24 agosto 2021

Raccontare può salvare la vita

di Roberta Sireno

Le narrazioni delle minoranze sono spesso distorte e semplificate, rischiano di diventare una storia unica e definitiva, che priva le persone della loro individualità. A ricordarlo è la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie in una conferenza per il TED Talk 2009 dal titolo The danger of a single story (‘I pericoli di una storia unica’), ora raccolta in un volume pubblicato da Einaudi.

Ci sono tante storie che formano un racconto inclusivo delle realtà complesse: come questa, che è la prima autobiografia pubblicata in Italia di un migrante somalo sopravvissuto ai viaggi della morte.

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È il racconto del suo tahriib: una parola araba che designa una forma di emigrazione sregolata praticata da migliaia di ragazzi e ragazze somali, i quali partono alla volta dell’Europa attraversando l’Etiopia, il Sudan e la Libia, e infine il Mar Mediterraneo. Raccontare può salvare la vita, e Geeldoon lo testimonia nel libro Baciammo la terra. L’odissea di un migrante dal Somaliland al Mar Mediterraneo uscito nel 2020 per Gaspari Editore.

«Volevamo realizzare il nostro sogno di andare in Europa», racconta Geeldoon durante l’intervista sulla quale è basato il libro, e che è stata condotta nel gennaio 2014 nel corso di un programma di ricerca sull’impatto della guerra sugli uomini somali condotto dal Rift Valley Institute (RVI). Tradotta in inglese mantenendo la veridicità e l’anonimato della storia, la traduzione italiana è stata voluta dallo scrittore, ricercatore e poeta italiano Raphael d’Abdon, che vive dal 2008 a Pretoria in Sudafrica. Al centro di questa testimonianza c’è «una malattia chiamata buufis»: si tratta di un termine somalo che indica un desiderio smanioso di partire alla ricerca di nuove possibilità.

Il punto di partenza e di ritorno della storia è il Corno d’Africa, una regione attraversata da continue evoluzioni e instabilità sociali (per un approfondimento, si veda dossier 92-93 della rivista Africa e Mediterraneo): nato nella zona oggi denominata Somaliland (Nord della Somalia), Geeldoon si trasferì nel 1989 con la famiglia in Mogadiscio per fuggire dalla guerra civile.

Schermata 2021-08-24 alle 10.26.16Dopo un breve periodo in Kenya, ritornarono in Somalia dove Geeldoon riuscì a finire le scuole superiori, e nel 2006 il suo desiderio era iscriversi all’università.

Purtroppo in quegli anni le università somale erano pochissime, così Geeldoon progettò di studiare all’estero. Dopo diversi tentativi falliti di emigrare per motivi di studio, l’autore racconta che «le due decisioni di studiare ed emigrare erano diventate incompatibili», così si dedicò alla ricerca del lavoro, e in quel periodo venne a conoscenza del tahriib o cosiddetto viaggio della morte: raggiungere l’Europa per cercare nuove opportunità di vita passando dalla Libia. È a questo punto che iniziò la sua tragica odissea attraverso il confine sudanese, l’incontro con i trafficanti libici e l’attraversata a piedi del Sahara insieme a un gruppo di giovani migranti, che durò diverse settimane senza cibo e senza acqua.

«Continuammo a camminare per altri due giorni. A questo punto, quando uno cadeva a terra, non ci fermavamo più per soccorrerlo. Li lasciavamo dov’erano, senza mostrare alcuna pietà. […] La verità è che non provavamo più alcuna pietà, anche perché otto di noi erano già morti. Morirono uno dopo l’altro e nessuno se ne era occupato. La solidarietà se ne era andata da un pezzo.» (p.51)

Dopo un mese di cammino, in cui ormai «avevamo gli occhi incavati e sembravamo degli scheletri», Geeldoon e i suoi restanti compagni di viaggio arrivarono a Tripoli, furono catturati e finirono nelle prigioni libiche dove vengono compiute alcune tra le più disumanizzanti violazioni dei diritti umani: torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, e la liberazione può avvenire solo in cambio di quote di denaro corrisposte dalle famiglie dei prigionieri.

viaggioDopo un lungo periodo di prigionia, Geeldoon riuscì a uscire grazie all’aiuto della sua famiglia e iniziò a lavorare a Tripoli, sperando di ricavare il guadagno necessario per partire alla volta dell’Europa. Si unì a un gruppo di trecento persone che partì su una barca per raggiungere le coste europee, ma il motore si ruppe in mezzo al mare.

«Fummo avvicinati da un’imbarcazione battente bandiera italiana che ci lanciò cibo, acqua e altre bevande. Mangiammo e bevemmo, convinti che saremmo stati portati in Sicilia, quando all’improvviso apparve una barca ancora più grande che ci agganciò e ci riportò a Tripoli. Fummo riportati nella stessa prigione […] e fummo di nuovo sottoposti ad abusi e torture.» (p.80)

Geeldoon riuscì a scappare. Il suo tahriib era durato sei mesi ed era arrivato a un tale esaurimento nervoso che decise di abbandonare il suo piano di emigrazione in Europa. Era la fine del 2011 quando decise di tornare con un suo amico nel Somaliland attraverso un volo aereo.

«Quando arrivammo a casa baciammo la terra.» (p.81)

Il racconto autobiografico si chiude con una celebrazione delle proprie origini, e quindi della terra in cui si è nati. Dopo essere sopravvissuto nel tentativo di raggiungere l’Occidente, Geeldoon ha fondato in Somaliland un’associazione locale per incoraggiare i giovani ad abbandonare il tahriib e a costruirsi un futuro a casa propria.

Questo racconto fa riflettere su come sia necessario un nuovo approccio nei confronti della mobilità internazionale: le regole che determinano oggi la mobilità di persone che provengono da alcuni Paesi si basano, infatti, su profonde disparità e diseguaglianze che obbligano molti a dover affrontare viaggi durante i quali mettono a repentaglio le loro vite per poter arrivare in Europa. Lo sostiene la stessa scrittrice Oiza Q.D. Obasuyi nel suo recente libro Corpi estranei (People Editore, 2020), dove mette a confronto i giovani italiani che migrano all’estero per cercare migliori opportunità e le persone – in questo caso i cosiddetti migranti economici – che affrontano un viaggio rischioso, nelle mani di trafficanti e spesso in condizioni disumane per raggiungere l’Europa.

La differenza sta nella la possibilità di poter ottenere i documenti che consentono di intraprendere un viaggio sicuro e legale.

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05 dicembre 2012

AfricanBamba: un film festival a Thiaroye (Dakar) su migrazione e ambiente

in: calcio - Cultura
Un’immagine del film La Pirogue, di Moussa Touré

Pubblichiamo il comunicato stampa di questo festival culturale che si terrà dal 5 al 9 dicembre in uno dei quartieri più significativi di Dakar per il tema della emigrazione giovanile: Thiaroye.

AfricanBamba Thiaroye Film Festival sur le Droit de l’Homme inaugura al Centre Culturelle Jacques Chirac di Thiaroye,Senegal mercoledì 5 dicembre 2012 presentando un ricco programma di cinema, musica e sport dedicato ai diritti umani che animerà le serate della banlieue sino a domenica 9 dicembre.  Focus di questa prima edizione sono la migrazione e l’ambiente, per sensibilizzare i giovani sulla verità dell’esperienza migratoria e creare consapevolezza sulle cause delle inondazioni che regolarmente influiscono sulla vita delle comunità di Thiaroye e Pikine. AfricanBamba Thiaroye Festival è il progetto di Abdoulaye Gaye, direttore del festival e fondatore di AfricanBamba, lui stesso migrante in Europa, e ora ritornato nel quartiere di Thiaroye dove è nato per riportare la sua esperienza e creare opportunità di espressione e sviluppo per i giovani del quartiere. In apertura, un omaggio a Camp Thiaroye, con il corto animato L’Ami y a Bon di Rachid Bouchareb che ricorda il massacro dei tiralleur senegalesi alla fine della seconda guerra mondiale proprio qui a Thiaroye, brutalmente repressi perchè chiedevano una giusta paga per il loro impegno a fianco dell’armata francese. La serata dell’inagurazione dedica inoltre un omaggio al padre del cinema senegalese, Ousmane Sembene, che per primo ha iniziato a usare la videocamera come strumento di denuncia e di rivendicazione dei diritti umani. Il primo cortometraggio africano, Borom Sarret sarà presentato insieme al film La Noire de… ancora attualissimo nel ritrarre il contrasto tra i sogni del viaggio verso l’Europa e la realtà della vita che si incontra tra discriminazioni e mancati riconoscimenti. Altri film dedicati al tema della migrazione: la premiere di La Pirogue di Moussa Tourè, presentato quest’anno a Cannes nella sezione Un Certain Regard e già ultra premiato nei festival internazionali, che sarà proiettato a Thiaroye sabato 8 dicembre in anteprima nazionale, in presenza degli attori principali. Una sorta di titanic africano, è uno sguardo importante sul sacrificio umano che i giovani senegalesi affrontano per raggiungere il sogno dell’Europa, spinti dalla mancanza di  lavoro e realizzazione qui. Life in the City di Abdoulaye Gaye, L’Afrance di Alain Gomis e Tukki Bi di Dame Sarr sono ancora altre rappresentazioni filmiche per raccontare e discutere insieme della realtà della vita del migrante in Europa, al di là del sogno. Venerdì 7 dicembre sarà invece dedicato ai bambini, con una conferenza sui Talibe, la tratta e lo sfruttamento dei bambini di strada, seguito dal film di Daniela Kon, Talibe: les enfants moins favoris de Senegal, e dal corto Mbeubeus di Simona Risi, sui bambini della discarica della banlieue. Per i bambini della banlieue, sarà presentato Kirikou cartone animato di Michel Ocelot, e offerta la cena dalla bouvette del festival di Penda Gaye. Eventi speciali sono organizzati infine in collaborazione con: Puma.Creative, che presenta i corti Films 4 Peace, interpretazioni sulla pace e l’ambiente attraverso la video-arte di 11 artisti di diverse parti del mondo; e con l’Ambasciata del Brasile a Dakar, che porta al festival le percussioni afro-brasiliane di Sambaobab e il film Favela Rising, sulla forza della musica afro-reggae come forma di resistenza contro la violenza e la droga nella favelas brasiliane. La musica è centrale per AfricanBamba Thiaroye Film Festival, come strumento per la rivendicazione dei diritti umani e la resistenza dei giovani delle banlieue. Giovedì 6 dicembre sarà presente a Thiaroye in concerto live il gruppo al completo Daara-J. I Daara J (che significa “School of Life” in Wolof) sono N’Dongo D, Aladji Man, and Faada Freddy, rapper senegalesi famosi a livello internazionali, con una musica che prende influenza dall’Hip Hop, ritmi afro-cubani e reggae. Come altri gruppi africani hip hop, i Daara J sono attivi per i diritti umani e la pace. Faada Freddy: “Parliamo di pace e di come vogliamo vivere iinsieme perchè ci sono tanti conflitti attualmente. Noi siamo qui per gli Africani, per ricordare a tutti che non dovrebbe essere così… vivere in pace e insieme… questo è l’unico modo per sopravvivere. Sabato sarà invece Simon Djolof 4 Life, artista hip hop che dopo diverse esperienze all’estero è ora ritornato in Senegal e promuove la musica urbana senegalese con 99 records e la sua etichetta Djolof 4 life entertainment. Flamm JSector TectorSeven Shots, le percussioni africane Silaba, le musiche tradizionali SabarSimb le faux lions, e Bongo e la chitarra acoustica di Awa Sara Mondo animeranno l’atmosfera del festival e di Thiaroye, al Centre Culturelle Jacques Chirac tutte le sere del festival. Delizie culinarie senegalesi saranno invece preparate ogni sera da ingredienti freschi dal mercato locale, da Penda Gaye. Infine lo sport come strumento di empowerment: torneo di calcio e rap attack basket sono organizzate a Camp Thiaroye e al Centre Culturelle Jacques Chirac, domenica 10 dicembre, per la pace e i diritti umani. Festival info Il programma dettagliato del festival si trova sul nostro sito www.africanbamba.org Info: Abdoulaye Gaye, africa.thiaroye@gmail.com – +221 777631604, +221 779059067 AfricanBamba Thiaroye Film Festival sur le Droit de l’Homme è promosso da AfricanBamba in partnership con Human Rights Nights, e in collaborazione con Movies that Matters / Amnesty International, Puma.Creative, Cooperazione Italiana in Senegal, Ambasciata del Brasile a Dakar.

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