03 settembre 2013

Il progetto “Screens – Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio visti dal Sud” continua con i laboratori di fotografia realizzati dai nostri partner del Sud

Primo giorno di workshop a Vittoria, in Sicilia

Baudouin Mouanda viene dalla Repubblica del Congo ed è uno dei fotografi più attivi nella documentazione della situazione del suo paese. In questi giorni sta lavorando in tre luoghi europei “di frontiera”, per scattare foto e raccontare nuove storie, lavorare con i fotografi locali e i giovani delle associazioni, e consegnare una sua visione della “terra dei sogni” che è l’Europa per gli africani. È stato invitato da Africa e Mediterraneo nell’ambito del progetto europeo “Screens – Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio visti dal Sud”, per il ciclo di incontri e seminari di scambio Nord- Sud previsti nei tre paesi partner: Ungheria, Malta e Italia.

Baudouin Mouanda, che è presidente del Collettivo di fotografi Génération Elili, è accompagnato nel suo tour europeo da Jeanne Mercier, co-fondatrice di Afrique in visu, prima piattaforma partecipativa dedicata alla fotografia di autori africani. Insieme stanno realizzando dei laboratori fotografici rivolti ai cittadini delle tre municipalità che ospitano gli incontri: Mátészalka (Ungheria), Siġġiewi (Malta) e Vittoria (Sicilia). I workshop offrono ai partecipanti una conoscenza teorica sulla fotografia per poi guidarli nella realizzazione di un reportage e di un lavoro collettivo sui luoghi di interesse visitati durante le uscite in programma.

I workshop vogliono anche essere un’occasione di incontro e confronto tra i partecipanti e gli esperti del Sud, chiamati ad affrontare diversi temi, dagli Obiettivi del Millennio alle tematiche più spinose dell’immigrazione e dell’emigrazione, un’occasione per riflettere e condividere le proprie esperienze esplorando il linguaggio artistico dell’immagine e della fotografia.

Le attività, infatti, si concluderanno con la visita dei centri di accoglienza per rifugiati che hanno sede nei tre paesi partner del progetto. L’obiettivo è di cogliere gli aspetti più salienti della vita dei rifugiati, ponendo al centro del servizio il loro viaggio e le esperienze di vita degli stessi. I fotografi cercheranno di mettere a confronto le storie dei rifugiati arrivati a Pozzallo (Sicilia) con quelle dei rifugiati arrivati a Mátészalka e Malta, oltre a quelle dei campi africani già incontrati da Jeanne Mercier e Baudouin Mouanda.

I laboratori si concluderanno il 4 settembre con l’ultima tappa siciliana dei due fotografi. A breve potremo condividerne i risultati, per ora vi proponiamo le foto dei “lavori in corso” pubblicate sulla nostra pagina Fb “Mdg Screens”.

Per avere maggiori informazioni sul progetto vi invitiamo a consultare il sito di riferimento www.mdgscreens.eu e la sua pagina Facebook: Mdg Screens.

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10 maggio 2011

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio a quattro anni dal loro traguardo. Intervista a Giorgia Giovannetti sul Rapporto Europeo di Sviluppo del 2010

in: Politica

Nonostante il 2015 sia sempre più vicino, anno in cui è stato previsto il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM), la maggior parte dei paesi a basso reddito e in via di sviluppo sono ancora in preda a fragilità ed emergenze, e c’è ancora molto da fare per avvicinarsi agli otto obiettivi dichiarati nel 2000.

I progressi economici, umani e sociali compiuti fin ora in direzione del raggiungimento degli OSM sono continuamente messi in difficoltà non solo dalle continue crisi e shock (alimentare, dei carburanti, e ora economica e finanziaria) che coinvolgono i paesi fragili, in particolare quelli dell’Africa Sub Sahariana, ma anche dai costi di una governance debole e poco autonoma. Questi shock stanno minando il raggiungimento degli OSM, e fanno crescere la domanda di nuovi e più efficienti programmi di protezione sociale in molti paesi africani. La protezione sociale – che è sempre più riconosciuta come un efficace strumento per proteggere le persone dai rischi e ridurne la vulnerabilità – sta quindi rapidamente diventando una priorità nei programmi di sviluppo, sia per i donatori sia per i governi locali.

Il Rapporto europeo sullo sviluppo del 2010 (ERD) esamina la necessità e la possibilità di espandere la protezione sociale nell’Africa Sub Sahariana; ne analizza altresì la fattibilità e il probabile impatto sullo sviluppo. In contrasto con l’opinione secondo cui l’Africa Sub Sahariana non può permettersi protezione sociale, i paesi africani hanno promosso, e attuato con successo in tutta la regione, approcci innovativi alla realizzazione di programmi in materia. L’incertezza che ha seguito le recenti crisi, d’altro canto, acuisce il bisogno di misure in grado di proteggere la popolazione africana dai rischi e dagli shock e misure che riducano la povertà e promuovano lo sviluppo umano.

In questo contesto, l’ERD offre l’opportunità di fare un bilancio della situazione, imparando dalle esperienze passate, e di suggerire all’Unione Europea e ai suoi Stati membri le priorità da adottare. La protezione sociale, che è il fondamento stesso del modello sociale europeo, dovrebbe diventare parte integrante delle politiche di sviluppo dell’UE e del suo impegno verso una dimensione sociale della globalizzazione.

Durante l’ultima presentazione dell’ERD in occasione del Day of Action on Social Protection qui a Bruxelles, abbiamo avuto modo di discuterne con Giorgia Giovannetti, professoressa ordinaria all’Università di Firenze e all’European University Institute, dove è direttrice scientifica del Rapporto Europeo sullo Sviluppo.

Ecco le sue risposte alle nostre domande:

Qual è il nocciolo del Rapporto Europeo sullo Sviluppo del 2010?

L’ERD 2010 è incentrato in modo particolare sulla protezione sociale. A nostro parere infatti avere sistemi di protezione sociale anche nei paesi poveri dell’Africa Sub Sahariana è possibile se vi è la volontà politica di farlo. I costi di alcuni programmi non sono alti e i benefici sono molti, soprattutto perché si possono avere degli effetti moltiplicatori molto importanti. Si possono sostituire i programmi più complicati che richiedono un apparato burocratico estremamente efficiente (come i conditional cash transfers- trasferimenti condizionali), con programmi più semplici, come le pensioni universali, o trasferimenti dove sia semplice individuare i beneficiari (come i child benefits ad esempio).

È importante mettere in evidenza che avere protezione sociale è possibile anche nei paesi poveri, nonostante questo in un certo senso vada contro l’opinione comune che tende ad accentuare il problema dei costi e della sostenibilità nel tempo. Naturalmente i governi e i donatori devono porsi il problema della sostenibilità, eppure, come dimostrato nel rapporto attraverso una serie di calcoli e di ipotesi, le pensioni o la sanità nazionale sono alla portata.

La conditio sine qua non è però che i governi si convincano dell’importanza della protezione sociale, devono essere loro a “impadronirsi” dei programmi e deciderli a livello nazionale, non possono essere imposti dai donatori, altrimenti sono destinati a fallire. Le nostre parole chiave infatti sono ownership (proprietà) dei programmi e partnership fra donatori e governi nazionali. I donatori dovrebbero avere un ruolo solo in fase di transizione, ma nel lungo periodo i programmi di protezione sociale devono fare conto solo sulle risorse interne dei paesi e non sugli aiuti, spesso poco affidabili.

Ci sono stati dei progressi rispetto all’ERD del 2009?

Il rapporto del 2009 si occupava per lo più di paesi in situazione di conflitto o fragilità. Sono proprio questi i paesi per i quali la protezione sociale è più necessaria, ma anche molto più difficile da progettare… i progressi sono lenti, si tratta di un’area dove c’è ancora molto da fare.


Perchè il rapporto del 2010 è stato focalizzato sulla social protection?

Ci sono molte motivazione e tutte molto importanti.

Sicuramente ha contato il clima di incertezza prevalente a livello economico (le tre crisi), politico, ambientale. Nelle situazioni di incertezza si avverte maggiore necessità di misure che da un lato proteggano gli individui (le famiglie, le comunità, i paesi e i continenti) contro il rischio, ma dall’altro aiutino a promuovere lo sviluppo e a ridurre la povertà. La protezione sociale ha proprio questi molteplici obiettivi: aiuta le famiglie a reagire agli shock e ad evitarne le conseguenze di lungo periodo. Grazie a misure di protezione sociale le famiglie possono continuare a mandare i bambini a scuola, non vendere le attività, gli animali che danno loro da vivere, ecc… e quindi limitano i danni di quelle situazioni nelle quali le reti di sicurezza sociale private, come le rimesse o l’assicurazione informale sono insufficienti.

Non solo, la protezione sociale aiuta le società ad uscire da circoli viziosi di povertà e vulnerabilità e a costruire quella resilienza necessaria per uscire dalle trappole della povertà.

Infine, anche se su questo non c’è un’evidenza empirica, la protezione sociale aumenta la coesione sociale e, in linea di massima, fa aumentare la legittimazione dei governi che fanno vedere di avere a cuore i propri cittadini. Come dicevo, c’è poca evidenza empirica, ma ci sono aneddoti e alcune situazioni dove la protezione sociale è stata usata per smussare situazioni difficili: in Kenya dopo le elezioni, in Sierra Leone con dei programmi di public works per ex combattenti, in Colombia dove Familias en accion ha avuto un impatto positivo sul capitale sociale.


Può fare una valutazione sullo stato di avanzamento del percorso per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio?

La situazione è molto diversa sia tra paesi sia tra obiettivi. Sicuramente però si può dire che passi avanti sono stati fatti, nonostante la crisi economica e la crisi dei prezzi delle materie prime alimentari. Purtroppo i dati sono vecchi ed esistono solo delle proiezioni per il 2010, comunque la povertà sembra essere diminuita ovunque meno che nei paesi in situazione di fragilità e conflitto dove invece è aumentata notevolmente. Progressi si registrano in quasi tutti gli obiettivi del millennio, salvo per la mortalità materna, su cui bisogna ancora lavorare molto.


Che tipo di ripercussioni ha avuto la crisi economica globale sul raggiungimento degli OSM?

La crisi ha avuto effetti molto negativi, anche se non ci esistono stime molto affidabili ed è comunque difficile sapere cosa sarebbe successo se non ci fosse stata la crisi. Tuttavia la crisi finanziaria ha avuti effetti inferiori al previsto sui paesi più poveri, anche grazie al ruolo trainante della Cina sia in Africa che nel Sud Est Asiatico.


Secondo lei quali obiettivi si realizzeranno da qui al 2015?

Non saprei, è troppo difficile fare previsioni. Ciò che mi preme piuttosto è sapere se siamo sul giusto sentiero di aggiustamento, non se arriviamo davvero ad un numero che è comunque scelto in modo arbitrario. Bisogna guardare allora alla direzione e alla velocità di avvicinamento. E poi bisogna preoccuparsi se, come nel caso dei paesi fragili, si inverte una tendenza. Il fatto che la povertà in questi paesi sia aumentata è molto grave.


Come crede che vengono percepiti gli Obiettivi del Millennio dalle popolazioni del Sud del mondo che ne sono direttamente coinvolte?

Le popolazioni del Sud del mondo non sono interessate ai nomi o ai singoli obiettivi (alcuni per loro sono più importanti di altri, ma dipende tutto dal paese, dalla zona, dalle persone, dal sesso, dalle etnie…) ma al fatto che migliori la qualità della vita nei loro paesi, che diminuiscano le situazioni critiche di povertà, che si risolvano situazioni di mancanza di servizi essenziali (educazione, acqua, sanità..). Io credo che se si accorgono che l’attitudine dei donatori è costruttiva, su livelli paritetici e non imposta dall’altro, la percezione possa essere buona.

Olga Solombrino

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19 aprile 2011

Migranti e rimesse: una nuova chiave per lo sviluppo. L’esperienza del progetto SME

In Italia – forse in questo periodo più che mai – manca un terreno fertile per dialogare di migrazione partendo da angolature differenti. Eppure da più parti si sottolinea la necessità di andare oltre i classici stereotipi e cominciare a considerare tutte le dimensioni del fenomeno migratorio, magari a partire dalla sua importante funzione economica.

Le rimesse rappresentano il modo con cui i migranti iniettano risorse sui mercati del proprio Paese di origine. A differenza del passato, in cui ciò che riguardava migrazione non veniva associato ad alcun concetto di sviluppo, si assiste oggi ad un’inversione di tendenza e si guarda alle rimesse come elemento in grado di agire sulla disuguaglianza, sul mercato del lavoro, e sulla stratificazione sociale dell’area di origine.

Le rimesse, nonostante abbiano subito una decrescita a causa della crisi finanziaria degli anni scorsi, rappresentano ormai una fonte finanziaria globale e di crescita economica per diversi paesi, il cui potenziale purtroppo non è ancora pienamente sfruttato.

Queste infatti, proprio per loro genesi, rimangono spesso attaccate a dinamiche familistiche di piccola solidarietà e mantenimento, e con difficoltà riescono a distaccarsene e trasformarsi in investimento per il futuro, base per il ritorno produttivo in patria. Ciò risulta causato da molteplici fattori, in primo luogo l’attaccamento alla tradizione, che diventa alle volte un vincolo troppo forte, ma anche e soprattutto la difficoltà, da parte di un cittadino straniero, di comprendere le opportunità dei suoi investimenti e di entrare in contatto con la complicata burocrazia bancaria.

È nato da qui il progetto SME: Support Migrants’ Entrepreneurship, lanciato da Veneto Lavoro, co-finanziato dall‘IFAD- International Fund for Agricultural Development in collaborazione con Veneto Banca, Regione Veneto, Banca Etica, Consorzio Etimos e Fundatia Dezvoltarea Popoarelor Prin Sustinere Reciproca (Romania), e che dal 2009 opera in Veneto, Romania e Moldova.

Esso si focalizza sulla “diaspora imprenditoriale” come fattore che contribuisce alla creazione di lavoro e allo sviluppo socio-economico delle nazioni di origine e di destinazione.

Lo scopo del progetto è infatti quello di porre le basi per la creazione di un ambiente sociale e finanziario favorevole alla capitalizzazione delle risorse migranti, e che le sostenga in prospettiva dell’avviamento di un progetto imprenditoriale al momento del ritorno nel Paese d’origine.

Questo può contribuire a uno sviluppo più sostenibile, in grado di favorire la lotta alla povertà, soprattutto nelle zone rurali.

Attraverso un network transnazionale che offre conoscenze e strumenti bancari per facilitare il trasferimento di rimesse e risparmi, e la creazione di un fondo di garanza affidabile, il progetto si propone di fornire assistenza tecnica a tutti coloro che vorrebbero aprire un’attività imprenditoriale nella madrepatria, e che fino ad ora non ci sono mai riusciti, per scarsità di conoscenze, fondi e alfabetizzazione finanziaria. Non solo denaro quindi, ma anche circolazione delle conoscenze e soprattutto braingain, ovvero sfruttare il potenziale delle conoscenze formate nella diaspora, rimettendole a disposizione per progetti che possano creare sviluppo in patria. Si sviluppa così un modello di sviluppo circolare in cui il momento della migrazione può diventare una risorsa ed un valore aggiunto, un passo per realizzare progetti più ampi, piuttosto che essere relegato unicamente a via di fuga verso una speranza indefinita.

La conferenza finale, che si è tenuta al Comitato delle Regioni a Bruxelles il 5 aprile scorso, ha presentato i principali risultati e le lezioni apprese nei due anni di esperienza. In particolare è stato dato rilievo all’importanza della governance locale ed al coinvolgimento degli attori regionali, che, insieme ad un coordinamento multi-livello, diventano il perno su cui poggiare la trasformazione delle dinamiche migratorie in un fattore positivo e vincente, sia per le aree di origine e che per quelle di destinazione.

Il progetto ha raccolto il favore di molti neo-imprenditori rumeni e moldavi, ed è stato giudicato positivamente anche da altre comunità di migranti. Le problematiche connesse alla difficoltà di tradurre le rimesse e i risparmi in investimenti sono infatti condivise da tutte le comunità, e si rende sempre più necessaria l’introduzione di meccanismi che agevolino l’accesso dei migranti alle strutture finanziarie e che li supportino nelle stesure dei business plan, o dream plan, come quelli citati da Charito Basa del Filipino’s Women Council.

Il progetto, in chiusura nella primavera del 2011, ha finora finanziato idee imprenditoriali che hanno concorso in due categorie: “Eureka” e “Imprenditore nato”, e non c’è che confidare nell’ottima riuscita di queste attività e nel proliferare di nuove.

Simili al progetto SME, esistono altri progetti in Italia, diretti ad altre comunità migranti, come ad esempio quella senegalese. E’ il caso infatti del PLASEPRI: Platforme d’appui au secteur prive et a la valorisation de la diaspora senegalaise en Italie, una piattaforma di supporto agli investimenti dei senegalesi della diaspora avviata dal Governo italiano e da quello senegalese. Il programma assicura sostegno finanziario e assistenza tecnica allo sviluppo del settore privato valorizzando il potenziale economico della comunità senegalese in Italia, la più grande nella diaspora del Paese africano.

A questa piattaforma è poi collegato il nostro progetto Investir au Sénégal, volto a realizzare uno dei 5 “Punti informativi e di raccolta PLASEPRI” che aiutino gli imprenditori interessati presenti in Italia a inviare le proprie idee progettuali.

Il progetto copre le regioni Emilia Romagna, Sicilia e Sardegna ed ha l’obiettivo di fornire informazione sulle strategie di sviluppo economico del Senegal, le opportunità di business e sensibilizzare i potenziali imprenditori senegalesi residenti in Italia e italiani sulle opportunità date dal programma PLASEPRI, nonché di realizzare un’attività di accompagnamento e assistenza nella compilazione di progetti eleggibili.

Oltre al PLASEPRI è stato da poco avviato anche il progetto Su.Pa. – acronimo di Successful paths, supporting human and economic capital of migrants, che si propone di sostenere i percorsi di “ritorno produttivo” dei migranti senegalesi nel proprio Paese di origine, in particolare nella regione senegalese di Kaolack, cercando di rafforzare la cooperazione istituzionale nel campo dell’immigrazione tra le Regioni di origine e di destinazione coinvolte nel progetto, sradicare le difficoltà che presenta l’accesso al credito per i migranti e promuovere percorsi innovativi per sostenere il ritorno del capitale umano ed economico in Senegal.

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09 luglio 2010

“La carità che uccide” l’economista Dambisa Moyo a Bologna

Nouvelle image2Sono stata mercoledì 7 luglio alla Libreria Coop Ambasciatori di Bologna alla presentazione del libro La carità che uccide, dell’economista zambiana Dambisa Moyo, nell’ambito della rassegna Molteplicittà.

La Moyo è un’ottima oratrice, molto “americana” nello stile e nel modo di pensare, nel senso che ha una grande capacità di semplificare la realtà, a volte tralasciandone un po’ troppo la complessità. Minuta ed elegante, ha affascinato la platea presentando brillantemente il suo pensiero, indubbiamente molto azzeccato e difficile da confutare: siccome in Africa negli ultimi 60 anni sono stati inviati 1 trilione di dollari di aiuti e il risultato è che lo sviluppo economico è stato negativo e la povertà è aumentata, se ne deve dedurre che l’aiuto è nocivo per l’Africa.

Ha precisato che quando parla di aiuto si riferisce alla cooperazione governativa, escludendo l’aiuto umanitario e l’aiuto delle charity e delle ONG. Forse costretta dai tempi limitati di una presentazione, ha liquidato la complessa attività della cooperazione non governativa (anche nei campi della democratizzazione, dell’advocacy, dei diritti umani) nella definizione “l’aiuto che ognuno di voi può fare mandando 20 euro a una associazione o a un missionario in un Paese africano”.

Tra le cause di questo fallimento, definite da studi e statistiche, enumera la corruzione di tanti governi, il fatto che l’aiuto uccide l’imprenditoria, l’irresponsabilità dei governi africani che non devono rendere conto alle loro popolazioni del loro operato perché possono contare sull’aiuto economico e politico degli ex colonizzatori.

Insomma il mercato, il commercio, l’impresa possono essere stimolati in Africa solo se cessano gli aiuti, se si punta sul commercio, sul microcredito, sulle rimesse degli immigrati, e solo se gli Africani, governi e popolazioni, si rimboccano le maniche e imparano a fare da soli. Ha sintetizzato la filosofia dell’aiuto attraverso una definizione di George Bush, “the soft bigotry of low expectations” che indica la sfiducia nei confronti delle capacità degli Africani e dei neri, per cui se un nero è capace di avere successo e svolgere bene un lavoro ci si meraviglia.

Il suo punto di vista è strettamente economico, e tiene pochissimo in conto la cooperazione della Unione europea con i Paesi di Africa Caraibi Pacifico e altri paesi in via di sviluppo.

Ad esempio io ho fatto una domanda sui discussi Economic Partnership Agreement, che dovrebbero togliere i trattamenti preferenziali per l’esportazione in Europa dai Paesi ACP, e costringere i produttori di quest’area a combattere contro le multinazionali in un mercato totalmente libero, ma lei non ha praticamente risposto. Si è riferita all’accordo Everything but Arms dicendo che è fallito perché i Paesi occidentali si sono concentrati in base ai loro interessi su pochi Paesi e su pochi prodotti. Ma ho avuto la sensazione che non fosse molto informata sul dibattito EPA.

Comunque il suo libro ha venduto moltissimo, perché evidentemente risponde al forte bisogno di criticare l’inefficienza degli aiuti e la corruzione dei governi africani e, come mi ha detto dopo la fine dell’incontro l’attivista colombiano Manuel Rozental presente tra il pubblico, il fatto che lei, economista, di un paese come lo Zambia, poco più che trentenne e così minuta, dica queste cose chiaramente in faccia ai potenti del mondo, è semplicemente perfetto.

[Dambisa Moyo alla Libreria Coop. Ambasciatori di Bologna, foto di Michele Floresta]

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08 aprile 2010

La celebrazione dei 25 anni delle capitali europee della cultura

Abbiamo seguito mercoledì 24 aprile la seconda e conclusiva giornata di workshop e conferenze, organizzati dalla DG “Istruzione e Cultura” della Commissione Europea a Bruxelles, per celebrare i 25 anni delle capitali europee delle cultura.
Una manifestazione alla quale hanno preso parte un discreto numero di persone (funzionari e amministratori di istituzioni locali e rappresentanze regionali, membri di associazioni culturali e funzionari della Commissione Europea), provenienti da ogni angolo d’Europa, tutte impegnate a fare della cultura uno dei pilastri e degli strumenti per lo sviluppo.
A fare da scenario adeguato all’evento le “Palais de Beaux-Arts” a Bruxelles.

La sessione plenaria conclusiva dal titolo “Back to the future: legacy lessons”, aveva lo scopo di fare il punto degli spunti, suggerimenti e problematiche venute alle luce durante i precedenti workshop.

Hanno preso parola Mary McCarthy (membro dell’European Capital of Culture panel), Manfred Gaulhofer (Manager of Graz 2003), Gottfried Wagner (Consultan, Direttore dell’European Culture Foundation), Jordi Pasqual (Coordinatore, Agenda 21 for culture, United Cities), Odile Quintin (Direttrice Generale Istruzione e Cultura) e Katarina Mathernova (Direttrice Generale della Politica Regionale).

E’ emersa l’importanza della cultura come motore di sviluppo economico, ma non solo. Il concetto di capitali europee della cultura, infatti, è un concetto trasversale, che tocca diversi punti e temi riguardanti la società, la politica e l’economia. E la partecipazione congiunta della Direzione Generale “Istruzione e Cultura” e quella della “Politica Regionale” significa appunto che la cultura rappresenta uno strumento di sviluppo regionale e che, quindi, le capitali europee devono essere inserite in un quadro molto più ampio, che racchiude l’intero territorio. Il tessuto a cui appartengono però, non deve rappresentare solo la regione o lo Stato d’appartenenza.

Si è voluto definire infatti, tali città come “nuovi narratori europei”, per il fatto che si presentano all’interno di una rete europea e che vogliono rappresentare un nuovo clima di fiducia, non solo a livello locale, ma anche a livello europeo. Il messaggio che si vuole trasmettere è quello di un’Europa forte e ricca di legami, soprattutto ora che l’unione comprende 27 Stati e un patrimonio culturale molto più variegato e differenziato. Le capitali europee possono rappresentare, dunque, un nuovo modello di società europea.

A livello più pratico si è sottolineato l’esigenza di sviluppare politiche culturali a livello locale, di fare pressione affinché vengano stabiliti dei veri e propri programmi, di investire sulle infrastrutture, in quanto è difficile pensare a una capitale europea senza infrastrutture adeguate ad accogliere e organizzare gli eventi. L’obiettivo poi, è anche quello di poter continuare ad utilizzare l’eredità dell’Anno europeo anche durante gli anni successivi, in modo tale che il patrimonio e l’inventiva creatisi non vengano dispersi e che le politiche culturali possano davvero continuare a fare da traino allo sviluppo della città.

La cultura è infatti, identità. Un’identità che con il tempo, diventa più fluida e che si apre agli altri. Le sue radici si trasformano poi, in patrimonio.
Il patrimonio è la chiave da cui partire per creare quello sviluppo di cui abbiamo ampiamente parlato. Sviluppo economico, in quanto la cultura rappresenta un’industria e, in quanto tale, crea lavoro per l’indotto che sta alle sue spalle. Il turismo è uno di questi aspetti: diventare capitali europee della cultura significa infatti, poter trasmettere al mondo un’immagine della propria città e quindi, un messaggio pubblicitario.

Accanto allo sviluppo economico non può comunque mancare lo sviluppo sociale: la cultura deve essere uno stimolo ed uno strumento per risolvere i conflitti all’interno della società civile, deve essere un mezzo d’integrazione, soprattutto per quanto riguarda quei territori a forte presenza di immigrati, deve rappresentare un modo per incentivare gli scambi e la connettività e per coinvolgere i cittadini, in modo tale che questi possano esprimersi e che si sentano parte di un insieme.

Per finire, è interessante sottolineare il pensiero espresso da Katarina Mathernova, che ha voluto ribadire il legame tra la cultura e la creatività.
L’Europa ha appena terminato il suo anno europeo dedicato all’innovazione e alla creatività, per immergersi in quello dedicato alla lotta contro la povertà. Questi due temi sono, ad ogni modo, legati l’uno all’altro. La cultura infatti rappresenta innovazione e stimolo creativo, elementi a loro volta connessi all’intelligenza e allo sviluppo. Un cerchio che, chiudendosi, potrebbe portare a un vento nuovo a livello economico.

Francesca Salis

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24 marzo 2010

4-5/05/2010- Seminario internazionale Cultura e Sviluppo a Girona

Evento: Séminaire international Culture et Développement.

Dove: Girona, Spagna.

Quando: Dal 4 al 5 maggio 2010.

Informazioni: La Presidenza spagnola del Consiglio dell’Unione Europea organizza, in collaborazione con la Commissione Europea, un importante seminario il 4 e 5 maggio prossimi, sul tema della cultura e dello sviluppo all’alba dell’analisi di metà percorso degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio(OMD). Si tratta di un proseguimento del lavoro avviato dal Colloquio internazionale “Culture and Creativity. Vectors for development”, organizzato a Bruxelles in aprile 2009 dalle DG Cultura e Sviluppo della Commissione europea (vedi Africa e Mediterraneo n. 67). I temi trattati nelle diverse sessioni saranno: il ruolo della Cultura nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs); Economia e Cultura; Governance culturale e diversità culturale; le sinergie dei seguenti programmi: Cultura-Sviluppo finestra tematica della Spagna- UNDP Fondo per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e altri esempi di cooperazione bilaterale e multilaterale.

La Spagna ha fatto del settore culturale uno dei pilastri delle sue strategie in materia di cooperazione internazionale in Africa, con un piano approvato nel 2004: la Estrategia de cultura y desarrollo della Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo (AECID). AECID sostiene una quantità di progetti culturali nei PVS, realizza specifiche ricerche e attività di formazione (ACERCA e FORMART), e presta un forte sostegno all’UNESCO. Info.

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09 novembre 2009

Sviluppo, turismo e protezione del patrimonio culturale del Bénin

Dossou_1Presentazione dell’articolo “Sviluppo, turismo e protezione del patrimonio culturale del Bénin”, pubblicato su Africa e Mediterraneo n.67, a firma di Caroline Gaultier-Kurhan- fondatrice del dipartimento di gestione del patrimonio culturale dell’Università di Senghor e Sandrine Léontina Dossou, curatrice presso l’università di Senghor di un progetto di valorizzazione del patrimonio bati di Ouudah.

Lo sviluppo, il turismo e la preservazione del patrimonio culturale sono da sempre al centro degli interessi del Departement patrimoine culturel dell’Université Senghor d’Alexandrie. In questo spirito, dal 2006 sono stati realizzati due tipi di attività.
La prima, in collaborazione con il Ministero della Cultura e il Ministero del Turismo concerne la formazione di professionisti locali per lo sviluppo del turismo, guide e operatori turistici in Bénin.

La seconda riguarda la realizzazione di una ricerca, sponsorizzata dal AIMF (Association Internazionale des Maires Francophones – l’associazione internazionale dei sindaci francofoni) sul patrimonio architettonico e sulle possibilità di sviluppo turistico in Ouidah (città emblematica della ricchezza di patrimonio materiale ed immateriale).

Il Bénin è spesso solo un paese di transito per i turisti; tuttavia ha grande fama intellettuale di “quartiere latino dell’Africa”, ed è conosciuto per lo spirito di accoglienza che offre ai visitatori. La ricerca condotta dall’Università Senghor d’Alexandrie ha identificato i tre maggiori punti di attrazione della città di Ouidah: la storia secolare legata alla tratta degli schiavi, il patrimonio immateriale che influenza altri continenti, e l’ambiente naturale ricco e variegato.

Le autrici osservano che, benché i dati dell’OMT (Organizzazione mondiale del turismo) dimostrino un incremento del turismo, di quest’ultimo non necessariamente beneficiano le popolazioni locali. Notano, inoltre, che il patrimonio architettonico del Bénin è in pericolo a causa della mancanza di fondi per la sua preservazione e ristrutturazione e di interesse, e aggiungono la necessità di salvaguardare queste testimonianze al know-how antico e alla storia.

La ricerca propone di convertire gli elementi del patrimonio architettonico – ad esempio case storiche – in alloggi turistici e pensioni. Il progetto mira a fare di Ouidah una destinazione turistica durevole, di cui conservare e restaurare il patrimonio architettonico, conformemente ai dettami del turismo sostenibile, e quindi coinvolgendo e sostenendo le popolazioni locali dal punto di vista economico, sociale, culturale e politico. Tale tipo di turismo è inoltre rispettoso della cultura, della società e dell’ambiente e permette uno scambio culturale autentico e una comprensione reciproca tra persone e culture.

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