
Mire Sada è una giovane archeologa somala, fuggita dal caos della guerra civile all’età di 14 anni e costretta, da quel momento in poi, a vivere in Svezia come rifugiata. Attualmente è titolare di una borsa di studio presso il Dipartimento di Arte e Archeologia della School of Oriental and African Studies di Londra, oltre ad essere capo del Dipartimento di antichità nel territorio secessionista del Somaliland.
La giovane archeologa somala ha aggiunto una nota positiva all’attuale storia del Corno d’Africa, portando alla luce una dozzina di siti di pitture rupestri che potrebbero essere candidati per lo status di Patrimonio mondiale dell’Umanità. Portare alla luce la storia della sua patria è diventato il suo obiettivo principale, ha affermato Mire durante un’intervista rilasciata alla BBC.
Avendo vissuto a Mogadisho parte della sua infanzia, Mire ricorda chiaramente ciò che si prova a vivere in un territorio di guerra, così come il suono della prima bomba ma, nonostante ciò, aspettava con ansia il momento del suo ritorno in patria.
Il patrimonio culturale e le meraviglie archeologiche che Mire Sada e i suoi collaboratori hanno rivelato in questi ultimi anni di grandi scoperte si colmano dunque di rilevanza fortemente simbolica, soprattutto se si pensa alla storia di questo territorio, da sempre saccheggiato delle proprie risorse.
La più sorprendente delle scoperte della giovane archeologa è la vasta serie di pitture rupestri site nel piccolo centro di Dhambalin, con più di 1.000 siti che ancora devono essere inseriti sulla mappa archeologica del Somaliland.
Le pitture rupestri hanno dei colori vivaci e ben conservati nonostante si pensa risalgano a quasi 5.000 anni fa. L’Unesco non ha potuto che rilevare l’importanza che le scoperte di Mire Sada rivestono a livello internazionale ma, nonostante ciò, i siti non diverranno così facilmente patrimonio dell’umanità, per lo meno non a breve. Il Somaliland infatti, è uno stato non ancora riconosciuto dalla comunità internazionale, per questo Mari parla di “patrimonio nomade”, non riconosciuto a causa della grave situazione che ancora imperversa nel paese.
La giovane archeologa non manca di ricordare quanto sia difficile lavorare in un territorio ancora disseminato di bombe, di mine-antiuomo e di serpenti che si aggirano nei territori del sito. Ella però ribadisce con fermezza della necessità di tutelare i siti archeologici appena scoperti, fare in modo che la popolazione sia cosciente del loro valore e soprattutto, che si rimpossessi della propria storia e della propria cultura, che vive anche attraverso queste scoperte. I siti rappresentano un patrimonio di valore nazionale inestimabile, fondamentale anche durante un periodo di così grandi conflitti, soprattutto per il potenziale che da questo può provenire. Come afferma Mari, fare in modo che in questa situazione le persone sentano di possedere qualcosa e di poterla gestire, può rappresentare una grande risorsa anche per il futuro.
Per ulteriori informazioni: http://www.africareview.com
Parole chiave : archeologia, bombe, Corno d'Africa, guerra civile, mine-antiuomo, Mire Sada, Mogadisho, patrimonio culturale, patrimonio nomade, pitture rupestri, scoperte, sito, Somalia, Somaliland, UNESCO
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01 aprile 2011
Nell’Egitto post-regime si discute il futuro dei musei
Riportiamo e traduciamo un’interessante articolo del quotidiano egiziano Ahram online, che aiuta a comprendere le dinamiche e i problemi che sta affrontando il nuovo Egitto.
Quando ieri il governatorato del Cairo ha annunciato che era stata predisposta una commissione per studiare la possibilità di demolire l’edificio del Partito Nazionale Democratico (PND) per trasformarne il terreno in un parco, archeologi e museologi hanno reagito in modo furioso.
Sebbene il terreno fosse originariamente di proprietà del museo egizio, nessuno di loro è stato interpellato per la creazione di questa commissione.
“É ora che questo terreno, che prima apparteneva al museo egizio, sia restituito”, così dichiara Tarek El- Awadi, direttore del museo egiziano, ad Ahram Online.
Racconta che dopo la rivoluzione del 1952 quel terreno fu preso dall’Egyptian Antiquites Authority e da allora è stato sempre utilizzato dai vari partiti di governo stabiliti dal regime, l’ultimo dei quali è stato il PND, che aveva condiviso lo stabile sulle rive dei Nilo con il Consiglio Nazionale per le Donne, guidato dalla moglie del Presidente Suzanne Mubarak, e con la Arab Bank.
L’edificio è stato distrutto la sera del 28 gennaio, nel mezzo dei violenti attacchi da parte dei mercenari pro-regime e delle forze di sicurezza contro i dimostranti in piazza Tahrir.
El- Awadi ha affermato che gli archeologi e i curatori del museo sono stati profondamente infastiditi dal non essere stati invitati alla discussione sul futuro di quel pezzo di terra, e ha detto che si stanno appellando al Primo Ministro Ahmed Sharaf e al Consiglio dell’Armata Suprema per far sì che questa terra torni nelle mani dei suoi proprietari originari, il Ministero per i Beni Culturali.
Egli ha negato che la terra appartenga al governatorato del Cairo, ma essa, sin da quando il museo è stato costruito, nel 1901, era parte della zona edificabile e costituiva la zona portuale del museo del Nilo in cui le navi trasportavano i monumenti dalla loro collocazione originaria a Luxor ed Aswan lì nell’Alto Egitto per esporle nel museo. Le cerimonie ufficiali di inaugurazione dell’esposizione delle mummie reali egiziani furono anch’esse organizzate lì.
El- Awadi ha proposto che dopo la demolizione dell’edificio distrutto del PND il terreno venga trasformato in un museo a cielo aperto, dove esporre alcuni pezzi della collezione del museo, le cui vetrine sono al momento stracolme. Potrebbe addirittura diventare un edificio gemello al museo, collegato da un ponte, e potrebbe diventare, sempre secondo El- Awadi, la location ideale per esporre la collezione d’oro del diciannovesimo re della dinastia, Tutankhamun.
Fonte: Ahram online, 14 marzo 2011
Parole chiave : Egitto, patrimonio culturale
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Abbiamo seguito mercoledì 24 aprile la seconda e conclusiva giornata di workshop e conferenze, organizzati dalla DG “Istruzione e Cultura” della Commissione Europea a Bruxelles, per celebrare i 25 anni delle capitali europee delle cultura.
Una manifestazione alla quale hanno preso parte un discreto numero di persone (funzionari e amministratori di istituzioni locali e rappresentanze regionali, membri di associazioni culturali e funzionari della Commissione Europea), provenienti da ogni angolo d’Europa, tutte impegnate a fare della cultura uno dei pilastri e degli strumenti per lo sviluppo.
A fare da scenario adeguato all’evento le “Palais de Beaux-Arts” a Bruxelles.
La sessione plenaria conclusiva dal titolo “Back to the future: legacy lessons”, aveva lo scopo di fare il punto degli spunti, suggerimenti e problematiche venute alle luce durante i precedenti workshop.
Hanno preso parola Mary McCarthy (membro dell’European Capital of Culture panel), Manfred Gaulhofer (Manager of Graz 2003), Gottfried Wagner (Consultan, Direttore dell’European Culture Foundation), Jordi Pasqual (Coordinatore, Agenda 21 for culture, United Cities), Odile Quintin (Direttrice Generale Istruzione e Cultura) e Katarina Mathernova (Direttrice Generale della Politica Regionale).
E’ emersa l’importanza della cultura come motore di sviluppo economico, ma non solo. Il concetto di capitali europee della cultura, infatti, è un concetto trasversale, che tocca diversi punti e temi riguardanti la società, la politica e l’economia. E la partecipazione congiunta della Direzione Generale “Istruzione e Cultura” e quella della “Politica Regionale” significa appunto che la cultura rappresenta uno strumento di sviluppo regionale e che, quindi, le capitali europee devono essere inserite in un quadro molto più ampio, che racchiude l’intero territorio. Il tessuto a cui appartengono però, non deve rappresentare solo la regione o lo Stato d’appartenenza.
Si è voluto definire infatti, tali città come “nuovi narratori europei”, per il fatto che si presentano all’interno di una rete europea e che vogliono rappresentare un nuovo clima di fiducia, non solo a livello locale, ma anche a livello europeo. Il messaggio che si vuole trasmettere è quello di un’Europa forte e ricca di legami, soprattutto ora che l’unione comprende 27 Stati e un patrimonio culturale molto più variegato e differenziato. Le capitali europee possono rappresentare, dunque, un nuovo modello di società europea.
A livello più pratico si è sottolineato l’esigenza di sviluppare politiche culturali a livello locale, di fare pressione affinché vengano stabiliti dei veri e propri programmi, di investire sulle infrastrutture, in quanto è difficile pensare a una capitale europea senza infrastrutture adeguate ad accogliere e organizzare gli eventi. L’obiettivo poi, è anche quello di poter continuare ad utilizzare l’eredità dell’Anno europeo anche durante gli anni successivi, in modo tale che il patrimonio e l’inventiva creatisi non vengano dispersi e che le politiche culturali possano davvero continuare a fare da traino allo sviluppo della città.
La cultura è infatti, identità. Un’identità che con il tempo, diventa più fluida e che si apre agli altri. Le sue radici si trasformano poi, in patrimonio.
Il patrimonio è la chiave da cui partire per creare quello sviluppo di cui abbiamo ampiamente parlato. Sviluppo economico, in quanto la cultura rappresenta un’industria e, in quanto tale, crea lavoro per l’indotto che sta alle sue spalle. Il turismo è uno di questi aspetti: diventare capitali europee della cultura significa infatti, poter trasmettere al mondo un’immagine della propria città e quindi, un messaggio pubblicitario.
Accanto allo sviluppo economico non può comunque mancare lo sviluppo sociale: la cultura deve essere uno stimolo ed uno strumento per risolvere i conflitti all’interno della società civile, deve essere un mezzo d’integrazione, soprattutto per quanto riguarda quei territori a forte presenza di immigrati, deve rappresentare un modo per incentivare gli scambi e la connettività e per coinvolgere i cittadini, in modo tale che questi possano esprimersi e che si sentano parte di un insieme.
Per finire, è interessante sottolineare il pensiero espresso da Katarina Mathernova, che ha voluto ribadire il legame tra la cultura e la creatività.
L’Europa ha appena terminato il suo anno europeo dedicato all’innovazione e alla creatività, per immergersi in quello dedicato alla lotta contro la povertà. Questi due temi sono, ad ogni modo, legati l’uno all’altro. La cultura infatti rappresenta innovazione e stimolo creativo, elementi a loro volta connessi all’intelligenza e allo sviluppo. Un cerchio che, chiudendosi, potrebbe portare a un vento nuovo a livello economico.
Francesca Salis
Parole chiave : Agenda Cultura marzo 2010, Commissione Europea, Creatività, Cultura, Industrie culturali, Integrazione, patrimonio culturale, sviluppo
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Che cosa si può definire patrimonio in culture altre da quella europea occidentale, l’unica ad aver elaborato la nozione universalistica di “patrimonio culturale”? Si potrebbero identificare in “patrimonio” i luoghi della memoria, i monumenti, le architetture, le feste, i segni, le immagini, insomma oggetti certamente rappresentativi, ma di quale storia?
Ed ecco il primo punto sul quale questo dossier curato da Giovanna Parodi da Passano e da Alessandra Brivio intende indagare: il significato stesso di patrimonio in contesti che non siano occidentali.
Il tema della costruzione del patrimonio (artistico, paesaggistico, umano) e dei processi che tale costruzione mette in gioco, è centrale all’interno del pensiero critico contemporaneo degli studi culturali ed è strettamente legato a quello del turismo.
E il tema del turismo rappresenta il secondo punto attorno al quale si sviluppano i contributi di questo dossier.
Il turismo, infatti, così come in genere si sviluppa nei paesi del Sud del mondo, non è soltanto l’incontro di individui appartenenti a differenti comunità e dei loro rispettivi desideri, scopi e pratiche, ma è anche, inevitabilmente, le nuove forme culturali e le scelte che scaturiscono da questi incontri.
Gli autori invitati a collaborare a questa pubblicazione non hanno trascurato nei loro scritti il ruolo della negoziazione delle identità all’interno delle dinamiche di appropriazione e di riappropriazione culturale.
Presi nell’insieme i contributi, pur partendo da angolature diverse, sono ampiamente riusciti a raggiungere il duplice obiettivo individuato in partenza, ovvero di focalizzare la ricerca sui processi di patrimonializzazione e sulle molteplici declinazioni dell’autenticità.
La rivista è acquistabile on-line su Laimomo.it.
E’ possibile leggere l’introduzione alla rivista in Pdf qui sotto, oppure in html qui.