Rwanda: la satira dell'odio di Joshua Massarenti "Mi dica, che cosa spinge un uomo o una donna a fracassare il cranio di un bambino contro il pavimento? Com'è possibile sventrare una donna, strapparle il feto e sbatterlo contro un muro? Tutt'ora, mi creda, io a queste domande non so dare risposte definitive". Introduzione Il disappunto con il quale nell'aprile 2004 Jean Damascène Ndayambaje, professore di psicologia presso l'Université Nationale du Rwanda, si espresse durante un nostro incontro a Butare (sud del Rwanda), testimonia gli interrogativi angoscianti che, a dieci anni dal terzo genocidio della storia dell'umanità, assillano i rwandesi. Chi oggi si avventura in Rwanda non può non rimanere colpito dal contrasto tra un paesaggio rurale da apparentare al più classico dei giardini all'inglese1 e una società che con immensa fatica prova a rimarginare le ferite lasciate dal genocidio del 1994. Nello spazio di soli tre mesi (aprile-giugno '94), uno "stato criminale" (Ternon, 1997) controllato da una cricca di politici, militari e uomini d'affari estremisti hutu, spinse un'ampia frazione di hutu, nella fattispecie uomini e donne, adolescenti e anziani, ricchi e poveri, contadini e commercianti, a uccidere oltre 800.000 esseri umani (500.000 per alcuni, oltre un milione per l'attuale regime rwandese) con lo scopo di sterminare i rwandesi tutsi e massacrare nel contempo gli hutu contrari all'ideologia di genocidio. A differenza dei massacri precedenti che hanno macchiato la storia post-indipendentista nazionale,2 i tutsi furono perseguitati e uccisi su tutto il territorio nazionale, mentre nessuna classe sociale o di età fu risparmiata. Elementi delle Forze armate rwandesi (FAR), miliziani interahamwe,3 e semplici cittadini si resero protagonisti di supplizi dei più crudeli. Tra le caratteristiche salienti dello sterminio prevalgono senz'ombra di dubbio la crudeltà inaudita messa in pratica collettivamente dai carnefici nell'uccidere le loro vittime e il contesto di prossimità in cui le violenze si compirono.4 Nel concordare sul fatto che "questi massacri furono attentamente preparati secondo un piano ben orchestrato e un'ideologia razzista" (Fusaschi, 2000b), alcuni studiosi si sono soffermati sul livello di violenza collettiva raggiunto nella primavera del '94, convinti che questa stessa violenza sia stata in parte originata da un odio pluridecennale alimentato dalle manipolazioni politiche che hanno fatto dell'appartenenza etnica un criterio decisivo dal punto di vista dei carnefici (Vidal, 1997). Per altri, come l'antropologo americano Christopher Taylor, la violenza del genocidio si è conformata a forme culturali specifiche che, analizzate attraverso le nozioni rwandesi del corpo, della persona e dell'essere, del bene e del male, dell'ordine e del disordine sociale, risalgono in parte all'era precoloniale piuttosto che all'arrivo degli europei nel XIX secolo (2000, pp. 42-47). Tra le altre cause individuate per render conto delle origini dell'eccidio rwandese, la dimensione sociale, economica, demografica e politica è stata giudicata dallo storico francese Jean-Pierre Chrétien "ben reale, ma in ultima istanza non può spiegare la virulenza specifica del progetto di sterminio" (Chrétien, 1995, p. 11, traduzione nostra, come per gli altri brani tratti da questo testo).5 Quella culturale ebbe un impatto altrettanto devastante.6 In particolar modo, tra il 1990 e il 1994, alcuni media di stampo estremista veicolarono tra il popolo rwandese una serie impressionante di messaggi razzisti e discriminatori contro i tutsi (e i loro "complici" hutu), preannunciando una soluzione finale destinata a purificare un territorio rwandese troppo a lungo infestato dalla presenza di una minoranza straniera e minacciosa per la salvaguardia del popolo maggioritario hutu. È in seguito a questa tragica esperienza che è stata "istituzionalizzata e popolarizzata l'espressione "media dell'odio" in riferimento alla Radio Televisione Libera delle Mille Colline e ai giornali Kangura, La Médaille, ecc." (Panos, 2000, p. 177). Joshua Massarenti, giornalista free lance specialista di questioni geopolitiche dell'Africa subsahariana. Attualmente collabora al progetto internazionale di ricerca "Genocidi e crimini di guerra. Quale ruolo per i diritti umanitari e la comunità internazionale?" coordinato dalla Facoltà di Sociologia dell'Università di Milano "La Bicocca".