20 maggio 2010

Bottiglie, noccioline e sacchi di riso. Sfilart, tra moda, arte e riciclo

in: Moda

Presentazione dell’articolo “Bottiglie, noccioline e sacchi di riso. Sfilart, tra moda, arte e riciclo”, pubblicato sul numero 69-70 di Africa e Mediterraneo a firma di Simona Cella.

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Nel 1990 un gruppo di cittadini senegalesi e italiani ha creato l’onlus Sunugal, un’associazione socio-culturale che si propone di favorire iniziative di scambio tra Italia e Senegal.
Da alcuni anni Sunugal promuove un progetto alternativo di sartoria, educazione e sviluppo a sostegno del Centro socio-culturale di formazione en Coupe et Couture di Dakar. Il progetto prevede una prima fase destinata alla formazione delle giovani donne di Dakar e una seconda destinata allo sviluppo di un’imprenditoria sociale.
Le allieve del centro, una volta terminato il corso, vengono inserite presso strutture lavorative locali, riunitesi in una rete di microimprese, volta a contrastare il flusso di emigrazione e la prostituzione. La produzione di abiti da parte delle allieve è valorizzata da sfilate che si propongono come occasione di promozione, aggregazione ma anche di sostegno economico alle attività che si svolgono all’interno dell’istituto e al finanziamento delle spese annuali per quelle allieve che provengono da famiglie povere e fortemente disagiate.
Negli ultimi anni, le allieve del centro, coordinate dal sarto Mbaye Diouf, hanno realizzato alcune collezioni di “moda etica” che utilizzando materiale di recupero hanno anche lo scopo di sensibilizzare su alcune problematiche del Paese. Materiale di base sono i sacchi di iuta usati per il riso, alimento principale della cucina senegalese ma anche ricordo di una cultura imposta dalla Francia ai tempi della colonizzazione. Imposizione che ha portato il paese a dipendere dall’importazione di riso, dall’Indocina prima e dall’India ora. Altro ricordo dei tempi della colonizzazione e di una monocultura che ha causato la desertificazione è legato ai gusci di arachidi che decorano gonne e giacche. Infine bottiglie di plastica che ricordano la privatizzazione dell’acqua e il monopolio dell’acqua minerale francese e il problema della plastica che invade e inquina non solo le città ma anche i villaggi.
La collezione Sfilart è stata presentata in Senegal e in Italia.

Per aquistare online la rivista vai sul sito dell’editore.

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01 aprile 2010

Polemiche roventi per l’inaugurazione del “Monumento della Rinascita africana” prevista per sabato 3 aprile

Il mondo intero è invitato ad assistere sabato 3 aprile in Senegal all’inaugurazione dell’enorme “Monument de la Renaissance Africaine”, concepito dal Presidente Abdoulaye Wade in persona.
La spaventosa statua, alta 50 metri e collocata su una collinetta di Dakar alta 100 metri, rappresenta un uomo muscoloso, coperto solo da un fazzoletto ai fianchi, nell’atto di uscire da un vulcano, spingendo verso l’alto un bambino con una mano e “tirando” dietro di sé una donna seminuda con l’altra. Il tutto realizzato in stile repubblica socialista, dalla società coreana Mop, con il coordinamento di una società francese e la supervisione dell’architetto Pierre Goudiaby Atepa, amico del Presidente.
“E’ l’Africa che esce dal ventre della terra, lasciando l’oscurantismo per andare verso la luce”, ha spiegato Wade al giornale Libération.
A parte l’orrore di questa opera, l’irrimediabile inquinamento visivo che porterà, il disagio causato dalla esasperata sensualità dei corpi ai cittadini di Dakar per la maggioranza musulmani, le polemiche vertono anche sul costo della realizzazione. Le cifre riportate dai vari giornali oscillano dai 17 ai 27 milioni di dollari.
In Agosto 2009 il presidente ha dichiarato che il monumento non è costato denaro ma terre di proprietà statale. Non ha dato cifre sul valore del lavoro né delle terre. Si parla di 50 milioni di euro di terre edificabili, tanto che l’opposizione ha richiesto un’audit indipendente su tutta l’operazione, perché si versi al tesoro statale la differenza tra il valore del terreno ceduto e il costo reale dell’opera.
Nel corso di una visita ai lavori l’estate scorsa, Wade ha affermato di essere il proprietario intellettuale dell’opera e che il 35% dei proventi derivanti dalla presenza di “centinaia di migliaia di turisti” andranno a lui, che li darà al figlio Karim per la sua associazione.
Il Presidente ha infatti voluto creare un’opera colossale che attiri turisti come la Statua della Libertà a New York o il Cristo redentore a Rio de Janeiro.

Pubblichiamo questa foto di Elena Zaccherini che esprime in sintesi l'estraneità del monumento rispetto alle 
condizioni della città

Pubblichiamo questa foto di Elena Zaccherini che esprime in sintesi l'estraneità del monumento rispetto alle condizioni della città

Diversi creativi e operatori culturali attivi in Senegal avevano fatto proposte, ma Wade ha deciso autonomamente… e le polemiche infuriano.
Questa potrebbe essere anche considerata una scelta strategica a lungo termine visto il dibattito degli ultimi anni sull’importanza della cultura per lo sviluppo in Africa. Un dibattito attualissimo fatto di dichiarazioni ufficiali, summit, conferenze, studi, che ha approfondito temi come l’identità culturale africana, l’importanza di dare spazio ai creatori di qualità, la necessità dell’aspetto partecipativo dell’animazione culturale e quindi del coinvolgimento della popolazione locale… Il tutto “demolito” da un capriccio di un presidente che si è improvvisato artista.

Gli imam di Dakar si sono coordinati per fare sermoni contro il monumento e in dicembre c’è stato un dibattito sulla Radio Televisione Senegalese tra favorevoli e contrari, discutendo se la statua debba essere cosiderata un monumento (quindi non proibito dall’islam) o un idolo (raffigurante una divinità e quindi vietato).

Ma c’è anche un coro di sostenitori. Il cantante senegalese Malick Niang ha appena fatto uscire un disco intitolato “Monument de la Renaissance africaine”, per sostenere e fare conoscere l’opera e dice di stare addirittura organizzando una carovana promozionale nel paese. Mohamadoul Lamine Sall, presidente de l’Union pour l’éducation et le secours (UNIES), ha sottolineato che la statua genererà delle ricadute economiche grazie al turismo e che avrà anche una funzionalità pratica contenendo anche sale conferenze e ristoranti per il pubblico. Il Forum de la renaissance africaine (FORA) ha espresso ‘’la sua indignazione” per le polemiche e ha “incoraggiato il presidente per questo gioioso regalo offerto ai popoli africani”.
Comunque, quello che molte persone trovano offensivo è che mentre la gente non ha acqua potabile e i quartieri di Dakar vengono inondati nella stagione dell piogge, si spendono denari in opere inutili. L’area in cui sorge il monumento, Ouakam, è molto povera e l’amministrazione è sul piede di guerra. Wade ha cercato di rimediare finanziando con 2 milioni di euro i sacrifici per gli spiriti del luogo, organizzati per far cessare gli incidenti mortali che sono frequenti alla rotonda sotto la collina da quando sono aperti i lavori.
Le agenzie senegalesi prevedono la presenza di una trentina di capi di stato africani e internazionali per il 3 aprile, giorno dell’inaugurazione. La mattina si terrà una conferenza internazionale sulla “Renaissance Africaine” (…!) e alle 15 l’inaugurazione. Il giorno dopo ci sarà la celebrazione del conquanternario dell’indipendenza del Senegal.

Per mesi ha circolato un’immagine generata al computer del monumento, sulla quale gli internauti si sono divertiti a lavorare: ecco allora il monumento con il President Wade, sua moglie e suo figlio Karim. Effettivamente Wade sostiene nella sua carriera il figlio, che è stato nominato nell’ultimo anno ministro della Cooperazione internazionale, della Pianificazione regionale, dei Trasporti aerei e delle Infrastrutture.

Sandra Federici

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16 luglio 2009

L’UNESCO e l’isola di Gorée, diaspora senza memoria collettiva

in: Turismo

gore-senegalPresentazione dell’articolo “L’isola di Gorée, patrimonio mondiale dell’UNESCO: le contraddizioni memoriali di un sito riconosciuto e abitato” pubblicato sul numero 65-66 di Africa e Mediterraneo.

L ’isola di Gorée (Senegal), dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, costituisce un sito turistico di notevole interesse in quanto rappresenta un simbolo e un riferimento identitario strettamente legato sia ai suoi visitatori occidentali sia agli “Africani della Diaspora”. Tuttavia, oltre ad essere un luogo della memoria, Gorée è uno spazio abitato e, in virtù di tale duplice identità, costituisce l’oggetto di usi e rappresentazioni estremamente diversi. Inoltre, la popolazione locale si caratterizza per la sua costante ricomposizione, un fenomeno strettamente legato all’attrattiva turistica che il sito genera a partire dagli anni 80 del secolo scorso.

Le politiche culturali, locali e internazionali si sono interrogate troppo poco rispetto al duplice valore di questo patrimonio dell’umanità che, di fatto, si rivolge ai visitatori stranieri. Ne consegue che la popolazione dell’Isola di Gorée non ha costruito una “memoria collettiva” attorno a questo sito e ancor meno si è ancorata al ricordo di una schiavitù fortemente mediatizzata, commemorata dai turisti, dallo Stato e dall’UNESCO.

Gli studi e le ricerche condotte in Senegal mostrano che tale assenza di identificazione e di memoria collettiva locale in relazione alla tratta degli schiavi non concerne solo la popolazione dell’isola, ma anche quella di Dakar, quindi del Paese nel suo complesso. Gorée, a livello locale, rappresenta una vecchia città coloniale divenuta meta turistica, dove si va per piacere, solitamente durante il periodo estivo, a godere della tranquillità delle spiagge. Il ricordo della tratta schiavista resta qualcosa di molto teorico: il periodo storico che evoca ha radici troppo lontane per poter ravvivare qualunque tipo di investimento locale.

La società senegalese, infatti, non si è strutturata a partire dalle conseguenze socio-politiche della tratta atlantica, contrariamente a quanto si è verificato per le comunità sorte dalla schiavitù delle piantagioni, ma si è costituita principalmente at- torno all’evento storico della colonizzazione. Inoltre, la valorizzazione di tale passato non può essere il frutto di una rivendicazione locale comu- ne, in quanto non è compreso in un più ampio patrimonio culturale transgenerazionale: solo i membri delle antiche famiglie meticce dell’isola possono essere portatori di questa memoria collettiva. Il problema è che le famiglie in questione, designate dall’amministrazione come “antica anima di Gorée”, non contribuiscono all’elaborazione di una memoria locale della storia dell’isola poiché non vi abitano più.

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