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	<title>Africa e Mediterraneo &#187; Appunti di Sandra Federici</title>
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		<title>Solidarietà alla comunità senegalese</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 18:46:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Federici</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato sera eravamo in centro a Firenze, al Caffè letterario delle Murate. Presentavamo il dossier di Africa e Mediterraneo sul Senegal assieme a Cheikh Tidiane Gaye, un giovane senegalese che è venuto a vivere in Italia 15 anni fa e, oltre a lavorare in banca, pubblica poesie. Come per tanti poeti italiani, la poesia è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sabato sera eravamo in centro a Firenze, al Caffè letterario delle Murate. Presentavamo il dossier di <em>Africa e Mediterraneo</em> sul Senegal assieme a Cheikh Tidiane Gaye, un giovane senegalese che è venuto a vivere in Italia 15 anni fa e, oltre a lavorare in banca, pubblica poesie. Come per tanti poeti italiani, la poesia è per lui un’intensa attività parallela alla vita professionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo passato una serata piacevole, interessante, in un posto bellissimo. Lui ha fatto alcune letture, abbiamo parlato di poesia, di rime e metrica, di consonanze. Una tranquilla <em>normalità</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, in centro a Firenze, alcuni cittadini senegalesi che commerciavano al mercato sono stati braccati, come selvaggina durante una caccia. In una scena terrorizzante, due di loro sono stati uccisi, tre sono gravemente feriti. L’autore di questo massacro è un folle razzista, italiano. Un poveretto, che ha nutrito la sua solitudine di assurde teorie e, dobbiamo dirlo, di una retorica violenta e xenofoba che certi politici di livello nazionale hanno usato in questi anni con troppa leggerezza, Impuniti. Così questo Gianluca Casseri ha covato propositi isterici e violenti contro l’“invasione degli immigrati”. E oggi ha pensato di realizzarli.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso chi ripagherà questi due ragazzi uccisi degli anni persi? Del futuro interrotto per sempre da un odio senza ragione? Del terrore vissuto negli ultimi istanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo cosa dire. Possiamo solo esprimere tutta la nostra solidarietà alla comunità senegalese presente in Italia, 80.000 cittadini che vivono con noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Copiamo qui dalla rivista El-Ghibli (<a href="http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_08_33-section_1-index_pos_3.html" target="_blank">http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_08_33-section_1-index_pos_3.html</a>) un brano della lettera scritta qualche tempo fa da Cheikh per i 150 dell’unità della nostra Patria, che lui non può chiamare madre, e chiama affettuosamente “zia”. Facendo un discorso davvero patriottico, alla faccia delle teorie destrorse che hanno nutrito e nutrono questi gesti folli.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Lettera alla zia che compie 150 anni</h2>
<h3 style="text-align: justify;">Cheikh Tidiane Gaye</h3>
<p style="text-align: justify;">Cara zia,</p>
<p style="text-align: justify;">Vengo dal Sahara, non dal tuo grembo. Oggi vivo nella Pianura Padana, nutrito al tuo seno, la tua sabbia è così fresca e sobria che mi sono ritrovato giustamente accolto.<br />
Se potessi oggi ribattezzarti, ti chiamerei Unità. A guardarti da lontano e a scrutarti, mi viene da cantare la tua ricca storia.<br />
Zia, hai pettinato il mio cammino e mi vanto del tuo passato. Parlo della storia delle due Sicilie, l’impresa dei Mille, il Risorgimento e la tua Unità da cui nascono la tua umiltà e l’amore per i tuoi figli. Una nazione forte e rispettata. La forza di un popolo risiede nella sua vitalità solidale e nella sua capacità di rispondere alle grandi sfide. Questa capacità la traduce il popolo. È quindi il tempo del popolo, del grande popolo che incarna la sovranità nazionale. Sovranità uguale a democrazia. Utilizzo quest’eloquente parola, non per teorizzare o per semplice retorica, ma il popolo sovrano è, esiste e sa rispondere.<br />
(…)<br />
Il popolo, siamo noi. I tuoi figli, abitanti del nord, del sud, i figli partoriti dall’immigrazione e dall’emigrazione; i figli di questa terra che sposano la Costituzione, che si alzano la mattina per recitare il primo articolo stampato in grassetto nella nostra bibbia costituzionale: “L&#8217;Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Il loro sudore annaffia la floridezza di questo paese.</p>
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		<title>La morte di Wangari Maathai: una donna e i semi dell’utopia</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 14:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualcuno dice di aver messo fuori la bandiera della pace, qualcun altro che pianterà degli alberi in suo onore, una donna dice di essere diventata più forte grazie al suo esempio, e tanti, quasi tutti, la chiamano “mama”. Infiniti sono i messaggi di cordoglio sulla pagina facebook di Wangari Maathai, e tanti gli “emoticons” o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/Wangari_Maathai_portrait_by_Martin_Rowe.jpg" rel="lightbox[4425]"><img class="alignleft size-full wp-image-4427" title="Wangari_Maathai_portrait_by_Martin_Rowe" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/Wangari_Maathai_portrait_by_Martin_Rowe.jpg" alt="" width="175" height="233" /></a>Qualcuno dice di aver messo fuori la bandiera della pace, qualcun altro che pianterà degli alberi in suo onore, una donna dice di essere diventata più forte grazie al suo esempio, e tanti, quasi tutti, la chiamano “mama”. Infiniti sono i messaggi di cordoglio sulla pagina facebook di Wangari Maathai, e tanti gli “emoticons” o “faccine gialle” con gli occhi tristi o le lacrime postati sui forum di discussione come il kenyano <a href="http://www.wazua.co.ke/forum.aspx?g=posts&amp;t=15172" target="_blank">wazua.co.ke</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Docente di veterinaria e ambientalista, Wangari Maathai, kenyana, è stata la prima donna africana ad avere ricevuto il Premio Nobel per la pace. Il 25 settembre, a 71 anni, è morta dopo una lunga battaglia contro il cancro</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2004 aveva ricevuto il riconoscimento del Nobel per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace. Ma proprio questo impegno le è costato violenze, persecuzioni e persino il carcere.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-4425"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1977 aveva fondato il <a href="http://greenbeltmovement.org/index.php" target="_blank">Green Belt Movement</a>, con la missione di mobilitare la coscienza delle comunità, usando il rimboschimento come argomento base, per ottenere l’autodeterminazione, la giustizia, il miglioramento delle condizioni di vita e della sicurezza, e per il rispetto dell’ambiente. Con il suo movimento, la “signora degli alberi” aveva piantato più di 45 milioni di alberi in Kenya, per incrementare le aree forestali e restaurare l’ecosistema originario.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla propria home page il Green Belt Movement scrive: «La sua partenza prematura è una grandissima perdita per tutti noi che la conoscevano, come una madre, una parente, una compagna di lavoro, una collega, un modello e un&#8217;eroina per coloro che hanno ammirato la sua determinazione a rendere il mondo un ambiente più tranquillo, più sano e un posto migliore ».</p>
<p style="text-align: justify;">Maathai ha donato al mondo ottimismo, onestà, concretezza e intelligenza, lavorando a livello locale, nella sua terra, e nel panorama internazionale, senza paura che il suo messaggio fosse considerato utopistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, adesso che ci penso, la citazione più giusta per ricordarla è proprio un brano di una poesia di un’altra grande attivista per la pace, l’ambiente, i diritti delle donne: Joyce Lussu. È “L’utopia”, un lungo testo in cui le speranze sono semi, alberi, foglie… che dobbiamo fare crescere in maniera quasi infestante. Penso proprio che questa poetica esortazione a una concretezza “vegetale” sarebbe piaciuta a WangariMaathai.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>L’utopia non è un’illusione</em></p>
<p><em>un sogno</em></p>
<p><em>una fantasia</em></p>
<p><em>lanciata nell’impossibile.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>L’utopia è un progetto</em></p>
<p><em>l’invenzione di un possibile</em></p>
<p><em>all’interno di una realtà</em></p>
<p><em>quotidiana</em></p>
<p><em>non ancora realizzato</em></p>
<p><em>ma che forse si realizzerà.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Il seme dell’utopia</em></p>
<p><em>non fa nascere un albero solo</em></p>
<p><em>altissimo e robusto</em></p>
<p><em>come la sequoia o l’ontano</em></p>
<p><em>che dominano il paesaggio</em></p>
<p><em>e si vedono da lontano</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Il seme dell’utopia</em></p>
<p><em>è tanti semi</em></p>
<p><em>sparsi qua e là</em></p>
<p><em>non si sa bene dove</em></p>
<p><em>qualcuno crescerà</em></p>
<p><em>qualche altro si seccherà</em></p>
<p><em>aggredito dalla bufera o dalla siccità.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Noi tutti così diversi,</em></p>
<p><em>noi tutti così uguali, possiamo forse aiutare a crescere</em></p>
<p><em>arbusti cespugli e boccioli</em></p>
<p><em>sparsi qua e là,</em></p>
<p><em>un giorno o l’altro ci daranno</em></p>
<p><em>fiori e frutti</em></p>
<p><em>per tutti</em></p>
<p><em>di mille forme e di mille colori.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Li raccoglieremo con grandi feste</em></p>
<p><em>in mazzi e ceste,</em></p>
<p><em>li appenderemo nei recinti</em></p>
<p><em>di etnie e di nazionalismi</em></p>
<p><em>artificiali</em></p>
<p><em>al posto delle armi micidiali</em></p>
<p><em>così care ai militari,</em></p>
<p><em>al posto di fasci di tratte e di cambiali,</em></p>
<p><em>così care agli usurai,</em></p>
<p><em>al posto di veleni globalizzati</em></p>
<p><em>che ci vendono ai supermercati</em></p>
<p><em>sostituendo alle chiusure</em></p>
<p><em>cancelli senza serrature.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ho aperto la finestra</em></p>
<p><em>e ho visto seduto sul marciapiede</em></p>
<p><em>un bimbo marocchino</em></p>
<p><em>figlio di un mio vicino</em></p>
<p><em>che si esercitava in italiano</em></p>
<p><em>ripetendo ad alta voce</em></p>
<p><em>sul ritmo dei versetti del Corano</em></p>
<p><em>un vecchio adagio toscano</em></p>
<p><em>finale delle favole</em></p>
<p><em>stretta la foglia</em></p>
<p><em>larga la via</em></p>
<p><em>dite la vostra</em></p>
<p><em>che ho detto la mia.</em></p>
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		<title>Les Ateliers pARTage &#8211; Il capolavoro di Blaise Patrix</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 15:06:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli “Ateliers pARTage” sono la vera opera dell’artista Blaise Patrix. Patrix è un artista francese di lunga esperienza, ha vissuto moltissimi anni in Africa francofona svolgendo la sua attività artistica, e da tempo vive a Bruxelles praticando soprattutto la pittura. Ma il suo capolavoro secondo me sono gli Ateliers pARTage, progetti di arte sociale durante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli “Ateliers pARTage” sono la vera opera dell’artista Blaise Patrix. Patrix è un artista francese di lunga esperienza, ha vissuto moltissimi anni in Africa francofona svolgendo la sua attività artistica, e da tempo vive a Bruxelles praticando soprattutto la pittura. Ma il suo capolavoro secondo me sono gli Ateliers pARTage, progetti di arte sociale durante i quali riesce a fare lavorare insieme persone che vivono nella stessa città ma non si sono mai parlate, i bambini di un quartiere che hanno sempre voglia di mettersi in gioco, adulti arrivati da continenti diversi che si ritrovano insieme nell’Europa della migrazione.</p>
<p>Così può capitare che i ragazzi che stazionano nei corridoi della metropolitana di Bruxelles lavorino assieme ai viaggiatori che tante volte passando li hanno guardati con inquietudine, o che gli abitanti di una strada passino diversi pomeriggi a colorare i pannelli che dovranno abbellire un palazzo degradato della loro via.</p>
<p>La sua tela sono i quartieri delle città, i pennelli e colori sono la sua instancabile voglia di dialogare, l’entusiasmo sempre nuovo, e la pazienza con cui tesse relazioni con gli attori sociali del luogo, prima dell’evento in cui si fa la pittura concreta.</p>
<p>Ne nascono coloratissimi pannelli, che poi vengono allestiti sui muri dei luoghi pubblici vissuti dalle persone che li hanno fatti, in modo che siano riconosciuti, apprezzati e di solito mai vandalizzati.</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/IMG_7351.jpg" rel="lightbox[4279]"><img class="size-medium wp-image-4285   alignleft" title="IMG_7351" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/IMG_7351-300x225.jpg" alt="" width="292" height="207" /></a><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/IMG_7345.jpg" rel="lightbox[4279]"><img class="size-medium wp-image-4284  aligncenter" title="IMG_7345" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/IMG_7345-300x225.jpg" alt="" width="294" height="198" /></a></p>
<p>Il lavoro che Blaise ha svolto in questi anni ha finalmente avuto un riconoscimento da parte della Commissione Europea, nel programma Cultura, una fonte di finanziamento caratterizzata da una altissima concorrenza, essendo sempre più “battuta”, non solo dalle associazioni culturali, ma anche da parte delle principali istituzioni culturali europee.</p>
<p>A Bruxelles venerdì sarà inaugurata la prima mostra del progetto europeo “Les Ateliers pARTage&#8221; (LAP1).&#8221;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>“</strong><strong>Les Ateliers partage (LAP1) : L’art crée du lien”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bruxelles presso la place Keym, dal 17 al 18 settembre 2011</strong></p>
<p style="text-align: center;">Vernice: venerdì 16 settembre, ore 18.30</p>
<p style="text-align: center;">Visite: sabato 17 settembre, ore 10.00 – 18.00</p>
<p style="text-align: center;">Domenica 18 settembre, ore 9.00 – 19.00</p>
<p style="text-align: center;">www.lavenerie.be</p>
<p>Dal comunicato stampa: Gli artisti Blaise Patrix, direttore artistico del progetto LAP1, e Michel Gelinne, contribuiranno a valorizzare, attraverso una mostra fotografica, i lavori artistici proposti dagli abitanti di Watermael-Boitsfort.</p>
<p>Durante l’evento sarà possibile ammirare le opere dei diversi artisti che hanno partecipato a originali laboratori creativi, conferendo ampia visibilità agli stessi e dando vita ad un avvenimento inclusivo.</p>
<p>L’evento presentato fa parte del progetto “LES ATELIERS PARTAGE 1 &#8211; phase initiation” (LAP1), co-finanziato dal Programma Cultura della Commissione Europea. Lai-momo partecipa al progetto in collaborazione con il Centro Culturale La Vénerie (Belgio), Kultuurivoimala &#8211; Cultura Power Station (Finlandia), sotto la guida di SMartBe ASBL (Belgio).</p>
<p>Il progetto LAP 1 promuove la partecipazione e l’integrazione delle arti nel tessuto sociale. L’originalità della metodologia del progetto sta nel coinvolgimento di artisti al fine di creare opere d’arte visuali collettive (video, pittura, fotografia) durante laboratori creativi che prevedono la partecipazione attiva del pubblico, includendo gruppi vulnerabili e minoranze. L’esposizione di queste opere permette quindi di dare visibilità all’impegno e al riconoscimento personale nel processo di crescita di una società coerente, tollerante e inclusiva.</p>
<p>Lo svolgimento del progetto si caratterizza da <strong>3 eventi internazionali</strong> tra settembre e novembre 2011, nei quali ogni organizzatore presenta le proprie opere artistiche prodotte. Un forum internazionale organizzato all’Espace Delvaux chiuderà a maggio 2012 il progetto.</p>
<p style="text-align: center;">
<p>Il progetto italiano espone “pitture in circolo” fatte dagli abitanti del centro e della periferia del Comune di Calderara di Reno. Il co-organizzatore finlandese proietta un video realizzato con la partecipazione degli abitanti di Meri Toppila nelle vicinanze di Oulu sulla facciata di un monumento. Il co-organizzatore belga presenta un’installazione basata su fotografie della sua città scattate da abitanti delle diverse aree (Watermael Boisfort).</p>
<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/09/INVITATION_LAP1_16septembre-.pdf">INVITATION_LAP1_16septembre</a></p>
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		<title>Giornata mondiale del Rifugiato: la notizia da dare</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:28:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>﻿<a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/06/bar169.jpg" rel="lightbox[3996]"><img class="alignright size-medium wp-image-3997" title="bar169" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/06/bar169-300x130.jpg" alt="" width="300" height="130" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Non so se questa notizia sia apparsa sui media generalisti italiani, io la trovo una notizia da breaking news. Nella Giornata mondiale del Rifugiato importanti gruppi di orientamento cristiano (non solo cattolico) hanno organizzato una veglia di preghiera per la memoria dei morti nei viaggi dell’emigrazione verso l’Europa. (Una descrizione è sul sito della comunità di Sant’Egidio. <a href="http://www.santegidio.org/index.php?pageID=2361&amp;idLng=1062&amp;res=1">http://www.santegidio.org/index.php?pageID=2361&amp;idLng=1062&amp;res=1</a>)</p>
<p style="text-align: left;">La veglia si intitolava “Morire di speranza”, e vi hanno partecipato migliaia di persone, ascoltando i nomi e le storie dei morti, accendendo candele, ricordando chi è morto senza un nome. Sono alcuni anni che questa veglia si tiene in Santa Maria in Trastevere a Roma, in prossimità della Giornata del Rifugiato.</p>
<p style="text-align: left;">Nei primi 5 mesi del 2011 si registrano già 1.820 morti in tutto il Mediterraneo, di cui 1.633 in viaggio verso l’Italia. Dal 1990 almeno 17.597 persone sono morte nel viaggio lungo le frontiere dell’Europa. Morti orribili, che hanno spesso coinvolto bambini.</p>
<p style="text-align: left;">Di fronte a una tragedia di queste proporzioni, così assurda e ingiusta, è necessario un grande lavoro di sollecitazione delle coscienze, di sensibilizzazione, di pressione sulla politica.</p>
<p style="text-align: left;">Ma è anche importante che ci sia chi, nei confronti di queste 17.597 singole, speciali, individuali tragedie, di queste 17.597 sconfitte, dimostri “com-passione” nel modo che chi ha fede ritiene importante e unico: la preghiera.</p>
<p style="text-align: left;">Una preghiera collettiva che mi fa venire automaticamente in mente il laicissimo “Restiamo umani” con cui Vittorio Arrigoni concludeva gli articoli.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">TAG Giornata mondiale del Rifugiato, Comunità di Sant’Egidio, Morire di speranza, Restiamo umani, Vittorio Arrigoni, veglia di preghiera, morti dell’immigrazione</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Palermo, quartiere Zen: correre la maratona della cittadinanza</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 10:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[quartiere ZEN]]></category>
		<category><![CDATA[Rachid Berradi]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un ex-atleta italiano, campione europeo nei 10.000 metri, che da anni è impegnato attivamente in progetti di animazione sportiva a Palermo, con l’associazione Libera. E’ un simbolo dell’impegno sociale attraverso lo sport e un punto di riferimento per tanti bambini che al di fuori della scuola non hanno nessuna possibilità educativa. Si chiama Rachid [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un ex-atleta italiano, campione europeo nei 10.000 metri, che da anni è impegnato attivamente in progetti di animazione sportiva a Palermo, con l’associazione Libera. E’ un simbolo dell’impegno sociale attraverso lo sport e un punto di riferimento per tanti bambini che al di fuori della scuola non hanno nessuna possibilità educativa.</p>
<p>Si chiama Rachid Berradi, è nato a Meknes, in Marocco, ed è immigrato a Palermo all’età di 10 anni. E ha un forte accento siciliano.</p>
<p>Insomma, un emblematico esempio di seconda generazione.</p>
<p>Oggi, 24 maggio, è impegnato a commemorare l’uccisione di Giovanni Falcone con i ragazzi del progetto “Libera natura” (organizzato da Libera e dal Corpo forestale dello Stato), che faranno una “camminata” sulle terre confiscate alla mafia, in particolare a Corleone, nel maneggio gestito dalla Coop. Placido Rizzotto, intitolato al piccolo Giuseppe Di Matteo.</p>
<p>Ho avuto occasione di conoscerlo durante la cerimonia di consegna del Premio Città di Sasso Marconi, sabato 22 maggio. Ha ricevuto il “premio per la comunicazione sportiva”.</p>
<div id="attachment_3961" class="wp-caption alignnone" style="width: 123px"><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/rachid40151.jpg" rel="lightbox[3955]"><img class="alignnone size-full wp-image-3962" title="rachid4015" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/rachid40151.jpg" alt="" width="113" height="141" /></a><p class="wp-caption-text">Rachid Berradi, Foto di Dalila Sottani</p></div>
<p>Mi ha raccontato dei progetti che organizza come Coordinatore Sport dell’associazione Libera-Sicilia. Lavora nel quartiere Zen (Zona Espansione Nord), uno scherzo urbanistico dove sono imprigionati migliaia di bambini che non hanno a disposizione né aree verdi né strutture sportive o sociali e che vengono cresciuti nell’adesione ai valori della mafia e nell’odio per le forze dell’ordine e lo Stato. Recentemente ha organizzato due stage di atletica in cui gli allenatori erano dei carabinieri in borghese. Dopo alcuni giorni in cui si era creato un grande affiatamento tra i bambini e gli allenatori, in un momento di “chiacchiera” ogni allenatore ha rivelato la propria professione: la prima reazione dei bambini è stata di smarrimento e rifiuto, ma poi l’affiatamento che si era creato nei primi giorni ha preso il sopravvento e tutto è andato bene.</p>
<p>“Ho avuto più problemi con il secondo stage” mi ha spiegato Rachid, “perché appena sono arrivati gli ‘allenatori’, un bambino ha riconosciuto in uno di loro il carabiniere che aveva arrestato suo padre la sera prima! E così siamo stati scoperti. C’è voluto del tempo per convincerli ad accettare l’attività e alla fine siamo anche riusciti a fargli ammettere che chi sbaglia è giusto che paghi.”</p>
<p>Una volta hanno organizzato delle gare consegnando ai bambini partecipanti dei prodotti di “Libera terra”, sui quali era scritto “prodotto su terre confiscate alla mafia”. “Alcuni, i più educati, ce li hanno riconsegnati dicendo che non potevano tornare a casa con quei prodotti; altri li hanno versati nei bagni in segno di sfregio. Questo ci ha fatto riflettere sul lavoro che ci resta da fare…”</p>
<p>“Io penso che non è giusto che tanti bambini vivano così, senza possibilità. Non si sentono nemmeno parte della città, per loro Palermo è un luogo &#8216;altro&#8217;. In effetti non gli è stato dato nulla, in tutto il quartiere c’è solo una chiesa ma senza attrezzature, senza cortile. Lo Stato non è presente. Solo recentemente è stata aperta una caserma dei Carabinieri nel quartiere, dopo mille difficoltà dovute all’occupazione da parte dei senza casa dello stabile in via di ristrutturazione”.</p>
<p>Ha raccontato che suo padre teneva molto al fatto che facesse sport, magari la boxe, oltre al fatto che proseguisse gli studi dopo la scuola media. Ha iniziato a praticare l’atletica con l’aiuto degli insegnanti, e ha avuto grandissimi successi a livello internazionale.</p>
<p>Ora è guardia forestale e per due giorni alla settimana è distaccato sul progetto di Libera sulle aree confiscate alla mafia.</p>
<p>Parlava con grande equilibrio, riservatezza e persino umiltà delle attività che svolge. Le parole che mi venivano in mente mentre lo ascoltavo erano “normalità del bene”. Al momento della premiazione ci ha tenuto a sottolineare che lui non è una persona speciale, che è normale e che quello che fa lui lo fanno in tanti.<a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/berradi.jpg" rel="lightbox[3955]"><img class="alignright size-full wp-image-3956" title="berradi" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/berradi.jpg" alt="" width="219" height="320" /></a></p>
<p>E’ vero, Rachid, sono tanti che vivono la cittadinanza sul serio, in maniera critica, attiva e generosa come te, ma non so perché abbiamo sempre bisogno di ricordarcelo.</p>
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		<title>Intervista all&#8217;autore di fumetti Magdy El-Shafee</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 08:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Fumetti]]></category>
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		<category><![CDATA[rivoluzione egiziana]]></category>
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		<category><![CDATA[università orientale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho conosciuto il fumettista egiziano Magdy El-Shafee, l’autore della prima graphic novel in arabo, dal titolo Metro, alle giornate “Un mondo fatto a strisce” organizzate dall’università L’Orientale di Napoli. Ero curiosa di conoscerlo perché nel 2005 Magdy aveva partecipato al nostro Premio Africa e Mediterraneo per il migliore fumetto inedito di autore africano. La busta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho conosciuto il fumettista egiziano Magdy El-Shafee, l’autore della prima graphic novel in arabo, dal titolo <em>Metro</em>, alle giornate “Un mondo fatto a strisce” organizzate dall’università L’Orientale di Napoli. Ero curiosa di conoscerlo perché nel 2005 Magdy aveva partecipato al nostro Premio Africa e Mediterraneo per il migliore fumetto inedito di autore africano. La busta con il suo fumetto era stata bloccata in dogana a lungo e nonostante il nostro interessamento alla fine era arrivata dopo che la riunione della giuria si era già svolta. Ma la sua storia, sui rifugiati provenienti da paesi africani in guerra, era piaciuta molto in redazione e così lo avevamocontattato chiedendogli se voleva essere pubblicato nel catalogo delle migliori storie o passare all’edizione successiva.</p>
<p>Lui aveva optato per la pubblicazione e così la sua storia è entrata nel catalogo 2005-2006 del Premio Africa e Mediterraneo.</p>
<p>Nei giorni della rivoluzione egiziana il quotidiano <em>La Repubblica</em> ha pubblicato alcuni suoi disegni. La sua graphic novel <em>Metro</em> è ambientata al Cairo e parla di Shihab e Mostafa, due giovani che, bloccati da corruzione e banche nella loro attività imprenditoriale nel settore dell’informatica, rapinano una banca.</p>
<p>Nel fumetto si parla qua e là di manifestazioni, mentre viene raccontata come episodio chiave nella vita del protagonista una manifestazione finita con l’uccisione di diversi manifestanti da parte di picchiatori professionisti pagati dal regime. Leggendo ora questa storia, si possono riconoscere quegli elementi di disagio sociale e di insofferenza giovanile che sono stati raccontati come motivazioni durante la rivoluzione di gennaio-febbraio 2011.</p>
<p>Ho fatto a Magdi qualche domanda.</p>
<p><strong>Che formazione hai avuto e come sei arrivato al fumetto?</strong></p>
<p>Ho studiato farmacia ma ho sempre letto fumetti. Da bambino amavo i fumetti come Superman e Tin Tin, e ho sempre disegnato. Poi da ragazzo ho scoperto Hugo Pratt tradotto in arabo e mi ha conquistato, perché i suoi erano eroi complicati che facevano anche cose sbagliate. Leggevo le riviste <em>Charlie mensuel</em> [ndr: <em>Charlie</em> è la rivista francese analoga al nostro <em>Linus</em>, ma nata dopo 4 anni] e <em>Hara Kiri</em>. Mi piaceva tanto l’autore Golo, in queste riviste francesi, e un giorno nel 2000 scoprii al Cairo una mostra proprio sua, e questo mi diede una spinta ulteriore a dedicarmi al fumetto.</p>
<div id="attachment_3946" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/FUMETTO1.jpg" rel="lightbox[3944]"><img class="size-medium wp-image-3946" title="FUMETTO1" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/FUMETTO1-300x165.jpg" alt="" width="300" height="165" /></a><p class="wp-caption-text">Il personaggio del lustrascarpe, amico del protagonista, una delle vittime dell’ingiustizia sociale.</p></div>
<p>Nel 2003 ho seguito un workshop di fumetto alla American University del Cairo e cominciato a pubblicare la serie “Yasmin &amp; Amina” su <em>Alaa&#8217;Eddin</em>, supplemento settimanale dell’importante quotidiano <em>Al-Ahram</em>. Nel 2005 ho iniziato a collaborare con <em>el Dostour</em>, una testata liberale, fino alla sua chiusura da parte del governo.</p>
<p>Nel frattempo avevo cominciato a lavorare alla storia di <em>Metro</em>, ma non concludevo, andavo avanti lentamente. La partecipazione al vostro Premio Africa e Mediterraneo, con la selezione della mia storia per la pubblicazione, mi ha dato una grande spinta. Ho mostrato il catalogo al critico El-Labad, che mi seguiva, e che mi disse: adesso devi finire il tuo fumetto e pubblicarlo!</p>
<p><strong>Il tuo fumetto fa capire molto delle cause della rivoluzione egiziana.</strong></p>
<p>Avevo l’idea da tanto tempo di parlare del fatto che le persone si sentivano senza speranza, senza vie di uscita, perché non pensavano che si potesse cambiare la situazione.</p>
<div id="attachment_3947" class="wp-caption alignright" style="width: 306px"><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/FUMETTO2.jpg" rel="lightbox[3944]"><img class="size-full wp-image-3947  " title="FUMETTO2" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/05/FUMETTO2.jpg" alt="" width="296" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Le immagini più “hot” del fumetto Metro, la scusa per censurarlo.</p></div>
<p>L’ingiustizia sociale in Egitto è tremenda. E così nel 2007 ho finito il fumetto e in gennaio 2008 è uscito con un piccolo editore, Dar El Malameh, non molto forte nella distribuzione. E’ stato stampato in un migliaio di copie. Poi ci fu uno sciopero lanciato dagli attivisti on line attraverso facebook, che ebbe un grande successo ed era la prima volta in cui i social network dimostravano di saper muovere le persone dal basso. Questo evento aumentò arresti e sospetti e anche casa mia fu perquisita. Fui minacciato e il libro fu sequestrato. Raccolsero tutte le copie che erano in giro. Ne avevamo vendute circa 700 copie su 1000. E fui denunciato per avere inserito scene “pornografiche” e personaggi somiglianti a uomini politici reali.</p>
<p>Dopo 2 anni di processo io e l’editore fummo condannati a pagare una multa.</p>
<p><strong>La censura è stato forse lo spunto di un grande successo, il fumetto è stato pubblicato in Italia e ora è in uscita negli USA. Disegnerai un’opera sulla rivoluzione egiziana?</strong></p>
<p>In Italia il libro è uscito con Il Sirente, mentre negli stati uniti stiamo pubblicando con Metropolitan Books. Durante le manifestazioni pensavo: devo scrivere una graphic novel sulla rivoluzione, ma ora invece sono completamente senza ispirazione, per ora mi sento di non fare niente, perché non si capisce ancora come finirà. Dobbiamo digerire tutto quello che è successo, e capire come si evolverà la situazione.</p>
<p><strong>Che ci dici della situazione dell’Egitto?</strong></p>
<p>Ciò che è stato fatto in Egitto è stato fatto da amici, da studenti, ed è stato frutto dell’esistenza di Internet, di una cultura sempre più aperta e partecipativa. Adesso dobbiamo andare verso una lotta finale, una corsa finale, per completare il processo. C’è stata la rivoluzione che è stata come una scintilla, ma le prossime elezioni saranno cruciali perché quello che abbiamo fatto non ci venga rubato. I partiti a sfondo religioso sono molto organizzati, e se durante la fase della rivoluzione non sono stati dominanti, perché la spinta era democratica, laica e plurale, ora si stanno muovendo e possono appropriarsi di quanto abbiamo realizzato noi.</p>
<p>Noi invece vogliamo un Egitto per tutti gli egiziani e non per una sola corrente politica o religiosa.</p>
<p>Sandra Federici</p>
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		<title>Laboratorio di scrittura creativa interculturale 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 10:01:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Federici</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Exs&tra]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
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		<description><![CDATA[﻿Fino al 20 marzo è possibile iscriversi al laboratorio di scrittura dell&#8217;Associazione Eks&#38;tra. Questa associazione è stata la prima in Italia ad occuparsi di letteratura migrante con un premio che ha &#8220;scoperto&#8221; alcuni dei maggiori &#8220;scrittori migranti&#8221; presenti in Italia come Gezim Hajdari, Yousef Wakkas e Tahar Lamri. Ho letto il libretto Passaparole pubblicato dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/03/libropassaparole.jpg" rel="lightbox[3747]"><img class="alignright size-full wp-image-3749" title="libropassaparole" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/03/libropassaparole.jpg" alt="" width="211" height="321" /></a>﻿Fino al 20 marzo è possibile iscriversi al laboratorio di scrittura dell&#8217;Associazione <a href="http://www.eksetra.net/home/home.php" target="_blank">Eks&amp;tra</a>. Questa associazione è stata la prima in Italia ad occuparsi di letteratura migrante con un premio che ha &#8220;scoperto&#8221; alcuni dei maggiori &#8220;scrittori migranti&#8221; presenti in Italia come Gezim Hajdari, Yousef Wakkas e Tahar Lamri. Ho letto il libretto <em>Passaparole</em> pubblicato dopo il laboratorio del 2010 e alcuni racconti mi sono piaciuti molto. Copio qui sotto un brano da uno di quei racconti, <em>&#8220;… i miei, i tuoi e di tutti gli altri&#8221;</em>, di Rosa Manrique, perché fa un accenno al &#8220;fare l&#8217;Italia&#8221; che, visto che ci avviciniamo al 17 marzo, 150esimo dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, ci pungola un po&#8217;.</p>
<p><em>È bello viaggiare, quando fai il turista è differente, non ti devi “integrare”, non devi preoccuparti di nascondere la tua diversità, la tua originalità, il turista è sempre benvenuto. Come cambiano le cose invece quando ti devi fermare. Ogni giorno sempre c’è qualcosa o qualcuno che ti fanno ricordare che sei straniero. Che la tua casa, i tuoi amici, la tua famiglia non sono lì. Perché l’esotico è bello da vedere nei safari, allo zoo, nei musei, nei documentari. Ma non a casa tua, la deturpano, la rendono pericolosa. Come puoi integrarti in un posto che rifiuta l’essere diverso? Io vorrei sentirmi a casa, ogni giorno: non è questo il segnale più forte di integrazione?</em><em> Aspettai per un momento in silenzio guardando i mille volti diversi, chiusi gli occhi e ripensai a tanti eventi che non dimenticherò mai, come quando ero sull’autobus in direzione del lavoro. I controllori salirono chiedendo i biglietti ai passeggeri, ma questa volta controllavano solo gli stranieri. A tale stranezza rispose uno con una bella tunica colorata, chiese che venissero controllati tutti i biglietti; i controllori si rifiutarono, ecco che iniziarono le proteste. L’autista si vide obbligato a intervenire per il troppo disordine. Per calmare la situazione, si cominciò a controllare tutti. Risultato: sette italiani senza biglietto. Addirittura i controllori volevano fermare l’autobus per farglielo comprare, che scandalo! E nuovamente iniziarono le proteste. Alla mia fermata scesi indignata da tale prova di discriminazione ma contenta di essere stata partecipe. Perché se l’Italia non la fanno gli italiani, l’Italia la facciamo noi.</em></p>
<p>INFO:  Sono aperte fino al 20 marzo 2011 le iscrizioni alla quarta edizione del laboratorio di scrittura creativa interculturale, ideato dal Dipartimento di Italianistica dell&#8217;Università di Bologna e dall&#8217;Associazione interculturale Eks&amp;Tra.<br />
Aperto a cittadini, italiani e migranti, con la passione per la scrittura, il Laboratorio di scrittura creativa<br />
interculturale si svilupperà per un totale di quattro moduli di carattere teorico-pratico.<br />
Gli incontri si svolgeranno il venerdì pomeriggio e il sabato mattina presso l’Aula Forti del Dipartimento<br />
di Italianistica dell’Università di Bologna, via Zamboni 32 a Bologna, nelle seguenti date: 1-2 aprile, 15-16caprile, 6-7 maggio, 27-28 maggio.<br />
Al sito www.eksetra.net è disponibile il modulo di iscrizione, da compilare e inviare on line.<br />
La partecipazione al laboratorio è gratuita e sono previsti al massimo 40 partecipanti.<br />
il Laboratorio sarà realizzato sotto la direzione scientifica del Prof. Fulvio Pezzarossa, docente di Sociologia della letteratura presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, con il coinvolgimento dei tutor: Christiana de Caldas Brito (Brasile), Livia Bazu (Romania), Pina Piccolo (italo-americana).<br />
Anche quest’anno è prevista la realizzazione di una pubblicazione cartacea con i racconti dei partecipanti al laboratorio ritenuti meritevoli di pubblicazione. I racconti verranno inoltre pubblicati on line sul sito<br />
dell’Associazione Eks&amp;Tra www.eksetra.net.<br />
Contatti: eksetra@libero.it &#8211; cell. 333/6723848</p>
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		<title>Imagine… l’8 marzo su Arab News</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 12:31:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Federici</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Arab News]]></category>
		<category><![CDATA[condizione della donna]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[Somayya Jabarti]]></category>
		<category><![CDATA[tutore legale]]></category>

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		<description><![CDATA[Si può leggere oggi un interessante articolo sul sito di Arab News, il principale quotidiano in lingua inglese pubblicato in Arabia Saudita, sul tema della Giornata internazionale della donna. La giornalista Somayya Jabarti, ispirandosi alla canzone di John Lennon, intitola l’articolo “Immagina se le donne potessero guidare…” E continua: immagina che sia l’anno 3000 e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si può leggere oggi un interessante articolo sul sito di Arab News, il principale quotidiano in lingua inglese pubblicato in Arabia Saudita, sul tema della Giornata internazionale della donna. La giornalista Somayya Jabarti, ispirandosi alla canzone di John Lennon, intitola l’articolo <a href="http://arabnews.com/opinion/columns/article306202.ece?comments=all#comments" target="_blank">“Immagina se le donne potessero guidare…”</a> E continua: immagina che sia l’anno 3000 e le donne guidano la macchina in Arabia Saudita. Vanno a prendere i bimbi da scuola, fanno un po’ di spesa, e vanno al lavoro.</p>
<p>Poi inizia il racconto della vita di un’avvocata (di cui, dice, è tutto vero tranne il fatto di guidare da un luogo all’altro). Elenca la lista delle “cose da fare oggi”: la stazione di polizia, il dipartimento dei passaporti, la banca, il villaggio turistico. Alla stazione di polizia l’avvocata ha pagato la cauzione di una donna incarcerata e presenta la pratica per farla scarcerare. E scatta la domanda del silenzioso e impassibile uomo in uniforme “Lui dov’è?”  “Chi?” “Il tutore legale maschio. Se non c’è, lei resta in cella”. Si reca dal giudice per fare valere i diritti della sua cliente ma questo non vuole né vederla né ascoltarla perché è una donna.</p>
<p>Arrabbiata, la protagonista si reca al dipartimento dei passaporti per rinnovarlo. “Dov’è il tuo tutore legale maschio?” chiede l’impiegato. “E’ solo per un rinnovo.” “Non importa, ci vuole un marito, un fratello, uno zio. Tu non puoi.”</p>
<p>Furiosa, va alla banca con sua figlia diciassettenne per aprire un conto. Ma anche qui, la sua figura non vale niente, la minore ha bisogno di un “legal male guardian” per aprire un conto.</p>
<p>Con la pressione a mille, va in un resort sulla spiaggia con la figlia, ma anche qui non può entrare, e nemmeno noleggiare una barca, perché non ha il formulario firmato dal suo tutore legale maschio.</p>
<p>Conclusione, in Arabia Saudita:</p>
<p>Solo un uomo può far uscire una donna dalla prigione</p>
<p>Solo un uomo può vedere e parlare con un giudice</p>
<p>Solo un uomo può aprire un conto bancario per il proprio figlio</p>
<p>Solo un uomo può noleggiare una barca</p>
<p>Solo un uomo…</p>
<p>Siamo adulte noi? Si chiede alla fine.</p>
<p>Ma è interessante anche la successione dei <strong>commenti dei lettori</strong>, tutti molto positivi, tranne qualche rara voce che recita predicozzi del tipo:</p>
<p>“L’articolo è scritto come se andare alla stazione di polizia, passaporti, banca, resort fossero le sole importanti questioni nella vita di una donna.”</p>
<p>“Cara Sorella, guarda cosa è diventata New Dehli. Nessuna donna è al sicuro là. La maggior parte di quelle che sono state aggredite o erano al lavoro o stavano ritornando dal lavoro (Non mi credi? Vedi Google Times di India Newspaper)”</p>
<p>“L’Islam ha dato alle donne più diritti di ogni altra religione: Le persone che chiedono questi diritti sono spiriti corrotti che vogliono vedere le donne fuori nelle strade cosicché i loro corrotti desideri siano soddisfatti. Per queste persone dubbiose Allah ha ordinato l’INFERNO.”</p>
<p>Che dire? Auguri per l&#8217;8 marzo alle cittadine dell&#8217;Arabia Saudita&#8230; Ne hanno bisogno, ma vediamo che il pensiero intelligente e le parole circolano, quindi bisogna essere ottimiste.</p>
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		<title>Breve ricordo dell&#8217;artista Goddy Leye</title>
		<link>http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/breve-ricordo-dellartista-goddy-leye/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 09:43:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Art Bakery]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea africana]]></category>
		<category><![CDATA[Douala]]></category>
		<category><![CDATA[Goddy Leye]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 19 febbraio 2011 l’artista camerunese Goddy Leye è morto dopo una breve malattia all’ospedale di Bonassama a Douala. Era uno dei più conosciuti artisti africani, presente in numerose mostre e progetti sull’arte contemporanea africana e internazionale, e promotore lui stesso di iniziative artistiche importanti, punto di riferimento per tanti artisti, non solo in Camerun. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 febbraio 2011 l’artista camerunese Goddy Leye è morto dopo una breve malattia all’ospedale di Bonassama a Douala.<br />
<a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/02/CracoviaBasLouter.jpg" rel="lightbox[3705]"><img title="Goddy Leye a Cracovia, foto di BasLouter" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/02/CracoviaBasLouter.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Era uno dei più conosciuti artisti africani, presente in numerose mostre e progetti sull’arte contemporanea africana e internazionale, e promotore lui stesso di iniziative artistiche importanti, punto di riferimento per tanti artisti, non solo in Camerun. Nel 2003 aveva iniziato il progetto Art Bakery, un programma di residenze artistiche ospitato nel suo studio di Bonendale, vicino a Douala.</p>
<p>Goddy Leye realizzava soprattutto video e video installazioni.</p>
<p>Il suo lavoro si concentra sui temi della memoria, della costruzione della storia, dell’identità, del postcolonialismo, sulle trasformazioni urbane.</p>
<p>Oltre che per la sua importanza nell&#8217;arte contemporanea, lo ricordiamo come un intellettuale colto, intelligente e gentile.</p>
<p>Alcune frasi dal suo sito (http://goddyleye.lecktronix.net/):</p>
<p><em>My work is about MEMORY. I am interested in stories and histories, myths and mysteries lying underneath the surface of things, events , places, people.</em></p>
<p><em>Having been born and bred in an environment where the past was either forbidden or intentionally distorted in order to create a schizophrenic mind in the post-colony, I guess there has always been/there is still, the need to rewrite HISTORY.</em></p>
<p><em>For a decade now, I have been busy exploring my memory</em></p>
<p><em><a href="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/02/ArtBakeryPhoto-012.jpg" rel="lightbox[3705]"><img class="alignright size-full wp-image-3711" title="La sede della residenza Art Bakery" src="http://www.africaemediterraneo.it/blog/../public/2011/02/ArtBakeryPhoto-012.jpg" alt="" width="1200" height="900" /></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<div><span style="color: #0000ee; -webkit-text-decorations-in-effect: underline;"><br />
</span></div>
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		<title>Appunti sulle sollevazioni arabe</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 11:55:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di Sandra Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un articolo del sociologo e saggista Adel Jabbar che traccia una interessante analisi delle rivolte di Egitto e Tunisia. In questa analisi dello storico cambiamento a cui stiamo assistendo, apprezziamo in particolare i punti 5 e 6, dove si  propongono interpretazioni che danno fiato alla speranza che inizi un nuovo e più autentico rapporto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo un articolo del sociologo e saggista <strong>Adel Jabbar</strong></em><em> che traccia una interessante analisi delle rivolte di Egitto e Tunisia.</em></p>
<p><em>In questa analisi dello storico cambiamento a cui stiamo assistendo, apprezziamo in particolare i punti 5 e 6, dove si  propongono interpretazioni che danno fiato alla speranza che inizi un nuovo e più autentico rapporto tra cittadini del mondo arabo e dell&#8217;Occidente, a cominciare dai giovani.</em></p>
<p>14 gennaio 2011: E’ questa la data che segna la svolta tanto agognata dalle moltitudini dei paesi arabi, in cui  il despota (al-taghiya) Ben Ali è fuggito. Il tiranno  che ha tenuto in ostaggio la Tunisia per ben 23 anni non c’è più.</p>
<p>25 gennaio 2011: E’ stato il giorno in cui in Egitto la gioventù ha accolto l’invito del movimento giovanile 6 aprile a manifestare per porre fine al strapotere di un altro  dittatore arabo che ha fatto delle leggi di emergenza una sistematica prassi di governo trasformando l’intero paese di ben ottanta milioni di cittadini in una tenuta di famiglia.</p>
<p>Queste due date indicano una radicale rottura con decenni di stagnazione, che rischiava di diventare un aspetto peculiare delle società arabe. Le proteste (al-tadhahurat) l’insurrezione (al-wathba), la sollevazione (l’intifada) e la rivoluzione (al-thawra) che stanno attraversando l’intera area araba, dalla Mauritania fino allo Yemen, evidenziano il desidero di una primavera di rinascimento (nahdha), delle popolazioni e la volontà di riscatto oltre che  di rinnovamento (tajdid). Questi accadimenti avvengono dopo un lunghissimo periodo caratterizzato da infinite angherie, repressioni, persecuzioni, impoverimento generale dell’intera società ad eccezione di una  ristretta cerchia di familiari e di cortigiani. Sono stati anni di arretramento politico e socioculturale,  di pesanti sconfitte sul piano della politica estera e della perdita di sovranità. L’intero mondo arabo, in effetti,  si è ritrovato, di nuovo, a subire dei condizionamenti che rimandano alla memoria l’epoca coloniale.</p>
<p>Grazie ai movimenti giovanili milioni di abitanti dell’area araba, cominciano in questi giorni a scorgere la fine del tunnel e a intravedere la luce di un nuovo e necessario risveglio (sahawa).</p>
<p>Gli avvenimenti che stanno scuotendo  le società arabe e travolgendo i vari vassalli e satrapi dimostrano:</p>
<p>1) che le popolazione hanno superato  la paura che li ha paralizzati per decenni e, di fatto hanno trovato la forza di  sconfiggere la cultura dell’intimidazione e del terrore  che i tiranni  hanno usato e usano  come unico modo per governare;</p>
<p>2) che  le élite,   spesso  secolari,  non  sono altro che combriccole familistiche di stampo mafioso;</p>
<p>3) che i poteri dell’occidente democratico hanno sostenuto regimi corrotti e violenti mettendo in primo piano i propri interessi materiali dimenticando del tutto la cultura dei diritti umani, della quale fanno uso, non di rado, in termini meramente strumentali;</p>
<p>4) una  maturità e una  consapevolezza politica delle fasce giovanili smarcata da riferimenti ideologici novecenteschi;</p>
<p>5) che  larghi settori assumono la nonviolenza e la disobbedienza civile come prassi per rivendicare i propri diritti e  la propria dignità, quindi smentendo e confutando il luogo comune che vuole le società arabe  imbevute  di violenza e di fanatismo religioso, appiattendo  l’immagine degli arabi sulla figura di Bin Laden e di al-Qa‘aida;</p>
<p>6) l’assenza di retorica anti occidentale – non sono stati presi di mira né interessi né persone né simboli occidentali – e il sapere parlare un linguaggio transculturale in grado di comunicare in un mondo di differenze e di molteplicità attraverso parole d’ordine quali dignità, libertà e giustizia.</p>
<p>In molti  si chiedono quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni. Si può tentare sommariamente di indicare due plausibili cambiamenti,  uno di natura interna e l’altro di natura esterna. Relativamente alla realtà interna, si potrebbe avviare un corso politico caratterizzato  dal riconoscimento di soggetti politici diversi che tenderanno a posizionarsi in un primo momento nel nuovo scenario creatosi e in un secondo momento competeranno per l’acquisizione del consenso popolare  tramite le urne. In questo panorama le varie e variegate visioni di stampo islamico giocheranno certamente  un ruolo significativo, tuttavia non si tratterebbe di un ruolo totalizzante e egemonico, a differenza di quello che sostengono alcuni analisti.</p>
<p>Anche se qualche formazione islamica occuperà una posizione determinante nei nuovi assetti sarà comunque molto vicina all’esperienza dell’attuale compagine turca democratico-islamica e quindi avrà delle similitudini con  alcune delle esperienze democratiche cristiane in Europa. Riguardo al secondo aspetto, cioè quello esterno, i cambiamenti  che avverranno saranno più lenti e si svilupperanno con una certa cautela.</p>
<p>Uno dei cambiamenti prevedibili riguarderà un ripensamento delle relazioni interarabe in funzione di una maggiore collaborazione al fine di ripristinare un qualche ruolo sulla scena mondiale e acquisire un peso politico rispetto alcuni temi caldi e sensibili, come per esempio la questione del popolo palestinese, la situazione della Somalia e i rapporti con l’Iran. In oltre si cercherà di smarcarsi da alcune decisioni della politica statunitense e di trovare una voce autonoma, senza doversi appiattire sulle scelte di Washington com’è avvenuto negli ultimi decenni (per esempio la partecipazione alla guerra contro l’Iraq, l’appoggio alla guerra contro l’Afghanistan e l’adesione ad un eventuale attacco contro l’Iran).</p>
<p>Quello che è certo e lo dimostrano gli accadimenti in atto, è che le genti arabe hanno già conquistato un ruolo determinante nell’agenda politica sia nazionale che internazionale, avendo oggi una perfetta consapevolezza del proprio ruolo, dei propri diritti e della propria dignità.</p>
<p>Adel Jabbar</p>
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