07 gennaio 2010

Il Viaggio di Céline, un inno contro la guerra

louis-ferdinand-celine-a-meudonIn queste vacanze di Natale ho letto Céline, “Viaggio al termine della notte”. L’ho letto a fondo per la prima volta, dopo averlo incontrato di striscio nei miei studi di letteratura e nel mio lavoro di giornalista, e ho avuto conferma del fatto che è uno dei libri “della vita”. Ogni due pagine c’è una frase da annotare sul diario, perché ci si trovano i temi di fondo dell’esistenza affermati con giudizi secchi e lapidari, resi più pungenti dal sarcasmo e dall’irrisione violenta, da quel disincanto universale della modernità che non ha ancora trovato uno straccio di valore a cui agganciarsi.

Un disincanto espresso con la voce narrante di un antieroe rassegnato di non potere fare affidamento su nessuna morale, che osserva l’umanità sconfitta senza giudicarla, perché sa che il suo punto di vista è quello di chi cerca solo di sopravvivere. Per il protagonista Ferdinando Bardamu, “la grande fatica dell’esistenza non è forse insomma se non l’enorme pena che ci si dà per durare ragionevoli vent’anni, quarant’anni, o di più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, ossia immondi, atroci, assurdi. Incubo di dover presentare sempre come un piccolo ideale universale, come un superuomo, da mattino alla sera, il sottuomo zoppicante che ci è stato affidato.” Un disincanto che non è ancora cambiato, lo stesso che ha portato Vasco Rossi, mi si permetta la citazione, a dire “Siamo solo noi. Che tra demonio e santità è lo stesso, basta che ci sia il posto”.

Nel Viaggio c’è tutto il Novecento, con i suoi temi storici fondamentali. Si comincia dalla seconda pagina, con una definizione della razza, buttata in faccia al nazionalismo ridondante dei Francesi impegnati nella Prima guerra mondiale. A un patriota che lodava la “razza francese” come “la più bella del mondo”, Ferdinando risponde con un lucido realismo che taglia le gambe a ogni assolutizzazione identitaria: “La razza, quello che tu chiami così, è soltanto un’accozzaglia di poveracci del mio stampo, sfessati, pidocchiosi, scoglionati che sono finiti qui perseguitati dalla fame, la peste, i tumori e il freddo, venuti, vinti, dai quattro angoli della terra. Non potevano andar più oltre. Ché c’era il mare. Questa è la Francia e questi sono i Francesi”.

E questo per cominciare. Poi il libro continua nella sua osservazione distaccata dell’umanità – inguaribilmente malata – affrontando attraverso le avventure del protagonista tutti i temi fondamentali della modernità occidentale: la guerra come assurda tragedia per le popolazioni, la violenza del colonialismo in Africa con il suo corredo di sradicati che cercano nelle colonie una via di fuga (e Céline ovviamente mette se stesso tra questi falliti), il viaggio come fuga e conoscenza, le grandi migrazioni verso l’America, le metropoli americane con le loro folle anonime, il Fordismo e l’alienazione della fabbrica, il cinema come fucina di sogni, la famiglia borghese con le sue misere preoccupazioni, la povertà e la solitudine delle periferie urbane, l’angoscia e il disagio mentale…

Ma visto che all’inizio dell’anno si usa fare auguri di pace, per questo inizio del 2010 vorrei citare la visione della guerra di Céline. E’ un discorso pacifista senza tempo, valido per denunciare l’assurdità di tutte le guerre, che dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici.

Raccontando la sua esperienza al fronte nella Prima guerra mondiale, l’autore ne fa una critica durissima, mettendola in bocca al protagonista, giovane sradicato che ha fatto l’errore di partire volontario ma si accorge ben presto del suo tragico errore. Le sue parole di limpido, razionale buon senso hanno un valore immutato per ridicolizzare ogni retorica militarista e patriottica e l’incosciente logica di chi punta sulla guerra come soluzione dei contrasti.

“Quel colonnello! Era dunque un mostro? Ora, n’ero sicuro, peggio d’un cane non immaginava il suo trapasso. Ne conclusi nello stesso tempo che ce ne dovevan essere parecchi come lui nel nostro esercito, dei prodi, e poi senza dubbio un egual numero nell’esercito di fronte. Chi lo sa quanti? Uno, due, parecchi milioni forse. E da quel momento la mia fifa diventò panico.
Con dei tipi simili, quell’imbecillità infernale poteva continuare all’infinito… Perché si sarebbero arrestati? (…)
Perduto tra due milioni di pazzi eroici e scatenati e armati sino ai denti? Con l’elmo, senza cavalli, su delle moto, urlanti, in automobili, fischianti, cecchini, complottatori, volanti, in ginocchio, in atto di scavare il suolo, di sfilare, di caracollare sui sentieri, petardeggiando, cacciati sotterra come in un manicomio, per distruggere tutto, Germania, Francia e Continenti, tutto ciò che respira, distruggere, più arrabbiati che cani, adorando la loro rabbia (ciò che i cani non fanno), cento, mille volte più arrabbiati che mille cani e talmente più ringhiosi. Oh, sì, stavamo freschi! (…)
Chi avrebbe potuto prevedere, prima d’entrare veramente nella guerra, tutto ciò che conteneva la sudicia anima eroica e pigra degli uomini? Ora, ero preso in quella corsa immensa, verso il delitto in comune, verso il fuoco. Veniva dalle profondità ed era arrivato.
Il colonnello continuava a tacere, lo guardavo ricevere, sul pendio, biglietti del generale ch’egli strappava subito minutamente, dopo averli letti senza fretta, tra le pallottole. In nessuno di essi c’era dunque l’ordine di arrestare quella cosa abominevole? Non gli si diceva dunque, dall’alto, ch’era fesso? Abominevole errore? Sbaglio? Che ci si era ingannati? (…)
Dunque, ciò che si faceva, quello spararsi addosso senza manco vedersi, non era proibito! Rientrava nelle cose che si possono fare senza meritarsi una scenata. Anzi era riconosciuto, incoraggiato senza dubbio dalle persone serie, come una lotteria, come un fidanzamento, come una caccia alla volpe! Nulla da dire. Ad un tratto avevo scoperto la guerra intera. Avevo capito”.

Mi sembra che basti come augurio per un anno di pace…

Nota: Un blog di foto di Céline .
Le citazioni sono tratte dall’edizione dall’Oglio, 1982, con la traduzione di Alex Alexis, pubblicata nel 1933.

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