teatro, rivolto ai <strong>bambini del campo profughi di Jenin</strong>, era diventato già un importante centro culturale negli anni Ottanta, grazie all&#8217;attività della madre Arna, a cui aveva dedicato proprio il documentario che lo aveva reso famoso <strong>“<em>Arna&#8217;s Children</em>”</strong>. Juliano aveva aiutato la madre a realizzare il suo sogno di creare una giovane compagnia di ragazzi, lo <em>Stone Theatre</em>, seguendone il percorso formativo attraverso la macchina da presa. L&#8217;intenzione del teatro era di rappresentare per questi ragazzi una via di fuga, aiutandoli ad esprimere le loro rabbie quotidiane, le frustrazioni, l&#8217;amarezza e la paura.  Ma il sogno di progettare una vita alternativa alla violenza per questi ragazzi si è scontrato con la realtà della seconda intifada e dell&#8217;occupazione, e così anche i piccoli bambini di Arna hanno preso parte alla lotta per la resistenza contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano, alcuni di loro rimanendovi uccisi.</p>
<p>Fondare nel 2006 il <a href="http://thefreedomtheatre.org/"><em>Freedom Theatre</em></a> <span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://thefreedomtheatre.org/"></a></span></span> all&#8217;interno del campo è stato per lui un gesto d&#8217;arte, d&#8217;amore ma anche di rivoluzione. Aprire uno spazio artistico in un luogo di estrema chiusura e marginalizzazione come un campo profughi non poteva essere un&#8217;impresa semplice. Il primo passo era quello di ribaltare l&#8217;idea che nei campi si aveva del teatro, cercando di costruirne un&#8217;idea differente nella mente degli abitanti, e renderli predisposti all&#8217;accoglienza. E poi, con le sue <a href="http://http://www.nena-news.com/?p=8672">parole</a>: “<em>Il teatro è solo una scusa, noi facciamo arte in genere: scrittura creativa, photoshop, computer, fotografia, psicodramma, realizzazione di film, terapia teatrale. Non siamo il teatro nel senso tradizionale, usiamo tutti i mezzi dell’arte prima per comunicare con il mondo, poi per ricostruire l’identità perduta. Chi siamo? Dove stiamo andando? Cosa pensiamo? Perché siamo in questa situazione? Quale tipo di indipendenza vogliamo e come possiamo costruire identità senza cultura? Altrimenti si creano tanti soldatini. <strong>La ricerca dell’identità può avvenire solo tramite l’attività culturale.</strong> C’è bisogno di un riflesso di se stessi. È così che si costruisce il sé: riflettendo se stessi su uno schermo, nelle pagine di un libro, creando un dibattito, un dialogo. Combattere la tradizione è combattere l’occupazione.” *</em></p>
<p>Inse<a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/04/dvd_jacket_1313.jpg" rel="lightbox[3847]"><img class="alignleft size-full wp-image-3859" title="dvd_jacket_131" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/04/dvd_jacket_1313.jpg" alt="" width="201" height="296" /></a>gnare la creatività e l&#8217;indipendenza ai più piccoli, alle nuove generazioni, svincolarle dai legami tradizionali che agiscono come scudo rispetto alla situazione di marginalità e occupazione. “<em>Questa è la vera lotta contro l’occupazione. Perché, ciò che l’occupazione sta facendo è distruggere la </em><em>società. <strong>Costruire sulla base non della tradizione e della religione, ma della libertà, di strutture democratiche, di un alto livello educazione e della libera opinione, della cultura. Questa è la forza</strong></em><strong>.</strong>”</p>
<p>Già negli ultimi due anni il suo teatro e lui stesso erano stato ripetutamente minacciati e attaccati, soprattutto dopo la scelta di portare in scena un testo difficile come <em>La fattoria degli animali</em> di Orwell. Non solo l’offensiva israeliana nella West Bank è stata sempre più forte, ma il teatro, rappresentando una realtà di rottura con alcune tradizioni locali non poteva certo essere di gradimento ai più conservatori di Jenin.</p>
<p>Ma queste minacce non avevano scalfito la sua attività, e aveva continuato ad usare la forza pacifica del suo teatro, anche se di rottura ed opposizione, per creare percorsi di resistenza e liberazione. Embletica fu la frase che pronunciò durante l&#8217;accoglienza alla Carovana di Sport sotto l&#8217;Assedio del 2009: “<strong><em>We’re going to start a new intifada by poetry, theater, art, humans rights, pacific demonstrations against the wall. Questo vogliamo costruire. Questo è quello che Israele non può uccidere.</em></strong>”</p>
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		<title>Il pazzo nell&#8217;immaginario teatrale congolese post-coloniale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 10:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti della scena]]></category>
		<category><![CDATA[Congo]]></category>
		<category><![CDATA[N58]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione dell&#8217;articolo &#8220;Il pazzo nell’immaginario teatrale congolese post-coloniale&#8221; pubblicato sul numero 58 di Africa e Mediterraneo a firma Gaia Puliero. Negli anni Settanta, in pieno periodo post-coloniale, il teatro africano, e specificamente quello congolese, porta in scena un personaggio che l’Europa aveva accolto nel suo immaginario sin dal Medioevo: il pazzo (fou). Il fou diventa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2009/09/fue-300x220.jpg" alt="fue" title="fue" width="300" height="220" class="alignright size-medium wp-image-716" /><strong>Presentazione dell&#8217;articolo &#8220;Il pazzo nell’immaginario teatrale congolese post-coloniale&#8221; pubblicato sul numero <a href="http://www.laimomo.it/front-end/home.php?page=view&#038;c=5">58 di <em>Africa e Mediterraneo</em></a> a firma Gaia Puliero.</strong></p>
<p>
Negli anni Settanta, in pieno periodo post-coloniale, il teatro africano, e specificamente quello congolese, porta in scena un personaggio che l’Europa aveva accolto nel suo immaginario sin dal Medioevo: il pazzo (<em>fou</em>). Il <em>fou</em> diventa il tema ricorrente e strutturante della letteratura africana degli anni 1930-50.</p>
<p>Dall&#8217;analisi di alcune opere teatrali della tradizione post-coloniale africana, tra cui&nbsp; <i>Tarentelle noire et&nbsp; diable blanc </i>di Sylvain Bemba e <i>Le diable àla longue queue</i> di Maxime N&#8217;debeka, emergono alcuni tratti che, secondo l&#8217;autrice, rendono la figura del pazzo del teatro africano peculiare rispetto a quella europea.</p>
<p>Lo scarto fondamentale tra il pazzo rappresentato dalla tradizione teatrale occidentale e quello africano risiede soprattutto nel diverso ruolo riconosciuto alla follia. Nel teatro post-coloniale africano la follia non è una tappa del percorso formativo dell’eroe, come in Occidente, né uno stato passeggero e funzionale alla sua realizzazione personale; non interviene come fenomeno esteriore ma si incarna nel personaggio come condizione permanente e tipizzante.<br />
<span id="more-715"></span></p>
<p>La letteratura africana fa inoltre del <em>fou</em> il portavoce della critica alla colonizzazione. La parola del pazzo è il risultato della violenza coloniale, l’espressione di un’emarginazione sociale, il grido del disadattato: come se attraverso questo linguaggio essa traducesse la voce dei demoni interiori di tutti i personaggi; la follia si incarica di rendere visibili dei propositi che sono e restano inascoltati. </p>
<p>Non solo. Il <em>fou</em> è portavoce di un’altra follia, quella provocata dall’Europa. Sulla scia de <i>L&#8217;aventure ambigue </i>di C.H Kane- romanzo guida uscito nel 1961- questo filone del tea racconta l’irriducibile contrasto tra Europa e Africa, e il malessere incurabile che colpisce chi, dopo anni di esilio occidentale, rientra nella sua terra. L’africano che si confronta con quel viaggio impazzisce e perde ogni riferimento.</p>
<p>L’articolo sostiene che, forse, il <em>fou</em> è l’unico ponte fra Africa ed Europa in seguito all’esperienza coloniale. Egli, espressione suprema della differenza, assume in sé i simboli e i tabù delle due società, traducendo un <em>malaise</em> che le avvicina. Sola espressione libera in un contesto sordo alla differenza, spazio onirico e maschera bifronte di reale e assurdo, la parola del pazzo appare l’unico modo di dire l’indicibile e di esprimere l’inesprimibile, linguaggio universale in un mondo che insegue l’ordine ma scivola inconsciamente nella follia.</p>
<p>[foto: Bukkie Opebiyi, Lunch break, Another World Bamako]</p>
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